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SOLDI LEGA, SI ALLARGA L’INCHIESTA

Luglio 18th, 2020 Riccardo Fucile

OGGI INTERROGATORIO IN CARCERE PER SOSTEGNI… UN IMMOBILE ACQUISTATO PER 400.000 EURO, RIVENDUTO SUBITO PER 800.000 E IL GUADAGNO MOVIMENTATO VERSO ENTI VICINI AL CARROCCIO

Io innesco una serie di situazioni che poi non so dove si va a finire». Sono le parole di Luca Sostegni intercettato al telefono nei giorni scorsi prima del suo tentativo di fuggire in Brasile stoppato dalla Guardia di Finanza.
E mentre Matteo Salvini promette querele a raffica per chi accosta il suo nome a quello del liquidatore della Paloschi SRL al suo, la storia comincia a farsi più complicata e piuttosto seria.
Non soltanto per le parole sibilline di Sostegni — «Perchè poi da questo si va alle cantine, dalle cantine si va al capannone, si va alla fondazione, si va alla Fidirev (fiduciaria che controlla l’immobile di Cormano, ndr.), si va ai versamenti, si va a tutto» — ma perchè proprio lui aveva incassato 20mila euro (da chi?) per il sostentamento e ne voleva altri 30mila.
Sostegni, spiega oggi Repubblica, è l’uomo chiave per decifrare la compravendita dell’immobile di Cormano, acquistato da Lombardia Film Commission — società  della Regione — con una ricca plusvalenza per i tre commercialisti della Lega. Alberto Di Rubbia e Andrea Manzoni, ex revisori contabili della Lega in Parlamento, e Michele Scillieri, nel cui studio è stata registrata la “Lega Per Salvini Premier”, sono ora indagati per turbativa d’asta e peculato nell’inchiesta del procuratore aggiunto Eugenio Fusco e del pm Stefano Civardi
Ma lo scenario continua ad allargarsi. Dalle indagini della Guardia di Finanza di Milano emerge come ad occuparsi della ristrutturazione sia stato Francesco Barachetti, ex consigliere comunale di Casnigo, elettricista, titolare della Barachetti service, «personaggio molto legato a Di Rubbia — Manzoni, e più in generale al mondo della Lega», scrive la Gdf.
Barachetti compare nei report dell’Antiriciclaggio della Banca d’Italia, acquisiti dalla procura di Milano e da quella di Genova, dove si indaga sui 49 milioni del partito: l’elettricista ha ricevuto negli anni quasi un milione e mezzo dalla Lega, ma anche da altre entità  come lo studio di Di Rubba e Manzoni.
Denaro che poi — come ha rilevato Repubblica un anno fa — finisce, in parte, su conti bancari in Russia, e in parte nuovamente retrocesso a realtà  vicine al partito.
Operazioni considerate anomale da Bankitalia. Su cui ora anche i pm milanesi intendono vederci chiaro.
Elementi che potrebbero stabilire una connessione con l’altra inchiesta che coinvolge la Lega, quella sui rapporti con la Russia, nata dopo l’incontro al Metropol tra l’ex portavoce di Salvini, Gianluca Savoini, e uomini vicini al governo russo, dove si sarebbe discusso una compravendita di petrolio che avrebbe garantito 65 milioni di dollari alla Lega.
Oggi, a San Vittore, Sostegni potrebbe iniziare a dare dettagli e conferme sulla compravendita dell’immobile di Cormano. Acquistato da Andromeda (intestata a un cognato di Scillieri) a 400mila euro dalla sua   Paloschi srl, per essere poi rivenduto dalla stessa Andromeda, a 800mila euro, alla fondazione Lombardia Film Commission. Con un guadagno del 100%, movimentato poi verso soggetti ed enti vicini al Carroccio. Un’operazione che, secondo Sostegni, avrebbe arricchito i professionisti leghisti e lasciato lui a bocca asciutta. Così da minacciare di raccontare «il giro di denaro proveniente dalla provvista di 800mila euro».

(da “NextQuotidiano”)

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LO STORICO SOVRANISTA CHE NON LEGGE I GIORNALI: “INCENDIO ALLA CATTEDRALE DI NANTES, LE MOSCHEE NON BRUCIANO MAI”

Luglio 18th, 2020 Riccardo Fucile

A PARTE CHE NON SI CAPISCE SE SI RAMMARICA O MENO, SI INFORMI SULLE MOSCHEE INCENDIATE IN FRANCIA: ORIGINE DOLOSA PER QUELLA DI SAINT-PRIEST A LIONE, PER QUELLA DI AJACCIO E ATTENTATO PER QUELLA DI BAYONNE

Il professore di Storia Contemporanea Marco Gervasoni, da sempre punto di riferimento culturale per i sovranisti sui social network, ha voluto commentare l’episodio dell’incendio alla cattedrale di Nantes di questa mattina.
L’edificio del XV secolo dedicato a St Pierre-et-St Paul ha preso fuoco poco prima delle 7.44, quando i pompieri sono stati allertati. Ancora ignote le cause dell’incendio.
Marco Gervasoni, sempre puntuale nei commenti degli episodi legati all’attualità , ha voluto commentare l’accaduto, con una riflessione sul mandato di Emmanuel Macron e la sua esperienza con le cattedrali francesi (il ricordo e il riferimento, ovviamente, sono per l’incendio di Notre Dame della primavera del 2019).
Secondo Marco Gervasoni, Macron non sarebbe interessato a tutelare le chiese, mentre le moschee non bruciano mai.
Un riferimento alla disparità  di trattamento delle comunità  religiose in Francia. Eppure, nel corso degli anni, anche le moschee sul territorio dell’Esagono sono state oggetto di incendi o, peggio, di atti di vendetta totalmente ingiustificati.
Nel 2008, a Saint-Priest a Lione, si è registrato un incendio doloso in una moschea.
Nel 2012, un incendio interessò la moschea di Ajaccio (anche questo di natura dolosa, condannato dalla comunità  islamica locale).
Soltanto un anno fa, invece, un ex candidato del Front National di 84 anni fece irruzione nella moschea di Bayonne con lo scopo di incendiarla, per vendetta rispetto a quanto accaduto a Notre Dame.
Insomma, una situazione non proprio corrispondente al tweet di Marco Gervasoni.

(da agenzie)

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SALVINI CONTESTATO A MARTINA FRANCA FA UN L’AUTOGOL “QUANDO SAREMO UN PAESE DEMOCRATICO NON CI DOVRA’ ESSERE LA POLIZIA A TENERE A BADA I CONTESTATORI”

Luglio 18th, 2020 Riccardo Fucile

A PARTE CHE IN UN PAESE DEMOCRATICO I SEQUESTRATORI DI PERSONA STANNO IN GALERA E NON A FARE COMIZI, SORGE SPONTANEA UNA OSSERVAZIONE: NEI PAESI SOVRANISTI I CONTESTATORI NON DEVONO ESSERCI, LI ELIMINIAMO?

Una frase di Matteo Salvini — che si può inserire a buon diritto nella rubrica ‘pieni poteri’ — deve imporre una riflessione.
Salvini a Martina Franca (in Puglia, in provincia di Taranto) era andato per inaugurare una sede della Lega, poi ha organizzato un ‘comizio improvvisato’ e chissà  se autorizzato (ovviamente con persone erano accalcate sotto al palco senza distanziamento e   con pochissime mascherine) dove è stato contestato da un gruppo di ragazzi diviso dal resto della piazza da un cordone formato da poliziotti in tenuta antisommossa e dalle loro camionette.
Nel corso del suo comizio, c’è stato un passaggio piuttosto controverso: «Quando saremo un Paese davvero democratico, non ci sarà  bisogno di cinque camionette della polizia per tenere a bada dieci contestatori figli di papà ». Solito filastrocca dove i contestatori sono figli di papà  senza avere un padre benestante come lui.
Una affermazione del genere può essere contestabile a più livelli.
Innanzitutto, perchè laddove c’è una persona che manifesta delle idee, l’essenza della democrazia prevede che ci possano essere anche delle persone che contestano quelle stesse idee.
Cosa significa, dunque, che in un Paese democratico non ci saranno le camionette per i contestatori? Che ognuno deve essere lasciato libero di parlare senza contraddittorio — come immagina Salvini — o, peggio, che non devono esserci contestatori tout court?
La protesta contro Salvini a Martina Franca non ha mai oltrepassato il limite, ma ci si è limitati a cori, slogan e striscioni ironici.
Come quello, diventato virale sui social network, che diceva che «a Martina Franca si Lega solo il capocollo».
Ultima osservazione: nei Paesi democratici i politici non scappano dai processo e quando vengono indagati si dimettono dalle cariche. I processi si fanno celeremente e i sequestratori di persone vanno in galera.

(da agenzie)

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RIUNIONE UE, UN FRENO NON FA PARTIRE IL RECOVERY FUND

Luglio 18th, 2020 Riccardo Fucile

L’ULTIMA MEDIAZIONE: MENO SUSSIDI E PIU’ PRESTITI, MA IL NODO E’ IL SUPER-FRENO DI EMERGENZA SULL’ESBORSO DEI SOLDI

La notte non ha portato consiglio a Bruxelles. Eppure fino alle 3 quasi, Giuseppe Conte, Angela Merkel e Emmanuel Macron sono rimasti a parlare, davanti a un drink in hotel, dopo una giornata intera di negoziati andati a vuoto sul recovery fund.
Ma ai drink notturni l’ostacolo all’intesa, Mark Rutte, non era presente. Ed per l’olandese e gli altri frugali, ma soprattutto per il governo de L’Aja, che oggi il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si fa carico di una nuova proposta che contiene varie offerte ai nordici.
La principale: ‘super-freno di emergenza’ per controllare l’esborso dei soldi. Giuseppe Conte, che invece chiede che il controllo sia della Commissione europea e dell’Europarlamento, accetta di discuterne, ma vuole vedere le carte. “Dipende dalle modalità ”, si apprende da fonti di governo.
La proposta però serve a smuovere Rutte. “Ci sono ancora molte cose da risolvere, ma la proposta sulla governance avanzata da Michel è un passo serio nella giusta direzione — dice una fonte diplomatica olandese – Se raggiungeremo un accordo, dipende dalle prossime 24 ore”.
Il piano viene messo a punto in un vertice a 7 di primo mattino, dopo la notte insonne. Conte, Merkel, Macron, lo spagnolo Pedro Sanchez e stavolta anche con Rutte, si ritrovano in un summit con Michel e Ursula von der Leyen, prima della plenaria con gli altri leader.
Qualcuno a Bruxelles si diverte a chiamarlo ‘Washington format’. Ma questa riunione non ha molto a che vedere con il famoso vertice dei ministri dell’Economia di Italia, Francia, Germania, Spagna e Olanda in un hotel a Washington sulla crisi del debito in Grecia nel 2005. Anche se i contenuti sono simili. Allora decisero tagli draconiani per Atene. Stavolta c’è Rutte contro tutti a pretendere garanzie sulla governance dei soldi.
“Se ci sono i sussidi servono condizionalità  stringenti per assicurare che i paesi che ne beneficiano facciano le riforme”, dice entrando al vertice mattutino.
L’olandese fa riferimento esplicito a: “Riforme delle pensioni e del lavoro”. Stavolta vuole essere certo che i paesi membri le adottino, per l’Italia naturalmente il riferimento è a ‘Quota 100′. Lui la mette così: “E’ nell’interesse di Italia e Spagna uscire dalla crisi ed essere pronti per un eventuale prossimo shock”.
E allora eccola la nuova proposta di Michel che dà  inizio al negoziato vero, ieri è stata una giornata di riscaldamento con tanta tensione. Il presidente del Consiglio europeo non concede a Rutte il meccanismo dell’unanimità  con il quale l’olandese vorrebbe controllare l’esborso dei soldi.
Del resto, lo stesso Rutte ammette di essere pressochè solo in questa richiesta. Michel però propone un “super-freno di emergenza”, grazie al quale se uno Stato ha dubbi su come un altro Stato spenderà  i soldi, può chiedere “entro 3 giorni” di discuterne in Consiglio europeo.
Il ‘super-freno’ è il cuore della nuova proposta, giacchè la governance delle risorse è il centro di tutto, più importante delle dimensioni del fondo. Michel intanto conferma i 750mld di euro proposti da von der Leyen ma riduce la parte dei sussidi da 500mld a 450mld e aumenta i prestiti a 300mld.
Però viene rafforzata di 15 miliardi la parte sostanziale della Resilience Recovery Facility, che prevede allocazioni dirette ai Paesi e passa così da 310 miliardi a 325. Il taglio riguarda invece la parte dei 190 miliardi di trasferimenti suddivisi tra vari programmi. Per esempio: Horizon Europe subisce un taglio di 2mld, il programma per la sanità  cala di 2,7 miliardi, il fondo per lo sviluppo rurale viene ridotto di 5miliardi.
Per accontentare Rutte e i frugali, la proposta Michel prevede anche un aumento dei ‘rebates’, gli sconti sui contributi al bilancio di cui beneficiano questi Stati. Inoltre il presidente del Consiglio offre agli Stati di poter trattenere il 20 per cento dei dazi doganali: anzichè il 15 per cento della proposta iniziale. E anche questa è una questione che sta molto a cuore all’Olanda, per l’attività  dei suoi porti.
Infine lo schema di distribuzione delle risorse cambierebbe così: 60% dei fondi distribuiti in base a Pil e disoccupazione degli ultimi 5 anni, e 40% in base al calo della crescita solo dell’ultimo anno (nella proposta iniziale si prevedeva una ripartizione al 70 per cento i primi).

(da “Huffingtonpost”)

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GUERRA FREDDA AL VERTICE UE SUL RECOVERY FUND

Luglio 17th, 2020 Riccardo Fucile

SCONTRO COME PREVISTO TRA NORD E SUD… MERKEL: “NON SO SE CI SARA’ ACCORDO”

Sorpresa: giacca dello stesso colore rosa salmone. Per Angela Merkel e Ursula von der Leyen salutarsi con il gomito, come fanno tutti i leader europei al vertice in corso a Bruxelles, è anche l’occasione per notare la coincidenza nell’abbigliamento.
Mascherine al volto che nascondono i sorrisi di chi si rivede dal vivo, dopo mesi di vertici in videoconferenza per via del distanziamento sociale imposto dal covid. Oggi è pure giornata di festa per la cancelliera tedesca e il premier portoghese Antonio Costa: entrambi compiono gli anni, scambi di auguri e regali.
Il Consiglio europeo convocato per trovare un’intesa sul recovery fund fa fatica a uscire da questa cornice pur pittoresca nella drammaticità  della pandemia. La prima giornata passa lenta, con gli scontri tra i due avversari principali, l’olandese Mark Rutte e Giuseppe Conte, ognuno sulle sue posizioni. Dietro le mascherine e dietro ai sorrisi, il clima è di guerra fredda. La trattativa vera comincia nella notte. O addirittura domani.
“La temperatura non si scalda”, dice una fonte diplomatica europea, “sembra che i leader riservino le energie per domani”.
Come spesso succede quando i summit sono complicati — e questo certamente lo è — si rimanda il momento vero della trattativa, il momento della scelta se fare l’intesa o ammettere il fallimento.
L’unico risultato di questa prima giornata di discussioni sul pacchetto ‘Next generarion Eu’ proposto dalla Commissione europea per fronteggiare la crisi economica del covid è che esce di scena la richiesta dell’Olanda di affidare agli Stati membri le decisioni sull’erogazione dei soldi con un meccanismo di unanimità .
Cioè con potere di veto anche di un solo governo. L’Aja è isolata, nemmeno gli altri frugali la seguono su questo.
Ma il resto è tutto da fare. E l’unanimità  esce di scena lasciando macerie tra nord e sud Europa: ai ferri corti, conferma il premier della Repubblica Ceca Andrej Babis in conferenza stampa. “Non c’è accordo sul volume totale del fondo, inutile andare avanti nei dettagli…”, dice pessimista e scontento perchè anche lui ha le sue rimostranze: chiede più soldi per Praga
“La tua proposta è incompatibile con i trattati e impraticabile sul piano politico”, attacca Conte verso Rutte in uno dei momenti più frizzanti del vertice. Scontro puro. “Non ce la beviamo! – gli risponde l’olandese – questa è una situazione eccezionale, che richiede una solidarietà  eccezionale e per la quale si possono trovare soluzioni straordinarie. Occorre essere creativi”.
Sul tavolo resta una proposta di mediazione che non va bene a entrambi.
Vale a dire: la possibilità  per uno Stato di chiedere al Consiglio europeo di discutere dell’erogazione dei fondi se i piani di riforma presentati non appaiono convincenti. Si tratta del cosiddetto ‘freno di emergenza’, ma per Conte, sostenuto dallo spagnolo Pedro Sanchez che gli siede accanto, non è accettabile.
Il premier insiste sulla proposta della Commissione che prevedeva il controllo di Palazzo Berlaymont sulle spese e un meccanismo di maggioranza qualificata inversa in Consiglio (i governi europei decidono se aprire i cordoni della borsa a meno che non ci sia una maggioranza qualificata contraria).
A sera il nodo è ancora lì tutto da sciogliere. Ed è il nodo principale, più delle stesse dimensioni totali del fondo, altro punto di tensione tra nord e sud.
Per Conte vedersi confermati i 750mld di recovery fund – fosse anche con tutti i 500mld dedicati ai sussidi, che è cosa molto difficile – non basta se poi la governance rende difficile e farraginoso poter disporre dei soldi. Come averli in una teca e non poterli toccare.
Ma i frugali chiedono garanzie sulle modalità  di spesa. “Il nostro obiettivo — dicono fonti olandesi — è che quei soldi siano spesi per rimettere in sesto le economie degli Stati europei: ma che siano spesi bene!”.
I frugali fanno squadra sul bilancio pluriennale. Va avanti la Danimarca a chiedere che venga rivisto al ribasso: da 1.074 miliardi a 1.050mld. Cosa che provoca la reazione di Emmanuel Macron, il quale per tutta risposta attacca sui rebates. Il presidente francese chiede di eliminare gli sconti sui contributi al bilancio di cui godono i paesi ricchi del nord meno dipendenti dai fondi europei.
A questo punto è chiaro che si sta solo prendendo tempo prima della battaglia campale. Perchè sui rebates anche la proposta iniziale della Commissione prevede di non eliminarli, semmai solo gradualmente. Schermaglie che non producono passi in avanti o indietro.
Nel pomeriggio il presidente Charles Michel chiede di concentrarsi sullo stato di diritto, condizione che l’Ungheria chiede di rimuovere dai negoziati e anche questo è uno scoglio difficile .
E poi sulle risorse proprie per aumentare la capacità  del bilancio, nuove tasse sui giganti digitali o sui paesi che esportano in Europa prodotti di industrie inquinanti.
E ancora sull’allocazione delle risorse: la proposta del presidente del Consiglio è di erogare il 70 per cento dei fondi nel biennio 2021-22 in base ai dati sulla disoccupazione del periodo 2015-19, il restante 30 per cento verrebbe erogato nel 2023 basato sul calo del pil alla fine di quest’anno e nel 2021. Se i criteri fossero questi, l’Italia figurerebbe tra i primi beneficiari. Ma Conte non è convinto, perchè è impossibile ora avere stime certe sul calo del pil dovuto alla pandemia.
“Le differenze sono ancora tante e non posso dire se raggiungeremo un accordo questa volta, ma servirebbe — dice Merkel al suo arrivo all’Europa building – Però servirebbe una disponibilità  al compromesso da parte di tutti”.
Disponibilità  che ancora non è maturata. Certo, il regalo di compleanno di Costa per Merkel non sembra proprio ben augurante: ‘Cecità ‘ di Saramago, bellissimo ma tenebroso. Lei per lui ha una antica mappa geografica di Goa, colonia portoghese sull’oceano indiano dalla quale provengono gli antenati del premier di Lisbona.
E in più il catalogo di una mostra curata dal Museo tedesco di storia sui marinai portoghese. Ecco, magari l’idea del mare porta aria fresca e creatività  ai negoziati.

(da “Huffingtonpost”)

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M5S, SINISTRE PAURE

Luglio 17th, 2020 Riccardo Fucile

SULLE ALLEANZE PER LE REGIONALI OGNI COMPONENTE INTERNA GIOCA UNA SUA PERSONALE PARTITA

Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? Questo sketch di Totò fotografa la fase attuale del Movimento 5 Stelle.
C’è chi vuole restare al governo, chi invece no, chi dice “al governo con il Pd ma nelle regioni no”, chi obietta “al governo ni, ma in qualche in regione sì.”
Chi aspetta gli Stati generali per vedere il da farsi e chi gli Stati generali non li vuole più fare.
Questa è una fase da polvere di stelle, alla vigilia della campagna elettorale in sei regioni: Puglia, Campania, Liguria, Veneto, Marche, Valle d’Aosta e Toscana. A un mese dalla presentazione delle liste, i due partiti alleati nel governo, Pd e M5s, litigano e sembrano destinati ad allearsi solo in Liguria. Alleanza che in realtà  appena è stata stretta ha già  scricchiolato a causa delle diatribe grilline.
Mentre il segretario del Pd desidera creare un’intesa organica nei territori, nel Movimento 5 Stelle ci sono tante voci che si accavallano.
Una parte, quella governista vorrebbe trattare, e un’altra guidata da Luigi Di Maio, ma con un buon seguito nei territori frena.
Oltre alla Liguria, il cui caso è stato risolto con la conferma del candidato Ferruccio Sansa, la Puglia ne è l’esempio. Da fonti interne e ben informate si era appreso che nei prossimi giorni ci sarebbe stata riunione convocata da Vito Crimi per chiedere alla candida presidente M5s Antonella Laricchia di fare un passo indietro.
La voce si è sparsa tra gli attivisti locali che subito sono insorti contro un possibile accordo con il Pd a favore di Michele Emiliano. Il reggente, vittima di fuoco amico, è costretto a smentire: “La Puglia ha bisogno di un cambiamento vero. Non del solito valzer fra partiti di destra e sinistra che si scambiano poltrone senza cambiare nulla”. E conferma la candidatura, allontanando i sospetti piombati su di lui accusato di voler trattare con il Pd così come ha fatto in Liguria.
La guerra nei 5Stelle è tutta interna. Riguarda sì la successione, cioè chi dovrà  guidare il Movimento dopo gli Stati generali, ma riguarda anche il perimetro entro cui si deve muovere, quindi i messaggi politici che bisogna lanciare in ottica campagna elettorale.
Di Maio, come è stato possibile appurare, guarda a un elettorale di centro con argomentazioni di centrodestra, restio per esempio a modificare i decreti sicurezza. Mentre un’altra fazione guarda al Pd per cementificare l’alleanza e garantire la durata del governo.
Passano da qui, dal nodo alleanze, i prossimi mesi. In vista ci sono gli Stati Generali. Vero passaggio nodale per la guida del Movimento le cui conseguenze sul governo saranno decisive. L’ala governista cercherà  di fare argine alle manovre non combinate sia di Di Maio sia di Alessandro Di Battista. Questi ultimi puntano a spaccare da subito, come si sta vedendo in Liguria e in Puglia, ma anche nelle Marche, l’alleanza con il Pd.
Ecco quindi le Marche. “I parlamentari marchigiani metà  sono per l’alleanza con il Pd e metà  no. Se non c’è un intervento dall’alto tutto resta com’è”, dice un deputato.
Qui i 5Stelle stanno già  tracciando la loro corsa in solitaria. Il Pd ha negato il bis al governatore uscente Luca Ceriscioli, perchè una fetta del partito non lo avrebbe appoggiato. E ha candidato il sindaco dem di Senigallia Maurizio Mangialardi, sostenuto anche da Italia Viva, Articolo 1, Azione di Calenda, i Verdi e +Europa. I grillini correranno con Mauro Marcorelli, ma non tutti sono d’accordo. Sono deboli e non hanno il controllo del territorio.
“La verità  — spiega un parlamentare grillino — è che Zingaretti e Di Maio o chi per lui, Vito Crimi, devono decidere cosa fare perchè il ragionamento è politico”. Nel senso che sarà  difficile vincere contro il candidato di centrodestra Francesco Acquaroli: “Si perde sicuro”, osserva un deputato: “Ma conta il segnale. Iniziare a costruire un’alleanza organica sui territori e collocarci politicamente a sinistra”.
Il problema però è uno. Luigi Di Maio, e parte degli attivisti, di collocarsi a sinistra non ne vogliono sapere.

(da “Huffingtonpost”)

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“PAGATEMI O RACCONTO TUTTO”: LE MINACCE DEL PRESTANOME LUCA SOSTEGNI AI COMMERCIALISTI DELLA LEGA

Luglio 17th, 2020 Riccardo Fucile

FONDI LEGA, LE INTERCETTAZIONI SONO LE PRIME CREPE NEL MURO DEI MISTERI INTORNO AL FINANZIAMENTO DEL PARTITO

E’ un crescendo di tensione e insoddisfazione quella che porta Luca Sostegni, il prestanome di uno dei commercialisti più vicini alla Lega, Michele Scillieri, a provocare le prime crepe nel muro di silenzio eretto intorno al sistema di finanziamenti leghisti.
“Io innesco una serie di situazioni che poi non so dove si va a finire”, attacca Sostegni. Che allude poi ad altre pratiche oscure di cui sarebbe a conoscenza. “Perchè poi da questo si va alle cantine, dalle cantine si va al capannone, si va alla fondazione, si va alla Fidirev, si va ai versamenti, si va a tutto. Io per 30mila euro non so se ne vale la pena”.
Per mesi Sostegni – che domani mattina sarà  interrogato nell’udienza di convalida del fermo – ha atteso che il suo ruolo di titolare della Paloschi srl, la società  da cui è partita l’operazione di compravendita dell’immobile di Cormano che avrebbe ospitato la Lombardia Film Commission, venisse ricompensato adeguatamente.
Nella richiesta di fermo del procuratore aggiunto Eugenio Fusco e del pm Stefano Civardi, la Guardia di Finanza di Milano annota come Sostegni si sentisse “in qualche modo defraudato di quanto gli sarebbe spettato per la gestione della “vicenda Paloschi” avendo ricevuto a suo dire appena ventimila euro a fronte dei profitti enormi per gli altri, ma soprattutto ne reclamava perlomeno altri trentamila”.
Dopo il fermo, quando ha incassato altri 5mila euro, Bisogni ha fatto le sue prime ammissioni. Ha affermato di avere un accordo con Scillieri per avere mille euro ogni venti giorni, fino alla somma di trentamila euro, oltre i ventimila già  incassati.

(da agenzie)

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INTERVISTA A FERRUCCIO SANSA: “DI MAIO? NEANCHE LO CONOSCO, MA IL M5S E’ CON ME E MI BASTA QUESTO”

Luglio 17th, 2020 Riccardo Fucile

PARLA IL CANDIDATO DI PD E M5S ALLE REGIONALI IN LIGURIA: “HO CRITICATO IN PASSATO M5S E PD, APPREZZO LA LORO AUTOCRITICA”… “DI MAIO NON MI VOLEVA? NON MI INTERESSA, GRILLO NON E’ CONTRARIO”… “CHE GOVERNATORE SAREI? L’OPPOSTO DI TOTI”

“Una telefonata ti allunga la vita”, diceva quella vecchia pubblicità  con Massimo Lopez. O, come nel caso di Ferruccio Sansa, può salvare una candidatura. L’ultimo sì, quello più atteso e decisivo, è arrivato questa mattina proprio via telefono dal garante dei 5 Stelle Beppe Grillo, che in un colpo solo ha smentito Luigi Di Maio e ha dato il via libera definitiva alla candidatura di Sansa alle regionali liguri come anti-Toti, sostenuto da Pd, gli stessi grillini e la sinistra.
Il primo a confermarlo è lo stesso ormai ex giornalista del Fatto Quotidiano, uno che Beppe Grillo lo conosce bene, essendo da decenni suo vicino di casa a Sant’Ilario.
“Posso assicurare che Grillo non è contrario”, chiarisce Sansa a TPI. Poi si toglie un ultimo sassolino dalla scarpa. “Ho tre figli e un lavoro che mi piace da morire. Se mi dicono che hanno cambiato idea, me ne vado in vacanza domani mattina. Non vivo per questa candidatura, questo dev’essere chiaro”.
Per fortuna — o purtroppo — per lei, sembra che dovrà  rinviare le vacanze, almeno fino al 20 settembre prossimo.
“Sembra proprio di sì, ora è ufficiale. È stata lunga e difficile, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Siamo pronti a cominciare”.
Nonostante Di Maio, che fino all’ultimo ha provato a far saltare tutto…
“Mi interessa poco, neanche lo conosco personalmente. Io so che il Movimento 5 Stelle è d’accordo con la mia candidatura, e tanto basta. In passato ho criticato duramente Di Maio, come ho criticato tutti, senza distinzioni, e paradossalmente mi hanno scelto proprio per questo. A differenza di Toti, che è stato scelto per quello che non ha mai detto da giornalista…”.
È già  entrato in clima elettorale…
“Guardi, non farò una campagna contro Toti, ma per proporre un’idea di Liguria completamente opposta e alternativa alla sua”.
E su questo siete d’accordo. “Se volevano un candidato che rappresentasse l’esatto antipode della Liguria che vorrei io” ha detto il presidente della Liguria, “complimenti perchè l’hanno trovato”.
“Ha ragione. La nostra è una visione di rottura radicale rispetto ai suoi cinque anni fallimentari di governo, durante i quali non ha fatto nulla per l’economia, si è circondato di una ristretta cerchia di imprenditori, amici e finanziatori dimenticando gli altri. Non ha indicato alcuna vocazione di futuro per l’economia ligure oltre gli ombrellini e i tappeti rossi. La sua è stata la peggior gestione sanitaria degli ultimi decenni, come i dati devastanti del Coronavirus in Liguria hanno messo drammaticamente a nudo. Basti pensare che la Liguria ha registrato la più alta mortalità  in Italia in rapporto al numero di abitanti, e questo anche grazie al modello lombardo di privatizzazione selvaggia che a Toti sta tanto a cuore”.
Ecco, partiamo da qui. Fermerete le privatizzazioni?
“Faremo di tutto per non privatizzare quegli ospedali del Ponente, su cui in molti si preparano a mettere le mani, ma penso anche al polo oncologico privato che vogliono realizzare agli Erzelli: un doppione di quello pubblico che finirà , come sempre capita, per fornire le prestazioni più remunerative, indebolendo ulteriormente il pubblico, mentre i privati si riempiono le tasche. Quando Toti spendeva 1 milione e mezzo di euro di soldi pubblici per la sua propaganda, i malati di tumore genovesi dovevano andare a Savona in pullman a curarsi perchè non c’erano i soldi per comprare una macchina per la radioterapia, che costava esattamente la stessa cifra”.
La Liguria significa anche Ponte Morandi, la cui inaugurazione ormai è imminente. Come giudica il fresco accordo del governo con Aspi?
“Positivamente, perchè evita le penali allo Stato e toglie, di fatto, ai Benetton la gestione di Autostrade. Io c’ero quella mattina del 14 agosto, pochi minuti dopo che è crollato il ponte. Ricordo ancora le urla delle vittime sotto le macerie, poi ho letto nelle carte dell’inchiesta cosa si dicevano per telefono i manager di Aspi. Ecco, quella gente non ha più la mia fiducia, come quella di tanti cittadini, soprattutto liguri”.
Sempre a proposito di infrastrutture, una critica ricorrente che le fanno è: “Sansa è quello del No a tutto, mentre la Liguria ha bisogno di correre”.
“Non è vero. Siamo assolutamente favorevoli a far partire il primo tratto della Gronda, ad esempio, e su questo c’è la massima condivisione di tutte le forze politiche di coalizione. Solo che la propaganda accecata si sofferma solo sulla Gronda, quando la cosa più importante di tutte è il nodo ferroviario di Genova, che doveva essere pronto nel 2018 e vedrà  la luce, forse, nel 2023. E, quando sarà  ultimato, non ci saranno i treni da far circolare, rendendolo di fatto inutile. Perchè Toti non parla anche di questo? Dov’è stato negli ultimi cinque anni lui, che ha diretta competenza in materia, mentre i ponti crollavano e i tunnel cadevano a pezzi? D’altra parte, Toti non è la persona giusta per dialogare con i concessionari, visto che è stato anche finanziato da alcuni imprenditori autostradali, e questo è noto”.
Altro tema chiave del suo programma: i parchi.
“Questa è una ferita che ancora sanguina e tra le prime cose di cui mi occuperò se sarò eletto. Toti è l’unico governatore in Italia che è riuscito a tagliare i parchi naturali e addirittura a bloccare il riconoscimento di Portofino come parco nazionale, che avrebbe portato 20 milioni di euro di finanziamenti e centinaia di posti di lavoro. Non significa solo difesa dell’ambiente, e quindi della salute, ma anche puntare su una nuova green economy in grado di attirare finanziamenti, imprese, rilanciare il turismo, che rappresenta il 15% del Pil regionale. L’ambiente è il petrolio ligure. Serve un taglio netto rispetto al passato che punti sul recupero dell’esistente e un piano cemento zero in grado di tutelare il nostro straordinario patrimonio ambientale e rilanciare l’intero settore, sul modello di quello che è avvenuto in Sardegna con Soru”.
Oltre a Soru, Sansa a chi guarda fuori Liguria?
“Esistono tanti modelli di governance regionale virtuosi. Penso all’Emilia-Romagna, alla Toscana, ma anche allo stesso Veneto di Zaia, amministrato da una destra molto diversa dal leghismo di Salvini o dal paraleghismo dello stesso Toti. E la gestione del Covid lo ha dimostrato in maniera chiara”.
A proposito di destra, perchè sull’altro fronte sono capacissimi a serrare fila e alleanze, mentre a sinistra permane la tendenza a scindere l’atomo? Quattro mesi per trovare un nome condiviso, ad appena 60 giorni dal voto, è stato un raro caso di tafazzismo…
“Il centrodestra in generale, e in Liguria in particolare, ha un collante straordinario, che è il potere. Attorno al potere si sta sempre incollati. Vero è che il centrosinistra ha il primato mondiale delle divisioni, ma è altrettanto vero che questa candidatura è un’idea di rottura e cambiamento profondi, perciò capisco le resistenze. Ma, al tempo stesso, apprezzo il coraggio e la capacità  di autocritica da parte di Pd e M5S nell’aver scelto un candidato che in passato li ha criticati così aspramente. Tanto di cappello”.
Ha criticato anche i renziani, che non a caso, una volta ufficializzato il suo nome, si sono defilati. A loro cosa si sente di dire?
“Che non esiste una terza via alla Blair. Oggi qui o si sta con noi o si sta con Toti. Se corrono da soli, di fatto stanno con Toti”.
Spesso la Liguria in passato è stata laboratorio politico nazionale. Pensa che la sua candidatura possa fare da apripista a un nuovo progetto più ampio anche fuori regione?
“Penso che abbiamo di fronte una grandissima occasione. La Liguria rappresenta una sorta di avamposto, essendo l’unica regione in cui la coalizione di governo ha presentato un programma nato dalla convinzione e non solo dalla necessità  o dalla disperazione. Se andrà  bene qui, allora questo progetto può diventare un paradigma per altre regioni e forse anche per il governo. I liguri hanno in mano una scelta che non riguarda solo la propria terra, ma anche l’Italia”.
Consenta una nota personale: chi l’avrebbe mai detto che un giorno si sarebbe trovato dalla stessa parte della barricata con il suo arci-nemico Burlando…
“Credo che non fosse tra i miei sostenitori. Lo capisco, in passato l’ho avversato profondamente. Non so se e quanto mi sosterrà , questo dovreste chiederlo a lui. Ma, al di là  delle questioni personali, l’unica cosa che conta è l’interesse della Liguria e su questo tutti dovremo misurarci nei prossimi due mesi e negli anni a venire”.
Che campagna elettorale sarà ?
“Sarà  inevitabilmente breve, difficile, low cost (spenderemo circa un decimo rispetto a Toti) con piccoli finanziamenti basati sul crowdfunding, muovendoci tanto sul territorio per parlare con più persone possibili e con candidati provenienti da liste trasparenti e pulite al 100%: non candideremo nessuno che abbia avuto anche solo lontanamente rapporti con persone vicine alla criminalità  organizzata”.
Cosa farà  in caso di sconfitta? Tornerà  con Travaglio al Fatto o farà  il capo dell’opposizione?
“Con Marco ho parlato, mi ha incoraggiato e di questo gli sono molto grato. Al momento ho preso un’aspettativa dal mio giornale. Se vincerò, farò il presidente, altrimenti — se mi vorranno — farò il consigliere regionale per cinque anni. Dopodichè tornerò a fare il mio mestiere, che amo da morire”.
Vince Sansa. Cosa fa nei primi cento giorni da governatore della Liguria?
“Come primissima cosa rivedrò il Piano casa e i parchi. Poi vorrei dare finalmente il via libera a una legge contro le slot machine: una piaga devastante per questa regione”.
Sincero: crede nella vittoria?
“È un’impresa difficile, inutile girarci intorno, ma mi piacciono le sfide. Poi nella vita le battaglie le fai perchè ci credi a prescindere, e quella è e sarà  la nostra forza. Ricordiamoci Italia-Germania del ’70. L’Italia partiva sfavorita e ai supplementari stava perdendo. A quel punto sono saltati tutti gli schemi e gli azzurri si sono gettati all’attacco, difensori compresi. È finita che ha segnato Burgnich e abbiamo vinto noi: uno dei momenti in assoluto più belli del calcio italiano perchè ha vinto la fantasia, l’improvvisazione. Ecco, la nostra campagna elettorale sarà  come Italia-Germania del 1970. E noi siamo l’Italia”.

(da TPI)

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MATRIMONI GAY: IL 59,5% DEGLI ITALIANI E’ FAVOREVOLE, IN 5 ANNI AUMENTATI DEL 18%

Luglio 17th, 2020 Riccardo Fucile

TRE ITALIANI SU QUATTRO A FAVORE DELL’EUTANASIA… FAVOREVOLI ALLE ADOZIONI DA PARTE DI COPPIE OMOSESSUALI IL 42%

La possibilità  di contrarre matrimonio fra persone dello stesso sesso è accettata dal 59,5% dei cittadini italiani, una percentuale decisamente superiore a quella (40,8%) registrata nel 2015.
E’ uno dei risultati della ricerca “I temi etici: l’opinione degli italiani” curata dall’Eurispes. La possibilità  di adozione anche per le coppie omossessuali trova invece contrari il 58% dei rispondenti, mentre i ‘si’ raggiungono il 42% (erano il 31% l’anno scorso e il 27,8% cinque anni fa).
I matrimoni gay
E’ il 63,1% delle donne intervistate a dirsi favorevole alla possibilità  di contrarre matrimonio tra persone dello stesso sesso; la percentuale maschile è notevolmente inferiore con il 55,8%, pur registrando un aumento, rispetto allo scorso anno, di quasi 10 punti percentuali (45,9%).
Contrari alla possibilità  di adottare bambini anche per le coppie omossessuali sono il 55,1% delle donne e il 61% degli uomini.
A dire sì ai matrimoni gay sono il 77,1% dei 18-24enni (+17% rispetto ad un anno prima), il 70,1% dei 25-34enni, il 66,2% dei 35-44enni, il 55,7% dei 45-64enni e il 45,3% degli over 64.
Le droghe leggere
Nel 2020 solamente il 47,8% si dice favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere, contro un 52,2% di pareri contrari. Si evidenzia, tuttavia, una ripresa del numero dei giudizi positivi di quasi quattro punti percentuali rispetto al 2019. Da sottolineare, inoltre, che dal 2016 al 2019 si era registrato un decremento dei consensi, passando dal 47,1% di favorevoli al 43,9%.
L’eutanasi
Intanto continua a crescere in Italia il ‘partito’ dei pro eutanasia, la cosiddetta “buona morte” consistente nella somministrazione diretta di un farmaco letale al paziente: ben il 75,2% degli italiani si è espresso favorevolmente rispetto a tale pratica, attestando un forte incremento del consenso negli ultimi cinque anni (i favorevoli erano il 55,2% nel 2015).   Nel 2020, con 6 punti percentuali in più rispetto al 2019, il 73,8% dei cittadini si dichiara favorevole al testamento biologico, quella norma che permette di redigere anticipatamente un documento con valore legale nel quale viene stabilito a quali esami, scelte terapeutiche o singoli trattamenti sanitari dare o non dare il proprio consenso nel caso di una futura incapacità  a decidere o a comunicare.
Il suicidio assistito, invece (ovvero l’aiuto indiretto a morire da parte di un medico), trova gli italiani in maggioranza contrari (il 54,6% contro il 45,4% dei favorevoli). Ma i contrari nel 2016 arrivavano al 70,1%.

(da agenzie)

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