Luglio 12th, 2019 Riccardo Fucile
I PENOSI TENTATIVI DI MINIMIZZARE UN FATTO CHE, SE CONFERMATO, VUOL DIRE ESSERE AGENTI DI INFLUENZA DI UNA POTENZA STRANIERA NON ALLEATA
Quando si è garantisti si deve esserlo anche nei confronti dei nostri peggiori nemici. Il fatto che siano pochi a rispettare questo principio, soprattutto in politica, non ci autorizza a comportarci come gli altri.
Per quanto mi riguarda, pur provando avversione e disistima per Matteo Salvini, non intendo approfittare del Russia Connection, fino a quando non si pronuncerà la magistratura competente sulla storia dell’oro di Mosca nelle casse della Lega.
Rivendico, però, il diritto di segnalare — è solo una mia impressione? — l’atteggiamento dei media che, in prevalenza, tendono a ridimensionare la vicenda e a ritenerla improbabile. Il fatto è che la notizia non può più essere nascosta dopo che è uscita con tanto clamore, da una fonte estera e con il supporto di una registrazione.
Ma non era la prima volta che si parlava di questo affaire.
A parte un’inchiesta dell’Espresso, a cui gli altri mezzi di informazione hanno girato al largo, è stato scritto e pubblicato addirittura, nel maggio scorso, un libro di Claudio Gatti per Chiarelettere dal titolo ”I Demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega”.
C’è tutta una parte del saggio dedicata all’attività di Gianluca Savoini (insieme a Claudio D’Amico) fondatore e presidente dell’Associazione Lombardia Russia; in quelle pagine viene documentato un intenso rapporto di collaborazione e di amicizia tra alcune eminenze grigie del Carroccio e nuovi boiardi russi.
A un certo punto Gatti, conversando con Savoini gli chiede conto di una notizia pubblicata nel ”Libro nero della Lega” di Giovanni Tizian e Stefano Vergine secondo la quale Savoini stesso sarebbe stato sorpreso in una sala dell’Hotel Metropole a Mosca mentre partecipava a un negoziato di compravendita di tre milioni di tonnellate di gasolio con interlocutori russi non meglio identificati.
Secondo la ricostruzione di Tizian e Vergine — ricorda Gatti — in quell’occasione si sarebbe discusso di uno sconto particolare che avrebbe permesso di generare fondi per finanziare attività elettorali della Lega. Come si può vedere si tratta, più o meno, di quanto emerso nella registrazione.
Savoini, nel saggio, smentisce: ”Non esiste questa roba legata alla Lega — riferisce Gatti — non c’è niente. E io non ho ricevuto un rublo” (come ha confermato Salvini ai cronisti all’uscita da Palazzo Chigi dopo l’ennesimo vertice).
Alle ulteriori domande sulla questione dei prodotti petroliferi il presidente dell’Associazione Lombardia Russia conferma la sua versione dei fatti, finchè sbotta in un ”di queste cose non voglio parlare più”.
Gatti non si arrende e scova un certo Bruno Giancotti che, scrive l’autore, conferma ”la partecipazione di Savoini a svariate trattative, intese a generare commissioni o contributi per lui o per la sua Associazione”.
Nel saggio, attraverso i colloqui con questo Giancotti, emerge una rete di rapporti economici di società italiane con sedi in altri Paesi e imprese russe che meriterebbe un’indagine più approfondita, almeno sul piano della trasparenza e del ruolo di un sottobosco vicino alla Lega, di cui non è chiaro se faccia affari e se li faccia solo per sè.
Claudio Gatti conclude l’indagine con queste considerazioni:
‘Parliamo solo di affinità culturali o convergenze politiche? Oppure c’è stata anche collusione finanziaria? Quello che conta è che Matteo Salvini e i suoi hanno operato come agenti d’influenza di una potenza straniera non alleata”.
Le parole sono pietre. A me non risulta che Gatti e l’editore siano stati querelati. Comunque, il saggio di Gatti è in libreria da alcuni mesi. L’autore ne ha parlato in una puntata di ”8 e ½”. Poi la cosa è morta lì, fino ai giorni scorsi.
In altri casi — di minore importanza — i talk show si precipitarono sulla notizia come una muta di cani a caccia di una povera volpe. Con Silvio Berlusconi tutto faceva scoop e suscitava l’interesse della giustizia mediatica. Sullo svolgimento di festini a luci rosse sotto le mentite spoglie di cene eleganti, furono impiegati uomini e mezzi senza risparmio.
Ci limitiamo, però, a citare un caso sollevato da una persona seria come Ferruccio de Bortoli, il quale scrisse in un libro:
“L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”.
In seguito la circostanza riferita dal direttore risultò sostanzialmente confermata. Ma su quella vicenda — ho sempre ritenuto normale che una deputata si interessasse di una crisi aperta nel territorio dove era stata eletta, al di là dei rapporti di parentela — si sono consumate ore e ore di riti mediatici, senza aspettare che uscisse almeno uno straccio di registrazione.
Salvini fa paura? Più di quanto non ne facesse Matteo Renzi, ancora ”folgorante in soglio”?
(da “Huffingtonpost“)
argomento: denuncia | Commenta »
Luglio 12th, 2019 Riccardo Fucile
PUR DI NON PARLARE DEI FONDI RUSSI ALLA LEGA, IL TELESALVINI RISPOLVERA I FINANZIAMENTI DEL DOPOGUERRA DELL’URSS, DIMENTICANDO QUELLI USA ALLA DC
Ieri il Tg2 ha “dimenticato” di parlare dell’inchiesta di Buzzfeed sui rubli alla Lega, con
l’eleganza tipica di chi non sa più che pesci pigliare.
Ma dopo una lunga notte di riflessioni il direttore Gennaro Sangiuliano in un meraviglioso servizio firmato da Tommaso Ricci racconta di quando i soldi da Mosca arrivavano al Partito Comunista Italiano.
L’idea sottintesa, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, è chiarissima: così fanno tutti, perchè ce la prendiamo con pòro Salvini?
Si attendono i prossimi approfondimenti del Tg2 sulla Russia: Togliatti e gli alpini dell’Armir, Berlinguer amico di Gromiko e Salvini da sempre anticomunista anche se comunista padano.
Ma siccome quelli come il Tg2 vanno sempre in coppia, ecco come apre stamattina il Giornale, che per l’occasione riesuma persino Paolo Guzzanti con tanto di dossier Mitrokhin al seguito
E niente, questa è l’ennesima dimostrazione che in Italia la situazione è disperata, ma non seria.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Costume | Commenta »
Luglio 12th, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI NON GARANTISCE NEANCHE LA SICUREZZA DEI SUOI AMICI… UNO STRANO FURTO: NON CI SONO SEGNI DI EFFRAZIONE A PORTE E FINESTRE
Mancavano poche cose, la casa era in ordine. Ma è bastato poco perchè la padrona di casa si accorgesse che la casa era stata visitata dai ladri. La casa è quella del sindaco, Marco Bucci.
Un furto in appartamento come tanti se ne verificano, purtroppo, soprattutto nel periodo estivo quando è più facile che i padroni di casa se ne vadano per un fine settimana o per un periodo più lungo in vacanza.
Ma questo furto è particolare, perchè secondo gli investigatori è possibile che i ladri abbiano tenuto d’occhio l’abitazione e le abitudini del sindaco e della consorte Laura Sansebastiano, che lavora a pochi metri di distanza dalla casa, nella stessa via Alessi, a Carignano, nell’omonima pasticceria.
E infatti l’ingresso nell’appartamento sarebbe avvenuto all’incirca due settimane fa, durante un fine settimana in cui il sindaco e la moglie non erano in casa.
Dalla sua casa in via Alessi, nel quartiere esclusivo Carignano, sono spariti un Rolex e alcuni gioielli.
Il sindaco ha presentato denuncia ai carabinieri che hanno avviato le indagini. Secondo una prima ricostruzione non ci sarebbero segni di effrazione alla porta di ingresso o alle finestre.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Luglio 11th, 2019 Riccardo Fucile
I RUSSI: “I DOCUMENTI TECNICI SONO PRONTI, SARANNO CONSEGNATI AL VICEPREMIER”… I DIRIGENTI RUSSI INCONTRATI LA SERA PRIMA DA SALVINI VENGONO CITATI NELLE CONVERSAZIONI
Da BuzzFeed emergono nuove rivelazioni sull’audio della trattativa tra Savoini e alcuni
funzionari russi su presunti finanziamenti alla Lega.
«Cosa fece Salvini la sera del 17 ottobre in Mosca dopo che parlò a una conferenza all’Hotel Lotte? Si chiede Alberto Nardelli su Twitter, il giornalista del sito web americano dietro alla scoperta che ha travolto il Carroccio.
«Com’è che funzionari russi che presumibilmente incontrò quella sera sono poi nominati il giorno dopo durante l’incontro avvenuto al Metropol Hotel?».
Nel video dell’audio uno dei funzionari russi si rivolge a Gianluca Savoini: «Grazie. Ora i documenti tecnici sono pronti e saranno consegnati al vice premier». Savoini: «Sì, sì».
(da “Open“)
argomento: Giustizia | Commenta »
Luglio 11th, 2019 Riccardo Fucile
LA PROCURA INDAGA DA FEBBRAIO E AVEVA GIA’ A SUE MANI L’AUDIO PUBBLICATO IERI
Gianluca Savoini, il leghista presidente dell’associazione LombardiaRussia, è indagato nell’inchiesta che ipotizza una corruzione internazionale su presunti fondi russi alla Lega.
La procura di Milano ha infatti aperto un’inchiesta sulla vicenda di Savoini e di presunti fondi russi dirottati illegalmente verso la campagna elettorale della Lega. L’ipotesi, secondo quanto si è appreso, è corruzione internazionale.
Nello specifico i pm devono verificare se nella presunta compravendita di petrolio una parte del prezzo, oltre a quella che, stando alla registrazione audio pubblicata da BuzzFeed, doveva finire alla Lega, sia o meno arrivata a funzionari pubblici russi.
I magistrati competenti hanno già sentito alcune persone. “Stiamo facendo accertamenti per capire se ci siano reati o meno”, ha affermato il procuratore di Milano Francesco Greco. L’audio nel quale si sente Savoini parlare con gli uomini del Cremlino è in possesso degli inquirenti già da prima che questa fosse pubblicata da Buzzfeed.
I pm stanno verificando se nella presunta compravendita di petrolio una parte del prezzo — oltre a quella che stando alla registrazione audio pubblicata da BuzzFeed sarebbe dovuta finire alla Lega — sia o meno arrivata a funzionari pubblici russi.
Da qui l’ipotesi di corruzione internazionale. Se invece fosse stato aperto un fascicolo per finanziamento illecito al partito, la procura non avrebbe potuto indagare rapidamente anche in uno Stato estero
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Luglio 11th, 2019 Riccardo Fucile
SCATENARE L’ODIO CONTRO UNA PERSONA PER LA BADANTE DI SALVINI E’ “LIBERTA’ D’ESPRESSIONE”: QUESTA SAREBBE LA DESTRA DELLA LEGALITA’?
I legali della comandante della Sea Watch 3 Carola Rackete hanno annunciato che domani
sarà presentata alla Procura di Rom una denuncia per diffamazione e istigazione a delinquere contro il ministro dell’Interno, Matteo Salvini.
Nella denuncia i legali della Rackete chiedono il sequestro dei profili Facebook e Twitter riconducibili al Capitano e di altri social “propalanti messaggi d’odio”.
Cos’ha capito in tutto questo Giorgia Meloni? Che la Rackete vuole “mettere a tacere” Salvini.
In un post pubblicato su Facebook la leader di Fratelli d’Italia confonde la libertà di espressione con quella di scatenare la gogna mediatica e gli insulti e scrive: «inaccettabile attacco alla libertà di espressione da parte delle solite truppe immigrazioniste».
Secondo la Meloni l’opinione di quelli come la comandante della Sea Watch è che «chiunque si schieri contro l’immigrazione di massa dovrebbe essere censurato e messo nelle condizioni di non esprimere il suo pensiero».
Ora se il pensiero di Salvini si riduce a dire che una che salva migranti è una “sbruffoncella” ne possiamo fare tranquillamente a meno. Così come possiamo fare a meno di chi definisce — senza prove — “vicescafisti” le navi delle Ong.
Ma secondo la Meloni questo è un «episodio gravissimo che dimostra l’arroganza di chi è convinto di poter dettare legge a casa nostra».
Ma esattamente cosa è un episodio gravissimo, addirittura un attacco alla nostra democrazia?
Perchè l’ultima volta che abbiamo controllato era ancora possibile querelare un membro del Parlamento o un ministro della Repubblica. In fondo loro lo fanno regolarmente nei confronti di giornalisti e cittadini. Che al contrario di loro non possono nemmeno invocare l’insindacabilità , come sono soliti fare i nostri rappresentati eletti.
Perchè il fatto importante è la denuncia per diffamazione e per istigazione a delinquere. Che — come tutte le denunce — non significa sostanzialmente nulla finchè non viene avviata un’azione penale. Il che non è nemmeno detto che accada perchè la magistratura, che in queste ore i fan di Salvini e della Meloni sono tornati ad attaccare, può benissimo decidere che non c’è alcun reato e che l’indagine può essere archiviata. Di converso può dare ragione alla denunciante, ma non perchè così vogliono i sinistri e i buonisti ma perchè così prevede la legge. E se la legge non va bene chi è in Parlamento può sempre darsi da fare per cambiarla.
Che Salvini usi i social per insultare e scatenare la bestia dell’odio dei suoi seguaci contro particolari “nemici” (quasi sempre donne) è un dato di fatto.
Come è un dato di fatto che quando lo minacciano di azioni legali è rapido nel rimuovere le foto incriminate.
E Salvini non è il solo, anche il deputato leghista Alex Bazzaro si è distinto in queste ultime settimane per la sua capacità di mettere alla gogna alcune partecipanti del Pride. È un atto di censura chiedere che un ministro della Repubblica si comporti in maniera onorevole?
Eppure il popolo di Salvini e quello della Meloni non ha capito la questione ed è tutto un fiorire di commenti su “come si permette questa di dettare legge a casa nostra”. Oppure “chi gli permette di accusare un ministro italiano”, quasi che i ministri fossero intoccabili e al di sopra della legge.
C’è addirittura un genio che mentre ci si lamenta dell’ignobile censura (che non esiste) porta come esempio da seguire quel faro della democrazia che è la Corea del Nord, un Paese dove non c’è nemmeno la possibilità di andare su Facebook, figuriamoci di andare ad insultare.
La colpa ovviamente è dei giudici, grazie ai quali “chiunque può venire in Italia a fare quello che vuole in più vogliono dettare legge”. Insomma basta dire che siccome una ha intenzione di presentare denuncia allora sta censurando (e allora Salvini quando minaccia querele — e poi le perde — cosa sta facendo?).
E dal momento che in questi mesi è passata l’idea che si possa governare una Nazione dal telefonino a colpi di Facebook e da Twitter naturalmente c’è chi ritiene che pretendere un po’ di moderazione da Salvini sia qualcosa di inaudito. Anzi: un attacco alle nostre istituzioni.
Che per fortuna esistono anche senza social. Prima o poi qualcuno chiederà conto a questi politici della disinformazione che mettono online, la stessa che porta questi sovranari a interrogarsi sulla natura del diritto e a darsi risposte senza senso come quelle qui sopra. A chi giova?
(da “NextQuotidiano“)
argomento: denuncia | Commenta »
Luglio 11th, 2019 Riccardo Fucile
LA SEMPLICE RIDUZIONE CON QUESTA LEGGE ELETTORALE CREA UN EFFETTO DISTORSIVO E SEPPELLISCE LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA
Non c’è poi da stupirsi più di tanto se, dopo anni in cui al paese sono state somministrate massicce dosi di antipolitica, è passata quasi sotto silenzio, e senza suscitare chissà quali passioni, la famosa riforma costituzionale sul taglio di parlamentari.
Neanche le fanfare pentastellate sul taglio delle poltrone e sulla fine dell’ingordigia dei forchettoni che occupano le Aule, hanno scaldato più di tanto il clima, perchè in fondo è come se il provvedimento fosse già metabolizzato da un’opinione pubblica avvezza a considerare la politica come Casta, nell’epoca del gran rifiuto delle articolazioni democratiche.
Che volete che sia: la Camera passa da 630 a 400 deputati, il Senato da 315 a 200. In fondo, si dirà , solo un taglio di costi.
E poco importa che il costo in questione sia di 65 milioni l’anno, in un paese che, nell’ultimo anno, ha visto crescere di 61,5 milioni ogni sei ore il debito pubblico, lievitato di 34 miliardi in dodici mesi.
È assai indicativo di questo clima che nessuno, anche se il provvedimento oggi al Senato non è passato con la famosa maggioranza qualificata dei due terzi, ha lasciato intendere che chiederà il referendum confermativo.
Non solo perchè bisognerà attendere un altro passaggio alla Camera, ma la ragione è tutta politica: chi volete che chieda, in questo clima e su questo argomento, una consultazione popolare destinata a trasformarsi in un plebiscito anti-Casta, nel nuovo contro il vecchio, nella battaglia epocale dei difensori di un paese che soffre contro i vecchi partiti impegnati a difendere privilegi, posti e stipendi?
Il problema è che le riforme, se di riforma si può parlare, non vanno valutate solo assumendo il “numero” come variabile indipendente, ma in relazione alla dinamica che innescano, in termini di funzionamento istituzionale e, più in generale, di impatto democratico nel suo complesso.
Ecco il punto. Questa riforma non cambia troppo, ma cambia poco e male.
Cambia poco, perchè non mette in relazione la riduzione del numero dei parlamentari al problema di fondo del meccanismo istituzionale italiano, il bicameralismo, diciamo così, “ripetitivo”, di due Camere con le stesse funzioni.
E non ha l’ambizione di ridisegnare una nuova architettura costituzionale nell’ambito di nuovo equilibrio tra funzioni del Parlamento e forma di governo.
Nella fretta con cui è stata condotta la discussione — o meglio: la non discussione — la questione è stata consapevolmente rimossa.
Perchè, ad esempio, non ragionare di numeri dei parlamentari valutando l’opzione monocamerale, il che avrebbe consentito di affrontare il problema dei rapporti centro-periferia, che alimenta tanti contenziosi davanti alla Corte costituzionale, magari costituzionalizzando la Conferenza stato regioni?
La verità è che non c’è mai stata l’ambizione di una “grande riforma”.
Ma solo la volontà di agitare uno scalpo — il che non è poco — che consentirà ai Cinque Stelle di rivendicare la vitalità dello spirito delle origini e alla Lega di continuare a incarnare lo spirito del tempo, certificando — se ce ne fosse ancora bisogno — quanto è persistente la colla anti-establishment che li unisce. Al netto delle sceneggiate di giornata, una colla più forte delle convenienze del momento e della differenza degli insediamenti sociali.
Perchè lo scalpo ha degli effetti, non solo in termini di funzionamento del Parlamento, con meno parlamentari chiamati a svolgere lo stesso lavoro, il che non migliorerà certo l’efficienza dell’iter legislativo e il funzionamento delle Camere.
L’effetto è di un Parlamento meno rappresentativo e di una democrazia più debole e, come si ama dire oggi, più “disintermediata”, tra leader e popolo.
È questo il grimaldello populista, nell’illusione della democrazia diretta. Perchè è evidente che si riduce, e non poco il rapporto tra eletti ed elettori, rendendolo meno diretto.
Con questa riforma viene enormemente dilatato lo spazio dei collegi elettorali, per cui ogni deputato rappresenterebbe oltre 400.000 abitanti e ogni senatore oltre 800.000. Sono numeri che allentano il rapporto eletti-elettori, che impattano sulla capacità effettiva di presenza nel territorio, sull’esercizio della funzione rappresentativa, sulla possibilità di fare campagne elettorali, in epoca in cui non c’è più il finanziamento pubblico.
Parliamoci chiaro, questo risponde a una precisa visione: i parlamentati come tanti carneadi, eletti grazie al messaggio politico nazionale dei leader, chiamati poi, una volta eletti, più che a rappresentare, semplicemente ad eseguire decisioni che vengono prese dai leader grazie ai quali sono stati eletti.
Ma c’è di più.
L’effetto congiunto della dilatazione del collegio e dell’attuale legge elettorale crea una ulteriore “distorsione” della rappresentanza. Potremmo dire così: rende ancora più “maggioritario il sistema”, perchè altera le soglie di sbarramento.
Formalmente restano al tre, ma sostanzialmente passano, a seconda delle regioni, al 10-20 per cento. Perchè è chiaro che per eleggere meno parlamentari in collegi più grandi servono più voti.
Qualcuno, come il parlamentare Federico Fornaro, uno dei maghi dei numeri in circolazione, ha già fatto qualche calcolo: nei collegi “plurinominali” del Senato in Piemonte e Veneto la soglia implicita sarebbe dell’11 per cento, in Friuli del 25, in Liguria del 33, in Toscana del 14, in Umbria del 25, nelle Marche del 33, In Abruzzo e Sardegna del 33, in Basilicata e Calabria del 25.
Nei collegi uninominali, dove chi arriva primo vince, solo i partiti che prendono più del 20 per cento avranno eletti.
Detta in modo un po’ tranchant: è un meccanismo che palesemente avvantaggia la Lega, consentendole di andare da sola. E che, invece, mette a rischio non solo i partiti più piccoli, ma anche i Cinque stelle, almeno sul proporzionale, in almeno 5 regioni.
Dunque: torsione maggioritaria, subordinazione ancora più accentuata del legislativo all’esecutivo, svuotamento della rappresentanza. La controriforma populista, già così piuttosto incisiva, ha un secondo corno che ne completa il disegno. Politico. Ideologico.
Ed è il secondo progetto di riforma costituzionale che è già passato alla Camera, quello che introduce il referendum di iniziativa popolare. È questo “combinato disposto” che, di fatto, travolge la democrazia parlamentare come l’abbiamo conosciuta finora. Funziona così: chi raccoglie almeno 500mila firme può chiedere un referendum non solo per abrogare una legge, ma anche per proporne una, cavallo di battaglia dei Cinque Stelle.
Per evitare il voto, il Parlamento dovrà approvare una legge identica, altrimenti sceglierà il popolo nelle urne.
E questo potrebbe accadere in parecchie materie, perchè il ddl Fraccaro non impone limiti se non esclude la possibilità di indire un referendum “su leggi tributarie e di bilancio, amnistia e indulto, ratifica dei trattati internazionali”.
È evidente l’effetto “sistemico”, del combinato disposto.
Immaginate Salvini proporre una legge per introdurre la libertà di vendita delle armi, che però viene “temperata” dal Parlamento.
Bene, cinquecentomila firme e via. Col piccolo dettaglio che le fabbriche d’armi della Val Trompia potranno sovvenzionare i comitati e investire sulla campagna elettorale, diversamente dai partiti contrari a cui, sempre nel mito della democrazia diretta, sono stati tagliati i finanziamenti pubblici.
Il Parlamento, reso inutile e condizionabile, sarà chiamato a ratificare, senza che i professionisti della democrazia diretta si pongano il problema di quanto questo sistema rappresenti il pascolo ideale delle lobby, dei comitati d’affari, dei gruppi di interessi. Demonizzati dal nuovo che avanza assai meno della politica, sporca per definizione.
È il populismo, bellezza.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »
Luglio 11th, 2019 Riccardo Fucile
C’E’ UN CETO MEDIO LIBERALE, PRODUTTIVO E MODERATO IN ATTESA DI ESSERE RAPPRESENTATO E CHE NON SI RASSEGNA ALL’ESTREMISMO XENOFOBO: LA CARFAGNA PUO’ RAPPRESENTARLO MA DEVE ROMPERE I PONTI E USCIRE ALLO SCOPERTO
“En attendant Mara…” 
Esatto, aspettando Mara, l’onorevole Carfagna, vicepresidente della Camera dei deputati, coordinatore nazionale di Forza Italia. Incarico, quest’ultimo, che, a ridosso di Berlusconi, può voler dire nulla o assai poco.
Ma intanto aspettiamo, arriverà , infine, Mara?
Che giunga, insomma, e, se non altro inizialmente per amor proprio, pronunci parole dirimenti destinate tuttavia, per estensione, a un atollo di società civile, sia detta “moderata” — ma esisterà davvero? – che non voglia sottomettersi all’estremismo, al razzismo salviniano e, innanzitutto, sia detto perfino in nome del galateo essenziale, a un lessico intimidatorio, squadristico, estraneo al rispetto reciproco.
In breve, che giunga, Mara, per dare voce e respiro a un segmento di società che, fra poco altro, non pretende di veder prosperare consensi utilizzando un dispositivo subculturale goebbelsiano, suscitare odio verso l’altro, il migrante, il diverso per far così bottino di voti presso la zona nera e la zona grigia endemiche nello Stivale.
Insospettabili amici di buone letture, quando eravamo ancora colmi di speranze circa l’orrore politico a venire, di tanto in tanto – ripeto: creature davvero disinteressate – erano talvolta lì ad ammonire noi, gli irriducibili, a ripetere un dato luminoso ai loro occhi incontrovertibile, ossia che da parte di Silvio Berlusconi era in atto uno spassionato generoso tentativo di “rivoluzione liberale”, eroico in quanto antagonistico rispetto ai mali endemici del “catto-comunismo” (sic). Ben al di là delle nostre naturali ed estreme riserve, sempre a loro occhi, quella Forza Italia, ai loro occhi assimilabile alla purezza dei protocristiani, nonostante portasse in piazza signore con tacco 12 e borsa “Luigi Vittone” accanto a professionisti, metti, di Velate, Brescia, Amalfi o piuttosto di Grottaferrata — già , alla prima grande loro manifestazione di piazza, con i nostri occhi li abbiamo visti così avanzare, bandiera tenuta alta come il nastro o le clavette della ginnastica ritmica, sui sampietrini accidentati di Porta San Paolo, venuti a dirci che Forza Italia era davvero una presenza “libertaria”, addirittura ispirata al migliore “socialismo” democratico e progressista, e a noi che obiettavamo i nostri dubbi, ecco che loro, esplicitamente, aggiungevano di non farci distrarre dai dettagli cioè, almeno ai loro occhi, il conflitto di interessi, le leggi ad personam, perfino Vianello e Mondaini che, su Canale 5, assicurano che “d’ora in poi ci sarà lavoro per tutti!”, lascia perdere tutto questo, ci dicevano, perchè, al di là delle apparenze, alla fine contava proprio la sicura promessa garantita della rivoluzione liberale, Silvio come Piero: Gobetti, insomma.
Bene, ma che c’entra adesso Mara Carfagna? Ci arriviamo subito, dai.
Che la borghesia italiana sia rimasta allo stato di abbozzo, di ammonite, fossile incapace d’essere pienamente tale, è un dato, senza contare il Sud con la sua matassa di clientele, e ancora, per chi sa un po’ di storia perfino recente, la lingua in bocca Stato-mafia.
Ora che molta acqua è passata sotto il ponte di Arcore, e non cercheremo certo di raccoglierla con la cucchiara della storiografia, permane comunque la domanda, restando in tema di ceti moderati, sul destino del partito che per lunghe stagioni filanti ha preteso di raccogliere la compitezza in blazer – ci capiamo, no? — sia detto in breve: Forza Italia quale fascia politica, e ancor prima antropologico-culturale, ha ora voglia ed estro di coprire?
Vorrà essere un vivaio per una nuova classe dirigente moderata e magari non illetterata come quegli altri che se ne fanno addirittura vanto, non si sa quanto credibile, o piuttosto un cantiere-scuola beffa, aperto fingendo di insegnare al giovane come si scorteccia una strada e poi ripavimentarla nella valle di mediocrità generale ignorata, magari sempre sotto lo sguardo di Berlusconi, il “principale”?
Perfetto, va bene, però Mara Carfagna?
Perchè il punto, nella situazione data, con l’offerta gratuita e perfino ampia di regressione illiberale in atto, restante l’inattendibilità della ciancicata borghesia, la capacità dei ceti, diciamo pure, più garantiti di elaborare un pensiero che risponda alle semplici alle aste della democrazia nella sua forma appunto liberale, che mantenga in breve la stessa compiutezza e austera dignità dei coniugi Arnolfini ritratti da van Eyck — sia detto per chi dovesse ignorarlo, è il quadro-simbolo del nascente orgoglio borghese, datato 1434 – nelle battaglie in atto.
In breve, quando cadono i vecchi marescialli con greca e pennacchio, e perfino i loro attendenti in felpa bianca da centro benessere della Mariembad forzista, come il non esattamente eroico Giovanni Toti, altri devono pur assumersi il peso del rischio o no? Forse, dovrebbe tentarla proprio Mara Carfagna questa carta, pensiamo.
Visto, che alla fine ci siamo arrivati?
Ci sembra ora che l’onorevole Mara, molto al di là della fascia di Miss Cinema, l’apprendistato televisivo tra Mengacci e Magalli, la piazza ministeriale di Raiuno al mattino, abbia il dovere, innanzitutto verso se stessa, di raggiungere la piattaforma più alta per lanciarsi definitivamente nella definizione di sè e del proprio bagaglio “civile”.
Mi direte che Forza Italia è un accrocco proprietario, dove i “quadri” hanno sovranità men che limitata, aggiungerete ancora che il gruppo dirigente lo ha sempre cooptato Lui, sovente con criteri degni del dittatore raccontato da Woody Allen in “Bananas”, quanto ai maschi pretendendoli tutti senza barba, la giacca sempre rigorosamente abbottonata, quanto invece alle donne selezionate tra le prossime al paradigma cosiddetto di “la più bella della festa”. Laddove la festa può dirsi davvero iniziata solo quando giunge Stefania o piuttosto Gabriellina o appunto Mara.
E in qualche misura Carfagna custodisce tutte le caratteristiche per essere ritenuta, fra molto altro, la-più-bella-della-festa, ora per forza tranquilla seduttiva ora per compostezza e impegno ad apprendere, far proprio il bagaglio, gli attrezzi dell’agire politico. Così accanto a un sentire civile.
Certo, ci aspetteremmo qualche nota in più rispetto al volume assordante del megafono sovranista, risposte nette da opporre al linguaggio inaccettabile di Salvini e dei suoi replicanti.
Intanto, se mi accosto alla sua pagina Facebook ho modo di trovare così: “Il linguaggio di chi fa politica deve essere sempre ispirato dal rispetto perchè le parole non sono mai innocue, in particolare quelle di chi ha incarichi chi pubblici. Hanno sempre delle conseguenze”.
Lo so, è ancora poco, occorrerebbe, fossimo in lei, maggiore determinazione, se non lo scatto della veemenza, dell’indignazione, perfino i denti, sì, i denti aguzzi della ribellioni davanti a ciò che fogna, il capo della fune dell’umano rispetto e delle regole della democrazia, della laicità , della tolleranza da lanciare verso le mani incerte della già menzionata nostra cara piccola borghesia, vecchia gente di casa mia, come diceva il poeta, cui è preziosa la moderazione, come dire, Stile e Garbo.
E’ forse pretendere troppo? Qualcuno, al Centro, inteso come luogo politico, potrà , dovrà assolutamente pur farlo, resta, il nostro, sempre e comunque il Paese delle suore Dorotee, da cui si declina una lunga prassi politica e di governo.
Perchè per restare al nodo della rivoluzione liberale, occorrerà pure illudersi circa l’esistenza di una borghesia rispettabilmente decorosa, una “buona società ” che non voglia compromettersi con l’orda sguaiata di Salvini, dovrà pure, per quanto minoritaria, avere una sua rappresentanza, o no, quest’altra zattera di cittadinanza?
Sembra essere arrivato proprio il momento che si accompagna a un’urgenza progettuale, forse perfino pedagogica, assodate le macerie dell’antico splendore di consensi che Forza Italia non conosce più, perfino ipotizzando che l’operazione possa, meglio, debba essere fatta al di fuori del comprensorio dell’iniziale amministratore di condominio, anche uscendo dalla tutela di Berlusconi stesso; aspettiamo appunto che sia proprio Carfagna a spezzare il sigillo.
Si sarà capito adesso perchè “en attendant Mara”?
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 11th, 2019 Riccardo Fucile
DA CINQUE MESI AFFIDATA A UNA AGENZIA IMMOBILIARE LA VENDITA PER 430.000 EURO
Da cinque mesi una immobiliare ha avuto mandato per la cessione della casa di Umberto Bossi a Gemonio: prezzo fissato in 430mila euro.
La villa, acquistata dal senatur alla fine degli anni ottanta, è di 400 metri quadrati con nove locali, quattro bagni, e nella descrizione fatta dalla immobiliare c’è anche “un giardino che degrada verso i piedi della collina, una piscina, un playground per la pallacanestro e tanti altri piccoli particolari che ne accrescono il valore”.
La villa sarebbe in vendita da cinque mesi, ma per il momento non ci sono trattative per un nuovo compratore. Intanto da casa Bossi nessuna conferma nè all’esterno dell’edificio sono comparsi cartelli.
(da agenzie)
argomento: Bossi | Commenta »