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OSPEDALE FIERA DI MILANO: GUARDIA DI FINANZA NEGLI UFFICI DELLA FONDAZIONE

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

ACQUISITI DOCUMENTI NELL’AMBITO DELL’INCHIESTA SULLA REALIZZAZIONE DELL’OSPEDALE DI EMERGENZA

La Guardia di Finanza si è recata presso gli uffici della Fondazione Fiera a Milano per acquisire documenti nell’ambito dell’inchiesta della procura di Milano sulla realizzazione dell’ospedale alla Fiera al Portello per accogliere i malati Covid.
Stando a quanto si apprende il nucleo di polizia Economico Finanziaria della guardia di finanza si trova negli uffici di via Manin a Milano dove ha sede la Fondazione di Comunità  di Milano Città , Sud Est, Sud Ovest e Adda Martesana per acquisire documenti utili all’indagine della Procura sulla realizzazione dell’ospedale in Fera. L’inchiesta del pm Cristiana Roveda del dipartimento del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli era stata aperta a fine maggio in base a un esposto dell’Adl Cobas Lombardia: un fascicolo conoscitivo come atto dovuto, senza ipotesi di reato nè indagati in quel momento.
Secondo la denuncia del sindacato, depositata dall’avvocato Vincenzo Barbarisi, l’ospedale in Fiera avrebbe presentato “delle criticità  già  dal giorno successivo alla decisione di pubblicizzazione da parte di Regione Lombardia della ‘Fondazione Fiera Milano per la lotta al Coronavirus'”, che ha poi raccolto parte delle donazioni private, assieme alla Fondazione Comunità  Milano, che sono servite per l’allestimento della struttura da oltre 200 posti di terapia intensiva. Donazioni per le quali alcuni privati hanno poi chiesto delucidazioni.
Il costo finale dell’ospedale è stato di 21 milioni di euro, e dal giorno della sua inaugurazione ha ospitato circa 25 pazienti. Per questo la struttura ospedaliera fortemente voluta da regione Lombardia e progettata nel pieno dell’emergenza Covid quando i posti in terapia intensiva erano carenti negli ospedali delle varie provincie lombardi è finita al centro di critiche e polemiche.
Nell’esposto presentato in Procura, Adl Cobas Lombardia sottolineava, chiedendo di fare accertamenti e valutare eventuali profili di responsabilità  in merito alla costruzione dell’ospedale, come ogni paziente fosse costato alla Regione circa 840mila euro: “Da una semplicistica valutazione matematica si può in via empirica affermare che ogni paziente ricoverato” nell’ospedale covid realizzato alla Fiera di Milano “sia costato la modica cifra di 840mila euro” per ogni singolo degente.
Solo lo scorso maggio in una intervista rilasciata a Fanpage.it dal primario del Policlinico di Milano Pesenti dopo soltanto cinque settimane di attività , veniva già  annunciata la chiusura dell’ospedale.
Il professor Antonio Pesenti, oltre che primario della terapia intensiva del Policlinico di Milano anche responsabile dell’Unità  di crisi della regione Lombardia per le terapie intensive, aveva così commentato la decisione di realizzare l’ospedale: “Sui traghetti ci sono le scialuppe di salvataggio, al 10 di marzo nessuno poteva prevedere dove si sarebbe fermata l’epidemia”. Mentre sul futuro dell’ospedale era stato piuttosto esplicito: “Il Governo sta preparando un decreto per cui le regioni devono avere una scorta di posti in terapia intensiva. Se la Fiera corrisponderà  ai requisiti che il Governo chiederà  resterà  in piedi, se non corrisponderà  verrà  chiusa o smantellata”.
In sintesi, secondo l’esposto, l’ospedale in Fiera, nonostante sia stato costruito con i fondi privati, a detta del sindacato che ha sempre sostenuto la possibilità  di utilizzare una parte dei padiglioni dismessi e “con gli impianti funzionanti” dell’ospedale di Legnano, si è rivelato “uno spreco di risorse”.
E questo in quanto “proprio nel momento di maggiore criticità , tali fondi sarebbero potuti essere impiegati diversamente ad esempio facendo i tamponi ai medici, ai pazienti e al personale delle Rsa, investendo sulle strutture per la quarantena dei pazienti positivi ma non guariti per evitare focolai domestici — si legge ancora nella denuncia — creando squadre di medici per intervenire ai primi sintomi a domicilio per evitare l’ospedalizzazione”.
Il sindacato ha chiesto anche di “verificare se la tutela degli interessi privati abbia avuto prevalenza rispetto alla prioritaria tutela della salute pubblica” nella costruzione dell’ospedale in Fiera, soprannominato “astronave” da Guido Bertolaso, consulente speciale incaricato per l’operazione dal presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana.
L’esposto dei donatori e le parole di Bertolaso
Intanto Giuseppe La Scala, a capo di uno studio con duecento legali e 150 dipendenti, e anche vicepresidente dell’Associazione piccoli azionisti del Milan, ha denunciato «la mancanza di trasparenza sull’uso dei fondi» e chiede di capire «come sono stati utilizzati i nostri soldi donati» per l’ospedale alla Fiera di Milano e minaccia un’azione legale nei confronti di Regione Lombardia dopo aver donato 10mila euro insieme ai colleghi per la sua costruzione. Ha scritto nel maggio scorso Repubblica Milano:
Il legale descrive un sistema contabile privo di trasparenza. «La Fondazione Comunità , una sorta di emanazione di Fondazione Cariplo, ha costituito al suo interno un fondo dedicato il cui primo donatore è stata Fondazione Fiera, con 50 mila euro e gli spazi messi a disposizione. Questo fondo dedicato – continua il legale – aveva un comitato di gestione composto da un rappresentante di Fondazione Comunità  e due di Fondazione Fiera con funzioni di indirizzo, cioè di consigliare a chi dare i quattrini. Fondazione Comunità  sgancia i quattrini a quelli che fanno iniziative connesse all’ospedale e questi rendicontano alla Fondazione Comunità  che, a sua volta, rendiconta a se stessa e a Fondazione Fiera. Insomma, se la cantano e se la suonano».
Così, se ora fondazione Fiera non renderà  pubblica la destinazione dei soldi, La Scala è pronto a rivolgersi alla magistratura. «Chiederemo agli enti coinvolti di avere accesso agli atti in base alle norme sulla trasparenza perchè, anche se la fondazione è un soggetto di diritto privato, in questi casi quella di Fiera ha un’origine pubblica e la Fondazione Comunità  è emanazione di una banca, ha quindi dietro un sistema di vigilanza pubblica».
E, sempre riguardo l’ospedale, c’è un piccolo giallo che riguarda Guido Bertolaso. Il superconsulente voluto da Attilio Fontana per sovrintendere alla costruzione della struttura alla Fiera di Milano ha detto proprio a La Scala a maggio che ““Quello in Fiera non è il mio ospedale. Sono sconcertato dall’evoluzione del progetto, a causa della mia malattia sono stato di fatto esautorato dall’operazione”. Tanto che “ho diffidato Regione Lombardia e Fondazione di Comunità , dal chiudere la struttura e a proseguire tale progetto”. La conversazione è stata prima confermata al Fatto dallo stesso Bertolaso con degli inequivocabili sms, e poi smentita da Bertolaso: “Leggo solo falsità  a cui non ho nemmeno intenzione di rispondere”.

(da agenzie)

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L’INCHIESTA DELLA MAGISTRATURA SUI TEST SERIOLOGICI IN LOMBARDIA E SUI RAPPORTI TRA LA DIASORIN E LA LEGA

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

LA STORIA DELL’EX COMMISSARIO DELLA LEGA DI VARESE E PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE BESTA

Il Fatto Quotidiano oggi aggiunge un tassello alla vicenda dell’indagine sui test sierologici che vede sotto inchiesta l’amministratore delegato dell’azienda Carlo Rosa e i vertici del Policlinico San Matteo di Pavia nata da un esposto di Technogenetics, che aveva presentato anche richieste di sospensiva al TAR poi annullate dal Consiglio di Stato.
Ieri la GDF ha perquisito case, uffici, laboratori, pc e cellulari: otto indagati, tra i quali il presidente della Fondazione San Matteo Alessandro Venturi e il direttore di virologia dell’ospedale di Pavia, il professore Fausto Baldanti, responsabile scientifico del progetto. Per il quale gli inquirenti sollevano “un evidente conflitto d’interesse” peraltro già  svelato da uno scoop del Fatto: Baldanti era membro del gruppo di lavoro del consiglio superiore della sanità  e componente del tavolo tecnico scientifico della Regione Lombardia chiamato a decidere “l’approccio diagnostico omogeneo” per la diagnostica anti Covid-19.
Un tavolo che decise di non adoperare i test rapidi pungidito “ritenuti inaffidabili sulla scorta, anche, di articoli pubblicati dallo stesso Baldanti su riviste scientifiche nonostante vi fossero pareri opposti” scrive il pm Paolo Mazza. Dopo gli articoli del Fatto, Baldanti dichiarò le dimissioni dai due tavoli.
La Lombardia decise di non usare i pungidito e aspettare che Fondazione San Matteo e Diasorin completassero il loro progetto “malgrado altri operatori del settore (tra cui Technogenetics, che ha presentato un ricorso al Tar e un esposto penale contro l’accordo, ndr) avessero manifestato reiterate manifestazioni di disponibilità ” a collaborare con metodologie già  validate o in possesso del marchio Ce (che il kit di Diasorin otterrà  solo il 17 aprile).
Il pm vuole “fare luce sui legami politici che possono avere influito sulla scelta del contraente” in Diasorin. E sottolinea che all’Insubrias Biopark, in provincia di Varese, c’è la sede di alcuni uffici sia di Diasorin Spa, sia della Fondazione Istituto Insubrico, il cui direttore generale è Andrea Gambini (non indagato, ndr) “già  commissario della Lega varesina e Presidente della Fondazione Irccs Carlo Besta”. Per la Fondazione Diasorin è “un cliente di primo piano”
Gambini è anche presidente del Cda di Servire srl —si occupa di manutenzione di “macchinari per la ricerca biotecnologica” (socio unico è la stessa Fondazione Istituto Insubrico). Nel 2018, Servire srl dichiara “un volume d’affari ” pari a 1,3 milioni e si “conferma” lo “stre tto rapporto con la società  di diagnostica”.“Ci auguriamo che la Procura faccia presto chiarezza come ha già  fatto la magistratura amministrativa — dichiara il presidente del San Matteo Venturi — abbiamo operato correttamente e nell’esclusivo interesse della salute dei cittadini”.

(da “NextQuotidiano”)

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PERCHE’ IN ITALIA NON SI RIESCE A CHIUDERE UNA CHAT DI PEDOFILI CON 53.000 ISCRITTI

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

ALL’INTERNO DELLA CHAT TELEGRAM E’ ANCORA OPERATIVO LO SCAMBIO DI MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO… MA IL SERVER E’ NEGLI USA

La “chat degli orrori” è ancora lì. Nonostante l’inchiesta di Fanpage.it e numerose segnalazioni alla Polizia Postale il gruppo Telegram da oltre 53mila iscritti e decine di migliaia di messaggi al giorno a sfondo pedopornografico non è stato ancora chiuso: la chat è più attiva che mai e solo nelle ultime ore sono state centinaia le richieste e offerte di foto e video di bambini, adolescenti ed ex, con “trattative” che talvolta vengono condotte alla “luce del sole” — cioè davanti a migliaia di utenti online — e altre volte invece proseguono privatamente.
“Cerco video pedo, offro di tutto”, “Cerco giovane porco depravato per commenti pesanti e fantasie perverse su foto di mia moglie vestita da sposa”, “Cerco foro di ex, sorelle, amiche, mamme, cugine”, “Mostro la mia ragazza, foto spy di alta qualità “, “Cerco video pedo con bambini e ragazzine” sono solo alcuni dei messaggi ricorrenti, e neppure tra i più compromettenti
Perchè la Polizia Postale non può chiudere le chat pedopornografiche
Ma per quale ragione — nonostante le segnalazioni alla Polizia Postale — quella chat non è ancora stata chiusa e i suoi membri più attivi denunciati? Il motivo è che Telegram risponde alla giurisdizione statunitense da alcuni mesi, da quando cioè ha attivato un servizio di digital tokens negli USA; per questo non risponde alle leggi italiane.
È una dirigente della polizia postale ad ammettere le difficoltà  a intervenire in situazioni del genere spiegando che si sta lavorando per colmare un vuoto normativo che di fatto limita le possibilità  di intervento delle autorità  italiane: “Queste chat di Telegram possono ospitare fino a 200mila iscritti che spesso, dopo la chiusura, migrano in massa in altre chat con un nome diverso ma le stesse funzioni. È un cane che si morde la coda”.
Insomma, nonostante l’impegno quotidiano e la volontà  da parte della polizia ci sono oggettive difficoltà : d’altro canto si sa che la tecnologia corre e i legislatori sono costretti a inseguire, non con poca fatica.
I server di Telegram infatti si trovano negli Stati Uniti ed è lì, quindi, che si potrebbe intervenire con efficacia e velocità : “Denunciare alla polizia postale è necessario e rientra tra i doveri di ogni buon cittadino, ma purtroppo le nostre forze dell’ordine non hanno molti poteri nei confronti di una società  statunitense”, spiegano da Emme Team, gruppo di studi legali italiani e statunitensi che da febbraio di quest’anno ha aiutato — a titolo gratuito — 495 vittime a far rimuovere foto e video che li riguardavano da chat a sfondo pornografico e pedopornografico.
Telegram è tenuta come tutte le altre società  statunitensi a rispettare i dettami del Digital Millennium Copyright Act (Dmca), una legge che regolamenta non solo il diritto d’autore ma anche la diffusione di foto e video privati. Le vittime — spiegano da Emme Team — “possono richiedere ai giudici federali statunitensi di ordinare ai proprietari di domini e server la rimozione dei contenuti e di fornire ogni informazione utile a identificare e denunciare i responsabili di un crimine. Questo avviene perchè le società  sono tenute a conservare e mettere a disposizione degli inquirenti i tabulati internet, ovvero la registrazione di ogni attività  e indirizzo ip di chiunque passi da un sito americano. Ciò tuttavia non avviene in Italia, proprio perchè i siti sono collocati negli Stati Uniti e devono rispettare le leggi federali di quel paese”. È per questo che la Polizia Postale — che lo ribadiamo, va comunque avvertita — ha sovente le mani legate e non può chiudere chat ospitate su server stranieri
Revenge porn: cosa fare per ottenere giustizia
Intervenendo invece direttamente negli Stati Uniti — ad esempio rivolgendosi a servizi gratuiti come quello di Emme Team — si può ottenere giustizia. Le vittime — o chi legalmente le rappresenta (come nel caso della madre di Tiziana Cantone, la signora Maria Teresa Giglio) — possono richiedere la procedura di blocco dei contenuti illegali e l’identificazione di coloro che li hanno immessi nelle chat. A quel punto i proprietari di un sito (ad esempio Telegram) hanno 15 giorni di tempo per bloccare foto e video (non vengono mai del tutto cancellati, in quanto la prova di un crimine viene sempre conservata). Se la richiesta di blocco non viene evasa, il proprietario del sito diventa co-responsabile del crimine e soggetto a sanzioni, richieste danni e conseguenze penali. Ricordiamo che il revenge porn è una pratica illegale punita con la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro
Quando l’intervento della Polizia Postale è determinante
Non sempre la Polizia Postale ha le mani legate. Ci sono molti casi, come la rete di pedofili sgominata ieri in 12 regioni italiane, in cui le nostre autorità  riescono a intervenire con velocità  ed efficacia. Ciò avviene, ad esempio, quando una vittime di pedofila o revenge porn riesce a farsi fornire in chat iban o dati di carte di credito dai quali per la polizia è un gioco da ragazzi risalire ai titolari. Spesso, infatti, lo scambio di materiale illegale come quello riguardante dei minori avviene in conversazioni private e non di rado in seguito a un’offerta di denaro che si può trasformare in una trappola per i pedofili. Una trappola che porta quasi sempre a denunce, condanne e arresti.

(da Fanpage)

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CASERMA DI PIACENZA, L’UNICO CARABINIERE NON INDAGATO: “FANNO COSE CHE NON MI PIACCIONO”

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

IL GIOVANE CARABINIERE ESTRANEO AI REATI SI LAMENTAVA DEGLI ILLECITI DEI COLLEGHI CON IL PADRE

Giovane, riservato, timido ma determinato a non disobbedire alla divisa. Pur senza fare clamore. Appare così R. B., l’unico militare non indagato nella storia che sta scuotendo l’arma. Lavora anche lui nella caserma Levante di Piacenza, sequestrata dopo che l’indagine della procura ha fatto emergere tutti gli illeciti – dallo spaccio alla tortura – che si svolgevano al suo interno. “Mele marce” hanno detto in tanti. Eppure tra loro c’era chi – senza gesti plateali, ma con le idee chiare, non si è legato alla schiera.
Un ritratto del giovane carabiniere – un individuo “dall’atteggiamento solitario, che non fa gruppo”, scrive di lui il giudice – è tracciato dagli stralci dell’ordinanza del gip in cui si parla di lui. Sono riportate le conversazioni del ragazzo con il padre. Parla di alcuni degli illeciti fatti dai colleghi, si dissocia, dice chiaramente che sono cose che non gli piacciono.   “Io non voglio fare un falso ideologico!”, è una delle cose che dice al genitore, che si mostra d’accordo con lui.
Da questi colloqui, scrive il giudice Luca Milani, si evince “tutta la delusione del giovane militare dell’Arma per essere finito a lavorare in un ambiente in cui vengono costantemente calpestati i doveri delle forze dell’ordine, dove tutto è tollerato a condizione che vengano garantiti i risultati in termini di arresti”.
Per il magistrato, il ragazzo manifesta “una scarsa propensione a seguire i colleghi dovuta al suo forte disagio nel constatare le continue violazioni e gli abusi commessi all’interno della caserma di via Caccialupi”.
“Molte cose le fanno le cose a umma a umma, non mi piacciono”, ripete più volte al genitore, riferendosi ai colleghi poi arrestati, e spiegando al padre di non voler attestare falsamente “di avere fatto in una tot data un qualcosa che poi non è neanche vero”, commettendo quindi un falso
“Non si può fare così!”, gli dà  ragione il padre. I compagni di caserma, dicono ancora gli interlocutori, questo atteggiamento “se lo possono permettere perchè portano a casa gli arresti”. “Perchè a te colonnello – dice R.B. – ti faccio fare bella figura, capito? Ti porto un sacco di arresti l’anno! Lavorano assai, ma perchè? C’hanno i ganci!”. E il padre: “Sì, sì, ho capito benissimo, io non sopporto questo modo di fare…”. Poi i due discutono di quello che deve fare il ragazzo. Concordano sul fatto che, per il momento, R. non si deve muovere: “Non sono nè carne, nè pesce, non so come comportarmi – dice il militare”.
A quel punto il genitore gli dà  un consiglio: “Tu devi stare in stand-by, sperando che tutto vada bene!”, ribatte il padre e R.:“Lascio un pò passare così, anche passivamente, cioè non prendo tanto l’iniziativa!”.
Il riferimento è alla stesura di un verbale falso a cui ha assistito, decidendo di non intervenire. Il padre, così sintetizza il giudice l’ultima parte del dialogo, gli dice che “tutto questo gli deve servire come bagaglio di esperienza e aggiunge che di ‘cose storte’ ne vedrà  tante nei piccoli reparti e pertanto gli consiglia, una volta fatta la sua esperienza decennale, di continuare la sua carriera in reparti dove può stare tranquillo”.

(da agenzie)

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SONDAGGIO IXE’: LEGA 23,7%, PD 21,8%, M5S 15,8%, FDI 13,9%, FORZA ITALIA 6,9%, ITALIA VIVA 2,3%

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

LEGA E PD IN CALO, SALGONO M5S E FDI

Pd e Lega vicinissimi. Appena due punti di distanza tra il partito di Matteo Salvini e quello guidato da Luca Zingaretti, che restano dunque le principali forze politiche del Paese.
Da segnalare, dopo il costante calo degli ultimi mesi, la crescita del Movimento Cinque Stelle.
Recuperano anche gli altri partiti della coalizione di centrodestra, segnale appunto che al momento quello più in difficoltà  è proprio il Carroccio.
Il grafico realizzato da Ixè evidenzia come Lega che Pd sono vicinissimi, a soli due punti di distanza. Entrambi i partiti, però, subiscono un calo.
La Lega resta il primo partito del Paese con il 23,7%, ma IL 34% registrato alle scorse europee sembra ormai uno sbiadito ricordo.
Il calo ormai da mesi del Carroccio porta così il Pd a vedere da vicino il suo principale avversario: i democratici questa settimana toccano il 21,8%.
Dopo un lungo declino, risale il M5s. I pentastellati raggiungono il 15,8%.
Bene anche gli altri due partiti del centrodestra: Fratelli d’Italia si porta al 13,9%, sempre più vicino al M5s, mentre Forza Italia, stabile, arriva al 7,9%.
Lontano dalla soglia si sbarramento Italia Viva di Matteo Renzi, con il 2,3%.

(da agenzie)

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FERMO AMMINISTRATIVO ANCHE PER LA OCEAN VIKING: 11 ORE DI ISPEZIONE PER CONTESTARE CAZZATE E MODIFICHE PUR DI NON FARLA RIPARTIRE

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

“VOGLIONO SOLO OSTACOLARE IL NOSTRO LAVORO DI SOCCORSO”… IL 90% ARRIVA CON I BARCHINI DA SOLI E QUESTI STANNO A PENSARE DI ROMPERE I COGLIONI ALLE ONG … “HA TRASPORTATO PIU’ PERSONE DEL CONSENTITO”? DOVEVA FARLI AFFOGARE? MA VERGOGNATEVI

Dopo un’ispezione durata undici ore da parte della Guardia costiera italiana da ieri la nave l’Ocean Viking è stata sottoposta a fermo amministrativo dalle autorità  italiane a Porto Empedocle.
Protesta la ong Sos Mediterranee, che gestisce l’imbarcazione: “Palese manovra amministrativa vessatoria, volta a ostacolare il lavoro di soccorso delle navi delle ong”. Alnalogo provvedimento ha interessato quattro natanti negli ultimi tre mesi.
Il motivo principale del fermo è stato comunicato dalla Guardia costiera italiana, riferisce l’organizzazione: la nave avrebbe trasportato un numero di persone superiore a quello riportato nel Certificato di sicurezza dotazioni per nave da carico.
In un anno di operazioni, la Ocean Viking aveva già  dimostrato, replica Sos Mediterranee “di rispondere ad elevati standard di sicurezza più di quanto sia solitamente richiesto ad una nave analoga. Non riusciamo a comprendere perchè le osservazioni sulla sicurezza della nave siano state fatte solo ora, dal momento che le condizioni della nave sono rimaste invariate rispetto alle ultime quattro ispezioni, comprese le due più recenti condotte dalla stessa Guardia costiera italiana, e non ci sono stati cambiamenti nelle norme di sicurezza per quanto riguarda ciò che ora viene contestato”.
L’armatore norvegese della Ocean Viking ed il noleggiatore, dicono i volontari, “hanno sempre rispettato e garantito il massimo livello di sicurezza per l’equipaggio e i naufraghi a bordo della nave. Quello che ci è chiaro ora è che, negli ultimi tre mesi, la stessa argomentazione sulla sicurezza è stata sistematicamente utilizzata dalle autorità  italiane per trattenere quattro navi ong che conducevano operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale”.
Il direttore operativo della ong, Penard si domanda: “Come mai la sicurezza non era un problema per le autorità  marittime quando, all’inizio di questo mese, la Ocean Viking ha dovuto attendere 11 giorni per l’assegnazione di un porto sicuro ed è stata invece costretta a dichiarare lo Stato di emergenza a bordo?”.
Operare nel Mediterraneo centrale, “significa trovarsi di fronte a ripetute situazioni di emergenza con un numero potenzialmente elevato di persone in pericolo imminente allo stesso momento (generalmente da 50 a 200 persone). Nell’ultimo decennio, la Guardia Costiera italiana ha salvato diverse centinaia di persone simultaneamente, a volte nel giro di poche ore. Questa è la realtà  della crisi umanitaria su vasta scala che si sta verificando nel Mediterraneo”.
Del resto le persone che che si portano temporaneamente in salvo a bordo, si sottolinea, “sono, secondo la legge marittima, da considerarsi come naufraghi, persone salvate da una situazione di grave pericolo in mare, e non sono mai da considerarsi come passeggeri”.

(da Fanpage)

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LA BUONUSCITA DA 20 MILIONI DI EURO DI BERLUSCONI A FRANCESCA PASCALE

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

ANCHE UN ASSEGNO DI MANTENIMENTO DI UN MILIONE L’ANNO PER DEFINIRE LA FINE DEL RAPPORTO

Una buonuscita da 20 milioni di euro da Silvio Berlusconi a Francesca Pascale più un accordo di mantenimento da un milione di euro l’anno.
È questo, secondo il settimanale Oggi, il conto finale di dieci anni di relazione tra la ex valletta di Telecafone poi approdata al PdL e “il presidente”, come lo ha sempre chiamato lei con deferenza.
Quattro mesi fa un comunicato di Forza Italia aveva ufficializzato la fine della relazione: «Continua a sussistere un rapporto di affetto e di vera e profonda amicizia fra il presidente e la signora, ma non vi è fra loro alcuna relazione sentimentale o di coppia».
«Il mio rapporto con il presidente non si spegnerà  così. Anche se è un legame che si è evoluto nel tempo e non è più catalogabile come relazione di coppia. L’amore può modificarsi, non può sparire», aveva risposto lei.
Che, fa sapere sempre Oggi, è   stata in più di una occasione fotografata in compagnia della cantante Paola Turci, alla quale sarebbe legata da una «inseparabile amicizia» e con la quale «condivide l’impegno a favore di gay e lesbiche».
Il leader di Forza Italia è legato adesso a Marta Fascina, classe ’90, nativa calabrese di Melito Porto Salvo ma cresciuta a Portici, deputata di Forza Italia alla prima legislatura.

(da “NextQuotidiano”)

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GIUSEPPE MONTELLA, IL CARABINIERE ACCUSATO DI ESSERE IL CAPO DELLA BANDA DELLA CASERMA DI PIACENZA, INCHIODATO DA 75.000 INTERCETTAZIONI

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

TRA I REATI CONTESTATI ANCHE PERCOSSE E TORTURE NEI CONFRONTI DI SPACCIATORI A CUI VENIVA RUBATA LA DROGA PER DARLA AD ALTRI PUSHER AMICI

«Ho fatto un’associazione a delinquere ragazzi! Noi non ci possono… a noi… siamo irraggiungibili, ok?»: è Giuseppe Montella detto Peppe l’uomo accusato di essere il capo dell’associazione a delinquere che ieri ha portato all’emissione di provvedimenti di custodie cautelari nei confronti di dieci carabinieri: cinque in carcere, uno agli arresti domiciliari, tre hanno l’obbligo di presentarsi alla Polizia giudiziaria e uno non può lasciare Piacenza.
Ci sono 75mila intercettazioni che raccontano le vicenda della caserma Levante di via Caccialupo 2 che è stata utilizzata anche per un festino con un paio di escort, addirittura nell’ufficio del comandante Marco Orlando finito agli arresti domiciliari.
Spiega oggi Repubblica che dalle 326 pagine dell’ordinanza del gip Luca Milani, si capisce che non era un segreto che alla Levante le cose non andassero come dovevano:
Ne era a conoscenza il superiore diretto, il maggiore Stefano Bezzecchieri, comandante della Compagnia Piacenza. È l’ufficiale che scavalca il maresciallo alla guida della Levante e impone all’appuntato Montella di fare più arresti. «Vediamoci quanto prima a quattr’occhi, in borghese, al di fuori del servizio…», lo avverte al cellulare.
L’ordine è chiaro, va eseguito a ogni costo e con ogni mezzo. Pure se questo comporta, per usare le parole del giudice Milani, «la totale illiceità  e disprezzo dei valori incarnati dalla divisa». Con l’unica garanzia dell’impunità , perchè, si legge nell’ordinanza, «in presenza di risultati in termini di arresti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità  compiute dai loro sottoposti».
Di nulla si sono accorti i tre comandanti provinciali che si sono succeduti a Piacenza dal 2017 ad oggi:
Il colonnello Corrado Scattaretico nel settembre del 2018 viene trasferito a Roma, in un ruolo di stretta fiducia dei vertici: vice capo-ufficio del vicecomandante generale dell’Arma. Il suo posto lo prende il colonnello Michele Piras, che arriva dal Reparto operativo di Catania, e lo mantiene fino al settembre dello scorso anno, quando è nominato dalla piacentina Paola De Micheli a capo della segreteria generale della neo-ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti. Viene sostituito dall’attuale comandante provinciale, il colonnello Stefano Savo.
Non si capisce perchè l’appuntato Montella sia un intoccabile. Ma c’è un episodio che risale al 12 aprile di quest’anno a confermarlo:
In pieno lockdown, e violando le disposizioni del governo, Montella dà  una festa in giardino. Lorenzo Ferrante, in servizio presso la Centrale Operativa del Comando Provinciale di Piacenza, invia una pattuglia. Appena capisce che la casa è quella dell’appuntato, ordina alla pattuglia di lasciare il quartiere. Non solo. Chiama Montella «per scusarsi per il disguido», assicurandogli che «non avrebbe redatto alcun documento, per non lasciare traccia dell’accaduto».
Le percosse, le torture, i permessi agli spacciatori
Tra i reati più gravi contestati ci sono le percosse e le torture nei confronti degli spacciatori a cui veniva rubata la droga per darla al giro di pusher organizzato dai carabinieri. La Stampa racconta che il 27 marzo avviene un pestaggio particolarmente brutale di un egiziano.
Le foto mostrano larghe chiazze di sangue sul selciato, mentre l’uomo è a terra ammanettato. Nelle intercettazioni si sente parlare in napoletano stretto: «Ragazzi prendetegli lo Scottex che abbiamo nella palestra così si pulisce!». I pestaggi sono così violenti che ogni tanto hanno pure paura di avere esagerato. Dice un carabiniere dopo aver massacrato di botte un nigeriano: «Quando   ho visto quel sangue per terra, ho detto: “Mo’ l’abbiamo ucciso”…». Non è vero, ma basta questo per parlarne alla fidanzata, come se fosse un lavoro faticoso: «Mamma mia quante mazzate ha pigliato… Colava il sangue, il sangue gli colava da tutte le parti… Sfasciato da tutte le parti, non parlava… Credimi che ne ha prese, ne ha prese…». L’8 aprile nelle intercettazioni ambientali si sente un pusher albanese pesantemente percosso. I carabinieri lo minacciano di andare avanti a oltranza a colpirlo con ogni mezzo: «Allora tu non hai capito che qua non comandi un cazzo, non hai capito un cazzo allora… Questo è il primo della   giornata ok?».
Poi c’è la storia delle false certificazioni preparate per consentire ai galoppini di muoversi liberamente: «Vabbò senti a me ascolta me, tu prendi questo tanto ho messo il timbro. Tu te lo compili e lo sottoscrivete…».
“Nei capi d’imputazione 39, 46, 47, 48 e 50 — si legge nell’ordinanza — è stato posto l’accento sulla violenza che ha connotato le iniziative intraprese dai militari della stazione Piacenza Levante”. Le immagini recuperate dalla memoria del telefonino di Montella, ma anche quelle riprese dalla telecamera di sicurezza e le registrazioni audio “dei pestaggi compiuti presso la caserma e i riferimenti operati dai soggetti intercettati — aggiunge il Gip — contribuiscono a delineare un quadro indiziario solido e convergente”.
I “gravi indizi” sussistono in particolare per la contestazione del reato di tortura. “In quanto — scrive il giudice — la persona nei cui confronti sono state compite le condotte illecite, si trovava in una condizione di privazione della propria libertà  personale, peraltro illegittima (non essendo ancora avvenuto il suo arresto) ed era stata costretta a subire le angherie di Montella e dei suoi commilitoni”.
A colpire la vittima sarebbe stato solo uno dei carabinieri ma, aggiunge il Gip, “non può essere escluso il contributo attivo fornito da tutti gli indagati, i quali erano intenti o a suggerire particolari tecniche di persuasione o comunque ad assistere ad un fatto di estrema violenza che mai dovrebbe verificarsi all’interno di un ufficio di pubblica sicurezza”. Non solo: “è indubitabile come, ascoltando i suoni dei colpi assestati e, soprattutto, dei lamenti e del pianto della vittima, quest’ultima abbia provato ‘acute sofferenze fisiche’ sufficienti” a poter configurare il reato di tortura.

(da “NextQuotidiano”)

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“CE LA FARA’, E’ UNA TIGRE”: LA LOTTA DI ALEX ZANARDI PER IL RISVEGLIO

Luglio 23rd, 2020 Riccardo Fucile

DALLA CLINICA DI VILLA BERETTA NON CI SARANNO BOLLETTINI MEDICI, IL PERCORSO RIABILITATIVO POTREBBE DURARE ANCHE UN ANNO E NON CI SONO CERTEZZE

Tra la camera di Alex e la palestra di robotica — uno dei fiori all’occhiello di Villa Beretta insieme alla terapia basata sulla realtà  virtuale – c’è di mezzo un doppio piano di scale e tanta speranza. “E’ una tigre, ce la farà  e da qui — vedrete – verrà  fuori in piedi”, dice Jacopo.
Le protesi alle gambe come Zanardi, le stesse braccia possenti e (lui) tatuate; è un tifoso ed è in sala d’aspetto in attesa di una visita di controllo. In fondo, anche se la chiesetta di San Michele, là  fuori, invita ad affidarsi alla fede, per la sorte di un atleta non c’è miglior preghiera laica del sostegno dei fan. Magari avrà  ragione Jacopo: questo è, deve essere, “il luogo del risveglio”. E infatti agli amici toscani hanno detto così la moglie Daniela e il figlio Niccolò. “I medici lavoreranno per svegliarlo, poi si vedrà ”.
Daniela e Niccolò arrivano cinque minuti dopo le quattro del pomeriggio: scendono dall’auto, percorrono a passi svelti il viale del parcheggio lungo una fila di ibiscus bianchi e rossi. “Alex sta come avete letto”, fa Daniela Manni (riferendosi alle parole del figlio raccolte da La Stampa e Corriere della Sera), donna della vita di Zanardi, guardiana dell’uomo e del campione. Prima e dopo. La gara più lunga è iniziata, ieri è stato il primo giorno di “allenamento”. “Hanno incominciato a lavorare — raccontano dall’inner circle di Zanardi, il piccolo e affiatatissimo team composto dai familiari e dai professionisti che erano e sono vicini al campione e che dopo il secondo incidente si è come cementato intorno a quell’uomo forte ma ora fragilissimo -.
Sarà  un allenamento lungo, intenso e doloroso”. Lungo quanto? Certamente mesi. Qualcuno, per non inciampare in eccessi di ottimismo, traccia un perimetro di “almeno un anno”.
Ma una cosa è certa: almeno in una prima fase, delle condizioni di Alex Zanardi, di come il suo corpo risponderà  agli stimoli ai quali lo sottoporranno i medici, di quanti e quali passi il suo cervello farà  dal buio alla luce, se si saprà  qualcosa sarà  soltanto perchè frammenti di notizie, forse, o magari no, filtreranno dalle persone più vicine all’atleta.
Quelle emotivamente più esposte dentro questa odissea fatta di sofferenza, angoscia, curiosità  mediatica. Dai medici non uscirà  nulla. “Non ci saranno bollettini quotidiani, non saranno date informazioni e i medici non rilasceranno interviste”, fa sapere la direzione sanitaria dell’ospedale Valduce di Como. Da cui dipende, formalmente, Villa Beretta.
In questa struttura nata nel 1946 grazie a un lascito della signora Teresa Beretta, diventato ospedale vero e proprio tre anni dopo, ha sede l’unità  operativa riabilitativa: uno dei venti centri italiani specializzati nella cura di pazienti colpiti da gravi disabilità , soprattutto neurologiche (già  si è detto degli altri vip transitati nelle corsie di Costa Masnaga, da Cossiga a Bossi passando dal presentatore Marco Columbro).
L’accordo di “riservatezza” sottoscritto dai vertici dell’ospedale comasco per proteggere Zanardi dalla pressione mediatica alza dunque un muro tra la clinica a tre piani (90 posti letto) dove il campione di paraciclismo continuerà  il suo recupero dopo l’incidente del 19 giugno a Pienza, e il mondo là  fuori.
“Papà  ce la farà , io e la mamma gli parliamo” — ha detto ieri Niccolò Zanardi. Parole da figlio, parole piene di affetto. Parole che ieri — informalmente —   medici e infermieri hanno commentato tra loro spiegando che se è vero, e lo è, che il corpo di Zanardi restituisce agli stimoli esterni, per esempio alle strette di mano, un primo accenno di feedback, è anche vero che queste reazioni vanno interpretate nella giusta misura: senza correre, insomma. “Iter del risveglio”. Lo chiamano così. E’ il sentiero lungo il quale il personale specializzato di Villa Beretta accompagnerà  Zanardi in questi mesi.
Da più di dieci giorni il corpo di Alex non è più sedato: si è proceduto gradualmente, come prevede per casi simili il protocollo medico e farmacologico. Lo step successivo, con il trasferimento dal policlinico di Siena a Lecco, è proprio abituare il cervello a riaccendersi e i muscoli a riattivarsi. Quale ruolo può giocare la presenza dei familiari? “Un ruolo importante”, spiega un neurologo che chiede di non comparire per rispetto dei colleghi. “Ma decisivo sarà  il lavoro di stimolazione neurologica e fisica. Se il paziente risponde la strada che all’inizio sembra in salita, e lo è, può lentamente posizionarsi su un piano più orizzontale”.
Sono tre le ipotesi in campo che possono determinare l’andamento della fase2 nel percorso di ripresa di un paziente come Zanardi.
Sono tre scenari. Vanno considerati in ordine graduale. Il primo: il paziente è completamente passivo, i terapisti allenano il muscolo manualmente, lui non si accorge di nulla. Il secondo: si procede con un elettrostimolatore. Il terzo: il paziente è “parzialmente collaborativo”.
La risposta a quale sia lo stato attuale di Zanardi, e fin dove ci si possa spingere nel sollecitare il suo corpo, può arrivare solo dall’analisi dell’ultima tac a cui è stato sottoposto. Sulla quale vige ovviamente il massimo riserbo. A Villa Beretta è sera. Daniela e Niccolò hanno già  fatto visita a Alex (le visite sono contingentate, una al giorno, concordata con la caposala). Gli ultimi parenti hanno lasciato la struttura e il parcheggio si è svuotato.
Un piano della clinica fino al 1 giugno era destinato ai pazienti Covid. Un situazione straordinaria per una struttura che è il vanto di questo paesino di origine medievale, Costa Masnaga, 4mila abitanti nel cuore della Brianza. Poi, a emergenza finita, si è tornati alla normalità .
L’arrivo di Zanardi ha riacceso i riflettori. E pure le suggestioni: la sua nuova casa dista appena 17 chilometri dall’autodromo di Monza, la più amata dal campione dopo il Mugello. A Monza Alex avrebbe dovuto tornare in pista l’8 novembre a bordo di una Bmw per la GT3.

(da “La Repubblica”)

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