Destra di Popolo.net

BRASILE, I MILITARI PRENDONO LE DISTANZE DA BOLSONARO E DIFENDONO LA DEMOCRAZIA

Maggio 5th, 2020 Riccardo Fucile

DOPO LA MANIFESTAZIONE CON TONI GOLPISTI CONTRO IL PARLAMENTO E IL TRIBUNALE SUPREMO A CUI IL SOVRANISTA ASPIRANTE DITTATORE AVEVA PARTECIPATO

Non è la prima volta e non sarà  l’ultima. Il vertice delle Forze armate brasiliane prende le distanze da Jair Bolsonaro, spegne le sue velleità  golpiste e difende la democrazia.
Lo fa un giorno dopo la manifestazione sulla spianata dei ministeri a Brasilia durante la quale, davanti a centinaia di sostenitori infervorati che aggredivano i giornalisti con le aste delle bandiere, il presidente aveva lanciato il suo monito: “Abbiamo perso la pazienza, non accetteremo più alcuna interferenza da parte di altri poteri. Andremo fino in fondo per cambiare il Brasile. Le Forze Armate sono con noi. Ho incontrato i vertici e me lo hanno confermato”.
È stata questa ultima precisazione a spingere il ministro della Difesa Fernando de Azevedo e Silva, un generale, a emettere un comunicato ufficiale in cui ribadisce un concetto che i quotidiani brasiliani considerano “ovvio”.
“La Marina, l’Esercito e l’Aeronautica sono organismi dello Stato che considerano l’armonia e l’indipendenza tra i poteri imprescindibili per il Paese”, scrive il ministro. “I militari stanno sempre dalla parte dell’ordine, della democrazia e della libertà ”. Ma aggiunge anche un altro concetto a difesa dei giornalisti malmenati: “La libertà  di espressione è un requisito fondamentale della nostra democrazia”.
La presa di posizione non era scontata. Esclusi dalla vita politica per via costituzionale alla fine del ventennio di dittatura, i militari sono stati poi sdoganati dal loro esilio proprio da Jair Bolsonaro che ha nominato nove generali tra i 22 ministri del suo governo.
In diverse occasioni, davanti alle intemperanze e le esternazioni del presidente, avevano rettificato il tiro mostrando una moderazione che bilanciava l’estremismo dell’ex commilitone eletto alla guida del Paese e fagocitato da una base di sostenitori animati da spirito di rivalsa.
Soprattutto il vicepresidente Hamilton Mourà£o, anche lui un generale, ha finito per incarnare il ruolo di colomba nei momenti più duri dello scontro che ha diviso il Brasile sin dall’inizio del governo Bolsonaro. Sulle identità  di genere, sulle Ong, sull’Amazzonia, sugli indigeni, sulla scuola, sui libri di testo, sulla cultura e sulla religione.
In pieno coronavirus, il contrasto si è spostato sulla strategia, dividendo ancora il Brasile tra chi difendeva il lockdown come i governatori e chi, Bolsonaro in testa, esortava tutti ad uscire a casa e a riprendere a lavorare.
Adesso, l’ultima battaglia contro il Congresso, colpevole di non lasciarlo governare, e il Tribunale Supremo di Giustizia che ha deciso di avviare un’indagine sulle interferenze del presidente nelle prerogative del suo ministro della Giustizia denunciate dallo stesso Sergio Moro dopo aver rassegnato le dimissioni.
I capi delle tre Forze Armate hanno comunque solidarizzato con Bolsonaro infuriato dalla decisione del Supremo di bloccare la nomina del nuovo capo della polizia perchè considerata inopportuna, visto che Alexandre Ramagem è vicino alla famiglia del presidente e amico personale dei figli, tutti e tre sotto inchiesta della magistratura. Il Tribunale, a parere dei militari, ha varcato i sui confini istituzionali impedendo un atto che spetta all’esecutivo. Un modo di strizzare l’occhio al capo di Planalto e al tempo stesso tenere dritta la barra del comando.

(da agenzie)

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SONO SCOMPARSI QUELLI CHE DICEVANO CHE I MORTI PER CORONAVIRUS NON ERANO POI COSI’ TANTI

Maggio 5th, 2020 Riccardo Fucile

LA REPENTINA SPARIZIONE DAI TITOLI DI LIBERO, IL GIORNALE E IL SOLE 24 ORE

Quando la scienza avrà  finito di lavorare su SARS-CoV-2 dovrà  assolutamente dedicarsi a risolvere un altro mistero assolutamente non glorioso: la repentina scomparsa di quelli che sostenevano che il Coronavirus SARS-COV-2 alla fine non era poi così cattivo perchè “i numeri non sono così tragici come dicono governo e virologi”.
La storia del Coronavirus che alla fin fine non è poi così male è circolata sin dall’inizio dell’epidemia ha avuto il suo più alto momento di gloria grazie a Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, autori di un pensoso tomo che metteva in dubbio i decessi in Italia.
La riflessione, ospitata dapprima da testate del calibro di Libero (LOL) e il Giornale (straLOL), è finita anche sul Sole 24 Ore (e lì tuttora rimane nonostante le smentite) non perchè corretta (non sia mai che qualcuno rispetti la verità ), ma perchè funzionale agli interessi dell’editore (Confindustria)
Già  all’epoca la faccenda venne smentita dall’ISTAT che spiegò che il numero dei decessi si riferiva soltanto ad alcuni comuni. Naturalmente questo servì a poco perchè non si sa mai cosa tramano all’Istituto di Statistica il cui capo è stato scelto da Matteo Salvin OHWAIT!. Ma oggi i dati veri sono a disposizione di tutti (anche se, incredibilmente, non contano ancora il 100% dei comuni) e la risposta è chiarissima.
Eppure i nostri eroi di Libero, Giornale e Sole, che pubblicano cazzate tanto poi al massimo si rettifica e a volte manco quello, sono silenti.
Non una parola a proposito di quanto pubblicato qualche giorno prima, non un accenno alle fregnacce sparate in homepage, non uno “scusa” magari pronunciato a bassa voce e con la testa rivolta da un’altra parte per non guardare negli occhi. Perchè si vede che questi qui sono scarsi in quella virtù che, da quando l’uomo è sceso dagli alberi, spinge l’uomo a migliorarsi: il senso della vergogna.

(da “NextQuotidiano”)

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FINANCIAL TIMES FA RODERE IL FEGATO A SALVINI: “ZAIA ASTRO NASCENTE DELLA LEGA CHE OFFUSCA SALVINI”

Maggio 5th, 2020 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO ECONOMICO BRITANNICO DEDICA UN EDITORIALE AL GOVERNATORE LEGHISTA, LUI SI SCHEMISCE: “E’ SOLO UN MOMENTO PARTICOLARE”

“L’astro nascente di Venezia offusca Salvini”. E’ il titolo di un editoriale pubblicato oggi sul Financial Times e dedicato al governatore del Veneto Luca Zaia.
L’articolo cita un sondaggio del politologo dell’università  Luiss Roberto D’Alimonte, secondo il quale mentre la Lega scende dal 34 per cento dei consensi ottenuti alle ultime elezioni europee al 25-26% per cento, quelli personali di Zaia sono saliti attorno al 50 per cento.
Un alto indice di gradimento, quello riscosso dall’esponente leghista, confermato anche da uno studio di Ilvo Diamanti pubblicato su Repubblica, che pone Zaia al primo posto nella classifica sull’apprezzamento dei leader con una percentuale che supera il 50 per cento.
L’articolo sul quotidiano economico britannico parla dunque di un “offuscamento” della parabola di Matteo Salvini causato dall’affermazione, graduale ma inesorabile, del governatore. Con la frenata a un’ascesa politica che durava da 4 anni e pareva inarrestabile, “la minaccia più pericolosa” per il capo della Lega “non arriva dai suoi numerosi nemici ma dall’interno del suo stesso partito”, scrive appunto il FT.
A suffragio di questa tesi, vengono offerte una serie di motivazioni. Durante l’emergenza italiana del coronavirus Salvini “ha faticato a stabilire l’agenda come faceva prima”, facendo “scivolare la Lega nei sondaggi”, e “lo sfidante alla leadership è ora il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, dopo che la sua strategia di lotta al Covid-19 ha attirato l’attenzione globale”.
Lombardia e Veneto, spiega il quotidiano della City, sono state le due regioni inizialmente più colpite dal virus. Entrambe guidate da governatori leghisti, hanno adottato approcci diversi ma il “modello veneto” è risultato vincente, con 1.500 morti contro i 14 mila della Lombardia, grazie a una politica di test e tracciamento dei contagi. Il governatore Zaia, spiega ancora il Ft, è stato definito dai giornali “mr 80%” o “il Doge”.
Zaia, da parte sua, si schermisce: “Astro nascente? E’ un’ossessione, stiamo parlando di sondaggi fatti in un momento particolare. Non me ne frega niente”, dice rispondendo sulle ipotesi di un impegno politico nazionale, “L’obiettività  – ha aggiunto Zaia – porta a dire che nella classifica sono in testa tutti quelli che si sono occupati di coronavirus, da Conte in giù. Poi la politica ha un corso diverso dal coronavirus, non sono minimamente interessato, lasciatemi fuori da queste manfrine”.
Zaia poi cita Sallustio: “Il sentimento che viene dopo la gloria è l’invidia, dobbiamo governare una regione complessa e non abbiamo tempo da perdere con le distrazioni. E stavolta è vero – scherza – non è Eracleonte da Gela”.

(da agenzie)

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MENTRE MOLTI ITALIANI SONO IN FILA ALLA CARITAS, LA LEGA A SASSUOLO SANZIONA CHI FA LA CARITA’

Maggio 5th, 2020 Riccardo Fucile

SARANNO “SEGNALATI” COME I PERICOLI PUBBLICI, ROBA DA RIDERE SE NON FOSSE TRAGICA-

A Sassuolo i cittadini che faranno la carità  su suolo pubblico finiranno in un apposito raccoglitore che archivierà  i nomi dei segnalati. “Cibo, denaro, generi alimentari e vestiario si potranno donare ma non per strada, non in piazza, non su un sagrato. Questo strumento migliora il clima di sicurezza ed era un obiettivo nel programma del sindaco”, afferma il consigliere Giovanni Gasparini della Lega di Sassuolo.
Un regolamento portato in Consiglio comunale in un momento in cui non solo si lotta ancora contro l’epidemia ma in cui molti cittadini si trovano in situazioni economiche complesse e il tema “povertà ” è quanto mai attuale.
In pratica, mentre il resto del paese pensa a come aiutare chi ha perso il lavoro, chi deve ripartire nell’incertezza, chi non ha risorse per pagare i debiti accumulati, a Sassuolo la Lega pensa a punire la carità .
Non è ben chiaro poi la questione “raccoglitore” o “registro informale” delle segnalazioni. In pratica, cittadini, vigili, forze dell’ordine, spie russe, il Mossad — non si è capito bene chi- potrà  segnalare al Comune quei delinquenti che offriranno un panino a un senzatetto sotto a un porticato.
“Non è una questione di pregiudizio nei confronti della persona che sta chiedendo la carità , ma la possibilità  che una persona possa essere in un modo o in un altro soggetta a contesti illegali”, spiega Gasparini.
In pratica, per dire che non è un pregiudizio, il buon Gasparini ha spiegato esattamente cosa sia un pregiudizio.
E ancora: “Un conto è la carità  consapevole, ma il gesto di carità  non può essere indiscriminato perchè può creare problemi alla sicurezza pubblica. Se ci sarà  una segnalazione, quella diventerà  magari un ammonimento, poi si valuterà  se la persona merita la sanzione, a discrezione”.
Cioè? Se al vigile sei simpatico o tifi Sassuolo una tirata d’orecchie, se tifi Modena 57 euro di multa?
Insomma, una di quelle trovate della Lega che trasudano arguzia ed empatia. Si spera solo che qualcuno, ignorando il nuovo regolamento, tenda la mano al sindaco leghista di Sassuolo Gianfrancesco Menani e gli regali un registro informale su cui appuntare tutte le assurdità  propagandistiche che partorisce la Lega, compresa questa.

(da TPI)

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REGOLARIZZATI BRACCIANTI E COLF

Maggio 5th, 2020 Riccardo Fucile

L’INIZIATIVA DELLA BELLANOVA

È arrivato il momento dei sommersi. Mercoledì o giovedì arriva in Consiglio dei ministri un provvedimento per la regolarizzazione degli invisibili, sono i lavoratori stranieri in nero, sfruttati e indispensabili per l’economica.
Numeri e categorie sono in fase di studio e anche al centro di un dibattito politico, che nel pomeriggio dovrebbe tradursi in un accordo definitivo, che dovrebbe portare alla regolarizzazione di agricoltori, colf e badanti.
A spingere in tal senso è la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova che vorrebbe regolarizzarne 600mila, tra agricoltori, colf e badanti.
Il ministro dell’Interno Luciana Lamargese optava per un inserimento graduale partendo dagli agricoltori e fermandosi quindi a 250-300mila.
Per poi proseguire in seguito con un altro provvedimento. Restano certamente fuori i lavori edili.
Da superare ci sono i dubbi del Movimento 5 Stelle con Carlo Sibilia che considera siano altre le priorità . L’accordo definitivo dovrebbe arrivare in giornata durante un’altra riunione a cui parteciperanno oltre ai ministri Bellanova e Lamorgese, anche il titolare del dicastero del Sud Giuseppe Provenzano e il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo.

(da agenzie)

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IL GRANDE BUSINESS DEI TEST SERIOLOGICI

Maggio 5th, 2020 Riccardo Fucile

LA VERITA’ CHE NON VI RACCONTANO

Tutti la ricorderanno perchè ha segnato l’inizio della Fase 2, ma la data del 4 maggio nella storia dell’emergenza Coronavirus è importante anche perchè è il giorno in cui i test sierologici sono arrivati in un campione di laboratori scelto da Istat e Inail che deve verificare (gratuitamente, cioè paga lo Stato) se 150mila italiani sono venuti in contatto con il virus e hanno sviluppato l’immunità .
Non solo: intanto le Regioni hanno comprato un totale di quattro milioni di test con lo stesso obiettivo.
Per chi produce e vende gli esami si annunciano buoni affari, visto che un kit può costare, a seconda delle tipologie, tra 4 e 7 euro alle Regioni e tra 25 e 50 ai privati cittadini.
C’è un un problema, però: i test sierologici non sono per niente in grado di dare le cosiddette patenti di immunità . Ovvero di poter dire con certezza che chi li ha fatti è immune a SARS-CoV-2.
Cosa sono i test sierologici e quanto ci vogliono mangiare
Partiamo dall’inizio. Gli esami del sangue per la ricerca degli anticorpi non sostituiscono il test del tampone, il cui scopo è stabilire se una persona ha il virus in quel momento (pur con margini di errore) e viene eseguito cercando il suo RNA nelle cellule e secrezioni del naso o della gola.
I cosiddetti test sierologici invece si effettuano sul sangue e servono a stabilire se una persona ha fabbricato anticorpi contro il virus SARS-CoV-2, nel qual caso significa che è venuto in contatto con esso in un passato più o meno recente.
Gli anticorpi che si vanno a cercare sono essenzialmente di due tipi: IgM (Immunoglobuline M) e IgG (Immunoglobuline G). Le IgM vengono prodotte per prime in ordine di tempo dopo che è avvenuta l’infezione, le IgG successivamente.
La Repubblica ha ricordato che sono ben 72 le aziende che si sono presentate al bando del commissario straordinario Arcuri per l’acquisto dei 150 mila esami per lo studio nazionale.
La gara è stata vinta dalla statunitense Abbott che ha deciso di regalare i test e ha poi subito annunciato di averne a disposizione altri 4 milioni per l’Italia, ma a pagamento. Poi ci sono le Regioni. La Lombardia comprerà  500 mila test dalla Diasorin, che ha sviluppato il suo test in collaborazione con il San Matteo di Pavia.
La Toscana ne prenderà  altrettanti da un’azienda senese, la Diesse.
L’Emilia prevede di usarne intanto 300 mila e deve ancora decidere dove acquistarli, così come il Lazio, che ha chiuso la gara.
La Campania, infine, ha detto di voler acquistare 350 mila nuovi test. In tutto saranno ampiamente superati i 2 milioni di kit.
Nelle gare pubbliche spuntano prezzi tra i 4 e i 12 euro. E il punto è tutto qui: «La domanda è: sono veramente interessati all’affidabilità  del test o piuttosto a quanto ci si possa guadagnare? Perchè mi sembra che si faccia la gara a chi prenda la fetta più grossa della torta», dice Giuseppe Cardillo, chimico e con dottorato di ricerca in scienze biotecnologiche conseguito all’università  Federico II di Napoli, con oltre 20 anni di esperienza nel settore della biochimica clinica e della biologia molecolare clinica.
Un singolo test sierologico non serve a niente, tanti quanto costano?
Perchè, a differenza di quello che circola nelle discussioni della politica riguardo i test sierologici, forse a chi governa regioni e amministra ministeri non è chiaro che non si potrà  fare un test con una goccia di sangue in cinque minuti, ricevere il proprio tesserino di sano come un pesce e finirla lì: «Il nuovo coronavirus prima di stimolare la risposta immunitaria ci mette qualche giorno. Nel caso di SARS-CoV-2 la prima risposta sulle IgM si ha dopo almeno 7-9 giorni. Questo significa che se mi infetto e faccio il test prima di quel tempo, il test è negativo. Se, invece, ho solo le IgM sono sicuramente ancora infettivo. Quindi la procedura minima dovrebbe essere quella di fare il test e poi ripeterlo dopo dieci giorni.
Non solo: uno studio pubblicato su Nature ci dice che tutti gli infetti hanno una risposta immunitaria, quindi adesso sappiamo che tutti producono le IgG, che si formano dopo quindici giorni. Ma un test positivo non mi dice se il soggetto si è infettato 15 giorni fa o 60 giorni fa.
Quindi dopo le IgG dovrei fare i tamponi di controllo. La risposta immunologica non ha niente a che vedere con la contagiosità . Mi meraviglio che nessuno di chi propone un “salvacondotto” immunologico abbia valutato questo aspetto», spiega Cardillo.
E non finisce qui: «Con questo stramaledetto virus, l’85% degli infetti è asintomatico, non sa nemmeno di avercelo. A complicare le cose, uno studio di Lancet ci avvisa che circa un quarto dei pazienti sviluppa le IgG prima delle IgM, probabilmente perchè il sistema immunitario si “ricorda” di uno dei 4 coronavirus che normalmente ci provocano le sindromi para-influenzali. Poi c’è il problema della localizzazione: nella prima fase della malattia il virus si trova nel cavo orofaringeo, successivamente trasloca nei polmoni. Posso essere malato ed avere tampone negativo. Diversi malati in terapia intensiva sono rimasti negativi anche per 3 tamponi consecutivi perchè il virus era annidato profondamente nei bronchi. Come faccio ad avere un golden standard? Una idea proposta è quella di utilizzare il tampone rettale, visto che la gente espelle il virus anche nei 40 giorni successivi alla guarigione».
«Un altro problema è quello della privacy. Ci viene detto che se una persona fa un test sierologico in un laboratorio ed è positiva, il laboratorio ha l’obbligo di segnalare il paziente all’ASL. A parte tutti i problemi legali che ciò comporta, non ci è dato di sapere come comunicare con l’ASL. Per telefono? A quale numero? Su una piattaforma digitale? Con che standard di sicurezza? Io posso consigliare di andare dal medico di base in caso di positività  ma poi la responsabilità  è del paziente».
C’è poi una questione scientifica da non sottovalutare: «Solo il Padreterno non mente mai: i test di laboratorio hanno falsi negativi e falsi positivi. Può dipendere dal fatto che il test è stato costruito male, da un errore in fase pre-analitica, dalle caratteristiche della malattia, da caratteristiche intrinseche del paziente. La possibilità  di errore c’è e va considerata».
E quindi, rispetto a come è stata finora raccontata, la questione della patente di immunità  è leggermente più complessa: «Si può dare una patente di immunità  a patto che, se io trovo uno con le IgG, deve avere almeno tre tamponi negativi. Quello che ha le IgM positive è infettivo, ma quello che ha solo le IgG? Il paziente sieronegativo? Non ha mai visto il virus o lo sta ancora incubando? Ripeto il test tra 1 settimana e quante volte lo devo ripetere? Se decido di farne solo 2 e il paziente si è infettato 2 giorni prima della seconda ripetizione? Se io pretendo di dare una patente con un semplice test sierologico sto facendo una fesseria. Lo scopo dei test è solo quello di identificare la grande marea di soggetti asintomatici o pauci-sintomatici».
La corsa ai test prossima ventura
L’emergenza Coronavirus in Italia e nel mondo non finirà  nemmeno quando finirà  il lockdown. E possiamo quindi immaginare una corsa ai test sierologici per motivi di salute sì, ma anche di lavoro.
Già  da oggi i cittadini in Piemonte possono rivolgersi ai laboratori privati per comprarli. Partono questa settimana nel Lazio 300mila test sierologici su operatori sanitari, Rsa, forze dell’ordine e farmacisti.
Repubblica ha scritto il 4 maggio che la Lombardia, che aveva già  dato il via agli stessi kit considerati meno attendibili, farà  una delibera che consente ai laboratori privati di eseguire i sierologici. Il governatore campano De Luca è stato l’ultimo a cedere, dopo un braccio di ferro con i laboratori. Utilizzano i privati, magari dopo accordi con le Regioni, centinaia di aziende che vogliono fare i test ai propri dipendenti prima di farli rientrare al lavoro.
Anche la Regione Campania ha acquistato un milione di kit per i test sul Coronavirus da TechnoGenetics, azienda di Lodi di recente acquisita dai cinesi a un prezzo che varia dai 6 ai 9 euro ciascuno. Tutto questo mentre l’Associazione Italiana di Epidemiologia scrive che «non esiste in questo momento alcuna certezza nell’usare i testi sierologici (tantomeno quelli commerciali esistenti) a fini diagnostici individuali o per ‘certificati di immunità ‘, dato che non c’è consenso circa il tipo di anticorpi che vengono identificati nei diversi test nè sulla loro capacità  di svolgere un ruolo protettivo dall’infezione virale».
E mentre a muoversi saranno anche i tribunali. Proprio TechnoGenetics ha annunciato un ricorso al Tar della Lombardia contro la decisione della Regione di affidare direttamente alla concorrente di Vercelli Diasorin la sperimentazione a livello regionale dopo la certificazione dei test di quest’ultima da parte del Policlinico San Matteo di Pavia.
TechnoGenetics ricorda che il 20 marzo aveva offerto 20mila test rapidi convalidati da uno studio italiano ma che non sarebbero stati presi in considerazione in quanto il dirigente del San Matteo Fausto Baldanti, consulente di riferimento per la Regione Lombardia, sosteneva non fossero affidabili.
I legali dell’azienda lodigiana ritengono dunque l’illegittimità  dell’accordo tra San Matteo, Diasorin e Regione Lombardiadel 26 marzo, peraltro per un prodotto che ancora non esiste ma che blocca le sperimentazioni alternative. La TecnoGenetics sottolinea come le ricerche del San Matteo dovrebbero essere aperte a tutte le aziende. (Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2020)
L’emergenza Coronavirus ha creato un nuovo mercato sanitario e nel mercato, si sa, c’è chi compra e c’è chi vende. In questo chi acquista ha anche il “privilegio” di non spendere i suoi soldi, ma quelli dei cittadini.
E la possibilità  di non sapere che quello che gli stanno vendendo (o peggio: che stanno vendendo ai cittadini con la benedizione delle istituzioni) non è una Ferrari, ma una 500.
Si dice che “tutte le mattine escono di casa un furbo e un coglione. Se si incontrano l’affare è fatto”. Pensate se s’incontrano al mercato.

(da “NextQuotidiano”)

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“HO AVUTO IL CORONAVIRUS A DICEMBRE MA L’HO SCOPERTO UNA SETTIMANA FA COL SIEROLOGICO”

Maggio 5th, 2020 Riccardo Fucile

LA TESTIMONIANZA DI SILVIA, ORGANIZZATRICE DI EVENTI CULTURALI: “QUANTI CASI POSITIVI SONO SFUGGITI ALLE STATISTICHE?”

“È bastato un post su Facebook e centinaia di persone mi hanno scritto raccontandomi la loro storia. La solitudine di tanti che in questi mesi si sono ammalati, hanno avuto febbri terribili, polmoniti, ma nel lockdown non sono riusciti ad accedere nè ai tamponi, nè ai test sierologici. Il virus era tra di noi da mesi, ma non lo sapevamo. Io sono stata contagiata a dicembre, ma soltanto pochi giorni fa ho scoperto aver avuto il Covid, dopo aver fatto il test sierologico. L’ho avuto, ma non sono entrata, non entro, in nessuna statistica e di casi come il mio chissà  quanti ce ne sono”.
Silvia Barbagallo fa l’operatrice culturale. Organizza eventi, fiere di libri, mostre.
Si sente male il 24 dicembre,   al ritorno da un viaggio in Africa con suo figlio. “Una febbre fortissima, con un inizio di polmonite che mi è stata curata con paracetamolo e cortisone e per fortuna è rientrata in tempi brevi. Una specie di influenza molto violenta, così mi aveva detto la mia dottoressa di base. Era dicembre, nessuno, da noi, parlava ancora del Coronavirus”, Silvia si riprende, tra gennaio e febbraio va più volte a Milano per lavoro.
In poche settimane però il Covid diventa uno spettro mondiale. Inizia, anche, la tragedia italiana, i morti in Lombardia.
“Il sei marzo, due giorni prima che iniziasse il lockdown, ho fatto il tampone allo Spallanzani. In quelle settimane ero andata cinque volte a Milano, in Lombardia la situazione era già  grave, mi era sembrato prudente. Sono risultata negativa”.
Poi, la quarantena. “Ci siamo chiusi in casa, come hanno fatto tutti gli italiani. Ero serena, il tampone era negativo. Ma qualche giorno fa, mio figlio che ha diciassette anni ha avuto una febbre molto forte. A quel punto abbiamo deciso di fare tutti, in famiglia, i testi sierologici in un laboratorio privato. E io ho scoperto di avere gli anticorpi del Covid, sono positiva alle “Igg”, le immunoglobuline G, che testimoniano un contatto con il virus lontano nel tempo”.
Dunque, ricostruisce Silvia, “la violentissima febbre di dicembre era il Covid 19”, e il contagio non sarebbe avvenuto a Milano, “ma in Africa, nel viaggio verso la Tanzania probabilmente”.
Su quel volo infatti, insieme a Silvia e suo figlio, viaggiano decine di famiglie cinesi che ormai vivono stabilmente in Tanzania. E’ avvenuto lì il contagio? Forse.
Ma quello che Silvia Barbagallo vuole testimoniare è che i contagi del Coronavirus in Italia sono stati assai più numerosi delle statistiche ufficiali. “I dati che da due mesi leggiamo e ascoltiamo non sono attendibili o meglio danno una rappresentazione incompleta dello scenario complesso. Se mappassero tutti, scopriremmo di averlo già  avuto   in tanti e soprattutto che questo virus era in circolo già  mesi prima dell’inizio di questa tragedia collettiva”.
Perchè è una tragedia quella che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. E riprendendo il post su Facebook scritto da Silvia Barbagallo a cui decine di persone hanno risposto, è questo il tempo di riflettere.
“Abbiamo vissuto in un grande “corpo collettivo” senza permetterci di ascoltare ognuno il proprio perchè avevamo davanti agli occhi il dramma di tutti i pazienti in terapia intensiva, le enormi fatiche dei medici e degli infermieri, il dramma che stava attraversando le vite di tutti. Però quelle paure e quelle sensazioni di impotenza in qualche luogo si sono depositate e forse ora è arrivato il momento di riappropriarci anche di una riflessione personale senza per forza sentirci in colpa. Una riflessione non solo legata al corpo ma anche alle paure che abbiamo vissuto, ai diritti, al futuro, al lavoro”.

(da “La Repubblica”)

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LA STRAGE DI ANZIANI NELLE RSA E I MALATI DI COVID NON ISOLATI AL TRIVULZIO

Maggio 5th, 2020 Riccardo Fucile

GLI SVILUPPI DELL’INCHIESTA DELLA MAGISTRATURA

Il Messaggero racconta oggi uno sviluppo dell’inchiesta sul Pio Albergo Trivulzio e la strage di anziani nelle RSA della Lombardia.
Agli atti delle indagini infatti c’è la testimonianza di un’infermiera che spiega come i malati di Coronavirus che arrivavano nella storica residenza per anziani di Milano non fossero correttamente isolati:
Nel paragrafo dedicato alla «gestione dei contatti stretti e dei compagni di stanza» l’istituto, al centro dell’inchiesta della procura di Milano per epidemia e omicidio colposi, raccomanda «l’isolamento in stanza singola e monitoraggio clinico» e «se non possibile isolamento in stanza singola, considerare isolamento per coorte di ospiti sospetti Covid». Intanto per ricostruire la «catena» di direttive e comunicazioni tra Regione Lombardia, Ats (ex Asl) e case di riposo, gli investigatori che indagano sulle centinaia di morti nelle Rsa hanno sentito a verbale anche alcuni funzionari dell’amministrazione regionale e dell’Agenzia di tutela della salute, come testimoni.
È uno sviluppo delle a oltre 20 inchieste condotte dal Nucleo di polizia economico finanziaria della gdf e dalla squadra di polizia giudiziaria, sulle residenze milanesi, tra cui lo storico Trivulzio.
Le testimonianze dei funzionari sono state raccolte la scorsa settimana, quando sono stati ascoltati a «sommarie informazioni testimoniali» anche alcuni familiari di vittime e operatori sanitari che si sono presentati spontaneamente per le audizioni.
I dipendenti hanno raccontato della carenza di mascherine nelle prime settimane dell’emergenza Covid e di «minacce, quando le usavamo». Un’infermiera che lavora al Frisia di Merate (Lecco), istituto che fa capo al Trivulzio, aveva già  messo a verbale che mancavano i «presidi sanitari» di sicurezza, che i pazienti con sintomi «non venivano isolati» in modo corretto e che i parenti continuavano ad entrare anche dopo lo scoppio dell’epidemia.

(da agenzie)

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IL LEGHISTA GERACI CONTRO SALVINI: “DIRE CHE FARA’ CAUSA ALLA CINA E’ SOLO UNA TROVATA MEDIATICA”

Maggio 5th, 2020 Riccardo Fucile

L’EX SOTTOSEGRETARIO E’ STATO TRA I FAUTORI DEL MEMORANDUM D’INTESA ITALIA-CINA: “LOMBARDIA E VENETO FANNO 7 MILIARDI DI EXPORT CON LA CINA, MA CHE VOGLIAMO FARE…”

Anche dentro la Lega sanno che la metà  delle affermazioni di Salvini nascondono il nulla e non hanno alcuna conseguenza reale.
Ma servono per alimentare paure, odio e – in questo caso – mettere in primo piano la Cina per far passare in secondo piano i disastri fatti della Lombardia leghista in tempi di coronavirus.
“Non uscirà  un soldo dalla causa che la Lega lombarda ha fatto a Pechino. Si tratta più che altro di un atto dimostrativo per rinforzare i nostri rapporti con gli States, ma non ce n’era nessun bisogno” e “credo di tratti di una trovata mediatica”.
Parola di Michele Geraci, ex sottosegretario al Mise nel governo gialloverde, che rivendica di essere stato lui a volere fortemente il Memorandum d’intesa Italia-Cina sulla ‘Via della Seta’.
“Ci sono delle risposte che la Cina deve dare e sta pian piano dando. Ha ammesso – dice Geraci al Fatto Quotidiano – che Wuhan ha avuto dei ritardi nel dare le informazioni, ha licenziato tutti i capi del partito della provincia dello Hubei e proclamato martire il medico che all’inizio denunciò la pandemia”.
Quindi la Lega Lombarda sbaglia? “Per giudicare un’azione, bisogna sempre partire dal suo obiettivo. E non lo conosco. Ma credo di aver capito che si tratta solo di un annuncio, un’intenzione di fare causa – afferma – La Lombardia fa più di 5 miliardi di export verso Pechino, il Veneto 1,7. Sono numeri che contano”.

(da Globalist)

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