Destra di Popolo.net

AUTOSTRADE, COME AL SOLITO HANNO VINTO TUTTI

Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile

TUTTI SUL CARRO DELLA SOLUZIONE TROVATA DA GUALTIERI, L’UNICO VERO VINCITORE DEL REALITY

Doveva essere un rompicapo insuperabile che avrebbe lasciato macerie e invece su Autostrade hanno vinto tutti. Almeno a giudicare dalle reazioni dei protagonisti dopo l’accordo trovato nel’ennesimo Consiglio dei ministri notturno: il controllo a Cassa Depositi e Prestiti, Benetton in uscita. Sanata l’ingiustizia del ponte Morandi, crollato quasi due anni fa. Due anni di violente battaglie politiche hanno prodotto un esito trionfante, per tutti.
A partire dal premier, che però generosamente a fine partita distribuisce i frutti della vittoria, come ogni leader che si rispetti: “Ha vinto lo Stato, hanno vinto i cittadini”.
“Nel Cdm di ieri è stata scritta una pagina inedita della nostra storia. L’interesse pubblico ha avuto il sopravvento rispetto a un grumo ben consolidato di interessi privati”, ha aggiunto Conte, non privo di qualche nota retorica.
Ha vinto Di Maio: “Benetton fuori, ce l’abbiamo fatta”. Ha vinto Di Battista: “Benetton presi a schiaffi, senza precedenti”. Ha vinto il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli. “Le Autostrade tornano agli italiani”. Ha vinto il capo politico reggente Vito Crimi: “Quel che andava fatto è stato fatto”. Ha vinto il blog delle Stelle: ”#ByeByeBenetton: le autostrade tornano ai cittadini. Oggi abbiamo un Governo che mette alla porta i poteri forti. I Benetton perdono su tutta la linea e si piegano alla fermezza del MoVimento”.
Per motivi opposti ai pentastellati, tralasciando i distinguo di Orlando e i silenzi del ministro De Micheli, ha vinto il Pd contro soluzioni populiste e costose, come ricorda il suo segretario Zingaretti: “Le scelte e i risultati del Governo sulla vicenda Aspi sono molto positivi per l’Italia. La sicurezza e l’interesse pubblico prima di tutto. È stato premiato il lavoro di squadra: la fermezza del Presidente Giuseppe Conte che ha indicato una strada, il grande impegno di tutti i ministri del Governo, la collaborazione fattiva di tutte le forze di maggioranza anche nei passaggi più difficili”.
La sintesi la fa Marcucci: “E’ la vittoria del buon senso”.
Ha vinto chi la revoca non la voleva proprio come Italia viva che rivendica: “Si poteva fare prima, e meglio”. Lo spiega Renzi a Repubblica: “Quello che diceva Italia Viva da due anni, e cioè che la revoca della concessione era impossibile, perchè avrebbe portato con sè tra l’altro una causa miliardaria, si è materializzato. La revoca non c’è stata, quindi bene”. Ha vinto Faraone: “Avevamo ragione, alternativa c’era”.
Ha vinto chi vede di buon occhio il ritorno allo Stato del monopolio “naturale” autostrade, come Fassina (Leu): ”Imboccata strada giusta, finita la pacchia”.
A proposito di pacchia, ha vinto Atlantia, la casa madre di autostrade, che ha visto il titolo schizzare oltre il 20 per cento in Borsa.
Ma se un vero vincitore c’e’, si chiama Gualtieri, il ministro all’Economia che è riuscito a trovare una mediazione in un mondo di folli.
Aspettando di capire chi ha perso, hanno vinto tutti.

(da agenzie)

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LA SVOLTA DELLE 4 DEL MATTINO

Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile

AUTOSTRADE, DALLA ROTTURA SFIORATA ALL’ACCORDO IN EXTREMIS… ORA TUTTI SODDISFATTI PER NASCONDERE LE FERITE

Alle quattro del mattino arriva il punto di svolta. Sul tavolo del Consiglio dei ministri piomba la quarta lettera di Autostrade, quella che permette di chiudere l’accordo alle prime luci del giorno.
E quando ormai la maggioranza è arrivata allo stremo delle forze, quasi in frantumi. Poche ore dopo tutti i partiti cantano vittoria, chi per un motivo e chi per un altro.
Si dicono tutti soddisfatti, obiettivo nascondere le ferite, ma nella lunghissima notte sono volate parole grosse, alcuni rapporti all’interno del Governo e dentro i partiti si sono lacerati.
È altissima la tensione tra il premier Giuseppe Conte e il ministro dem Paola De Micheli, sia tra i dem sia tra i grillini c’è chi ne chiede le dimissioni.
Frizioni, poi rientrate, tra il presidente del Consiglio e Luigi Di Maio. E c’è una spaccatura all’interno del Pd. Qualcuno avrebbe preferito una linea più morbida nei confronti di Autostrade e accusa gli altri di aver abdicato al grillismo. “Non possiamo passare per il partito dei Benetton. Risulteremmo impopolari”, era infatti il mood attribuito al segretario Zingaretti.
La prima immagine in Consiglio dei ministri è il Consiglio dei ministri sospeso. Giuseppe Conte si chiude in stanza da solo con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.
Davanti a loro la prima lettera di Autostrade, quella che il premier boccia, quella a cui per tutto il giorno aveva lavorato il titolare del Mef. Paola De Micheli, il ministro che dovrebbe tenere in mano in dossier resta fuori dalla porta, accusata di aver tenuto una linea troppo morbida con Autostrade. E questo è il primo strappo.
Solo in un secondo momento le è permesso di entrare e partecipare al colloquio. Nel frattempo il Movimento 5Stelle ha già  bocciato la proposta e teme che il presidente del Consiglio sia pronto a cedere a un’intesa per nulla soddisfacente. “Così andiamo tutti a casa, non reggiamo queste condizioni. In questo modo i Benetton resterebbero in Autostrade per almeno un anno, impensabile”, è il presupposto da cui partono i pentastellati e non sono disposti a indietreggiare. Lo stesso Di Maio si sfoga dicendo che non erano questi i patti.
Il premier tratta a oltranza. Nel frattempo i grillini sono costretti ad abbandonare l’idea di non intavolare nè ora e nè mai un negoziato con Aspi. Il negoziato c’è e va avanti per tutta la notte. “I Benetton non devono sedere nel Consiglio di amministrazione”, l’altro punto fermo fissato dai 5 Stelle e fatto presente a Conte. Benetton scende al 10%. I più pragmatici, i governisti, anche Luigi Di Maio, si dicono soddisfatti, pur non potendo vantare la parola “revoca” tanto sbandierata.
“La revoca l’abbiamo usata come arma di ricatto”, diranno più tardi, quasi a volersi giustificare agli occhi dell’ala più ortodossa. Perchè in fondo, nonostante le minacce, nessuno voleva far cadere il Governo su Autostrade.
Come lo stesso Pd ha più volte ribadito in questi giorni consapevole, come andava dicendo Dario Franceschini, che “la revoca era impossibile” e dannosa per le casse dello Stato. Sulla linea del capo delegazione c’è la ministra Paola De Micheli, una linea più morbida era quella portata dal titolare del Tesoro e bocciata a muso duro dal premier.
Lo scontro Conte-Gualtieri c’è stato e sarebbe potuto diventare la vera mina su cui rischiava di saltare il Governo. Ma adesso l’esecutivo cerca di mostrare una sorta d’armonia, chissà  se solo di facciata, ma la bonaccia non è detto affatto che duri.

(da agenzie)

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FLOP DI SALVINI NELLE PIAZZE TOSCANE E GLI ALLEATI SBOTTANO: “E’ UNA VERA ZAVORRA, SENZA DI LUI C’E’ PIU’ GENTE”

Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile

AD AREZZO PIAZZA VUOTA E IL SINDACO DI CENTRODESTRA INDAGATO DICE: “SE STAVA ZITTO ERA MEGLIO”

Il Fatto Quotidiano racconta oggi della partenza flop del tour elettorale di Matteo Salvini e Susanna Ceccardi a causa delle piazze mezze vuote e segnala che in questi giorni gira una foto di Arezzo con poche decine di militanti. La foto è questa:
E a quanto pare descrive una situazione non idilliaca per la campagna della candidata alla Regione Toscana, tanto che il Capitano avrebbe deciso di cambiare location per le vacanze: niente Papeete.
Il programma è già  scritto: Salvini farà  almeno due settimane a Forte dei Marmi ad agosto. Al posto del Papeete, la base della campagna elettorale sarà  tra l’Alpemare, lo stabilimento dell’amico Andrea Bocelli, e le “capanne” del Twiga a Marina di Pietrasanta della coppia Briatore-Santanchè.
Qui Salvini aveva già  alloggiato nel 2015 e l’anno scorso l’ex pasionaria berlusconiana, oggi in Fratelli d’Italia, lo aveva provocato dalla consolle: “Altro che Papeete” dice va sui social con tanto di cuffie e vestito pitonato rivolgendosi al leader del Carroccio. Quest’anno sarà  accontentata.
Anche perchè la presenza stessa di Salvini ha messo in difficoltà  altri candidati, tra cui proprio quello di Arezzo:
Pochi giorni fa il leader del Carroccio è sbarcato ad Arezzo per sostenere il sindaco di centrodestra che cerca la rielezione Alessandro Ghinelli, indagato sul caso della partecipata del gas del Comune. “I pm di Arezzo lascino stare Ghinelli — ha azzardato Salvini — sono gli stessi che dormivano durante il crac di Banca Etruria”. Oltre alla nota ufficiale di replica della Procura, è intervenuto lo stesso Ghinelli per prendere le distanze dal leader della Lega: “Quella frase non l’avrei detta —ha detto il sindaco —mi fa solo male”. Ora Ceccardi prosegue il giro per la Toscana da sola ma ad agosto, quando la campagna entrerà  nel vivo, Salvini prenderà  dimora in Versilia. Con possibile danno alla candidata governatrice: “È una vera zavorra — conclude un alleato — senza di lui, nelle piazze c’è più gente. Ricordo a Salvini che a settembre ci sono altre sei regioni al voto…”.

(da “NextQuotidiano”)

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LA FACCIA TOSTA DI SALVINI CHE SI LAMENTA PERCHE’ NON C’E’ LA REVOCA AI BENETTON

Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile

PARLA LUI CHE VOTO’ IL “SALVA-BENETTON” NEL 2008 E DIMENTICA L’ASSEGNO DI 150.000 EURO CHE BENETTON VERSO’ ALLA LEGA QUANDO FINANZIAVA TUTTI I PARTITI NEL 2006

Il Capitano ha delle idee, ma se non vi piacciono ne ha delle altre. Stamattina infatti, dopo l’annuncio dell’accordo in consiglio dei ministri tra i Benetton e il governo per Autostrade per l’Italia, ha fatto girare tra le agenzie di stampa la seguente dichiarazione: “Nessuna revoca (come promesso dai 5Stelle), tanti altri soldi pubblici spesi e, anche oggi, cantieri fermi e le solite code, in Liguria e in mezza Italia. Incapaci o complici?”.
Si tratta dello stesso Salvini che qualche giorno fa non diceva assolutamente nelle sue dichiarazioni che si doveva revocare la concessione ai Benetton: “Sono i 5 stelle che da due anni non decidono cosa fare. È una scelta legale non politica. Io mi occupavo di mafia di droga e di immigrazione, il ministro dei trasporti era Toninelli e quello del consiglio era Conte. Se c’è un contratto questi non si annullano per simpatia, se ci sono mancanze si revoca altrimenti no. L’importante è che il governo faccia qualcosa, su tutti i temi più importanti”.
E ancora: “Io mi auguro su Autostrade che il governo decida qualcosa perchè c’è la Liguria sotto ostaggio”. Nei giorni scorsi Salvini ha anche pungolato Di Maio — che ha incontrato Gianni Mion — dicendo che lui non ha mai incontrato un Benetton.
Eppure il Capitano dovrebbe ricordare che nel 2008 votò a favore del cosiddetto “Salva Benetton”, che diede al gruppo le concessioni molto vantaggiose per Autostrade.
Nel giugno di quell’anno, subito dopo la vittoria alle elezioni del centrodestra in seguito al crollo del governo Prodi e in una situazione in cui la maggioranza assicurata a Berlusconi era una delle più ampie della storia, arrivò in aula il cosiddetto decreto Salva Benetton, che all’articolo 8-duodecies diceva al punto a) che «le parole ‘nonchè in occasione degli aggiornamenti periodici del piano finanziario, ovvero delle successive revisioni periodiche della convenzione’, sono soppresse».
Quando Salvini votò sì al decreto Autostrade
All’epoca Matteo Salvini era in parlamento anche se proprio l’anno successivo andò a fare il parlamentare europeo. Le cronache dell’epoca raccontavano:
La mossa del governo mette fine a un lungo contenzioso con l’Unione europea. La velocità  della soluzione per il dossier Atlantia, holding della galassia Benetton, ha suscitato in alcuni analisti sospetti di collegamento con la vicenda Alitalia e la cordata italiana, nella cui composizione è spuntato tra gli altri anche il nome del gruppo di Ponzano.
E infatti, puntualmente, anche la famiglia Benetton entrò a far parte della CAI che tentò il milionesimo salvataggio di Alitalia (per il duemilionesimo ci sono ancora lavori in corso). «Ma quella – ha obiettato nei giorni scorsi il sottosegretario del Carroccio Edoardo Rixi a Repubblica – era un’altra Lega».
Lo stesso Salvini ad Agorà  ha successivamente ammesso di aver votato la norma: “Sì, è vero”, ma “da parte di chi ha governato per anni e anni e ha firmato e verificato le concessioni, un buon silenzio sarebbe opportuno”.
Non è un segreto che la famiglia Benetton abbia nel tempo finanziato i partiti politici. Sulla Gazzetta Ufficiale è possibile reperire un documento che si riferisce al 2006 e parla di 150mila euro dati come finanziamento alla Lega Nord da Autostrade per l’Italia.
Ma attenzione: un articolo del Fatto Quotidiano ci ricorda che in quell’anno la famiglia Benetton distribuì 1,1 milioni di euro sotto forma di donazioni ai partiti.
Un assegno di 150 mila euro ciascuno per la coalizione di centrodestra, Alleanza nazionale, Forza Italia, Lega Nord e Udc; stessa cifra per la coalizione di centrosinistra, Comitato per Prodi, Democratici di Sinistra, La Margherita e soltanto 50 mila euro per la piccola Udeur di Clemente Mastella.
All’epoca la famiglia era impegnata nel tentativo di fondere Autostrade con Abertis, un’operazione che poi saltò per l’opposizione dell’allora ministro dei Lavori Pubblici Antonio Di Pietro e del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, che la considerarono in conflitto di interessi con la concessione per i rapporti tra ANAS e Autostrade.

(da “NextQuotidiano”)

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ATLANTIA E’ STATA COSI’ SCONFITTA SECONDO IL M5S CHE VOLA IN BORSA: + 23% DOPO L’ACCORDO CON IL GOVERNO

Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile

MA COME MAI GUADAGNA SUI MERCATI FINANZIARI DOPO CHE LE HANNO SPEZZATO LE RENI? FORSE PERCHE’ NON E’ VERO?

Stamattina, dopo l’annuncio dell’accordo tra governo e Benetton su Autostrade per l’Italia, spiegato nel dettaglio dal comunicato del consiglio dei ministri, è partita la Ola dei grillini per la grande vittoria di Giuseppe Conte.
Il viceministro Stefano Buffagni ha scritto che “per la prima volta c’è un governo che non si piega ai poteri forti: i Benetton cedono davanti al governo; i Benetton escono da Autostrade; i Benetton pagano miliardi di danni ai cittadini prima di andare via!”.
Il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra ha affermato che “Chi ha sbagliato non gestirà  più concessioni autostradali che venivano considerate un pozzo di San Patrizio regalato a privati per un pugno di lenticchie. Questo è un risultato storico”. Invece per Barbara Lezzi “il presidente Conte, a dispetto della rappresaglia mediatica ad opera dei giornaloni e dei talk, è riuscito nell’azione di conciliare gli interessi economici con la serietà  di uno Stato che rispetta le vittime di una strage e la sicurezza di tutti i suoi cittadini.
Intanto però succede qualcosa di strano.
Stamattina Atlantia, la controllata dei Benetton che attualmente possiede l’88,06% di Autostrade per l’Italia (ASPI) non riusciva a fare prezzo in Borsa e non è stata ammessa agli scambi.
Quando è stata ammessa alla negoziazione dopo un prolungamento d’asta di pre-apertura il titolo ha guadagnato di colpo il 21% a 13,9 euro.
Dopo le 10 è arrivato un nuovo stop al rialzo per Atlantia in Piazza Affari, dopo il prolungamento d’asta in fase di apertura. Il titolo segnava un rialzo teorico del 23%.
Ma come mai Atlantia guadagna in Borsa dopo che le hanno spezzato le reni? Forse perchè non è vero
Dopo aver promesso la revoca della concessione, il governo Conte prende una decisione su Autostrade poco chiara (dove sono i testi?), ma i mercati hanno già  capito chi ha vinto: ora Atlantia segna +21%
Buona notizia per gli azionisti (Benetton), pessima per noi contribuenti

(da agenzie)

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ACCORDO ALL’ALBA CON I BENETTON, NIENTE REVOCA MA RIDIMENSIONAMENTO

Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile

IL CONTROLLO DI AUTOSTRADE ALLA STATO, BENETTON SOTTO IL 10% E SBARCO IN BORSA

La svolta arriva quando è l’alba. A palazzo Chigi gli orologi dei ministri, sfiniti da una maratona ad alta tensione di sei ore, segnano quasi le cinque. È in quel momento che tutti dicono sì: ci sono le condizioni per chiudere un accordo con i Benetton e trovare così una soluzione, o comunque un avvio di soluzione, a una vicenda che si trascina da quel 14 agosto 2018 in cui a Genova crollò il ponte Morandi.
L’intesa, come anticipato da Huffpost, nasce da una proposta di mediazione last minute costruita dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e dai vertici di Atlantia, la società  controllata dai Benetton e che permette loro di avere il comando di Autostrade.
Ma è servita una trattativa aggiuntiva, parallela a un Consiglio dei ministri nervoso e pieno di litigi, per portare la proposta verso ulteriori richieste dell’esecutivo e quindi per chiudere. Così. Autostrade deve cambiare pelle: il comando allo Stato attraverso Cdp, i Benetton in minoranza, poi la quotazione in Borsa per ridimensionarli e depotenziarli ulteriormente. Avranno meno del 10% in mano. Non una cacciata, e infatti la revoca della concessione non c’è, ma un accompagnamento ai margini.
Cosa dice la proposta che segna la tregua
Innanzitutto il Governo si tiene sempre la carta della revoca in tasca. Lo dice nella nota che sintetizza l’accordo: il Consiglio dei ministri ha deliberato di avviare l’iter “per la formale definizione della transazione” con Autostrade, “fermo restando che la rinuncia alla revoca potrà  avvenire solo in caso di completamento dell’accordo transattivo”. Quello che deve avvenire per chiudere la partita è un cambio di pelle di Autostrade. Diventerà  una public company, cioè una società  con un azionariato molto diffuso dove i Benetton non saranno più i controllori, nè siederanno nel consiglio di amministrazione. Due step. Il passaggio che segna l’avvio della nuova fase è l’ingresso dello Stato, attraverso la Cassa depositi e prestiti, dentro Autostrade. Avverrà  attraverso un aumento di capitale dedicato che gli garantirà  il controllo. Soci graditi a Cdp potranno comprare quote da Atlantia. In questo modo la quota dei Benetton si diluirà  dall′88% a una di minoranza.
Il secondo passaggio sarà  lo scorporo, cioè tirare fuori Autostrade dal perimetro di Atlantia. Ogni socio di Atlantia avrà  la sua quota direttamente in Autostrade. Così i Benetton, che hanno un terzo di Atlantia, si ritroveranno ad avere in mano meno del 10% di Autostrade. Subito dopo scatta la quotazione in Borsa di Autostrade, con un corposo pacchetto di azioni collocato a Piazza Affari. A quel punto il peso dei Benetton potrebbe ridursi ulteriormente, fino ad azzerarsi in caso di vendita della quota che gli è rimasta. Atlantia ha offerto anche la disponibilità  a una seconda via: cedere direttamente l’intera partecipazione a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento. E questo chiude il cerchio della volontà  di arrivare a un accordo.
In sintesi: con il controllo dello Stato e Atlantia al lumicino, insieme al successivo approdo in Borsa che ridimensionerà  e sterilizzerà  ancora la società , Autostrade non sarà  più la società  dei Benetton. Ma allo stesso tempo i Benetton possono dire di aver evitato l’allontanamento coatto da parte del Governo. Tutto questo processo partirà  il 27 luglio, quando Cdp potrà  iniziare ad avviare il negoziato per entrare in Autostrade.
La genesi della proposta che ha dato avvio alla trattativa finale
Gualtieri ha lavorato fino all’ultimo momento utile per mettere a punto la proposta che è arrivata sul tavolo del Consiglio dei ministri martedì sera, intorno alle undici, permettendo così al Governo di entrare nel vivo della questione. Ed è stata subito bagarre, con i 5 stelle sospettosi e contrariati. E poi Conte, che dopo un lungo faccia a faccia tesissimo con il titolare del Tesoro, ha sospeso la riunione per convocarne una ristretta e urgente con Gualtieri e Paola De Micheli, la ministra dem alle Infrastrutture che ha lavorato alla trattativa con i Benetton sul fronte dei risarcimenti e delle tariffe.
E Conte chiamò Autostrade per strappare più impegni e convincere i 5 stelle a dire sì
Quella che ha animato la lunga notte del Governo è stata una doppia trattativa. Con i Benetton e intorno al tavolo del Consiglio dei ministri. Due trattative incrociate. Dopo l’altolà  dei ministri grillini, timorosi che possa servire almeno un anno per portare i Benetton alla porta, il premier alza il telefono e chiede ad Autostrade di migliorare anche la proposta presentata sabato scorso, quella su tariffe, risarcimenti e investimenti. Parte così un lungo carteggio via mail. Alla fine Autostrade rinuncia ai ricorsi sulla ricostruzione del ponte Morandi da cui è stata esclusa, ma anche a quelli che riguardano le tariffe. E anche alla contestazione dell’articolo 35 del decreto Milleproroghe, quello con cui il Governo ha deciso di abbassare il risarcimento ad Autostrade da 23 a 7 miliardi in caso di revoca. E poi c’è il sì a un sistema dei controlli rafforzati a carico della società  e alle sanzioni aumentate in caso di lievi violazioni. Inoltre Aspi dovrà  mettere sul piatto 3,4 miliardi e rivedere al ribasso le tariffe. I 5 stelle si convincono. Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora offre un cornetto a tutti i colleghi. Si chiude.

(da “Huffingtonpost”)

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IN CORSO TRATTATIVA CON I BENETTON, GUALTIERI LAVORA A UNA PROPOSTA DI MEDIAZIONE

Luglio 14th, 2020 Riccardo Fucile

ENTRA CASSA DEPOSITI E PRESTITI, POI ASPI QUOTATA IN BORSA E ATLANTIA RIDIMENSIONATA

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha lavorato tutto il giorno per mettere a punto la proposta. In contatto costante con i Benetton e con i vertici di Atlantia, la società  che controllano e che a sua volta gli garantisce il controllo di Autostrade. L’ultima proposta. Quella che può salvare i Benetton dalla cacciata e il Governo dal rischio di un risarcimento da 23 miliardi.
Quella che sarà  portata sul tavolo del Consiglio dei ministri notturno in alternativa alla soluzione della revoca spinta dai 5 stelle.
La proposta, di cui Huffpost è venuta a conoscenza da due fonti di primissimo livello che hanno lavorato alla mediazione, dice così: la Cassa depositi e prestiti entra dentro Autostrade e la quota dei Benetton si diluisce.
Poi Autostrade viene tirata fuori dal perimetro di Atlantia e quotata in Borsa. Mettendo una grossa fetta sul mercato e avendo dentro lo Stato è evidente che Autostrade non sarà  più la società  dei Benetton. Ma allo stesso tempo i Benetton possono dire di aver evitato l’allontanamento coatto.
L’impianto deve essere ancora dettagliato, ma quello che conta è che tiene insieme le esigenze delle due controparti. L’idea non è nuova.
Già  a ottobre del 2018, a pochi mesi dal crollo del viadotto sul Polcevera, era stata messa in conto   in maniera riservata. Ma poi non se fece nulla.
Ora rispunta fuori e potrebbe risultare decisiva.
Il primo step è l’ingresso della Cassa depositi e prestiti dentro Autostrade. Attraverso un aumento di capitale. In pratica Cdp mette i soldi dentro la società , che così si valorizza, e così si procede al ricalcolo delle quote.
Quella di Atlantia passa dall′88% a una quota di minoranza e scendono anche le quote degli altri soci che minoranza lo sono già  oggi.
A quel punto Autostrade viene scorporata da Atlantia e una grossa fetta (quella che non è in mano a Cdp) viene messa sul mercato.
Lo schema con cui si arriva sui mercati è a due teste, cioè con due soci di riferimento: uno pubblico, appunto Cdp, e l’altro legato alla galassia degli attuali azionisti che non possono essere defenestrati.
Una volta arrivati sul mercato saranno i singoli azionisti, finiti in minoranza, a decidere che fare e cioè se comprare o vendere le azioni.
Ovviamente potrà  farlo anche Cdp, che così potrebbe crescere come peso. E ovviamente possono farlo tutte le società  e i fondi che sono interessati a far parte della nuova Autostrade.
Così i Benetton sono ridimensionati, ma non vengono cacciati a pedate per citare l’espressione utilizzata da alcuni esponenti del Movimento 5 stelle.
Il Governo avrebbe chiesto ad Atlantia di formulare la nuova proposta e di presentarla ufficialmente in linea con i tempi del Consiglio dei ministri. Ma Gualtieri la anticiperà  comunque agli ministri nel corso della riunione anche se non dovesse arrivare il foglio di carta con questa nuova prospettiva.
Anche perchè il punto massimo che si può raggiungere ora è decidere di continuare a trattare, lasciando aperta la porta alla soluzione di mediazione.
I dettagli hanno bisogno di un lungo lavoro, che le fonti fissano in almeno “alcuni mesi”. Ma quello che conta è decidere se lasciare la porta aperta oppure chiuderla. E questa decisione spetta solo al Governo.

(da “Huffingtonpost”)

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LA BUFALA SOVRANISTA DEL NIGERIANO CHE URINA SU UN CROCEFISSO A TORINO

Luglio 14th, 2020 Riccardo Fucile

L’IMMAGINE E’ UN VECCHIO FOTOMONTAGGIO E LA VERSIONE ORIGINALE MOSTRA UN RAGAZZO BIANCO… MA I DELINQUENTI RAZZISTI FANNO GIRARE LA BUFALA PER ISTIGARE ALL’ODIO RAZZIALE E RELIGIOSO

La magia del web: un utente condivide una foto, gli dà  una descrizione (falsa) e ottiene quasi 300 condivisioni e una valanga di commenti indignati che credono alla narrazione bufalesca.
Ne abbiamo viste tante, soprattutto negli ultimi tempi. Ora abbiamo davanti ai nostri occhi un’ennesima fake news — che ha come unico obiettivo quello di incitare all’odio razziale e religioso — sul caso del ragazzo nigeriano urina su crocifisso a Torino. Ovviamente non è così.
Su Facebook questa immagine è stata pubblicata da un utente che l’ha ritagliata — per renderla più veritiera agli occhi del suo folto pubblico — non mostrandola a corpo intero e rimuovendo il volto della persona ‘protagonista’ di questa foto.
Per capire la portata bufalesca di questa immagine occorre fare una rapida ricerca sul web dove si trova la foto completa — e non artatamente tagliata per accusare il presunto nigeriano urina su crocifisso a Torino — che mostra una realtà  ben diversa.
Anzi, due realtà  ben diverse. Ecco l’immagine originale.
Immagine di dubbio gusto, certo, che era già  stata analizzata nel mese di maggio dal sito Analfabetifunzionali.it. Insomma, un fake che non è nuovo ma che è tornato in auge negli ultimi giorni, con tantissime condivisioni.
Inoltre, l’immagine non è una fotografia, ma un fotomontaggio. Si capisce da come la figura del ‘protagonista’ (le virgolette sono d’obbligo dato che non è certo che il ragazzo in questione fosse a conoscenza dell’uso a mo’ di meme che ne è stato fatto di quel suo gesto) sia stata scontornata e posta all’interno di una chiesa.
Quindi nessun ragazzo nigeriano urina su crocifisso a Torino. Ma in molti, come spesso capita, ci hanno creduto e si sono indignati.

(da agenzie)

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BORGHEZIO, I LIBRI DELL’ARCHIVIO DI STATO CHE HA CERCATO DI PORTARSI A CASA E QUELLE FOTOCOPIE DI ALTRI TESTI CHE NON SI TROVANO PIU’

Luglio 14th, 2020 Riccardo Fucile

IL LEGHISTA: “VOLEVO SOLO FOTOCOPIARLI”… MA A CASA SUA HANNO TROVATO 700 FOTOCOPIE RELATIVE A TESTI CONSULTATI DA BORGHEZIO E I CUI ORIGINALI SONO SPARITI

Per comprendere la paradossale vicenda che ha colpito l’ex eurodeputato leghista Mario Borghezio bisogna andare indietro di circa un anno.
Nel corso del 2019, era stato segnalato da una documentarista dell’archivio di Stato di Torino perchè sorpreso a far uscire dall’edificio dei libri che non potevano in alcun modo varcare la soglia d’ingresso. Da quel singolo episodio è partita una indagine della procura, coordinata dal pm Francesco Pelosi.
La tesi del politico del Carroccio, oggi come allora, è stata quella che all’epoca dei fatti Borghezio voleva soltanto fotocopiare dei volumi che riguardavano il periodo della seconda guerra mondiale, che trattavano l’argomento del fascismo e dei campi di concentramento nazisti.
Tuttavia, il nucleo Tutela patrimonio culturale dei Carabinieri, ha rilevato come alcuni libri che sono stati consultati in passato da Borghezio non risultino più al loro posto all’interno dell’archivio di Stato.
Libri che sarebbero passati effettivamente dalle mani di Borghezio: in casa sua, infatti, sono state ritrovate oltre 700 fotocopie relative a quel materiale.
Oggi, l’ex eurodeputato della Lega si era presentato spontaneamente in procura per rilasciare alcune dichiarazioni. Ha ammesso di aver portato via dall’archivio alcuni libri, ma che voleva soltanto fotocopiarli per uso personale. I carabinieri e la procura continuano però a indagare.
L’ex parlamentare leghista è un cultore degli archivi. Nel corso della sua carriera politica ha arricchito costantemente la propria collezione, acquistando anche diversi libri antichi dalle botteghe e dalle bancarelle di antiquariato.
L’episodio dell’archivio di Stato di Torino, tuttavia, resta ancora da chiarire. Quando quest’ultima vicenda è uscita fuori per la prima volta, il quotidiano La Stampa aveva cercato di fare una stima del valore dell’intero gruppo di libri e documenti consultati dall’ex europarlamentare leghista: complessivamente, i libri consultati avrebbero avuto un valore vicino ai 100mila euro.
Ovviamente, a mancare all’appello sono soltanto alcuni testi: la procura dovrà  cercare di capire che fine abbiano fatto

(da agenzie)

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