Destra di Popolo.net

CONDIVIDENDO OBIETTIVI E RISCHI, UN PRIMO PASSO REALE PER GLI STATI UNITI D’EUROPA

Luglio 21st, 2020 Riccardo Fucile

I PAESI DEVONO DIMOSTRASI ALL’ALTEZZA DEL COMPITO STORICO

Prima li hanno chiamati “paesi del Sud” contro i “paesi del Nord”: erano i tempi in cui si discutevano i piani di aiuti Europei e i possibili impieghi del MES. Poi è arrivata una nuova divisione lessicale: i “frugali” contro gli “ambiziosi”, nella fase di contrattazione del Recovery Fund. Da oggi, però, i Paesi possono essere semplicemente definiti europei. Membri di un processo di integrazione economico, sociale, culturale, politico.
A chiudere mesi di tentativi di divisione, più lessicale, che reale, più social, che politica, è l’accordo sul Recovery Fund: 750 miliardi per aiutare i Paesi più colpiti dal Covid-19. L’accordo è arrivato nonostante le preoccupazioni dei Paesi Bassi, tacciati da molti di essere egoisti, nonostante fosse evidente che le diverse condizioni di conti pubblici, non avrebbero permesso un facile allineamento degli interessi.
L’Italia si porta dietro una difficile condizione dei conti pubblici, con un debito pubblico che ha superato 2.508 miliardi di euro, e un rapporto debito/PIL che passerà  dal 138 per cento del 2018 a oltre il 155 per cento.
Numeri del tutto diversi da quelli dei nostri colleghi europei, nell’Unione la media si attesta infatti all’83 per cento. Il nostro Paese ha più volte infranto le regole europee: dagli aiuti di Stato (come nel caso di Alitalia), allo sforamento del deficit, ad alcune mancate liberalizzazioni (ad esempio nel caso della Direttiva Bolkestein). Misure come Quota 100 sono state fortemente criticate in sede europea, a causa delle pesanti esternalità  negative che avrebbero creato sulla stabilità  dei conti pubblici.
Eppure, nonostante tutto — e nonostante sia mancato un reale piano di riforme — l’Italia, paese fondatore dell’Unione Europea, è stata sostanzialmente accontentata. Di questo risultato, Giuseppe Conte, dovrebbe ringraziare anche Emmanuel Macron, che per primo si è battuto, insieme ad Angela Merkel, affinchè si potesse trovare un accordo condiviso, senza rischiare il veto nel Consiglio dei Paesi Bassi.
Nonostante le differenze, l’accordo sul Recovery Fund dimostra che il progetto di integrazione Europeo è più vivo che mai. La necessità  di condividere i rischi ha prevalso sulla possibilità  di disgregare lo spirito d’unione dei Paesi. Questo può essere accaduto anche per convenienza sia economica che politica: il veto dei Paesi Bassi avrebbe permesso ai sovranisti anti-Europa di continuare con la retorica della “guerra tra Stati”, e al tempo stesso un tracollo dei Paesi più vulnerabili avrebbe condizionato fortemente anche gli altri stati membri: uno scenario che non avrebbe fatto bene nè al Paese, nè agli equilibri europei.
Rimane da affrontare il tema del MES, il Fondo Salva Stati, da sempre osteggiato da Conte,   che in passato ha però dimostrato efficacia come sostegno e coadiuvante ad azioni di riforma, quantomeno nei casi di Spagna, Portogallo e Irlanda. Accettare o richiedere ulteriori fondi, attraverso il prestito MES non sembra, ad oggi, un’opzione gradita al Governo giallorosso, e il fronte del no è esteso anche a forze di opposizione, come Lega e Fratelli d’Italia.
Dal 1945 ad oggi, il processo di integrazione europea ha tagliato numerosi traguardi, con passi avanti e qualche passo indietro. La giornata di oggi, però, porta l’Unione Europea vicina a quell’idea di “Stati Uniti d’Europa” che regnava nei pensieri dei padri fondatori. Un insieme di forze e di Paesi uniti non solo in una condivisione di obiettivi, ma anche in quella dei rischi, perchè è davvero solo così che un continente può vincere le sfide globali del nuovo millennio.

(da TPI)

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COME VERRANNO SPESI I SOLDI DEL RECOVERY FUND? GLI AMBITI SONO SANITA’, ISTRUZIONE, ENERGIA, TRASPORTI E INFRASTRUTTURE

Luglio 21st, 2020 Riccardo Fucile

NON SI POSSONO FINANZIARE TAGLI ALLE TASSE E SPESA CORRENTE… ORA L’ITALIA DIMOSTRI DI MERITARSI LA FIDUCIA E LA FINISCA CON DISTRIBUIRE SOLDI A CANI E PORCI

Mentre Giuseppe Conte in conferenza stampa da Bruxelles fa sapere che l’ammontare italiano del piano Next Generation EU sarà  di 209 miliardi — l’ultima bozza li divideva in 82 di sussidi e 127 di prestiti — ora scatta la corsa alla cassa e il Messaggero si sbilancia in alcuni pronostici, ricordando che le risorse europee non potranno essere utilizzate per sconti fiscali o spesa corrente.
Le grandi linee su cui sarà  costruito il Recovery Plan sono state tracciate nel recente Programma nazionale   di riforma (Pnr), che deve passare in Parlamento prima dell’invio formale a Bruxelles. Il Pnr — secondo il Mef — è stato messo a punto nelle scorse settimane proprio per tener conto dell’evoluzione dell’emergenza sanitaria .
Un posto di rilievo nella definizione degli investimenti lo dovrà  avere la Pubblica amministrazione, in chiave di modernizzazione e digitalizzazione. Gli ambiti di spesa prevedono:
— La sanità : gli obiettivi sono migliorare la qualità  dell’assistenza, la capacità  ricettiva degli ospedali compresi i letti di terapia intensiva, la risposta alle patologie infettive, la capacità  di cura a domicilio per le cronicità . Allo stesso tempo sarà  dato impulso al fascicolo sanitario nazionale e in generale alla telemedicina. Una quota degli investimenti verrà  destinata alle risorse umane e alla formazione. Infine si punta a rafforzare l’industria dei dispositivi medici.
— L’istruzione: il governo con le risorse europee vuole ridurre il divario di spesa che è evidente   soprattutto per quanto riguarda il sistema universitario.La differenza con il resto d’Europa è rilevante anche sul fronte della spesa per la ricerca, sia pubblica che privata. Obiettivo specifico dell’incremento degli investimenti in   ricerca e sviluppo sarà  il finanziamento di progetti di sostenibilità  ambientale e digitalizzazione che abbiano un impatto sulla produttività . Le caratteristiche dello strumento europeo (almeno nella sua versione messa a punto dalla   ommissione) permettono di usare le risorse anche per spingere gli investimenti privati
— Energia e acqua: dovrà  essere completata la chiusura delle centrali a carbone e verrà  incrementata la quota di fabbisogno soddisfatta da reti rinnovabili. Contemporaneamente si punta sull’idrogeno sia per l’integrazione tra le infrastrutture elettriche e quelle a gas, sia per i consumi non elettrici, allo scopo di ridurre le emissioni complessive. Nel settore idrico gli obiettivi sono la sicurezza, la riduzione delle dispersioni e delle reti e un approvvigionamento adeguato a tutte le Regioni. Le reti idriche dovranno essere rafforzate soprattutto al Sud, dove sono più carenti. Investimenti saranno destinati anche alla riduzione del rischio idrogeologico e sismico e alla riforestazione.
— TLC e trasporti: nelle intenzioni del governo sono due direttrici fondamentali del piano di investimenti. Per le telecomunicazioni le priorità  sono lo sviluppo della rete 5G e della banda ultralarga, in modo da garantire a famiglie e imprese un accesso effettivo a Internet. Quanto all’infrastruttura ferroviaria la logica è quella dell’estensione della rete ad alte velocità  a tutto il Paese e in particolare alle Regioni del Sud (Calabria, Basilicata, Puglia, Sicilia)

(da “NextQuotidiano”)

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UN SUCCESSO CHE PERMETTE A CONTE DI BLINDARE IL GOVERNO

Luglio 21st, 2020 Riccardo Fucile

CONTE RINGRAZIA ANCHE LA MELONI E BERLUSCONI CHE, A DIFFERENZA DI SALVINI, FACEVANO IL TIFO PER L’ITALIA

“La verità  è che l’approvazione di questo piano rafforza l’azione del governo italiano”: è l’alba quando il premier italiano Giuseppe Conte commenta l’accordo del Consiglio Ue sul Recovery Fund da 750 miliardi
Dopo quasi 5 giorni di trattative, briefing e bilaterali, il presidente del Consiglio è esausto, ma raggiante al tempo stesso perchè consapevole di aver incassato una vittoria importante per l’Italia e per la sopravvivenza del suo esecutivo.
Dei 750 miliardi totali messi a disposizione dal pacchetto di aiuti, l’Italia ne ottiene 209, il 28% del totale, di cui 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 in prestiti. “Abbiamo anche migliorato l’intervento a nostro favore, se consideriamo la proposta originaria della commissione Ue e della presidente Von der Leyen” afferma Conte, che sottolinea: “Abbiamo conservato 81 miliardi a titolo di sussidi e abbiamo incrementato notevolmente l’importo dei miliardi concessi in prestito, passati da 91 a 127, con un aumento di 36 miliardi”.
Le trattative al Consiglio europeo restituiscono un Conte diverso all’Italia.
Non più attendista e temporeggiatore, ma risolutivo e determinato a portare a casa il risultato contro tutto e tutti, soprattutto contro i Paesi cosiddetti frugali.
Dietro c’è un’ottima strategia comunicativa, che ha visto il premier olandese Mark Rutte ricoprire il ruolo del brutto e cattivo e il premier italiano nei panni del “salvatore della Patria”. Da sempre criticato da stampa e avversari per il suo immobilismo, i tentennamenti e le trattative a oltranza che spesso si sono concluse con delle “non decisioni”, Conte questa volta ha giocato all’attacco, conscio che, per usare un termine calcistico, questa volta non esisteva pareggio, ma una vittoria o una sconfitta.
Fin dalle prime trattative, iniziate in piena pandemia Coronavirus quando l’Italia era ancora in lockdown, Conte ha puntato tutto sul Recovery Fund. Nella famosa conferenza stampa del 10 aprile scorso in cui si rivolse a Matteo Salvini e Giorgia Meloni affermando che il suo governo non lavorava “col favore delle tenebre”, Conte affermò che l’Italia non aveva bisogno del Mes e che l’esecutivo si sarebbe battuto per un piano di aiuti che “sia disponibile subito e sia adeguato dal punto di vista economico”.
Dichiarazioni che il premier ha ribadito anche nelle settimane successive e che lo hanno costretto in un certo senso a battersi per un risultato favorevole. Ne andava della sua sopravvivenza politica. Non a caso, una delle prime dichiarazioni post accordo hanno riguardato proprio il Mes. “La mia posizione non è mai cambiata. Il Mes non è il nostro obiettivo” ha dichiarato Conte subito dopo la fine del Consiglio europeo aggiungendo anche che “Spero che questo possa contribuire a distrarre l’attenzione morbosa attorno al Mes”.
Voluto da Pd e Iv e osteggiato dal M5S, il Meccanismo europeo di stabilità  è una potenziale bomba che può far deflagrare il governo Conte. E il premier lo sa bene, motivo per cui adesso, dopo aver ottenuto 209 miliardi dal Recovery Fund, Conte spera di aver accantonato definitivamente il discorso, mettendo la parola fine su un tema potenzialmente mortale per l’esecutivo.
Al contrario, un risultato inferiore alle attese al Consiglio europeo avrebbero messo Conte in un angolo, subissato da attacchi e critiche dell’opposizione e anche della sua stessa maggioranza. Che Conte porti a casa un successo lo si denota anche dai commenti di avversari e non.
È il caso di Matteo Renzi, il cui partito fa sì parte della maggioranza, ma che finora non si è contraddistinto esattamente per gli elogi nei confronti del premier, che ha commentato l’accordo sul Recovery Fund come “Un ottimo risultato per l’Italia e un capolavoro politico per l’Europa”. Anche Giorgia Meloni nella giornata del 20 luglio aveva dichiarato: “Nel complesso negoziato europeo sul Recovery Fund abbiamo chiesto in Parlamento al premier Conte di giocare in attacco, perchè senza l’Italia non c’è la Ue e non può esserci accordo. Se il Presidente del Consiglio difenderà  fino in fondo gli interessi del popolo italiano, sappia che ci troverà  al suo fianco”.
Parole che non sono sfuggite al premier che subito dopo l’accordo sul Recovery Fund ha affermato: “Devo ringraziare anche le forze di opposizione, soprattutto alcuni esponenti che, pur tra legittime critiche, hanno ben compreso l’importanza storica della posta in gioco”.
Nonostante le divisioni interne, le tensioni su Autostrade, le varie anime del M5S che agitano l’esecutivo a seconda dei temi affrontati, le voci di un governissimo con Mario Draghi presidente del Consiglio e le tensioni sulle mancate alleanza in Puglia e nella Marche tra Pd e M5S in vista delle Regionali, il governo ottiene 209 miliardi, risultando il Paese che beneficerà  più di tutti del pacchetto di aiuti destinato ai Pesi maggiormente in difficoltà  a causa dell’epidemia di Coronavirus.
Un successo che potrebbe aver blindato l’esecutivo fino al termine della legislatura.

(da TPI)

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ACCORDO SUL RECOVERY FUND, VITTORIA DI MERKEL, MACRON E CONTE

Luglio 21st, 2020 Riccardo Fucile

IL PREMIER: “ORA POSSIAMO CAMBIARE VOLTO ALL’ITALIA”… L’ITALIA RICEVERA’ 209 MILIARDI (82 A FONDO PERDUTO E 127 DI PRESTITI)… SPERANDO CHE LI SPENDA MEGLIO DI QUANTO HA FATTO FINORA

Ci sono voluti quattro giorni e quattro notti, ma alla fine un lungo applauso ha sancito l’accordo al vertice europeo sul Recovery Fund ed il Bilancio Ue 2021-2027. Sintomo che “l’Europa è solida, è unita” ha esultato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel dopo una maratona negoziale di oltre 90 ore che ha fatto del summit il più lungo della storia dell’Unione.
All’Italia l’intesa porta una dote di 209 miliardi. Un piatto ancora più ricco (82 miliardi di sussidi e 127 di prestiti) rispetto alla proposta della Commissione di maggio, che destinava al nostro Paese 173 miliardi (82 di aiuti e 91 di prestiti).
Una quota “davvero molto consistente: il 28% – dice molto soddisfatto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – Abbiamo anche migliorato l’intervento a nostro favore, se consideriamo la proposta originaria della Commissione Ue e della presidente von der Leyen. Avremo una grande responsabilità : con 209 miliardi abbiamo la possibilità  di far ripartire l’Italia con forza e cambiare volto al Paese. Ora dobbiamo correre”, rimarca Conte, affermando di aver conseguito questo risultato “tutelando la dignità  del nostro Paese”.
â€³È un momento storico per l’Europa e per l’Italia” dice ancora, “siamo soddisfatti: abbiamo approvato un piano di rilancio ambizioso e adeguato alla crisi che stiamo vivendo”.
Ora il ritorno in patria, con la convinzione che “il Governo italiano è forte: la verità  è che l’approvazione di questo piano rafforza l’azione del Governo italiano”.
Uno dei temi che riemergeranno è quello del ricorso al Mes, ma Conte ribadisce ora con più forza che “non è il nostro obiettivo, l’obiettivo è valutare il quadro di finanza pubblica e le necessità  e valutare gli strumenti nel migliore interesse dell’Italia. Il piano che oggi approviamo ha assoluta priorità  nell’interesse dell’Italia. Ci sono prestiti molto vantaggiosi”. Anzi la speranza di Conte è che il Recovery Fund possa “contribuire a distrarre l’attenzione morbosa attorno al Mes”.
L’Italia si trova ora davanti a uno dei suoi punti deboli: saper spendere. “Abbiamo già  lavorato al piano di Rilancio, elaborato progetti e condiviso con tutte le componenti della società . Rimane un ultimo confronto con le opposizioni, dopodichè avremo un quadro definito dei progetti. Dovremo declinarne la priorità  e individuare quelli da selezionare in prospettiva europea – dice ancora Conte – La costruzione di una task force operativa, al di là  di uno staff che ha già  lavorato al piano di Rilancio, sarà  una delle priorità  che andremo a definire in questi giorni perchè dovrà  partire al più presto”.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di “giornata storica per l’Ue”, che per la prima volta mette in comune il suo debito per rafforzarsi e reagire alla crisi seminata dal Covid-19.
Un “buon segnale” per Angela Merkel, mentre per il commissario Paolo Gentiloni il Next Generation Eu ”è la più importante decisione economica dall’introduzione dell’euro”.
L’annuncio dell’intesa è arrivato intorno alle 5.30 del mattino, dopo che i leader hanno trascorso ore e ore a ricontrollare tutti i documenti concordati. L’ultimo tema più controverso – il rispetto della condizionalità  sullo stato di diritto – invece, è stato risolto per acclamazione contraddicendo le più fosche previsioni.
La soluzione è stata individuata dopo un meticoloso lavoro di cucitura, a piccoli gruppi, svoltosi nella giornata di lunedì, per modificare la proposta presentata sabato. Un testo in cui la condizionalità  è stata così tanto diluita che lo stesso leader ungherese, Viktor Orban (pronto alla guerra totale assieme al polacco Mateusz Morawiecki) ne ha addirittura applaudito con entusiasmo l’adozione, arrivando a congratularsi con Macron per gli input risolutivi.
Sul Recovery Fund la dotazione complessiva del piano per sostenere i Paesi più colpiti dal passaggio del Covid-19 è rimasto fissato a 750 miliardi. Dopo varie oscillazioni, rispetto ai 500 miliardi iniziali l’asticella della quota di sussidi si è fermata a 390 miliardi di euro, con la Resilience e Recovery Facility, il cuore del Fondo per il rilancio economico, allocato direttamente ai Paesi secondo una precisa chiave di ripartizione, a 312,5 miliardi.
La sforbiciata ha ridotto invece i trasferimenti spacchettati tra i programmi, 77,5 miliardi (rispetto ai 190 mld pensati dalla Commissione). I
n particolare, è stata azzerata la dotazione di Eu4Healt, il nuovo programma europeo per la sanità . A farne pesantemente le spese, anche il Just Transition Fund e il Fondo agricolo per lo sviluppo rurale.
Il bilancio europeo 2021-2027 è rimasto a 1.074 miliardi di impegni. Ma sono stati accontentati i Frugali con succulenti rebates, i rimborsi introdotti per la prima volta su richiesta del Regno Unito ai tempi di Margaret Thatcher, che con la Brexit molti leader Ue avrebbero voluto cancellare.
In alcuni casi sono stati raddoppiati. Alla Danimarca sono andati 322 milioni annui di rimborsi (rispetto ai 222 milioni della proposta di sabato); all’Olanda 1,921 miliardi (da 1,576 miliardi) ; all’Austria 565 milioni (da 287), e alla Svezia 1,069 miliardi (da 823 milioni).
Risolta anche la spinosa questione della governance sull’attuazione delle riforme dei piani nazionali che dovranno essere presentati dai Paesi per avvalersi delle risorse. La chiave di volta è stato un super-freno di emergenza emendato, oggetto di un negoziato durissimo tra Giuseppe Conte e Mark Rutte durato fino all’ultimo minuto, del quale il coriaceo olandese alla fine si dice soddisfatto
In sostanza, i piani presentati dagli Stati membri saranno approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata, in base alle proposte presentate dalla Commissione. La valutazione sul rispetto delle tabelle di marcia e degli obiettivi fissati per l’attuazione dei piani nazionali sarà  affidata al Comitato economico e finanziario (Cef), gli sherpa dei ministri delle Finanze. Se in questa sede, “in via eccezionale”, qualche Paese riterrà  che ci siano problemi, potrà  chiedere che la questione finisca sul tavolo del Consiglio Europeo prima che venga presa qualsiasi decisione.
Per quanto riguarda il bilancio Ue, sarà  il Parlamento europeo a doversi esprimere sul bilancio da 1.074,3 miliardi. Per ricevere gli aiuti, invece, in autunno il governo italiano dovrà  proporre un Piano di riforme che sarà  valutato dalla Commissione entro due mesi. A pesare saranno il tasso di rispetto di politiche verdi e digitali e delle raccomandazioni Ue 2019-2020. Le riforme riguarderanno pensioni, lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, istruzione e sanità .
I fondi inizieranno ad arrivare nel secondo trimestre del 2021, ma potranno essere usati retroattivamente anche per coprire le misure prese dal febbraio 2020, purchè compatibili con gli obiettivi del Recovery Fund.

(da agenzie)

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SE FINISSE COSI’, E’ INDUBBIO CHE SAREBBE UNA VITTORIA DI CONTE E DEL GOVERNO

Luglio 20th, 2020 Riccardo Fucile

LA PLENARIA IN NOTTATA… L’ITALIA AVREBBE, RISPETTO ALLA BOZZA INIZIALE BEN 35 MILIARDI IN PIU’ (+ 38,8 DI PRESTITI, – 3,8 DI SUSSIDI)… INOLTRE BLOCCA I FRUGALI SULLA LORO RICHIESTA DI UNANIMITA’ PER L’EROGAZIONE DEI FONDI… IL PROBLEMA SARA’ POI COME VERRANNO SPESI

Raccontano che Giuseppe Conte si è battuto fino all’ultimo a Bruxelles per mantenere l’ammontare totale del recovery fund sui 750mld di euro, stabiliti dalla proposta von der Leyen.
Altri leader si sarebbero accontentati di 700mld, sfiancati dalle trattative in corso da venerdì: questo rischia di essere il Consiglio europeo più lungo della storia recente dell’Ue. Almeno dal 2000, quando a Nizza, sull’omonimo Trattato, i leader restarono riuniti dal giovedì mattina fino all’alba del martedì seguente. Conte però in questa battaglia si è giocato tutto: reputazione europea e stabilità  di governo nazionale.
Alla fine riesce a ottenere una bozza finale di accordo (sempre che sia l’ultima), stilata dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che conferma i 750mld e non tocca i capitoli che più interessano all’Italia.
Sempre che domattina il quadro resti in questi termini: mentre scriviamo, la plenaria che dovrà  esaminare il tutto e dare eventualmente il via libera all’unanimità  è in corso, più volte rimandata nella giornata.
In sostanza, rispetto alla proposta Michel di sabato scorso (750mld totali, 500mld di sussidi e 250mld di prestiti), dalla nuova ripartizione (750mld totali, 390mld di sussidi e 360 di prestiti), l’Italia riesce a ottenere una disponibilità  maggiore di prestiti pari a +38,816mld (127,4mld rispetto agli 88,584mld che avrebbe avuto con la prima bozza) e vede ridursi la quota dei sussidi di soli 3,842mld (81,4mld contro gli 85,242mld della prima proposta).
Il saldo tra sovvenzioni e prestiti è positivo: quasi 35mld in più per l’Italia (da 173,826mld a 208,8mld). Un calcolo che trova spiegazione nel fatto che i due capitoli del pacchetto ‘Next generation Eu’ dai quali l’Italia prenderà  le maggiori percentuali di sussidi, il ‘Recovery and resilience facility’ (20 per cento) e ‘React Eu’ (32 per cento), non vengono toccati o ridotti di poco.
E poi c’è la questione della ripartizione di queste risorse negli anni: 70 per cento nel 2021-22 e 30 per cento nel 2023, ma tutto basato sul calo del pil per quest’anno e l’anno prossimo. Roba che, ahinoi, per via della pandemia ‘premia’ l’Italia, la più colpita di tutta Europa dal covid.
La delegazione italiana incrocia le dita.
La bozza di Michel di fatto limita le pretese dei frugali. Olanda, Svezia, Danimarca e Austria riuscirebbero a ottenere un aumento degli sconti ai contributi sul bilancio europeo (rebates) e un meccanismo di governance che gli assegna un certo controllo di come verranno spesi i soldi dagli Stati membri, ma non otterrebbero l’unanimità  per far passare l’erogazione dei fondi in Consiglio Ue.
L’unanimità  era la battaglia, per molti versi in solitaria, dell’olandese Mark Rutte, il falco di questo Consiglio, il premier che ha bloccato l’intesa riuscendo a trascinare gli altri frugali, il leader col quale Conte ha più discusso di più nelle trattative a oltranza.
E sta proprio qui l’altro aspetto politico della battaglia del presidente del Consiglio italiano, sempre che la notte non cambi le carte in tavola ancora una volta. Oggettivamente, Conte è riuscito a piegare le pretese dei frugali, in particolare sull’unanimità , meccanismo che avrebbe trasferito il controllo delle risorse dalla Commissione europea ai governi nazionali, attribuendo agli Stati un potere di veto che avrebbe tradito i trattati europei.
Il recovery fund è bottino del premier e della delegazione italiana, che a Bruxelles include il ministro agli Affari europei Enzo Amendola, per parlare solo dei ruoli di governo cui vanno sommati quelli diplomatici.
E’ una battaglia iniziata all’inizio della pandemia, quando ancora l’Europa non aveva capito la gravità  della situazione, quando Angela Merkel faceva squadra con i frugali e Ursula von der Leyen si ostinava a mandare avanti la sua agenda sul Green deal senza variazioni di percorso, come se nulla stesse accadendo.
La notte dirà  se è tutto oro quel che luccica. Per ora lo è. E’ andata bene per Conte e il suo governo, che ora dovrà  occuparsi dei piani di investimento e riforma per fare tesoro dei fondi Ue. Il Mes? A fronte dei quasi 39mld di prestiti in più ottenuti con l’ultima bozza, il Salva Stati potrebbe non essere necessario. Ma attenzione: i soldi del Meccanismo europeo di stabilità  sono disponibili da subito, quelli del Recovery fund dall’anno prossimo.

(da “Huffintonpost”)

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INTERVISTA A ELSA FORNERO: “PERCHE’ AGLI OCCHI DEL’EUROPA SIAMO INAFFIDABILI”

Luglio 20th, 2020 Riccardo Fucile

“ABBIAMO UN RECORD DI RIFORME APPROVATE E POI SMONTATE E ABBANDONATE”… “SU QUOTA 100 CONTE RICONOSCA L’ERRORE”… “NELLE PIEGHE DELLA SPESA PUBBLICA TROPPE FURBIZIE DEGLI ITALIANI”

Professoressa, sono ore decisive per il Recovery Fund ma anche per l’Europa. Uno strascico c’è già , a prescindere dall’esito: i Paesi frugali, Olanda in testa, non si fidano dell’Italia. Hanno torto?
Gli olandesi hanno detto all’Italia quello che anche la Germania e la Francia avrebbero comunque detto in maniera più soft, meno brutale, al momento della distribuzione delle risorse, e cioè che l’Italia deve utilizzare queste risorse per riavviare la crescita. Purtroppo provvedimenti come quota 100 hanno dimostrato che l’Italia non è troppo coerente nell’affrontare il tema delle riforme.
In Italia sta montando il dibattito sulla posizione tenuta da Conte in Europa: alle spalle anni di riforme incompiute e allo stesso tempo l’impuntatura sull’avere più soldi senza che gli altri ci possano dire come spenderli. Lei crede che la crisi siamo noi?
Io mi metto tra coloro che credono che le riforme non si fanno per compiacere altri ma per necessità  del nostro Paese (e questo per rispondere ad alcuni ministri di questo Governo che indicavano come “servi” della Germania ministri di altri governi impegnati nel difficile compito di realizzare riforme). Con gli alleati si parla, si discute, non si vantano primati che non si hanno. Nessuno è perfetto e ovviamente neanche i governanti stranieri lo sono ma noi andiamo dicendo all’Europa che ce la possiamo fare da soli e allo stesso tempo chiediamo ingenti risorse, come credito o come aiuti, e senza alcuna condizionalità . Non è perciò stupefacente se qualcuno dice che il nostro grado di affidabilità  nel fare le riforme va messo in discussione. Abbiamo un record di riforme approvate ma rinviate al futuro, parzialmente smontate, abbandonate.
Perchè deteniamo questo record?
Nel Paese è diffusa un’idea sbagliata di riforme, come provvedimenti normativi che quasi come una bacchetta magica risolvono i problemi del Paese. E che richiedono sacrifici, almeno nell’immediato. Quindi facciamo le riforme presentandole in maniera distorta, pensando che non saranno veramente realizzate o che altri le cambieranno alla prima occasione. Negli altri Paesi, ma soprattutto in Germania, tutto ciò non accade. Negli ultimi venticinque anni abbiamo fatto importanti riforme del mercato lavoro, delle pensioni, della pubblica amministrazione e della scuola, ma i risultati deludenti sono sotto gli occhi di tutti. Sono state in larga misura inefficaci e mal tollerate. All’Europa ora interessa che l’Italia, un Paese fondatore, intraprenda questo percorso più seriamente di quanto ha fatto fino ad ora.
Secondo lei, però, uno dei precedenti più recenti – quota 100 – non è stato un bel biglietto da visita. Perchè?
Per l’appunto: l’Europa ha visto quota 100 come controriforma, come un rifiuto di quelle riforme – tra le quali quella che porta il mio nome – che andava incontro a esigenze indotte dall’invecchiamento, da un lato, e dalla generosità  eccessiva nelle formule pensionistiche, dall’altro. Dico “generosità  eccessiva” non in assoluto ma rispetto ai contributi versati e alle possibilità  del Paese. È stato un passo indietro non motivato da ragioni reali bensì da motivazioni di consenso elettorale.
Guardiamo avanti. I soldi arriveranno, ma dobbiamo fare le riforme. Manterremo la promessa?
Di fronte a noi vedo un sentiero molto stretto che possiamo percorrere solo se gli italiani saranno consapevoli del valore sociale delle riforme. Quelle a costo zero sono inesistenti o quasi. Le riforme economiche implicano sempre, in maniera più o meno diffusa, dei sacrifici oggi per avere benefici domani. In questo senso, si tratta di investimenti sociali. Coloro che sostengono, soprattutto in politica, che le riforme hanno benefici immediati e generalizzati mentono sapendo di mentire.
Di che sacrifici parla?
Lavorare di più, più a lungo, è un sacrificio. Lo si è presentato come una sottrazione di opportunità  di lavoro ai giovani, ma questo solo per la nostra incapacità  di fare del mercato del lavoro un’istituzione inclusiva. I Paesi che hanno il più alto di occupazione della popolazione anziana, tra i 60 e i 70 anni, sono i Paesi anche che hanno anche il più alto tasso di occupazione giovanile. Non è impossibile realizzare un mercato del lavoro inclusivo ma occorre cambiare priorità .
Quindi niente staffetta generazionale?
La sostituzione tra lavoratori anziani e giovani avviene, ma mantenere età  di pensionamento come se la longevità  non fosse aumentata è un errore. Quando l’economia funziona bene, tutte le persone in età  da lavoro, donne, giovani e non giovani, hanno un’opportunità . Il paradigma “esci tu ed entro io” è sbagliato.
Torniamo alle riforme. Perchè questa volta dovrebbe andare a finire diversamente rispetto agli ultimi 25 anni?
Non possiamo più rinviare una discontinuità  nella concezione delle riforme. Le riforme non sono mai percepite come patrimonio comune per migliorare il Paese ma come qualcosa che ci è imposto, magari a vantaggio di altri. Manca una visione condivisa della necessità  di promuovere quei cambiamenti che servono a fronteggiare trasformazioni strutturali che comunque avvengono, e dai quali, con le riforme, noi potremmo trarne benefici, anzichè averne solo costi (penso alla globalizzazione, all’invecchiamento, alla robotizzazione ecc). Ci vuole poi continuità  di intenti tra i governi che si alternano per cui il governo successivo tende sempre a cancellare le riforme fatte da quello precedente, facendo intendere che si fa tutto nell’interesse degli italiani, anche quando l’obiettivo è aumentare il proprio consenso elettorale. Noi dobbiamo far sì che siano gli italiani a essere convinti che solo seguendo un percorso di riforme coerenti e condivise possiamo dare una chance alle generazioni future. Altrimenti continueremo il declino degli ultimi vent’anni.
Il problema è il come.
Dobbiamo correggere alcuni difetti strutturali che ci portiamo dietro dagli anni passati. Dobbiamo considerare prioritario il lavoro delle persone, e questo senza dimenticare l’equità  e la solidarietà . Questo Governo tende ad accentuare proprio uno di questi difetti dando l’impressione che si possa migliorare il benessere generale attraverso il debito pubblico e i sussidi invece di puntare sulle cose che veramente contano come l’istruzione, la formazione professionale, l’innovazione, la ricerca, le infrastrutture e gli investimenti, che sono alla base del lavoro e del lavoro produttivo. È questo percorso che ci è venuto a mancare e così è aumentato il debito pubblico.
A proposito di debito e della crisi che siamo stati noi stessi a creare con la nostra incapacità  di riformare il Paese. Nella pancia del debito c’è una spesa per le pensioni che è tra le più alte in Europa. La riforma delle pensioni attesa a Bruxelles in che direzione deve andare?
Conte deve riconoscere che quota 100 è stato un errore, e ha il dovere di essere trasparente rispetto a quello che sarà  dopo il 2021. Fino ad ora il Governo ha solo detto che quota 100 arriverà  fino al 2021, cioè a scadenza. Ma poi? Nel Governo c’è un po’ di furbizia come se arrivare alla scadenza di quota 100 permettesse poi al governo di dire: “non possiamo tornare alla riforma Fornero, per lo scalino che si creerebbe nell’età  di pensionamento e quindi dobbiamo sostanzialmente mantenerla, anche se in forma attenuata.
In concreto cosa dovrebbe fare il Governo?
Deve presentare il suo piano di riforme e deve dire se mantiene quota 100, come la corregge e cosa ne farà .
Insomma un’operazione verità  nei confronti degli italiani. Mi tolga una curiosità . La sua riforma delle pensioni è nata anche per un’esigenza di risparmio. Ma non è che sono gli italiani a essere i veri frugali?
Gli italiani come persone sono frugali per natura, l’attaccamento al risparmio c’è. Quello che non c’è è l’attaccamento a un uso responsabile delle risorse pubbliche. Faccio l’esempio della proprietà  della casa, che per gli italiani è molto importante mentre in Germania assai meno. Gli italiani si sentono sicuri quando hanno una casa di proprietà  e per questo obiettivo sono disposti a fare sacrifici. Nei confronti delle risorse pubbliche l’atteggiamento è però molto diverso, vorrei dire meno responsabile.
Formiche con i propri soldi, cicale con quelle di tutti?
È evidente che gli italiani non hanno interiorizzato i conti pubblici. Si vede dall’evasione fiscale che non è limitata a pochi ricchi. Pensiamo ad esempio che sia giusto ottenere un sussidio anche quando non se ne ha necessità  o quando non si hanno i requisiti. Pensiamo che un po’ di furbizia non faccia male e che non sia peccato. E nelle pieghe della spesa pubblica vi sono anche molte furbizie degli italiani. Anche questo era base della necessità , della quale non si parla più, di realizzare tagli alla spesa pubblica.
In che senso?
Oggi non si parla più di tagliare la spesa improduttiva. È stato giusto aumentare la spesa perchè siamo in emergenza, ma bisognerebbe iniziare a guardare a quali spese ridurre per fare spazio ad altre che servono per la crescita. Non possiamo finanziare tutto a debito. Non sarebbe giusto nei confronti delle generazioni giovani e future alle quale diciamo di essere interessate ma per le quali abbiamo fatto e continuano a fare troppo poco. E’ anche questo il messaggio del nuovo fondo europeo che noi chiamiamo Recovery Fund ma che, saggiamente e non a caso, Ursula von der Leyen ha chiamato Next Generation EU”.

(da “Huffingtonpost”)

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IL RICATTO E’ SERVITO: I FRUGALI SI PORTANO A CASA 26 MILIARDI SUI “REBATES”

Luglio 20th, 2020 Riccardo Fucile

AUMENTATI DI 7,8 MILIARDI GLI SCONTI SUI CONTRIBUTI AL BILANCIO UE PER AUSTRIA, OLANDA, DANIMARCA E SVEZIA

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz lo aveva detto: “Non basta, vogliamo ancora di più”. Lo hanno ottenuto.
Il negoziato sulla nuova proposta di Recovery Fund presentata dal presidente del Consiglio Ue Charles Michel non è ancora concluso ma un dato è certo: dopo aver tenuto in ostaggio le trattative dei Ventisette per ben quattro giorni, i Frugali si portano a casa per i prossimi anni più di 26 miliardi di euro.
Soldi puliti che finiscono direttamente nelle casse statali e che non hanno nulla a che fare con il fondo per la ripresa legato al Covid: si tratta dei famosi “rebates”, gli sconti ai contributi che i quattro Paesi (Austria, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca, insieme alla Germania) versano come tutti al bilancio dell’Unione Europea nel prossimo quadro finanziario 2021-2027.
Gli Stati guidati dai leader più intransigenti nelle ultime 96 ore di incontri, Olanda e Austria, hanno ottenuto un’attenzione particolare da parte di Bruxelles.
C’è da ricordare che alla vigilia dello scontro sul Recovery Fund, molti Stati in Europa avevano messo ripetutamente in dubbio la legittimità  di questi sconti e, nelle scorse settimane, si era addirittura parlato di una possibile soppressione di quello che molti, in particolare gli Stati del Sud, vedono come un privilegio immotivato.
I rebates invece sono entrati a pieno titolo nel negoziato sul Recovery Fund reso particolarmente ostico dall’atteggiamento dei Frugali che hanno lavorato a ridurne la portata e a incrementare i vantaggi per se stessi.
Alla fine, quindi, i rebates non solo sono stati confermati ma sono anche aumentati. Del suo contributo al budget Ue, la Danimarca riceverà  indietro 322 milioni di euro l’anno. Con i vecchi sconti invece riceva “solo” 197 milioni. Anche la Svezia ci ha guadagnato nel far squadra con i Stati più “avari”: il suo sconto annuale è passato da 798 milioni a 1,06 miliardi.
Come detto però a sorridere di più sono Sebastian Kurz e Marke Rutte. Il primo può vantare un risultato notevole, essendo riuscito a raddoppiare lo sconto annuale per il suo Paese. L’Austria infatti riceverà  un rimborso di 565 milioni di euro, un bel risparmio se si tiene conto che prima le tornavano indietro solo 237 milioni.
I Paesi Bassi guidati dall’avaro Rutte pure possono gioire, riceveranno 1,9 miliardi di euro.
È un gran risultato per l’Aja se si pensa che con la prima proposta di mediazione presentata da Michel il suo “vecchio” sconto non veniva incrementato (era di 1,5 miliardi annui) ma in cambio si lasciavano al 20% i costi di raccolta dei dazi doganali per conto dell’Ue, anzichè ridurli al 10%.
Concessione non da poco per un Paese che ha il porto di Rotterdam, principale punto di ingresso per le merci importate nell’Unione.
In questo modo i “Frugali” hanno ottenuto un notevole risparmio sul loro contributo al bilancio Ue. Vuol dire che la strategia di tenere sotto scacco fino a notte fonda gli altri 22 Paesi, ponendo veti e facendo infuriare persino Angela Merkel ed Emmanuel Macron, alla fine è servita.
In soldoni portano a casa per il prossimo bilancio pluriennale circa 26 miliardi e mezzo, con un incremento netto di 7,8 miliardi rispetto a quello precedente. Mica male per chi si fa chiamare “frugale”.

(da “Huffingtonpost”)

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FRATELLI D’ITALIA E QUEL CONSIGLIERE DELLA LOCRIDE INGUAIATO DAL CUGINO CHE SI E’ FREGATO L’ASCENSORE DEL TEATRO COMUNALE PER INSTALLARLO A CASA DEL SUOCERO

Luglio 20th, 2020 Riccardo Fucile

DIMISSIONI A PIOGGIA NEL PARTITO DELLA MELONI NI CALABRIA, PARTITO NEL CAOS CON UN CONSIGLIERE REGIONALE E IL CANDIDATO IN PECTORE A REGGIO INDAGATI PER RAPPORTI CON LA ‘NDRANGHETA

Che Fratelli D’Italia in Calabria navighi in pessime acque è ormai fatto arcinoto, come altrettanto di dominio pubblico risulta la netta presa di distanza della leader Giorgia Meloni dai candidati di partito proposti dal Pollino allo Stretto.
Troppi i problemi, anche dopo l’estromissione del delegato alle liste elettorali per le elezioni regionali Edmondo Cirielli e il “lascito” del Partito regionale in mano all’unica deputata eletta nel 2018, Wanda Ferro.
Tra tutte, la provincia di Reggio Calabria è quella considerata più scottante in quanto è lì che è emerso più di un “incidente di percorso” nel radicamento del Partito con gli arresti eccellenti dell’ex candidato in pectore di Reggio Calabria, Alessandro Nicolò e del consigliere regionale neo-eletto Domenico Creazzo (entrambi indagati per concorso esterno in associazione mafiosa in due diverse indagini della Dda di Reggio Calabria).
Al posto di Creazzo è subentrato nel consiglio regionale calabrese Raffaele Sainato, il cui nome (senza essere indagato) è comparso negli atti dell’inchiesta “Mandamento Jonico” che ha svelato il potere elettorale di alcune cosche nella locride.
Anche lui, come Creazzo, transfugo del centrosinistra a livello regionale (si era candidato nel 2014 con la lista ‘Autonomia e Diritti’ di Agazio Loiero a sostegno di Mario Oliverio, esponente PD), ma vicesindaco di Locri dal 2013 in una amministrazione locale guidata da un Sindaco marcatamente di centrodestra.
Lo stesso Sainato lo scorso 9 giugno si è dimesso dalla carica di vicesindaco e di assessore (ma non da consigliere) della cittadina di Locri, ufficialmente, come da lui dichiarato: “Per svolgere al meglio, con assoluta dedizione il suo nuovo ruolo di Consigliere Regionale”. Aggiungendo poi: “Ho svolto il ruolo di vicesindaco sempre con l’idea alta della politica e per trasmettere ai giovani ed ai miei figli l’importante umiltà  dell’agire per il bene pubblico”.
Parole di circostanza già  sentite per chi mastica la politica calabrese che si uniscono a quelle, di pari natura, del Sindaco Giovanni Calabrese.
Ma dietro i canonici salamelecchi nella cittadina locridea sono arrivate, in breve tempo ed in sequenza, altre due dimissioni: quelle delle assessore comunali vicine all’area politica facente capo a Raffaele Sainato, Anna Baldessarro e Anna Sofia (sua capostruttura in consiglio regionale).
Scaramucce locali? In realtà  no, perchè pare esserci di più.
Dietro a questi smottamenti locali sembra esserci una questione riguardante il teatro comunale inaugurato, dopo molti anni d’attesa, il 20 gennaio 2018. “Le missioni impossibili diventano realtà  quando si lavora con impegno e passione”, dichiarò il Sindaco di Locri nell’annunciarne l’imminente apertura.
L’assurda storia dell’ascensore
A lavorare con impegno e passione, però, è stata anche la Procura, che giusto dieci giorni prima delle dimissioni di Raffaele Sainato dal ruolo di vicesindaco e assessore, ha notificato ad alcune persone un avviso di conclusione delle indagini preliminari (a firma del Sostituto procuratore presso il Tribunale di Locri Michele Permunian) per il furto dell’ascensore, acquistato con soldi pubblici e destinato proprio al teatro comunale, che è stato poi, successivamente, installato in un’abitazione privata.
Nell’indagine, oltre a tre tecnici, tra cui il responsabile dell’area tecnica manutentiva e urbanistica del Comune, accusati di falso ideologico per aver redatto nel 2015 un certificato di collaudo omettendo l’assenza dell’ascensore (che dalle indagine si evince fosse stato rubato nel 2012, tre anni prima), spunta come autore del furto Domenico Sainato, cugino di primo grado del consigliere regionale di Fratelli D’Italia.
L’accusa è di aver prelevato, in concorso con persone ignote, l’ascensore del Teatro comunale e di averlo installato presso l’abitazione del suocero previo pagamento da parte di quest’ultimo della somma di 7.500 euro.
Il reato contestato è furto aggravato dalla violenza sulle cose e dall’aver commesso il fatto su cose destinate ad un servizio pubblico. All’epoca del furto — 2012 — Raffaele Sainato si era appena candidato Sindaco alle amministrative del maggio 2011, venendo eletto consigliere comunale d’opposizione, mentre quando era stato redatto il collaudo tecnico amministrativo e statico (presunto falso), con il presunto coinvolgimento del relativo responsabile d’area del Comune — 29 aprile 2015 —   l’attuale esponente regionale dei sovranisti era già  vicesindaco da due anni.
L’avvocato di fiducia del denunciante, Pino Mammoliti (condannato in primo grado per favoreggiamento nel processo a seguito della citata inchiesta Mandamento Jonico) in un post su Facebook dello scorso 31 maggio ha dichiarato di aver accompagnato personalmente il suo assistito, titolare dell’impresa Ieromedia s.r.l. che svolse i lavori al teatro comunale, a denunciare “un aguzzino che per anni lo ha spremuto facendogli credere che lo avrebbe aiutato a sistemare uno dei tre figli”, riferendosi (come emerso dai pubblici commenti al post social) a Domenico Sainato. Quest’ultimo, però, di professione svolgeva — e svolge — l’attività  di geometra ed operaio. Non si comprende, quindi, come possa “sistemare” chicchessia.
In ogni caso, l’emergere di questa indagine potrebbe aver spinto Raffaele Sainato alle dimissioni (e all’estromissione di tutta la sua area) dalla giunta comunale di Locri, dato che durante i comizi tenuti durante la campagna elettorale per le elezioni regionali dello scorso gennaio escludeva categoricamente che avrebbe lasciato tale incarico.
La questione è stata tenuta sottotraccia, non facendo trapelare i nomi messi nero su bianco nelle carte della Procura di Locri, ma l’imbarazzo della vicenda, che pare abbia già  avuto ripercussioni politiche in ambito locale, è destinata ad ampliarsi, con ulteriori notti insonni per Giorgia Meloni.

(da TPI)

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NAPOLI, IL CANDIDATO LEGHISTA USA L’IMMAGINE DI LUCIANO DE CRESCENZO PER LA SUA PROPAGANDA, LA FAMIGLIA DELLO SCRITTORE LO PORTA IN TRIBUNALE

Luglio 20th, 2020 Riccardo Fucile

IERI BORSELLINO, OGGI DE CRESCENZO: L’IGNOBILE SPECULAZIONE DI CHI DOVREBBE VERGOGNARSI SOLO A NOMINARLL… METTI LE FOTO DEI BAMBINI FATTI AFFOGARE NEL MEDITERRANEO

Polemiche a Napoli, dove Severino Nappi — candidato alle regionali in Campania per la Lega — ha utilizzato un’immagine di e una citazione dello scrittore napoletano Luciano De Crescenzo per un manifesto elettorale del partito.
L’ex assessore al Lavoro della giunta di centrodestra di Caldoro dal 2010 al 2015 ha visto la sua bacheca Facebook invasa da commenti e da polemiche per questa scelta.
Quel «Napoli, l’ultima speranza dell’umanità » e quella foto non sono piaciuti affatto alla famiglia dello scrittore, i cui membri si sono dissociati comunicando che procederanno presso le sedi competenti.
Sul manifesto insieme alla citazione e alla foto ci sono i loghi di Lega-Salvini Premier, «Prima gli italiani» e «Campania il nostro posto». Quest’ultimo è il nome del movimento civico fondato da Nappi stesso.
Sono moltissimi i commenti di dissenso arrivati sotto la il manifesto della lista civica di Nappi, tra chi parla di «un’offesa al maestro» che era «lontano anni luce dalle idee della Lega» e chi parla di «orrore e blasfemia».
De Crescenzo, tra i tanti, è simbolo di una napoletanità  che non vuole essere abbinata alla propaganda elettorale della Lega. Ricordiamo, infatti, come il capo del partito Matteo Salvini nel 2009 intonasse cori razzisti nei riguardi dei partenopei.
La famiglia dello scrittore si è detta contro l’utilizzo dell’immagine di De Crescenzo per fini elettorali: «Non autorizziamo e ci dissociamo da qualsiasi utilizzo a fini politico-elettorali dell’immagine di Luciano De Crescenzo che tuteleremo in tutte le sedi opportune».
Alessandro Amitrano del M5S ha parlato di una «Lega per anni ha insultato i napoletani e ora ricorre ad una becera strumentalizzazione politica del Professore. La propaganda e il populismo non dovrebbero mai precipitare a livelli così bassi».
La risposta di Nappi : «Se la famiglia ha interpretato questo mio omaggio a Luciano come un tentativo di appropriarmi di un simbolo. Non era mia intenzione».
Come no, ci crediamo tutti

(da agenzie)

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