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SONDAGGIO SWG: IL PD RIACCIUFFA FRATELLI D’ITALIA

Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile

IL PD CRESCE E ANNULLA IL DISTACCO, IRRILEVANTI GLI ALTRI SPOSTAMENTI

Secondo i sondaggi politici di SWG per Tgla7 Lega e Fratelli d’Italia sono ancora primo e secondo partito. Ma il PD cresce e annulla il distacco con il partito di Giorgia Meloni
Rispetto a sette giorni fa la Lega di Matteo Salvini risale dello 0,3% superando il 21. Per Fratelli d’Italia invece la settimana non è particolarmente esaltante: nessuna variazione dalla settimana passata con una percentuale nelle intenzioni di voto del campione intervistato da SWG per il sondaggio politico che rimane stabile al 19,5%. Ne approfitta però il PD che cancella la distanza con FdI.
La forza politica guidata da Enrico Letta si posiziona al 19,5% condividendo così il secondo posto nella classifica con il partito di centrodestra.
Ancora una settimana negativa invece per il Movimento 5 Stelle che scivola ancora in basso perdendo uno 0,3% e attestandosi al 16,5%. Quasi invariato il risultato di Forza Italia che cede un decimo di punto percentuale mentre Azione di Carlo Calenda scende al 3,3%.
Tracciato piatto anche per Italia Viva: il partito di Matteo Renzi ormai naviga stabilmente secondo le rilevazioni di SWG sotto il 2%.
(da agenzie)

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MORALE DELLA FAVOLA: IL CENTRODESTRA NON SA CHI CANDIDARE PER ROMA E MILANO

Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile

DOPO UNA GIORNATA COMICA ALLA FINE E’ ARRIVATA LA SOLITA FUMATA NERA

Tanti nomi, nessun nome. Nella giornata di ieri – prima, durante e dopo l’incontro tra Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani – è impazzato il toto-nomi dei candidati sindaco Centrodestra. Particolare attenzione è andata, ovviamente, su Roma e Milano.
Alcune fonti hanno fatto il nome di Maurizio Gasparri per la capitale, ma il diretto interessato (pur non tirandosi indietro) ha smentito di aver ricevuto questa indicazione dai partiti che compongono la coalizione.
Poi la voce del ticket Michetti-Racca (rispettivamente per Roma e per il capoluogo lombardo), ma anche questa ipotesi è stata messa in fase di stallo.
Insomma, per il momento non c’è nessun candidato ufficiale.
Improvvisamente, durante il pomeriggio di ieri, dal vertice per i candidati sindaco centrodestra era spuntato il nome di Maurizio Gasparri per la capitale. Ci sarebbe stata la convergenza di Lega e FDI sul senatore forzista che, però, ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna chiamata in merito. Anzi, ha sperato in un ripensamento di Guido Bertolaso che – però – non ha ceduto alle lusinghe continue di Matteo Salvini.
Dopo il senatore, è stata la volta – sempre parlando di Roma – di Enrico Michetti, personaggio molto noto nell’etere delle radio romane e, per questo, potrebbe ottenere consensi anche dalle sponde del tifo romanista e laziale. Il quotidiano La Repubblica lo presenta così:
55 anni, professore di diritto pubblico all’Università di Cassino e direttore della Gazzetta amministrativa: la piattaforma web da lui fondata che, dal 2007, fornisce servizi di informazione, formazione, aggiornamento e assistenza alle pubbliche amministrazioni.
E mentre andava in scena l’incontro interlocutorio tra i leader del centrodestra, lo stesso Michetti si è lasciato andare a una confessione telefonica: “Le mie chance sono aumentate ma per l’ufficialità bisognerà attendere. Sono un servitore dello Stato e rappresento la Costituzione”. Ma sarà lui il nome scelto per la corsa al Campidoglio? Forse. Perché Salvini e Meloni hanno detto di non voler far nomi e di non voler commentare le informazioni trapelate.
Stesso discorso per la questione del candidato sindaco per Milano. A sorpresa, infatti, è spuntato il nome di Annarosa Racca. La 69enne è alla guida di Federfarma Lombardia e ha già ricevuto la telefonata esplorativa da parte di Matteo Salvini. Ma in questo caso, come per Michetti, il nome non sembra essere quello definitivo. In serata è arrivata pure la smentita della Racca che non intende presentarsi.
Alla fine del vertice, infatti, tutti i leader del centrodestra hanno voluto mantenere un profilo basso non rilasciando commenti ufficiali sulla direzione intrapresa. Per decidere, dunque, ci vorrà ancora del tempo.
(da agenzie)

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FEDEZ PASSA AL CONTRATTACCO E QUERELA IL DIRETTORE DI RAI3

Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile

RAI QUERELA LUI? LUI QUERELA IL DIRETTORE PER DIFFAMAZIONE

Dalla querelle alle querele. Le polemiche tra la televisione di Stato e Fedez, dopo quanto accaduto prima e dopo il concerto del Primo maggio, si sposterà nelle aule di tribunale.
Nel tardo pomeriggio di ieri, infatti, Massimiliano Capitanio – capogruppo del Carroccio in Commissione Vigilanza Rai, aveva anticipato le comunicazioni ufficiali annunciando la decisione dei vertici di viale Mazzini di procedere con una querela nei confronti del rapper milanese. Ma il 31enne di Rozzano è passato immediatamente al contrattacco. Così Fedez querela Franco Di Mare, direttore di Rai3.
“Siccome il direttore di Rai3, il signor Di Mare, in Commissione Vigilianza Rai ha detto che io avrei fatto tutto questo e avrei organizzato tutto questo con i giornalisti per tramare alle sue spalle, ma io non sapevo nemmeno chi cazzo fosse fino al 3 di maggio, e siccome ho letto delle robe abominevoli. Allora, lo dico come lo direbbe un leghista in Commissione Vigilanza Rai: atto doveroso, denuncerò per diffamazione il direttore di Rai3”.
Queste le parole pronunciate da Fedez su Instagram, pochi minuti dopo aver avuto notizia della querela presentata dalla Rai nei suoi confronti.
A distanza di quasi un mese, dunque, le polemiche non si placano.
Le parole pronunciate da Franco Di Mare in Commissione Vigilanza venti giorni fa, infatti, non hanno fatto altro che gettare benzina sul fuoco di una vicenda che – già nelle ore precedenti – aveva provocato moltissime reazioni politiche.
Il discorso letto sul palco del Concertone dal rapper – con riferimenti ad alcune dichiarazioni fatte da esponenti (ed ex) della Lega sugli omosessuali – era stata solamente la prima goccia di un vaso che, poi, si è riempito con la pubblicazione della telefonata ricevuta (prima della sua performance) dagli organizzatori dell’evento.
A quella chiamata (registrata e condivisa prima in versione ridotta, poi integrale) era presente anche la vice-direttrice di Rai3, la rete che ha trasmesso il concerto del Primo maggio. Tutto questo è stato raccontato, ancora una volta, prima dell’annuncio di Fedez querela Franco Di Mare.
“Sono orgogliosissimo a maggior ragione di quello che ho fatto, lo rifarei altre mille volte. Mi assumo le responsabilità di ciò che ho detto e ho fatto e quindi affronto le conseguenze, però bisognerebbe ricordare come si è comportata la tv di Stato in questa faccenda – ha esordito Fedez nelle sue IG Stories -. Cosa è accaduto? Ricapitolando, salgo sul palco del Primo Maggio, dico che hanno fatto pressione per cercare di farmi togliere i nomi dei leghisti che dicevano frasi come ‘se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno’ e che la vicedirettrice di Rai3 ha reputato inopportuno il mio testo Scendo dal palco e la Rai dice: ‘Federico dice le bugie’. Non è vero, diffamandomi quindi, e io pubblico la telefonata in cui la vicedirettrice di Rai3 è presente in una conversazione in cui mi si fanno pressioni di omettere dei nomi, non si capisce perché, essendo fatti incontestabili quello che hanno detto i leghisti”.
Il rapper, poi, accusa la tv di Stato di non aver giocato sporco: “Però sapete dov’è la differenza tra me e voi, amici della Rai? È che io la telefonata l’ho pubblicata mettendoci la faccia e pagando le conseguenze, voi, che mi avete registrato a vostra volta, dirigenti della tv di Stato, l’avete data ai giornalisti che devono coprire le loro fonti, a volto scoperto. Ovviamente questo non è un illecito giuridico, però vi siete parati il culo, e questa è vigliaccheria di Stato, però va bene così. Nonostante abbiate fatto il grandissimo sforzo di scatenare tutta la stampa a vostro favore per cercare di dire che la telefonata integrale assume un senso completamente diverso rispetto a quella che ho pubblicato io su Twitter, perché su Twitter ci stanno solo due minuti di video – incalza ancora il rapper su Instagram – andatevi a leggere i commenti su YouTube di cosa pensa la gente: che la telefonata integrale è pure peggio di quella tagliata. E non ho pubblicato tutto quello che c’ho ancora in mano, quindi speriamo che almeno in commissione di Vigilanza Rai mi faranno parlare e dire la mia visto che c’è bisogno del contraddittorio”.
Fedez, poi, sottolinea anche quel che è successo nei giorni successivi: “Indovinate un pò, per farvi capire come funziona la stampa italiana , la prima testata che ha pubblicato la telefonata integrale sostenendo che stravolgeva tutto il significato, indovinate chi ha intervistato subito dopo per pararle il culo? La vicedirettrice di Rai3. Più o meno sapevo come sarebbe finita e sono felice di questo, perché ci sono tante cose secondo me che devono emergere, per esempio come ha fatto La lega a diramare un comunicato stampa sei ore prima che io salissi sul palco, dicendo ‘se Fedez sale sul palco a leggere il suo testo la Rai non deve pagare il concertone’? Come facevano a sapere quello che avrei detto sei ore prima di salire sul palco? Per tutti quelli che dicono ‘eh, però alla fine sei potuto salire sul palco a dire quelle cose’, sì, al netto che queste cose non dovrebbero succedere a prescindere, però potrebbe essere che io subito dopo quella telefonata abbia chiamato l’organizzatore dell’evento e gli abbia detto che avevo registrato tutta la telefonata perché mi piace giocare a carte scoperte, e guarda un pò subito dopo mi è stato detto che potevo salire sul palco.
Cari amici della stampa amica della Rai, non si tratta di farlo per vendere qualche smaltino in più, come volete far intendere voi, perché vi garantisco che la mia famiglia la mantengo anche senza gli smaltini. Si tratta di metterci la faccia, di pagare le conseguenze, perché io che sono un privilegiato mi posso difendere da voi, ma ci sono persone a cui voi molto probabilmente avete riservato lo stesso trattamento che non hanno il privilegio di potersi difendere e che magari davanti a voi hanno abbassato la testa, hanno piegato la schiena e hanno obbedito alle schifezze che gli avete proposto voi. La cosa che veramente mi mette una tristezza infinita è che a comunicare la querela della Rai è stato un leghista della commissione di Vigilanza Rai, che ha detto che su quel palco io avrei detto delle cose gravissime.
Amico Fritz della Lega (riferito al leghista Capitanio, ndr), le cose che ho detto sono parole di gente del tuo partito che è ancora lì dentro a fare carriera e che intervistata dopo il Primo maggio ha ribadito che i gay e i matrimoni omosessuali porterebbero all’estinzione della razza umana. Ma dove vivete?”. Tutto ciò prima dell’annuncio: Fedez querela Di Mare.
(da NextQuotidiano)

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TRAGEDIA FUNIVIA: I FRENI NON SI SONO ATTIVATI PER UN ERRORE UMANO?

Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile

SE IL FRENO AUTOMATICO SI FOSSE ATTIVATO, NONOSTANTE LA FUNE SPEZZATA, LA CABINA NON SAREBBE PRECIPITATA

Se il freno automatico si fosse attivato la corsa della cabina della funivia sul Mottarone, nonostante la fune spezzata, non avrebbe concluso la sua tragica corsa precipitando al suolo e causando la morte di 14 dei 15 dei suoi occupanti. Perché è successo?
Non solo la documentazione cartacea che accerta tutti i controlli di manutenzione e ristrutturazione relativi all’impianto della funivia Stresa-Mottarone, nell’inchiesta della procura di Verbania che indaga per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose sono finiti anche tutti i video delle telecamere del sistema di sorveglianza della struttura finita sotto sequestro, anche relativi ai giorni precedenti alla caduta della cabinovia in cui due giorni fa hanno perso la vita 14 persone.
Nelle immagini a bassa definizione si vede anche l’ultima corsa verso l’alto interrotta a pochi metri dalla vetta quando si è spezzato il cavo trainante e la cabinovia ha ‘scarrellato’ verso il basso a velocità crescente dato che il sistema frenante di sicurezza non è entrato in funzione impedendo alla cabina di restare ancorata ai due cavi portanti.
Il malfunzionamento dei freni ha fatto urtare la cabina contro un pilone quindi la cabinovia è precipitata al suolo da circa 20 metri prima di finire la sua corsa diverse decine di metri più a valle contro alcuni tronchi di abete.
Ben 9 corpi sono stati sbalzati fuori dall’urto con il sottosuolo, mentre altre cinque persone sono rimaste intrappolate tra le lamiere.
Oltre ai video di domenica, la procura ha deciso di sequestrare anche i filmati dei giorni prima per capire se si sia verificata qualche anomalia che possa spiegare l’incidente. Perché i freni non si sono attivati? Una delle ipotesi è che per un errore umano sia rimasto attivato il forchettone, il dispositivo che viene usato solo quando la cabina è vuota:
Si tratta di un elemento in ferro che tiene sempre aperte le ganasce del freno, impedendone l’attivazione in caso di necessità. Il forchettone si usa normalmente quando le cabine sono vuote e viene fatto un giro di prova senza vetturino per vedere se tutto funziona bene. In questo modo il gestore evita perdite di tempo nel caso in cui scatti il freno bloccando la cabina in mezzo al percorso, costringendo un operatore ad andare sul posto per disattivarlo. Succede per esempio quando salta la corrente o si verifica un guasto del sistema idraulico. Se c’è il forchettone, la vettura scende ugualmente. Se non c’è bisogna andarla a sbloccare ed è una complicazione. Tutto ciò a cabine vuote. Ma con la gente a bordo il blocco dev’essere tolto, in modo che il freno sia in grado di funzionare all’occorrenza. Se poi l’occorrenza è un evento eccezionale come la rottura del cavo traente, la presenza di quel pezzo di ferro che è il forchettone può avere effetti devastanti.
La Stampa, che chiama “pinze” il forchettone, spiega con quale modalità viene normalmente attivato e disattivato, e racconta anche di un guasto segnalato qualche giorno prima:
In quasi tutti gli impianti di questo tipo, la sera vengono bloccate aperte, con dei cunei che ne impediscono lo scatto per la chiusura. Operazione inversa la mattina, prima della messa in funzione dell’impianto: si rimuove l’ostacolo e si verifica che funzioni tutto. Una persona sostiene che quei cunei non siano stati rimossi, per errore. Nel caso la fune scorre lo stesso, ma non può scattare la morsa.
Non fosse questo il motivo si dovrà capire perché il sensore, che rileva la corsa libera della cabina, non ha messo in azione il sistema di emergenza. Un ragazzo ha invece segnalato un guasto sabato pomeriggio, poco prima dell’orario di chiusura della funivia, fatto che gli avrebbe causato un ritardato rientro. Un altro malfunzionamento è stato indicato nel 7 maggio, ma pure in questo caso non c’è ancora stato tempo per le verifiche. Intanto sono stati sequestrati anche tutti i documenti dell’impianto, le schede tecniche e ogni filmato delle tante telecamere presenti sulla line
L’altra ipotesi per spiegare come possa essere precipitata la cabina della funivia al Mottarone è la rottura della fune, un evento piuttosto raro. Scrive Repubblica:
L’altra causa, la prima, è ovviamente la rottura della fune traente.
«Le cabine — dice Sutto — sono bloccate con delle teste fuse che sono dispositivi di attacco fisso, un’unica fusione a cono che blocca la fune traente al carrello. O la testa fusa si è staccata, o la fune si è rotta dentro la stazione, dove faceva il giro, e il peso delle pance delle campate se l’è tirata dietro».
La testa fusa è il punto debole, il più sollecitato. E infatti va rifatta ogni cinque anni. Ogni mattina vengono eseguiti controlli visivi, ma i test si fanno con i magnetoscopi. Un incidente impossibile? «No — assicura Sutto — l’ultimo simile che io ricordi, senza causa esterne com’è stato il caso del Cermis, è dell’86 ed è avvenuto a Corvara. In quel caso era stato causato da una spazzola di contatto elettrico caduta dentro le pulegge, che ha tranciato di netto la fune traente. La cabina è caduta ma il cavo si è attorcigliato a un albero bloccando il volo».
(da NextQuotidiano)

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LA VERGOGNA DI QUEI BAMBINI MORTI LASCIATI PER GIORNI SULLA SPIAGGIA IN LIBIA

Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DI OSCAR CAMPS SCUOTE LE COSCIENZE (A PARTE QUELLI DI CHI NON NE HA)

Nessuno ha preso a cuore la loro sorte quando erano vivi, nessuno ha avuto almeno un po’ di rispetto per i loro corpi quando ormai erano morti.
Oscar Camps di Open Arms pubblica le foto dei cadaveri dei bambini abbandonati su una spiaggia in Libia
“Sono ancora sotto shock per l’orrore della situazione, bambini piccoli e donne che avevano solo sogni e ambizioni di vita. Sono stati abbandonati su una spiaggia a Zuwara in Libia per più di 3 giorni. A nessuno importa di loro”. scrive su Twitter è Oscar Camps, il fondatore della Ong spagnola Open Arms, postando le foto shock di corpi senza vita di bimbi riversi su una spiaggia del Paese nordafricano, vittime probabilmente dell’ennesimo naufragio.
“Corpi abbandonati. Vite dimenticate. L’orrore tenuto lontano perché scompaia. Vergogna Europa”, scrive l’ong.
I piccoli sembrano avere più o meno un anno di vita. Uno indossa una tutina, e la sabbia lo ricopre in parte, come se fosse una copertina; uno è senza le scarpine. Insieme a loro un altro corpo, coperto di stracci, forse quello di una donna.
Non è neanche chiaro se quei cadaveri siano stati rimossi o si trovino ancora sulla spiaggia dopo la pubblicazione delle immagini che Oscar Camps ha ricevuto da una fonte riservata.
Come sono arrivati lì non è certo ma l’ipotesi più probabile è che siano rimasti vittime di un naufragio di un barcone partito la notte tra il 18 e il 19 maggio avvenuto al largo di quelle coste: lo ha denunciato l’Organizzazione internazionale dei migranti.
Alla partenza erano una novantina, ne risultano dispersi circa 50. Solamente 33 i superstiti che raccontano che sull’imbarcazione erano presenti donne e bambini. Secondo La Stampa C’è un altro naufragio denunciato da Oim Libia che potrebbe aver portato a riva i corpi: “la portatavoce Safa Msehli scriveva di «almeno 17 migranti annegati al largo delle coste tunisine, secondo le due persone sopravvissute e salvate dalle autorità. L’imbarcazione sarebbe partita da Zuwara due giorni fa”. In ogni caso il conteggio delle vittime è drammatico
L’Oim ha calcolato che nella sola settimana tra il 16 e il 22 maggio, quasi 1500 persone sono state recuperate in mare dalla Guardia costiera libica e riportate a Tripoli. Ma l’organizzazione umanitaria ha notizia che nello stesso periodo sono stati recuperati diversi corpi in mare, proprio tra Zuwara e Tripoli, Libia occidentale, dunque confinante con la Tunisia: 4 corpi al largo di Tripoli il 16 maggio, uno al largo di Sabratha il 17, due corpi il 21 maggio e un altro il 22 al largo di Zawiya, un corpo il 22 maggio al largo di Zuwara.
Altri corpi, nella stessa area, erano stati recuperati la settimana precedente: il 9 maggio (un corpo), il 10 (due), il 12 (uno). Come dire che, comunque, di morti in mare nel mese di maggio, davanti alla Libia occidentale, ce ne sono stati tanti. L’Oim calcola che da inizio anno sono almeno 173 i morti e 459 i dispersi nel Mediterraneo centrale: in tutto 632 vite perdute. Erano state 978 in tutto il 2020
(da NextQuotidiano)

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“LUKASHENKO E’ LI’ DA PRIMA CHE NASCESSIMO, MA UN GIORNO TORNEREMO A CASA”

Maggio 25th, 2021 Riccardo Fucile

INTERVISTA A STEPAN PUTILO, FONDATORE DEL CANALE TELEGRAM NEXTA: “L’UE LO DICHIARI TERRORISTA INTERNAZIONALE”

Dalla “Nord Corea d’Europa” l’ultima notizia che arriva è quella del dirottamento di un aereo di linea Ryanair, che volava da Atene a Vilnius. A bordo, tra cittadini di altri 18 Stati, c’era Roman Protasevich, giornalista e attivista digitale.
Sui cieli di Minsk il velivolo civile è stato avvicinato da un caccia dell’aviazione bielorussa che lo ha costretto ad effettuare un atterraggio d’emergenza e permettere così l’arresto del giovanissimo redattore di Nexta, canale Telegram che opera dall’estero, unica fonte di notizie indipendente per milioni di bielorussi che non credono più alla propaganda del presidente Aleksander Lukashenko.
Nelle ultime ore i canali bielorussi hanno pubblicato quella che è subito apparsa una confessione forzata, in cui il giovane ammette di aver commesso i reati di cui lo accusa il regime come l’organizzazione delle proteste
Quando era solo uno studente, nel 2012 – per aver creato account sul social network russo Vkontakte ed aver criticato il presidente, al potere da ancor prima che lui nascesse nel 1995 – Roman era già stato arrestato.
Della detenzione e trattamento delle torture di Lukashenko in carcere aveva detto in un’intervista: per le botte “ho urinato sangue per mesi, mi accusavano di addossarmi omicidi irrisolti”. Nel 2019 ha lasciato la Bielorussia per lavorare con Stepan Putilo, fondatore del canale Nexta, che in lingua bielorussa vuol dire “qualcuno”.
Stefan, Roman era un redattore del canale e come te è accusato di “coinvolgimento in attività terroristiche”.
Al momento purtroppo non abbiamo nessuna informazione su di lui, né un contatto diretto con avvocati e autorità. La situazione è molto seria e grave. Per noi è stato inaspettato e scioccante apprendere la notizia del dirottamento: non pensavamo potesse avvenire in Europa in questo secolo. Roman era seguito dal Kgb, servizi segreti bielorussi, ma sull’aereo credo ci fosse anche l’Fsb, servizi segreti russi. A Minsk, quando è stato compiuto l’atterraggio d’emergenza, c’erano anche quattro cittadini russi: una di loro è la ragazza di Roman, ma altri tre sono sconosciuti. Si dovrebbe stabilire chi sono e spero che si riesca a capire se hanno legami con i servizi russi o bielorussi. Mi chiedo soprattutto perché non hanno proseguito il viaggio: bisogna indagare. Fino alle ultime elezioni, prima delle manifestazioni di agosto, la Russia non sosteneva in maniera decisa Lukashenko, ma adesso ha capito che se l’opposizione vince, tensioni possono scoppiare anche nella Federazione.
Voi siete in un elenco di terroristi stilato dalle autorità di Minsk, ma ora è l’Europa a chiamare il presidente terrorista.
Non servono promesse di aiuti, ma azioni reali e concrete, come l’emissione di sanzioni che colpiscano davvero Lukashenko, che limitino il suo potere e lo costringano a ripensare ai suoi metodi. Una blokirovka. Il regime deve capire che non c’è possibilità di sopravvivenza o esistenza ulteriore. Come ha chiesto già l’ex ministro della Cultura Pavel Latushko, bisogna dichiarare il presidente “terrorista internazionale”. Eliminare i legami economici e diplomatici, congelare le operazioni bancarie e commerciali. Bisogna fare qualcosa che lo costringa a liberare i prigionieri politici, invece ho visto che la Bielorussia ha anche partecipato all’Eurovision.
Hai solo 22 anni: Stefan, il sistema della censura di Lukashenko è perfino più anziano di te. Risiedi in Polonia dal 2018, quando sei entrato nel mirino della polizia per aver offeso il presidente con un video su Youtube.
All’epoca avevo aperto un canale Youtube per il mio progetto musicale, postavo anche notizie critiche nei confronti del governo. Quando l’hanno bloccato su quel social, ho cominciato a usare Telegram, che è impossibile da arrestare. È il canale con cui abbiamo diffuso dati, articoli, mappe e dettagli sulle marce e manifestazioni della scorsa estate, dopo la frode elettorale delle ultime elezioni presidenziali. Abbiamo diffuso informazioni di documenti segreti che parlavano del dispiegamento dell’esercito contro chi partecipava alle proteste e chi ce li ha inviati è in prigione. Per Nexta, Roman è stato arrestato. Dall’inizio della rivoluzione, per l’aspirazione e la sete di democrazia dei bielorussi, Nexta è diventato un canale di notizie diffuso. Le autorità bielorusse hanno paura di tutta l’informazione libera: se un giornalista pone un problema, mirano a eliminare la persona che ne ha parlato e non il problema stesso.
Tyt.by, il più grande portale indipendente di notizie del Paese, è stato appena chiuso. Nexta rimane l’unica fonte di notizie per milioni di bielorussi. È un lavoro pericoloso.
Riceviamo minacce continue sui social, proprio come succedeva a Roman prima dell’arresto. Leggiamo messaggi in cui ci dicono che verremo fucilati, in qualche modo ci siamo abituati. La polizia polacca è in questi uffici di Varsavia per proteggere la nostra sicurezza. Siamo sicuri che un giorno torneremo a casa quando verrà messa la parola fine alla repressione e non dovremo temere per la nostra vita.
(da Huffingtonpost)

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CANDIDATURE CENTRODESTRA TORNANO IN ALTOMARE, NON C’E’ ANCORA INTESA SUI POLITICI, SI RITORNA (PER ORA) AI CIVICI

Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile

SPUNTANO ALTRI NOMI A CASACCIO: L’EX GRILLINO FAVIA A BOLOGNA, LA DALLA CHIESA E MATONE A ROMA, DALL’OCCHIO E DEL DEBBIO A MILANO E PURE GERVASONI, QUELLO CHE HA INSULTATO MATTARELLA… MA NON SI ESCLUDONO I POLITICI GASPARRI O IL NEO LEGHISTA STORACE A ROMA

Il centrodestra “correrà unito in tutte le città” e mette nero su bianco che si preferiscono “candidature civiche, rappresentanti del mondo del lavoro e delle professioni”.
Nessun accordo però al vertice dei leader sulle Comunali: appuntamento (auspicato) tra una settimana, quando ogni partito avrà fatto i propri sondaggi sui nomi in campo. A Roma in pole c’è il professore-avvocato nonché speaker radiofonico Enrico Michetti, lanciato da FdI ma poi derubricato da Meloni a “nome interessante come altri”. Per Forza Italia spunta il magistrato Simonetta Matone, poi Rita Dalla Chiesa. Mentre Vittorio Sgarbi propone l’ex prefetto Achille Serra (che è stato anche senatore del Pd), l’ex grillino Giovanni Favia per Bologna e Vittorio Feltri per Milano.
Dove la Lega punta invece su Maurizio Dallocchio, economista e docente alla Bocconi (che non ha ancora detto sì), ma emerge Paolo Del Debbio, mentre perde quota Annarosa Racca, presidente di Federfarma lombarda, ultimo nome uscito dal cilindro salviniano.
In campo ci sarebbe pure Marco Gervasoni, il professore che ha insultato Mattarella. Insomma, l’intesa nel centrodestra sarà pure vicina, ma è ben dissimulata. Negli uffici della Lega a Montecitorio nel pomeriggio si incontrano Salvini, Meloni, Tajani, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliarello per “Cambiamo” di Toti, il centrista De Poli e Sgarbi. Clima tranquillo, nonostante da mesi i leader di lega e FdI non si vedano vis à vis. Convitato di pietra, il Copasir, di cui secondo tutti i partecipanti non si è parlato. Subito prima del summit, il Capitano e Tajani si incrociano al Senato, e si diffonde la voce di un’intesa siglata a sorpresa sulle grandi città: Michetti per la Campidoglio e Racca per il capoluogo lombardo.In realtà, le cose procedono più lentamente.
I leader prendono finalmente atto dell’”indisponibilità” sia di Albertini che di Bertolaso, se ne fanno una ragione e si guarda davvero avanti. Il centro dell’incontro è Roma, di Milano si parla poco. Non appare convincente la proposta, lanciata dallo stesso Albertini, di Fabio Minoli, direttore relazioni esterne della Bayer ed ex comunicatore di Confindustria.
Neppure il nome di Racca però fa proseliti, scivolando tra le proposte “interessanti” e niente più. Salvini rinvia: “Sono emersi 4-5 nomi inediti da sondare… Valuteremo i profili migliori”. Meloni mette fretta, chiede di chiudere la partita entro la settimana prossima, consapevole che sarà complicato. Anche perché il piano A restano appunto i civici, ma gli esponenti politici non sono del tutto fuori dal tavolo. Raccontano che Tajani abbia insistito nel proporre Gasparri a Roma e Lupi a Milano, senza riuscire per ora a convincere gli alleati. Ad avere l’ultima parola saranno i sondaggi che nei prossimi giorni dovranno misurare la forza reale dei nomi proposti. Se si tornasse sul versante politico, per Roma i nomi in corsa non sarebbero pochi: Fi punta su Gasparri, la Lega avrebbe Storace, mentre Fdi potrebbe schierare la giovane consigliera regionale Chiara Colosimo (in alternativa, Rampelli o il capogruppo alla Camera Lollobrigida). L’unica certezza, pare, è la candidatura condivisa del capogruppo azzurro a Montecitorio Roberto Occhiuto per le regionali in Calabria.
(da Huffingtonpost)

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NEL RECOVERY DI DRAGHI ZERO CASE POPOLARI, UN ALTRO FAVORE A BANCHE E PRIVATI

Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile

2,8 MILIARDI VANNO ALL’HOUSING PRIVATA SOCIALE CHE PIACE ALLE FONDAZIONI MA CHE IN 12 ANNI HA CREATO SOLO 9.000 ALLOGGI

Il piano casa del governo Draghi? Zero case popolari, tanto housing sociale e alcuni interventi a favore della marginalità, dai diversamente abili fino a misure per contrastare le “baraccopoli” figlie del caporalato in agricoltura.
I progetti che dovrebbero ridurre il disagio abitativo in Italia emergono dagli allegati al Piano nazionale di ripresa e resilienza: per aumentare il patrimonio residenziale a favore delle famiglie meno abbienti ci sono due diverse voci da 1,4 miliardi di euro (100 milioni dal 2022 a salire fino a 500 nel 2026) che andranno a finanziare interventi dentro al “Programma per la qualità dell’abitare”.
Tradotto? “Riqualificazione e aumento degli alloggi sociali, miglioramento dell’accessibilità, mitigazione della carenza abitativa, welfare urbano”, si legge nel piano.
Il fatto è che gli “alloggi sociali” sono qualcosa di radicalmente diverso dalle case popolari, pure più volte citate dal premier Mario Draghi nei suoi discorsi di presentazione del Recovery Plan alle Camere. Si tratta di edilizia privata sociale.
Un sistema che stando al Piano nazionale messo a punto da Cassa depositi e prestiti nel 2009 avrebbe dovuto consentire di realizzare 20mila alloggi attirando compartecipazioni di spesa dal settore privato.
Oggi sono solo 9mila a fronte di 650mila richieste inevase per accedere agli alloggi di edilizia residenziale pubblica. E i criteri di reddito per accedervi spesso escludono le persone più difficoltà. Basti dire che in Lombardia possono entrare nei quartieri di housing sociale persone o famiglie con Isee fino a 96mila euro annui.
Il disagio in Italia: 50mila sfratti, 220mila pignoramenti, 100mila case popolari vuote
A febbraio il Forum Diseguaglianze e Diversità, cercando di orientare l’impianto del Recovery, ha prodotto il documento “Una casa dignitosa, sicura e socievole per tutti. Una missione strategica attivata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”.
Curato fra gli altri da urbanista dell’Università La Sapienza di Roma e dal presidente di Federcasa – la Federazione degli enti gestori di case popolari –, il toscano Luca Talluri.
Cosa dice? Che le case popolari in Italia sono 805mila ma altre 100mila potrebbero essere rimesse in uso con un piano di investimenti.
La domanda invece? 650mila richieste inevase per accedere agli alloggi di edilizia residenziale pubblica. A tanto ammonta il numero di famiglie in attesa nelle graduatorie dei Comuni.
E ancora: 50mila nuove sentenze di sfratto ogni anno che sono andate aumentando del 57% in 10 anni. Oltre a 100mila richieste di esecuzione sfratto ogni anno e il gigantesco, quanto non trattato, problema delle esecuzioni immobiliari e dei pignoramenti, con una media negli ultimi cinque anni di 220mila lotti che finiscono in asta, al 70% sul settore residenziale.
Housing sociale: la creatura Cdp-Cariplo
Basteranno i soldi e le misure previsti per far fronte a questo disagio abitativo? Per rispondere occorre capire che cos’è l’housing sociale su cui il governo ha scommesso nella missione 5 del Piano, quella dedicata a Inclusione e coesione, che comprende anche interventi di “Rigenerazione urbana” per il riutilizzo di aree pubbliche e il miglioramento dell’arredo urbano e del tessuto sociale e ambientale – a oggi non meglio dettagliati – in alcune grandi aree metropolitane (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Messina, Cagliari, Palermo).
Parliamo di edilizia privata sociale finanziata tra il 60 e l’80% da Cassa Depositi e Prestiti attraverso un sistema di fondi immobiliari locali per l’abitare. Nasce come idea in seno alla Fondazione Cariplo nei primi Duemila, come strumento per rispondere alla crisi del ceto medio impoverito.
La platea che dovrebbe servire? In gergo si definisce “zona grigia” degli inquilini: chi è troppo benestante per le case popolari ma non abbastanza per il mercato immobiliare privato delle città. La leggenda vuole che ad innamorarsi dell’housing sociale sia stato direttamente Giuseppe Guzzetti, lo storico e potente capo delle fondazioni bancarie in Italia (oggi 87enne) che per portare avanti il suo disegno partendo da Milano, in Cariplo chiamò dal mondo della finanza londinese Sergio Urbani, attuale Direttore Generale della Fondazione bancaria azionista di Intesa Sanpaolo. Il quale, appena insediato in Cariplo, sulla sua scrivania trova e studia un dossier firmato dall’attuale assessore alla Casa del Comune di Milano, Gabriele Rabaiotti, all’epoca giovane ricercatore del Politecnico di Milano.
Da Cariplo il progetto approda in Cassa Depositi e Prestiti. Che inizia a strutturare nel 2009 un piano nazionale dell’housing sociale. Obiettivo? Realizzare 20mila alloggi in 20 anni con 2,2 miliardi di euro. Che, a leva, avrebbero attirato compartecipazioni di spesa dal settore privato. Il piano non decolla mai. Anche perché la crisi dei mutui si abbatte in quegli anni sul settore bancario e immobiliare e lo stesso Guzzetti nel tempo si defila dal suo ruolo di dominus. Quando nascevano i primi fondi immobiliari si racconta che bastasse una sua telefonata per trovare realtà come Pirelli o Telecom pronte a mettere 10-20 milioni di euro sul piatto per un fondo dedicato all’edilizia privata sociale. Oggi? Sono 9mila gli appartamenti in housing sociale in tutta Italia, per un canone d’affitto medio di 500 euro al mese più spese, mentre altri vengono venduti a prezzi convenzionati o affittati per i primi 8 anni e poi ceduti con patti di futura vendita.
A far fallire, almeno dal punto di vista sociale, la “visione” iniziale della strategia abitativa ci si mettono anche le Regioni: i criteri di reddito per accedervi attraverso una serie di graduatorie gestite privatamente vengono innalzati nel tempo. E oggi, in Lombardia, possono entrare nei quartieri di housing sociale persone o famiglie con Isee fino a 96mila euro annui.
Chi entra in affitto deve avere redditi che superano di almeno tre volte il canone di locazione. Persone quindi perfettamente “solvibili” anche su un ricco mercato immobiliare come la piazza di Milano. Mentre invece non può entrare chi ha subito per esempio uno sfratto. Per citare un altro esempio a Perugia è stato aperto di recente un bando per i primi 67 appartamenti (su 171) realizzati all’Ex Tabacchificio. Per accedervi? Si legge che “la capacità economica del nucleo familiare viene valutata sulla base del “reddito convenzionale” che non deve essere superiore a 60mila euro né inferiore.
Tutti pazzi per il social housing all’italiana
Il settore però è effervescente. Ai numeri, da oltre 10 anni deludenti, fa da contraltare un’importante campagna di marketing e comunicazione. Che batte su quanto sia innovativo creare quartieri in periferia in elevati classi energetiche in chiave di riconversione ambientale e che, nella città contemporanea, sono abitati dal cosiddetto “mix sociale” o “mixitè”: una sorta di melting pot fra autoctoni e stranieri, benestanti e meno, giovani e anziani, diversamente abili che lavorano nelle realtà di vicinato del quartiere stesso.
Solo per fare gli esempi più recenti: all’housing sociale sono destinate importante porzioni delle aree da riqualificare nell’ambito di Reinventing Cities, il bando internazionale promosso dal Comune di Milano e la rete delle grandi città nel mondo “C40” che ha messo a gara aree nei quartieri di Crescenzago, Bovisa, all’Ex Macello di Milano, lo scalo di Lambrate.
Sempre in edilizia convenzionata andranno edificate alcune porzioni degli scali ferroviari dismessi che Ferrovie dello Stato ha venduto ai privati. A Milano negli anni sono nati quartieri che hanno cambiato anche la toponomastica della città: da “Figino Borgo Sostenibile” a “Cenni di Cambiamento” (via Cenni) passando per “Moneta Milano” in via Moneta, il “Cascina Merlata Social Village” accanto ad Expo fino a “Redo Merezzate” nel quartiere di Rogoredo-Santa Giulia, che nel 2026 ospiterà le Olimpiadi invernali. Dove alcuni degli abitanti raccontato di aver comprato per investimento, non per necessità, contando su un rialzo dei prezzi grazie alla manifestazione a cinque cerchi.
Ecco gli uomini dell’housing sociale
Chi sono gli uomini e le donne che devono portare avanti il disegno sull’housing sociale in Italia? Tutti volti riconducibili al mondo di Cdp e Redo sgr, la società benefit emanazione di Cariplo e Intesa Sanpaolo che ha in mano, da quasi monopolista, la partita: da Paola Delmonte, ex Cariplo, poi Cdp e oggi in Redo, vera e propria pasionaria dell’housing sociale e studiosa della materia, a Giordana Ferri presidente della Fondazione Housing Sociale (emanazione di Cariplo) fino all’avvocato Carlo Cerami, presidente di Redo e storico amministrativista di Milano legato al centrosinistra e attualmente consigliere di amministrazione di Cdp. In via Goito è entrata invece nel 2021 come responsabile dei Fondi FIA (Fondi Investimento per l’Abitare) Francesca Maria Silva. Ingegnere, milanese-genovese di nascita, Maria Silva è un’esperta di smart cities e rigenerazione urbana. In passato legata umanamente all’ex ministra della Difesa, Roberta Pinotti (che ne è la madrina), tanto da essere nominata durante il suo dicastero alla presidenza di Difesa Servizi, la società della difesa che gestisce beni immobiliari e servizi, prima di andarsene al termine dell’incarico.
(da Il Fatto Quotidiano)

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ALTRO CHE SCUOLE APERTE IN ESTATE; SCRUTINI ANTICIPATI, SI CHIUDE PRIMA

Maggio 24th, 2021 Riccardo Fucile

DIDATTICA, NESSUN RECUPERO DELLE ORE PERSE A CAUSA DELLA PANDEMIA E PAGELLE SPOSTATE A LEZIONI IN CORSO (COSÌ SI RISPARMIA)

L’idea del governo di allungare il calendario scolastico in estate è durata il tempo di qualche retroscena sui giornali.
Ora che giugno si avvicina, la realtà che si profila è ben diversa: invece che aumentare i giorni in aula recuperando un po’ del tempo perso a causa della pandemia di Covid, le scuole finiranno di fatto molto prima del previsto.
A deciderlo è stato il ministero dell’Istruzione guidato da Patrizio Bianchi, che la scorsa settimana ha firmato un’ordinanza con la quale ha indicato agli Uffici scolastici regionali la possibilità di anticipare gli scrutini a prima della fine della scuola. Una decisione motivata “in ragione della perdurante emergenza pandemica” e che riguarda tutte le classi “delle istituzioni scolastiche statali e paritarie del primo e secondo ciclo di istruzione”.
Ergo, “fermo restando l’avvio degli stessi (scrutini, ndr) non prima del 1° giugno 2021”, le valutazioni finali e le conseguenti decisioni su promozioni e bocciature sono anticipate “entro il termine delle lezioni fissato dai calendari delle Regioni e delle province autonome”.
L’ordinanza è stata recepita in tutta Italia e qualche Ufficio regionale, nel darne informazione alle varie scuole, ha reso un po’ più esplicite le ragioni di tanta fretta. È il caso, per esempio, dell’Ufficio scolastico del Lazio, che ha chiesto ai suoi istituti di fare presto: “Le istituzioni scolastiche statali svolgono, salvo impossibilità, gli scrutini finali tra il primo e l’8 giugno, quando un termine successivo richiederebbe di autorizzare la spesa aggiuntiva necessaria a prorogare il contratto di lavoro ad uno o più docenti”.
Il problema dunque, al netto della ovvia difficoltà nel gestire i protocolli anti-Covid, è anche economico. Svolgere gli scrutini ad anno scolastico ancora in corso consente infatti di non dover prolungare le supplenze alle migliaia di docenti precari, con conseguente risparmio per le casse pubbliche. La conseguenza più immediata però è che in questo modo gli insegnanti hanno dovuto affrettare i tempi per le ultime prove e le ultime interrogazioni, dovendo chiudere prima del previsto le valutazioni sugli studenti. Col paradosso che poi, a scrutini completati, i ragazzi avranno ancora qualche giorno di lezione che sarà però del tutto ininfluente sul proprio destino scolastico.
Una chiusura anticipata che, come detto, sembra contraddire le intenzioni di cento giorni fa, quando il governo si insediò con il proposito di valorizzare la didattica in presenza – falcidiata dalle chiusure – anche a costo di sacrificare parte delle vacanze estive.
Quel che resta di quel progetto è il “Piano scuola estate”, un insieme di attività distribuite da giugno a settembre per cui gli istituti e gli studenti possono richiedere l’accesso su base volontaria. Si tratta di ore di laboratorio, di orientamento, di iniziative sul territorio e persino di incontri “con mondi esterni”, ovvero “le professioni e il terzo settore”.
Due giorni fa, a domanda diretta del Corriere della Sera sull’apertura delle scuole in estate, il ministro Bianchi ha sviato: “Oltre 5.800 istituti hanno presentato progetti per ricever le risorse Pon. Per il nostro Piano estate le scuole dispongono anche di 150 milioni dal decreto Sostegni”.
Le due cose però – il Pon (Programma operativo nazionale) e il Piano estate – non sono la stessa cosa, visto che il primo, come ha notato il dirigente scolastico dell’istituto Marinelli di Udine Stefano Stefanel su La tecnica della scuola, comprende progetti che le scuole possono sviluppare “entro il 31 agosto 2022 e che quindi non hanno necessariamente molto a che fare con l’estate”.
Senza dimenticare che gli istituti scolastici in Italia, anche escludendo le vecchie scuole materne, sono circa 40 mila.
(da Il Fatto Quotidiano)

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