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SILERI: “IL VACCINO PER GLI OVER 80 SLITTA DI UN MESE”

Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile

DA DOMANI LE DOSI A DISPOSIZIONE SARANNO IMPIEGATE PER EFFETTUARE I RICHIAMI… PER IL RESTO DELLA POPOLAZIONE I RITARDI SARANNO DI CIRCA 2 MESI

Le riduzioni di dosi comunicate da Pfizer e da AstraZeneca “faranno slittare di circa quattro settimane i tempi previsti per la vaccinazione degli over 80 e di circa 6-8 settimane per il resto della popolazione. Da domani le dosi a disposizione saranno utilizzate anzitutto per effettuare il richiamo nei tempi previsti a coloro che hanno già  ricevuto la prima somministrazione, cioè soprattutto per gli operatori sanitari”. Così il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri a ‘Domenica In’ su Rai1.
“Tra due settimane, se tutto va bene – ha aggiunto Sileri – avremo un mercato con i tre vaccini: il che significa riprendere con maggior forza, completare la vaccinazione per i medici e gli infermieri e cominciare con gli over 80”. “Questo tipo di rallentamento – ha poi conlcuso – coinvolge tutta l’Europa e buona parte del mondo, ma confido che il ritardo possa essere colmato più avanti”.

(da agenzie)

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ANCHE BRUSAFERRO SBUGIARDA FONTANA: “POLEMICHE INACCETTABILI”

Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile

“TUTTE LE REGIONI HANNO AVUTO UN SOFTWARE PER FARE LE PROPRIE VERIFICHE”

Le smentite a Fontana non si contano più.
Del resto se fosse vero che ad essere sbagliato è l’algoritmo come mai con tutte le regioni italiane tutto funziona alla perfezione mentre il caos c’è stato solo per la Lombardia?
“Sono stati loro a contattarci per chiedere di fare approfondimenti su alcuni indicatori. Gli abbiamo dato alcune informazioni assieme alla Fondazione Kessler. La Regione Lombardia il 20 ha poi caricato i suoi dati sul database dell’Istituto come ogni mercoledì. Venerdì mattina, l’altroieri, hanno scritto una mail al ministero e all’Istituto per chiedere di ricalcolare l’Rt della settimana precedente, la numero 35 del monitoraggio, con i dati di questa, la 36. Ripeto: il ricalcolo ce lo ha chiesto la Regione Lombardia”.
Lo ha affermato Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità , membro della Cabina di regia e del Cts.
“Il sistema funziona allo stesso modo da 36 settimane per tutta Italia. Le variabili su cui si basa e il metodo di calcolo sono trasparenti – ha evidenziato Brusaferro – Nei primi giorni non abbiamo avuto contestazioni e queste polemiche sono inaccettabili: il nostro è un lavoro scientifico al servizio del Paese. Tutte le Regioni hanno avuto oltre al metodo per calcolarlo anche un software per fare le proprie verifiche. È tutto condiviso. Si tratta di un meccanismo trasparente, noto e standardizzato a livello internazionale: è rintracciabile da ognuno sul sito dell’Istituto”.
“Le polemiche non sono accettabili e non mi sono proprie. L’Istituto è l’organo tecnico scientifico a servizio del servizio sanitario e dell’intero Paese . Ho grande stima dei colleghi lombardi e della loro professionalità , che non metto in discussione. Il sistema di monitoraggio è trasparente e funziona grazie all’impegno di tutti colleghi da 36 settimane, per tutte le Regioni allo stesso modo”, ha concluso Brusaferro.

(da agenzie)

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LETIZIA MORATTI, LA LADY DI FERRO CON LA MENTALITA’ DA FABBRICHETTA CHE RISCHIA DI FAR RIMPIANGERE GALLERA

Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile

PRIMA LA STORIA DEL VACCINO CON IL PIL, ORA LA ZONA ROSSA PER ERRORE CHE NON VUOLE AMMETTERE

Dov’è finita donna Letizia? L’avevano chiamata per ristabilire un minimo di ordine nella sua amata Lombardia funestata dal Covid, e non sembrava neanche troppo difficile dopo il disastro del tandem Fontana-Gallera, eppure per ora sembra non azzeccarne una.
“Prima la storia dei vaccini col pil, poi la ‘settimana rossa’ per errore: è stato un uno-due da ko”, ci dice Luigi Crespi, che la Moratti la conosce bene, avendoci lavorato dai tempi di viale Mazzini, per seguirla a viale Trastevere e anche a San Patrignano, nel passaggio di testimone da Muccioli padre a Muccioli figlio. “Mi ritengo un morattiano, anzi un morattista convinto”.
Ebbene, ci ripetiamo, che sta succedendo alla dottoressa Moratti, prima presidente donna nella storia della Rai, prima e unica sindaca di Milano, già  ministra tostissima dell’Istruzione e manager di un certo successo? Ha perso il suo tocco magico? Il “soave pugno di ferro”, come lo chiamava il suo caro amico Indro Montanelli?
Perchè più che “Margaret” – Berlusconi la definiva così, e non era mica poco, ma lei non gradiva – più che la Thatcher, oggi la “dottoressa” Letizia sembra rappresentare alla perfezione la classica “sciùra”, una signora della Milano bene alle prese con improvvide scocciature, noie quotidiane da scrollarsi di dosso: un po’ l’eterna seccata Mariangela Melato che sfancula con classe i Giancarlo Giannini di tutto il globo.
Oh intendiamoci, nulla di offensivo. Anzi, l’appellativo è di riguardo: per dire, sciùra di successo è la Miuccia (Prada) che in azienda chiamano “signora”, o ne è stata icona la grandissima Franca (Valeri). Insomma, un mix di rigore, acume, indipendenza, risotti, foulard e decisionismo elegante (pare esista anche un “biondo alla milanese”). Una Thatcher allo zafferano.
Prendiamo la frase sui vaccini. “I want my money back!”, disse quella nel ’79, appena arrivata a Downing Street, a un’Europa da cui già  prefigurava una Brexit.
“Vanno distribuiti in base al Pil”, ha detto la neo assessora al welfare, parole un po’ dal sen sfuggite un po’ no. Rivelatorie di una certa mentalità  da fabbrichetta, del lavoro prima di tutto, del “ghe pensi mi”, tutte cose affondate da diverse ondate di pandemia.
C’è la famosa battuta che descrive il tutto. “Una che deve andare a comprare un mazzo di fiori per il compleanno di un’amica, che scende dal fioraio, e si presenta con 500 euro”.
Insomma c’è tutta una questione di sovrapprezzo, forse frutto di un errore di valutazione politica – “è ora la persona giusta al posto giusto?” – che la sciùra Moratti deve pagare. Specialmente nell’era del risentimento totale dei social, dove è un attimo che finisci in parrucca e crinoline da Maria Antonietta, a dispensare vaccini ai poveri come fossero brioches.
Perchè essere brutali ha un costo, ma bisogna poterselo permettere. Un conto è essere la “figlia di un droghiere” un altro è essere rampolla di una famiglia della alta borghesia meneghina. Una che nasce Letizia Maria Brichetto Arnaboldi, che nel salotto di nonna Mimmina, piazza San Babila, frequentato in passato da Benedetto Croce, vedeva conversare amabilmente Riccardo Bacchelli, Eugenio Montale, Guido Piovene e appunto Montanelli.
Una dall’educazione dura e percorso serrato, come si conviene.Collegio delle Fanciulle, il sogno della danza classica alla Carla Strauss, laurea a 21 anni in scienze politiche: “Era un venerdì”. Il lunedì è già  assistente all’università . Dove i suoi non erano nemmeno tanto convinti che lei dovesse andare. Ecco, la famiglia di peso a cui rendere conto, specialmente se tuo padreè un rigoroso broker che ha fatto la Resistenza, “partigiano bianco”, aristocratico, deportato nel lager di Dachau, liberato dalle truppe del generale Patton. Tipo tosto, come minimo.
“Mio padre era severissimo. L’ultimo ceffone me lo diede che avevo ventun anni. Era la notte di Italia-Germania 4 a 3. Il centro era bloccato dai festeggiamenti, così io mi fermai fino a tardi a casa dei miei futuri suoceri. Davo per scontato che mio padre condividesse quell’euforia. Invece si preoccupò e reagì male”.
Poi c’è anche una giovinezza all’altezza delle aspettative. Racconta in “Io, Letizia”, biografia autorizzata del 2011, di una ragazza che a Saint-Tropez, vestita da hippy, faceva l’alba ballando con Alain Deloin, Brigitte Bardot e il playboy Gigi Rizzi. Una quindicina di fidanzati prima di incontrare l’amore della sua vita, Gian Marco Moratti, figlio di Angelo, petroliere, presidente dell’Inter.
“A un cocktail da amici. Io avevo 18 anni. Lui era un industriale già  affermato”. Parlano per tutta le sera di filosofia, confessa anni dopo. Comunque si sposano, nel ’73, quando il divorzio non c’era ancora e lui aveva due figli dalla prima moglie, la giornalista Lina Sotis, matrimonio annullato dalla Sacra Rota. Negli stessi tempi Letizia apre con un prestito una società  di brokeraggio, sulle orme del padre. “Di tutte le amiche, ero l’unica che lavorava”.
Le chiederà  Candida Morvillo, anni dopo: “Non ne aveva bisogno. Perchè ci teneva?”. Risposta: “Mi piaceva, ma la leva era l’indipendenza”. Di qui la separazione dei beni col ricco coniuge, “era il mio modo per dirgli ogni giorno che lo sceglievo perchè era lui”.
Indipendente, sicura di sè, continua a prendere decisioni in prima persona, a cambiare lo smalto ogni settimana (dal nero all’arancione), e nel frattempo fa due incontri decisivi.
Il primo con Vincenzo Muccioli e la sua ‘SanPa’, tornata sulla bocca di tutti per la serie Netflix di questo inizio anno, che i Moratti non abbandoneranno mai al suo destino, anche molto controverso. “Siamo arrivati nel settembre del 1979. — racconta a Elisabetta Soglio, sul Corriere – C’erano una quindicina di ragazzi ospitati e quella è diventata la nostra seconda casa: vivevamo in una roulotte con Gian Marco e i miei figli e per 40 anni tutti i nostri weekend, ogni Natale, Pasqua e ogni vacanza estiva noi siamo stati lì, con i ragazzi”.
Il secondo incontro è con la politica, quindi, poichè siamo negli anni Novanta a Milano, con Silvio Berlusconi. Che la vuole alla presidenza della Rai negli anni sacrèes della discesa in campo. Un biennio di fuoco e fiamme a viale Mazzini, la battaglia che le è rimasta più dentro, come confessa a Stella Pende nel 2013. “Perchè la Rai è tutto: servizio pubblico, cultura, immensa qualità  umana e professionale”.
Poi arriva il ribaltone e durante la traversata nel deserto del Cav, si parla di lei come traghettatrice di Forza Italia. Insomma, la Letizia Moratti politica funziona.La sua ascesa sembra ineluttabile. Nel 2001, poco prima di diventare il ministro della riforma scolastica che farà  incazzare tutto il mondo scolastico, dichiara ad Alain Elkann: “Non cerco incarichi pubblici nè visibilità . Succede perchè a un certo punto diventa inevitabile, però ho detto molti più no che sì nella mia vita.”
Il primo sponsor della “dottoressa” è suo marito Gian Marco che per lanciarla a Palazzo Marino nel 2006 si espone: “Ho trascorso con lei 36 anni felici e spero possa diventare sindaco di Milano perchè potrà  fare del bene a tante persone perchè è una grande lavoratrice”. E ancora: “Mia moglie è così grande che non può sprecarsi a fare soldi privatamente, deve fare qualcosa per la comunità ”.
In effetti il profilo da “civil servant” le si addice e proprio con una “lista Moratti” – e diversi milioni di budget elettorale in più dell’allora competitor, l’ex Bruno Ferrante —nel 2006 conquista Milano alla prima botta. E alla sua città , oltre all’Ecopass, alla crescita economica, a polemiche per sgomberi di campi rom,un parco Bettino Craxi (non realizzato) e un’inchiesta per “incarichi d’oro”, regala l’Expo 2015, il volano del miracolo della città  nuova, verticale e vincente pre pandemia.
“Mica una roba da poco, — commenta Luigi Crespi — ma l’esito di un percorso di anni, che va da Craxi a Prodi, immaginato, voluto e conquistato. Lì si che ha avuto il modo di farsi valere come ottima manager e di rappresentare Milano nel mondo con grande efficacia”.
È proprio presentando l’Expo a Tel Aviv che il quotidiano israeliano Haaretz rimane talmente affascinato da indicarla come la leader della destra italiana dopo Berlusconi, addirittura la “nuova Angela Merkel” italiana.
Ma è solo un’altra etichetta da lei rifiutata con un mix di acume politico e noncuranza: “Non so nemmeno se l’Italia sia pronta ad avere una Angela Merkel”. In effetti, e peccato per lei, non sappiamo quanto per il Paese, gli anni successivi confermano il suo pessimismo.
Nonostante la sua buona volontà , complice una tragica campagna elettorale tesa a demonizzare il mite Pisapia, forse anche per l’adesione troppo esplicita a un Popolo della libertà  divorato dal Cav in declino, – siamo nell’anno orribile del 2011- il bis a Palazzo Marino non le riesce.
Da brava analista di bilanci, Letizia Moratti traccia il suo e decide di abbandonare Pdl, consiglio comunale e la politica attiva. Seguiranno dieci anni dedicati alla sua SanPa, alla E4Impact Foundation, per formare giovani imprenditori in Africa, la scomparsa dell’amato Gian Marco, e la presidenzadella Ubi Banca, che lascerà  la scorsa estate.
Qualche mese prima di ridiscendere in campo, direttamente nel ginepraio della Lombardia colpita al cuore dal Covid. Non sono in pochi a domandarsi, perchè, a 71 anni, buttarsi a capofitto in un’impresa del genere. Alessandro Sallusti sul Giornale scrive che “non aveva certo bisogno nè per vivere nè per esistere di impelagarsi nella più rognosa delle avventure oggi possibile”.
Insomma, perchè? Proviamo a farci illuminare dal “morattista” Luigi Crespi: “Se il problema è recuperare la relazione sentimentale con i lombardi, la situazione è disperante. Siamo di fronte a una rottura emotiva e fiduciaria che non si recupera più per quello che è successo in questi mesi”. O perlomeno, per provarci davvero, “bisognerebbe trovare un codice diverso che prescinda dalla sola comunicazione della capacità  amministrativa, del buon governo. Per dire, proprio stamattina in un centro commerciale ho visto dei negozianti che piangevano. Che già  non ce la facevano più. E se ora rimane il dubbio che la settimana di lockdown sbagliata sia stata per un errore della Regione, non glielo perdoneranno mai”.
Siamo alla domanda di partenza, all’opportunità  di Salvini, stavolta più che di Berlusconi, di spendere una figura come la sua. “Letizia Moratti era la persona giusta per rendere efficiente il sistema. È testarda e competente, ma l’empatia è un’altra cosa. La sensazione è che si sia chiesto a dei giocatori di hockey, pur bravi, di giocare a calcio”.
Eppoi, “ha bisogno di tempo. Temo non ci sia”. Ecco, a proposito di tempi, chiediamo se è sensato parlare di una sua candidatura alla Regione, tra due anni. “Due anni? Ma perchè così tanto?”.

(da “Huffingotonpost”)

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VACCINI A PARENTI E AMICI, MANAGER E POLITICI: IL NAS INDAGA SU 540 DOSI “ABUSIVE”

Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile

CASI IN TUTTA ITALIA, INDAGANO LE PROCURE DI MODENA, RAGUSA, REGGIO EMILIA, FORLI’, TRAPANI E PALERMO

Il Nas indaga su 540 dosi somministrate abusivamente a parenti e amici: cinque procure hanno aperto inchieste sui destinatari delle dosi, tra i quali figurano commercialisti, sindaci, politici, manager, parenti, amici. Lo scrive Repubblica.
Per esempio nel palermitano, su 1.121 vaccinazioni effettuate (dati aggiornati al 21 gennaio) all’Ospedale Madonna dell’Alto di Petralia Sottana ce ne sono 333 sotto inchiesta. E asi simili si registrano lungo tutta la penisola:
Ad oggi i carabinieri del Nucleo Antisofisticazione guidati dal generale Paolo Carra stanno facendo approfondimenti su 540 dosi arbitrariamente erogate in alcuni centri del territorio nazionale.
Le procure di Modena, Ragusa, Reggio Emilia, Forlì, Trapani e Palermo hanno disposto indagini per valutare se, oltre all’inopportunità  di superare in lista di attesa i soggetti più esposti al rischio contagio, si possa ravvisare il reato di abuso di ufficio.

(da agenzie)

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L’EX AMBASCIATORE ARAGONA: “CON NAVALNY IL CREMLINO SI E’ SPARATO SUI PIEDI”

Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile

“MA LA FINE DI PUTIN E’ ANCORA LONTANA”

Giancarlo Aragona è arrivato a Mosca da ambasciatore italiano proprio nell’anno in cui Boris Eltsin si dimise da presidente, nominando Vladimir Putin suo successore.
Da allora Putin non ha mai dovuto fare i conti con una vera opposizione, ma l’arresto del suo principale antagonista Alexei Navalny, tornato in Russia dopo cinque mesi di convalescenza in Germania per avvelenamento, ha visto scendere in piazza decine di migliaia di persone in oltre 80 città .
Durante le proteste almeno 2mila persone sono state fermate dalla polizia. «Sono manifestazioni imponenti che lanciano una sfida e che rappresentano un atto di coraggio e trasmettono un inquietante messaggio al Cremlino — commenta Aragona, che è stato presidente dell’Ispi e ha recentemente curato l’edizione di un volume sulla Russia post-sovietica -. Il malessere non è più limitato alle grandi città  e si diffonde in qualche misura anche nella Russia “profonda”. C’è un movimento di protesta che si sta allargando in maniera significativa vedendo in Navalny il proprio portabandiera».
Ambasciatore, possiamo dire che con l’arresto di Navalny il Cremlino ha fatto un autogol?
«Sicuramente si è sparato sui piedi, ma è coerente con l’approccio politico del Cremlino. Il segnale che lanciano è che non si piegano davanti a queste sfide. Sapevano benissimo che avrebbero scatenato manifestazioni e possibili sanzioni arrestando Navalny, ma non ritengono di poter mostrare cedimenti. Per questo anche le repressioni delle manifestazioni sono forti. Il segnale è: “Non cediamo alla piazza”».
Dopotutto Navalny non gode di un seguito enorme in Russia.
«Si, però è comunque in grado di mobilitare persone in 80 città , da Mosca all’estremo Oriente. I russi hanno una visione molto realista della storia: pensano che le aperture rappresentino il momento più pericoloso per i regimi, in cui non è più possibile utilizzare gli strumenti “antichi” ma neppure fare un passo troppo lungo in avanti, perchè il rischio sarebbe di rimanere travolti. Inoltre, si mira ad accreditare l’idea che Navalny sia aiutato da forze ostili estere che cercano di indebolire la Russia. C’è un altro elemento poi, la Cina…».
Ovvero?
«Guardando alla Cina nei leader russi sembra consolidarsi l’illusione che si possa coniugare uno straordinario dinamismo economico con uno Stato autoritario, anche se il modello russo non potrebbe seguire quello cinese per le profonde differenze storiche e culturali dei due popoli».
Le autorità  russe sostengono che Navalny recluti seguaci tra giovani “problematici“. È così?
«È indiscutibile che le giovani generazioni maturano più rapidamente una crescita della coscienza civile, ma c’è un vasto coinvolgimento di più ampi settori della popolazione che reclama una più genuina partecipazione politica, la fine della corruzione e un sistema economico più dinamico e aperto. La Russia viene spessa dipinta come un Paese dominato da pochi oligarchi. È anche vero, però, che la diffusione delle imprese e dell’attività  economica si è allargata e che si sta consolidando una classe media imprenditoriale e professionale in tutto il Paese. Tutto questo inevitabilmente impatterà  sulle dinamiche sociali e sulle interrelazioni con il potere».
Le radici delle manifestazioni dunque vanno ricercate nelle ambizioni di questa classe? Hanno una matrice economica?
«La protesta sembra indirizzarsi innanzitutto contro la carenza di democrazia che a sua volta genera corruzione e accaparramento di risorse da parte di una cricca di oligarchi. Questo è un male antico, perchè gli oligarchi sono nati con la fine dell’Unione sovietica, non sono un’invenzione di Putin. Putin, quando è andato al potere, ha puntato in parte su oligarchi diversi: quelli che oggi sono i più influenti non sono gli stessi del primo decennio del post-sovietismo».
Putin è stato rieletto nel marzo del 2020 con il 77% dei voti. È davvero così amato?
«La sua popolarità  è genuina, anche se è difficile giudicare se sia quella espressa dalla percentuale dei voti. Putin assicura la stabilità  — è il suo slogan peraltro — e i russi hanno il culto della stabilità  sociale ed economica. Si avvantaggia anche del fatto che un blocco di potere consistente lo sostiene anche per il proprio tornaconto economico. Ma la sua è una popolarità  declinante, un po’ per ragioni fisiologiche, visto che sono oltre 20 anni che Putin è al potere, e un po’ perchè la crescita della società  civile russa esige un processo di rinnovamento. Si manifesta quindi un’opposizione crescente nelle piazze attorno a Navalny, ma che mira anche ad esprimersi nelle prove elettorali».
A proposito di elezioni, a settembre si terranno le elezioni legislative. Le manifestazioni di oggi si spegneranno nelle urne?
«Non penso che a breve ci possa essere una modifica sostanziale del contesto politico, anche se è ragionevole immaginare un calo di consensi per Russia Unita [il partito di Putin e di Dimitri Medvedev ndr]. Le manifestazioni avvengono in un momento in cui il futuro costituzionale della Russia è sospeso e le incertezze sulle intenzioni di Putin sono molte. Chi potrebbe prenderne il posto? Come si strutturerebbe una Russa post-putiniana? Tutto ciò porta a pensare che il Cremlino cercherà  di mantenere la situazione sotto stretto controllo, finchè non si chiariranno le prospettive della transizione. E per il momento non ci sono ancora segnali che un successore di Putin stia emergendo».

(da “Huffingtonpost”)

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DOPO L’ARRESTO DEL NEONAZISTA DI SAVONA SI INDAGA SU 400 ISCRITTI AL SUO CANALE TELEGRAM

Gennaio 24th, 2021 Riccardo Fucile

RISCHIANO TUTTI UNA DENUNCIA

Altro che lupo solitario: il giovane Andrea Cavalleri, suprematista 22enne arrestato a Savona nel corso di un’operazione antiterrorismo, era riuscito a costruire una rete con oltre 400 iscritti nel suo canale sull’app di messaggistica Telegram, chiamata “Sole nero”. Un forum sotterraneo per condividere frasi di Hitler e Mussolini, questionari sulla razza ariana e altri messaggi intrisi di odio, principalmente contro ebrei, neri, omosessuali e donne, ma anche per preparare il terreno per possibili attentati, come alla Sinagoga di Roma.
Dopo aver arrestato Cavalleri, insieme a un diciassettenne di Torino, con l’accusa di pianificare azioni militari suprematiste per eliminare «neri, gay ed ebrei» — i due si scambiavano anche messaggi in cui discutevano su come creare un ordigno esplosivo -, adesso gli agenti indagano proprio sui membri di quella chat che rischiano quantomeno una denuncia penale per apologia del fascismo.
Le perquisizioni, oltre all’abitazione di Cavalleri, sono scattate in provincia di Genova, Torino, Cuneo, Cagliari, Forlì-Cesena, Palermo, Bologna e Perugia stando a quanto scrive La Stampa.
Nelle chat infatti gli inquirenti hanno trovato istigazioni a commettere atti terroristici, come i massacri nelle scuole, anche se l’obiettivo principale rimaneva quello di guidare una rivoluzione contro «lo Stato occupato dai sionisti», reclutando più volenterosi possibili. Tra gli eroi di Cavalleri troviamo, oltre ai gruppi nazisti o neonazisti, come l’AtomWaffen Division, creata nel 2015 nel Sud degli Stati Uniti, l’italiano Luca Traini, che nel febbraio del 2018 si era reso protagonista di una sparatoria a sfondo razziale e Brenton Tarrant, l’attentatore di ChristChurch che uccise 51 persone in un attento nel 2019.
Anche se non risultava iscritto a nessuno partito o movimento neofascista, sul suo profilo Facebook Cavalleri si mostrava con la maglietta degli ZetaZeroAlfa, la band musicale di CasaPound Italia fondata nel 1997 dal pregiudicato Gianluca Iannone, leader del movimento dei «fascisti del terzo millenio», come si auto-definiscono i militanti di CasaPound.
La “conversione” di Cavalleri, che campava vendendo cimeli del Ventennio, sarebbe avvenuta negli ultimi tre anni, dopo aver lasciato il liceo classico Chiabrera a Savona. In un’intervista a La Stampa, il presidente del liceo Alfonso Gargano ha raccontato come da studente il ragazzo avesse persino ottenuto «un viaggio premio ad Auschwitz con la scuola» grazie a un tema con cui aveva vinto il concorso organizzato dal Consiglio regionale ligure sul Giorno della memoria. «Un caso da manuale» di criminologia, il commento del preside.

(da agenzie)

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DUE MOSSE PER SALVARE CONTE: UN SEGNALE SULLA PRESCRIZIONE E UN DECRETO LEGGE SULLA GIUSTIZIA CIVILE

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

GOVERNO AL LAVORO PER EVITARE DI ANDARE SOTTO GIOVEDI’ SULLA RELAZIONE GIUSTIZIA DI BONAFEDE

Un “segnale politico” sulla prescrizione e un decreto sulla giustizia civile: ecco il sentiero, ancora da costruire, per sminare l’ultimo scoglio sulla navigazione di Giuseppe Conte. L’appuntamento con il voto parlamentare sulla relazione del Guardasigilli Alfonso Bonafede è lo spauracchio dei giallorossi mentre l’operazione “responsabili” non decolla. Mercoledì pomeriggio alla Camera, mentre al Senato potrebbe slittare a giovedì – deciderà  la capigruppo – ma non oltre.
Un margine molto ristretto per trasformare la prospettiva di una sfida all’Ok Corral in “occasione di dialogo trovando una soluzione politica”, come spiega uno dei “pontieri” in prima linea.
Il tema della giustizia è dirimente per allargare (o far saltare) la maggioranza, Bonafede è l’uomo simbolo di un irrigidimento della prescrizione indigesto a renziani, centristi e forzisti. Cioè proprio quelli che servono per tenere in sella il premier.
L’allarme è alto e parte dal Nazareno: “Serve un segnale politico forte, un’iniziativa del governo e del ministro sennò si va a sbattere”.
Walter Verini avvisa: “Si apra una fase nuova, investimenti e riforme per tempi ragionevoli dei processi, sei anni per quelli civili. Spero in segnali dalle forze politiche responsabili”. Una mediazione in grado di “convincere” ad astenersi se non Renzi almeno una parte dei suoi parlamentari.
Conquistando Sandra Lonardo e qualche altro garantista incerto. Ore frenetiche di telefonate e di ipotesi sul tavolo. A via Arenula lavorano su un testo farcito di numeri e tutto proiettato sul 2021: con il Recovery Fund ci saranno 2,7 miliardi per oltre 20mila assunzioni.
Poi c’è il versante riforme: la prospettiva di un decreto per accelerare sulla giustizia civile (che va piano alla Camera, il primo febbraio scade il termine per gli emendamenti in Commissione) con dentro giudici onorari e modifiche della disciplina concursuale per le imprese, temi cari a Iv e Forza Italia. “Sarebbe assurdo buttare le riforme con l’acqua sporca” argomentano i grillini.
Il Pd chiede di più: vuole un segnale proprio sulla prescrizione. Non basterà  omettere qualsiasi riferimento al tema, dato che l’amministrazione della giustizia nel 2020 non ha avuto profili relativi ad essa. Servirà  un “ammorbidimento”. L
e modalità  sono ancora al vaglio. Magari quella commissione di verifica ad hoc sugli effetti della riforma chiesta dagli uomini di Renzi.
O addirittura un “congelamento” delle nuove regole fino alla riforma complessiva del procedimento penale, che abbreviando radicalmente i tempi cambierebbe il sistema spuntando le accuse di giustizialismo. Sullo sfondo, il doppio binario tra assolti e condannati in primo grado, che però non piace a tutti.
Trattative complesse. Mentre lo scenario tutto intorno resta bloccato. L’operazione “responsabili” è in stallo, ed è difficile che da Forza Italia qualcuno possa staccarsi per “promuovere” l’operato di un ministro della giustizia considerato “ultra-giustizialista”.
Già  la centrista Binetti ha avvisato: “Voteremo no, a maggior ragione dopo la vicenda Cesa, poi la storia cambia”.
Mentre il Nazareno continua a stoppare le pulsioni di un’ala Dem che vorrebbe “evitare di morire contiana”. Ma da Zingaretti a Orlando fino a Franceschini si ripete che l’attuale premier è “un punto di equilibrio” e dopo di lui ci sono solo le elezioni.
Mantra, quello delle urne, ribadito oggi anche dai Cinquestelle e da Silvio Berlusconi. Una drammatizzazione per stanare i “dormienti”, certo, ma anche un’opzione non escludibile: “Il centrodestra unito è appena salito al Quirinale per chiedere le elezioni. Mattarella ha preso nota. Se Conte salta, non potrà  non tenerne conto” ragiona un deputato.
Ecco perchè l’obiettivo minimo, ora, è superare il passaggio di Bonafede a Palazzo Madama per poi ricominciare ad allargare la maggioranza.
Si punta a un via libera grazie all’incrocio di assenze e astensioni, purchè si eviti di urtare suscettibilità . Al “cantiere” partecipano, oltre a Bonafede in prima persona, il sottesegretario Dem Andrea Giorgis, Federico Conte di Leu, il presidente grillino della commissione Giustizia Mario Perantoni, il Dem Verini, che da tesoriere continua a dare una mano su questi temi.
Il ministro in aula snocciolerà  quello che l’Italia rischia di perdere: 2,7 miliardi di euro dall’Europa, 2,3 dei quali da usare per oltre 20mila assunzioni (16mila addetti all’ufficio per il processo, 2mila magistrati aggregati per abbattere l’arretrato, 100 magistrati onorari ausiliari per il contenzioso tributario, 4mila personale tecnico tra informatici, architetti, ingegneri statistici) più 450 milioni per l’edilizia giudiziaria.
Ma il problema, si sa, è politico. “Se anche dicesse solo: buonasera, vi consegno la relazione scritta, le relative risoluzioni andrebbero comunque al voto” ragiona un Dem. Ecco allora il doppio possibile affondo: la spinta ad accorciare (finalmente) i processi civili, cioè la principale richiesta fatta da Bruxelles per avere accesso ai soldi del Recovery. E il “segnale politico” sulla prescrizione. La riforma del processo penale si muove, in parallelo, al Senato. Ma qui intervenire per decreto provocherebbe obiezioni di costituzionalità  e — probabilmente — i i rilievi del Colle.

(da “Huffingtonpost”)

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LA REGIONE CHE NON SA FARE I CALCOLI E IL GOVERNATORE CHE NON HA LA DIGNITA’ DI ANDARE A CASA

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

NONOSTANTE I DOCUMENTI LI INCHIODINO, FONTANA E LA MORATTI NON AMMETTONO DI AVER CAUSATO UN DANNO DI 600 MILIONI AI LOMBARDI… E LA RETTIFICA LA CHIAMANO “INTEGRAZIONE”

La mesta storia della Lombardia alle prese con la pandemia è “finita” con l’unico epilogo possibile: la Lombardia ha fatto ricorso contro se stessa.
Sì, perchè pare ormai certo che se la regione governata da Attilio Fontana è stata zona rossa dal 17 gennaio non perchè l’indice rt fosse quello di Manaus, ma perchè in Lombardia hanno fatto male i calcoli.
Insomma, si sono sbagliati. Avrebbero, in pratica, continuato a conteggiare come positivi quelli che dopo tre settimane potevano ritenersi guariti anche senza tampone di controllo.
Ovviamente, la vicenda ha risvolti meravigliosi, perchè preceduta dal ricorso al Tar di Fontana con tanto di dichiarazioni vittimistiche quali “Questa è una punizione, i lombardi sono stati bravi!”.
I lombardi sono stati bravi scolaretti, certo, mentre la Regione non sapeva neppure fare i conti giusti. Quando arriva la risposta del ministero della Salute che fa notare gentilmente a Fontana “avete sbagliato i numeri”, Fontana e la Moratti saltano sulla sedia. “Ma come vi permettete, sappiamo tutte le tabelline fino a quella del sette!”.
Insomma, dicono che non hanno sbagliato proprio un bel niente. A quel punto, Roberto Speranza, uno che ha la faccia di quello che s’è incazzato l’ultima volta quando gli si è macchiato con la Coca Cola il vestito della prima comunione, si incazza.
«La relazione dell’Istituto superiore di Sanità  è chiarissima. La Regione Lombardia, avendo trasmesso dati errati, ha successivamente rettificato i dati propedeutici al calcolo del Rt e questo ha consentito una nuova classificazione» ha detto. «Senza l’ammissione di questo sbaglio non sarebbe stato possibile riportare la Lombardia in zona arancione» ha continuato Speranza, «questa è la semplice verità . Il resto sono polemiche senza senso che non fanno bene a nessuno. Soprattutto a chi le fa».
Allora Fontana, non potendo più scaricare gli errori su Gallera e se prova a farlo con la Moratti si ritrova a fare l’oss in una rsa, dice che non si tratta di rettifiche, ma di “aggiornamenti”.
In pratica hanno aggiornato il ministero sul fatto che avevano mandato i numeri sbagliati.
Dunque, quelli che pensavano di dare la precedenza dei vaccini alle regioni più produttive, probabilmente avrebbero sbagliato i conti del pil e l’Abruzzo sarebbe stato vaccinato prima della Lombardia.
Li avevamo criticati senza valutarlo. Fatto sta che se questa ricostruzione sarà  confermata definitivamente, il problema per la Lega è serio: il partito sostenitore dell’#ioapro grazie soprattutto all’endorsement di Matteo Salvini, il partito dalla parte degli imprenditori vittime dei dpcm del governo, ha danneggiato gli imprenditori per via di un errore gravissimo e grossolano.
Un errore dovuto proprio all’incapacità  in Lombardia di monitorare i contagi e i cittadini che sono rimasti (contagiati) a casa per le quarantene. Le conseguenze dell’incapacità  ormai endemica della regione e di Ats nel vigilare sui singoli, ha portato non solo ai disastri della prima ondata che sono costati morti e contagi, ma anche a un danno economico difficilmente quantificabile in questa seconda ondata.
Una settimana di zona rossa in più nel periodo dei saldi sarebbe infatti costata 600 milioni di euro ai negozianti. Che ora dovrebbero prendersela proprio con chi chiedeva al governo di aprire, mentre era colpevole della chiusura. Con chi voleva tutelarli mentre li danneggiava. Con chi faceva ricorso al Tar mentre in realtà  faceva ricorso a se stesso.

(da TPI)

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“SENTI ANIMALE, FAI PRESTO, QUI ABBIAMO DA FARE”: IL SINDACALISTA SOUMAHORO INSULTATO ALLO SPORTELLO DEL BANCOMAT DA UN RAZZISTA SENZA MASCHERINA

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

LO POLIZIA LO IDENTIFICA: E’ UN PROFESSORE UNIVERSITARIO DI ROMA: QUESTO SAREBBE UN EDUCATORE?

Aboubakar Soumahoro, sindacalista noto per le battaglie contro il caporalato e lo sfruttamento dei braccianti, ha raccontato di essere stato avvicinato da un uomo che, senza un apparente motivo, lo ha insultato per il colore della sua pelle. Il sindacalista ha spiegato che si trovava allo sportello del bancomat quando all’improvviso ha sentito «una presenza molto vicina da dietro che gli fischiava nell’orecchio e diceva “Ue, ue, hai finito?». Aveva un atteggiamento «aggressivo» — precisa Soumahoro — che è diventato ancora più feroce quando Aboubakar gli ha chiesto di indossare la mascherina visto che ne era sprovvisto.
È a quel punto che quell’uomo di mezza età  «senza mascherina», infastidito dal fatto che il sindacalista lo avesse invitato ad allontanarsi, si è lasciato andare a una frase razzista: «Senti animale, fai presto che qui abbiamo da fare».
In un secondo momento l’uomo è stato identificato dai carabinieri: si tratterebbe di «un professore universitario di Roma». Sarebbe stato lui l’autore di questa «aggressione verbale, assolutamente ingiustificata ed evidentemente razzista». Un fatto che non può passare inosservato e sul quale il sindacalista intende andare fino in fondo.
«Ho chiesto di procedere nelle sedi competenti perchè ogni atto di intolleranza xenofoba e razzista deve essere perseguito senza eccezioni. Questa violenza è sintomo di un razzismo pandemico della società  e dell’incattivimento sociale che viviamo tutti in questi ultimi tempi ma che non deve essere perpetuamente e impunitamente replicato», ha concluso il sindacalista.

(da Open)

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