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I CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA SPARANO CONTRO UNA NAVE SPAGNOLA ONG IN ACQUE INTERNAZIONALI, DALLA C-STAR PARTONO MINACCE E INTERFERENZE MA LA MAGISTRATURA ITALIANA TACE

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

MINNITI NON HA NULLA DA DIRE AI SUOI AMICHETTI LIBICI? COME MAI LO SCERIFFO ROSSO NON SI INDIGNA DELLA VIOLAZIONE DELLA LEGGE INTERNAZIONALE DA PARTE DELLA NAVE RAZZISTA?

Ancora tensione nel Mediterraneo, nell’area interessata dalle operazioni di ricerca e soccorso.
In attesa di capire dove poter sbarcare i tre libici soccorsi in mare dall’equipaggio della Golfo Azzurro che nè Italia nè Malta da 24 ore intendono far sbarcare, la Ong spagnola Proactiva Arms denuncia che contro la sua imbarcazione, la Proactiva, sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco che sarebbero stati sparati da una motovedetta di Tripoli davanti alle coste libiche, ma in acque internazionali.
“I guardiacoste libici finanziati dall’Italia e dall’Europa ci hanno minacciato in modo molto aggressivo arrivando a sparare in aria all’altezza delle nostre teste. La nostra barca stava a 13 miglia, fuori dalle acque libiche. E’ stato un atto deplorevole”, dicono gli spagnoli della Proactiva Arms che stamattina hanno firmato il Codice di condotta per le operazioni di salvataggio dei migranti in mare.
Rimane intanto in una situazione di stallo la Golfo Azzurro, il peschereccio spagnolo che domenica è stato indirizzato dal centro di soccorso della Guardia costiera di Roma ad individuare e salvare una piccola barca in vetroresina a 100 miglia dalle coste libiche, in una zona molto lontana dall’area Sar.
Dopo aver preso a bordo i tre occupanti, tre uomini libici, la Golfo Azzurro ha chiesto istruzioni a Roma che, ritenendo l’area di competenza maltese, ha indirizzato la Ong su La Valletta ma i maltesi hanno negato l’approdo cosi come subito dopo l’Italia non ha concesso l’approdo a Lampedusa. E il braccio di ferro continua.
Significativo che il governo italiano faccia il muso duro con Malta e se la faccia sotto con quei governi criminali europei che non rispettano l’obbligo delle quote di accoglienza.
Nel frattempo, Oscar Camps denuncia che dalla C-Star, la nave di Generazione identitaria che ha raggiunto le acque della Sar Zone (la zona di ricerca e soccorso), avrebbero ostacolato le comunicazioni della ong spagnola. «La nave razzista interrompe via radio le nostre operazioni di ricerca, per minacciarci e insultarci, utilizzando lo stesso canale».
Ma la magistratura italiana e Minniti non hanno nulla da dire.

(da agenzie)

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“GIUSTO DIRE NO ALLE ARMI A BORDO”: INTERVISTA AL VESCOVO DI FERRARA, GIANCARLO PEREGO

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

“CHI FA SALVATAGGI NON SOLO VA DIFESO, MA ANCHE LODATO: SE NON PARTIAMO DA QUESTO TUTTO RESTA SENZA SENSO”

“È un dato di fatto che le Ong hanno salvato fra il trenta e il quaranta per cento delle persone disperse nel Mediterraneo e che, dopo la fine di “Mare Nostrum”, hanno rafforzato la nuova operazione “Triton” che purtroppo era sottodimensionata rispetto alle reali esigenze. Se non partiamo da qui ogni discorso resta senza senso: il salvataggio in mare da parte delle Ong non solo va difeso ma va anche lodato”.
Difende il lavoro dell Ong in mare, monsignor Giancarlo Perego, ex direttore della Fondazione Migrantes della Cei e arcivescovo di Ferrara, soprattutto il loro ruolo “sussidiario, davvero imprescindibile vista la latitanza dell’Europa”.
Roberto Saviano su “Repubblica” ha difeso alcune Ong, in particolare Medici senza frontiere, che si sono rifiutate di accettare la presenza di agenti armati dello Stato italiano sulle loro navi nel Mediterraneo. Cosa pensa?
“Credo che il codice etico che lo Stato vuole far sottoscrivere alle Ong sia ancora da rivedere. Su questo, come su tanti altri punti del codice, si deve ancora lavorare, riflettere. In particolare, penso che una eventuale presenza militare sulle imbarcazioni delle Ong non farebbe altro che indebolire, e non facilitare, il salvataggio in mare che resta la prima cosa da salvaguardare in questo momento così difficile”.
Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” ha scritto, in sintesi, che le Ong devono scegliere fra gli italiani e gli scafisti.
“Mi pare che questa scelta così radicale non sia davvero la questione di fondo. Il punto principale è semmai un altro e cioè il fatto che il Mediterraneo, in attesa di soluzioni nuove e di accordi migliori con la Libia, deve essere presidiato per tutelare le persone che non hanno altre vie di fuga. È sbagliato a mio avviso mettere in relazione le Ong all’azione degli scafisti, è un’equazione che mi pare assolutamente non corretta “.
Perchè tutto questo polverone oggi sulle Ong?
“Temo che tutto sia nato a motivo del fatto che non c’è un accordo forte con la Libia. L’accordo è troppo debole e va a discapito del salvataggio in mare che invece deve rimanere centrale; ci sono troppe persone da salvare e da accogliere vista anche la situazione drammatica che si vive in terra libica”.
Oggi di fatto il flusso di migranti è regolato solo dalla stessa Libia, cosa pensa?
“La maggior parte dei migranti che prendono il largo nel Mediterraneo lo fanno per fuggire dalle prigioni libiche, dalle violenze, dai soprusi sempre più terribili. È un grande problema umanitario. Le Ong lodevolmente salvano queste persone da un rimpatrio che sarebbe devastante per loro, per la loro vita “.

(da “La Repubblica”)

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PERCHE’ NON VINCA LA PROPAGANDA

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

UN’ONDA MELMOSA STA SOMMERGENDO IL DIBATTITO POLITICO

Un’onda melmosa, composta di false percezioni, di paure e di sconsiderata propaganda, sta sommergendo il nostro dibattito pubblico, rendendolo sterile e spaventoso.
La razionalità  è scomparsa da un pezzo, sostituita da emozioni, immagini forti e pericolose semplificazioni. È diventato molto complicato riuscire a ragionare chiamando le cose con il loro nome, rispettando la realtà  e le sue sfumature.
Si sono persi di vista numeri e contesti: nessuno ha più il coraggio di far notare che 100mila persone che arrivano dalle coste africane sono certo tante e destano allarme (una richiesta di sicurezza che le Istituzioni troppo a lungo hanno sottovalutato) ma sono pur sempre quanto i tifosi di due partite della Roma o del Milan.
Li si può contenere in uno stadio e mezzo di un Paese che di abitanti ne ha sessanta milioni. Questo non significa non condividere la necessità  di provare a controllare e gestire i flussi migratori e il dovere di combattere i trafficanti di esseri umani, ma significa chiamare le cose con il loro nome e non accendere allarmi sociali che rischiano di devastare la nostra società .
Che il senso della realtà  sia smarrito lo racconta la percezione dei numeri: gli italiani sono convinti che ormai un quinto della popolazione sia di religione islamica, quando lo è meno di un trentesimo.
L’onda melmosa chiude gli occhi e rende tutto dello stesso colore, impedisce di cogliere differenze fondamentali, così un immigrato che spaccia cancella tutti quelli che riempiono le cucine dei ristoranti, scaricano le cassette ai mercati generali, fanno il pane la notte, tengono vivi i pascoli, vendemmiano o si prendono cura dei nostri vecchi.
Allo stesso modo la legge che viene definita Ius Soli è stata criminalizzata, snaturandone completamente senso e finalità .
Non c’entra nulla con sbarchi e accoglienza e serve a integrare chi è nato in Italia, ma questo poco interessa a chi gioca con le paure e subdolamente insinua che i compagni di classe dei nostri figli potrebbero essere terroristi in erba.
Questa propaganda e questo imbarbarimento del discorso hanno fatto breccia e, come ci ha raccontato domenica Ilvo Diamanti, stanno vincendo.
L’ultima vittima sono le Ong, le associazioni di volontariato e quella parte della Chiesa che è più impegnata nell’assistenza.
Colpevoli di non sottomettersi al nuovo politicamente corretto, che è l’esatto ribaltamento di quello vecchio e proclama a gran voce che ci siamo rotti le scatole dei bisogni e delle sofferenze degli altri.
Lo slogan berlusconiano “padroni a casa propria”, coniato per favorire le ristrutturazioni, ora è diventato una filosofia e un modo di essere che giustifica qualunque comportamento e assolve da ogni responsabilità .
Ammette addirittura la rinuncia al pensiero razionale. Non possono esistere due Italie: quella che sta con gli italiani e un’altra che sta con gli scafisti. È il senso profondo che si può cogliere anche nel messaggio di Mattarella: i diritti degli uomini e le regole che li governano devono stare assieme.
Certo, può darsi che ci sia chi ha sbagliato, ma di fronte a singoli e circoscritti episodi di presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, mai – secondo gli stessi magistrati che hanno mosso l’accusa tutta da verificare – per motivi di lucro, si criminalizza un mondo di cui invece dovremmo andare orgogliosi.
Non importa che esistano Organizzazioni non governative che agiscono su scala globale e piccole associazioni nazionali, che ci siano organizzazioni umanitarie che si dedicano all’emergenza e altre che fanno assistenza, prevenzione, non contano le storie di ognuna di loro, la competenza e la trasparenza, non hanno valore le biografie di medici, ingegneri, agronomi, sacerdoti, insegnanti, cooperanti, conta solo colpire nel mucchio per poter rafforzare il nuovo paradigma.
Perchè funzioni, il discredito va diffuso ad ampio raggio, va usato come un’accetta e nessuna distinzione è possibile.
Se poi si condisce il tutto con una buona dose di volgarità  e di insinuazione, allora si arriva al risultato di gettare il sospetto su un intero mondo.
Un mondo che è tanto italiano, perchè siamo un Paese che si è sempre speso in silenzio, dando esempi di impegno e di volontariato incredibili.
Se gli si può rimproverare qualcosa è proprio di essere stati troppo silenziosi, loro che potevano spiegare a tutti noi cosa succede dall’altra parte del Mediterraneo, aprendoci gli occhi sulle situazioni di crisi e le possibili ricette.
Finora ci siamo accorti di quel mondo solo quando arrivava la notizia di una morte, penso a persone come Maria Bonino, pediatra piemontese morta in Angola mentre cercava di contenere un’epidemia di febbre emorragica.
Di fronte all’onda melmosa, un giornale ha una sola possibilità : restituire ai fatti e alle parole il loro significato e cercare di ripulire il dibattito dalle scorie e dai veleni.
Lo dobbiamo fare ogni giorno e per questo da oggi vi raccontiamo cosa sono davvero le Ong e chi sono le donne e gli uomini che ci lavorano.

(da “La Repubblica”)

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DELRIO SI SMARCA DAGLI AFFOGATORI: “GUERRA A SCAFISTI, NON A ONG”

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

“SE BISOGNA SALVARE VITE, SERVE LA NAVE PIU’ VICINA, PRIMA VIENE IL DIRITTO INTERNAZIONALE CHE IMPONE IL SOCCORSO IN MARE”

“In questi giorni da destra mi hanno descritto come il cattolico terzomondista che si oppone alla linea di quelli ‘legge e ordine’. Ecco, questo mi ha dato fastidio. Io rispetto la legge dello Stato. Lavoro per l’ordine e la sicurezza. Sono impegnato per stroncare il traffico odioso dei clandestini, in questa nostra guerra contro gli scafisti. Ma se c’è una nave di una Ong vicina a gente da soccorrere, non posso escluderla. E anche se non ha firmato il codice di autoregolamentazione, sono obbligato a usarla per salvare vite umane”.
Ecco come la pensa il ministro dei Trasporti Graziano Delrio.
Sui soccorsi in mare, sulle divergenze con Marco Minniti, sul codice non firmato dalle Ong. “Quel testo, ricordiamolo, nasce da un’iniziativa del ministero dei Trasporti, su richiesta delle organizzazioni. Poi il ministero dell’Interno ha aggiunto elementi ulteriori sulla sicurezza”.
Andiamo dritti al problema: perchè questa spaccatura con Minniti? Vi siete chiariti?
“Per quanto mi riguarda, non ho punti di contrasto con lui. L’interlocuzione è continua, ma oggi non ci siamo incrociati”.
Però restano le due linee nel governo. Tutto nasce qualche sera fa, per un trasbordo dalla nave di Msf – che non ha firmato il codice con il Viminale – a una della Guardia costiera. Il codice consentiva questa operazione?
“È molto semplice: stiamo parlando di soccorso in mare – regolamentato dalle leggi internazionali – non di controllo dei flussi o delle politiche di integrazione. Questo soccorso non è derogabile, nè discrezionale. Nel codice c’è scritto che il trasbordo si può fare, in situazioni particolari, coordinato dalla Guardia costiera. C’è qualcuno che non considera giusto affidare alla Guardia costiera questa valutazione?”.
Lei cosa pensa?
“E se l’altra sera ci fossimo comportati diversamente, e fossero morte delle persone? E gli ufficiali fossero andati sotto processo, come è già  successo? Ragazzi, non si scherza”.
Quindi a volte è necessario il trasbordo anche da navi di Ong che non hanno firmato?
“Sì, se è necessario, se viene individuato un pericolo di vita, o se una nave è troppo piccola e rischia di ribaltarsi. Noi dobbiamo tenere aperto questo spiraglio, per l’incolumità  di chi è a bordo”.
Minniti forse teme che si vanifichi il codice, non crede?
“Io ho dato disposizioni alla Guardia costiera di usare principalmente le Ong che mostrano un atteggiamento collaborativo. Ma certo non posso violare una regola di diritto internazionale, o la nostra Costituzione. Prima di tutto il resto, è una questione – come dire – di gerarchia delle fonti. O qualcuno pensa che si possa vietare il trasbordo a una nave con migranti, magari lasciandola fuori dai porti a vagare nel Mediterraneo per quindici giorni?”.
E sulle Ong cosa pensa? Rischiano senza volerlo di aiutare gli scafisti?
“Che devono collaborare in tutto e per tutto. Capisco il loro punto di vista, quando dicono: “Io faccio l’Ong, non lo Stato”. Ma io sono lo Stato e voglio stroncare il traffico vergognoso di esseri umani. Siamo in guerra contro gli scafisti. Una guerra vera, non nei dibattiti tv”.
È possibile che qualche nave vada in acque libiche per poi trasbordare i migranti in acque internazionali?
“Facciamo chiarezza: tutte le Ong, anche quelle che non hanno firmato, si sono impegnate a tenere aperti i segnali che indicano la loro posizione. Se operano solo in acque internazionali, è verificabile. Se non dovesse accadere, ce ne accorgeremmo. E a quel punto valuterebbe la Guardia costiera “.
A chi risponde la Guardia costiera? Anche gli Interni hanno voce in capitolo?
“Dipende dal ministero dei Trasporti”.
Da destra montano gli attaccchi, in queste ore.
“Qua si tende a descrivere la nostra Guardia costiera come un’associazione umanitaria che collabora con altre associazioni umanitarie, mentre sono servitori dello Stato che compiono il proprio dovere”.
Ma attaccano soprattutto lei, Delrio.
“Io non inseguo le parole d’ordine dei razzisti. La destra, che ha contribuito a creare i problemi in Libia, forse dimentica l’impegno dei governi Renzi e Gentiloni in sede Ue, l’addestramento della guardia costiera libica fin dal 2015, lo sblocco di risorse per la cooperazione internazionale”.
C’è anche il tema dei porti. È possibile chiuderli a navi che non hanno firmato il codice?
“Cercheremo di fare in modo che vengano utilizzate sempre di più le navi di Ong che hanno firmato, affinchè il problema non si ponga. Poi chiaramente si valuterà  caso per caso, se esistono situazioni di pericolo o di ordine pubblico “.
Renzi intanto picchia duro sull’immigrazione. “Aiutiamoli a casa loro”, dice. Il Quirinale mostra pubblico apprezzamento con Minniti. Lei è in difficoltà , ministro?
“Guardi che sono pienamente d’accordo con la strategia dei governi Renzi e Gentiloni. Nessun disagio e condivido l’apprezzamento del Quirinale. E quando Renzi dice che la chiave di volta è lo sviluppo dell’Africa, ha ragione “.
Però intanto la legge sullo ius soli arranca. Va approvata in questa legislatura?
“Certo. L’ho promossa anche io, assieme alle associazioni”.

(da “La Repubblica”)

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ODDIO, MINNITI VOLEVA FARSI DA PARTE, CHE GIORNATA TRIONFALE PER I DIRITTI UMANI SAREBBE STATA

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

POI ANCHE GENTILONI SCENDE IN MARE PER RESPINGERE I DISPERATI… LA GRANDE COALIZIONE DEGLI AFFOGATORI DA’ IL COLPO DI GRAZIA A QUEL POCO DI SINISTRA CHE ERA RIMASTO AL PD

Che la crisi fosse passata si è capito solo quando sono trapelate fonti del Quirinale per esprimere “grande apprezzamento” per il lavoro svolto da Marco Minniti nella gestione del fenomeno migratorio e delle Ong.
Un sostegno pubblico che avveniva mentre il titolare del Viminale otteneva un “chiarimento politico” nel corso di un faccia a faccia con Paolo Gentiloni.
Un confronto a cui facevano seguito fonti di Palazzo Chigi che elogiavano lavoro del Ministero dell’Interno e celebravano i risultati ottenuti (roba da sbellicarsi dalle risate n.d.d.)
In un torrido lunedì di agosto l’improvviso picco dell’attività  era quanto mai rivelatorio che qualcosa nei principali palazzi della politica italiana stava ribollendo.
È da sabato sera che Minniti ribolle, è arrabbiato e amareggiato dopo lo scontro con Graziano Delrio sul codice di comportamento delle Ong e sul blocco dei porti.
Il vaso è traboccato sul caso del trasbordo in acque internazionali di 127 migranti (fatti poi sbarcare a Lampedusa) dalla Vos Prudence di Medici Senza Frontiere – principale fra le Ong a non aver firmato il Codice – a due navi della Guardia Costiera – che dipende dal Ministero dei Trasporti, guidato da Delrio.
Una domenica di telefonate e colloqui non era riuscita a portare ad alcun passo in avanti.
La figura di Delrio d’altronde è rilevante dentro il Governo anche per il suo stretto collegamento con Matteo Renzi.
Per Minniti andare avanti senza chiarire non era possibile. Come gesto dimostrativo, decide di non partecipare al Consiglio dei ministri, previsto per il pomeriggio.
Per recuperare la situazione si muove il Quirinale, che ha avuto timore delle ripercussioni sulla tenuta del Governo (prendiamo atto che per il cattolico Mattarella conta più tenere in vita un governo vergognoso che salvare vite umane)
Dal Colle esprimono “grande apprezzamento” per il lavoro di Minniti.
Si muove Palazzo Chigi in privato – nel confronto Gentiloni-Minniti – ma anche pubblicamente, facendo trapelare sulle agenzie che “i risultati sul fronte del contrasto del traffico di essere umani dalla Libia e del fenomeno migratorio cominciano ad arrivare”. A questo punto, spiegano fonti vicine al ministro, “Minniti si è sentito sostenuto a continuare” il suo lavoro.
I dati statistici dicono che gli arrivi sulle nostre coste sono diminuiti del 3% rispetto all’anno scorso, peccato che non c’entri nulla Minniti, visto che sono dati dell’ultimo mese e dipendono dal fatto che la Guardia costiera libica ha forse ridotto le tangenti che prende dai profughi.
La missione di salvataggio di Minniti per ora è riuscito, il Governo è salvo, solo il Pd ha perso la faccia e qualche centinaio di migliaia di voti.
Incapaci di imporre all’Europa le quote, sanno solo far affogare dei disperati per accontentare quel 10% di fogna razzista che non vota neanche per loro.

(da agenzie)

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IL FIGHETTO VIGLIACCHETTO CHE DA’ DEI CODARDI AI PROFUGHI

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

LUI STA A FARE FOTO DI NASCOSTO, MENTRE ESSERI UMANI MUOIONO IN MARE: ECCO A VOI SIMON WALD, IL RIFIUTO UMANO IDENTITARIO

Il trentenne tedesco alto, biondo, poliglotta, regala uno spettacolo quasi comico mentre, sotto il rovente sole siciliano, scatta fotografie ad una nave ormeggiata cercando di evitare le occhiate sospettose dell’equipaggio.
“Il primo passo in questa missione è ottenere la documentazione e l’osservazione completa delle azioni di quelle ONG”, mi dice.
“Quelle ONG” sono associazioni umanitarie come SOS Mèditerranèe e Save the Children impegnate nelle operazioni di ricerca e salvataggio al largo della costa libica, la cui missione è salvare le vita dei migranti che attraversano il Mediterraneo.
A bordo dell’imbarcazione nell’obbiettivo di Wald, una nave di una ONG denominata Aquarius e pronta a salpare, tre persone guardano nella nostra direzione: una di loro solleva un walkie talkie.
“Credo stiano chiamando la polizia, meglio andare”, dice.
Lui sarebbe quello coraggioso.
Wald fa parte di Gènèration Identitaire, movimento che considera lo spostamento esteso ed ininterrotto dei migranti come una minaccia per l’identità  degli europei, che se quest’ultima fosse rappresentata da gente come lui, potree essere auspicaile.
La nave C-Star ricordiamo che è stata trattenuta nel porto di Famagosta dopo che almeno 20 cittadini dello Sri-Lanka sono stati ritrovati a bordo e l’equipaggio e il proprietario della nave, Sven Tomas Egerstrom, sono apparsi in tribunale con l’accusa di aver preparato e fatto circolare documenti falsi.
Il movimento anti-estremista Hope not Hate si è dimostrato particolarmente attivo nel monitoraggio del gruppo etichettato come “un gruppo di estrema destra con un programma estremista e anti-islamico”, che lavora per “bloccare l’opera umanitaria e mettere a rischio la vita dei rifugiati”.
L’attenzione dei media e i vari contrattempi hanno fatto apparire la missione come un circo formato da soggetti più interessanti alle visualizzazioni su Youtbe che a salvare l’Europa.
Per Wald, la soluzione alla crisi dei migranti è semplice: “La risposta è facile: questi migranti devono smetterla di scappare dai loro paesi e ricostruire le loro nazioni, ma sono dei vigliacchi. Scappano, lasciano le loro famiglie, i loro amici, i genitori e i nonni.
Facile a dirsi per un tedesco   benestante che indossa abiti sportivi di marca e che fa parte di una generazione che non ha mai visto un conflitto simile a quello che spinge questa gente a fuggire sulle coste europee, ma la sua logica viene messa in discussione su diversi piani.
In primis, se Defend Europe dovesse davvero riuscire a impedire le operazioni delle navi ONG, risponderebbe solo di un terzo dei soccorsi, come segnala l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), dal momento che i restanti sono effettuati dalle navi della Marina e della Guardia Costiera, e dalle imbarcazioni mercantili obbligate dalla legge internazionale a soccorrere le navi in difficoltà .
Inoltre, l’idea che i migranti siano “vigliacchi” appare assurda se si pensa a quanto sia pericoloso il viaggio, non solo per i rischi legati alla traversata del Mediterraneo ma anche per la minaccia costante di sequestri, torture e stupri che queste persone affrontano in una Libia senza leggi.
Infatti, a bordo dell’Aquarius HuffPost UK ha assistito al trasferimento di almeno otto corpi da un’altra nave di soccorso, mentre un uomo è stato colpito dalla polizia libica mentre tentava di salire su un gommone: tutto durante un solo giorno in mare.
A Catania Giorgia Linardi, ex operatrice di Medici Senza Frontiere, mi ha detto: “Quelli che riescono a mettersi in mare rappresentano una ristretta selezione di quanti hanno lasciato la loro casa”
“Alcuni sono bloccati in Libia, mentre altri muoiono lungo la strada — molti durante la traversata del deserto, ad esempio. È uno dei momenti più pericolosi del viaggio”.
Analogamente, anche l’idea di Defend Europe su cosa costituisca “l’identità ” europea e Africana e sul motivo per cui le due non possano mescolarsi, secondo loro, appare fin troppo approssimativa.
Il gruppo appare confuso sui risultati che intende raggiungere e fino ad ora non ha parlato di piani per il futuro —entrambi gli esponenti di Defend Europe con cui ho parlato sembravano titubanti all’idea di salpare, figurarsi di pensare al futuro.
Poi mi viene in mente un’altra cosa che Linardi mi ha detto il giorno prima.
“Difendere l’Europa da cosa? Da un ventiseienne che è stato torturato giorno e notte ed è fortunato a essere vivo, scheletrico, completamente vuoto e… semplicemente fottuto? Se questo è quello da cui devi difenderti… è abbastanza vergognoso”.

(da “Huffingtonpost”)

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I PESCATORI DI ZARZIS RESPINGONO LA NAVE RAZZISTA: LA C-STAR NON RIESCE AD ATTRACCARE

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

DIMOSTRANO DI AVERE LE PALLE, A DIFFERENZA DEL GOVERNO ITALIANO CHE LASCIA A PIEDE LIBERO ISTIGATORI ALL”ODIO RAZZIALE

La nave C-Star non farà  scalo al porto di Zarzis.
Nella città  tunisina dal quale nel 2011 partivano i barconi carichi di migranti diretti verso Lampedusa il Collettivo dell’Africa del Nord contro la nave razzista C-Star ha lanciato un appello alla mobilitazione immediata al porto “per impedire ogni tentativo di attracco e di rifornimento della nave anti-migranti e per mostrare loro il nostro disgusto nei confronti dei loro propositi e delle loro azioni”, si legge in un comunicato pubblicato in rete dal gruppo. L
Esultano gli attivisti del Collettivo che insieme all’Associazione di pescatori di Sfax hanno allertato del possibile arrivo della nave le autorità  competenti e i colleghi dei porti di Sfax e Gabes.
Secondo le informazioni raccolte dal gruppo la nave potrebbe arrivare proprio a Sfax.
Particolarmente motivati i membri e il presidente dell’Associazione dei pescatori di Zarzis, Chamseddine Bourassine che ha riferito che chi aderisce alla protesta è impegnato da oltre 15 anni nel salvataggio di vite umane in mare ed è dunque contro il razzismo.
Per questo i pescatori hanno deciso che usciranno in mare con tre imbarcazioni ed effettuare un’azione di contrasto se la C-Star dovesse avvicinarsi al porto.
Pochi giorni fa il Collettivo, che riunisce attivisti di vari paesi della sponda Sud del Mediterraneo, aveva allertato gli attivisti a proposito del probabile arrivo della C-Star appellandosi “a tutti gli attori della società  civile, a tutti i responsabili, a tutti i marittimi, i guardacoste, a tutti i portuali, a tutte le parti interessate in Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto, affinchè si oppongano all’arrivo della nave C-Star in uno dei nostri porti, a impedire che entri nelle nostre acque territoriali e a rifiutarsi di trattare o comunicare con il suo equipaggio”.
La C-Star, si legge ancora nel comunicato, appoggia l’iniziativa Defend Europe per “monitorare e denunciare l’attività  illecita delle navi delle Ong” impegnate nel soccorso di migranti e “fermare i criminali che fanno affari con i trafficanti di uomini”.
“Riportare i migranti verso le coste libiche dove già  molti di loro sono detenuti in condizioni disumane e ostacolare le attività  delle ong e le operazioni di soccorso, mettendo così a grave rischio chi si mette in viaggio e, naturalmente, assicurarsi una chiassosa campagna di comunicazione”.
“Rigiriamo contro di loro lo slogan dell’operazione “Defend Europe“: che se tornino a casa, qui non sono i benvenuti! In Egitto, in Grecia e anche in Sicilia, gruppi di cittadini/e antirazzisti/e hanno già  debellato i tentativi d’approdo della C-Star e ridicolizzato la sua propaganda. Si stanno avvicinando alle coste tunisine, allora facciamo la stessa cosa qui! “Defend Europe” — go home!” Con questo slogan, si conclude il comunicato del Collettivo.
A quanto riferiscono fonti della Capitaneria locale e della Guardia nazionale la C-Star non avrebbe ancora chiesto il permesso di attraccare a Zarzis.
Gli attivisti, già  numerosi sulla banchina si domandano a questo punto dove mai potrebbe attraccare la nave in questione.
Escluso il porto di Djerba, inadatto ad ospitare una nave di 40 metri circa resterebbero solo i porti di Gabes e Sfax.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’INFERNO DEI 12 CENTRI DI “ACCOGLIENZA” LIBICA DI CUI L’ITALIA SE NE FOTTE

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

TORTURE, SOVRAFFOLLAMENTO, MALNUTRIZIONE, MALATTIE: MA PER IL GOVERNO SONO CAZZI LORO

Ora, non sono più solo “merce” buona per ingrossare gli affari milionari dei trafficanti di esseri umani. Ora, la massa di disperati che affolla la rotta mediterranea è diventata anche “merce” politica utilizzata dai signori della guerra libici, mascherati da improbabili statisti, per essere riconosciuti dall’Europa come i nuovi “Erdogan”.
Sono almeno dodici, a quanto risulta all’HuffPost attraverso l’incrocio di fonti vicine al parlamento di Tobruk e a quello di Tripoli, i centri di detenzione nei quali vengono ammassati, in condizioni disumane, decine di migliaia di persone, senza distinzioni di età  e di sesso, che dall’Africa subsahariana hanno raggiunto il Paese nordafricano.
Che vi sia una collusione tra elementi, anche ai livelli più alti, della Guardia Costiera libica e le organizzazioni dedite al traffico di esseri umani, l’HuffPost lo aveva denunciato in tempi non sospetti, e ora questa collusione è confermata anche dalle accuse della Procura di Trapani.
Ma il punto di svolta, quello su cui si fatica ancora a ragionare, è che una tragedia umanitaria si sta trasformando in un’arma del fare politica nello Stato fallito, e tripartito, di Libia.
Le fonti che hanno parlato con HuffPost concordano nel ricostruire un quadro nel quale affari e politica s’intrecciano indissolubilmente, chiamando in causa tutti i principali attori che, armi alla mano, si muovono nel caos libico.
Una parte, almeno sette, di questi centri di detenzione si trovano sul territorio controllato da milizie-tribù che ancora hanno giurato fedeltà  al governo di Accordo nazionale guidato da Fajez al-Serraj, il premier sostenuto dall’Italia e riconosciuto, a parole, dall’Onu.
Gli altri cinque centri si trovano, invece, sulla costa attorno a Sirte e ai confini tra la Libia e la Tunisia, dove ad operare sono milizie e tribù che hanno come riferimento l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar e, nel deserto tra Libia e Tunisia, nella sporca partita ci sono anche milizie jihadiste legate all’Isis.
Una delle più agghiaccianti case dell’orrore si trova a Sabratha, uno dei porti clandestini d’imbarco dalla Libia verso l’occidente, circa 70 chilometri a ovest di Tripoli e meno di 100 dal confine con la Tunisia. I migranti vengono rinchiusi in questo casermone, costretti a subire per mesi la crudeltà  dei trafficanti di essere umani.
Altri due famigerati centri di detenzione si trovano nella località  di Zuwara,, mentre tre si trovano in località  Tajura. Zuwara è la nota località  di imbarco utilizzata dalle bande di trafficanti, si trova a ovest di Tripoli. Tajura è 30 chilometri a est della capitale libica. Uno scafista marocchino, tunisino o egiziano riceve tra i 20 e i 30 mila euro per un viaggio e se riesce a riportare indietro la barca viene pagato il doppio.
Se lo scafista è qualcuno dei paesi sub sahariani non riceve alcun pagamento ma può viaggiare gratis. Controllare i centri di detenzione è diventato un aspetto fondamentale della battaglia che vede contrapposti Tobruk e Tripoli, Haftar e Serraj, come, se non di più, del controllo delle aree dove sono presenti i più importanti centri petroliferi della Libia.
Il “modello turco” sta facendo scuola in Libia: il “Sultano di Ankara”, al secolo il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, ha usato i quasi 3 milioni di profughi siriani come arma di ricatto nei confronti dell’Europa, ottenendo in cambio 6 miliardi di euro oltre che il silenzio complice rispetto alla “Grande purga” perseguita da Erdogan all’interno. Ankara ha garantito un “tappo” alla rotta balcanica, come voleva la Germania, e ora sia Haftar che Serraj intendono replicare quel modello sulla rotta mediterranea. I disperati intercettati in mare e rispediti indietro diventano così ostaggi nelle mani dei potentati “politici” di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, oltre che arricchire gli schiavisti del Terzo millennio.
Dall’inferno libico giungono altre testimonianze che danno conto di una situazione sempre più degradata: i centri di detenzione sono paragonabili a veri e propri lager, nei quali le persone sono costrette.
“Una realtà  – spiega Oxfam – fatta di abusi, torture e detenzioni illegali vissuta dalla gran parte dei migranti arrivati in Libia per mano di milizie locali, trafficanti e bande criminali”, già  denunciata a luglio da Oxfam insieme ai partner Borderline Sicilia e Medu (Medici per i Diritti Umani). “Persone che arrivano in Libia – paese che non prevede alcun sistema di richiesta di protezione internazionale – fuggendo dalla violenza perpetrata nei loro confronti per trovare solo altra violenza”.
“A voi amici miei che vi trovate dalle parti dell’Algeria e del Marocco. In Libia non si scherza adesso, amici miei, non cercate neanche di metterci piede. E’ disastroso, 80 morti in un massacro non più di una settimana fa. Uccidono i neri per nulla”.
Sono le parole scritte sul profilo facebook di un immigrato di origini camerunensi ospite di un centro di accoglienza del Centro Sud Italia, parole corredate da una serie di foto raccapriccianti: uomini di colore decapitati, altri con il cranio fracassato, o cadaveri avvolti in coperte.
Tutti, comunque, abbandonati in strada, in un quartiere di Tripoli: la mattanza, spiega la nostra fonte, sarebbe avvenuta nel quartiere Gargaresh.
Bande criminali in lotta per il controllo del traffico di droga e prostituzione avrebbero aperto una faida in cui sarebbe morto anche un agente di polizia. Per questo le forze di sicurezza all’indomani sarebbero arrivate sul posto per dare una lezione alle gang, coinvolgendo però molti migranti che lì vivono: “C’è un posto in quel quartiere che si chiama Chad, dove ogni mattina i neri si riuniscono per recarsi a lavoro. E’ lì che è avvenuta la strage. Sono arrivati coi veicoli blindati, armati fino ai denti, ed hanno massacrato persone innocenti”.
“Fino a che non ci sarà  in Libia uno Stato di diritto e un sistema di asilo funzionante bisogna assolutamente sospendere ogni collaborazione con la Libia”, ribadisce Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.
La stessa Amnesty International non può entrare nel Paese: “Non ci sono le condizioni per una nostra presenza, nè dal punto di vista della sicurezza, nè dal punto di vista politico”, spiega Noury.
Nel frattempo, Amnesty sta raccogliendo centinaia di testimonianze di persone scappate dalla Libia e tutte raccontano storie di schiavitù, compravendita di esseri umani, violenze verso le donne, in particolare quelle cristiane: vengono interrogate sul Corano e, se non sanno rispondere, vengono torturate e stuprate.
Se hanno un crocifisso al collo la loro sorte è segnata. E poi ci sono anche i rapimenti a scopo di estorsione: non rilasciano fino a che la famiglia del sequestrato non paga il riscatto. “Queste sono le persone che hanno urgenza di partire dalla Libia e che i Paesi europei stanno invece cercando di bloccare là “.
Cartoline dall’inferno. “Quando arrivi in Libia, quello è il momento in cui inizia tutto, quando cominciano a picchiarti”, racconta Ahmed, 18 anni, proveniente dalla Somalia e arrivato in Libia nel novembre 2016 attraverso il Sudan. I trasportatori si rifiutavano di dare da bere e a volte sparavano a chi supplicava un goccio d’acqua, come è successo a un gruppo di siriani che stava morendo di sete. “Il primo siriano morto era un giovane, poteva avere 21 anni. Dopo ci hanno dato da bere ma nel frattempo era stato ucciso un altro siriano di 19 anni”.
I trasportatori hanno rubato gli oggetti personali dei due siriani morti e non hanno permesso di seppellirli. Paolos, 24 anni, un eritreo arrivato in Libia nell’aprile 2016 attraverso Sudan e Ciad, ha raccontato che i trasportatori hanno abbandonato un disabile nel deserto, poco dopo essere entrati in Libia diretti a Sabha. “Hanno gettato un uomo dal pick-up lasciandolo nel deserto. Era ancora vivo. Era un disabile”, racconta Paolos.
“Sono stato arrestato da una banda armata mentre stavo camminando per la strada a Tripoli”, racconta H.R., 30 anni dal Marocco: “Mi hanno portato in una prigione sotterranea e mi hanno detto di chiedere il riscatto alla mia famiglia. Mi hanno picchiato e ferito diverse volte con un coltello. Violentavano regolarmente gli uomini”.
“Un giorno, un gruppo di soldati è entrato nella nostra casa”, ricorda K.M., 27 anni, originaria della Costa d’Avorio. “Mi hanno picchiata e sono stata violentata davanti a mio fratello e mia figlia”. Ramya, un’eritrea di 22 anni, è stata stuprata più di una volta dai trafficanti che la tenevano prigioniera in un campo nei pressi di Ajdabya, nel nord-est della Libia, dove era entrata nel marzo 2015.
“Dopo aver bevuto alcool e fumato hashish, le guardie entravano e sceglievano le donne. Poi le portavano fuori. Loro cercavano di opporsi ma quando hai una pistola puntata alla testa, non hai altra scelta se vuoi sopravvivere. Mi hanno stuprata due o tre volte. Non volevo perdere la vita”.
Antoinette, 28 anni, proveniente dal Camerun, ha descritto i trafficanti che la tenevano prigioniera nel marzo di quest’anno: “Non gliene importa nulla se sei una donna o un bambino. Ci picchiano coi bastoni, sparano in aria per metterci paura… Avevo con me un bambino, forse per quello non mi hanno stuprata, ma l’hanno fatto alle donne incinte e a quelle che viaggiavano sole”.
“Abbiamo sentito storie di migranti che sono stati costretti a seppellire vivi degli amici perchè si erano fatti male e non potevano camminare e i trafficanti, non volendo fardelli, li hanno costretti a seppellire vive queste persone, chiaramente sotto la minaccia delle armi e i loro amici non hanno potuto fare altrimenti”, afferma Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim).
Storie di corpi cosparsi di benzina e dati alle fiamme. Bastonate sulle piante dei piedi fino a spaccarli. Lesioni alle gambe, alle braccia. Sevizie di ogni tipo. Cadaveri abbandonati come spazzatura per le strade.
“Noi dalla pelle nera, ci chiamano animali. E ci trattano da animali”, racconta un ragazzo eritreo di 16 anni che ha trascorso quasi un mese e mezzo in un centro di detenzione. Racconta don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia per la cooperazione e lo sviluppo: “Sono centinaia i profughi tenuti in condizioni di schiavitù a Kufra”, dove “sono costretti ai lavori forzati da uomini armati, che li costringono a maneggiare armamenti pesanti, pulire carri armati, senza cibo ne’ con un comunicato denunciava le inumane condizioni dei centri di detenzione libici dove, arbitrariamente, sono rinchiusi migranti, rifugiati e richiedenti asilo.
La scarsa ventilazione, il sovraffollamento e il trattamento degradante agito nei centri di detenzione a Tripoli e Misurata stanno provocando malnutrizione, malattie della pelle e delle vie respiratorie oltre a gravi problemi di salute mentale.
“In 40 anni di carriera non ho mai visto un orrore simile”, ha affermato il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, facendo riferimento ai racconti di torture e violenze di cui è accusato Osman Matammud, ritenuto il presunto aguzzino di un campo di raccolta migranti in Libia.
Gli orrori peggiori, durante i quali molti perdono la vita, raccontano di torture atroci come la cosiddetta “falaka”, effettuata colpendo le piante dei piedi con fruste o oggetti simili, che provocano ferite talmente profonde da impedire alle persone di camminare. E.I. 28 anni, dalla Nigeria, ha ancora i segni di indurimento della pelle perchè è stato costretto a continuare il viaggio trascinandosi sulle ginocchia. Vanno per la maggiore anche la tortura da film horror nota come sospensione “da macelleria”, appesi con i piedi in alto e la testa in basso o costretti ad assumere altre posizioni stressanti (ammanettamento, in piedi per un tempo prolungato).
Cartoline dall’inferno. Cartoline dalla Libia, dove trafficanti, generali e premier si arricchiscono o usano “politicamente” i disperati della terra.

(da “Huffingtonpost”)

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NOI DEL MOAS IN MARE DA TRE ANNI PER COLMARE LE LACUNE DELL’EUROPA

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

LA LETTERA DENUNCIA DI REGINA CATRAMBONE

Nonostante sia parte integrante della storia umana e appaia come una caratteristica insita del genere umano, adesso viene presentata come fosse una tragica novità .
Ogni giorno veniamo letteralmente inondati di notizie, più o meno veritiere, che affrontano il tema dei flussi migratori nel bacino del Mediterraneo.
Sono questi, infatti, quelli che ci riguardano più da vicino perchè vanno a toccare i nostri assetti socio-economici e destabilizzare le nostre politiche nazionali.
Senza andare troppo indietro nel tempo fino a risalire alle numerose dominazioni arrivate proprio dal Mar Mediterraneo, basta osservare gli ultimi decenni per capire che quanto stiamo vivendo oggi in termini di flussi migratori non è altro che la prevedibile intensificazione di una tendenza connaturata in quest’area geografica.
Il mare che separa Africa ed Europa da sempre unisce culture e civiltà  diverse che nel corso dei secoli si sono arricchite reciprocamente.
Quel tratto di mare da sempre viene percorso in una direzione e nell’altra, con la differenza che fino ad oggi troppo spesso gli spostamenti verso l’Africa sono serviti a instaurare regimi odiosi e sfruttare le risorse locali, mentre quelli che provengono dal continente africano rappresentano l’ultima speranza per chi non riesce più a sopravvivere nel proprio paese di origine.
Per me e la mia famiglia il punto di svolta è arrivato nell’estate 2013 quando, solcando in vacanza proprio la rotta fra Lampedusa e Tunisia, abbiamo visto una giacca beige probabilmente appartenuta ad una persona che non era arrivata a toccare la terraferma. Come molti, sapevamo dei naufragi e degli sbarchi sulle coste italiane ed eravamo consapevoli di quanto stesse accadendo in mare.
Davanti a quell’evidenza, abbiamo toccato con mano la realtà . Non potevamo più ignorare che le persone continuassero a morire per salvarsi. Dovevamo agire e dovevamo farlo al più presto.
Proprio da Lampedusa Papa Francesco ci esortava a evitare la globalizzazione dell’indifferenza che ci rende ciechi e sordi al dolore dei nostri fratelli e sorelle meno fortunati. Pochi mesi dopo il terribile naufragio del 3 ottobre 2013 con le immagini dei corpi riversi sulla sabbia immacolata ci motivò ulteriormente, così come l’appello del ministro degli Interni che chiedeva a società  civile e Stati membri dell’Ue di non abbandonare l’Italia di fronte alle sfide che l’aspettavano.
Nel frattempo fu avviata la missione militare e umanitaria Mare Nostrum, con cui avremmo collaborato fino al suo termine. Le persone morivano in mare e quindi avevamo bisogno di una nave con delle caratteristiche tali da garantire il salvataggio e il post-soccorso insieme al trasporto delle persone salvate sulla terraferma.
In Virginia, abbiamo trovato la Phoenix che ha subito vari rimessaggi per adattarla alla sua nuova missione ed equipaggiarla con tutto ciò che potesse servire per prestare assistenza, soccorso in mare e a bordo durante la traversata verso il porto di sbarco assegnato.
Convinti dell’uso positivo che si può fare della tecnologia, i droni sono diventati gli occhi del MOAS fino all’ottobre 2016, permettendoci di ampliare di diverse miglia la nostra visuale in area SAR e di condividere con l’MRCC di Roma i dettagli raccolti. Nella missione attualmente in corso partita ad aprile 2017, invece, stiamo usando un velivolo per il monitoraggio marittimo dotato della stessa tecnologia che ci fornisce un quadro più preciso sulla situazione in mare.
Abbiamo agito come società  civile e come famiglia che non accetta la tragica ed inutile eventualità  delle morti in mare. Sapevamo di agire per colmare una lacuna dovuta alla mancanza di politiche europee condivise ed efficaci.
Siamo stati felici di vedere che altre organizzazioni hanno poi seguito le nostre orme e abbiamo sperato che la nostra presenza in mare non fosse più necessaria perchè nessuno sarebbe più stato costretto ad affidarsi a trafficanti senza scrupoli per arrivare in Europa dopo viaggi infernali.
Purtroppo, non solo è aumentato il numero di persone ammassate su imbarcazioni fatiscenti insieme a quello di chi si trova bloccato in Libia fra violenze ed abusi, ma la solidarietà  stessa sembra essere diventata un crimine. Dopo mesi di turpiloquio mediatico e venti xenofobi che si sono abbattuti contro le organizzazioni umanitarie attive in mare e a terra, le uniche vere vittime sono ancora una volta persone vulnerabili e disperate che continuano a soffrire e a morire a terra e in mare.
La migrazione fa parte della storia umana e noi adesso ci troviamo di fronte a un momento di svolta in cui dobbiamo scegliere cosa consegnare alle future generazioni e come essere ricordarti dalla storia.
Vogliamo essere ricordati come coloro che lasciavano morire persone in fuga da guerre e povertà  estrema fra insulti o indifferenza?
O vogliamo riscoprire la nostra umanità  condivisa e iniziare un percorso a lungo termine che sradichi le cause stesse degli attuali flussi migratori, intervenendo nei paesi d’origine e integrando dignitosamente chi già  si trova in Europa?
Per noi di MOAS, nessuno merita di morire in mare e siamo orgogliosi di aver salvato oltre 40mila vite umane in 3 anni.

Regina Catrambone
co-fondatrice del Moas

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