Gennaio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
IL VIROLOGO: “TRUMP PARLAVA SENZA PROVE SCIENTIFICHE, CON BIDEN TRASPARENZA E ONESTA'”
Dopo mesi di fake news e notizie lanciate senza fondamento da Donald Trump sulla cura contro il Coronavirus, Anthony Fauci può finalmente svolgere il suo lavoro a pieno
Il virologo ha parlato dell’esperienza con l’ex presidente Usa Donald Trump e della nuova Amministrazione Biden, dell’impegno alla “completa trasparenza e onestà “.
“L’idea che si possa salire qui, parlare di ciò che si sa, di quello che sono le prove e la scienza – ha detto il virologo nel briefing di ieri alla Casa Bianca – è una sorta di sensazione liberatoria”.
“Posso dirvi che non mi piace affatto trovarmi in una situazione di contraddittorio con il presidente – ha aggiunto – Era ben chiaro che c’erano cose che venivano dette riguardo alcune cose, come l’idrossiclorochina e altre cose del genere, che erano imbarazzanti perchè non basate su prove scientifiche”.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
RESPINTA L’INGIUNZIONE DEL SOCIAL SOVRANISTA: NEL CONTRATTO SI INDICA CHE SI DEVONO RIMUOVERE CONTENUTI CHE INCITANO ALLA VIOLENZA E PARLER NON L’HA FATTO
Da Washington arriva un primo tassello fondamentale per quel che riguarda il caso Parler e la
rimozione del social sovranista dai server di Amazon.
Un giudice federale del Distretto Ovest ha respinto la richiesta di ingiunzione presentata da John Matze — Ceo di Parler — nei confronti di AWS (Amazon Web Services) dopo quanto accaduto all’indomani dei fatti di Capitol Hill.
Si tratta di un primo passo di una battaglia legale che proseguirà . Allo stesso tempo, però, è un tassello fondamentale per l’attualità : con questa decisione del giudice, infatti, il servizio di hosting non sarà obbligato a ripristinare sui propri server il social sovranista
Nella giornata di ieri Barbara Rothstein — giudice federale del Distretto Ovest di Washington — si è pronunciata respingendo la richiesta di ingiunzione presentata nei giorni scorsi dal Ceo John Matze, come spiega la CNN. E i motivi sono noti ed evidenti, oltre a esser stati pubblicamente segnalati da AWS al momento della rescissione dell’accordo: la piattaforma non ha fatto nulla per rimuovere i contenuti violenti — e di istigazione alla violenza — pubblicati all’interno del social (grande protagonista nell’organizzazione dei fatti di Capitol Hill del 6 gennaio scorso).
Un’evidenza che ha portato il giudice federale a respingere la richiesta di ingiunzione presentata da Parler che, con questa mossa, puntava almeno a un ritorno temporaneo online in tutte le sue funzioni. I contratti — pubblici — del servizio di cloud hosting fornito da Amazon attraverso AWS, però, parlano chiaro: attraverso i loro server non si possono pubblicare contenuti violenti e che incitino alla violenza.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
“IDEOLOGIA NEONAZISTA, VOLEVA UNA STRAGE COME A UTOYA”… PERQUISIZIONI IN VARIE CITTA’… ACCUSATO DI ISTIGAZIONE A DELINQUERE PER DISCRIMINAZIONE RAZZIALE
La polizia ha arrestato un giovane savonese nell’ambito di un’operazione antiterrorismo in ambienti della destra radicale contigui al terrorismo di matrice suprematista. L’indagato — di 22 anni — è accusato di aver costituito un’associazione con finalità di terrorismo nonchè di aver svolto azione di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale aggravata dal negazionismo. Sono in corso anche 12 perquisizioni nei confronti di persone vicine al 22enne nelle città di Genova, Torino, Cagliari, Forlì-Cesena, Palermo, Perugia, Bologna e Cuneo.
L’operazione antiterrorismo della polizia è diretta in particolare ad ambienti della destra radicale contigui al terrorismo di matrice suprematista. L’attività investigativa, diretta dalla procura di Genova, è condotta dalle Digos di Genova e Savona e dal Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Interno della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione-UCIGOS.
L’inchiesta
Gli investigatori della polizia hanno accertato che il giovane insieme ad altri coetanei, aveva costituito un’organizzazione – denominata “Nuovo Ordine Sociale” – di matrice nazionalsocialista, finalizzata al reclutamento di altri volontari e alla pianificazione di atti estremi e violenti a scopo eversivo. “Nello specifico, tramite piattaforme di messaggistica, l’arrestato, appassionato ed esperto di armi e oggettistica “militaria”, teneva i contatti, diretti o in appositi gruppi, con altri soggetti attestati sulle medesime posizioni ideologiche — si legge in un comunicato della Digos — Ha collaborato con altri sodali alla redazione ed alla successiva diffusione sul web di documenti di chiara matrice neonazista e antisemita nei quali, fra l’altro, si incita apertamente alla rivoluzione violenta contro ‘lo Stato occupato dai sionisti’ ed alla eliminazione fisica degli ebrei”.
Collegamenti ideologici con il suprematismo statunitense: secondo gli inquirenti, il ventiduenne “si è ispirato al sodalizio suprematista statunitense AtomWaffen DIVISION ed alle Waffen-SS naziste. In tale ambito ha creato specifiche chat aventi il fine di svolgere propaganda ed istigazione alla violenza per motivi di discriminazione razziale. In varie conversazioni si è definito quale appartenente alla corrente ‘INCEL’, manifestando profondo astio nei confronti del genere femminile”.
Fra gli obiettivi del giovane figurava anche “il compimento di azioni terroristiche di matrice suprematista analoghe a quelle realizzate nel 2011 e nel 2019 rispettivamente a Utoya (Norvegia) e Christchurch (Nuova Zelanda), la cui esaltazione frequentemente ricorre nelle conversazioni tra i membri del gruppo. In varie chat analizzate erano altresì presenti istigazioni alla commissione di atti di violenza estremi anche sacrificando la propria vita, incoraggiando lo “school shooting” o il “day of the rope”.
(da “il Secolo XIX)
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Gennaio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
TABACCI: “INEVITABILI SE MAGGIORANZA NON SI RAFFORZA”…DOPO IL CASO CESA SI ALLONTANA L’IPOTESI DI UNA ENTRATA DEI CENTRISTI NELLA MAGGIORANZA… NEL CENTRODESTRA SI SMARCANO CARFAGNA, ZAIA E TOTI: “GOVERNO ISTITUZIONALE DI LARGHE INTESE”
La “bomba” Udc, dopo la notizia del coinvolgimento dell’ormai ex segretario Udc Lorenzo Cesa in
un’inchiesta per ‘ndrangheta, piomba sulle trattative di governo a un passo dalla chiusura.
Per Giuseppe Conte la partita sembrava avviata verso la conclusione, con la fase due del piano già impostata: entro lunedì sarebbe dovuto avvenire lo stacco dello Scudo crociato da Forza Italia, per dar vita a quel contenitore politico di centro in cui tenere insieme socialisti, liberali e democristiani. Da lì, poi, sarebbe nato il suo partito futuro. Ma la trattativa ora rischia di bloccarsi.
Sul punto Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista sono stati chiari: “Mai il M5S potrà aprire un dialogo con soggetti condannati o indagati per mafia o reati gravi”. Viceversa i cinquestelle, mentre chiudono la porta a Matteo Renzi, lasciano uno spiraglio aperto per i parlamentari di Iv, con i quali “si è sempre lavorato bene”, come sottolinea il capogruppo M5S alla Camera Davide Crippa.
Per aggirare l’ostacolo, a Conte resta ancora la carta Pd. Il partito di Nicola Zingaretti, infatti, sta incessantemente corteggiando i senatori renziani che a settembre del 2019 uscirono dal gruppo dem per seguire l’ex segretario in Italia viva. Intanto i senatori e deputati di Iv escono con una nota congiunta, in cui auspicano una “soluzione politica che abbia il respiro della legislatura”.
Ma al tempo stesso si riaffaccia l’ipotesi elezioni, prefigurata sia dai “tessitori” centristi come Bruno Tabacci, sia dallo stesso Pd, con il sottosegretario Andrea Martella che oggi afferma di non temere le urne.
Il fine settimana, dunque, si preannuncia di grandi manovre, a tutte le latitudini. Perchè anche il centrodestra si muove. Non solo con il colloquio dei tre leader, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani, al Colle, durante il quale hanno ribadito al capo dello Stato che “con questo Parlamento è impossibile lavorare”.
Ma soprattutto per la mossa di Mara Carfagna, che dando ragione a Giovanni Toti e Luca Zaia, “nella drammatica crisi sanitaria ed economica che stiamo vivendo” vede come “sola prospettiva patriottica in questo momento” un “governo di salvezza nazionale, con una guida autorevole e un sostegno largo, nel quale tutti remino nella stessa direzione”.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
COSTRETTA A LICENZIARE E TROVARE UNA SEDE PIU’ MODESTA: DENTRO LA CRISI DEL RASSEMBLEMENT NATIONAL
Nonostante l’anniversario dei primi dieci anni alla guida del Rassemblement National che ricorre in questi giorni, Marine Le Pen non ha molto da festeggiare.
La sua formazione sovranista e antisistema è sepolta da una montagna di debiti, che alla fine del 2018 ammontavano a 24,4 milioni di euro. E proprio seguendo l’esempio di una delle tante multinazionali straniere spesso indicate come il nemico da combattere, il partito si ritrova a dover licenziare per riuscire a sopravvivere.
A fare le spese del piano di ristrutturazione sono quattro dipendenti del servizio di comunicazione, che secondo quanto annunciato dalla dirigenza verrà esternalizzato.
A questo si aggiungono due prepensionamenti che non saranno sostituiti. Secondo Le Figaro, che ha dato in anteprima la notizia, il partito della Le Pen dovrebbe ridimensionare il suo organico tagliando complessivamente una decina di teste, per arrivare a meno di 30 dipendenti.
La formazione non è nuova a problemi finanziari, visto che nel giugno dello scorso anno è riuscita a rinegoziare le modalità per saldare un debito da 9 milioni di euro contratto presso una banca russa, la Forst Czech Russian Bank, in seguito fallita e passata nelle mani della società Aviazaptchast, specializzata in componenti militari.
La riduzione del personale, però, non è l’unica mossa prevista per diminuire i costi. La storica sede di 2mila metri quadrati situata nel feudo di Nanterre, alle porte di Parigi, con tanto di statua dorata di Giovanna d’Arco all’entrata, è diventata un lusso insostenibile. Così, mentre negli uffici si cominciano a fare i cartoni, il braccio destro della Le Pen, l’eurodeputato Jordan Bardella, ha lanciato le ricerche per un locale più modesto, possibilmente nel centro di Parigi.
Al di là delle ragioni economiche, il trasloco contribuisce all’operazione di restyling lanciata ormai diversi anni fa dalla leader, che cerca di reinventarsi per l’ennesima volta dopo la sconfitta incassata alle ultime presidenziali del 2017.
Ormai sembrano essere ormai lontani i tempi del Front National (nome cambiato nel 2018) del padre Jean-Marie, che intanto si è risposato a 92 anni senza neanche invitare le figlie.
In questo periodo di crisi provocata dal coronavirus Marine Le Pen ha tenuto un profilo relativamente basso, lasciando il presidente Emmanuel Macron gestire una situazione senza precedenti.
Niente dichiarazioni complottiste, toni contenuti e posizioni moderate: un atteggiamento in apparenza responsabile, ma che in realtà ha seguito la curva dell’opinione pubblica evitando così strattonamenti rischiosi. Come sui vaccini, visti con diffidenza a dicembre e poi accettati il mese seguente, dopo che nei sondaggi il numero di francesi disposti ad immunizzarsi è salito al 56 per cento.
Ma la strategia per le prossime presidenziali è ancora tutta da definire. Le Pen ha già annunciato la sua prossima candidatura per il 2022, che dovrebbe essere ufficializzata a luglio durante il congresso nazionale a Perpignan. Nell’attesa, il suo partito è al lavoro per scegliere una linea e, soprattutto, evitare gli errori fatti nel 2017.
Da quanto riferisce Paris Match, Le Pen in questo periodo sta incontrando almeno una volta a settimana il gruppo degli “Orazi”, un collettivo creato nel 2016 che vede al suo interno alti funzionari pubblici, capi di impresa ed ex membri di governo.
Tutti rimasti anonimi tranne il loro portavoce, Jean Messiha, che giustifica la discrezione dei suoi colleghi definendola “indispensabile in una società orwelliana come la nostra”. Con questa èlite di consiglieri, la futura candidata dell’estrema destra francese sta cercando una quadra su alcuni temi cruciali. L’euroscetticismo mostrato alle ultime presidenziali si è rivelato fallimentare, così come le posizioni prese su temi economici, troppo vaghe e incomprensibili.
A questi dossier si aggiunge poi il posizionamento del Rassemblement National, che dovrà decidere su eventuali alleanze nel panorama nazionale, mentre resta in agguato Marion Marechal, nipote di Marine, uscita dalla politica ma onnipresente sui media francesi, dove non risparmia frecciatine verso la zia.
Ma la corsa all’Eliseo, si sa, è piena di ostacoli. Prima delle presidenziali del 2022, i francesi dovranno votare per le regionali e le dipartimentali a giugno (se il governo non deciderà di posticiparle un’altra volta a causa della crisi sanitaria).
Un test fondamentale per l’estrema destra francese, che dopo i deludenti risultati delle municipali dell’anno scorso cerca l’effetto “sorpresa” come scrive Le Monde, nel tentativo di aggiudicarsi la prima regione della sua storia.
Il voto locale è da sempre un tallone d’Achille per il partito, che soffre una scarsa presenza a livello locale ad eccezione di alcune zone nel nord della Francia.
Per questo Le Pen sta serrando i ranghi con al speranza di evitare brutte sorprese provenienti dalle fila dei candidati. Secondo quanto riferisce il settimanale L’Express, il partito avrebbe assunto Nicolas Pierron, vice-delegato dipartimentale della Seine-Saint-Denis, con il solo compito di passare al setaccio tutti i candidati per studiare i loro profili ed evitare figuracce come quelle fatte durante la campagna delle dipartimentali nel 2015, segnata da commenti razzisti, omofobi e antisemiti da parte di diversi rappresentanti dell’allora Front National.
L’ennesimo filtro per un partito sempre più simile a quell’establishmente tanto criticato durante i comizi.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
TUTTI DELUSI E CONFUSI: “UN FALLIMENTO”, “BASTA, E’ FINITA, CHE FARSA”
Fuori dalla bolla dei media mainstream, che hanno accolto con entusiasmo l’insediamento di Biden
e i suoi richiami all’unità , gli “orfani” dell’ex presidente danno voce a tutta la loro delusione e definiscono Trump «un fallimento»
Doveva essere una giornata all’insegna dell’unità , soprattutto dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. Joe Biden lo ha ripetuto più volte nel suo discorso di insediamento, dalla promessa di essere il presidente «di tutti gli americani», ai richiami al bipartitismo e l’invito a «rifiutare la cultura in cui i fatti stessi vengono manipolati e persino fabbricati». Ma la narrazione stessa della cerimonia d’insediamento è stata motivo di nuove divisioni. Persino sul Washington Post, Margaret Sullivan ha scritto che la copertura mediatica era «lusinghiera al punto da essere imbarazzante». Per non parlare poi dei media della destra radicale.
Mentre sulla conservatrice Fox News il presentatore Chris Wallace, ha definito il discorso di Biden «il migliore che lui abbia mai sentito» dai tempi di John F. Kennedy, su Breitbart — tra gallery di Melania Trump e articoli sul mancato distanziamento fisico dei partecipanti alla cerimonia — gli editorialisti hanno chiamato lo sforzo di Biden «banale, con zero comprensione della ricca e illustre tradizione dell’oratoria presidenziale». Entrambi però hanno ospitato articoli che criticavano sia gli attacchi a Trump sia i toni adulatori dei media mainstream. Ma il distacco tra le due Americhe si vede ancora più nettamente sui social media e sul web.
QAnon, Proud Boys e gli altri
Mentre nei forum della piattaforma 4Chan c’è chi si lamenta delle politiche «America last» del nuovo presidente — un riferimento all’apertura nei confronti dei Dreamers e degli immigrati “irregolari” — altri gridano al complotto: «La pandemia non è altro che una cosa politica che aveva come obiettivo la frode elettorale», scrive un utente.
Sul servizio di messaggistica Telegram invece l’ex YouTuber d’estrema destra (bannato dalla piattaforma di Google) Nick Fuentes — che ha fatto una sua diretta “alternativa” su Americafirst.live -, condanna «l’insediamento farsa» di questi «malati modaioli che stuprano il Paese».
Ma alcuni tra i principali gruppi di estrema destra, che hanno caratterizzato la stagione elettorale delle presidenziali, come i QAnon dello sciamano Jake Angeli o la milizia dei Proud Boys, sembrano attraversare un momento di smarrimento da quando Trump ha condannato con toni più duri (dopo qualche giorno) l’assalto al Campidoglio e soprattutto non ha tentato di ostacolare l’arresto dei loro membri dopo i fatti del 6 gennaio.
Come scrive il New York Times in una chat privata dei Proud Boys su Telegram, una volta tra i sostenitori più accaniti di Trump, l’ex presidente viene definito «un fallimento». Come se non bastasse, l’insediamento di Biden è stato addirittura accolto con ottimismo: «Almeno questa amministrazione è più onesta rispetto alle proprie intenzioni».
Anche i QAnon, che fino all’altro ieri non esitavano nel considerare Biden un esponente di spicco della setta di satanisti, cannibali e pedofili che controllano Hollywood, Washington e l’intero mondo, e che Trump era stato chiamato a sconfiggere, adesso sono orfani di eroi e brancolano nel buio. Mentre alcuni su Telegram cercano di far quadrare il cerchio sostenendo che lo stesso Biden «fa parte di un piano», altri invece gettano la spugna, sopraffatti dalla delusione: «Basta, è finita, che farsa».
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2021 Riccardo Fucile
L’OPERAZIONE RESPONSABILI NON DECOLLA, IL CASO CESA LA COMPLICA, RENZI DISPERATO CERCA DI RIENTRARE DALLA FINESTRA
Passano i giorni e le ore, non passano senatori alla maggioranza. Il tempo scorre e tutto rimane immobile, la grande operazione per allargare la maggioranza non decolla. Palazzo Chigi vede rallentare il treno che avrebbe dovuto far affluire responsabili per sostituire Italia viva, il timore è quello che possa arenarsi definitivamente, il Pd ma anche il Movimento 5 stelle sono in pressing, il tempo stringe, più passa e più l’operazione rischia di crollare.
L’effetto Cesa ha indirizzato pesantemente la giornata in un mood negativo, la notizia deflagrata in mattinata di un avviso di garanzia della procura di Catanzaro per “associazione a delinquere aggravata da metodo mafioso” diretta al segretario dell’Udc è arrivata come un fulmine a ciel sereno a scompaginare, e in peggio, i piani del governo.
Perchè Lorenzo Cesa è (era?) uno dei possibili perni dell’operazione “responsabili”, i tre senatori dello scudocrociato se non sono determinanti per la sopravvivenza del governo poco ci manca.
“Il problema è che noi con Cesa trattavamo, così viene a mancare un interlocutore politico, ora con chi si parla?”, dice uno dei pontieri più attivi, che dà per perso De Poli, uno dei tre Udc a Palazzo Madama, considerato troppo organico al centrodestra, ma che vede dei margini ancora buoni sugli altri due, Saccone e Binetti.
Ma con l’indagine capitata tra capo e collo al segretario del partito tutto diventa maledettamente più difficile.
I 5 stelle hanno iniziato a ribollire. “A tutto c’è un limite”, è il messaggio che più si rincorre negli scambi tra i grillini. Nella war room pentastellata sono convinti che tutto ora sia complicato. Un senatore, parlando di suoi colleghi, allarga le braccia: “Ma tu pensi che l’ala nostra più barricadera ingoierebbe tranquillamente un governo con un partito il cui segretario è indagato per rapporti con la ‘ndrangheta? Va bene che stiamo ingoiando tutto, ma siamo pur sempre grillini. Ce lo vedi Lannutti a votare la fiducia?”. È Alessandro Di Battista ad entrare a gamba tesa, mettendo quella che sembra una pietra tombale su quella che fino a ieri era tra le ipotesi più concrete di allargamento della maggioranza: “Con chi è sotto indagine per associazione a delinquere nell’ambito di un’inchiesta di ‘ndrangheta non si parla. Punto”.
È l’intervento di Luigi Di Maio a mettere quella che sembra una pietra tombale su un possibile accordo con l’Udc: “Mai il M5s potrà aprire un dialogo con soggetti condannati o indagati per mafia o reati gravi – spiega il ministro degli Esteri, ancora oggi la figura di più peso nel mondo pentastellato – il consolidamento del governo non potrà avvenire a scapito della questione morale”.
Gli esegeti sottolineano come Di Maio si riferisca a singoli soggetti, non al partito, e continuano a credere nella possibilità che qualcosa si muova, ma è tutto incredibilmente difficile.
Viene a mancare un interlocutore chiaro, rischia di sfumare l’operazione che voleva attorno al simbolo dell’Udc la costruzione del gruppo di responsabili a Palazzo Madama.
Ne servono 170, come da asticella fissata da Dario Franceschini, ne basterebbero anche due o tre in meno per una navigazione appena tranquilla, sono comunque dieci in più rispetto a quanti martedì scorso hanno votato la fiducia, e il conto per ora è fermo a quota zero.
A Palazzo Chigi sono convinti che basterebbe un segnale, un piccolo smottamento di Italia viva, qualche altra defezione in Forza Italia: sarebbe la palla di neve che genererebbe quella piccola valanga che permetterebbe di mandare in porto l’operazione.
Per questo e per smuovere le acque dopo due giorni di totale immobilismo Conte ha deciso di cedere la delega ai Servizi segreti a un suo uomo di fiducia. Un alibi in meno a Matteo Renzi, ma soprattutto per quella pattuglia di senatori renziani che continuano a lanciare messaggi al proprio leader sul fatto che mai voterebbero la sfiducia al governo.
Una minoranza all’interno del gruppo di Iv, ma che possono cambiare le sorti della partita. Così come un segnale è la lunghissima lista di incontri messi in programma dal premier per discutere e migliorare il Recovery plan, dai sindacati alle Regioni, passando per imprese e enti locali.
L’ex rottamatore ai microfoni di Piazza Pulita lancia un appello che tra i 5 stelle bollano come disperato, “siamo ancora in tempo per fermarci e tornare a confrontarci”.
Un bollino, quello della disperazione, che vale oggi ma domani chissà .
Da Pera a Schifani passando per il transfugo Causin, Forza Italia è data in difficoltà , affannata a tenere unito un gruppo che ascolta le sirene provocanti di una legislatura che potrebbe continuare. Ma al momento nulla si muove, e il gran tessitore del Pd Goffredo Bettini ammonisce: “Se in queste settimane riusciamo a consolidare i numeri bene, altrimenti si tornerà a votare”. L’ipotesi del voto è quella che circola nel M5s, più per tattica che per convinzione: “Alla fine si tornerà con Renzi, vedrai, e noi dovremo ingoiarcela perchè nessuno vuole rischiare le urne”, dice un deputato alla seconda legislatura.
Ci sono solo cinque giorni per scongiurare il concretissimo rischio di andare sotto in aula al Senato sulle comunicazioni sulla giustizia di Alfonso Bonafede. Per Conte il nemico principale è il tempo.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 21st, 2021 Riccardo Fucile
IL RITORNO IN CLASSE PER I RAGAZZI NON PUO’ ESSERE SICURO, RIAPRIRE COSI’ NON AVEVA SENSO, MA VALLO A FAR CAPIRE ALLA AZZOLINA
In molte Regioni d’Italia le scuole secondarie di secondo grado hanno già riaperto. Una ripartenza
a macchia di leopardo, perchè i governatori hanno chiesto più tempo per poter riorganizzare la didattica scaglionando gli ingressi e per aumentare le corse dei mezzi pubblici.
Ma in generale, secondo l’ultimo decreto, se nelle zone rosse la didattica è a distanza dalla seconda media in su, nelle zone arancioni e gialle i ragazzi sono tornati tra i banchi fino alla terza media, mentre quelli delle superiori fanno didattica in presenza al 50 per cento e fino a un massimo del 75 per cento.
Dopo la prima settimana in cui circa 642mila ragazzi hanno potuto ricominciare la scuola in presenza è tempo di bilanci.
Oggi la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha ribadito che la Dad è “lo strumento che ci ha permesso di salvare lo scorso anno scolastico senza interrompere brutalmente il rapporto tra insegnanti e studenti”.
Ha aggiunto però che non può che essere “limitata nel tempo”, perchè “il rischio zero non esiste, ma esiste la certezza che senza la scuola toglieremo un pezzo di futuro alle nuove generazioni”.
La titolare di Viale Trastevere ha visitato oggi l’istituto Gobetti-Volta a Bagno a Ripoli (FI), in compagnia del presidente della Regione Eugenio Giani, e ha potuto verificare che in Toscana fino ad ora il piano regionale per i trasporti ha dato buoni risultati: non si sarebbero create le situazioni a rischio che si erano verificate a settembre.
Tutto bene quindi? Non sembra.
Come risulta da molte segnalazioni arrivate a Fanpage.it all’ingresso degli istituti scolastici è praticamente impossibile evitare gli assembramenti: davanti alle scuole, all’esterno ma anche all’interni degli edifici, si formano capannelli di persone, e i ragazzi si assiepano senza rispettare le norme di sicurezza basilari, come il distanziamento sociale.
In una situazione di questo tipo è facile che possano generarsi nuovi focolai, che renderebbero inevitabile una nuova interruzione della didattica in presenza.
Sono fotografie scattate in Toscana, Emilia-Romagna, Lazio, provengono da grandi città come Roma, Bologna, Genova (qui la didattica è in presenza fino alla terza media), Reggio-Emilia, Grosseto, Rimini, Modena, Pistoia, Ravenna, ma anche da centri più piccoli come Pomezia (Rm).
Nonostante i protocolli e gli appelli lanciati dalle istituzioni, e nonostante le scuole siano state chiuse per mesi, non è stato evidentemente possibile organizzare in modo sicuro il ritorno degli studenti nelle aule, e dividere gli spazi in modo da evitare la folla all’ingresso e all’uscita, anche per le scale. Anche con una presenza dimezzata della popolazione studentesca le immagini parlano chiaro: nessuno si preoccupa del fatto che la salute di questi ragazzi è affidata al caso.
(da Fanpage)
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Gennaio 21st, 2021 Riccardo Fucile
VITA E OPERE DEL REGISTA DELL’INCHIESTA CHE HA COINVOLTO IL SEGRETARIO UDC CESA
Nel 2014 Matteo Renzi lo voleva ministro della Giustizia. È stato a un passo dal diventarlo. Poi il progetto si è fermato. Le voci, confermate dal diretto interessato anni dopo, narrano che a stopparlo fu l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Cinque anni dopo, agli albori del secondo governo Conte, qualche rumor su un suo possibile incarico ai vertici di via Arenula è circolato. Poi, invece, Alfonso Bonafede è rimasto nel posto che ricopriva già da più di un anno.
Non è entrato a far parte di alcun governo Nicola Gratteri, eppure il magistrato calabrese, dal 2016 al vertice della direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, è sostenuto vigorosamente dai politici. Quale che sia il loro colore.
“Mi fido di Gratteri”, diceva, fieramente, senza aggiungere molto altro, Matteo Salvini, quando veniva raggiunto dalla notizia dell’inchiesta nei confronti di Domenico Tallini. Il presidente del consiglio regionale calabrese, di area centrodestra, è accusato dalla procura guidata da Gratteri di concorso esterno in associazione mafiosa e condotto a metà novembre agli arresti domiciliari.
Qualche settimana dopo il provvedimento cautelare è stato revocato. Le indagini andranno avanti, le accuse dovranno essere dimostrate. Tallini, intanto, si è dimesso. Tra gli applausi, trasversali, di buona parte della politica.
Magistrato dal anni ’80, Nicola Gratteri è sotto scorta da trent’anni per le tante minacce ricevute dalla criminalità organizzata. E la ‘ndrangheta è al centro anche dell’inchiesta della sua procura venuta alla ribalta oggi, con arresto dell’assessore regionale Francesco Talarico, accusato di associazione a delinquere con l’aggravante del metodo mafioso. Stessa accusa per Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc.
Proprio nel momento in cui la sua compagine politica potrebbe avere un ruolo determinante negli estremamente instabili equilibri di governo. L’inchiesta ha coinvolto quasi 400 uomini delle forze dell’ordine. Cinquanta le misure cautelari notificate. Gli indagati sono 160 e i capi di imputazione tanti da riempire – parola di Gratteri – 150 pagine.
Se c’è una costante nella vita del noto magistrato anti-‘ndrangheta è quella dei grandi numeri. Delle centinaia di arresti in una notte. Delle maxi-operazioni da prima pagina.
Non sempre però, le tesi dell’accusa firmata Gratteri hanno trovato al 100% accoglimento nel processo che è seguito alle indagini.
Tante le inchieste condotte. La prima di grandi proporzioni è datata 2003. Il nome era Marine. Era notte a Platì, comune dell’Aspromonte, quando mille uomini delle forze dell’ordine arrivarono ad arrestare 125 persone, tra cui politici e notabili del posto. Le accuse erano gravi: associazione per delinquere di stampo mafioso, voto di scambio, abuso in atti d’ufficio, falso, estorsione.
Ma come finì poi il processo? Otto condanne con il rito abbreviato e 19 posizioni prescritte. Perchè in appello l’associazione di stampo mafioso è diventata associazione semplice. Non siamo in grado di ricostruire con dovizia di particolari i singoli passaggi, ma la differenza tra il numero degli arrestati e quello dei condannati con può che balzare all’occhio.
Passa qualche anno, nel 2008 è la volta dell’operazione Solare. In collaborazione con l’Fbi vengono arrestate più di 200 persone: “Scoperta struttura internazionale dedita al traffico di cocaina tra Sud America, Nord America e Europa”, è il sommario del Corriere della Sera del tempo. Il filone continua e si arricchisce di altre operazioni. Risultato: 23 condanne per un totale di 252 anni di carcere. In appello varie pene furono ridotte.
Nel 2010 Gratteri era ancora alla dda di Reggio Calabria quando questi uffici collaborarono con gli omologhi di Milano, per portare a termine un’operazione che condusse a 304 arresti tra Calabria e Lombardia, con l’impiego di migliaia di uomini delle forze dell’ordine. In questo caso l’impianto accusatorio della procura fu sostanzialmente validato. La Cassazione, nel 2014 e nel 2015 ha confermato più di 80, su 92, condanne di imputati che avevano scelto il rito abbreviato e tutte e 41 le condanne inflitte in Appello durante il rito ordinario.
Nel 2015, l’anno prima dell’approdo a Catanzaro, Gratteri conduce da procuratore aggiunto l’inchiesta Columbus sul narcotraffico tra Calabria e l’America. Il primo grado si conclude con cinque condanne e due assoluzioni.
Nel 2018 è la volta dell’operazione Stige, contro il clan di Cirò Marina. 169 gli arresti. Il processo ancora non è finito, ma per ora con il rito abbreviato sono state condannate 66 persone. 38 gli assolti.
Ed è dei primi giorni del 2021 la notizia dell’assoluzione, in primo grado, di Mario Oliverio. Imputato per corruzione e abuso d’ufficio dalla procura guidata da Gratteri, l’ex presidente della regione Calabria è stato scagionato “perchè il fatto non sussiste”.
Nei suoi confronti, sempre a Catanzaro, ci sono altre due inchieste. Ma l’assoluzione con formula piena fa rumore, anche alla luce delle conseguenze che quell’inchiesta ha avuto sulla sua carriera politica.
La vera partita della vita di Nicola Gratteri si sta giocando però in queste settimane. Il 13 gennaio è partito a Lamezia Terme – in un’aula bunker costruita ad hoc ed inaugurata alla presenza di Alfonso Bonafede – il processo seguito all’inchiesta Rinascita-Scott. Quella che lui stesso ha definito “numericamente la seconda più importante dopo il maxi-processo di Palermo”. E, anche qui, i numeri sono notevoli: 325 indagati, 438 capi d’accusa. Ai giudici del dibattimento il compito di capire se le ipotesi di reato saranno o no da confermare.
(da “Huffingtonpost”)
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