Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
“LE PEN, STRACHE, SALVINI, WILDERS, FARAGE: PRENDONO TUTTI SOLDI DALLA RUSSIA, DICO QUELLO CHE MOLTI ITALIANI PENSANO”
Guy Verhofstadt denuncia il complotto guidato da Mosca per distruggere l’Europa. La mano di
questa cospirazione sono i sovranisti, con la Lega in Italia.
In un’intervista alla Stampa il leader dei liberali dell’Alde, ex premier belga, lancia accuse precise alla Lega e a Matteo Salvini, a cui già in passato ha chiesto un confronto per un chiarimento sui suoi rapporti con la Russia.
“Dietro la coalizione dei partiti sovranisti c’è un piano diabolico, una cospirazione del Cremlino per destabilizzare l’Unione Europea. Mosca vuole indebolirla. E se possibile distruggerla. Tutti, direttamente o indirettamente, ricevono del denaro dalla Russia. Le Pen, Strache, Salvini, Wilders, Farage: tutti sono in qualche modo legati a Putin. E dunque stanno cercando di mettere in pratica il suo disegno”
Verhofstadt è impegnato insieme a Emmanuel Macron a costruire un nuovo gruppo di centro all’Europarlamento. In questi giorni ha punzecchiato più volte Matteo Salvini, chiedendo un confronto pubblico. “Non ha il coraggio”.
Il leader dell’Alde afferma di essere critico sull’attuale Unione Europea al pari dei sovranisti, ma con ricette opposte alle loro, che puntano a indebolire il progetto europeo.
“Perchè sono dei burattini nelle mani di Putin” dice. Burattino è il termine che Verhofstadt usò per il premier Giuseppe Conte: “Credo di aver detto ciò che molti italiani pensano” aggiunge parlando con la Stampa.
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
UN AUDIO IMBARAZZANTE DOVE AFFERMEREBBE “SPARIAMO UN COLPO IN FRONTE A TUTTI”… LUI ORA NEGA MA HA GIA’ IL PRECEDENTE DI UNA DICHIARAZIONE DOVE INVITAVA AD “ACCOPPARE GIUDICI E AVVOCATI”
Un audio attribuito al candidato sindaco della Lega a Casalgrande Villiam Rinaldi movimenta la campagna elettorale.
Nella registrazione, che secondo Rinaldi è un’imitazione, lui direbbe di essere “quasi convinto di una cosa, che per togliere la sinistra bisogna che prendiamo in mano le armi, e io ne ho tante”. E prosegue: “Poi gli spariamo un colpo in fronte a testa”, precisando che “per accoppare i comunisti e toglierli dalla faccia della terra bisogna sparare a tutti”.
In questi audio, che il sito web reggiano 24emilia attribuisce a Rinaldi, si sente il candidato dire “sono quasi convinto di una cosa, che per togliere la sinistra bisogna che prendiamo in mano le armi, e io ne ho tante”. E prosegue: “Poi gli spariamo un colpo in fronte a testa”, precisando che “per accoppare i comunisti e toglierli dalla faccia della terra bisogna sparare a tutti”.
Rinaldi aveva già suscitato polemiche, nei mesi scorsi, per aver pubblicato sui suoi social post commenti razzisti e addirittura una dichiarazione nella quale invita ad “accoppare” giudici e avvocati, chiedendone la pena di morte.
“Il ministro dell’interno Matteo Salvini, responsabile della sicurezza e dell’ordine pubblico, avrà modo di esprimere un parere sul candidato sindaco di Casalgrande, cittadina della civile terra d’Emilia?”, chiede polemicamente Andrea Rossi, deputato Pd.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
DI MAIO RESPINGE LA PROPOSTA DI SALVINI DI ABOLIRE L’ABUSO D’UFFICIO CHE TANTO COMODO FAREBBE AL GOVERNATORE LEGHISTA FONTANA
Sulla giustizia si apre l’ennesimo fronte tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il ministro
dell?interno infatti, ospite di Porta a porta su Rai Uno, ha proposto di abolire il reato di abuso d’ufficio: “Non posso bloccare 8000 sindaci per la paura che uno possa essere indagato – ha affermato -. Ci sono sindaci che non firmano niente per paura di essere indagati”.
Pronta è arrivata la risposta di Di Maio: “Qualcuno vuole abolire il reato di abuso d’ufficio ma io non voglio tornare indietro ai podestà che facevano quello che volevano – ha spiegato -. Chi vuole farlo troverà in noi un muro”.
La querelle si è riaperta in mattinata con Salvini che ha rilanciato a Radio anch’io: “Io voglio scommettere sulla buona fede degli italiani, degli imprenditori, degli artigiani, dei sindaci. Abbiamo una burocrazia e una paura di firmare atti, aprire cantieri”, ha spiegato.
Ancora una volta il collega di governo ha chiuso la porta. L’abuso di ufficio ”è un reato in cui cade spesso chi amministra, è vero, ma se un sindaco agisce onestamente non ha nulla da temere. Non è togliendo un reato che sistemi le cose. Il prossimo passo quale sarà ? Che per evitare di far dimettere un sottosegretario togliamo il reato di corruzione? Sia chiara una cosa, per noi il governo va avanti, ma a un patto: più lavoro e meno stronzate!”. Ha scritto su Facebook, Luigi Di Maio.
Voler togliere questo reato ”è forse un modo per chiedere il voto ai condannati o per salvare qualche amico governatore?”, ha attaccato.
“Il reato di abuso d’ufficio esiste quando un incaricato di pubblico servizio, un dirigente o un politico ad esempio, nello svolgimento delle sue funzioni fa qualcosa che, intenzionalmente, procura a sè o ad altre persone a lui vicine un vantaggio ingiusto, arrecando ad altri dunque un danno. Volete un esempio? Un sindaco, un ministro, un presidente di Regione o un qualsiasi altro dirigente pubblico che fa assumere sua figlia per chiamata diretta, invece di convocare una selezione pubblica e dare a tutti la possibilità di ambire a quel posto di lavoro”, ha scritto Di Maio nel post, nel quale ha sottolineato: “Ora, vedete come vanno le cose? Io dovrei stare zitto davanti a queste affermazioni? Dovrei stare zitto davanti a chi apre ai raccomandati, a chi chiude le porte al merito, a chi favorisce qualcuno solo perchè ha avuto qualcosa in cambio? E poi ci lamentiamo dei cervelli in fuga e dei nostri ragazzi che devono espatriare per cercare un lavoro? Ma per favore…”.
“Il colmo è che, se parlo, qualcuno fa la vittima e dice che insultiamo; se non parlo però siamo conniventi. Ma di fronte a questa stupidaggine io non posso tacere. Chi l’ha detto stavolta ha toppato alla grande”, ha concluso.
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LA SCUSA RIDICOLA: “RENDE DIFFICILE IL RICONOSCIMENTO”…AL PROSSIMO CARNEVALE FINIRA’ CHE DENUNCIANO DECINE DI MIGLIAIA DI BAMBINI
Ormai sembriamo la Turchia di Erdogan. Messo in discussione anche il Carnevale. Infatti sono stati identificati gli Zorro che a Bari due sere fa hanno inscenato la protesta contro il ministro dell’Interno, Matteo Salvini.
Lo racconta su Repubblica Bari, Chiara Spagnolo. La scelta di manifestare goliardicamente con le maschere ha portato decine di persone al limite dell’illecito penale, considerato che partecipare a un corteo con il volto coperto, “in modo da rendere difficoltoso il riconoscimento “, è reato.
Se scatteranno le denunce è presto per dirlo, perchè l’ondata di proteste contro il vicepremier che sta attraversando l’Italia e martedì ha toccato anche la Puglia (oltre a Bari, gli Zorro si sono presentati anche a Lecce, Ostuni e Gioia del Colle) ha assunto il giustiziere mascherato come propria icona e una pioggia di denunce contro chi si maschera surriscalderebbe ulteriormente un clima già teso.
Per ora, di sicuro c’è che saranno denunciati coloro che nei cortei hanno alzato manifesti o appeso striscioni offensivi.
La Digos di Bari li ha identificati uno per uno e lo stesso è accaduto nelle altre città , compresa Putignano, dove il vicepremier ha concluso ieri la due giorni pugliese.
Tutte le scritte sono state fotografate e ora sono al vaglio dei poliziotti, che dovranno decidere in quali casi si configura il reato di oltraggio.
Fra le questioni da sciogliere c’è quella delle frasi in dialetto, che non sono mancate a Bari come a Lecce, e in alcuni casi hanno utilizzato parole non proprio gentili delle vulgate locali.
(da Globalist)
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Maggio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
IL 23 GIUGNO DEL 1992 PAOLO RICORDO’ L’AMICO, LA MOGLIE FRANCESCA E I TRE UOMINI DELLA SCORTA… POCHE SETTIMANE DOPO FU UCCISO LUI STESSO… NON VOGLIAMO AVERE NULLA A CHE SPARTIRE CON LE LACRIME DI COCCODRILLO DI QUELLA POLITICA CHE OGGI SGOMITA PER COMMEMORARLO
Quello che segue è il discorso che Paolo Borsellino pronunciò in memoria dell’amico e
compagno di lavoro alla Veglia per Giovanni Falcone, nella chiesa di Sant’Ernesto, a Palermo il 23 giugno 1992. Borsellino fu ucciso poche settimane dopo la mafia, il 19 luglio del 1992.
(Il testo è un estratto da: “Le ultime parole di Falcone e Borsellino”. Prefazione di Roberto Scarpinato. A cura di Antonella Mascali . Ed. Chiarelettere, Milano 2012).
“Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte
Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che egli correva perchè troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva.
Perchè non è fuggito, perchè ha accettato questa tremenda situazione, perchè mai si è turbato, perchè è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!
La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città , verso questa terra che lo ha generato, che tanto non gli piaceva.
Perchè se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene
Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche di indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno.
La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità . Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta [il pentito Tommaso Buscetta, ] egli mi disse: «La gente fa il tifo per noi».
E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono lavera forza di essa.
Questa stagione del «tifo per noi» sembrò durare poco perchè ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza al prezzo che alla lotta alla mafia, alla lotta al male, doveva essere pagato dalla cittadinanza.
Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza a una lotta d’amore che costava però a ciascuno, non certo i terribili sacrifici di Falcone, ma la rinuncia a tanti piccoli o grossi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità .
Insofferenza che finì per invocare e ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su una ubriacatura di garantismo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa nostra e fornirono un alibi a chi, dolosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsene.
In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì. Cercò di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le ottimali condizioni del suo lavoro. Per poter continuare a «dare». Per poter continuare ad «amare». Venne accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Menzogna!
Qualche mese di lavoro in un ministero non può far dimenticare il suo lavoro di dieci anni. E come lo fece! Lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. Per fare il magistrato, indipendente come sempre lo era stato, mentre si parlava male di lui, con vergogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta.
Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato e perseguitato, hanno perso il diritto di parlare! Nessuno tuttavia ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta. Se egli è morto nella carne ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze se non si sono svegliate debbono svegliarsi.
La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio. Dal sacrificio della sua donna. Dal sacrificio della sua scorta
Molti cittadini, ed è la prima volta, collaborano con la giustizia. Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupide scuse accademiche
Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro. Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta.
Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera.
Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia
Troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito; dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.
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Maggio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
UN BEL COLPO DI SPUGNA SUGLI AMMINISTRATORI PUBBLICI. E’ LA LEGA DEGLI IMPUNITI
“Io abolirei l’abuso d’ufficio“. Detta così, secca, nello studio di Porta a porta, a quattro giorni dalle elezioni europee, nelle stesse ore in cui l’Onu si complimenta con l’Italia per il lavoro svolto contro la corruzione.
Matteo Salvini è andato giù dritto, senza mezze misure: “Io lo abolirei, perchè non posso bloccare 8mila sindaci per la paura che uno possa essere indagato. Ci sono sindaci che non firmano niente per paura di essere indagati”.
Un annuncio o, meglio, un auspicio che se fosse realizzato cancellerebbe d’un sol colpo centinaia di indagini a carico di amministratori locali (non solo sindaci) e che arriva dopo le inchieste che hanno coinvolto anche politici locali del Carroccio, primo fra tutto il governatore della Lombardia Attilio Fontana, indagato dalla Procura di Milano proprio per abuso d’ufficio.
Il ministro dell’Interno, oltretutto, ha detto anche altro, soprattutto di ciò che accadrà da lunedì prossimo, a urne chiuse.
Nel governo ritornerà la pace e tutte le liti di questi giorni saranno dimenticate? “Tutto cancellato no, perchè quando si entra nel personale… Spero che i ministri tornino al lavoro” ha detto Salvini, che poi ha corretto il tiro della Lega sul premier Conte.
Se nei giorni scorsi il sottosegretario Giorgetti aveva accusato il presidente del Consiglio di non essere una figura di garanzia, oggi il segretario leghista ha smorzato i toni, dicendo il contrario: “Conte è ancora un elemento di garanzia
(da agenzie)
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Maggio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IL SELFIE DA CASA E’ MENO RISCHIOSO… L’APPELLO DI MORISI: “FACCIAMOGLI SENTIRE CHE NON E’ SOLO”… MA COME SOLO, NON ERA LUI CHE PARLAVA A NOME DI 60 MILIONI DI ITALIANI E CHE RADUNAVA FOLLE OCEANICHE NELLE PIAZZE? FORSE QUALCUNO SI STA CACANDO SOTTO?
Cosa succede se sei al Governo da un anno e nemmeno la minima parte di tutto quello che
avevi promesso si è realizzata?
Quando si è al potere, in testa nei sondaggi e si è addirittura vicepremier non si può dare la colpa a quelli di prima. O meglio, lo puoi fare, ma dopo un anno il giochino non funziona più.
Cosa resta? Si può raccontare di essere “sotto attacco” e a rischio censura. Ma quando si controlla la Rai, si è ospiti in tutte le trasmissioni televisive e i giornali fanno la fila per pubblicare l’ultima dichiarazione si rischia di non essere poi così credibili.
Cosa fai se sei Matteo Salvini e devi disperatamente far parlare di te?
Quei gran geni della comunicazione della Lega hanno pensato oggi che era il momento buono per tirare fuori dal cassetto dei trucchi social un vecchio gioco di prestigio: il selfie con Salvini.
Non quelli a rischio contestazione ma una versione più facile da realizzare. Bastano un paio di forbici e un po’ di colla vinilica? Ancora meglio: è sufficiente correre in edicola e comprare l’ultimo numero di Panorama dove c’è il bel faccione del Capitano in copertina.
Chissà da quanto tempo la preparavano questa operazione svuotaedicole. Perchè nel mondo della Lega tutto deve avere un nome combattivo, militaresco, il militante è uno che agisce e segue gli ordini. Il passo dall’ordine di “chiudere i porti” a quello di svuotare le edicole è breve, ma ridicolo.
Facciamo sentire al Capitano che non è solo, facciamogli sentire il nostro affetto, dice il social megafono Luca Morisi.
Ma come, con i bagni di folla oceanica ai comizi Salvini si sente solo? C’è qualcosa che non torna.
Che genio quel Morisi vero? Non proprio perchè l’operazione #svuotaedicole era stata già già lanciata nel 2018, in occasione della copertina dedicata a Salvini sceriffo sempre da Panorama.
Ma il giochino è ancora più vecchio per la verità . Nel 2014 quel gran genio di Morisi aveva lanciato l’operazione svuotaedicole. Non indovinerete mai in che occasione: una copertina di Panorama su L’altro Matteo. All’epoca il domatore della Bestia era entusiasta per l’ondata di selfie salviniani.
Ma non pensate che Morisi sappia solo svuotare le edicole. Nel 2016 aveva lanciato un’operazione più impegnativa: lo #svuotalibrerie aveva appena pubblicato il suo libro Secondo Matteo. Il nostro Capitan Ruspa all’epoca. Ora Salvini ai comizi porta direttamente il Vangelo con gli evangelisti originali; un bel salto di qualità .
Ma ancora non basta. Perchè c’è ancora troppo odio in giro nei confronti di Salvini. Non ci credete? Guardate cosa ha scoperto una giornalista d’inchiesta su Twitter.
Ci sono persone, i cosiddetti “buoni” che su Internet scrivono cose orribili.
Cose come «salvini muori salvini crepa salvini bastardo salvini infame sparate a salvini” Una pappardella di insulti che in realtà è una citazione dallo stesso Salvini che qualche tempo fa a Otto e Mezzo aveva enumerato tutte le minacce ricevute in questi dodici mesi. Ma attenzione: siccome lo fanno senza mettere virgolette allora sono anche queste minacce, minacce di minaccia? Inception.
Il “Capitano”però ci ha preso gusto, sa che giocare la carta della vittima conviene sempre. Meglio farlo con un po’ di ironia. Ed ecco che i leghisti, in ossequio al Cambiamento del governo Conte, danno una rinfrescata al vecchio detto “piove governo ladro”. Così vecchio che non fa ridere nessuno.
Ma il vicepremier sa che se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre e che quindi tanto vale mandarla in vacca. Ecco che quindi è colpa di Salvini se piove oppure se la vostra ragazza vi ha lasciati. Il piromane di Mirandola che doveva essere espulso non è stato espulso? Quella non è colpa di Salvini. Un indagato per corruzione al governo? No, non è #colpadiSalvini. I migranti sbarcano anche se i porti sono chiusi? Sarà mica colpa di Salvini dai. L’Iva aumenterà al 25,2%? Non scherziamo, non è colpa di Salvini.
Però se qualcuno vi ha spoilerato il finale di Game of Thrones oggi sapete a chi dare la colpa.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
LA DISTANZA DA SALVINI… LA SUA PAZIENZA E’ FINITA… MA TUTTO DIPENDE DALLE EUROPEE E DAI NUMERI
Con quell’aria un po’ così, da lombardo burbero, incline ad andare al dunque, quando tutti vogliono convincersi del contrario, che taglia corto, come dicono dalle sue parti: “Dura minga, non può durare”.
Giancarlo Giorgetti, il mediatore, abile da più lustri nell’arte del compromesso, stavolta si muove in direzione ostinata e contraria, perchè il realismo non è pessimismo, a costo di essere o apparire un gigantesco “rompiballe”.
È giusto così, pensa: vanno dette le cose come stanno, al netto delle interviste rassicuranti, degli spin allarmanti, di una politica come rappresentazione che prescinde dalla realtà di un governo che non c’è più.
Eccolo, nel suo borbottio quotidiano, l’ennesimo “dura minga”, l’ennesimo, nell’ultima settimana, dopo anni di silenzio, mesi di parole dosate col contagocce, nell’ambito di un ruolo interpretato un po’ alla Richelieu politico, un po’ alla mister Wolf tecnico, che risolve problemi, nell’era in cui si twitta prima di risolvere un dossier, perchè la comunicazione è l’unico Dio: “Io non accuso nessuno ma dico che così non si può andare avanti. Lo si può fare solo se dopo le Europee si torna a lavorare”.
Ha deciso di dire la verità , in quest’orgia di ipocrisia di due soci di governo che non sono più d’accordo su nulla, ma, ripetono, “dureremo quattro anni”, senza dire come, dopo che il falò della campagna ha bruciato fiducia, rapporti umani e logica, perchè tattica vuole, secondo un’espressione abusata, che sia l’altro a rimanere col cerino in mano.
Spiegano dentro la Lega che, tra lui e Salvini c’è perfetta sintonia, accomunati da un sentimento di sfiducia verso i Cinque Stelle, diventata grido di dolore che parte dal territorio, dal Nord produttivo e operoso, dalle categorie che hanno investito sulla Lega e ora vedono disattesi gli impegni presi e scattano in una standing ovation al presidente di Confindustria Boccia quando denuncia l’immobilismo.
La verità è che c’è qualcosa di più, di un gioco delle parti, tutto interno alla Lega.
Il burbero Giorgetti, da sempre leale col capo con Bossi ai tempi di Bossi, con Maroni ai tempi di Maroni, sopravvissuto al crollo dell’uno e dell’altro non è mai stato e non è il capo di una fronda.
È uno che lavora per il leader e anche nei momenti più difficili. In questa sua uscita dall’ombra c’è una operazione politica, un messaggio anche a Salvini: dice ciò che pensa si debba fare e che è giusto fare, direbbero a sinistra, per la Ditta, in questo caso per Salvini che, in fondo, ancora non ha deciso fino a che punto tirare la corda fino in fondo rischia di rimanere incastrato, proprio nel momento del suo massimo successo. Non sarebbe la prima volta che il declino inizia proprio nel momento in cui è stata raggiunta la vetta.
Una fase si è chiusa, nella paralisi del non governo, fermo da tre settimane. Non c’è più un contratto, un orizzonte, c’è solo un gigantesco casino che renderebbe ridicolo da lunedì, far finta che non sia successo nulla.
Chi ha parlato con lui racconta che l’argine della pazienza si è rotto e, avanti così, si rischia di tracimare nell’autolesionismo.
Non è il solo, in un partito in cui, basta parlare con i governatori del Nord, cresce quotidianamente il fronte del voto. Ed è indicativo quel che è successo martedì sera. Salvini gli ha chiesto di pressare per riuscire a fare il consiglio dei ministri e di tentarle tutte per portare a casa il decreto sicurezza. La risposta di Giorgetti è stata brusca. E suona più o meno così: “Parlaci tu, che io con questi non ci voglio più avere a che fare”.
È sinceramente convinto che non si possa andare avanti con dei partner di governo che lo accusano di ogni nefandezza, “manine” e trame nascoste, che lo descrivono come il capo del partito degli indagati, la vecchia Lega di potere legata a Berlusconi, che ormai è una perdita di tempo, come la telenovela di un consiglio che era chiaro non avrebbe portato a nulla. E infatti lunedì lo ha disertato, sapendo come sarebbe a finire.
È chiaro quale è la sua linea, che al momento — nelle intenzioni – è anche quella di Salvini. Presentare il conto al primo consiglio dei ministri post-voto: subito sicurezza, autonomia, i punti irrinunciabili per la Lega, senza aprire il valzer delle poltrone, il rituale della verifica, una nuova soap sul rimpasto.
Se tutto va come deve andare, si dirà a Conte e Di Maio “hai visto i numeri? La vulgata vuole che dipende dai numeri.
Ma c’è un problema complessivo di agibilità nel contesto politico. I numeri innescano dinamiche. La brusca sconfitta alle regionali ha prodotto un aumento di conflittualità dei Cinque Stelle per recuperare, un successo alle europee darebbe loro forza negoziale.
Comunque la metti, arriverà il momento delle scelte, alla prossima nave che sbarca, al primo provvedimento che non si potrà più rinviare. Il rompiballe si è messo un passo avanti.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
CONTE SALE AL COLLE E FA AUTOCRITICA: “NESSUN RUOLO DI CENSURA PREVENTIVA DEL CAPO DELLO STATO”
“Quando sarà approvato il decreto Sicurezza bis? Presto spero, sto tornando a Roma per
questo”. Matteo Salvini, intorno all’ora di pranzo, continuava imperterrito con il motivetto ripetuto ostinatamente negli ultimi giorni alla ricerca di uno spot elettorale prima del voto di domenica.
Ma in quegli stessi minuti il premier Giuseppe Conte si trovava al Colle, a pranzo con il presidente Sergio Mattarella.
Un paio d’ore di colloquio e poi un lungo silenzio, al termine del quale il presidente del Consiglio decide di dichiarare nella sala stampa di Palazzo Chigi. Solo poche frasi, brevi e precise: “Il Consiglio dei ministri per approvare il decreto Sicurezza bis e il decreto Natalità sarà la prossima settimana”. Fine.
Nessuna possibilità per i giornalisti di porre domande, ma il premier rilascia una precisazione di non poco conto: “Sul decreto Sicurezza non si può attribuire al Capo dello Stato l’intento di censura preventiva nè il ruolo di sindacato preventivo”.
Così Conte, dopo le notizie lasciate filtrare lunedì sera da Palazzo Chigi circa i dubbi del presidente della Repubblica, si lascia alle spalle il Quirinale ricoprendo il ruolo di avvocato del Colle e prendendosi lui tutta la responsabilità in una sorta di autocritica.
Il premier non boccia l’ultima versione del decreto Sicurezza e così trova il modo per togliere ogni alibi ai due vicepremier, rimandando tutto al primo giorno utile della prossima settimana, sminando il terreno di scontro tra Lega e M5s.
Sia il vicepremier leghista, che avrebbe voluto sventolare la bandiera del decreto Sicurezza bis già venerdì nel comizio di chiusura della campagna elettorale, sia il vicepremier grillino, che ha fatto di tutto per fermare il provvedimento targato Salvini e nello stesso tempo ha rilanciato con il decreto Natalità , rimangono con in mano un pugno di mosche.
In fondo su entrambi i decreti c’erano molte perplessità . Su quello leghista pesava un ginepraio giuridico e su quello M5s un problema di coperture evidenziato anche dalla Ragioneria dello Stato.
Conte prima di parlare davanti alle telecamere ha sentito emtrambi per comunicare la decisione.
Sta di fatto però, che al di là delle parole, il provvedimento non vedrà luce prima del voto. E come è possibile immaginare, dopo il 26 maggio sarà tutta un’altra storia.
Alla fine i due vicepremier sono costretti a rassegnarsi.
Il tono di Di Maio e Salvini cambia nell’arco di poche ore. Ad un passo dal voto e in una giornata delicatissima per le sorti dell’esecutivo, che ha visto il premier Giuseppe Conte salire al Quirinale per un faccia a faccia con il Capo dello Stato, ed un chiarimento Salvini e il Presidente del Consiglio, il leader del Carroccio decide infatti di indossare l’abito del pompiere.
“Certo — dice il segretario leghista – Conte è un elemento di garanzia. Ho tanti difetti, ma sono leale, se do la mia parola, vale e l’ho data agli italiani, ai 5Stelle e al presidente del Consiglio. Sono contento delle cose che abbiamo fatto”.
Ma nella Lega a pungolare il premier ci pensa il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, è lui che guida il fronte della rottura e si fa portavoce del malumore crescente dentro il partito che spinge a rompere con i 5 stelle: “Non accuso nessuno, tanto meno il premier, ma così non si può andare avanti, senza affiatamento”, attacca il sottosegretario alla presidenza del Consiglio puntando l’indice contro l’”immobilismo” dell’esecutivo in carica.
Di Maio non ne può più: “Basta minacciare crisi di governo e basta fare la conta delle poltrone. Si pensi al Paese”.
I timori del M5s per un possibile strappo della Lega, tra il pressing per un profondo rimpasto e crisi, dopo il voto di domenica restano infatti altissimi. Ma nello stesso tempo il leader M5s è contento di aver incassato il rinvio del decreto Sicurezza e consapevole che il decreto Natalità difficilmente avrebbe trovato in così poco tempo il via libera della Ragioneria dello Stato: “ Ora c’è tutto il tempo di lavorare insieme sui rimpatri, che sono una questione importante da affrontare con determinazione. Condivido le parole del presidente del Consiglio, nel sollecitare rispetto per il Capo dello Stato”.
Anche il vicepremier grillino veste i panni, come il presidente del Consiglio, dell’avvocato del Colle dopo averlo tirato in ballo per fare scudo contro il decreto Sicurezza.
(da “Huffingtonpost“)
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