Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
DA’ UNA RICOSTRUZIONE DI PARTE AL FERIMENTO DEL CRONISTA, PICCHIATO ANCHE QUANDO ERA A TERRA COME DIMOSTRATO DAI VIDEO… UNA SERIE DI ERRORI INAMMISSIBILI CHE CONTRIBUISCONO SOLO AD ALIMENTARE LA TENSIONE.. OCCORRE PIU’ CERVELLO E MENO MANGANELLO
Alle 21,30 Genova è ancora in tensione dopo una giornata di scontri: un corteo di protesta sta dirigendosi verso la Questura per chiedere la liberazione di due fermati durante gli scontri tra antifascisti e forze dell’ordine al grido di “liberi, liberi”.
«Faremo un presidio pacifico finchè non li libereranno», è la decisione degli antagonisti dopo il faccia a faccia con la Digos. Via Brigate Partigiane è chiusa al traffico.
Dalle persone presenti al corteo arrivato davanti alla questura sono stati mostrati e buttati a terra un centinaio di lacrimogeni sparati dalla polizia durante gli sconti del pomeriggio.
Il Questore va in ospedale a visitare il giornalista Origone: “Gli ho chiesto scusa a nome della Polizia”
«Con Origone (il giornalista di Repubblica rimasto ferito – ndr) ho chiarito la dinamica. E’ stata un’operazione convulsa. Mi sono scusato con lui», ha aggiunto Ciarambino.
Poi una versione che non corrisponde alla realtà mostrata dai video: «Origone era vicino a una persona fermata che stavamo portando via, c’è stato un tentativo da parte dei manifestanti di sottrarlo alla polizia ed è partita una carica, Origone non si è accorto in tempo della carica, è caduto e ha preso qualche colpo» (frattura delle dita e ematoma al torace)
Il comunicato della redazione di Repubblica
Il Cdr di Repubblica condanna fermamente il violento pestaggio da parte della polizia di cui è stato vittima il collega della redazione di Genova Stefano Origone, e pretende che il capo della Polizia e il ministro dell’Interno facciano piena luce sull’accaduto individuando e sanzionando i responsabili di un’azione inaccettabile in un Paese democratico. Stefano non è stato vittima di un colpo sfuggito per sbaglio, è stato preso deliberatamente e ripetutamente a manganellate mentre stava svolgendo il suo lavoro di cronista al seguito della manifestazione degli antagonisti. Ed è stato soccorso solo grazie all’intervento di un ispettore della Questura, che lo conosceva personalmente.
Tutti i giornalisti di Repubblica abbracciano Stefano augurandogli di riprendersi nel più breve tempo possibile, e confidano di riaverlo al loro fianco per continuare a svolgere il compito di informare i lettori.
Le valutazioni del Questore
Giusto quando il questore dice che “non si vietano comizi in campagna elettorale», basta avere l’intelligenza di imporre di farli altrove, non in centro città .
O “per motivi di ordine pubblico” imporre un luogo chiuso, requisendo anche una sala pubblica: per 30 persone presenti ha avuto forse senso creare un “fortino” in centro città che se fosse stato attaccato con molotov ci scappavano decine di morti anche tra le forze dell’ordine?
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
CITTA’ NEL CAOS PER IL COMIZIO DI CASAPOUND: CENTINAIA DI AGENTI, DUEMILA MANIFESTANTI, TRENTA AL COMIZIO, FERITO DALLA POLIZIA ANCHE UN GIORNALISTA… UNA GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO INADEGUATA
Manganellate e fumogeni contro i tentativi degli antagonisti di sfondare la zona rossa posta a
difesa di piazza Marsala dove era in programma il comizio di Casapound.
Stefano Origone, cronista di Repubblica che stava seguendo fin dall’inizio il presidio all’inizio di via Assarotti è stato investito da un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. Come ha raccontato lui stesso è stato ripetutamente colpito con manganellate e a calci anche quando è caduto a terra e ha urlato “Sono un giornalista”: solo l’intervento di un ispettore della Questura di Genova che lo conosce personalmente ha interrotto l’incredibile pestaggio. Secondo le prime informazioni raccolte ha due dita rotte ad una mano e contusioni ed ecchimosi sulla testa e su tutto il corpo.
Tutto evitabile, ma tutto secondo la regia prevista.
1) CasaPound aveva diritto, in base alla legge elettorale, a fare la sua manifestazione: la sinistra che ora si scandalizza aveva tutti gli strumenti per chiederne da anni lo scioglimento e non l’ha mai fatto.
2) La soluzione era semplice e nei poteri del prefetto: spostare la riunione in un luogo al chiuso (come in precedenti occasioni) e non sarebbe successo nulla.
3) Occorre chiedersi perchè non è stato fatto e si è preferito forzare la mano: è evidente che l’ordine è arrivato dal Viminale.
Quanto è costato alla comunità genovese questa “prova di forza”? Oltre 300 agenti dei reparti mobili fatti convergere su Genova, traffico nel caos, disordini, attacchi dei manifestanti, manganellate persino a giornalisti, ambulanze a sirene spiegate, feriti, centro città militarizzato, danni al commercio tanto caro al centrodestra di Toti e Bucci.
4) L’area del comizio impacchettata da alari è senza senso: vi immaginate se i contestatori avessero fatto piovere una ventina di molotov nel piccolo quadrilatero e fossero andati a fuoco i mezzi della polizia con le uscite bloccate?
5) La polizia avrebbe dovuto difendere semplicemente l’area interdetta evitando di fare cariche fuori zona, usando gli idranti come fa persino Orban in Ungheria.
Se l’ordine dall’alto è dare manganellate a chi dissente è la fine della democrazia e produce solo l’effetto di far odiare le forze dell’ordine e di far iniziare un periodo buio che chi ha qualche anno ancora ricorda, quello del terrorismo.
Oggi qualcuno a Genova ha cercato il morto?
Questa è la domanda che i media e gli italiani dovrebbero cominciare a porsi.
Avanti così ed è solo questione di tempo.
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
CENE DA 13,500 EURO E 230 BOTTIGLIE DI CHAMPAGNE
Solo il tempo potrà chiarire se la cacciata dal governo di Vienna del vicecancelliere Heinz-Christian Strache si sarà rivelata una tempesta destinata a produrre i suoi effetti collaterali giusto tra i confini austriaci oppure se, al contrario, l’apparentemente innocuo tavolino di una lussuosa villa di Ibiza – tutto imbandito di champagne e vodka di primissima scelta – sarà ricordato come l’incredibile incubatore dei più oscuri presagi destinati all’universo sovranista del Vecchio Continente.
L’unica certezza – confermata dalla storiaccia dello Strache attirato da una sedicente nipote di un oligarca russo in una trappola talmente comoda da fargli scappare la promessa di favori e appalti pubblici in cambio di finanziamenti illeciti per il suo partito – è che il demone del lusso sfrenato, quando si trova in presenza dei leader sovranisti, riesce spesso a trovare terreno fertile.
Troppo facile sarebbe tirare in ballo Donald Trump, nume tutelare dei fanatici del lusso già dagli anni Novanta, quando la sua fama di ricco per antonomasia gli faceva guadagnare particine e camei in film e serie tv dove interpretava, per l’appunto, se stesso nella parte del miliardario di professione.
«Signor Trump, lei dal vivo sembra ancora più ricco», lo salutava la cugina di Willy il principe di Bel Air nell’omonimo telefilm, nella puntata in cui «The Donald» trattava l’acquisto di una lussuosa villa di Los Angeles.
Decisamente meno «fiction», nell’epoca in cui Trump è il vero presidente degli Stati Uniti, il partito dei sovranisti col Rolex, finora rimasti chissà come al riparo dalla vulgata che vuole il lusso, in particolare quello sfrenato, appannaggio della sinistra da bere, dei radical chic, degli europeisti incalliti, magari foraggiati dalle banche, dai poteri forti, dai mecenati alla Soros.
Grattando quella leggera patina retorica di chi predica «tutto al popolo sovrano» e agli stati-nazione, vengono fuori alberghi di lusso, champagne a fiumi, pesce crudo, vodka di qualità , come quella che ha stordito il leader sovranista austriaco Strache.
L’ideologo del populismo mondiale Steve Bannon, in questi giorni di stanza a Parigi, non è riuscito a fare a meno dei cuscini soffici dell’hotel Bristol, dove la stanza più scarsa (e lui non ha scelto la più scarsa) costa 1.200 euro a notte.
E che dire dell’astice servito subito dopo un impeccabile assiette di formaggi francesi a chilometro zero scelto qualche tempo fa dal partito di Marine Le Pen per una cena da 400 euro a testa al costosissimo Ledoyen di Parigi, alla quale secondo il settimanale Le Canard enchainè avrebbe partecipato (ma lui ha smentito) anche Matteo Salvini.
Tra le spese rendicontate del gruppo dei sovranisti a Bruxelles, che si chiama «Europa per le Nazioni e la Libertà », sono spuntate l’anno scorso una cena di Natale da 13.500 euro e 230 bottiglie di champagne, oltre a un numero imprecisato di cene e cenette in cui il piatto più salato era sempre il conto.
E non sarà un caso nemmeno se, volgendo l’occhio al populismo dell’Est, l’accusa principale rivolta in patria a Viktor Orbà¡n è quella di essere una «cleptocrazia».
Certo, forse le «pazzie» natalizie meritano un’indulgenza particolare. Che però non venne concessa, in Italia, all’ideologo del populismo (col Rolex) nostrano, Beppe Grillo, nell’anno 2016. «Voglio farvi gli auguri di Natale con un testo di Goffredo Parise, s’intitola Il rimedio è la povertà . È un po’ lungo ma ne vale la pena», scriveva il garante del M5S sul suo blog.
Il tempo di arrivare alla parte del testo in cui Parise evidenziava che «povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione (mentre) superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”» che Grillo stava festeggiando il capodanno.
Su un eremo francescano? No, a Malindi.
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI FA FINTA DI NON CONOSCERE QUELLA FRONTIERA DA CUI ARRIVANO OGNI ANNO ALMENO 5.000 IMMIGRATI IRREGOLARI
I porti chiusi di Salvini sono una specie di bluff, ma la rotta del Mediterraneo Centrale non è
l’unica utilizzata dai migranti per entrare in Europa.
C’è ad esempio la cosiddetta “Western Balkan Route“, la via dei Balcani che attraversa da Sud a Nord tutti i paesi dell’ex Jugoslavia per arrivare alle porte dell’Unione Europea: principalmente Croazia e Slovenia e in misura minore l’Ungheria.
A differenza di quanto accade al largo delle coste della Sicilia e nel tratto di mare tra Italia e Libia poco si sa però sui flussi migratori che transitano vicino alla frontiera orientale italiana.
Eppure i migranti entrano anche da lì. Salvini però ne parla poco, anche perchè dal maggio del 2018 il Friuli-Venezia Giulia è governato dal Centrodestra e il presidente è Massimiliano Fedriga, uno dei fedelissimi del vicepremier leghista.
Sicuramente i numeri sono diversi, e senza dubbio si tratta di una rotta meno battuta. Ma da qualche tempo le colline del Carso hanno visto aumentare il transito dei migranti.
Lo denunciava già ad agosto del 2018 l’associazione SOS Carso, un’associazione di volontari che si occupa di tenere pulite le doline della Val Rosandra, proprio al confine con la Slovenia.
La valle è infatti il terminale d’arrivo della rotta dei Balcani e ultimamente SOS Carso ha iniziato a trovare un sempre maggiore numero di indumenti laceri e documenti abbandonati dai migranti che entrano — illegalmente — nel nostro Paese.
Scarpe, maglioni, giubbotti in quantità tali da riempire decine di sacchi neri, in alcuni casi anche zainetti abbandonati con mele o bottigliette d’acqua. Tutto materiale abbandonato dai migranti non appena valicato il confine.
La Rotta Balcanica è attiva ma nei documenti ufficiali del Governo — ad esempio sul cruscotto statistico giornaliero del Viminale — non c’è traccia di questi arrivi.
Eppure tra luglio e agosto dello scorso anno sono stati intercettati 450 migranti che dalla Slovenia stavano entrando in Italia. Il flusso complessivo della rotta balcanica è minore rispetto a quello marittimo tra Italia e Libia ma basta pensare a quello che dice e che minaccia di fare Salvini quando stanno per sbarcare trenta o quaranta migranti per renderci conto che qualcosa non va.
I tentativi di accesso sono frequenti, e altrettanto lo sono i “respingimenti”, che però vengono chiamati “riammissioni” perchè i migranti vengono riaccompagnati in Slovenia. Di nuovo: quando una cosa del genere accade nel senso opposto al confine italo-francese di Ventimiglia si grida al complotto.
Sul fronte orientale invece le cose si fanno più silenziosamente, vuoi perchè in Slovenia non c’è ancora un Salvini che si lamenta che gli rimandano indietro gli immigrati.
Quella che arriva a Trieste passando per Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina è una rotta “antica” che esiste da decenni. Negli ultimi anni il traffico di migranti era rallentato, vuoi perchè la rotta mediterranea aveva preso il sopravvento vuoi perchè l’allargamento ad Est dell’Unione Europea ha spostato le frontiere esterne della UE delegando di fatto la sorveglianza dei nuovi confini europei ai nuovi stati membri.
Al momento però il Viminale non rende noti i dati degli ingressi dal confine della regione governata dalla Lega. Motivo per cui qualche giorno fa la deputata PD — ed ex presidente del FVG — Debora Serracchiani ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno per chiedere «quanti siano gli arrivi provenienti dal confine sloveno dal 1 gennaio 2019 al 20 maggio 2019, con quale variazione rispetto al 2018, e se sia stimato il numero dei transiti che sfuggono a ogni controllo».
Appena fuori dalle frontiere UE, in Bosnia-Erzegovina il numero dei migranti arrivati è in aumento ed è solo questione di tempo prima che si spostino più a Nord nel tentativo di entrare in Europa.
A Febbraio il sottosegretario agli Interni Nicola Molteni si era recato proprio a Trieste dove aveva promesso un potenziamento dei controlli al confine. L’assessore regionale alla Sicurezza del FVG Pierpaolo Roberti spiegava che grazie che la presenza di clandestini, allo stato attuale, è di poco più di 4mila”
È davvero il momento che Salvini inizi a fare chiarezza.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
SLOGAN SENZA FONDAMENTO: LA UE NON HA MAI MESSO AL BANDO I FORNI A LEGNA, SOLITE PALLE SOVRANISTE
Giorgia Meloni rispolvera tutti i classici della chiacchiera sull’Europa Matrigna: “Ci facciamo dire come cuocere la pizza nel forno a legna da gente che mediamente si mangia la pasta scotta col ketchup”.
La balla dei forni a legna e dell’Europa gira da almeno 20 anni ed è stata smentita di nuovo l’anno scorso:
Tempo fa veniva diffusa a gran voce la notizia (poi rivelatasi infondata) della messa al bando dei forni a legna da parte della Commissione Europea. I motivi sarebbero stati di tipo igienico sanitari. Peccato però che la stessa Commissione confermò l’infondatezza delle notizie diffuse in Italia dalla stampa e da altri mezzi di informazione, Internet in primis: la legislazione europea in materia di igiene riguardante i sistemi tradizionali di cottura della pizza era contenuta nella direttiva 93/43/CEE del Consiglio, del 14 giugno 1993, sull’igiene dei prodotti alimentari (oggi sostituita dal cosiddetto “pacchetto igiene”: Regolamenti (CE) 852, 853, 854, 882/2004, e Direttiva 2002/99).
Questa direttiva non stabiliva alcuna disposizione relativa al divieto dei forni a legna utilizzati nelle pizzerie. C’è di più: la direttiva non menzionava affatto i forni, più semplicemente conteneva principi molto generali in materia di igiene dei prodotti alimentari.
Una volta superata la questione igienico sanitaria (infatti tramite il raggiungimento di altissime temperature, si assicura la distruzione dei microrganismi patogeni, delle spore e delle tossine) è stata la volta della questione ambientale, affrontata nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 8 marzo 2002: “Disciplina delle caratteristiche merceologiche dei combustibili aventi rilevanza ai fini dell’inquinamento atmosferico, nonchè delle caratteristiche tecnologiche degli impianti di combustione”.
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LACTALIS INTERESSATA AD ACQUISTARE LA NUOVA CASTELLI, PARTE LA PARANOIA DELLA DIFESA DEL MARCHIO ITALIANO, MA SONO 5 ANNI CHE L’AZIENDA E’ PROPRIETA’ DI UN FONDO BRITANNICO E NESSUNO HA MAI PROTESTATO
La difesa del made in Italy a targhe alterne. Nelle ultime ore si è alzata la preoccupazione per il
forte interesse dell’azienda francese Lactalis nei confronti dell’italianissimo Parmigiano Reggiano.
Il formaggio dop, uno dei più amati in tutto il mondo, potrebbe finire nelle mani transalpine. Da molti questa mossa è considerata un’onta: come è stato possibile non riuscire a tutelare un marchio così importante che, ora, potrebbe diventare di proprietà dei tanto ‘odiati’ cugini d’Oltralpe?
Un’indignazione che, però, non fa i conti con la realtà : la Nuova Castelli (l’azienda leader nella distribuzione dei formaggi Dop italiani e principale esportatore di Parmigiano Reggiano) è stata acquisita da un fondo inglese ben cinque anni fa.
L’80% del capitale sociale di Nuova Castelli, infatti, appartiene al fondo di private equity inglese Charterhouse Capital, ormai da cinque anni.
Insomma, le mani straniere sul Parmigiano Reggiano già ci sono dal lontano 2014, ma nessuno ha alzato barricate prima della notizia dell’offerta — l’unica reale e sostanziosa — da parte di Lactalis.
Inoltre, la gigantesca multinazionale francese negli anni ha già messo piede (e mani) in Italia acquisendo (e salvando) grandi marchi nostrani come Parmalat, Galbani, Invernizzi, Locatelli e Cadermatori.
Sul fronte italiano, inoltre, oltre a un’iniziale interessamento paventato da Granarolo — che poi si è tirata fuori dalla corsa — nessuna altra azienda ha mostrato un interesse concreto per l’acquisizione di Nuova Castelli e, di conseguenza, del Parmigiano Reggiano.
Lactalis, invece, avrebbe presentato al fondo inglese, proprietario dell’80% dell’azienda italiana dal 2014, un’offerta che sfiorerebbe i sei miliardi di euro.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI NON SPENDE UNA PAROLA, LA MELONI E’ IMPEGNATA A FARE SELFIE CON I RIFIUTI SUL TEVERE… FORSE PERCHE’ QUELLA DISCOTECA DOVE E’ AVVENUTO IL FATTO E’ NOTA PER ESSERE FREQUENTATA DAI RAMPOLLI DELLA ROMA-BENE E LA VITTIMA E’ DI COLORE?
Una ragazza di 21 anni ha denunciato di essere stata stuprata da tre persone nella notte tra sabato e domenica nel piazzale antistante al Factory, una delle più note discoteche romane.
La ragazza, che è stata soccorsa dal titolare della discoteca e dal fratello, ha raccontato di essere stata violentata da un ragazzo conosciuto all’interno del locale e da altri due amici. Dopo averla stuprata i tre si sono dati alla fuga.
Curiosamente però il Ministro dell’Interno Matteo Salvini — che come sappiamo riceve ogni mattina il rapporto dei crimini commessi e delle operazioni di polizia — non ha detto nulla.
Per questa volta Salvini non parla di castrazione chimica per i colpevoli
Forse il titolare del Viminale si è distratto, oggi è a Palermo per la giornata del ricordo della strage di Capaci, però il dubbio che il motivo sia un altro viene.
La ragazza violentata infatti è di origine etiope. Ed è questo particolare che forse ha bloccato la mano di molti sovranisti famosi che ogni volta che un negro stupra una donna bianca sono sempre in prima linea a chiedere la castrazione chimica o altre pene medievali. Questa volta invece nulla.
Della nazionalità dei presunti violentatori non si sa nulla, potrebbero essere italiani, considerando che la discoteca è nota per essere frequentata dai rampolli della Roma-ben
Inutile ricordare che tutte le volte che il violentatore è straniero, meglio se africano, Salvini non si fa problemi a parlarne o a farne il nome. Ma quando si è trattato di parlare dello stupro per il quale erano stati denunciati un consigliere e un attivista di CasaPound Salvini si è guardato bene dal dire di quale stupro parlava.
Per la ragazza etiope violentata — sul suo corpo in ospedale sono stati trovate tracce compatibili con una violenza sessuale — Salvini non ha trovato il tempo per fare un piccolo post, un tweet, nulla. Ma non è l’unico a stare zitto.
Tace Giorgia Meloni, impegnata invece in un tour del “degrado” romano a base di frigoriferi abbandonati sulle sponde del Tevere nelle baraccopoli dove vivono i poveri cristi.
Eppure forse è più grave il fatto che una donna venga violentata della presenza di rifiuti ammassati a Roma. Questione di priorità , in quelle zone vivono barboni, in discoteca le cose cambiano.
E non c’è nemmeno bisogno di dire che il problema non è la discoteca. Il problema è che questo stupro non può essere usato per fare campagna elettorale.
Perchè il silenzio sullo stupro di Roma, che se a commetterlo fossero stati i neri o gli zingari avremmo già la gente con le fiaccole per strada, le ruspe nei campi Rom e un paio di decreti di espulsione pronti (inutili, perchè prima si va a processo), al momento non esiste.
E non esiste perchè la vittima non è abbastanza italiana anche se vive in Italia da 15 anni. Uno stupro è uno stupro ed è un crimine orribile, a prescindere che a commetterlo siano bianchi o neri.
Eppure Salvini di questo stupro non parla. Come mai?
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
EX ISPETTORE DI POLIZIA E UN AGENTE IN SERVIZIO ARRESTATI PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA A FAVORIRLA… TANGENTE DI 3.000 EURO PER OTTENERE I PERMESSI
C’erano anche un ex ispettore della Polizia di Stato e un poliziotto ancora in servizio tra i
membri dell’associazione a delinquere finalizzata a favorire l’immigrazione clandestina sgominata dalla Guardia di Finanza di Napoli nell’ambito di indagini della Dda partenopea. Sette gli arresti. Ad alcuni indagati si contesta anche il reato di corruzione di pubblici ufficiali.
“Ne abbiamo fatto entrare a migliaia“. Questa una delle intercettazioni fatte nel corso dell’indagine contro la banda di cui facevano parte poliziotti e cittadini extracomunitari.
Sono state compiute numerose perquisizioni durante le quali è stata anche trovata una agendina nella quale era annotato un tariffario.
Secondo l’accusa, vi erano indicate le cifre che i poliziotti percepivano da alcuni immigrati facenti parte dell’organizzazione che, suddivisi per nazionalità (tunisina, algerina eccetera), raccoglievano le richieste e poi corrompevano gli agenti per ottenere autorizzazioni.
Gli importi di denaro nel “tariffario” erano compresi tra i 50 euro richiesti per una semplice informazione sullo stato della pratica e i 3mila euro circa necessari per “aggiustare” il conseguimento dei permessi di soggiorno.
Dalle indagini risulta inoltre che l’intermediario era Vincenzo Spinosa, ex ispettore della Polizia di Stato già in servizio presso l’Ufficio immigrazione della Questura di Napoli, che fungeva da trait d’union tra un folto gruppo di intermediari esterni all’Ufficio Immigrazione, sia italiani (tra i quali un avvocato e un commercialista) che extracomunitari, grazie ai quali raccoglieva le diverse istanze di soggiorno dai richiedenti stranieri, e i pubblici ufficiali interni al medesimo Ufficio i quali, di volta in volta, davano indicazioni sugli adempimenti da svolgere e fornivano i suggerimenti necessari alla soluzione dei problemi.
Per comunicare lo stato di avanzamento di ciascuna pratica i componenti dell’organizzazione si scambiavano, via telefono, appositi codici alfanumerici convenzionalmente assegnati a ciascun fascicolo.
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LA GAFFE DEL MINISTRO SU FB ANALOGO A QUELLA DI TOTI: ALTRO CHE EDUCAZIONE CIVICA NELLE SCUOLE, MEGLIO POTENZIARE LA CONOSCENZA DELLA GEOGRAFIA
Era l’aprile del 2015, e Giovanni Toti, quasi pronto a ricevere l’investitura come candidato alle elezioni regionali in Liguria (che poi avrebbe vinto, diventando governatore), aveva lasciato intendere in televisione (era ospite della trasmissione “Agorà “) di credere che Novi Ligure fosse in Liguria.
Quattro anni dopo, nello stesso errore è caduto anche il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, anche lui evidentemente tratto in inganno dalla parola “ligure” che caratterizza il nome della cittadina. Che si trova in realtà in Piemonte, in provincia di Alessandria.
Siamo di nuovo in periodo di elezioni, e in un post pubblicato sulla sua pagina ufficiale su Facebook intorno alle 9, il segretario del Carroccio ha dato appuntamento ai sostenitori «oggi in Sicilia e Piemonte, domani in Piemonte e Liguria»: nell’elenco delle località dove avrebbe tenuto i comizi, però, di liguri non ce n’era neanche una. Solo Novi Ligure, appunto, da cui è probabile che si sia generato l’errore.
Passano poche ore, e fra le centinaia di commenti, incominciano a spuntare quelli di chi fa notare che Novi non è in Liguria, che sarebbe il caso di studiare la geografia e di chi domanda «ma in Liguria dove?».
Evidentemente, lo staff di Salvini si accorge dello sbaglio, e corregge il post: «Amici, oggi Sicilia e Piemonte, domani Piemonte ed Emilia». Chissà se adesso il ministro proverà a cavarsela come all’epoca fece Toti, proponendo di rinominarla Novi Piemontese…
(da “Il Secolo XIX”)
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