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BORGONZONI CHE DA’ DELL’ASINO A BONACCINI PERCHE’ MILANO MARITTIMA E’ UNA FRAZIONE DI CERVIA E NON UN COMUNE AUTONOMO

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

PARLA LA PROFESSORESSA DI GEOGRAFIA CHE NON CONOSCE I CONFINI DELL’EMILIA-ROMAGNA E SCAMBIA BOLOGNA CON FERRARA

Non sembrava vero alla candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna Lucia Borgonzoni di poter dare dell’asino a Stefano Bonaccini: per questo ieri l’occasionissima l’ha voluta cogliere: “Lo pubblico solo perchè l’infallibile ‘maestrino Bonaccino’ del PD ha montato un caso nazionale con i giornalisti suoi amici su una foto sbagliata in un evento di questa pagina, facendo credere che io, bolognese, non conosca la differenza tra Bologna e Ferrara…”.
Ed eccola, la foto incriminata, che mostra una sequela di ombrelloni e il richiamo severe da professoressa di geografia: “No, maestrino Bonaccino, il comune si chiama Cervia”.
Ma qualcosa non va. Perchè Milano Marittima è una frazione balneare del comune di Cervia.
L’errore nel manifesto di Bonaccini è quindi aver scambiato la parola “comune” con la parola “frazione”. Il richiamo, invece, viene da una che in effetti, come conferma lei stessa, ha scambiato Bologna con Ferrara (anche se c’era qualche cameriere che la difendeva…) e che ha sbagliato anche i confini dell’Emilia-Romagna:
Qual è più grave?

(da “NextQuotidiano”)

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CASO GREGORETTI, CONTE: “A DECIDERE E’ STATO SALVINI”

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

“ERA ENTRATO IN VIGORE IL DECRETO SICUREZZA BIS VOLUTO DA SALVINI ALLO SCOPO DI RAFFORZARE LA COMPETENZA DEL VIMINALE”

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha negato il suo coinvolgimento nella vicenda della nave Gregoretti, per cui la Giunta delle immunità  del Senato è chiamata a valutare l’operato di Matteo Salvini, per decidere in merito a un suo eventuale processo.
Il presidente della Giunta Gasparri, nella sua relazione, ha chiesto di respingere la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronto dell’ex ministro dell’Interno. E ha anche sottolineato l’esistenza di un “coinvolgimento politico-governativo” di Conte, “comprovato innanzitutto dalla assenza di qualsivoglia presa di posizione contraria sulla conduzione del caso Gregoretti da parte del ministro Salvini”.
“Tutta la fase decisionale riguardante lo sbarco è stata gestita dall’allora ministro dell’ Interno, che l’ha anche rivendicata, come attestano le dichiarazioni pubbliche dell’epoca. Peraltro la vicenda risale al luglio 2019, quando era già  in vigore il cosiddetto decreto “sicurezza bis”, fortemente voluto dal ministro Salvini proprio allo scopo di rafforzare la competenza del Viminale”, ha replicato il presidente del Consiglio in un’intervista al ‘Corriere della Sera’.
“Quanto invece alle attività  di redistribuzione dei migranti, mi è stata sollecitata la disponibilità  a farmene carico ed è per questo che è stato coinvolto l’ Ufficio diplomatico della Presidenza del Consiglio. Se qualcuno mi contesta il generale indirizzo politico sul tema delle migrazioni, sono pronto a risponderne. Le mie posizioni sul punto, formali e informali — ha aggiunto Conte — sono tutte documentate e non è mia abitudine sottrarmi alle responsabilità . Se però devo rispondere della specifica decisione riguardante lo sbarco di una nostra nave in un nostro porto, non posso affermare di essere stato coinvolto se questo non è avvenuto”.
Sulla revoca delle concessioni ad Autostrade, “La decisione arriverà  presto e poggerà  su solide basi tecnico-giuridiche. Ormai è evidente che sono emerse gravissime inadempienze nella gestione delle infrastrutture autostradali. La vocazione di questo governo è di tutelare l’ interesse pubblico, non di assicurare un futuro vantaggioso ai concessionari privati, tanto più se inadempienti”, ha spiegato.
“Gli investitori stranieri sanno che anche nei rispettivi Paesi di provenienza vi sono sistemi legali che prevedono rimedi molto severi in caso di breach of contract , di inadempimenti così gravi. Quando poi ci sono interessi pubblici così evidenti e 43 vittime eviterei di richiamare a sproposito formule come ‘certezza del diritto’ o ‘stato di diritto’. In uno stato di diritto la sicurezza dei cittadini è al primo posto. Punto”.
Il dossier Libia è ancora aperto, e Conte ha voluto rassicurare i cittadini sul fatto che l’Italiaha un peso a livello internazionale nella gestione della crisi: “L’incisività  e la credibilità  dell’Italia in politica estera è fuori discussione e con la Libia siamo in prima linea. Parliamo con tutti non per ambiguità , ma perchè alimentiamo il dialogo ribadendo a tutti la nostra posizione, limpida e trasparente, politicamente insuperabile: la guerra allontana la prosperità  e il benessere del popolo libico, e se alimentata da attori esterni rischia di allontanare anche la prospettiva dell’ unità  e dell’ autonomia della Libia”.
“Dobbiamo lavorare tutti per una soluzione politica — ha sottolineato ancora -, preparandoci all’appuntamento di Berlino. Dobbiamo tutti approfittare di questo ‘cessate il fuoco’ per contrastare l’ opzione militare. A Mosca Sarraj e Haftar saranno chiamati a siglare questa tregua. Ora non ha importanza una rincorsa per rivendicare primati, ma è importante il coordinamento di tutti i soggetti. Le mie telefonate e le mie visite servono a questo: a ribadire l’ importanza di questa tregua per indirizzare il processo politico. L’Italia continuerà  ad avere una influenza centrale, stiamo lavorando anche per rafforzare il ruolo dell’ Unione europea. La mia visita in Turchia e in Egitto serve perchè tutti abbiano un’ agenda comune in vista della conferenza di Berlino”.
Conte poi ha proseguito minimizzando il peso che avrà  il risultato del voto alle regionali per la tenuta del suo esecutivo. Secondo lui il voto alle regionali in Emilia Romagna “è importante, ma rimane espressione di una comunità  regionale e non decide del destino del governo nazionale. Quanto alla verifica, si tratterà  più esattamente di un ‘confronto’ con le varie forze di maggioranza per impostare l’Agenda 2023, sulla base di alcune priorità  che io stesso ho individuato”.
“Da un primo scambio con le forze politiche ho compreso che conviene attendere ancora alcuni giorni per dare il tempo a tutti di elaborare un’ ampia riflessione. Oggi parte la riflessione interna al Pd. Anche il M5S sta completando un’opera di riorganizzazione interna e chiede alcuni giorni per offrire il proprio contributo. È ragionevole che il confronto slitterà  alla fine di questo mese. Ma questo non è un male. L’importante è ripartire con maggiore coesione, chiarezza di obiettivi, massima determinazione. Vogliamo che l’ Italia torni a correre”.
All’orizzonte c’è poi una riforma dell’Irap: “In soli tre mesi siamo riusciti a trovare 23 miliardi e, allo stesso tempo, abbiamo ridotto il carico fiscale per lavoratori, famiglie e imprese: in un anno faremo molto di più e l’ Iva non aumenterà . Realizzeremo un’ampia riforma dell’ Irpef e accelereremo il piano degli investimenti, creando una più intensa sinergia tra pubblico e privato”, ha annunciato. “Confidiamo molto nei frutti dell’azione di lotta all’ evasione. Anche per questo abbiamo investito ben 3 miliardi di euro per incentivare i pagamenti digitali, perchè se tutti pagano le tasse, tutti pagheranno meno. Avremo anche più tempo per operare un’ oculata revisione delle spese improduttive”.

(da Fanpage)

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L’ULTIMA INTERVISTA A L’ESPRESSO DI GIAMPAOLO PANSA: “SALVINI E’ ARROGANTE, IMPREPARATO E PERICOLOSO, RENZI UN BULLO”

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

 “CRAXI ERA UN SIGNORE AL CONFRONTO”… “BELPIETRO FINIVA GLI ARTICOLI CON UN FORZA SALVINI, MA CHE VADA AFFANCULO, ME NE SONO ANDATO”… “L’ITALIA E’ UN PAESE DEL CAZZO, SONO CONTENTO DI NON AVERE 28 ANNI, COSI’ NON LA VEDRO’ SPROFONDARE”

Che vuol sapere da me? Sono un vecchio ronzino di 82 anni, ho cominciato nel giornalismo nel 1960, a La Stampa, e credo di essere il recordman dei cambi di redazione: sono sempre stato un ramingo, un randagio, un Rom».
Giampaolo Pansa, classe 1935, condirettore de L’Espresso dal 1991 al 2008, con il suo Bestiario, ci riceve nella sua casa, nella campagna senese, che ha eletto a buen retiro. Fuma una Merit dietro l’altra: alla fine, nelle quasi due ore di colloquio, saranno quattro. Adele Grisendi, sua compagna da molti anni, “la mia padrona”, va e viene.
Perchè ha lasciato La Verità  e Maurizio Belpietro, dopo tanti anni di collaborazione, al di là  delle espressioni di circostanza che entrambi avete usato?
«Quando un direttore, in questo caso Belpietro, conclude un suo articolo di fondo – è vero che ne produce uno al giorno – scrivendo “Forza Salvini”, eh beh…».
Eh beh cosa?
«Non mi piace! Io non ho mai gridato “forza Salvini”, non ho mai gridato “forza” nei confronti del politico di turno, semmai ho strillato a me stesso “forza Giampaolo”, quando l’anno scorso ho perso mio figlio Alessandro e mi sembrava di non farcela più, davvero. E ce l’ho fatta, invece, grazie ad Adele».
Non ha digerito quel peana, insomma.
«Ma che fai? Scrivi forza Salvini? Ma vaffanculo! Io non ci sto in un giornale che vedo in preda a una deriva salviniana pazzesca. E non vale solo per quel giornale, intendiamoci».
Infatti, lei in un Bestiario dedicato proprio al ministro dell’Interno, lo scrive: di giorno in giorno, i quotidiani si stanno schierando con il nuovo potente.
«Le leggo l’ultima parte della lettera personale che ho inviato a Belpietro: “non mi riconosco più nella linea de La Verità  soprattutto nel sostegno a Matteo Salvini e in quelli che sembrano i suoi obiettivi di leadership”».
Quali intende?
«Ma lui vuol comandare! Vuol disfare tutto! È un autoritario. È anche un po’ un fascista, diciamolo».
Se lo dice lei, che dal “Sangue dei vinti” in poi è diventato il fustigatore dei partigiani e dell’antifascismo… Ma non le sembra un’espressione eccessiva?
«Salvini è muscolare, è un accentratore, ce ne sono esempi continui. È fascista nei modi, nelle cose. Ma scusi, come chiamarla questa sua convinzione che il resto della politica italiana sia immondizia, eddai. E poi la sua faccia non mi piace».
Siamo alla fisiognomica, Pansa…
«La metta come vuole, ma in quel volto, quelle espressioni, si legge la prepotenza: è un uomo prepotente. E poi questa arroganza e questa impreparazione, che si accoppia con quella del M5S. Insomma se lei mi chiedesse se comprerei un’auto usata da lui…».
La comprerebbe?
«Nooo! Perchè non so cosa ci troverei dentro. Probabilmente quello che fa comodo a lui, non a me».
Eppure il leader della Lega pare avviato a una lunga carriera: lui scommette su trent’anni di potere.
«Io invece lo vedo incamminato lungo una strada che sarà  disastrosa, per lui e per noi. Prenda questa vicenda dei soldi da restituire… ».
L’Espresso ne scrive da qualche mese ormai.
«Una “paccata” di milioni, secondo quanto stabilito dalla Cassazione. Salvini ha fatto numeri terribili, fino a chiedere l’intervento di Sergio Mattarella. Ma andiamo! Senza dimenticare che quei soldi sono danari del finanziamento pubblico, vengono dalle nostre tasche».
Il ministro che spara sulla Cassazione le ricorda Silvio Berlusconi, quando cominciò a lanciare invettive contro le Toghe rosse?
«Neppure il Cavaliere osò tanto. Salvini è pericoloso, perchè è uno sbruffone, perchè ha attitudini violente, perchè è un accentratore, perchè il potere gli piace troppo. Insomma, come facevo a restare a La Verità ? Belpietro era venuto sin qui ad arruolarmi. Ma questa adesione totale, piena al salvinismo, non mi convince e non la tollero».
Lei di bulli, in politica, in quasi 60 anni di lavoro, ne ha incontrati e raccontati a iosa.
«L’ultimo è Matteo Renzi. Sono stato io il primo a dargli l’appellativo di bullo, se l’avessi registrato e ne avessi il copyright, oggi sarei ricco, talmente tanti sono quelli che l’hanno riutilizzato nei confronti dell’ex premier. Che ha fatto la fine di tutti i bulli»
E il primo chi è stato? Amintore Fanfani?
«Ma no, come Bettino Craxi, Ciriaco De Mita, Massimo D’Alema, neppure Fanfani era un bullo. Erano signori potenti e protervi, ovviamente ognuno a suo modo. Con Craxi, per esempio, c’era un buon rapporto, ma anche De Mita, alla fine, era uno alla mano…».
Perchè Craxi?
«Craxi lo conoscevo che eravamo ancora studenti e lui aveva anche i capelli. Ai tempi dell’Unione goliardica italiana-Ugi. E poi, per anni, sono stato all’hotel Raphael, dove viveva lui, perchè allora i giornali erano ricchi e potevano pagare l’albergo a un vicedirettore».
Una volta Craxi le fece scrivere una intervista da solo: domande e risposte.
«“Le tue risposte saranno certamente migliori delle mie”, mi disse. Ma non era un bullo. Lui e gli altri venivano da una storia lunga, da anni di politica. Gente che aveva mangiato tanto pane nero, duro e anche tanta merda. Personaggi che avevano una misura, che si rendevano conto d’avere di fronte un Paese difficile e che bisognava stare attenti ai propri passi. Un personaggio come D’Alema, per esempio, aveva il piacere di mostrarsi arrogante, ma lo era meno dei vari Salvini di oggi, che però sono adatti all’Italia e alla volgarità  di questi tempi»
Che tempi sono? Abbastanza di recente lei ha scritto in un suo libro che c’è un brutto clima, che sembriamo esser tornati al 1922, all’avvento del fascismo.
«Se il clima generale non fosse così foriero di pessime novità , la gente, persino i giornali, non sentirebbero di doversi cercare un protettore. A me spiacerebbe solo che qualcuno, dopo la mia morte, se la prendesse con mia moglie Adele».
Troverebbe pane per i suoi denti, credo.
«Mah, non credo mai alle situazioni in cui c’è un Cavaliere bianco che ti difende dal Cavaliere nero. Il Cavaliere nero di oggi è Salvini. Se mi chiede se c’è e chi sia il Cavaliere bianco, non so risponderle».
Non mi ha parlato dell’alleato di Salvini, il Movimento 5 stelle.
«Ah, Luigi Di Maio e il suo pauperismo finto, istigato da Beppe Grillo, uno che pensa di estrarre a sorte i senatori, capisce? Prenda questo decreto “Dignità ”: la parola stessa trasuda moralismo. La morale fatta per legge».
Molti anni fa lei, quando era vicedirettore di Repubblica, sollevò una marea di polemiche, specialmente a sinistra, parlando di “giornalisti dimezzati”, che si mettevano al servizio di una causa, per interesse o per militanza. Miriam Mafai le dette parzialmente ragione, ammettendo che con il Pci era stato così. Sta accadendo lo stesso con il governo gialloverde?
«Ognuno con la propria dignità  faccia quel che vuole. Ognuno si dimezzi a piacimento. Mi sono dimesso da La Verità  perchè quel giornale si è dimezzato. Ma non è certo l’unico».
Il prototipo del giornalista militante, secondo alcuni, è Marco Travaglio.
«Posso dirle che Travaglio non lo leggo?».
Come non lo legge? Lei si sorbisce una dozzina di quotidiani ogni giorno.
«E c’è anche Il Fatto quotidiano, ci mancherebbe. Ma lui è davvero noioso, è troppo lungo».
In questi anni lei ha bombardato di critiche feroci i giornali per cui ha lavorato più di trent’anni, Repubblica e L’Espresso
«Vero, ma ho sempre avuto affetto per “Barbapapà ” Eugenio Scalfari: lui mi ha portato a Repubblica, dove arrivai con Bernardo Valli dal Corriere. Andammo in via Solferino ad annunciarlo al direttore, Franco Di Bella, che aveva appena sostituito Piero Ottone e lo sapeva già : “Siete venuti a dimettervi insieme, che rompicoglioni”. E poi a L’Espresso ho vissuto gli anni giornalisticamente più belli, in tutto il mio girovagare: in Via Po, a Roma, in quella redazione. Claudio Rinaldi mi chiese di fare il suo condirettore, rivelandomi che gli avevano diagnosticato da poco la sclerosi multipla: “Ti rendi conto che fai una scommessa anche sulla mia salute”? Anni bellissimi. Ricordo quella volta che…».
Quella volta?
«Che nel ’92, in piena Tangentopoli, uscì la notizia del coinvolgimento dell’editore, Carlo De Benedetti, e della sua Olivetti in un’inchiesta. “E ora che si fa?”, chiesi a Rinaldi. Lui non ebbe dubbi: “Ora tu vai a Ivrea e intervisti l’Ingegnere”. E io: “Ma sei pazzo?”. Ci andai, ovviamente, e venne fuori una bella intervista. Ricordo Toni Pinna, e poi Antonio Ramenghi».
Il vicedirettore con cui lei ha lavorato per anni, scomparso di recente.
«Una sera, da poco arrivato a casa, mi sentii male: svenni. Adele chiamò il giornale, arrivarono Ramenghi e il giovanissimo Marco Damilano. Quando aprii gli occhi, sul letto, e vidi le loro facce, esclamai: “Oh cavolo, mi hanno già  riportato al giornale”. Mi trasferirono in ospedale in ambulanza e Ramenghi, che era venuto insieme al fattorino del giornale con una Panda, volle accompagnare Adele, cedendole il posto davanti e accovacciandosi, lui, nel vano portapacchi, dietro la reticella. Giunsero al Pertini prima dell’ambulanza. Ramenghi uscì dalla bauliera e se ne andò solo dopo il mio arrivo. Un uomo generoso, fuori dal comune».
In quegli anni lei e gli altri avete condotto la Guerra di Segrate contro Berlusconi.
«Il Cavaliere voleva mangiarsi tutto. Era una questione di resistenza»
Pessimista?
«Questo è un Paese del cazzo, mi scusi l’espressione».
Scusato.
«E aggiungo che sono contento di avere 82 anni e non 28, temo che andremo a fondo, non accorgendocene o, quando lo capiremo, sarà  troppo tardi. È un’Italia dove i farabutti hanno sempre di più la meglio sugli onesti. Cose troppo nere? Forse, ma mi auguro che non sia venuto fin quaggiù per intervistare il saggio della montagna».

(da “L’Espresso”)

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