Dicembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
ALTRI DUE CASI SOSPETTI A ROMA, UNO A BARI, TRE A PALERMO, UNO A TRIESTE
Un caso accertato di contagio dal virus mutato del Regno Unito, altri sette sotto osservazione. È il bilancio in corso di aggiornamento sui passeggeri sbarcati nelle ultime ore negli aeroporti italiani con voli dal Regno Unito. Sta bene ed è asintomatica la donna risultata positiva alla variante britannica del Covid. Non è ricoverata ma è in isolamento con il compagno nella loro abitazione nella zona di Roma. Quest’ultimo, di origini britanniche, è anche lui positivo e asintomatico ed era rientrato alcuni giorni fa dal Regno Unito ma su di lui non è stata ancora conclamata la variante. La sua compagna invece ha una forte carica virale. Elemento, quest’ultimo, che avrebbe aiutato a sequenziare il genoma del virus SARS-CoV-2 con la variante riscontrata nelle ultime settimane in Gran Bretagna.
A fini precauzionali sono stati rintracciati e messi in isolamento, in queste ore, diversi contatti stretti – familiari compresi – della donna. Per il trattamento della paziente – asintomatica – a quanto si apprende è stato applicato lo stesso protocollo previsto per qualsisi malato Covid.
Sempre a Fiumicino ieri sono stati sottoposti a test 351 passeggeri di rientro dal Regno Unito, di cui uno confermato positivo al tampone molecolare. Si tratta di un giovane medico di nazionalità italiana. È stato immediatamente messo in quarantena ed è stata avviata allo Spallanzani di Roma, la procedura di isolamento della sequenza del virus.
In attesa di conferma anche il tampone della 25enne atterrata a Bari giovedì scorso con il volo da Londra con la febbre e risultata positiva al Covid. Gli accertamenti sono stati affidati alla sede distaccata di Putignano dell’Istituto Zooprofilattico di Puglia e Basilicata.
“Lo metteremo in lavorazione innanzitutto per confermare la diagnosi molecolare e poi per accertare una eventuale presenza della nuova variante britannica del coronavirus. Ad oggi sono già stati sequenziati 190 genomi e nessuno presentava caratteristiche di questa variante inglese”, ha spiegato Antonio Parisi, il dirigente del laboratorio di biologia molecolare.
Accertamenti anche a Palermo dove sono stati riscontrati tre tamponi positivi più due casi dubbi tra i 134 passeggeri e sei componenti dell’equipaggio del volo Ryanair da Londra atterrato ieri sera a Palermo. I tamponi antigenici rapidi effettuati dai medici dell’Asp di Palermo e dell’Usmaf avevano dato esito negativo. I successivi controlli hanno accertato la presenza di tre contagiati tra i passeggeri, che si trovano tutti in quarantena.
Un caso anche in Friuli Venezia Giulia tra i 136 passeggeri del volo Londra-Trieste atterrato ieri pomeriggio. La persona risultata positiva, un cittadino italiano, è asintomatica ed è stata trasferita in un Covid hotel dell’isontino per la quarantena,non è ancora stato accertato se si tratta della variante del virus.
“In relazione agli immediati controlli fatti scattare ieri all’aeroporto di Capodichino – ha reso noto l’Unità di crisi della regione Campania – sono stati sottoposti a tampone molecolare i 245 passeggeri sbarcati dai due voli provenienti da Londra. Di questi sette sono risultati positivi”. Il dato, si osserva nel comunicato, “conferma l’importanza della tempestività dell’intervento di filtro effettuato, e la necessità di mantenere alto il livello di attenzione, di rigore e responsabilità nella nostra regione. Seguirà l’esame per la caratterizzazione della tipologia di coronavirus”.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
LE CAUSE DEL CROLLO IN UN DOCUMENTO DI 500 PAGINE
Oltre alla corrosione, a determinare il crollo sono stati anche “i controlli e le manutenzioni
che se fossero stati eseguiti correttamente, con elevata probabilità avrebbero impedito il verificarsi dell’evento”. Lo scrivono i periti del gip nella relazione sulle cause del crollo del ponte Morandi.
“La mancanza – proseguono – e/o l’inadeguatezza dei controlli e delle conseguenti azioni correttive costituiscono gli anelli deboli del sistema; se essi, laddove mancanti, fossero stati eseguiti e, laddove eseguiti, lo fossero stati correttamente, avrebbero interrotto la catena causale e l’evento non si sarebbe verificato”.
La causa scatenante del crollo del ponte, poi ”è il fenomeno di corrosione a cui è stata soggetta la parte superiore del tirante Sud- lato Genova della pila 9″. Il documento, di circa 500 pagine, è stato redatto nell’ambito del secondo incidente probatorio, quello che deve stabilire le cause del crollo. La procura aveva formulato 40 quesiti a cui i super esperti hanno risposto.
“Tale processo di corrosione – proseguono i periti – è cominciato sin dai primi anni di vita del ponte ed è progredito senza arrestarsi fino al momento del crollo determinando una inaccettabile riduzione dell’area della sezione resistente dei trefoli che costituivano l’anima dei tiranti, elementi essenziali per la stabilità dell’opera”.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
IL CORTEO CON 500 PERSONE A GIOIA TAURO DOPO L’ENNESIMA VITTIMA
Una manifestazione imponente, oltre 500 persone in marcia verso Gioia Tauro, che bloccano la provinciale, paralizzano il traffico.
Trattati da invisibili, hanno deciso di mostrarsi. Dopo l’ennesimo omicidio stradale costato la vita a Gassama Gora, bracciante maliano di 34 anni, travolto e ucciso da un automobilista che non si è neanche fermato a prestargli soccorso, i braccianti hanno deciso di dire basta.
Di fermarsi un giorno e di incrociare le braccia perchè — si legge in una lettera urlata al megafono prima di mettersi in cammino — “non vogliamo privilegi, non vogliamo aiuti, non vogliamo elemosine. Pretendiamo diritti e dignità ”.
Il corteo si muove rapido, è un fiume che dalla zona industriale va giù verso l’abitato. I cartelli rimediati da vecchie scatole gridano che “Anche la vita dei neri conta” e “Schiavi mai”, al megafono si rievocano i morti di emarginazione sociale, di ghetto, di freddo, di fatica, di incidenti degli ultimi anni. In testa, cammina anche il padre del 34enne ucciso. Una foto tra le mani, la disperazione sul viso.
“Noi possiamo andare a lavorare ovunque, ma chi raccoglierà le vostre arance? Chi pianterà i vostri ortaggi? Oggi nessuno di noi andrà al lavoro. Neanche un frutto verrà raccolto – si legge nella lettera – Vogliamo mostrare a chi tanto ci disprezza, a chi ci considera solo degli schiavi cosa sarebbe la Piana senza i lavoratori africani”. E la richiesta che a gran voce arriva dal corteo è di un incontro con il ministro del Lavoro, “perchè se moriamo bruciati nelle nostre tende o sui campi o mentre siamo in bicicletta è solo per le condizioni in cui siamo costretti a lavorare. Ma non siamo animali, non siamo bestie da soma” dice uno dei lavoratori in testa al corteo. E con le istituzioni locali? “No, con loro no. Basta tavoli, basta promesse. Ne abbiamo sentite troppe e non è mai stato fatto niente”.
Da decenni presenza fissa nella Piana di Gioia Tauro e vero motore dell’economia agricola della zona, i braccianti continuano a lavorare per lo più a nero per pochi spicci a cassetta o a giornata, impiccati a permessi di soggiorno provvisori dalla regolarizzazione monca e impossibile per i più prevista dal decreto Rilancio, da anni sono costretti a vivere in alloggi provvisori, tendopoli che avrebbero dovuto essere “soluzioni temporanee” e sono diventati bivacchi permanenti senza elettricità , nè servizi.
Assembramenti obbligati anche in periodo di Covid. Promesse rimaste sulla carta dei comunicati con cui sono stati annunciati anche i servizi di trasporto pubblico che avrebbero dovuto permettere ai lavoratori di spostarsi da e verso i campi.
“Migliaia e migliaia di persone sono costrette a muoversi dopo il tramonto per strade buie e pericolose. Eppure i pali dell’illuminazione ci sono ma sono sempre spenti. Eppure a pochi passi c’è un’area altamente sensibile come il Porto. Eppure la notte è buio pesto. E allora diventa facile domandarsi: è solo una scelta dettata da motivi economici o c’è altro dietro quel perenne black-out?” chiedono dal sindacato Usb.
Quello costato la vita a Gassama Gora è solo l’ultimo di una lunga serie di incidenti che hanno coinvolto i braccianti, più o meno casualmente — in passato è stato persino individuato e fermato un gruppo che intenzionalmente li braccava — travolti mentre su bici scassate si spostano per le strade della Piana.
“L’incidente è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso — dice Ruggero Marra di Usb – Le condizioni in cui i lavoratori sono e sono stati costretti a vivere, anche in piena pandemia, sono inaccettabili. La loro rabbia è comprensibile. Sfruttati nei campi, in mano a caporali che per costringerli a lavorare hanno tentato di convincerli che il Covid19 sia malattia da bianchi, obbligati a rischiare la vita ogni giorno per quattro spicci, costretti a vivere in ghetti, baraccopoli e tendopoli”.
Su alcune tende, blu istituzionale, si mostra orgoglioso il logo del ministero dell’Interno, sbiadito da anni di intemperie. Al pari dell’interesse ad ascoltare la voce di migliaia di lavoratori essenziali per l’economia agricola della zona e affrontare i loro problemi. Da tempo strutturali, ma che continuano ad essere trattati come emergenza.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
L’INCONTRO IN CARCERE: “SIAMO STRAZIATI DAL NON POTER AIUTARE NOSTRO FIGLIO”
“Patrick non era se stesso, era diverso rispetto a qualsiasi altra visita e ci ha spezzato il
cuore”. Sono le parole, riportate dalla pagina facebook “Patrick libero”, della famiglia di Zaky, il ricercatore egiziano, studente dell’Università di Bologna, arrestato nel suo Paese il 7 febbraio e da allora in carcere per propaganda sovversiva.
La madre gli ha potuto fare visita nel carcere di Tora il 19 dicembre. “Le sue esatte parole sono state: ‘Sono fisicamente e mentalmente esausto, non ne posso più di stare qui e mi deprimo ad ogni tappa importante dell’anno accademico mentre sono qui invece che con i miei amici a Bologna’. Parole che ci hanno lasciato in lacrime, dato che siamo incapaci di aiutare nostro figlio in questa situazione straziante”, scrive la famiglia.
“Inoltre, ci ha sconvolto sapere che è diventato talmente depresso da dire: ‘Raramente esco dalla mia cella durante il giorno, perchè non riesco a capire perchè sono qui e non voglio affrontare la realtà per cui posso andare a camminare su e giù nel raggio di pochi metri, per poi essere rinchiuso di nuovo in una cella ancora più piccola’”.
“Nostro figlio – sottolinea la famiglia – è una persona innocente e un brillante ricercatore, dovrebbe essere valorizzato, non rinchiuso in una cella. 10 mesi fa, Patrick stava lavorando al suo master e pensava di terminarlo per poi proseguire con il dottorato di ricerca. Ora come ora, il suo futuro è completamente incerto; non sappiamo quando sarà in grado di continuare gli studi, di lavorare e persino di tornare alla sua vita sociale, un tempo ricca. Chiediamo a ogni persona responsabile e a chi prende le decisioni di rilasciare immediatamente Patrick. Restituiteci nostro figlio e restituiteci tutte le nostre vite”.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
I GIOVANI SALVATI DA UN MEZZO PUBBLICO, ORA LA CAPITANERIA RICERCA IL TASSISTA ACQUEO CHE SE N’E’ FREGATO DI ADEMPIERE AL SUO DOVERE
Tanta rabbia e indignazione per la scena vista dagli abitanti della Laguna nel pomeriggio di ieri. Un tassista acqueo che non presta soccorso a due giovani caduti in mare. Costretti ad un bagno fuori stagione loro malgrado. E’ infatti questa la sorte toccata ieri pomeriggio a due ragazzi finiti a mollo nelle acque veneziane. Probabilmente un’onda anomala all’origine del capovolgimento della piccola imbarcazione sulla quale si stavano spostando nel bacino San Marco, tra punta della Dogana e San Giorgio.
I due sono stati soccorsi da un’altra imbarcazione che transitava nei pressi e poi anche da un vaporetto dell’Actv della linea 5.1 e di un battello Alilaguna. Sono stati lanciati ai naufraghi due salvagente.
Sul posto, arrivati a breve anche polizia, vigili del fuoco e un’ambulanza. Per i due giovani tutto liscio. Sono salvi e sono stati portati al pronto soccorso per controlli. Niente da fare per il loro barchino che si è invece inabissato a poco a poco.
Adesso però la capitaneria di porto vuole risalire all’identità del «tassista acqueo» che si è avvicinato alla zona del naufragio prima che arrivassero altri mezzi, ha osservato i due naufraghi in acqua e poi ha proseguito la sua navigazione senza prestare soccorso.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
E’ SUCCESSO A UNA TROUPE DELLA RAI A PONTE MILVIO AGGREDITA DA 40 DELINQUENTI “PERBENE”…POI QUANDO QUALCUNO PER DIFENDERSI COMINCERA’ A SPARARE NON LAMENTATEVI
Vuoi provare a far vedere ai cittadini italiani — che magari non vivono nelle grandi città , ma
che abitano in piccoli paesi dove, per ovvie ragioni demografiche, è più difficile assembrarsi — che, nonostante le prescrizioni del governo, c’è tanta gente in strada che prende d’assalto i negozi dello shopping o i locali che restano (o dovrebbero restare) aperti fino alle 18?
Ti picchiano. In Italia ti picchiano.
Una troupe Rai aggredita ieri a Ponte Milvio, nel cuore di Roma, lo dimostra.
Il gruppo di giornalisti e operatori faceva parte della trasmissione Storie Italiane, che va in onda a metà mattina con la conduzione di Eleonora Daniele.
Ponte Milvio, tra i luoghi principali della movida romana, è una zona della capitale che nei giorni scorsi si è più esposta a casi di assembramenti.
Giovani generazioni, ma anche adulti non hanno mai fatto mancare la loro presenza tra le strade del quartiere di Roma nord, nonostante fosse suggerita prudenza e fossero vietati gli assembramenti.
La troupe della Rai sarebbe stata aggredita da circa 40 persone che, con diverse responsabilità , avrebbero reso impossibile lo svolgimento del servizio. Il tutto è avvenuto intorno alle 16 del pomeriggio del 21 dicembre.
Sul posto è intervenuto un mezzo del 118, che ha prestato le cure del caso ai componenti della troupe. Sull’episodio stanno indagando i carabinieri sella stazione di Ponte Milvio e della compagnia Trionfale.
«Aggredita a Ponte Milvio una troupe della Rai — ha detto Vittorio Di Trapani, dell’Usigrai —. Delinquenti hanno picchiato il filmmaker. Mi auguro che gli aggressori vengano identificati presto. Solidarietà alla giornalista, all’operatore e alla redazione di Storie Italiane. Al processo ci costituiremo parte civile».
Anche la sindaca di Roma Virginia Raggi ha voluto esprimere solidarietà ai giornalisti del programma, attraverso un tweet.
L’episodio rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di una tendenza che si amplifica soprattutto sui social network e che successivamente ha questo tipo di riscontro nella vita vissuta.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
LA VITERBESE NON HA VOLUTO RINVIARE LA PARTITA E LA CASERTANA AVEVA GIA’ USUFRUITO DI UN RINVIO A CAUSA PANDEMIA
Quanto accaduto domenica pomeriggio a Caserta aveva già provocato molte discussioni. E la notizia di oggi è destinata a trasformare l’indignazione in vera e propria rabbia calcistica.
Ieri allo stadio Alberto Pinto è andata in scena una partita che non si sarebbe dovuta giocare: Casertana-Viterbese.
I campani, però, sono stati costretti a scendere in campo solamente con nove uomini per via di una rosa ridotta all’osso a causa del Covid (oltre ad altri infortuni maturati nel tempo). Il motivo? Già in passato aveva usufruito della possibilità di rimandare un match a causa del Coronavirus. Il paradosso? Prima del fischio d’inizio, tre giocatori presentavano uno stato febbrile alterato. Sono stati effettuati i tamponi, ma poi il match è iniziato. E, alla fine, due dei tre sono risultati positivi al virus.
E l’amarezza per quanto accaduto — e ora dovranno essere accertate le responsabilità , oltre che un’analisi approfondita di un protocollo privo di senso in tempo di pandemia — in Serie C è tutta in un post Facebook pubblicato dalla stessa Casertana.
«In campo con due calciatori positivi, nonostante la Casertana FC avesse chiesto almeno il posticipo dell’orario di inizio della gara in attesa di conoscere l’esito dei tamponi, la partita di ieri ha rappresentato e rappresenta un pericolo per i calciatori in questione, i propri compagni di squadra e gli stessi avversari. Restiamo increduli di fronte a ciò, con la speranza che ora altri abbiano il buongusto di non spendere più parole inutili».
Cosa si poteva fare?
Il problema di base è il protocollo. Perchè la Casertana aveva già usufruito della possibilità di chiedere un rinvio (richiesta unilaterale) proprio per causa Covid.
Per ottenere la procrastinazione del match (valido per 15esima giornata del girone C della Serie C), la Viterbese — rivale di giornata — avrebbe dovuto concordare il rinvio. E questa cosa non è accaduto.
A quel punto la Casertana aveva due vie: scendere in campo con il numero minimo di giocatori consentito (come accaduto), oppure rifiutarsi di giocare, perdere a tavolino (0-3) con tanto di punto di penalizzazione.
Forse il gioco del calcio non ha ancora capito cosa sia il Covid e cosa sia questa pandemia.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
LA STORIA DELLA “MAESTRINA” DI REGGELLO CHE DAL LETTO DI OSPEDALE SI PREOCCUPAVA DI MANDARE IL CERTIFICATO ALLA PRESIDE
“Come va?”. Risposta: “Con l’ossigeno meglio, ma è dura”. E poi: “Stasera mi hanno dato un
altro sciroppo per la tosse. Sono sempre attaccata all’ossigeno. Voi tutti bene?”. E loro a casa sì, loro tutti bene: il marito Piero, i figli Elia (24 anni) ed Eleonora (21).
Un po’ di cuori rossi e un sms per la buonanotte anche quando si teme che non sia una buonanotte per chi sta chiuso nella stanza di un ospedale, quello di Ponte a Niccheri a Firenze, a battagliare con il virus.
Lucia Cosimi faceva la maestra elementare a Reggello, un piccolo paese in provincia di Firenze. Aveva 55 anni e stava bene prima di quei colpi di tosse.
Sua figlia Eleonora ha pubblicato su Facebook gli ultimi sms che si scambiavano, quelli pieni di speranza: “Fatte le lastre, ora il polmone deve migliorare non è messo male”. Quelli più intimi al marito: “Ti amo”. “Anche noi ti amiamo”. E lei: “E’ quello che mi incoraggia”.
Poi l’sms di una maestra per bene che pensa al suo lavoro anche quando è con un casco per l’ossigeno in testa, messaggio: “Domattina senti la preside se l’ospedale mi deve fare il certificato”.
Eleonora ha pubblicato queste conversazioni su Facebook accompagnandole con un lungo post: “Sono arrabbiata con i negazionisti e con quelli che abbassano la mascherina e con i loro comportamenti ci mettono a rischio. Ogni volta che ne incontro uno mi sembra un’offesa alla memoria della mia mamma”.
Uno schiaffo su una ferita aperta. Lucia Cosimi è morta lo scorso 22 novembre.
E’ sempre difficile sapere come incrociamo il virus, Eleonora racconta che nella classe di sua mamma c’è stata una persona positiva al Covid e tutti, insegnanti, alunni e personale erano stati messi in quarantena.
Durante la quarantena sono arrivati quei colpi di tosse insistenti. Eleonora scrive della mamma maestra: “Aveva 55 anni. Lucia lascia un marito della stessa età e due figli, di 24 e 21 anni. Lucia stava bene poche settimane fa, quando, come ogni giorno, l’ho chiamata al telefono. Erano giorni che tossiva ininterrottamente.
Mi ha detto: “Tesoro, scusami, ci sentiamo quando mi passa questa tosse”. La nostra mamma non ce l’ha fatta. La nostra mamma è stata portata via con un’ambulanza il 6 novembre. Qualche giorno con il casco. Eravamo preoccupati, senza dubbio, ma sereni. La nostra mamma non aveva alcuna malattia pregressa. La nostra mamma stava bene. La nostra mamma aveva 55 anni. Questi sono i messaggi che è riuscita a scambiarsi con noi quando aveva il casco. Cioè, quando aveva il casco e vedeva molto male la tastiera del telefono. Un giorno è stata intubata”.
Dall’ospedale una volta è riuscita anche a mandare una foto. “Eravamo positivi: faremo tutto quello che bisognerà fare, aspetteremo tutto il tempo che bisognerà aspettare – riprende a raccontare Eleonora – Dopo dieci giorni la tragica chiamata dall’ospedale: ci vuole un miracolo. Le fanno una terapia sperimentale, bisogna crederci e mandarle tanta forza, “il gioco di squadra di solito funziona” mi dice una dottoressa. È così. Migliora. Il primario è entusiasta, lo sono anche gli anestesisti, “che sono sempre i più cauti”. La mattina di due giorni dopo chiamo il mio babbo, come sempre. Siamo felicissimi. Attacco, e mentre lo faccio penso: “Che cavolo però.. Aspettare le due per avere buone notizie è un po’ una noia”. L’ospedale chiama sempre di primo pomeriggio, una volta al giorno. Dopo 15 minuti ci chiamano il primario e l’ospedale. La nostra mamma ha avuto un tracollo nella notte. È morta”.
Fin qui la storia di mamma Lucia, poi la rabbia di chi è stato colpito negli affetti: “La ragione di questo post non è la nostra mamma. La nostra mamma che non doveva morire, la nostra mamma che poco più di un mese fa stava bene, la nostra mamma che era la persona più dolce del mondo, la nostra mamma che è morta a poco tempo dal vaccino, la nostra mamma che in quei tre giorni che non era sedata aveva diffuso così tanto amore che per tutti era “La Maestrina”, la nostra mamma che piangono anche i medici, la nostra mamma sulla cui bara, gli stessi, hanno messo delle luci. La nostra mamma che non può lasciare alcun vuoto, tanto ci ha riempiti. La nostra mamma che non ha mai dato solo a noi tre. Il motivo è un altro: è l’uomo agitato in fila alla motorizzazione. Si mette la mascherina sotto il naso, sbuffa, se la sposta sul mento, sbuffa ancora, si muove nella stanza, allarga le braccia, soffia. Mi giro verso di lui, lo fisso. Non sono riuscita a dire niente, tanta era la rabbia. Dei negazionisti poi non me ne è mai fregato niente, tempo ed energie persi. Però leggere e sentire tanti contro il vaccino, non lo accetto. Non lo accetto e vi chiedo aiuto. Per favore, manteniamo alta l’attenzione, anche se siamo stufi delle distanze, delle limitazioni. Ci si ammala anche seguendo le regole”. Eleonora era in coda alla motorizzazione per cambiare l’intestatario dell’auto di sua mamma.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
DAL 10 AL 20 DICEMBRE I PASSEGGERI RIENTRATI DAL REGNO UNITO NON SONO STATI SOTTOPOSTI A TEST RAPICO IN AEROPORTO, AVEVANO SOLO L’OBBLIGO DELLA QUARANTENA VOLONTARIA
Dalle 16.54 di ieri, 20 dicembre, l’Italia ha sospeso i voli da e verso il Regno Unito fino al 6 gennaio (con margine di proroga, ndr), al fine di prevenire la diffusione della nuova variante del Coronavirus.
Al netto delle esigue informazioni sull’impatto della mutazione, il governo italiano, così come molti altri Paesi europei, ha optato per la strada «della massima prudenza», chiudendo — in blocco, a eccezione dei voli cargo e per emergenze sanitarie — i collegamenti con il Regno Unito.
Il caos voli per il rientro in Italia
E così, centinaia di italiani che pensavano di rientrare in Italia per le festività natalizie si son trovati bloccati (e abbandonati) di punto in bianco quando erano già in aeroporto. Già , perchè se inizialmente si ipotizzava che l’effettivo blocco sarebbe entrato in vigore dalla mezzanotte tra il 20 e 21 dicembre, lo stop è invece stato immediato.
E non mancano le proteste, anche perchè le 16.54 hanno rappresentato un vero e proprio spartiacque per la partenza verso l’Italia.
Dalle diverse testimonianze emerge infatti che chi aveva un volo programmato pochi minuti prima dell’orario della messa in atto del blocco è riuscito a tornare in Italia, ma chi aveva un volo programmato anche solo verso le 17.30-17.40 è stato lasciato a terra, con pochi minuti di preavviso.
Le falle nei controlli aeroportuali
Una scelta tanto netta quanto difficile comprensione a livello temporale, anche considerando che nelle settimane scorse migliaia di italiani sono rientrati dal Regno Unito, con controlli non sempre troppo stringenti, nè serrati.
Secondo quanto disposto dal Dpcm del 3 dicembre, fino al 9 dicembre, per rientrare in Italia era necessario presentare all’imbarco un certificato di negatività al virus, da effettuarsi nei due giorni (massimo tre, ndr) antecedenti al volo. In caso di assenza di tale attestazione, il viaggio veniva comunque consentito e, nelle 48 ore successive all’arrivo in Italia, ci si sarebbe dovuti sottoporre al tampone di controllo.
Dal 10 al 20 dicembre le misure sono, in parte, cambiate. Non c’era più la possibilità di svolgere il test rapido una volta atterrati negli aeroporti italiani. In fase di imbarco era ancora richiesto il certificato di negatività ma il viaggio veniva comunque consentito ai passeggeri in rotta verso l’Italia anche se privi di certificato. Passeggeri che, una volta rientrati in Italia, avrebbero dovuto osservare il periodo di quarantena fiduciaria.
Non manca chi, ieri, è rimasto a terra e aveva speso centinaia di sterline per sottoporsi al tampone richiesto per il rientro in Italia.
«Abbiamo buttato soldi in tamponi per rispettare le regole del rientro e ora siamo abbandonati a noi stessi. Non sappiamo a chi rivolgerci, mentre altri sono tornati a casa anche senza sottoporsi a test, solo perchè hanno prenotato qualche giorno prima, o avevano l’aereo qualche ora prima di noi», si sfogano sui social.
E starà ora al governo capire se e come sbloccare il rimpatrio di migliaia di italiani rimasti Oltremanica. Anche perchè, ormai, la variante inglese del Coronavirus è già in Italia.
(da agenzie)
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