Dicembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
“DA CONTE SOLO OTTIMISMO E ZERO AUTOCRITICA”
Il presidente della fondazione Gimbe mostra il grafico con la drammatica conta dei morti negli
ultimi tre mesi, quella che ha portato l’Italia al primo posto tra i Paesi europei con più vittime. Dati che non giustificano l’ottimismo del premier
Basterebbe guardare il solo andamento delle morti per Coronavirus negli ultimi mesi per far cadere ogni dubbio sull’introduzione di nuove misure restrittive per il periodo natalizio. Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, non si spiega invece come il premier Giuseppe Conte fino a ieri, 15 dicembre, parlasse di «qualche ritocchino» possibile sulle misure delle prossime settimane. E commentando la situazione italiana, il premier ha poi aggiunto: «Con misure calibrate e ben circoscritte stiamo reggendo bene questa seconda ondata».
Duro l’attacco di Cartabellotta: «L’ottimismo regna sovrano — scrive il medico su Twitter — autocritica inesistente». Autocritica che dovrebbe arrivare dal governo sugli errori che hanno portato a un bilancio drammatico delle vittime, come mostra lo stesso Cartabellotta citando due dati sufficienti a descrivere la gravità della situazione: «30 mila decessi dal 1° settembre, di cui 20 mila nell’ultimo mese».
Cifre pesantissime che hanno portato l’Italia al primo posto tra i Paesi con più vittime in Europa. E non si giustifica alcun ottimismo neanche guardando il confronto dei dati dei decessi tra la prima e la seconda ondata, come sottolinea in risposta a Cartabellotta un utente, Antonio Caramia, ingegnere gestionale: «Si vede che la curva nella seconda ondata non decresce come nella prima… — scrive Caramia — Proprio perchè le misure messe in campo sono più blande…».
Dati che dovrebbero sgombrare il campo da ogni incertezza su cosa decidere a proposito di un lockdown a Natale.
(da agenzie)
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Dicembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
SCONTRO FINALE TRA GOVERNO E REGIONI
Entro domani è prevista la decisione del governo sulle chiusure tra il 24 dicembre e il 6 gennaio. L’ala rigorista chiede di anticipare la zona rossa già dal prossimo weekend. Oggi vertice con le regioni
È la parola lockdown ancora una volta a spaccare il governo, così come gli esperti del Cts che ieri 15 dicembre hanno faticato non poco per chiudere il documento con cui si indicano restrizioni necessarie a Natale per evitare che la terza ondata di contagi di Coronavirus si abbatta più violenta di quanto il sistema sanitario nazionale possa sopportare. Qualche «ritocchino» alle misure già prese con l’ultimo Dpcm ci sarà , come ha anticipato il premier Giuseppe Conte, pressato dall’ala più rigorista nel governo che chiede la chiusura totale almeno nei festivi fino a gennaio. Se ne discuterà dalle 8.30 con i presidenti di Regione, per arrivare alle 12 con il vertice a palazzo Chigi con i capidelegazione dei partiti di maggioranza, quando si dovrà decidere quanto e quando chiudere.
Lo scontro nel Cts
La giornata ancora una volta si preannuncia rovente, con i governatori soprattutto di centrodestra decisi a chiedere interventi duri per il periodo natalizio, ma con la garanzia dei ristori per le categorie colpite dalle chiusure. È quel che chiedono anche gli esperti del Cts, che sono arrivati a una mediazione quando hanno invocato provvedimenti: «finalizzati all’inasprimento delle misure». Nessun riferimento a un lockdown, come riporta Repubblica, come richiesto esplicitamente dai tre direttori generali del ministero dalla Salute, Achille Iachino, Andrea Urbani e Giovanni Rezza, che alla fine non hanno firmato il verbale, dopo uno scontro con Franco Locatelli
Le ipotesi sulla zona rossa di Natale
Le ipotesi sul tavolo del governo sono le tre su cui si discute da giorni, con la più rigida spinta dai ministri alla Salute, Roberto Speranza, agli Affari generali, Francesco Boccia, e alla Cultura, Dario Franceschini, che chiedono la chiusura totale per i festivi tra il 24 e il 6 gennaio. Niente cenone di Natale quest’anno, ha detto Boccia a Dimartedì su La7, nessuna disponibilità a «mediazioni e compromessi sulla salute degli italiani» insiste Franceschini. A frenare ci sono però i ministri del M5s e Italia viva, che chiedono una zona arancione nazionale, lasciando almeno la possibilità di spostarsi tra piccoli comuni. Possibilità che dovrebbe essere votata oggi in Parlamento, con la mozione della maggioranza che concede gli spostamenti tra comuni sotto i 5 mila abitanti per poche decine di chilometri.
Se dovesse passare la linea più rigorista, la zona rossa imporrebbe la chiusura anche dei negozi e ristoranti dal 24 al 27 dicembre, oltre che dal 31 dicembre al 3 gennaio e all’Epifania. Lo scontro nel governo è però anche sul prossimo weekend, con l’ipotesi di anticipare le fine della scuola al 19 dicembre e far scattare la zona rossa già dal prossimo sabato. Scatterebbe così il blocco agli spostamenti a partire da questo weekend, quando sono previste le ultime partenze da parte di chi ha avuto la fortuna di prenotare il viaggio non appena sono state annunciate le misure per dicembre. Un’ipotesi che il premier vorrebbe scongiurare.
(da agenzie)
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Dicembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
260 IN ITALIA, 70 IN SPAGNA, 50 IN FRANCIA, 22 IN GERMANIA, 36 IN GRAN BRETAGNA
Tristezza ma anche vergogna a leggere i dati. Ci sono stati 260 medici morti in Italia, “il numero più
grande in Europa. Una catastrofe a cui rispondere. Abbiamo scritto presidente del Consiglio Giuseppe Conte perchè ci preme portare alla sua attenzione l’elevato numero dei medici deceduti in Italia nell’esercizio della professione, quasi due medici al giorno. Ogni giorno. Una cifra esorbitante se rapportata ad altri paesi d’Europa. In Francia 50 (di cui 5 ospedalieri) 22 sanitari in Germania, 36 in Inghilterra , in Spagna 70 (a luglio erano 61, mentre in Italia eravamo già a quota 178)”.
Pina Onotri, segretario generale del Sindacato medici italiani e medico di famiglia di Roma, ha inviato oggi una lettera al premier perchè ci sia un’attenzione elevata sul tema.
“Qualcosa – scontinua Onotri – non ha funzionato nella prima ondata della pandemia, dove siamo stati colti tutti di sorpresa, e continua a non funzionare oggi, nonostante avremmo dovuto essere più preparati. La conclusione a cui si giunge è che si continua a lavorare non in sicurezza, considerando che abbiamo più vittime tra coloro che svolgono attività ordinaria piuttosto che tra coloro che lavorano nei reparti di malattie infettive. La metà delle vittime è rappresentata dai medici di medicina generale (medici di famiglia, guardie mediche, medici del 118) quei medici che l’informazione, anche istituzionale, etichetta come nullafacenti, restii rispetto al loro dovere, recalcitranti dinanzi alla loro mission”.
“Si riesce ad immaginare quanto tutto questo possa essere doloroso per tutti quei medici che da marzo scorso stanno stringendo i denti per cercare di dare una risposta a tutti i loro pazienti, siano essi affetti da Covid o meno, rinunciando anche ai riposi, sacrosanto diritto per ogni lavoratore, con una disponibilità 7 h su 7 12 h al giorno, disponibilità imposta per legge, sacrificando sè stessi e le proprie famiglie?”. aggiunge Onotri. “Vorrei ricordare che il 60% della professione è rappresentato da donne, che continuano ad essere impegnate in prima linea nella lotta alla pandemia e nel contempo continuano ad essere occupate nelle pratiche di accudimento (figli minori, genitori anziani) con tempi di conciliazione che non hanno più nulla di umano, vittime, esse stesse, di una situazione grave che sicuramente genera ansia per la propria salute e per quella dei propri cari”.
“Si può immaginare – si legge nella lettera – l’effetto devastante che una campagna mediatica denigratoria nei confronti dei medici può avere sui familiari dei morti? Dei nostri morti? Familiari a cui non viene riconosciuto alcun indennizzo perchè i medici di medicina generale sono liberi professionisti. Liberi professionisti a cui non si esita a dare ordini di servizio, fino a decidere che non hanno diritto neanche ad un giorno di riposo. Liberi professionisti a cui non si riconosce la dignità di lavoratori. Neanche da morti. Non richiamiamo qui il problema di tutto il personale sanitario contagiato. Circa 30mila nel solo mese di ottobre”.
“Auspichiamo che le decisioni prese per contrastare la pandemia tengano conto del grido di dolore degli operatori sanitari, ormai allo stremo delle forze, mandati in trincea a volte senza mezzi o con mezzi insufficienti. Non siamo eroi, ma non vogliamo essere neanche imputati, additati come responsabili di inefficienze e disorganizzazione che non dipendono da noi”, conclude Onotri.
“Non pretendiamo gratitudine o ringraziamenti, ma chiediamo tutele e il doveroso rispetto che uno Stato dovrebbe avere nei confronti dei suoi “caduti”, nei confronti di coloro che ogni giorno onorano il giuramento che hanno prestato, anche a costo della vita”, conclude Onotri.
(da agenzie)
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Dicembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
COINVOLTE 432 PERSONE.. E’ LA PIU’ GRANDE OPERAZIONE DEGLI ULTIMI ANNI
Più di 300 uomini della Polizia Postale stanno eseguendo perquisizioni e arresti, in flagranza, in 53 province e 18 regioni italiane. Gli agenti della Polizia Postale, che hanno lavorato per diversi mesi sotto copertura in telegram e whatsapp, hanno smantellato 16 associazioni criminali ed identificato oltre 140 gruppi pedopornografici.
Coinvolte in tutto il mondo 432 persone: 81 sono italiani, due dei quali, promuovevano e gestivano gruppi pedopornografici, organizzandone l’attività e reclutando nuovi sodali provenienti da ogni parte del mondo.
Si tratta della più imponente operazione di Polizia degli ultimi anni contro la pedopornografia online.
(da agenzie)
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Dicembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
BOSS, LUOGOTENENTI E FAMIGLIE FORNIVANO DATI FALSI… C’E’ ANCHE IL CAPOCLAN DI SAN LORENZO DI CUTRO
Boss e affiliati per i tribunali, indigenti da sostenere con il reddito di cittadinanza e avviare al lavoro
per l’Inps. Fra i furbetti dei sussidi statali individuata dalla Guardia di Finanza di Crotone, c’era anche il boss di san Leonardo di Cutro, Alfonso Mannolo, arrestato nel 2019 come elemento di vertice del clan e accusato di associazione mafiosa, traffico di droga, riciclaggio, estorsione e usura.
Ma in barba alle norme che escludono dai beneficiari del reddito di cittadinanza non solo condannati, imputati e detenuti per associazione mafiosa, ma anche i loro familiari, insieme al boss — hanno scoperto gli investigatori – hanno chiesto e ottenuto il sussidio i parenti di sette luogotenenti e affiliati arrestati insieme a lui nell’operazione “Malapianta”.
È bastato dimenticare di riportare il dato sull’autocertificazione depositata insieme all’istanza. Risultato, alla collettività sono stati sottratti 92mila euro finiti nelle tasche di boss e affiliati che di quegli aiuti non avevano alcun bisogno, come dimostrano – fa notare la finanza – i beni di lusso, auto di grido, immobili e conti correnti sequestrati negli anni.
A Cirò Marina, stesso giochetto lo ha fatto un uomo finito ai domiciliari nel corso dell’operazione antimafia “Stige”, che in questo modo ha intascato oltre 9.500 euro di reddito di cittadinanza.
E non sono stati gli unici a barare su condizioni e requisiti. Nel corso dell’indagine, i finanzieri hanno individuato 17 percettori di reddito di cittadinanza al contempo titolari di partite iva attive, dunque imprenditori a tutti gli effetti, operanti in diversi settori economici, dalla ristorazione alla vendita di calzature, dall’edilizia all’agricoltura, dalla produzione di infissi alla gestione di stabilimenti, passando per l’allevamento. Tra loro ci sono anche un avvocato, che — al pari degli altri — non si è mai disturbato a presentare una dichiarazione dei redditi e due persone da anni stabilmente in Germania, ma sulla carta di stanza a Crotone, che sono riuscite a sottrarre alle casse dello Stato 15mila euro di sussidi.
In più fra i beneficiari del reddito, c’era anche chi ha sempre continuato a lavorare a nero pur percependo regolarmente il sussidio.
Tra loro c’era anche Gaetano Santoro, già condannato, con sentenza passata in giudicato il 11.12.2018, per associazione a delinquere di stampo mafioso e spaccio di sostanze stupefacenti nell’ambito dell’operazione condotta nei confronti della ‘ndrangheta crotonese denominata “Heracles”.
Tutti sono stati denunciati alla Procura della Repubblica di Crotone che ha incaricato la Guardia di Finanza di svolgere, nei confronti dei responsabili, anche gli accertamenti patrimoniali necessari per eventuali ulteriori e successivi sequestri.
(da agenzie)
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Dicembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
PER LA PRIMA VOLTA IL CAPO DELLA MAGGIORANZA REPUBBLICANA HA RICONOSCIUTO LA VITTORIA DEL DEMOCRATICO: “TUTTI GLI AMERICANI DEVONO ESSERE ORGOGLIOSI CHE LA NOSTRA NAZIONE ABBIA UNA VICEPRESIDENTE DONNA”
Il leader della maggioranza repubblicana in Senato, Mitch McConnell, ha riconosciuto per la prima volta la vittoria del presidente eletto Joe Biden. “Il nostro Paese ha ufficialmente un presidente eletto e una vicepresidente eletta” ha detto McConnell, parlando in Senato
“Il Collegio elettorale ha parlato, quindi oggi mi voglio congratulare con il presidente eletto Joe Biden”.
I 538 grandi elettori hanno eletto formalmente Biden, con 306 voti. Il presidente Donald Trump, finora, non ha mai riconosciuto la vittoria dell’avversario; al contrario, sta portando avanti una campagna mediatica e giudiziaria contro il risultato delle elezioni, accusando il rivale – senza prove – di brogli.
McConnell, convinto sostenitore di Trump per tutto il suo mandato, è il leader repubblicano più anziano ad aver approvato la sconfitta del presidente uscente: “Molti di noi speravano che le elezioni presidenziali avrebbero portato a un risultato diverso, ma il nostro sistema di governo ha procedure per determinare chi sarà investito il 20 gennaio”, ha detto il leader della maggioranza senatoriale che ha elogiato Biden, senatore di lunga data del Delaware, “dedito al servizio pubblico da molti anni” e il suo futuro vicepresidente Kamala Harris, senatrice.
“Al di là delle nostre differenze, tutti gli americani possono essere orgogliosi che la nostra nazione abbia una vicepresidente donna eletta per la prima volta”, ha affermato McConnell.
Il presidente eletto Joe Biden ha fatto sapere di aver avuto una “buona conversazione con Mitch McConnell”. “L’ho chiamato per ringraziarlo per le congratulazioni e gli ho detto che, anche se non siamo d’accordo su molte cose, ci sono cose su cui possiamo lavorare insieme”, ha spiegato Biden ai reporter.
Con l’uscita del presidente Donald Trump dalla Casa Bianca, Mitch McConnell diverrà il repubblicano di riferimento per Biden e i Democratici al Congresso
Biden,”Sarò il presidente di tutti gli americani
“Come ho detto durante la campagna elettorale: sarò un presidente di tutti gli americani. Lavorerò sodo per quelli che non hanno votato per me come per quelli che lo hanno fatto”. Così in un tweet il presidente eletto Joe Biden all’indomani della ratifica della sua vittoria da parte del Collegio Elettorale.
(da agenzie)
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Dicembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
L’ALTERNATIVA ALLA LEADERSHIP DI BERLUSCONI, IL VOTO DI SFIDUCIA FALLITO PER TRE VOTI… CHE LA COERENZA NON SIA DI QUESTA TERRA LO DIMOSTRA LA FINE CHE HANNO FATTO MOLTI LORO ESPONENTI, MIGRATI IN PARTITI CON IDEE OPPOSTE IN CERCA DI UNO STRAPUNTINO
Pentiti? No. “Il pentimento non appartiene agli uomini di destra”. Dieci anni fa, il 14 dicembre
del 2010, fallì il primo vero tentativo di contrastare la leadership di Silvio Berlusconi nel centrodestra strappando il tessuto di quella coalizione che dalla Casa delle Libertà era arrivata al Popolo delle Libertà .
La mozione di sfiducia voluta da Gianfranco Fini contro l’allora premier si infranse a Montecitorio per tre voti.
Finì 314 a 311, con il presidente della Camera tradito dal pallottoliere (come Romano Prodi) e infilzato da voltafaccia all’ultimo istante.
Pochi mesi prima un’inchiesta del “Giornale” aveva aperto il vaso di pandora dell’affaire Montecarlo, con le ramificazioni offshore, le grane familiari e i guai giudiziari che tuttora affliggono l’ex presidente della Camera. Relegandolo nel cono d’ombra e di silenzio che si è auto-imposto fino alla fine delle inchieste, e condannando la sua creatura, Futuro e Libertà , a prematura dissoluzione.
Gli addii cominciarono con l’astensione del fino a quel momento fedelissimo Silvano Moffa e proseguirono tra litigi, divisioni, recriminazioni.
Alle elezioni del 2013 in Parlamento rientrarono in tre, e tra loro non c’era Fini.
Dalla dèbacle discese la diaspora, al punto che oggi se si googla la sigla Fli ad uscire per prima è la Federazione Logopedisti Italiani.
I protagonisti di quella stagione si dividono grosso modo tra chi ha lasciato la politica e chi invece si è avvicinato al partito di Giorgia Meloni.
Da Fli a Fdi: una consonante che separa il sogno di una destra repubblicana e laica dalla realtà di un partito sovranista più vicino a Orban che alla Merkel.
Un tragitto tortuoso, ancor più per chi, come ad esempio Adolfo Urso, rappresentava l’ala ultra-liberal della pattuglia finiana.
Il ricordo di quella sventurata blizkrieg per chi l’ha vissuta miscela amarezza e orgoglio, rimpianto per gli errori e fiducia nel giudizio della storia.
Huffington Post è andato a cercarli. A partire dal leader, che però ha preferito non commentare.
Tra idealisti e professionisti della politica
La data del 14 dicembre fu lo spartiacque. Ma l’inizio della fine va collocato prima. Nel lungo mese fino alla calendarizzazione della mozione: “Il Quirinale diede tempo a Berlusconi e Verdini di organizzare il campo e recuperare i voti — sostiene più di un ex finiano — Fu chiaro a tutti, Gianfranco per primo, che eravamo nei guai. E che la partita diventava improvvisamente impossibile”.
Era cominciata di corsa: la rottura consumata con il deferimento ai probiviri del “triumvirato” — Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata — la “guardia scelta”, i “non colonnelli”, e l’ormai iconico “che fai mi cacci?” scandito da un Fini attonito quanto furioso.
Fecero le valige 33 deputati e 10 senatori inseguendo il sogno di un’altra destra — alcuni — e la speranza di conquistarsi un posto al sole saltando le tappe del cursus honorum — altri.
C’era la resistenza al protagonismo di Forza Italia nella costruzione del Pdl. E c’erano le istanze campanilistiche: al Nord, dove An era ormai rasoterra, l’accordo per il 30% delle candidature comuni sembrava il Bengodi; al Sud, se ne pagava il conto. Difficile separare il grano dal loglio.
A Bastia Umbra, quando fu presentato il manifesto, regnava un clima viscerale da “Stato nascente” che mescolava calcolo politico e convinzioni, professionismo e carica emotiva. Su tutto, la certezza che fosse il momento di giocarsi quelle carte.
“Sono orgoglioso di aver fatto parte di una cosa bella”, racconta su Skype Enzo Raisi. Bolognese di madre spagnola, manager nell’export, era l’amministratore del “Secolo d’Italia” che finì nelle mani dell’ala berlusconiana. Oggi vive tra Valencia e un paesino della Mancha dove ha ricominciato da un’azienda di marketing e commercio internazionale: “Rivendico il nostro coraggio, che oggi molti mi riconoscono. Non so quanti manifesti ho attaccato nella mai vita, adesso si va in Parlamento con due tweet”. Sta scrivendo un libro, si intitola “La casta siete voi”.
Cosa andò storto? “Forse i tempi non erano maturi. A Fini imputo di averci mandato in battaglia con le cerbottane contro i carri armati. La stampa di centrodestra fu micidiale contro di noi”.
Ne sa qualcosa Flavia Perina, che lasciò la direzione del “Secolo” dopo aver tentato di renderlo avanguardia culturale di quell’avventura, e non ritrovò il posto. Era entrata in Parlamento con le “liste rosa” volute da Fini in assenza della legge che lo imponesse, insieme a Giulia Bongiorno e Catia Polidori (che al momento decisivo voltò gabbana).
Nel 2013 “cademmo tutti senza rete — ricorda Raisi — Anche Fini, che aveva scelto la Camera rispetto al più facile Senato”.
Una scelta coraggiosa o forse kamikaze, visto che — col senno di poi – lo scudo dell’elezione avrebbe potuto indirizzare in altro modo le sue vicende processuali. Ma tant’è.
“Per prima cosa andai via da Bologna — prosegue Raisi – Non puoi restare dove sei stato troppo potente”. Oggi rivendica un equilibrio: “Non rimpiango nulla. Forse un po’ la politica che ti entra nel cuore. Ma ho rifiutato offerte: quando chiudi, chiudi”. Perina è tornata all’altrettanto appassionante mestiere di giornalista.
Andrea Ronchi, che rinunciò al posto di ministro delle Politiche Comunitarie -l’unico in quota An di quel governo- poi si divise da Fini, fondando un proprio movimento, salvo alla fine abbandonare del tutto la politica.
Italo Bocchino, che di Fli è stato presidente ad interim, si definisce “pensionato della politica” e fino all’anno scorso è stato direttore del “Secolo”. E’ indagato nell’inchiesta Consip ma — precisa — con due richieste di archiviazione.
Neppure lui rinnega il passato: “Per il centrodestra è stato il punto più alto sul piano dei contenuti, sensibile all’Europa e ai diritti civili, la sua espressione più matura dal Dopoguerra. Ma è stato il punto più basso sul piano tattico: presentare la mozione di sfiducia insieme alla sinistra non è stato compreso dai nostri elettori, e quel passaggio ha inficiato l’intero percorso”.
Un peccato? “Non è la parola giusta. La destra poteva ambire a un percorso più evoluto. Non sono sovranista”. Per quanto: “A FdI do il voto e il due per mille”.
Da Fli a FdI: un tragitto per alcuni
Già : la formazione di Giorgia Meloni è diventata, presto o tardi, punto di approdo di diversi orfani finiani. Con buona pace della presenza di Forza Italia nella coalizione.
Da ultimo il senatore Claudio Barbaro: “Per me è un ritorno a casa”. Rieletto due anni fa con la Lega, Barbaro era tra i “caduti” del 2013.
Gli unici a farcela furono Mario Caruso, Aldo Di Biagio (circoscrizione Esteri) e Benedetto Della Vedova, al Senato con la lista unica che fu l’embrione di “terzo polo”. Ma anche Adolfo Urso, che all’epoca ci rimise la poltrona di viceministro, oggi è senatore con FdI (e del passato non parla volentieri).
O Roberto Menia, ex coordinatore nazionale fliniano oggi responsabile Esteri FdI.
Altri, invece, hanno preso strade diverse.
Fabio Granata, ex vicecoordinatore di Fli, è assessore alla Cultura di Siracusa “in un patto civico alternativo al centrodestra a trazione berlusconiana”.
Su Facebook si definisce “politico, ambientalista, avvocato, scrittore greco romanista, uomo libero”.
Di quei giorni ricorda la partecipazione: “Eravamo acclamati ovunque, dai tetti di Architettura alle manifestazioni del Popolo Viola”. Rivendica di aver “bloccato lo smantellamento del sistema giudiziario”.
Errori? “Se Fini si fosse dimesso un minuto dopo la fallita sfiducia, oggi parleremmo di altro. Esiziale fu poi appiattirci su Monti e Casini, l’opposto di quello che i militanti si aspettavano. A partire dai 10mila di Bastia Umbra. Fu un suicidio politico”. Conclusione agrodolce: “Spero che la nostra battaglia venga rivalutata anche a destra e non giudicata solo attraverso la macchina del fango contro Fini. Avevamo comunque ragione noi”.
Carmelo Briguglio, giornalista e poi vicecoordinatore fliniano, è tornato nella sua Sicilia dove fa parte dello staff di Musumeci.
Sui social traspare la nostalgia: “Ex politico di razza estinta, deputato della Repubblica di un tempo perduto, intellò conservateur”.
Racconta il distacco: “Da tempo ho chiuso con la politique politicienne, traguardi e candidature. Sono sereno, ma manca una vera ricostruzione del senso politico di quella stagione”.
Sbagli? “Ne commettemmo e ne subimmo di maggiori. Non tradimmo nessuno se non, senza capirlo, noi stessi e la nostra natura. I successivi casi Alfano, Bondi, Frattini, Cicchitto, etc sono troppi per non segnalare una questione politica”.
La storia (forse) si ripete
Ma alla base della frattura c’erano – come oggi ricordano in tanti – diversi fattori: la battaglia per una destra sociale e legalitaria, il dibattito sullo ius soli, il caso di Eluana Englaro che aprì un burrone sul campo dei valori e della laicità , ma anche la “prepotenza fagocitante” di Forza Italia e della sua impostazione.
“C’erano da difendere un mondo, delle idee, una storia, una visione dello Stato — fa un’analisi lucida Briguglio – umiliati da una concezione ad personam delle istituzioni. Lo dico senza rancore: non poteva essere la storia missina e di An”.
Due gli errori: “Quello politico fu la mozione di sfiducia, dovevamo uscire dal governo, ma non dal perimetro della maggioranza. Non ne discutemmo, non ho mai saputo dove e da chi fu presa la decisione. E quello culturale ce lo insegna Augusto Del Noce: un’area politica può evolversi, ma sempre nella sua tradizione. Non esiste una “destra di sinistra” e neppure una “nè destra nè sinistra”.
Quanto a Fini “non ero suo amico personale, e non ho mai creduto nel “finismo”. Ma nonostante errori e ingratitudini, è stato un leader importante. Non è stato una parentesi e non potrà essere rimosso dalla storia della destra italiana”.
Alla distanza geografica da quella stagione di Raisi in Spagna fa da contraltare quella politica di Benedetto Della Vedova, ex Radicale che entrò in Fli (diventandone capogruppo) dopo essere già stato “ospite” del PdL come “riformatore liberale”, poi senatore in quota montiana e oggi segretario di + Europa.
“Nessun pentimento, era una fase particolare — rievoca ora – Con Fini ci incontrammo avendo alle spalle storie diverse. In quel momento vedo l’inizio della trasformazione del Dna del centrodestra: dalla rivoluzione liberale e la vicinanza al Ppe al sovranismo di oggi”.
A favorire la scintilla fu un episodio, nei giorni cupi che precedettero la morte di Eluana Englaro, quando il Pdl spinto da Sandro Bondi e Gaetano Quagliariello premeva per un decreto: “Passai la notte fuori da Montecitorio con un cartello che diceva “lasciamola andare”.
L’unico a incoraggiarmi nel centrodestra fu Gianfranco. Vidi da un lato l’embrione di una forza fascio-leghista e dall’altra Sarkozy, Cameron, l’humus della fondazione FareFuturo. Con noi vennero Luca Barbareschi, Chiara Moroni, Alessandro Ruben…”.
Dieci anni dopo, lo sguardo non è cambiato: “Era una battaglia dura ma doverosa. A fine legislatura Berlusconi cadde, ma la sfida per la costruzione di un centrodestra diverso fu perduta. Soffiava già un vento trumpiano ante-litteram”.
Con un paradosso un po’ beffardo: “Oggi Forza Italia è residuale, un piccolo nucleo che si oppone al nazionalismo euro-scettico più vicino a Orban che alla Merkel”.
E dentro gli azzurri, c’è chi progetta una scissione per difendere i propri valori, il proprio passato, l’ancoraggio europeo. Se diventerà realtà , questa è un’altra storia, e non è ancora stata scritta.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
SOLO UN RITUALE DI SOPRAVVIVENZA DI UN CETO POLITICO
È chiaro: è una mossa. Per tenere aperta la crisi strisciante. Evidentemente anche per prendere tempo.
Certo è tattica, in una situazione di dominio assoluto della tattica. Renzi, letti i giornali, decide, col pretesto che il ministro Bellanova è a Bruxelles, di far saltare l’incontro col premier. Poi scrive una e-news in cui maliziosamente loda Draghi, per analisi e visione (che è un po’ come sventolare un drappo rosso nella corrida) e ribadisce che, se non si farà una discussione seria a partire da un documento che presenterà al premier quando sarà , le poltrone delle sue ministre sono a disposizione.
Insomma, Conte sta provando a troncare, sopire, tra predisposizione “ascolto”, “confronto approfondito”, l’altro vuole portare la discussione sul suo terreno, consapevole che questi incontri, così come si svolti finora, non servono a nulla, come raccontano anche i presenti del Pd.
E assicura che fa sul serio: per un po’ il gioco sarà tutto così, incontri, bluff, rilanci, attesa della contromossa; si approverà la finanziaria, poi arriverà il tempo di una “mossa” che spariglia, al momento datata all’inizio del prossimo anno.
E che non è vero ciò che maliziosamente si sussurra nel Palazzo, e cioè che i suoi gruppi sono spaventati dall’eventualità del voto, inducendolo a una retromarcia.
Di mosse a disposizione in questo gioco Renzi ne potrebbe fare parecchie, rispolverando i classici dei “chiarimenti”: c’è sempre un “più uno” giocando sul filo. E figuriamoci se il premier, esperto a sua volta in tattiche dilatorie, ha intenzione, come di dire “vedo”, giocando d’anticipo.
In fondo, basterebbe andare in Parlamento, chiedere un voto di fiducia su un programma e chiudere la storia: o la va o la spacca. Soprattutto se fosse vero ciò che viene detto senza paura del pericolo e cioè che si è pronti al voto (altra chiacchiera tattica).
Morale, direbbe il poeta: qui si ciurla nel manico, tra “tagliandi”, “cambi di passo”, “riassetti”, “chiamate delle energie migliori”, “raccolta dei contributi”, “ricerca delle sinergie”, “tavoli”, “ascolti”.
Con un certo compiacimento dei protagonisti che hanno ritrovato il palcoscenico dell’inconcludenza, al punto che dalle prime pagine dei giornali è scomparsa la parola “morti” e si parla di “verifica” o di tutti i sinonimi possibili della parola bandita che però è l’unica che andrebbe usata perchè di questo si tratta: rimpasto.
Di questo si sta parlando adesso che all’ordine del giorno c’è la discussione sul Recovery: di chi avrà potere per gestire una valanga di soldi. Quali uomini e quali strutture.
Non c’è da scandalizzarsi, la politica è anche questo. Basterebbe chiamare le cose con il loro nome senza l’ipocrisia di una discussione iniziatica.
Se però è solo questo, è la tumulazione della politica, come emerge da tutto il resto. Tutto il resto è la seconda ondata ha fatto pressochè più morti della prima, ma per il premier “le misure stanno funzionando” perchè “abbiamo evitato il lockdown generalizzato”.
E poco importa che le misure in questione per evitarlo, compreso lo spostamento tra comuni diventato oggetto di baratto politico con le opposizioni e date per sufficienti solo una settimana fa al 24esimo dpcm saranno messe in discussione nel 25esimo con la creazione di una zona rossa o arancione per il Natale.
E ancora, tutto il resto è la vicenda del rapporto dell’Oms, in relazione all’aggiornamento del piano pandemico italiano non meritevole di essere chiarita in Parlamento.
Il confronto su come affrontare una terza ondata data per ineluttabile anche dal punto di vista economico fuori dal dibattito politico, come se non fosse politica.
Tutto racconta che dalla cosiddetta verifica è rimosso il tema dell’emergenza sanitaria, ovvero il principio di realtà .
Detta in modo brutale: ci sono i soldi e il potere, meno la salute. A conferma di quel che questa verifica è: un rituale di sopravvivenza di un ceto politico, a prescindere dalla sopravvivenza delle persone. Che, ad oggi, ancora non sanno cosa potranno fare a Natale, ma hanno appreso che a palazzo Chigi ci sono una serie di incontri con i partiti dove non si capisce di cosa si parli, con l’evidente sensazione in questa fase di angoscia di essere in mano a una classe dirigente la cui responsabilità è superiore al proprio spessore, persa nel proprio particolare.
Un vecchio intellettuale francese avrebbe urlato, con una qualche ragione, al tradimento dei chierici.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
LE LORO STORIE DI DOLORE E DISPERAZIONE RACCONTANO LA SOLIDARIETA’ REALE CHE SI FA NON SOLO CON IL DENARO
Luigi Ronzulli, fondatore della Cascina Solidale Marchesa, mi spiega con semplicità la ragione
d’essere di questo luogo speciale. “Abbiamo cominciato a ricevere — mi racconta — continue richieste d’aiuto da parte di persone in gravissima difficoltà , dimesse dai reparti ospedalieri in cui erano ricoverate per problemi molto lievi a causa del Covid. Qui hanno trovato, anche grazie alla disponibilità di altri ospiti della cascina, la possibilità di trovare una quotidianità , una compagnia e una presenza di persone e di affetto che li riporta alla vita”.
Luigi Ronzulli, infermiere, non è nuovo a queste iniziative di solidarietà e l’ho conosciuto per la prima volta quando mi ha aperto le porte della Casa dei Padri Separati, l’unica a Torino ad occuparsi di padri in emergenza abitativa.
Anche questa Cascina è sostenuta da privati e con un contributo della Città di Torino.
Ho parlato con Carlo (nome di fantasia), un passato da senzatetto anche lui, che ha trovato nella Cascina una missione esistenziale, in grado di riportarlo indietro da un baratro di parole non dette, di promesse non mantenute e di vita in mezzo alla strada.
“Questo luogo — mi ha spiegato — mi consente di darmi agli altri, di aiutarli, mettendomi alle spalle tutti i problemi organizzativi e pratici che comporta la vita. Qui posso solo concentrarmi ad aiutare gli altri e questo mi basta. Adesso questo è un posto che ripara le persone, in futuro sarà una stampella momentanea per chi è in difficoltà ”
Proprio la metafora della stampella mi aiuta a capire perchè la Cascina Solidale, invece che una eccellente idea di un gruppo di volontari, non sia un progetto nazionale e applicato con costanza in tutto il paese per il recupero di persone spezzate, come le definisce Carlo.
“Questi luoghi — mi conferma Luigi Ronzulli — sono nati perchè le leggi dello Stato hanno dei vuoti tra un momento e l’altro del percorso di recupero di una persona. Prendiamo ad esempio il reddito di cittadinanza, che aiuta chi non ha nulla. Se non hai un domicilio non puoi riceverlo. Qui, oltre alle altre cose, diamo un domicilio a chi non ce l’ha, consentendogli l’accesso al Reddito di Cittadinanza”.
Magari bastassero i soldi. Non riesco che pensare a questo mentre mi scorrono di fronte agli occhi le immagini di queste vite compromesse, che tentano la salita della difficile china del recupero alla normalità .
Come la vita di Osvaldo, 65 anni, che ha passato molto tempo tra dormitori e problemi di alcolismo che in ultimo lo avevano condotto a vivere in ospedale.
Il Covid lo ha spinto fuori ed è stato accolto qui, ma la strada ha lasciato un segno indelebile sulla sua mente, causandogli dei lievi problemi alla memoria a breve termine. Le sue due figlie non lo vengono a trovare, forse non sanno nemmeno dove sia, e qui alla Cascina ha trovato una regolarità che lo aiuta a ritrovare la sua dignità , a dargli (per usare le parole di Luigi Ronzulli) un “motivo per alzarsi dal letto la mattina”
(da Fanpage)
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