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L’AFFARONE DEI PIEMONTESI CON LA LEGA CHE VUOLE IL SERVIZIO DI PRONTO SOCCORSO PRIVATO

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

PRIMA DEPOTENZIANO LE STRUTTURE PUBBLICHE, POI FANNO ENTRARE I PRIVATI: E’ LA POLITICHE DELLE MARCHETTE CHE PAGANO I CONTRIBUENTI ITALIANI PERCHE’ AUMENTANO SOLO I COSTI

In Piemonte governa il centrodestra, e il modello che la giunta di Alberto Cirio (ex Lega Nord ora Forza Italia) sembra voler importare è quello della Lombardia.
Due giorni fa infatti l’assessore alla Sanità  Luigi Icardi (Lega) ha dichiarato di essere disposto ad aprire il servizio di Pronto Soccorso ai privati, come già  avviene nella regione governata da Lorenzo Fontana.
«Abbiamo aperto un tavolo con i privati — ha detto l’assessore leghista — sulla base di un nuovo rapporto basato innanzitutto sulla fine di un’ipocrisia: quella che in tutti questi anni ci ha portato a ricorrere a loro solo in occasione delle emergenze. Mentre bisogna avere l’onestà  di ammettere che il pubblico, da solo, non può più farcela».
Il giorno precedente era stata l’Associazione Italiana Ospedalità  Privata (AIOP) del Piemonte a far sapere di essere pronta ad accogliere la sfida. «Confermo: come Aiop siamo interessati ad aprire pronto soccorso, compatibilmente con le dimensioni e i volumi di attività  delle nostre strutture», ha dichiarato il presidente di AIOP Giancarlo Perla.
Che poi ha precisato che non si tratterebbe di pronto soccorso generalistici ma di strutture “specialistiche” come potrebbero essere cardiologia, ortopedia o traumatologia.
A patto naturalmente che la Regione aumenti in maniera proporzionale all’offerta (e i conseguenti costi, visto che si tratta di avere specialisti a disposizione h24) gli stanziamenti per la sanità  privata convenzionata.
«Pubblico e privato non sono in competizione ma devono collaborare», ha detto l’assessore Icardi.
I medici però non la pensano così. Anaao Assomed Piemonte ha fatto il punto della situazione attuale: in Piemonte «l’offerta ospedaliera dei posti letto per acuti è per l’88,5% pubblica e per l’11,5% privata accreditata; quest’ultima costa al SSR 221.410.142 euro, ovvero il 13,2% del totale della Spesa Pubblica per i ricoveri per acuti».
Al tempo stesso però la sanità  privata non avendo un servizio di Pronto Soccorso (l’unico in Piemonte è il Gradenigo a Torino) non ha accessi diretti dei pazienti dal PS (il 97,5% degli accessi in PS grava sugli ospedali pubblici), che è il servizio «economicamente più oneroso, più pesante per gli operatori, di complessa gestione per gli amministratori, di durata ed impegno imprevedibile».
Il problema è duplice: gli accessi dal Pronto Soccorso non possono essere “selezionati”   e spesso si tratta di casi «di pazienti più complessi dal punto di vista clinico, più anziani e dunque con aumentato rischio di complicanze e maggiori problematiche assistenziali». Ed è giusto che sia il pubblico ad occuparsene visto che questo è il ruolo del SSN.
Aprire ai privati il servizio di Pronto Soccorso, secondo ANAAO non è di per sè un problema a patto che «eroghi anche prestazioni non sempre economicamente vantaggiose e possieda i requisiti organizzativi equiparati al pubblico: chiediamo che si doti dei servizi di emergenza urgenza». L’alternativa migliore sarebbe invece quella di «valorizzare gli ospedali pubblici, che offrono servizi essenziali alla popolazione, che si occupano dei casi che nessuno vuole, che affrontano le emergenze senza badare a quanto costano, se non in termini di coinvolgimento emotivo».
Invece che pensare di allargare l’offerta privata (con i contributi dei soldi pubblici) non sarebbe più semplice potenziare il servizio sanitario pubblico, che c’è già  e che già  si occupa di curare i pazienti del Pronto Soccorso?
Ma al governo in Piemonte c’è la Lega, il partito di quel Giorgetti che qualche tempo fa diceva che dei medici di famiglia se ne poteva tranquillamente fare a meno. Un partito che sembra voler spingere sempre più verso il settore privato.

(da “NextQuotidiano“)

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DI MAIO MOLLA CASALEGGIO PER SOPRAVVIVERE?

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

DOPO LA RIVOLTA DEI PARLAMENTARI E I SOSPETTI DI CONFLITTO DI INTERESSI TORNA IN BALLO LA GESTIONE DEL BLOG DELLE STELLE

L’ipotesi la fa il Messaggero in un articolo a firma di Simone Canettieri e sarebbe già  di per sè deflagrante: Luigi Di Maio pensa ad allentare o addirittura a tranciare i legami con Davide Casaleggio per riprendersi il MoVimento 5 Stelle.
E in ballo torna la gestione del Blog delle Stelle:
Obiettivo: scrollarsi di dosso i sospetti di conflitto d’interessi che periodicamente spuntano fuori quando si parla della società  privata di consulenza.
I deputati e i ministri a lui più vicini gli ricordano gli ultimi casi che hanno creato scompiglio interno. A dicembre la decisione di nominare Enrica Sabatini, socia di Rousseau, nel team del futuro con il centrale ruolo di responsabile dell’organizzazione, è stato motivo di scontro — mai emerso — tra Davide e Luigi.
Ma il figlio di Gianroberto ha avuto la meglio, mentre al capo politico sono arrivate solo le critiche per aver nominato una dirigente «poco riconosciuta dalla base»
Per non parlare delle polemiche di quando sempre Casaleggio andò a parlare all’Onu, per l’Italia, di democrazia digitale. Fatti che ritornano in mente a Di Maio e che ora «per salvarsi» e rimanere alla guida del Movimento lo costringeranno a una svolta. D’altronde il documento dei senatori pentastellati, oltre a dividere i ruoli di partito da quelli di governo, mette alla berlina proprio il sistema Rousseau: dalla quota fissa di 300 euro al mese che devono versare i parlamentari fino all’obbligo anche per il personale tecnico-amministrativo dei gruppi di essere iscritti alla piattaforma.
Intanto una scelta nel solco del «distaccamento» dalla casa madre di Milano è stata già  presa: i disavanzi delle restituzioni non andranno più all’associazione.
Un primo segnale inviato appunto a Casaleggio, percepito come «un corpo estraneo» dalla maggioranza delle truppe.

(da “NextQuotidiano”)

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MACCHINA DEL FANGO IN AZIONE: IL GIORNALE FA UN TITOLO SU SANTORI “CHE FA AFFARI CON L’IMMIGRAZIONE” MA IL TESTO DELLO STESSO ARTICOLO LO SMENTISCE

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

IL SOLITO TITOLO BUFALA SPERANDO CHE NESSUNO LEGGA L’ARTICOLO

Chi si è recato in edicola questa mattina, lunedì 13 gennaio 2020, e ha buttato un occhio sullo ‘stendino’ si sarà  accorto di quel titolo sulla prima pagina de Il Giornale: «Toh, la sardina fa affari con l’immigrazione».
Una notizia imperdibile che, lanciata con un titolo simile, non può che essere letta e creare un acceso dibattito. Una volta spesi quegli 1,50 euro, però, si rimarrà  delusi dal contenuto dell’articolo scritto da Carmelo Caruso e che si esaurisce a pagina 7.
Si parla, infatti, dell’intervista di Mattia Santori da Lucia Annunziata, in cui si è toccato anche il tema dei decreti sicurezza.
Aprendo Il Giornale, e arrivando alla pagina dedicata all’articolo, ci si accorge che il titolo interno già  cambia il proprio tiro e il proprio obiettivo: «La sardina fa l’anti Salvini solo per aiutare gli affari della cooperativa amica». Parole forti che, seppur più smussate, sembrano indicare un vero e proprio scandalo alla luce del sole.
Chi lo legge, infatti, si aspetta grandi affare fatti da questi amici di Mattia Santori con i migranti. Insomma, il classico ‘business’ di cui i sovranisti accusano la sinistra.
Ma il climax discendente, tocca un picco ancor più basso nel leggere il contenuto dell’articolo pubblicato su Il Giornale. Le tesi sostenute dal titolo in prima pagina e da quello a pagina 7, infatti, vengono smontate dal pezzo stesso a firma Carmelo Caruso.
Si parla, infatti, dell’impatto sull’occupazione (ovviamente negativo) provocato dai decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini e dalla Lega. E, infatti, si legge questo:
Sconvolto dalla perturbazione economica e dagli effetti che questi decreti hanno causato alle cooperative impegnate nel sociale («Abbiamo una cooperativa sociale che per noi ha costruito le famose sardine solidali…»), Santori ha illustrato i guasti della stagnazione salviniana, la scomparsa di numerosi posti di lavoro: «Faccio l’esempio di questa cooperativa e dei loro lavoratori assunti. Con questi decreti sono stati costretti ad andare via perchè sono venuti meno il permesso di soggiorno e le garanzie di rimanere. Adesso fanno parte di quel mare, il mare di quelli che sono diventati invisibili».
Per poi proseguire con una spiegazione ben dettagliata, citando due cooperative (che, tra l’altro, non si occupano solamente di integrazione dei richiedenti asilo) di cui parla lo stesso Mattia Santori nella sua intervista a Lucia Annunziata. E poi il colpo di scena che smentisce i titoloni in prima pagina de Il Giornale stesso.
Non si vuole dire,come banalmente troppi scrivono, che le cooperative che lavorano con i migranti siano tutte caverne di profitti e magazzini di carne umana. E però, da Santori, che venne spinto a furor di piazza, era quella di San Giovanni a Roma, e coperto di fischi, a mutare la richiesta («Chiediamola modifica. Piano, piano! Avete ragione, non la modifica, ma l’abolizione dei decreti sicurezza…») ci si attendeva la domanda di abolizione per disumanità , anzichè la cancellazione per rilanciare il Pil, l’accoglienza come capitale.
Insomma, il tema portato avanti nel discorso fatto da uno dei fondatori del movimento delle Sardine, era ben diverso e più articolato e faceva riferimento ai posti di lavoro che sono venuti meno per via di questi decreti sicurezza. Un aspetto da non sottovalutare ed esposto con titoli strillati alla piazza sovranista.
Per poi sperare che, probabilmente, nessuno approfondisca il contenuto dell’articolo stesso.

(da “Giornalettismo”)

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BILANCIO DEI 20 ANNI DI PUTIN AL POTERE

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

UN MAESTRO IN POLITICA ESTERA MA UN AMMINISTRATORE SCADENTE

Il nuovo anno segna per Putin una data importante. Rappresenta il ventennale della sua ascesa al potere in Russia. È dunque il momento, secondo molte testate internazionali, di tirare le somme di questi venti anni.
Associated Press, ad esempio, titola Putin weighs future options as he marks 20 years in power (Putin considera le opzioni future mentre celebra i 20 anni al potere), l’Harvard Gazzette invece opta per Analysts discuss the 20-year rule of Vladimir Putin (Gli analisti discutono i 20 anni di governo di Putin).
Infine, Bloomberg sceglie di declinare questo tema in forma interrogativa Putin’s Russia Is 20 Years Old and Stronger Than Ever. Or Is It? (La Russia di Putin compie 20 anni ed è più forte che mai. O no?).
I lati principali di questa discussione sono due:
Relazioni internazionali. Durante il ‘regno’ di Putin, la Russia è tornata a rivestire un ruolo di grande potenza tra le nazioni del mondo. Gli avvenimenti recenti mostrano come le famose parole di Obama secondo cui la Russia è solo una “regional power”, e cioè una potenza regionale e dunque minore, come riportava il Guardian nel 2014, si siano rivelate sbagliate.
Putin ha infatti giocato un ruolo da protagonista assoluto in molti eventi di politica estera. Alcuni esempi dei suoi successi sono l’invasione e poi annessione della Crimea nel 2014 ed il suo recente sostegno ad Assad in Siria, due avvenimenti che dimostrano l’abilità  della Russia di pesare enormemente nello scacchiere internazionale.
Come nota il New York Times la Russia di Putin è capace di fare quello che in inglese si chiama punch above its weight, e cioè di farsi valore anche quando si è relativamente piccoli.
Si noti, ad esempio, che il valore della spesa della Russia in armamenti, 66,3 miliardi di $, non è neppure comparabile con gli Stati Uniti, i quali devolvono alla spesa militare 610 miliardi di $ (dati relativi al 2017 elaborati da Stockholm International Peace Research Institute).
Nonostante questa evidente disparità , Putin è riuscito a posizionare la Russia al centro di moltissime dispute e problemi geopolitici, intervenendo con le sue forze armate.
Secondo i dati elaborati dalla Banca Mondiale, il Pil nominale russo si aggirava nel 2018 attorno ai 1.3 trilioni di $, mentre era all’incirca 259 miliardi di $ nel 2000. Questo dato rappresenta un miglioramento sostanziale nel tempo; ma quando lo stesso dato è messo in prospettiva con gli altri paesi, la fragilità  strutturale della Russia sul piano economico emerge con molta chiarezza.
La Russia, infatti, non rientra nemmeno nella top 10 dei paesi con il Pil più grande del mondo.
Inoltre, dall’invasione dell’Ucraina in avanti è sottoposta a pesanti sanzioni economiche, oltre che l’espulsione dal G7.
Come riportava il New York Times a suo tempo, questi due eventi avrebbero limitato la capacità  della Russia di far crescere la sua economia al pari degli altri paesi industrializzati, previsione rivelatasi largamente corretta.
Per questi motivi, ad oggi la Russia di Putin rimane in paese povero e con grandi sbilanciamenti in ambito economico: l’1% della popolazione controlla oltre il 74% della ricchezza del paese, mentre 1 russo su 8 guadagna meno di 200 $ al mese, come sottolineano The Indipendent e The Times.
In conclusione, durante questi 20 anni al potere Putin si è rivelato un vero e proprio maestro per quanto riguarda la politica estera ma un cattivo amministratore dell’economia russa.
Il che rappresenta un problema non di poco conto per la sua Russia negli anni a venire. Il potere economico, infatti, si traduce quasi automaticamente in effettivo potere sullo scacchiere internazionale, come scrive il famoso storico inglese Paul Kennedy in The Rise and Fall of Great Powers.
Quando la ricchezza e prosperità  economica di paese declina, allora anche il suo status di grande potenza è a rischio. La Russia di Putin, in altre parole, è molto più fragile di quanto si pensi e questo nonostante i suoi evidenti successi in politica estera.

(da “Business Insider“)

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LA “STANZA BUIA”, PARLA UN TESTE AL RUBY TER: “AD ARCORE LE RAGAZZE ANDAVANO A TURNO CON IL PRESIDENTE”

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

L’AGENTE DELLO SPETTACOLO RACCONTA LE CONFIDENZE DELLE OLGETTINE: “BERLUSCONI CI PAGAVA PER MENTIRE NEI PROCESSI”

Ad Arcore in “una stanza buia a turno le ragazze ‘cavalcavano’ il presidente”. Così Francesco Chiesa Soprani, agente dello spettacolo, ha raccontato in aula nel processo milanese ‘Ruby ter’ le confidenze soprattutto di Barbara Guerra, ma anche di altre ‘olgettine’ sui rapporti sessuali tra Silvio Berlusconi e le giovani, spiegando anche che queste ultime, aveva saputo, venivano “remunerate per mentire nei processi”. Seconda la testimonianza di Chiesa Soprani, anche Ruby gli disse che aveva avuto rapporti con l’allora premier.
Sul banco dei testi, infatti, nel processo a carico di Berlusconi e di altri 28 imputati, e con al centro i versamenti alle ‘olgettine’ per il silenzio o la reticenza negli altri due procedimenti sul caso Ruby, è salito Chiesa Soprani, già  sentito nelle indagini e più volte intervistato sulla vicenda delle cene ad Arcore, anche perchè fu l’agente di alcune delle ragazze ospiti a villa San Martino e ha conosciuto nel suo lavoro anche Lele Mora, Emilio Fede e Fabrizio Corona.
Guerra, ha raccontato il testimone rispondendo alle domande del pm Luca Gaglio, “mi disse di aver partecipato a queste cene, mi ha parlato di rapporti sessuali con Berlusconi e di essere stata pagata per non dire la verità  sul sesso e poi di rapporti a turno in una stanza buia, perchè lui forse non voleva farsi vedere”.
E ancora: “Mi disse ‘la Trevaini (anche lei imputata, ndr) ha preso 1,8 milioni, la Minetti 5 milioni’ e quindi lei voleva più soldi di quei 2.500 euro al mese che riceveva e avrebbe chiesto tramite un avvocato 500mila euro più una casa e c’era stata la disponibilità  di Berlusconi, ma poi non so se li abbia ricevuti”.
Quando Guerra (“venne messa al reality ‘la Fattoria’ su decisione di Berlusconi”) gli faceva queste confidenze “poco prima del 2013″, c’era anche Alessandra Sorcinelli, anche lei imputata per falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari, “che ascoltava e confermava”. Il teste, che fu anche arrestato e poi prosciolto nel caso ‘Vallettopoli’ nel 2007, ha spiegato ancora di aver raccolto racconti di questo tenore anche da “Cinzia Molena e Nadia Macrì”. E ha aggiunto: “Non mi fu mai detto di orge o minorenni, ma di rapporti sessuali”
Ha spiegato ancora, poi, di aver parlato, anche dopo la morte di Imane Fadil, con Marysthell Polanco: “Mi ha detto ‘dirò la verità  sui rapporti sessuali nelle cene e che venivamo pagate per mentire con soldi e case’, non so se cambierà  idea (anche lei è imputata, ndr)”.
Poi, le “due occasioni” in cui avrebbe incontrato Ruby (“di lei se ne occupava Mora e Berlusconi la manteneva”) quando era ancora minorenne, non lontano dall’ufficio di Mora. “Anche lei mi disse di avere fatto sesso ‘col Presidente’, io sapevo già  che le gemelle Ferrera e altre ragazze erano amanti del presidente e quindi non mi stupivo”. E dei rapporti tra Ruby e il leader di FI avrebbe avuto conferma “anche da Corona”.
Trevaini, infine, stando sempre alla versione di Chiesa Soprani, gli disse che “sapeva che in quelle cene c’erano rapporti sessuali e che proprio di conseguenza faceva la giornalista, ossia per questo aveva avuto un contratto”.

(da “Huffingtonpost”)

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BORGONZONI CHE DA’ DELL’ASINO A BONACCINI PERCHE’ MILANO MARITTIMA E’ UNA FRAZIONE DI CERVIA E NON UN COMUNE AUTONOMO

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

PARLA LA PROFESSORESSA DI GEOGRAFIA CHE NON CONOSCE I CONFINI DELL’EMILIA-ROMAGNA E SCAMBIA BOLOGNA CON FERRARA

Non sembrava vero alla candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna Lucia Borgonzoni di poter dare dell’asino a Stefano Bonaccini: per questo ieri l’occasionissima l’ha voluta cogliere: “Lo pubblico solo perchè l’infallibile ‘maestrino Bonaccino’ del PD ha montato un caso nazionale con i giornalisti suoi amici su una foto sbagliata in un evento di questa pagina, facendo credere che io, bolognese, non conosca la differenza tra Bologna e Ferrara…”.
Ed eccola, la foto incriminata, che mostra una sequela di ombrelloni e il richiamo severe da professoressa di geografia: “No, maestrino Bonaccino, il comune si chiama Cervia”.
Ma qualcosa non va. Perchè Milano Marittima è una frazione balneare del comune di Cervia.
L’errore nel manifesto di Bonaccini è quindi aver scambiato la parola “comune” con la parola “frazione”. Il richiamo, invece, viene da una che in effetti, come conferma lei stessa, ha scambiato Bologna con Ferrara (anche se c’era qualche cameriere che la difendeva…) e che ha sbagliato anche i confini dell’Emilia-Romagna:
Qual è più grave?

(da “NextQuotidiano”)

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CASO GREGORETTI, CONTE: “A DECIDERE E’ STATO SALVINI”

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

“ERA ENTRATO IN VIGORE IL DECRETO SICUREZZA BIS VOLUTO DA SALVINI ALLO SCOPO DI RAFFORZARE LA COMPETENZA DEL VIMINALE”

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha negato il suo coinvolgimento nella vicenda della nave Gregoretti, per cui la Giunta delle immunità  del Senato è chiamata a valutare l’operato di Matteo Salvini, per decidere in merito a un suo eventuale processo.
Il presidente della Giunta Gasparri, nella sua relazione, ha chiesto di respingere la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronto dell’ex ministro dell’Interno. E ha anche sottolineato l’esistenza di un “coinvolgimento politico-governativo” di Conte, “comprovato innanzitutto dalla assenza di qualsivoglia presa di posizione contraria sulla conduzione del caso Gregoretti da parte del ministro Salvini”.
“Tutta la fase decisionale riguardante lo sbarco è stata gestita dall’allora ministro dell’ Interno, che l’ha anche rivendicata, come attestano le dichiarazioni pubbliche dell’epoca. Peraltro la vicenda risale al luglio 2019, quando era già  in vigore il cosiddetto decreto “sicurezza bis”, fortemente voluto dal ministro Salvini proprio allo scopo di rafforzare la competenza del Viminale”, ha replicato il presidente del Consiglio in un’intervista al ‘Corriere della Sera’.
“Quanto invece alle attività  di redistribuzione dei migranti, mi è stata sollecitata la disponibilità  a farmene carico ed è per questo che è stato coinvolto l’ Ufficio diplomatico della Presidenza del Consiglio. Se qualcuno mi contesta il generale indirizzo politico sul tema delle migrazioni, sono pronto a risponderne. Le mie posizioni sul punto, formali e informali — ha aggiunto Conte — sono tutte documentate e non è mia abitudine sottrarmi alle responsabilità . Se però devo rispondere della specifica decisione riguardante lo sbarco di una nostra nave in un nostro porto, non posso affermare di essere stato coinvolto se questo non è avvenuto”.
Sulla revoca delle concessioni ad Autostrade, “La decisione arriverà  presto e poggerà  su solide basi tecnico-giuridiche. Ormai è evidente che sono emerse gravissime inadempienze nella gestione delle infrastrutture autostradali. La vocazione di questo governo è di tutelare l’ interesse pubblico, non di assicurare un futuro vantaggioso ai concessionari privati, tanto più se inadempienti”, ha spiegato.
“Gli investitori stranieri sanno che anche nei rispettivi Paesi di provenienza vi sono sistemi legali che prevedono rimedi molto severi in caso di breach of contract , di inadempimenti così gravi. Quando poi ci sono interessi pubblici così evidenti e 43 vittime eviterei di richiamare a sproposito formule come ‘certezza del diritto’ o ‘stato di diritto’. In uno stato di diritto la sicurezza dei cittadini è al primo posto. Punto”.
Il dossier Libia è ancora aperto, e Conte ha voluto rassicurare i cittadini sul fatto che l’Italiaha un peso a livello internazionale nella gestione della crisi: “L’incisività  e la credibilità  dell’Italia in politica estera è fuori discussione e con la Libia siamo in prima linea. Parliamo con tutti non per ambiguità , ma perchè alimentiamo il dialogo ribadendo a tutti la nostra posizione, limpida e trasparente, politicamente insuperabile: la guerra allontana la prosperità  e il benessere del popolo libico, e se alimentata da attori esterni rischia di allontanare anche la prospettiva dell’ unità  e dell’ autonomia della Libia”.
“Dobbiamo lavorare tutti per una soluzione politica — ha sottolineato ancora -, preparandoci all’appuntamento di Berlino. Dobbiamo tutti approfittare di questo ‘cessate il fuoco’ per contrastare l’ opzione militare. A Mosca Sarraj e Haftar saranno chiamati a siglare questa tregua. Ora non ha importanza una rincorsa per rivendicare primati, ma è importante il coordinamento di tutti i soggetti. Le mie telefonate e le mie visite servono a questo: a ribadire l’ importanza di questa tregua per indirizzare il processo politico. L’Italia continuerà  ad avere una influenza centrale, stiamo lavorando anche per rafforzare il ruolo dell’ Unione europea. La mia visita in Turchia e in Egitto serve perchè tutti abbiano un’ agenda comune in vista della conferenza di Berlino”.
Conte poi ha proseguito minimizzando il peso che avrà  il risultato del voto alle regionali per la tenuta del suo esecutivo. Secondo lui il voto alle regionali in Emilia Romagna “è importante, ma rimane espressione di una comunità  regionale e non decide del destino del governo nazionale. Quanto alla verifica, si tratterà  più esattamente di un ‘confronto’ con le varie forze di maggioranza per impostare l’Agenda 2023, sulla base di alcune priorità  che io stesso ho individuato”.
“Da un primo scambio con le forze politiche ho compreso che conviene attendere ancora alcuni giorni per dare il tempo a tutti di elaborare un’ ampia riflessione. Oggi parte la riflessione interna al Pd. Anche il M5S sta completando un’opera di riorganizzazione interna e chiede alcuni giorni per offrire il proprio contributo. È ragionevole che il confronto slitterà  alla fine di questo mese. Ma questo non è un male. L’importante è ripartire con maggiore coesione, chiarezza di obiettivi, massima determinazione. Vogliamo che l’ Italia torni a correre”.
All’orizzonte c’è poi una riforma dell’Irap: “In soli tre mesi siamo riusciti a trovare 23 miliardi e, allo stesso tempo, abbiamo ridotto il carico fiscale per lavoratori, famiglie e imprese: in un anno faremo molto di più e l’ Iva non aumenterà . Realizzeremo un’ampia riforma dell’ Irpef e accelereremo il piano degli investimenti, creando una più intensa sinergia tra pubblico e privato”, ha annunciato. “Confidiamo molto nei frutti dell’azione di lotta all’ evasione. Anche per questo abbiamo investito ben 3 miliardi di euro per incentivare i pagamenti digitali, perchè se tutti pagano le tasse, tutti pagheranno meno. Avremo anche più tempo per operare un’ oculata revisione delle spese improduttive”.

(da Fanpage)

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L’ULTIMA INTERVISTA A L’ESPRESSO DI GIAMPAOLO PANSA: “SALVINI E’ ARROGANTE, IMPREPARATO E PERICOLOSO, RENZI UN BULLO”

Gennaio 13th, 2020 Riccardo Fucile

 “CRAXI ERA UN SIGNORE AL CONFRONTO”… “BELPIETRO FINIVA GLI ARTICOLI CON UN FORZA SALVINI, MA CHE VADA AFFANCULO, ME NE SONO ANDATO”… “L’ITALIA E’ UN PAESE DEL CAZZO, SONO CONTENTO DI NON AVERE 28 ANNI, COSI’ NON LA VEDRO’ SPROFONDARE”

Che vuol sapere da me? Sono un vecchio ronzino di 82 anni, ho cominciato nel giornalismo nel 1960, a La Stampa, e credo di essere il recordman dei cambi di redazione: sono sempre stato un ramingo, un randagio, un Rom».
Giampaolo Pansa, classe 1935, condirettore de L’Espresso dal 1991 al 2008, con il suo Bestiario, ci riceve nella sua casa, nella campagna senese, che ha eletto a buen retiro. Fuma una Merit dietro l’altra: alla fine, nelle quasi due ore di colloquio, saranno quattro. Adele Grisendi, sua compagna da molti anni, “la mia padrona”, va e viene.
Perchè ha lasciato La Verità  e Maurizio Belpietro, dopo tanti anni di collaborazione, al di là  delle espressioni di circostanza che entrambi avete usato?
«Quando un direttore, in questo caso Belpietro, conclude un suo articolo di fondo – è vero che ne produce uno al giorno – scrivendo “Forza Salvini”, eh beh…».
Eh beh cosa?
«Non mi piace! Io non ho mai gridato “forza Salvini”, non ho mai gridato “forza” nei confronti del politico di turno, semmai ho strillato a me stesso “forza Giampaolo”, quando l’anno scorso ho perso mio figlio Alessandro e mi sembrava di non farcela più, davvero. E ce l’ho fatta, invece, grazie ad Adele».
Non ha digerito quel peana, insomma.
«Ma che fai? Scrivi forza Salvini? Ma vaffanculo! Io non ci sto in un giornale che vedo in preda a una deriva salviniana pazzesca. E non vale solo per quel giornale, intendiamoci».
Infatti, lei in un Bestiario dedicato proprio al ministro dell’Interno, lo scrive: di giorno in giorno, i quotidiani si stanno schierando con il nuovo potente.
«Le leggo l’ultima parte della lettera personale che ho inviato a Belpietro: “non mi riconosco più nella linea de La Verità  soprattutto nel sostegno a Matteo Salvini e in quelli che sembrano i suoi obiettivi di leadership”».
Quali intende?
«Ma lui vuol comandare! Vuol disfare tutto! È un autoritario. È anche un po’ un fascista, diciamolo».
Se lo dice lei, che dal “Sangue dei vinti” in poi è diventato il fustigatore dei partigiani e dell’antifascismo… Ma non le sembra un’espressione eccessiva?
«Salvini è muscolare, è un accentratore, ce ne sono esempi continui. È fascista nei modi, nelle cose. Ma scusi, come chiamarla questa sua convinzione che il resto della politica italiana sia immondizia, eddai. E poi la sua faccia non mi piace».
Siamo alla fisiognomica, Pansa…
«La metta come vuole, ma in quel volto, quelle espressioni, si legge la prepotenza: è un uomo prepotente. E poi questa arroganza e questa impreparazione, che si accoppia con quella del M5S. Insomma se lei mi chiedesse se comprerei un’auto usata da lui…».
La comprerebbe?
«Nooo! Perchè non so cosa ci troverei dentro. Probabilmente quello che fa comodo a lui, non a me».
Eppure il leader della Lega pare avviato a una lunga carriera: lui scommette su trent’anni di potere.
«Io invece lo vedo incamminato lungo una strada che sarà  disastrosa, per lui e per noi. Prenda questa vicenda dei soldi da restituire… ».
L’Espresso ne scrive da qualche mese ormai.
«Una “paccata” di milioni, secondo quanto stabilito dalla Cassazione. Salvini ha fatto numeri terribili, fino a chiedere l’intervento di Sergio Mattarella. Ma andiamo! Senza dimenticare che quei soldi sono danari del finanziamento pubblico, vengono dalle nostre tasche».
Il ministro che spara sulla Cassazione le ricorda Silvio Berlusconi, quando cominciò a lanciare invettive contro le Toghe rosse?
«Neppure il Cavaliere osò tanto. Salvini è pericoloso, perchè è uno sbruffone, perchè ha attitudini violente, perchè è un accentratore, perchè il potere gli piace troppo. Insomma, come facevo a restare a La Verità ? Belpietro era venuto sin qui ad arruolarmi. Ma questa adesione totale, piena al salvinismo, non mi convince e non la tollero».
Lei di bulli, in politica, in quasi 60 anni di lavoro, ne ha incontrati e raccontati a iosa.
«L’ultimo è Matteo Renzi. Sono stato io il primo a dargli l’appellativo di bullo, se l’avessi registrato e ne avessi il copyright, oggi sarei ricco, talmente tanti sono quelli che l’hanno riutilizzato nei confronti dell’ex premier. Che ha fatto la fine di tutti i bulli»
E il primo chi è stato? Amintore Fanfani?
«Ma no, come Bettino Craxi, Ciriaco De Mita, Massimo D’Alema, neppure Fanfani era un bullo. Erano signori potenti e protervi, ovviamente ognuno a suo modo. Con Craxi, per esempio, c’era un buon rapporto, ma anche De Mita, alla fine, era uno alla mano…».
Perchè Craxi?
«Craxi lo conoscevo che eravamo ancora studenti e lui aveva anche i capelli. Ai tempi dell’Unione goliardica italiana-Ugi. E poi, per anni, sono stato all’hotel Raphael, dove viveva lui, perchè allora i giornali erano ricchi e potevano pagare l’albergo a un vicedirettore».
Una volta Craxi le fece scrivere una intervista da solo: domande e risposte.
«“Le tue risposte saranno certamente migliori delle mie”, mi disse. Ma non era un bullo. Lui e gli altri venivano da una storia lunga, da anni di politica. Gente che aveva mangiato tanto pane nero, duro e anche tanta merda. Personaggi che avevano una misura, che si rendevano conto d’avere di fronte un Paese difficile e che bisognava stare attenti ai propri passi. Un personaggio come D’Alema, per esempio, aveva il piacere di mostrarsi arrogante, ma lo era meno dei vari Salvini di oggi, che però sono adatti all’Italia e alla volgarità  di questi tempi»
Che tempi sono? Abbastanza di recente lei ha scritto in un suo libro che c’è un brutto clima, che sembriamo esser tornati al 1922, all’avvento del fascismo.
«Se il clima generale non fosse così foriero di pessime novità , la gente, persino i giornali, non sentirebbero di doversi cercare un protettore. A me spiacerebbe solo che qualcuno, dopo la mia morte, se la prendesse con mia moglie Adele».
Troverebbe pane per i suoi denti, credo.
«Mah, non credo mai alle situazioni in cui c’è un Cavaliere bianco che ti difende dal Cavaliere nero. Il Cavaliere nero di oggi è Salvini. Se mi chiede se c’è e chi sia il Cavaliere bianco, non so risponderle».
Non mi ha parlato dell’alleato di Salvini, il Movimento 5 stelle.
«Ah, Luigi Di Maio e il suo pauperismo finto, istigato da Beppe Grillo, uno che pensa di estrarre a sorte i senatori, capisce? Prenda questo decreto “Dignità ”: la parola stessa trasuda moralismo. La morale fatta per legge».
Molti anni fa lei, quando era vicedirettore di Repubblica, sollevò una marea di polemiche, specialmente a sinistra, parlando di “giornalisti dimezzati”, che si mettevano al servizio di una causa, per interesse o per militanza. Miriam Mafai le dette parzialmente ragione, ammettendo che con il Pci era stato così. Sta accadendo lo stesso con il governo gialloverde?
«Ognuno con la propria dignità  faccia quel che vuole. Ognuno si dimezzi a piacimento. Mi sono dimesso da La Verità  perchè quel giornale si è dimezzato. Ma non è certo l’unico».
Il prototipo del giornalista militante, secondo alcuni, è Marco Travaglio.
«Posso dirle che Travaglio non lo leggo?».
Come non lo legge? Lei si sorbisce una dozzina di quotidiani ogni giorno.
«E c’è anche Il Fatto quotidiano, ci mancherebbe. Ma lui è davvero noioso, è troppo lungo».
In questi anni lei ha bombardato di critiche feroci i giornali per cui ha lavorato più di trent’anni, Repubblica e L’Espresso
«Vero, ma ho sempre avuto affetto per “Barbapapà ” Eugenio Scalfari: lui mi ha portato a Repubblica, dove arrivai con Bernardo Valli dal Corriere. Andammo in via Solferino ad annunciarlo al direttore, Franco Di Bella, che aveva appena sostituito Piero Ottone e lo sapeva già : “Siete venuti a dimettervi insieme, che rompicoglioni”. E poi a L’Espresso ho vissuto gli anni giornalisticamente più belli, in tutto il mio girovagare: in Via Po, a Roma, in quella redazione. Claudio Rinaldi mi chiese di fare il suo condirettore, rivelandomi che gli avevano diagnosticato da poco la sclerosi multipla: “Ti rendi conto che fai una scommessa anche sulla mia salute”? Anni bellissimi. Ricordo quella volta che…».
Quella volta?
«Che nel ’92, in piena Tangentopoli, uscì la notizia del coinvolgimento dell’editore, Carlo De Benedetti, e della sua Olivetti in un’inchiesta. “E ora che si fa?”, chiesi a Rinaldi. Lui non ebbe dubbi: “Ora tu vai a Ivrea e intervisti l’Ingegnere”. E io: “Ma sei pazzo?”. Ci andai, ovviamente, e venne fuori una bella intervista. Ricordo Toni Pinna, e poi Antonio Ramenghi».
Il vicedirettore con cui lei ha lavorato per anni, scomparso di recente.
«Una sera, da poco arrivato a casa, mi sentii male: svenni. Adele chiamò il giornale, arrivarono Ramenghi e il giovanissimo Marco Damilano. Quando aprii gli occhi, sul letto, e vidi le loro facce, esclamai: “Oh cavolo, mi hanno già  riportato al giornale”. Mi trasferirono in ospedale in ambulanza e Ramenghi, che era venuto insieme al fattorino del giornale con una Panda, volle accompagnare Adele, cedendole il posto davanti e accovacciandosi, lui, nel vano portapacchi, dietro la reticella. Giunsero al Pertini prima dell’ambulanza. Ramenghi uscì dalla bauliera e se ne andò solo dopo il mio arrivo. Un uomo generoso, fuori dal comune».
In quegli anni lei e gli altri avete condotto la Guerra di Segrate contro Berlusconi.
«Il Cavaliere voleva mangiarsi tutto. Era una questione di resistenza»
Pessimista?
«Questo è un Paese del cazzo, mi scusi l’espressione».
Scusato.
«E aggiungo che sono contento di avere 82 anni e non 28, temo che andremo a fondo, non accorgendocene o, quando lo capiremo, sarà  troppo tardi. È un’Italia dove i farabutti hanno sempre di più la meglio sugli onesti. Cose troppo nere? Forse, ma mi auguro che non sia venuto fin quaggiù per intervistare il saggio della montagna».

(da “L’Espresso”)

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E’ MORTO GIAMPAOLO PANSA, GRANDE GIORNALISTA E SCRITTORE

Gennaio 12th, 2020 Riccardo Fucile

SEMPRE CONTROCORRENTE E ROMPISCATOLE, IRRIVERENTE E REVISIONISTA, LIBERO E INDIPENDENTE

Giampaolo Pansa è morto. Il giornalista e scrittore italiano, noto per i suoi libri e le sue rubriche giornalistiche, è venuto a mancare oggi, domenica 12 gennaio 2020, a Roma. Stava poco bene da alcuni mesi, ed era ricoverato in una clinica romana.
Al suo fianco fino all’ultimo Adele Grisendi, ben più di una (seconda) moglie: una compagna per la vita.
Pansa aveva scritto per Epoca, L’Espresso, Repubblica, La Stampa, Il Giorno, Il Messaggero, il Corriere della Sera e Panorama. Da quest’ultimo era stato allontanato nell’estate del 2019
Controcorrente. Rompiscatole. Cinico. Amaro. Spietato e irriverente. Traditore e revisionista. Libero e sempre indipendente

(da agenzie)

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