Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
IL RIDICOLO DASPO URBANO E I CLOCHARD PORTATI DI FORZA IN OSPEDALE, SIAMO AL DELIRIO … I SANITARI: “NON C’ERA MOTIVO PER CONDURLI IN OSPEDALE, IMMEDIATAMENTE DIMESSI”
«Chi vive per strada è povero. Non è un criminale nè un malato».
La stoccata della Comunità di Sant’Egidio arriva al termine della prima giornata di applicazione, in città , delle misure anti degrado adottate dal Comune. Il cosiddetto Daspo urbano.
Lo scontro si è acceso su un intervento dei vigili del nucleo Centro Storico, quelli impegnati in prima linea nel monitoraggio anti degrado nelle zone della città considerate di interesse turistico, o degne di tutela per la presenza di scuole, musei o verde pubblico.
Succede tra via dei Cebà e largo delle Fucine, a Piccapietra. La pattuglia si imbatte in due clochard. Hanno entrambi 50 anni, quello che accade indigna Sant’Egidio e preoccupa l’ospedale Galliera.
In nome del decoro, gli agenti, si avvicinano ai due, non scatta nessun provvedimento di”espulsione” e nemmeno viene data loro una sanzione.
Ma i vigili chiamano un’ambulanza e li fanno accompagnare all’ospedale. Perchè? «Abbiamo ricevuto diverse segnalazioni da parte dei commercianti di Piccapietra sulla difficile convivenza con i clochard che si accampano notte e giorno in zona – ha spiegato l’assessore alla Sicurezza Stefano Garassino – si tratta comunque del salotto della città , non può essere anche un accampamento di senzatetto».
Entrambi i clochard vengono visitati, poi dimessi in pochi minuti.
Intanto lo scontro si accende, con la direzione sanitaria del Galliera che annuncia verifiche. «Sappiamo che due persone sono state accompagnate al pronto soccorso – ha detto Giuliano Lo Pinto, direttore sanitario del Galliera – Le loro condizioni non sembravano però giustificare l’accompagnamento in ospedale. Domani (oggi per chi legge, ndr) cercheremo di capire quanto accaduto, in caso chiederemo spiegazioni». Più dura la reazione della Comunità di Sant’Egidio. «I dormitori aperti durante l’inverno hanno chiuso lo scorso 31 marzo. Non ci sono bagni pubblici nè spogliatoi. Anche a chi vive per strada, che è povero e non malato, piacerebbe avere maggior decoro. Mandare via i poveri non è però la soluzione».
E’ l’ultimo capitolo (per ora) della gestione delirante della “sicurezza” della becerodestra leghista in città .
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
ERANO UNO SPRECO INSENSATO FINO A IERI, MA OGGI VIA LIBERA AL GRUPPO DI LEU DA PARTE DI FICO
Sembra ieri, e invece era appena il 29 marzo del 2013 quando sull’allora blog di Beppe Grillo il
MoVimento 5 Stelle bollava come uno spreco insensato la costituzione di un gruppo parlamentare in deroga ai regolamenti della Camera. All’epoca firmava il post l’onorevole Roberto Fico, oggi presidente della Camera:
Il regolamento della Camera ci dice che un gruppo di deputati inferiore al numero di 20 non può formare un gruppo parlamentare autonomo ma deve andare a comporre il gruppo misto. I componenti di “Fratelli d’Italia” sono 9. Durante la riunione dell’ufficio di presidenza il MoVimento 5 Stelle ha chiesto quanto costa la costituzione di questo gruppo, la risposta del questore è stata questa: “400.000 euro all’anno in più”. Dato che la costituzione di questo nuovo gruppo parlamentare aveva bisogno del voto dell’ufficio di presidenza andando in deroga al regolamento si è proceduto al voto.
Tutti i partiti, tutti, dal Pd al Pdl hanno votato a favore. Il M5S ha votato contro. Il risultato è che in deroga al regolamento della camera dei deputati si forma un nuovo gruppo parlamentare denominato “Fratelli d’Italia” composto da 9 deputati e che ci costerà 400.000 euro all’anno in più. Soprattutto in questo periodo ci sembra una spesa davvero inutile e assurda, degna della casta, lo abbiamo detto in tutti i modi durante la riunione di presidenza, ma niente!
O tempora! O mores!
Ieri invece l’Ufficio di presidenza di Montecitorio, proprio nella Camera oggi presieduta da Roberto Fico, ha dato il via libera a Liberi e uguali di costituire un gruppo autonomo.
LEU aveva chiesto la deroga, essendo solo in 14 deputati, mentre per regolamento ne servono almeno 20.
Fino ad oggi Leu era una componente del gruppo Misto.
L’Ufficio di presidenza ha concesso la deroga e quindi, d’ora in avanti, LEU sarà gruppo parlamentare a sè. Il voto è stato all’unanimità .
Quindi anche il MoVimento 5 Stelle ha dato l’ok.
D’altro canto, cosa volete che siano 400mila euro all’anno?
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
GIOVEDI’ SERA IN UN ALBERGO MILANESE CI SARANNO LA SARDONE, IL SINDACO DI SESTO DI STEFANO, IL LAZIALE PALOZZI E L’ASSESSORA VENETA DONAZZAN… TIRA LE FILA TOTI, MA SI GUARDA BENE DAL METTERCI LA FACCIA
«Forza Italia è pronta a fare una riflessione sui tanti voti persi?». Se lo chiede, lasciando la risposta aperta, Elena Donazzan. Lei è l’assessore al lavoro di Luca Zaia in Veneto, premiata alle ultime regionali da un diluvio di preferenze (oltre 22 mila) e tra i protagonisti della sollevazione dentro il partito azzurro.
Una sommossa che era incominciata, all’indomani delle elezioni, come un gruppo su Whatsapp tra i dissidenti.
Ora, però, gli azzurri arrabbiati cercano di fare rete, ragionare sul momento che vive il partito, darsi degli obiettivi.
Giovedì sera si incontreranno in un albergo milanese la consigliera regionale Silvia Sardone, il sindaco di Sesto San Giovanni Roberto Di Stefano,suo marito, l’ex consigliere lombardo Vittorio Pesato, il neo vicepresidente del consiglio regionale del Lazio Adriano Palozzi, oltre alla stessa Donazzan.
Chi non ci sarà , però, è Giovanni Toti. Il governatore ligure, a cui guardano molti dei malcontenti azzurri, nei giorni scorsi era intervenuto per dire: «In Forza Italia c’è poco spazio per il dibattito interno».
A dispetto delle sue perplessità sull’attuale gestione del partito, Toti però per il momento si limita ad osservare: «Condivido molte delle critiche e delle posizioni espresse dai miei colleghi. Però, io credo che al momento sia il caso di non lanciarsi in fughe in avanti che non si sa bene dove vadano a parare».
Alla fronda, aveva fatto da detonatore il caso di Silvia Sardone: consigliera comunale di Milano, oltre 11 mila preferenze alle regionali lombarde, era stata esclusa a sorpresa dalla giunta guidata dal leghista Attilio Fontana.
Oggi spiega che quello di giovedì sarà «un incontro tra persone che lavorano sul territorio e che fanno fatica a riconoscersi nel partito in cui hanno sempre militato». Perchè «ormai il merito sta trasformandosi in demerito, i nomi sono sempre calati dall’alto e primarie e congressi sembrano parolacce».
Primarie e congressi, però, Forza Italia non ne ha mai fatti: «Ma oggi in Lombardia il partito è al 14%. Quando era al 30, forse il problema si sentiva meno».
La pensa in modo simile anche Donazzan: «La Lombardia era la cassaforte di Forza Italia. Noi non vogliamo buttare via il patrimonio costruito in questi anni, non vogliamo andarcene. Ma vorremmo ragionare su come tornare a vincere». Per Vittorio Pesato, il problema sono state anche le liste elettorali: «Non sono sicuro che siano dipese in tutto e per tutto da Silvio Berlusconi». Ma neanche soltanto quelle: «Purtroppo, abbiamo smesso di parlare al nostro elettorato di riferimento, anche gli imprenditori guardano altrove».
Adriano Palozzi non drammatizza: «Perchè ci si stupisce che dentro un partito ci si parli? Credo che il nostro apporto sia un valore per Forza Italia, visto che siamo coloro che hanno conquistato piu consensi in Lazio, Veneto e Lombardia. Ecco, noi vogliamo continuare ad essere una valore per il nostro partito»
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
NON CI SONO SOLDI PER DAR CORSO AL PROGETTO DA 6 MILIARDI DOPO TANTI INTERVENTI PARZIALI E INUTILI
Scusate, ci siamo sbagliati. 
Il Veneto non avrà nessun sistema metropolitano di superficie in grado di collegare città economicamente di primo piano nel sistema produttivo italiano come Mestre, Padova, Vicenza e Treviso.
Il trasporto pubblico targato Regione alza bandiera bianca. Non ci sarà nessun orario cadenzato con treni ogni quarto d’ora. E neppure l’integrazione tra i convogli su rotaia, gli autobus e i parcheggi. I pendolari continueranno a prediligere l’auto e questo lembo iper-produttivo della pianura Padana continuerà ad avere gli stessi tassi di inquinamento.
Il de profundis di un progetto che è nato trent’anni fa e che da allora è stato accompagnato da innumerevoli dichiarazioni dei politici di turno, è stato cantato in consiglio regionale dall’assessore ai trasporti Elisa De Berti.
Non ci sono soldi per dar corso al progetto esecutivo del costo di quasi 6 miliardi di euro, bisogna accontentarsi del miliardo speso finora, per interventi parziali, alcuni dei quali inutili.
E così il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale, contraddistinto dall’acronimo Sfmr, finisce su un binario morto. Ciò che ne rimane, passa alla società Rfi, delle Ferrovie dello Stato, che (anche con un finanziamento della Regione) raddoppierà la Maerne-Castelfranco, costruirà un ponte sul Brenta e realizzerà altri interventi. Ma l’autonomia trasportistica veneta si è rivelata un libro dei sogni che ora viene chiuso.
L’avevano aperto nel 1988 il presidente veneto Carlo Bernini, democristiano doroteo (la cui carriera politica fu spazzata via da Tangentopoli), le Ferrovie dello Stato e il ministero dei Trasporti.
Aveva cominciato a sfogliarlo il successore di Bernini nel frattempo diventato ministro, quel Gianfranco Cremonese arrestato per mazzette nel ’92, che aveva inserito Sfmr nel piano regionale dei trasporti.
Il progetto esecutivo fu approvato nel 1999, quando governatore era diventato Giancarlo Galan (vittima illustre dello scandalo Mose), che nel 2009, quasi alla fine del suo regno in laguna, aveva benedetto l’acquisto di 24 treni Stadler Rail.
A causa di un ricorso al Tar il contratto fu poi siglato nel 2010, quando a Palazzo Balbi si era insediato il governatore leghista Luca Zaia.
Da allora sono trascorsi altri otto anni, ma del servizio di metropolitana di superficie neanche l’ombra.
Il costo preventivato era di 5,9 miliardi di euro. Ma come è stato speso il miliardo? Per realizzare sottopassi ferroviari, per eliminare passaggi a livello (66 sui 407 previsti), per realizzare nuovi parcheggi e nuove stazioni (9 su un totale di 37 indicate nel progetto), per acquistare i treni (solo 24 su un parco convogli preventivato di 120) e per adeguare le fermate (22 su 162).
In questo lungo arco di tempo le tratte ferroviarie vere e proprie sono state pochine. La principale è costituita dal raddoppio della pur strategica Mestre-Padova. C’è poi il doppio binario su un tratto della Padova-Castelfranco, oltre all’elettrificazione della linea Mira Buse-Mestre. Un quadro desolante.
L’assessore De Berti ha spiegato che servono 300 milioni per fare il nuovo piano della mobilità regionale. Che la fase 1 e 2 di Sfmr restano incomplete, mentre restano sulla carta (e lo resteranno per sempre) le fasi 3 e 4. In una parola, “procederemo con la politica del buonsenso”, il che significa accantonamento del progetto e politica dei piccoli passi.
“Il metrò del Veneto è stato ideato 30 anni fa, quando le risorse pubbliche erano illimitate, i 6 miliardi sono figli della Prima Repubblica. Se arriviamo con 28 anni di ritardo la colpa non è mia, nè di Zaia, ma dei tagli della finanza pubblica. Ora è giusto voltare pagina”.
Ha avuto buon gioco il capogruppo Pd, Stefano Fracasso, a girare il coltello nella piaga: “Qual è la strategia? Siamo una regione con tre aeroporti e un porto, ma senza un progetto per collegarli alla rete ferroviaria.
De Berti certifica il fallimento di una visione, la Lega non ha mai creduto nell’Sfmr e non le è mai interessato il progetto di integrazione metropolitana”.
Anzi, in questi anni un contenzioso con la società di progettazione Net Engeneering è rimasto a languire, finchè è stato raggiunto il compromesso di concedere alla società una fetta di progetti futuri per quasi 33 milioni di euro (Iva compresa), per sanare il debito passato. E se Zaia ha sottoscritto un accordo con Trenitalia per nuovi convogli, i 619 milioni di investimenti verranno spalmati da qui al 2032. Tre lustri.
“Serviva spendere 1 miliardo di euro per non mettere sui binari neppure un treno? E’ un altro fallimento della Regione”, ha chiesto il segretario regionale del Pd, Alessandro Bisato.
La maggioranza di centro-destra a trazione leghista non ha risposto. O meglio, il presidente della commissione Trasporti, Francesco Calzavara, della Lista Zaia, ha detto: “Il progetto Sfmr aveva visione ed è ancora attuale. Ma dove li troviamo questi sei miliardi? È stato avventato far credere che in pochi anni sarebbe stato realizzato”.
Ma chi l’ha fatto credere e chi ha marciato su un progetto che non sarà mai realizzato? Se lo sta chiedendo anche la Procura veneziana della Corte dei Conti che ha aperto un’inchiesta.
Quando la notizia è finita sui giornali, l’assessore De Biasi si è affrettata a dichiarare: “Abbiamo inviato gli atti alla Corte dei conti, come è consuetudine e prassi della Regione, nelle more dell’accordo con Engineering”.
La ricerca di responsabilità per i giudici contabili sarà molto ardua. Perchè i trent’anni del progetto Sfmr raccolgono la storia della politica veneta, nella sua evoluzione dal potere democristiano a quello di Forza Italia e, infine, a quello della Lega Nord-Liga Veneta.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
L’AUTORE DEI MESSAGGI MINATORI CHE PROMETTEVANO DI “FARLA PAGARE CARA” AL GIORNALISTA SAREBBE UN FUNZIONARIO LEGISLATIVO DEL M5S ALLA CAMERA CHE HA UTILIZZATO UN ACCOUNT FAKE
La settimana scorsa il conduttore di Report Sigfrido Ranucci era stato minacciato via Facebook durante la messa in onda di un servizio dedicato al Transumanesimo.
Le minacce provenivano da un account che sembrava legato al gruppo Facebook “Transumanisti a 5 Stelle” e che aveva come avatar il simbolo del partito di Beppe Grillo.
Ieri Ranucci ha rivelato qualcosa di più circa l’identità dell’anonimo attivista a 5 Stelle che si era molto arrabbiato per il contenuto del servizio sul Transumanesimo.
Durante la puntata di ieri di Report, dopo l’anteprima dedicata ai “furbetti del cartellino” Ranucci ha voluto parlare dei “furbetti del Web” e di Marcello Iuvenile, ovvero l’account che aveva scritto che avrebbe “distrutto Ranucci come giornalista” annunciando la fine della carriera del giornalista di RaiTre.
In una serie di post infuocati nei quali contestava il modo con cui Report aveva affrontato l’argomento del Transumanesimo il signor Iuvenile se la prendeva con il PD e con i giornalisti ancora “asserviti al vecchio governo”.
Ranucci è tornato ieri sulla questione spiegando che il profilo di “Marcello Iuvenile” era stato chiuso e che gli altri utenti di avevano immediatamente preso le distanze dal contenuto dei messaggi di minaccia.
Secondo altri utenti l’account di “Marcello Iuvenile” sarebbe però un fake e non corrisponderebbe ad una identità reale.
Il conduttore di Report ha anche rivelato di aver ricevuto informazioni da parte di altri utenti che sostengono che dietro il presunto account fake di Marcello Iuvenile si nasconderebbe in realtà un funzionario legislativo del Movimento Cinque Stelle alla Camera.
Ranucci dice di non sapere se l’informazione è vera o se invece l’account è stato “arbitrariamente usato da qualcun altro”.
L’invito che rivolge ad “alias Marcello Iuvenile” è quello di andare a fare le sue critiche (ma non le minacce) direttamente in trasmissione senza però nascondersi dietro un nome falso.
Già il giorno successivo alla pubblicazione dei messaggi minatori Ranucci aveva dichiarato a RaiNews che a preoccuparlo non era il contenuto dei post quando il fatto che provenissero da un «sedicente attivista del Movimento cinque stelle che evoca delle epurazioni, lo fa a nome del Movimento».
Il giornalista di Report aveva quindi rivolto una domanda a Luigi Di Maio: «Su questo aspetto mi piacerebbe conoscere la posizione di Di Maio, perchè se si appresta ad avere un ruolo istituzionale sarebbe interessante capire qual è la sua idea di libertà di stampa di fronte a una minaccia di questo tipo».
Se davvero “alias Marcello Iuvenile” è un funzionario legislativo del M5S alla Camera allora la richiesta di spiegazioni a Di Maio potrebbe avere un significato profondamente diverso.
Perchè se il Capo Politico del M5S non è tenuto a rispondere del comportamento di un singolo, presunto, attivista la questione cambia se quell’attivista è in realtà un funzionario legislativo del partito.
(da “NextQuotidiano”)
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