Destra di Popolo.net

L’EX DIRETTORE DELLA PADANIA MONCALVO: “VOLEVO LICENZIARE SALVINI PERCHE’ FALSIFICAVA I FOGLI DI PRESENZA”

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

“NON SI PRESENTAVA AL LAVORO, ERA UN FURBETTO DEL CARTELLINO”

Dal palco di Sabaudia, Salvini ha detto che tornerà  a fare il giornalista quando smetterà  con la politica.
In un’intervista di un anno fa a Il Fatto Quotidiano, Gigi Moncalvo raccontava di averlo voluto licenziare
Qualche mese fa Matteo Salvini veniva criticato per le sue assenze al Viminale. Qualche anno fa ve
nivano fatte le stesse domande per via delle sue non presenze al Parlamento Europeo. Ora, invece, torna in auge una vecchia intervista di Gigi Moncalvo a Il Fatto Quotidiano, durante la quale l’ex direttore de La Padania aveva raccontato di come avrebbe voluto licenziare il Salvini giornalista per assenteismo.
Il tutto ha un motivo logico: mercoledì sera, dal palco di Sabaudia, il leader della Lega ha detto che tornerà  a scrivere non appena terminerà  la sua esperienza politica.
«Con tutti il rispetto per i giornalisti presenti, oggi sentiamo prima i cittadini — ha detto Matteo Salvini brandendo il microfono al suo arrivo sul palco di Sabaudia -. Il giornalista lo faccio anch’io come mestiere, e tornerò a farlo dopo la politica».
Nel passato di Salvini giornalista, infatti, c’è anche il suo ruolo all’interno del giornale La Padania, ma qualcuno non sembra aver avuto un bel ricordo di quella esperienza quotidiana (o forse no) al fianco di quello che, poi, diventerà  il segretario della Lega, il ministro dell’Interno e il vicepremier.
Gigi Moncalvo, infatti, è stato direttore de La Padania nel biennio 2002-2004. Durante quella fase, il Salvini giornalista risultava uno dei redattori della testata tanto cara ai leghisti. Ma, secondo l’allora direttore del giornale, il suo approccio al lavoro non era dei migliori. Anzi, aveva addirittura chiesto il licenziamento di colui il quale sarebbe diventato — circa dieci anni dopo — il segretario del Carroccio.
«Quando diressi il giornale della Lega chiesi il licenziamento di Matteo Salvini — disse Gigi Moncalvo a Il Fatto Quotidiano nell’intervista rilasciata il 28 aprile dello scorso anno -. Perchè falsificava i fogli presenza. Vale a dire che non si presentava al lavoro, ma firmava ugualmente la presenza».
Un ‘furbetto del cartellino’ secondo il suo ex direttore dunque.

(da agenzie)

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GIAMPAOLO PANSA: “ECCO IL PEZZO CHE BELPIETRO SI E’ RIFIUTATO DI PUBBLICARE SU PANORAMA”

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

“OCCORRE PORRE IN ESSERE UN CORDONE SANITARIO CHE NEUTRALIZZI UNA DITTATURA”

È davvero cocciuto Maurizio Belpietro, il bi direttore nonchè bi proprietario della “Verità  ” e di “Panorama”.
Nel tentativo di rispondere a un mio intervento della scorsa settimana ha ancora ripetuto di non essere stato lui a licenziarmi e a chiudere il Bestiario, ma i lettori stanchi delle mie tirate contro Matteo Salvini il Dittatore leghista.
È una favola senza fondamento. Lo dimostra un fatto: il bi direttore non mostra mai le lettere che, a sentir lui, gli sarebbero arrivate. Sono un segreto identico a quello che difendevano i professori americani che costruivano la bomba atomica. Ma così la sua difesa diventa grottesca.
Nella replica alla mia cronaca sul licenziamento da “Panorama”, Belpietro sosteneva di aver conservato l’ultimo Bestiario, quello non pubblicato. Lasciando intuire che, se l’avesse offerto ai lettori, “non avrebbe reso onore al grande Giampaolo Pansa”. Voleva dire che avevo perso la testa e non ragionavo più.
Ma che cosa avevo scritto di tanto grave da far dubitare della mia sanità  mentale? Vediamo un po’.
Cominciavo chiedendomi quanti governi esistono in Italia. E rispondevo che, rivolgendo la domanda a un gruppo di cittadini molto diversi tra loro, la risposta sarebbe stata sempre la stessa: in Italia, come in tutte le nazioni civili, di governo ne esiste uno solo e attualmente è quello guidato dall’avvocato Giuseppe Conte e sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega.
La risposta era corretta, ma non descriveva la situazione italiana in questa acida estate del 2019. La verità  è ben diversa e dice che, in realtà , di governi ne abbiamo due.
Uno è capeggiato dall’avvocato Conte, ed è il più debole. Il secondo è il governo di fatto, che sta agli ordini del leader leghista, il trucido Matteo Salvini.
Lo definivo trucido poichè è un capo partito che usa l’intimidazione per affermare il suo potere. Del resto, che si comporti da premier lo dimostra la convocazione delle parti sociali al Viminale per discutere la manovra d’autunno in concorrenza con chi sta a palazzo Chigi.
Nel mio ultimo Bestiario definivo tutto questo come una circostanza che finirà  per precipitare in una crisi definitiva l’unico esecutivo costituzionale che esiste in casa nostra. Quello messo in sella dal galantuomo Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica.
Prevedevo che qualche lettore avrebbe pensato che ero diventato pazzo e descrivevo situazioni inesistenti. E che, invecchiando, rivelavo di essere prigioniero di una fantasia malata. Dunque era meglio smettere di leggermi, siccome confondevo la cronaca politica con la fantapolitica.
Del resto mia moglie Adele mi aveva dissuaso dallo scrivere un libro intitolato “Accadde domani”. Non sono però bollito al punto di ritenermi una specie di veggente o di profeta, ma rimango convinto che nel mio libro su Salvini, “Il Dittatore”, pubblicato da Rizzoli, non sono andato lontano dal vero.
La realtà  si sta rivelando più forte delle previsioni e ci dice che il capo leghista sta prefigurando un nuovo modello istituzionale, dove lui decide da solo e poi realizza quello che ha stabilito di fare. Come nel suo partito, dove si muove in perfetta solitudine.
C’è chi può dirmi se conosce qualcuno dello stato maggiore leghista che l’abbia mai contestato? Io no.
Sempre in quel Bestiario ricordavo la comparsa a “In onda” sul La7 di un suo luogotenente: Massimiliano Fedriga, governatore leghista del Friuli Venezia Giulia. E dicevo che mi era sembrato un portaordini perfetto, poichè ripeteva le solite litanie del capo quasi fosse incapace di un pensiero proprio.
Tanto da farmi concludere: è così che i dittatori si fanno strada, con al fianco nessuno che possa contraddirlo. Fedriga mi aveva obbligato a riflettere anche sulla figura di Salvini. E concludevo che, nonostante cerchi di imporre il suo vangelo, “io decido da solo e tutti mi obbediscono”, non sarebbe riuscito mai a diventare il nuovo dittatore italiano.
Un caro amico, uno di quelli dell’esodo istriano dalla Jugoslavia comunista, mi aveva suggerito che Matteo Salvini non è affatto un politico capace e che non avrà  mai la forza, l’intelligenza e l’astuzia indispensabili per diventare il padrone dell’Italia. I tanti elettori che lo votano stregati dal suo piffero magico, quelli che lo cercano per un selfie da conservare sul comò, dovranno ricredersi.
Infatti sta emergendo un dato incontestabile: Salvini non è uno statista e neppure un ministro che fa bene il proprio mestiere. Salvini bada soltanto al suo bottino elettorale. Ha trasformato la politica in una specie di Grande Fratello. Ma la realtà  è ben più complicata di come lui la presenta.
E, sempre in quel Bestiario, sostenevo la mia tesi ricordando quanto era accaduto in quelle ultime settimane a proposito degli arrivi in Italia di immigrati, partiti dalla Libia o da altri paesi africani. Non era un’invasione come sostenevano lo zar leghista e i media che lo affiancano.
Si trattava di pattuglie di qualche decina di profughi tra uomini e donne e il caso poteva essere risolto se il Dittatore leghista si fosse accordato con il ministro della Difesa, la signora Elisabetta Trenta.
Al contrario aveva montato il solito can can propagandistico. E aveva creato (e crea a ogni sbarco) il grande caos che i telegiornali e i giornalisti al suo servizio ci   mostrano ogni sera. Li guardo anch’io e ogni volta rimango stupito che una nazione di 60 milioni di abitanti non sia in grado di affrontare con successo un problema come quello di un’immigrazione al momento non ciclopica.
La mia conclusione era sempre la stessa e in quel Bestiario la esponevo senza giri di parole: il sistema dei partiti doveva liberarsi di Salvini.
Intendevo la necessità  di creare una specie di cordone sanitario come quello scattato in Europa e deciso dalle forze di governo insieme a quelle di opposizione.
Consideravo (e considero) indispensabile trovare un compromesso per escludere il capo leghista da qualsiasi decisione politica. All’insegna di un motto che reciti: “Con la Lega non si tratta”.
In altre parole, scrivevo che bisognava ingabbiare il Dittatore con un cordone sanitario che facesse capire ai suoi elettori abituali e a quelli tentati di diventarlo l’inutilità  di votarlo. Spiegavo che la Lega di Salvini è ancora molto lontana dall’avere la maggioranza assoluta in Parlamento. I sondaggi più favorevoli le attribuiscono un 37-38 per cento che non basterebbero per dar vita a un monocolore leghista.
Ma se i partiti che non vogliono sottostare agli ordini del leader leghista non avessero preso una decisione drastica prima della fine dell’estate, si sarebbero condannati da soli, dichiarando di essere consorterie inutili e ridicole.
Concludevo con una domanda rivolta a loro: vi piacerebbe diventare schiavi di Salvini? Volete che l’inno di Mameli sia cantato da ballerine seminude che offrono le tette al Dittatore?
Se non volete fare questa fine miseranda, mostrate un poco di coraggio.
Questo ho scritto, pur essendo convinto che nessuno si sarebbe mosso. E dunque ci saremmo inoltrati in un capitolo buio della politica italiana.

Giampaolo Pansa
(da TPI)

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GLI INSULTI RAZZISTI E SESSISTI ALLE DONNE DELL’ASSOCIAZIONE CHE FA INTEGRARE I RAGAZZI AFRICANI IN ITALIA

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

LA PAGINA DI “GUARDARE CON IL CUORE” PRESA DI MIRA DAI SOLITI LEONI DA TASTIERA CHE POI SI CAGANO ADDOSSO IN TRIBUNALE

I social rivelano ogni giorno il loro volto più brutto. Quello buio dei commentatori seriali, dei leoni da tastiera che lasciano libere le loro dita per dare sfogo ai propri pensieri più discriminatori pensando di non esser costretti a pagare per queste loro ‘libertà ‘. Quotidianamente si ripetono episodi simili: insulti razzisti e sessisti (come nel caso specifico) contro chi fa un qualcosa che non aggrada una parte del volgo.
Questa è la storia di Guardare con il Cuore, la pagina Facebook di un’associazione che si occupa di integrazione in Italia.
Numerosi commenti sono apparsi sulla pagina social di quell’associazione, un movimento che si occupa di aiutare i ragazzi che dall’Africa arrivano in Italia. Si tratta di integrazione: dare loro sostengo e sostentamento per aiutarli a inserirsi in una società  diversa come quella italiana. L’obiettivo di Guardare con il Cuore è quello di rendere autosufficienti questi giovani, dando loro supporto per quel che concerne le spese sanitarie e legali, oltre a corsi di formazione per insegnare loro qualche lavoro.
Solidarietà  che, come appare evidente ogni giorno, non è apprezzata da molti.
Ed ecco che, come sottolineato anche dal portale DailyMuslim, sono piovuti una serie di insulti razzisti e sessisti contro i ragazzi africani e le donne dell’associazione che si occupa della loro integrazione.
Emoticon, insulti e luoghi comuni amorfi da ogni realtà . Giusto per liberare le proprie dita sulla tastiera a suon di insulti razzisti e sessisti, nel tentativo di una facile ed effimera approvazione sui social.
Serena, la fondatrice di Guardare con il Cuore, ha spiegato a DailyMuslim che il lavoro suo e della sua associazione non si interromperà  per via di questi commenti: «Sinceramente non mi aspettavo questi attacchi, perchè non stavamo chiedendo soldi a nessuno, ma semplicemente stavamo cercando di vendere dei prodotti fatti dai ragazzi, per tentare di togliere questi giovani dalla strada. Credo che una possibilità  dovrebbe essere data a tutti».

(da agenzie)

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PUGNO DURO DI BERLUSCONI CONTRO I TOTIANI: “CHI ADERISCE ALL’ASSOCIAZIONE DI TOTI SARA’ ESPULSO DA FORZA ITALIA

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

“DESTITUITI SUBITO DAI LORO INCARICHI E CACCIATI DAL PARTITO”

Chi partecipa a ‘Cambiamo’, l’associazione fondata da Giovanni Toti, sarà  immediatamente espulso da Forza Italia.
Così il partito di Silvio Berlusconi annuncia il pugno di ferro contro i ‘totiani’ passati, presenti e futuri. È quanto si apprende in una nota di Forza Italia:
“Il Coordinamento di Presidenza di Forza Italia prende atto della costituzione dell’associazione ‘Cambiamo’, promossa da Giovanni Toti, che nasce su presupposti divisivi e con finalità  totalmente incompatibili e inconciliabili con l’iniziativa politica di Forza Italia”, si legge nella nota.
Che prosegue:
“Si ritiene quindi che, obbedendo a un principio di lealtà  e trasparenza, i dirigenti di Forza Italia che abbiano partecipato alla costituzione dell’associazione ‘Cambiamo’ o che in futuro decidano di aderirvi debbano considerarsi decaduti dai loro incarichi in Forza Italia, anche per quanto riguarda gli incarichi nei gruppi parlamentari. In assenza di iniziative autonome e nel presupposto della totale incompatibilità  con Cambiamo saranno inoltre immediatamente attivati gli organi statutari per l’espulsione da Forza Italia di chi ha aderito o aderirà  all’associazione”, conclude la nota.

(da agenzie)

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LA SCENEGGIATA: CONTE DA MATTARELLA PER UNA INFORMATIVA, LA LEGA MINACCIA RITIRO DEI MINISTRI ED EVOCA ELEZIONI

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

LA LEGA VORREBBE UN PASSO INDIETRO DI CONTE E CERCA DI ALZARE LA POSTA

Alla fine la crisi è sempre più vicina, la Lega vuole staccare la spina. “No a un rimpasto – fanno sapere fonti leghiste – l’unica alternativa è il voto”.
“Inutile andare avanti tra i no, i rinvii e i litigi”. “Sui temi fondamentali – aggiungono – con il M5S ci sono visioni differenti. E ieri, sul caso Tav, c’è stata la certificazione
La prima avvisaglia della crisi c’era stata quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva lasciato Palazzo Chigi per recarsi al Quirinale per un colloquio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Una vera svolta nell’evolversi della crisi tra alleati di governo acuitasi ieri dopo il voto al Senato sulla Tav. E dopo il comizio di Matteo Salvini a Sabaudia. In mattinata l’altro vicepremier, il grillino Luigi Di Maio, aveva convocato a Palazzo Chigi i capigruppo di Senato e Camera. E si era detto “stanco” sul “dibattito” in corso tra lui e il leader leghista “sulle poltrone”.
Il premier si è recato al Colle per una informativa, al momento non ci sarebbe alcuna ipotesi di dimissioni.
In caso di crisi ci sarebbe un esecutivo tecnico che, secondo il M5S, sarebbe “una follia”. Salvini, dal canto suo, è contro ogni ipotesi di rimpasto di governo, così come è contrario alla formazione di qualsivoglia esecutivo tecnico.
Da quanto trapela da fonti governative leghiste, il vicepremier leghista si attenderebbe un passo indietro di Conte, e starebbe valutando l’ipotesi del ritiro dei ministri.
L’incontro tra Conte e Mattarella è durato circa quaranta minuti. Si è trattato, riferiscono fonti parlamentari, di un normale colloquio.
Il premier è poi tornato a piedi nella sede del governo.

(da agenzie)

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DI MAIO LOGORATO DA SALVINI E DAI SUOI PARLAMENTARI: “NON SO SE CONTINUARE”

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

IL BIVIO: SOTTOSTARE ALLE RICHIESTE DI SALVINI O SALVAGUARDARE I VALORI DEL MOVIMENTO… MORRA PROPONE UN REFERENDUM: CONTINUARE O MENO COL GOVERNO?

Per la prima volta, da quando è nato il governo, Luigi Di Maio ha la sensazione che tutto stia precipitando.
Il capo M5s è finito sotto l’assedio di Matteo Salvini ma anche dei suoi gruppi parlamentari. Così la voglia di chiudere qui l’esperienza gialloverde fa capolino a tarda sera nell’ufficio del vicepremier grillino dove sono entrati solo i suoi fedelissimi. Così dopo ore convulse il capo M5s, che nella sua stanza di Palazzo Chigi ha ascoltato il comizio del leader leghista, si lascia andare a uno sfogo: “Io non so se continuare”.
In successione sono tre i fatti che in poche ore hanno sconvolto la vita politica del governo e dello stesso Di Maio.
La bocciatura della mozione M5S sulla Tav, poi la richiesta di rimpasto arrivata da Matteo Salvini e per finire la notizia che un gruppo di deputati e senatori, guidato da Nicola Morra, vorrebbe mettere ai voti la possibilità  di continuare o meno con l’esperienza di governo.
È la presa d’atto di essere ormai a un bivio, da un lato piegarsi a Matteo Salvini e dall’altro salvaguardare i valori del Movimento dicendo ‘no’ alle richieste dell’alleato, che alza sempre di più l’asticella quasi a voler provocare la crisi.
“La vita è fatta di scelte e M5s non rinuncia alle sue”, parole criptiche affidate a un post su Facebook scritto in nottata dopo averci riflettuto per tutto il giorno.
La scelta probabilmente sarà  presa domani o al massimo lunedì quando incontri e colloqui dovrebbero servire a sciogliere i nodi e quando Di Maio capirà  quanto potrà  cedere all’alleato.
Tuttavia la voce di incontro tra Salvini e Di Maio già  giovedì è stata smentita da fonti leghiste a stretto giro.
“Quello di Salvini è terrorismo psicologico, alza l’asticella perchè vuole un rimpasto, ma forse vuole anche di più, un Conte bis. Vuole la crisi di governo”, osserva un componente del governo tra i più vicini a Di Maio.
A questo punto il capo M5s vede due fedelissimi, i ministri Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede. Secondo quanto trapela il leader leghista avrebbe chiesto tre o quattro ministeri, quello dei Trasporti guidato da Danilo Toninelli, la Difesa di Elisabetta Trenta e quello più pesante dell’Economia in capo a Giovanni Tria.
Forse anche il dicastero della Salute.
In più Salvini vorrebbe rivedere l’intero programma di governo per renderlo a trazione leghista. Per i 5Stelle è davvero troppo. Per Di Maio lo è ancor di più, significherebbe annientare del tutto il Movimento e sottometterlo ai leghisti.
Il governo è appeso a un filo, tanto che il premier Conte rimanda la consueta conferenza stampa prima della pausa estiva. Tra i pentastellati serpeggia la certezza che, anche con un rimpasto o con una revisione del contratto, la “fame” del titolare del Viminale non sia saziata.
Di certo — è il ragionamento che per adesso prevale — se il Movimento farà  un passo indietro sui ministeri non potrà  retrocedere sul contratto di governo.
Per adesso i due vicepremier si ignorano. Si sono ignorati in Aula durante la discussione sulle mozione e, a Palazzo Chigi, quando Salvini ha parlato con Conte, il capo M5s è rimasto chiuso nella sua stanza.
Sarebbe dovuto andare al Senato, dove ad attenderlo c’erano deputati e senatori per un’assemblea congiunta. Ad aleggiare c’era lo spettro di un documento nel quale sarebbe stato elencato tutto ciò che non va sia dentro il Movimento sia nei rapporti con il governo.
Ma non è il proprio il caso, per Di Maio, di prendere schiaffi anche dai sui gruppi parlamentari. I suoi lo aspettano per oltre un’ora, molti deputati sono tornati a Roma dalle ferie. Alla fine arriva l’sms: “La riunione è sconvocata”. L’aria è pessima. Si parla di una mozione che impegna il capo politico a cedere incarichi e a valutare se proseguire o meno nell’esperienza di governo.
Ecco che Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia, lancia la proposta: “Vista la deludente esperienza di governo, direi di mettere in votazione su Rousseau se continuare o meno”. O per dirla con le parole del senatore Elio Lannutti: “Onore e dignità  vanno difesi”.
A questo punto la decisione, al netto del sondaggio sul blog, è nelle mani di Di Maio, logorato dai continui attacchi tanto da ipotizzare che forse è arrivato il momento di non poter più sottostare alle richieste di Salvini.

(da “Huffingtonpost”)

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SALVINI COME I BULLI DI PERIFERIA: “TENETEMI O APRO LA CRISI”

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

SALVINI VUOLE LA TESTA DI TONINELLI, TRENTA E COSTA NON LA CRISI DI GOVERNO…SE VINCESSE LE ELEZIONI POI GLI TOCCHEREBBE MANTENERE LE BALLE CHE HA PROMESSO, COSI’ HA UN CAPRO ESPIATORIO DA INCOLPARE

Tenetemi se no apro la crisi. Dopo il voto sulla TAV che doveva scatenare tuoni e fulmini sul governo Conte non è ancora successo niente ma Matteo Salvini ha chiesto al premier di procedere a un rimpasto-monstre di tre ministri. Ma senza farlo cadere, anche se il presidente del Consiglio ha annullato la tradizionale conferenza stampa di saluti prima delle vacanze in attesa di sorprese.
Anzi, tutti gli appuntamenti politici previsti per oggi sono stati rinviati: dalla conferenza stampa del presidente del consiglio Giuseppe Conte, all’assemblea dei gruppi parlamentari dei 5Stelle agli stessi comizi serali sulle spiagge abruzzesi che Salvini aveva fissato.
Eventi che dipenderanno in buona parte dalla risposta che i 5stelle daranno alle richieste formulate da Salvini nell’incontro che ha avuto nel tardo pomeriggio, prima di partire per Sabaudia, col premier Giuseppe Conte. Salvini, racconta il Messaggero, avrebbe chiesto la sostituzione di almeno tre ministri dell’area 5Stelle: Toninelli (Infrastrutture), Trenta (Difesa) e Costa (Ambiente.
Non è chiaro se per sostituirli con esponenti del Carroccio. Intanto però rimangono tutti seduti:
La nuova Lega. Quella che accarezza le urne, fa la voce grossa con il M5S e il premier Conte. In una parola dice: adesso si cambia sul serio. L’italia c’est moi. Oppure, eccolo il voto. C’è già  una data che rimbalza nelle chat: il 13 o il 20 ottobre. Matteo Salvini finalmente arriva nel paesino pontino, già  dune pensanti di Moravia e Pasolini ora enclave del Carroccio (47% alle ultime europee) e di una certa borghesia vacanziera molto disincantata (che passa da Matteo a Matteo senza problemi).
Il ministro dell’Interno è scortato dal genius loci Claudio Durigon. Seguono parlamentari laziali, il viceministro all’Economia Massimo Garavaglia e una pattuglia di europarlamentari. Ed ecco l’annuncio che molti si aspettano o che, meglio, hanno cercato di decifrare per ore: «Non nego che negli ultimi mesi qualcosa si è rotto, o si fanno le cose in fretta o non sto qui a scaldare la poltrona e la parola torna al popolo. Sono giorni che non dormo bene la notte».
Cosa sta cambiando? Sono in pochi a puntare però una fiches sul voto in autunno. «L’ultima volta che il Parlamento è stato riaperto d’estate fu per la dichiarazione di guerra», spiegano gli uomini più stretti di Salvini con la mente alle vongole piuttosto che alla sfiducia. Allo stesso tempo c’è molto scetticismo sulla tenuta psico-politica del M5S e di Di Maio.
Non si andrà  al voto perchè, semplicemente, non conviene a nessuno andarci. Non conviene al MoVimento 5 Stelle, e questo già  si sapeva: deve gestire la transizione della classe dirigente dei parlamentari, di cui moltissimi sono al secondo mandato e dovrebbero mollare le poltrone. Deve gestire la transizione del potere, perchè Di Maio è ormai bollito e Di Battista scalpita in panchina.
Deve soprattutto gestire il potere che finora ha conquistato grazie alle elezioni politiche di 18 mesi fa, che oggi paiono un’era geologica ma hanno fornito al M5S un successo irripetibile mentre oggi i suoi voti sono dimezzati.
Ma il voto non conviene nemmeno a Salvini. Perchè oggi al governo con il MoVimento 5 Stelle ha un perfetto capro espiatorio per non fare quello che ha promesso: se non lo fa, è colpa dei grillini.
Domani, con il voto e la maggioranza che i sondaggi gli promettono, potrebbe essere costretto ad ammettere quello che ha dovuto ammettere il MoVimento su ILVA, TAV, TAP e su tutte le promesse che oggi hanno portato i grillini al tracollo dei consensi.
Salvini ha in realtà  promesso di più dal punto di vista economico e infatti già  ieri è tornato a parlare di manovra in deficit dopo essersi impegnato a luglio a mantenerlo sotto il 2%. Un modo come un altro per trovare un capro espiatorio delle prossime delusioni elettorali da annunciare.
Ma se Salvini vince le elezioni, poi gli tocca trovare il modo di ammettere che il problema non è l’Europa, ma quello che promette.
E ciò potrebbe costituire l’inizio della sua fine, come è successo a Di Maio e agli altri leader che in questi anni sono stati spazzati via dalle loro stesse bugie.

(da “NextQuotidiano”)

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I POSSIBILI SCENARI DI CRISI: CHI FARA’ LA LEGGE DI STABILITA’?

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

QUALE MAGGIORANZA ELEGGERA’ IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA NEL 2022?

Di Maio che incontra i capigruppo 5S D’Uva e Patuanelli a Palazzo Chigi. Conte che annulla la conferenza stampa prevista oggi. Mattarella che torna al Quirinale dalla residenza di Castel Porziano. I due vicepremier che non si parlano. Salvini che evoca lo spettro del voto: “Bisogna decidere in fretta – tuona dal palco di Sabaudia – la nostra sorte è in mano al popolo. Qualcosa si è rotto nella maggioranza”.
Ma cosa succederebbe se fosse ufficializzata la crisi dell’alleanza giallo-verde?
Va precisato che la caduta del governo, e la fine della legislatura, non sono la stessa cosa. Nel caso in cui Giuseppe Conte nei prossimi giorni salga al Quirinale, infatti, si aprono due scenari.
Il primo: il premier chiede di tornare alle Camere, magari facendo un rimpasto, per verificare se c’è ancora una maggioranza a sostenerlo. In questo caso ci sarebbe un Conte-bis, e tutto proseguirebbe.
Il secondo: Conte non ottiene la maggioranza alla prova del voto dell’aula (o addirittura neanche ci prova ad andarci).
In questo caso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella potrebbe fare un tentativo, dando l’incarico a una personalità  affinchè tenti di costituire una maggioranza (ad esempio con una coalizione Pd-M5s, evocata nei giorni scorsi da Dario Franceschini e dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, ma osteggiata dai renziani).
Nel caso in cui il governo del Presidente fallisse, tuttavia, si creerebbe un esecutivo ‘senza fiducia’ in carica solo per gestire le elezioni e l’ordinaria amministrazione.
In caso si torni alle urne: a rischio legge di Bilancio
A rischio, in caso di crisi di governo, la legge sui conti pubblici. Il quesito è: chi farà  la legge di Stabilità  da inviare all’Europa entro il 15 ottobre? Con ogni probabilità  Salvini pretenderebbe che la facesse il governo che esce dalle elezioni, in questo caso tuttavia tutte le ipotesi restano aperte: dipende dalle date, dall’Europa che dovrà  rendersi disponibile ad allungare i tempi. Si andrebbe incontro a un possibile esercizio provvisorio, con spese dello Stato gestite in dodicesimi a partire dal primo gennaio. Ciò comporterebbe, fra l’altro, il blocco della partenza della nuova flat tax, lo stop al salario minimo e alla legge sulle Autonomie.
Ecco le tappe. Entro il 27 settembre il Governo dovrà  presentare alle Camere, per le conseguenti deliberazioni parlamentari, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def). Entro il 30 settembre, il ministro dell’Economia dovrà  presentare alle Camere la Relazione sul conto consolidato di cassa riferito alle amministrazioni pubbliche (I semestre). Entro il 15 ottobre il governo dovrà  presentare alla Commissione e all’Eurogruppo, e contestualmente trasmettere alle Camere, il progetto di documento programmatico di bilancio (Dpb) per l’anno successivo, riassuntivo dei contenuti della manovra predisposta con il disegno legge di bilancio. Entro il 20 ottobre il Governo presenta alle Camere il disegno di legge di bilancio, che costituisce ora l’unico provvedimento che reca la manovra triennale di finanza pubblica. Entro il 30 novembre, infine, la Commissione europea adotta un parere sul documento programmatico di bilancio.
L’elezione del capo dello Stato nel 2022
Un altro punto di estrema delicatezza per l’assetto degli equilibri istituzionali è: quale maggioranza eleggerà  nel 2022 il nuovo presidente della Repubblica? Se resta questa legislatura, in teoria esistono maggioranze che possono fare a meno dei voti parlamentari della Lega per eleggere il futuro inquilino del Quirinale. Ma se si andasse a nuove elezioni con l’attuale legge, la Lega avrebbe alte probabilità  di ottenere la maggioranza assoluta dei parlamentari anche solo con il 35-37% dei consensi. E a quel punto il Presidente lo sceglierebbe Salvini. È forse questa la scommessa finale su cui punta il leader leghista.

(da “La Repubblica”)

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SALVINI VUOLE ANCHE L’ARGENTERIA DI FAMIGLIA

Agosto 8th, 2019 Riccardo Fucile

APERTA UNA TRATTATIVA AL BUIO… SALVINI CHIEDE LA TESTA DI TONINELLI, TRENTA E TRIA

Lo scalpo (dei Cinque stelle) o il voto. È questo il senso della giornata, tra le più irrituali, tese, sgrammaticate della storia recente, con una crisi minacciata a Camere chiuse e, praticamente, a vacanze iniziate. Che certifica che il governo, per come l’abbiamo conosciuto finora, non c’è più.
Ecco, “qualcosa si è rotto”, dice Salvini nel suo comizio serale a Sabaudia attorno a cui ha costruito una suspense ai limiti del terrorismo psicologico. Dunque, o si cambia o la “parola torna agli italiani”.
Parliamoci chiaro: se il leader della Lega avesse voluto aprire la crisi, in modo unilaterale, avrebbe usato bel altri toni nel comizio serale, costruito con la scenografia della grandi occasioni, col ministro desnudo che, per una volta, si è incravattato, a sottolineare la solennità  del momento
E invece ha sapientemente alzato l’asticella della tensione al massimo, anzi al limite, ma senza mai portarla al punto di rottura: l’appello al popolo, l’annuncio di una specie di consultazioni per lunedì prossimo, il parlare del governo al passato ma senza mai dichiararne la fine… Tutto racconta di un’ultima, estrema drammatizzazione.
Come lo racconta l’incontro pomeridiano con Conte a palazzo Chigi, in cui, con grande franchezza, Salvini chiede appunto lo scalpo, minacciando il voto: “Così non si va avanti, con i no a tutto. O facciamo autonomia, riforma della giustizia, flat tax, oppure da persone mature, ci salutiamo e amici come prima”.
Ecco il punto. È un cambiamento complessivo quello che Salvini chiede, anzi chiamiamolo col suo nome, l’umiliazione definitiva dell’alleato. O cambiano (guai a chiamarlo rimpasto) uomini, toni complessivi, agenda dando priorità  ai cavalli di battaglia leghisti (autonomia, grandi opere, flat tax) o si vota. E la crisi sarà  aperta subito.
Ed è chiaro che, quando si parla di uomini, la richiesta è lo “scalpo” di Toninelli, il ministro no Tav bocciato dal Parlamento, della Trenta, l’ostacolo al monopolio salviniano sull’intero comparto sicurezza, e del ministro dell’Economia Giovanni Tria. Ecco, o gli alleati, finora solo complici, si trasformano in maggiordomi che consegnano l’argenteria di famiglia pur di tenere in piedi la casa o, se giudicano le richieste inaccettabili, game over.
E il capo della Lega chiederà  il mandato agli italiani per fare, incassato tutto ciò che si poteva incassare in termini di crociata securitaria e Tav, tutto ciò “che non ci fanno fare”.
Anche le modalità  dell’incontro pomeridiano a palazzo Chigi, fotografano un cambio di fase, con Di Maio, nella stanza accanto, che non partecipa al vertice a due tra Salvini e Conte. La triplice che fu si è rotta, e nella nuova geografia, i due si incontrano da pari a pari: non più il premier e il suo vice, ma il premier formale e il capo sostanziale.
Il vecchio governo non c’è più e il nuovo, sul guscio del vecchio, non c’è ancora. Perchè le condizioni poste sono davvero al limite. E se il nome di Toninelli e della Trenta sono già  di per sè pesanti, quello di Tria rischia di essere il vero detonatore del sistema: il ministro che rassicura Colle e mercati, la cui sostituzione equivale a lanciare un’Opa sulla finanziaria all’insegna del conflitto con l’Ue.
Al netto di tutte le incognite su come si potrà  gestire una roba del genere che richiede un passaggio formale al Quirinale (non si possono cambiare tre ministri senza una crisi “pilotata” e un Conte bis), al netto di una situazione inedita col Parlamento chiuso, al netto di tutto questo c’è la sostenibilità  dell’operazione per i Cinque stelle, all’ennesimo bivio tra perdita del governo e perdita finale dell’anima. È chiaro che l’avallo di questo programma e di questo governo equivale, di fatto, alla nascita di un governo leghista sia pur senza Salvini a palazzo Chigi, e la trasformazione del Movimento in una costola della Lega.
È la fotografia di una verifica politica (di una crisi) aperta nei fatti, anche se non formalmente. La maggioranza di governo non c’è più, liquefatta nel voto sulla Tav, col presidente del Consiglio assente, due esponenti del governo che, a nome del governo, danno indicazioni di voto diverse sul comportamento da tenere, Cinque Stelle e Lega che si votano contro sulle mozioni. È un negoziato — ricordate i bei tempi della “trasparenza” — che si svolge nelle più classiche modalità  della Prima Repubblica: minacce, trattative, ipotesi di rimpasto, sullo sfondo della crisi. È questo che ci sarà  nei prossimi giorni.
E non è un caso che Salvini ha annullato i suoi comizi diurni di giovedì, preferendo rimanere a Roma per una serie di incontri, anche con Di Maio, forse. E che Conte ha annullato la sua conferenza stampa (perchè evidentemente) non sa che dire, in questa situazione di trattativa in corso. E i Cinque stelle hanno annullato la loro riunione serale, anche per evitare lo sfogatoio interno, perchè qualcuno si sta chiedendo quanto si può andare avanti così e a che prezzo.
Prima di capire ciò che può accadere, è bene spiegare il perchè di questa drammatizzazione il 7 agosto, che ruota attorno a una data: il 9 settembre, giorno in cui alla Camera si voterà  – è l’ultimo passaggio – la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Non c’entra nulla la volontà  di autoconservazione della cosiddetta Casta che vuole difendersi le poltrone. Il punto è questo. Sulla carta il combinato disposto di questa riforma e dell’attuale legge elettorale favorisce Salvini perchè i collegi più ampi che si determinano producono una torsione maggioritaria, con soglie implicite che favoriscono il partito più grande. Però Salvini ha capito che l’avvio dell’iter della riforma costituzionale (eventuale referendum e ridefinizione dei collegi) di fatto imbullona la legislatura per altri sei mesi. Non solo: ha capito che è, a quel punto, poichè la legge favorisce solo lui si aprirà  il dibattito su una nuova legge elettorale. E in Parlamento in un minuto può spuntare una maggioranza per il proporzionale, la legge che in assoluto lo penalizza di più. Insomma, per la crisi siamo al più classico dell’“adesso o mai più”.
E se il 9 settembre spiega il 7 agosto, i giorni che verranno sono invece un’incognita sulle modalità  e sui tempi di una eventuale crisi, a Camere chiuse. C’è uno snodo, cruciale, che riguarda il ruolo del capo dello Stato. I ben informati sostengono che, tra i Cinque stelle, circola la data del 13 ottobre, perchè evidentemente tutti si aspettano che le richieste di Salvini siano “inaccettabili”. Il che significherebbe, calendario alla mano, che le Camere dovrebbero essere sciolte entro il 20 agosto. Crisi, consultazioni, scioglimento in 13 giorni. Tutto ruota attorno a una questione: se la crisi viene o meno “parlamentarizzata”, se cioè il capo dello Stato riterrà  necessario spedire il governo alla Camere per un voto di sfiducia o no.Al momento sono troppe le incognite, a partire dal “che farà  Conte”, ma un fatto va registrato. Se un governo cade in Aula, di prassi, è quello stesso governo che, in carica per il disbrigo degli affari correnti, porta il paese al voto. Cioè si va alle elezioni con Salvini al Viminale e quindi controllore di tutto il sistema di voto. Per andare al voto con un Viminale più “neutro”, a garanzia di tutti, è necessario che ci sia un “governo elettorale”, che traghetti il paese al voto. E che dunque Conte non vada in Aula. Non è un dettaglio in questa precipitazione. Siamo al dunque. Scalpo o voto.

(da “Huffingtonpost”)

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    • COSI’ LA GRECIA SI E’ RESA COMPLICE DELLO STATO TERRORISTA DI ISRAELE NELL’ASSALTO ALLE NAVI DELLA FLOTILLA
    • TRUMP MONETIZZA SU TUTTO, ANCHE SULLE GRAZIE PRESIDENZIALI: PER USCIRE DI PRIGIONE, BASTA SGANCIARE TRA UNO E SEI MILIONI DI DOLLARI AI MEMBRI DEL “CERCHIO MAGICO” DEL PRESIDENTE
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