Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile
DOMANI SUMMIT A LISBONA
“Serve un meccanismo europeo di solidarietà per l’estate, con i paesi che ci stanno:
su base volontaria”. Luciana Lamorgese prende il telefono e chiama la commissaria europea agli Affari Interni Ylva Johansson.
La situazione sta sfuggendo di mano perché la bella stagione aumenta gli arrivi sulle coste meridionali e una gestione europea degli sbarchi non si materializza.
Allora, siccome dall’epoca del piano Juncker sulle ‘relocations’ nel 2015 si è capito che un meccanismo obbligatorio di redistribuzione tra gli Stati europei non si concretizzerà mai, la ministra degli Interni chiede a Johansson per mettere in piedi almeno un meccanismo su base volontaria per gestire gli arrivi dei prossimi mesi, che già si annunciano critici.
Il piano conta sulla disponibilità della Spagna, Francia, Portogallo, i paesi che in questi anni hanno dato una mano, riferiscono fonti di governo. Ma molto probabilmente stavolta Roma non potrà contare su Berlino: in Germania ci sono le elezioni il 26 settembre e il tema immigrazione resta sensibile.
“L’Ue deve dare solidarietà”, concorda Johansson ringraziando l’Italia. Anche la commissaria Ue sa che per arrivare ad una discussione e approvazione da parte degli Stati membri del ‘nuovo patto sull’immigrazione e l’asilo’, proposto dalla Commissione a fine settembre 2020, servirà tempo. Ma le coste del sud Italia e degli altri paesi di frontiera sono già in emergenza.
Intanto, domani, grazie all’interessamento della presidenza portoghese dell’Ue, che ha fissato l’immigrazione tra i temi prioritari della sua agenda, l’Unione riprende il dossier abbandonato durante il primo inverno di pandemia.
Proprio mentre in Italia la materia torna a scaldare lo scontro politico nella stessa maggioranza Draghi, domani i ministri degli Interni europei si riuniranno al centro culturale di Belem, a Lisbona. Lamorgese partecipa in videoconferenza da Roma. Presenti il vicepresidente della Commissione Europea Margaritis Schinas, la commissaria Johansson, rappresentanti di Libia, Egitto, Algeria, Mauritania, Marocco, Niger, Senegal e Tunisia, di Frontex e dell’Easo, la struttura europea che fornisce supporto nelle pratiche per la richiesta d’asilo, dell’Unhcr e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (Oim). Ci saranno anche i rappresentanti dei due processi di dialogo sui flussi migratori avviati dall’Ue con i paesi africani (‘Rabat process’ e ‘Khartoum process’).
All’ordine del giorno della discussione c’è la gestione dei flussi di migrazione irregolare, lo sviluppo di procedure di rimpatrio “sicure ed efficaci”, ma anche “rotte legali per la migrazione”. Inoltre la riunione servirà anche a fare il punto sul ruolo di agenzie come l’Easo, visto che le procedure d’asilo sono nelle mani degli Stati di primo approdo perché la riforma di Dublino tarda ad arrivare per mancanza di disponibilità degli altri Stati europei a condividere la responsabilità con i paesi di frontiera come l’Italia.
Ma il summit portoghese servirà anche a discutere del ruolo di Frontex, l’agenzia europea che si occupa dei controlli di sicurezza sulle frontiere esterne, finita nella bufera per accuse di corruzione (indaga l’ufficio europeo per la lotta anti-frode, Olaf), perché accusata di aver respinto migranti nell’Egeo (sta indagando il Parlamento europeo) oppure per non essere intervenuta attivamente per mettere in salvo migranti in difficoltà (come è successo a fine aprile con il naufragio al largo di Tripoli).
Il vertice di domani è il primo appuntamento europeo sull’immigrazione degli ultimi otto mesi, quasi interamente dedicati all’emergenza covid e alle misure per combattere la crisi economica. Dallo scorso settembre, quando la Commissione Europea ha presentato la sua proposta per un “nuovo patto sull’immigrazione e l’asilo” limitandosi a emendare il regolamento di Dublino, gli Stati membri non ne hanno discusso nemmeno una volta. Il 27 aprile scorso la Commissione Europea ha presentato un’altra proposta basata sui rimpatri volontari, con un sistema di incentivi per il ritorno nei paesi d’origine.
Il tema della distribuzione dei migranti che arrivano nei paesi della periferia tra gli altri Stati membri sembra sparito dai radar. E da qui nasce l’iniziativa di Lamorgese, volta a rianimare lo spirito di solidarietà degli accordo di Malta.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile
IL TRIBUNALE: “IL SUO NON ERA SOLO UN DIRITTO, MA ANCHE UN DOVERE CIVICO”
Cheickna Hamala Diop oggi ha 26 anni e vive a Parigi. Era arrivato in Italia all’età di dieci anni, dal Mali.
Dopo aver perso il lavoro la scorsa primavera per aver denunciato la Rsa dove era impiegato, il Don Gnocchi, l’operatore sanitario ha lasciato il nostro Paese, in cerca, altrove, di condizioni lavorative più giuste.
La giustizia italiana, tuttavia, partendo dalla vicenda dell’operatore della struttura per anziani, ha scritto una sentenza storica che farà giurisprudenza: la giudice Camilla Stefanizzi della sezione lavoro del tribunale di Milano ha reintegrato Diop, difendendo la figura del whistleblower, tutelata dalla legge 179 del 2017 ma, ancora oggi, vittima di ritorsioni da parte dei datori di lavoro.
I fatti
Il 26enne era stato cacciato dalla cooperativa Ampast, che fornisce personale alla Rsa milanese del Don Gnocchi, il 7 maggio 2020. Diop – come ha raccontato all’epoca dei fatti a Open -, aveva denunciato l’istituto di Milano, per il quale prestava servizio ormai da tre anni, per il reato di diffusione colposa di epidemia. Nell’intervista ha motivato così la sua scelta:
«Ho deciso di denunciare il giorno in cui ho saputo che c’erano stati dei casi di Coronavirus all’interno dell’Rsa. Il 14 marzo è arrivato un messaggio nel gruppo su Whatsapp dei colleghi in cui ci veniva detto che eravamo entrati in contatto con dei casi positivi. Il documento, però, era firmato il 10 marzo: vi rendete conto che erano passati quattro giorni dalla scoperta dei contagi alla comunicazione a noi oss? Siamo anche venuti a conoscenza che c’erano stati dei casi di Covid già da prima, mentre i nostri capi ci avevano assicurato che il Don Gnocchi era sicuro. Allora mi sono chiesto: come facevano a essere certi se non erano mai stati fatti dei tamponi? Ma le negligenze erano tante: un’altra, clamorosa, era il divieto di utilizzare le mascherine. Pure se ce le portavamo da casa, ci veniva chiesto di rimetterle in tasca»
La Guardia di Finanza aveva aperto già da aprile 2020 un fascicolo sull’Istituto Don Gnocchi di Milano, per indagare sulla morte di circa 140 anziani. Tra le accuse mosse da Diop e da altri 17 colleghi, inoltre, ce n’era una relativa all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale.
«Ricordo benissimo che gli infermieri dicevano – agli oss – di nascondere le mascherine per non far vedere ai superiori che le utilizzavamo». Veniva disincentivato l’utilizzo delle protezioni per non creare allarme e a farne le spese non erano soltanto i pazienti della struttura, ma gli stessi dipendenti: Diop stesso, il 20 marzo 2020, è risultato positivo al Coronavirus
La sentenza
Attraverso il sindacato Usb, arrivò ai vertici di Ampast e del Don Gnocchi la richiesta di maggiore sicurezza. Il comunicato, ripreso anche dai media, in quel periodo concentrati sulla cosiddetta “strage degli anziani” nelle Rsa lombarde – morirono 700 persone -, creò non pochi imbarazzi ai dirigenti delle due società. Diop fu licenziato e alcuni suoi colleghi vennero trasferiti in altre strutture. Oggi, 10 maggio, è stata resa pubblica la sentenza che punisce il comportamento della cooperativa Ampast: dovrà reintegrare Diop, pagare un’indennità corrispondente a tutte le mensilità maturate dal giorno del licenziamento e le spese legali agli avvocati dello studio Reboa, che hanno assistito l’operatore sanitario
Le motivazioni della giudice
Visto che la denuncia riguardava la tutela della salute, «l’interesse pubblico alla conoscenza della notizia è tale da ritenere che l’attività, non solo di denuncia all’autorità giudiziaria, ma anche di denuncia ai maggiori mezzi di comunicazione, possa essere considerata non solo un diritto, ma anche un dovere civico», si legge nella sentenza.
«Agli esordi di un’epidemia con effetti subito manifestatisi di enorme gravità, le informazioni su quanto stava accadendo all’interno della Fondazione avrebbero potuto conseguire il risultato concreto di mettere in salvo delle vite umane».
Come? «Consentendo l’adozione delle necessarie contromisure, sia da parte dei parenti che avrebbero potuto considerare anche l’opportunità di trasferire immediatamente i loro congiunti qualora non avessero condiviso o ritenuto sufficienti a proteggere la salute dei loro cari le prassi ivi poste in essere, sia da parte della Fondazione, che avrebbe potuto essere indotta a rivederle e a modificare con maggior tempestività la propria condotta per scongiurare l’impressionante numero di decessi che di fatto si sono verificati nell’arco di pochissimo tempo».
(da Open)
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Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile
“LA LEGGE CI VIETA DI COMUNICARE GLI ELENCHI A PERSONE DIVERSE DAL LEGITTIMO RAPPRESENTANTE LEGALE”
“Rousseau per legge non può assolutamente comunicare gli elenchi di iscritti a
persone diverse dal legittimo rappresentante legale o addirittura, come richiesto, a persone neanche iscritte al Movimento”.
Così l’associazione in un post in cui aggiunge: se comunicasse i dati “ad un soggetto terzo”, violerebbe il “Codice Privacy che prevede fino alla pena della reclusione per comunicazione e diffusione illecita di dati personali oggetto di trattamento su larga scala. Per questo non è possibile neanche comunicare la lista ad una neo forza politica che abbia una diversa associazione con un diverso Statuto e un diverso simbolo”.
“Oggi l’Associazione Movimento 5 Stelle, non ha alcun rappresentante legale politico né un soggetto legittimato ad amministrare e/o rappresentare il Movimento ossia, in altre parole, l’Associazione Movimento 5 Stelle non ha oggi alcun Capo Politico”.
Lo ribadisce Rousseau in un lungo post pubblicato sul blog delle Stelle dove punta l’indice: “il componente anziano del Comitato di Garanzia Vito Crimi, coadiuvato dagli altri componenti del Comitato di Garanzia Roberta Lombardi e Giancarlo Cancelleri, nel redigere le modifiche dello Statuto non ha inserito all’interno dello stesso una norma transitoria che prevedesse il mantenimento della figura del Capo Politico, o di altra figura legittimata, fino all’insediamento del Comitato direttivo.
Oltre a questa mancanza strutturale nella modifica statutaria, il Comitato di Garanzia ha deciso di non dare seguito alla decisione degli iscritti, omettendo di aprire le candidature per il Comitato Direttivo necessarie per il voto. Tutto ciò ha determinato, come detto e confermato dal Tribunale di Cagliari, l’assenza di un rappresentante legale”.
“Ci perdonerete l’ironia, ma la vicenda dei dati degli iscritti del Movimento 5 Stelle sta assumendo dimensioni grottesche. E’ nata addirittura una nuova categoria di persone: I NO LEX. Persone che negano l’esistenza delle leggi”.
Così l’Associazione Rousseau in un post sul blog dove spiega: “nelle ultime settimane siamo stati letteralmente inondati da comunicazioni di iscritti preoccupati che ci hanno diffidato dal comunicare i loro dati a persone non legittimate a gestirli e noi, ovviamente, vogliamo rassicurarli. Ogni passo, a dispetto di quanto richiesto, sarà strettamente aderente alla legge e alla volontà degli iscritti”.
Consegnare i dati degli iscritti al M5s a chi non ha diritto di riceverli “paradossalmente sarebbe come comunicare tutti i dati degli iscritti del Movimento a soggetti politici diversi come Italia Viva o il Partito Democratico o la Lega”. Lo scrive l’associazione Rousseau in un post sul blog.
“Continuiamo ad attendere che la promessa pubblica di saldare i debiti venga onorata visto che ad oggi continua ad essere solo un annuncio sui social. I dipendenti di Rousseau sono in cassa integrazione. Inoltre, la gestione dei dati degli iscritti e la responsabilità del trattamento comportano costi notevoli che sono sulle spalle” di Rousseau visto che “chi ritiene di essere il gruppo dirigente del Movimento ha deciso di non pagare più i servizi che devono essere comunque attivi perché previsti dalla legge e che noi, con profondo senso di responsabilità, continuiamo a erogare a nostre spese”.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile
EX TERRORISTI: E’ STATO L’UNICO A FUGGIRE AGLI ARRESTI IL 28 APRILE
“Ombre rosse” è il nome dell’operazione che ha portato all’arresto di sette
terroristi italiani in Francia e, come un’ombra, l’ex brigatista Maurizio Di Marzio sembra svanire nel nulla dopo che la polizia francese a fine aprile ha bussato alla sua porta con un mandato di cattura.
Era il 28 aprile e tra allora e oggi, 10 maggio, c’è un prima e un dopo non indifferente per Di Marzio.
I reati di banda armata, associazione sovversiva, sequestro di persona e rapina per cui era stato condannato a cinque anni e nove mesi di reclusione dalla mezzanotte di oggi cadono in prescrizione, trasformandolo automaticamente in uomo libero a tutti gli effetti.
Dei dieci nomi di cui l’Italia ha chiesto l’estradizione al governo francese, infatti, Di Marzio è l’unico che non è ancora stato arrestato né si è costituito, vincendo la sua personale battaglia contro la giustizia italiana, non più capace di perseguirlo.
Molisano d’origine – di Trivento, in provincia di Campobasso – la sua attività nelle Br è legata al contesto romano dove il suo nome è associato all’attentato al dirigente dell’ufficio provinciale del collocamento della capitale Enzo Retrosi nel 1981 e, su tutti, al tentato sequestro del vicequestore Nicola Simone, il 6 gennaio dell’anno successivo.
Il vicecapo della Digos, scomparso recentemente, era impegnato nella lotta al terrorismo rosso e, in seguito all’episodio dove rimase gravemente ferito e per cui gli venne conferita la Medaglia d’oro al valore, fu il primo direttore dell’Interpol Italia.
A quell’operazione presero parte anche i brigatisti Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli e Marina Petrella, esuli in Francia come Di Marzio ma che adesso, a differenza sua, saranno chiamati di fronte alla giustizia.
La vita francese di Di Marzio è condita da poca cronaca, concentrata tra il IX e il X arrondissement di Parigi a Rue de Maubeuge, all’interno della Taverna Baraonda, il ristorante gestito insieme alla moglie “per gli amanti del cibo, del vino e dell’arte”, come recita un post su Facebook, dove era facile incontrarlo e in cui aveva trovato lavoro anche Alimonti, ora ai domiciliari in attesa del rimpatrio.
Da esule, Di Marzio ha avuto modo di ripercorrere quel periodo di lotta armata, ammettendo in un’intervista di diversi anni fa concessa a Panorama di aver commesso “un mare di sciocchezze” tali che “non le ripeterei”, anche se “prima di giudicare bisogna considerare il contesto”.
Si definiva “cambiato” senza nascondere l’irritazione nei confronti dell’Italia, da cui si sentiva “perseguitato”. “Ho già scontato sei anni di carcere” e “non ho mai ucciso nessuno”, si difendeva nell’intervista.
Per amor di verità, duranti gli anni francesi Di Marzio conobbe anche mesi tormentati. Fermato nell’agosto del 1994 dalle autorità francesi, sempre in seguito alla richiesta arrivata da Roma, l’anno successivo la Corte d’appello si espresse in favore della sua estradizione in Italia. Ma, per via della discussa Dottrina Mitterand, su quel decreto governativo non venne mai posta alcuna firma e Di Marzio sfuggì, una seconda volta, alla giustizia italiana.
La terza, quella di oggi, si è cercato (invano) di evitarla. Proprio in vista delle prescrizioni, all’orizzonte non solo per Di Marzio, il presidente della Repubblica Emmanuel Macron e il ministro della Giustizia Eric Dupond-Moretti – che, per difendersi dalle accuse piovute dalla sinistra e da alcuni intellettuali dichiaratamente contrari all’estradizione, ha paragonato gli esuli italiani ai terroristi del Bataclan – avevano deciso di accelerare le operazioni.
La decisione del Tribunale di Milano di dichiarare “cittadino comune” l’ex membro dei Proletari armati per il comunismo Luigi Bergamin voleva tentare di superare la prescrizione, fissata all’8 aprile, ma ha provocato la reazione immediata di entrambi gli avvocati di quello che fu il compagno di lotta di Cesare Battisti.
Un provvedimento che “contesteremo” perché “non ha valore in Francia”, ha avvertito l’avvocata Irène Terrel. Le polemiche accese, quindi, hanno scoraggiato a prendere posizioni simili anche per Di Marzio.
Gli arresti dei giorni scorsi hanno sancito una rottura con il passato imposto dalla Dottrina, venendo così incontro alle richieste del governo italiano chiamato, non a breve, a tornare indietro di qualche decennio per fare i conti con la propria storia e con alcuni dei protagonisti di allora che, prendendo in prestito le parole del presidente del Consiglio Draghi, “hanno lasciato una ferita ancora aperta”. Alcuni tranne uno, per l’appunto. Da domani, definitivamente libero.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile
IN CHIESA COLLEGHI, DATORI DI LAVORO E TANTI AMICI DELL’OPERAIA 22ENNE
Commozione nella piccola chiesa di Spedalino Agnelli, periferia di Pistoia, per il
funerale di Luana d’Orazio, l’operaia 22enne stritolata dall’orditoio al quale lavorava in una fabbrica di Montemurlo, nel Pratese, lunedì scorso.
Palloncini bianchi con le foto di Luana e dei suoi amici pronti a volare in cielo a fine cerimonia. Greta, Denise e le altre con le magliette con la foto di Luana stampata, strette una all’altra, in lacrime.
E proprio di fronte alla chiesa del Cristo Risorto di Spedalino Asnelli, un ricordo della sua scuola, “la tua scuola ti saluta, ciao Luana”.
Il vescovo di Pistoia, monsignor Fausto Tardelli ha così iniziato la sua omelia: “E’ una lunga, lunghissima litania quella dei morti sul lavoro. E’ una litania che si allunga ogni giorno senza arrestarsi. Due, tre vittime al giorno. Qualcosa di inaudito. Di inaccettabile. Ora siamo qui attorno al corpo straziato di Luana. La sua storia ha commosso l’intero paese. Ma il suo corpo straziato è qui a nome di tutti gli altri corpi straziati ogni giorno sui luoghi di lavoro. Viviamo purtroppo in un mondo in balia delle emozioni che si accendono e si spengono in un attimo; in un mondo che vive sull’onda dell’immediato, condizionato spesso dai mezzi di comunicazione… occorre che le cose cambino”.
Per la scomparsa di Luana D’Orazio “ho voluto il lutto regionale: e alle 15, quando inizierà la messa in suo ricordo nel suo luogo natale, spero che tutti i toscani dedichino a lei il loro pensiero”. Lo ha affermato Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana
“Spero che questo pensiero si accompagni al pensiero per tutti coloro che se ne sono andati per incidenti sul lavoro, con l’obiettivo delle istituzioni di fare di tutto, creare tutte le condizioni perché non avvenga più”, ha aggiunto Giani, ribadendo che la sicurezza sul lavoro “è fondamentale” perché “chi va al lavoro deve andarci con la tranquillità psicologica di sapere che ci sono tutte le garanzie perché lo possa esercitare con sicurezza”.
I collegh
Anche la titolare della ditta dove è avvenuto l’incidente e i colleghi di lavoro hanno voluto essere presenti ai funerali di Luana D’Orazio . La titolare dell’azienda tessile dove il 3 maggio c’è stato l’incidente mortale sul lavoro, Luana Coppini, con il marito, ha raggiunto la chiesa ed ha preso posto all’interno
Sul fronte dell’inchiesta, mercoledì il perito nominato dalla Procura, affiancato da quelli della famiglia e dei due indagati, eseguiranno la perizia tecnica sulla macchina che ha ucciso Luana. Secondo l’ipotesi di accusa, sarebbe stata manomessa dai proprietari e dal responsabile della manutenzione, che avrebbero eliminato la saracinesca di protezione
Intanto va avanti la raccolta di fondi per aiutare la famiglia di Luana, ragazza madre che ha lasciato un bambino di 5 anni, ora affidato ai nonni. Oltre 120mila euro sono stati finora raccolti, come ha fatto sapere il sindaco di Montemurlo, Simone Calamai. In accordo con il sindaco di Montemurlo, il sindaco di Pistoia, Alessandro Tomasi, e il Comune hanno deciso di sostenere e promuovere la raccolta fondi attivata tramite il Comitato Montemurlo solidale. L’iban sul quale fare i versamenti è: IT11 U030 6937 9791 0000 0004 565 intestato al Comitato Montemurlo Solidale presso la Banca Intesa San Paolo – Filiale di Montemurlo via Scarpettini, la causale da indicare è “Donazione per Luana”.
Ieri alla ragazza il ministro della famiglia Elena Bonetti ha voluto dedicare la festa della mamma. «Il mio pensiero oggi non può che essere per Luana, che tanti giorni come questo avrebbe dovuto vivere con gioia» è il messaggio lasciato da Bonetti su Twitter.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile
IL RADUNO ORGANIZZATO VIA TELEGRAM SU UNO DEI CANALI DI “IO APRO”… LIBERI DI CONTAGIARE FINO ALLE 2 DI NOTTE
Si sono ammassati in centinaia, senza indossare la mascherina né rispettare le normative sul distanziamento anti-Coronavirus.
Il nuovo caso di festa clandestina si è registrato nella notte al parco Dora di Torino, dove sono state violate le restrizioni del coprifuoco fissato alle 22.
Stando alle prime ricostruzioni, il raduno sarebbe stato organizzato su una chat Telegram dal movimento “Io apro” che raccoglie anche diversi messaggi negazionisti. Pur non essendo stato sponsorizzato come un evento no mask, la festa si è protratta fino alle 2 del mattino e non sarebbe legata allo spettacolo pomeridiano che ha visto l’esibizione nel pomeriggio di giocolieri e artisti di strada nell’area dell’ex-stabilimento industriale.
La diffusione di eventi negazionisti e feste promosse su chat e piattaforme come Telegram è sempre più comune, così come i luoghi-simbolo negazionisti in Piemonte, dove a inizio maggio è stata chiusa la Torteria di Chivasso, uno dei punti di ritrovo di chi rifiuta l’esistenza del Coronavirus.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile
IL LATTE NON E’ MAI STATO PAGATO UN EURO AL LITRO E IN TRIBUNALE PER LE MANIFESTAZIONI CI VANNO SOLO I PASTORI
Vi ricordate? Poco più di due anni fa i pastori sardi sfilavano al Viminale dall’allora
ministro dell’Interno Matteo Salvini. “Non mi alzo dal tavolo se il prezzo del latte non arriva a 1 euro”, diceva l’allora leader della Lega.
Oggi il latte dei pastori sardi non è mai stato pagato un euro al litro.
In compenso, sono due i processi che si svolgeranno questa mattina, dalle 10 al Tribunale di Sassari, a carico di otto pastori che nel febbraio 2019 avevano manifestato in piazza durante le proteste per richiedere un equo prezzo del latte ovino conferito per essere trasformato in formaggio, la maggior parte Pecorino Romano.
Sono accusati di reati quali rapina, blocco stradale e danneggiamento. A causa delle restrizioni per il Covid non ci saranno presidi davanti al palazzo di giustizia di Sassari ma i delegati degli allevatori esprimono la propria solidarietà a distanza.
“Diventa sempre più pesante l’accanimento giudiziario contro i pastori che hanno manifestato nel febbraio 2019. In questi giorni si stanno svolgendo i processi, sempre più ravvicinati, in vari tribunali della Sardegna, con accuse di gravi reati per numerosi allevatori”, dicono i ‘Pastori senza bandiere’.
“Dopo due anni da quei fatti” pretendono che “finalmente, si riconosca la legittimità di quella rivendicazione. Anche nei momenti di maggiore tensione, l’abbiamo condotta senza cadere in atti violenti contro le persone. È necessario si riconosca il motivo che ha caratterizzato la protesta, una battaglia rivolta a garantire la giusta remunerazione del latte per gli allevatori ovini”.
I ‘Pastori senza bandiere’ perciò “respingono con forza che si guardi la protesta dei lavoratori come un’attività criminosa da condannare e punire severamente. Le sacrosante ragioni di un’intera categoria aspettano ancora di essere adeguatamente tutelate e garantite. Attraverso strumenti di contrattazione – concludono – non represse con denunce e processi, che colpiscono ingiustamente i pastori e le loro famiglie”.
(da NextQuotidiano)
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Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile
I DATI CONFERMANO CHE IL NESSO ESISTE
Fino al 26 aprile 2021, sono state inserite nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza 29 segnalazioni di trombosi venose intracraniche e 5 casi di trombosi venose in sede atipica in soggetti vaccinati con Vaxzevria su circa 4 milioni di dosi di vaccino Astrazeneca somministrate nel periodo 27 dicembre 2020-26 aprile 2021.
L’incidenza dei casi gravi è riportata nel quarto Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 dell’Agenzia del Farmaco.
La valutazione dei casi italiani di trombosi venosa intracranica e atipica in soggetti vaccinati con Vaxzevria è in linea con le conclusioni della procedura dell’Agenzia Europa dei Medicinali.
La maggior parte di questi eventi (22 casi, 65 per cento) hanno interessato le donne con un’età media di circa 48 anni e solo in 1/3 dei casi circa gli uomini (12 casi, 35 per cento) con un’età media di circa 52 anni.
Il tempo medio di insorgenza è stato di circa 8 giorni dopo la somministrazione della 1a dose del vaccino Vaxzevria.
L’approfondimento a livello nazionale di queste segnalazioni è condotto con il supporto di un “Gruppo di Lavoro per la valutazione dei rischi trombotici da vaccini anti-Covid-19”, costituito da alcuni dei massimi esperti nazionali di trombosi ed emostasi.
Dallo scorso 27 dicembre al 26 aprile, su un totale di 18.148.394 dosi somministrate sono pervenute 56.110 segnalazioni di eventi avversi in seguito all’inoculazione dei quattro vaccini approvati: Moderna, Pfizer, AstraZeneca Johnson & Johnson.
E le segnalazioni gravi corrispondono all′8,6% del totale, con un tasso 27 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal tipo di vaccino, dalla dose (prima o seconda) e dal possibile ruolo causale della vaccinazione.
E’ quanto emerge dal quarto Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini COVID-19, pubblicato dall’Agenzia Italiana del Farmaco.
Secondo lo studio, il 91% delle segnalazioni sono riferite a eventi non gravi, che si risolvono completamente, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari.
La maggior parte delle segnalazioni sono relative al vaccino Comirnaty (75%), finora il più utilizzato nella campagna vaccinale (70,9% delle dosi somministrate), e solo in minor misura al vaccino Vaxzevria (22%) e al vaccino Moderna (3%), mentre non sono presenti, nel periodo considerato, segnalazioni relative a COVID-19 Vaccino Janssen (0,1% delle dosi somministrate).
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2021 Riccardo Fucile
ORA L’ITALIA CHIEDERA’ LA RIPRESA DEI RICOLLOCAMENTI IN EUROPA… LA TUNISIA STA FRENANDO LE PARTENZE, LA LIBIA CHE FINANZIAMO FA PARTIRE BARCONI CON 400 PERSONE DOPO AVERLE TAGLIEGGIATE
I tunisini provano a fermarli, i libici no. E i grossi pescherecci capaci di ospitare
3-400 persone come i quattro arrivati ieri in meno di 24 ore a Lampedusa non partono certo dalle spiagge come i gommoni, ma dai porti.
Oppure prendono a bordo i migranti a poche miglia dalle coste. Eppure ieri sono passati inosservati, si sono materializzati solo quando erano a poche miglia da Lampedusa o sono stati avvistati e seguiti dall’alto dai droni di Frontex mentre le autorità maltesi li lasciavano procedere senza intervenire verso le acque territoriali italiane. Come ormai accade da anni.
Che sta succedendo in queste ore nel Mediterraneo dove si susseguono naufragi ( l’ultimo stamattina a poche miglia dalla Libia con 5 vittime tra cui un bambino) e partenze multiple?
L’Italia ha urgenza di capirlo e di agire subito se vuole giocare di anticipo ed evitare di essere travolta da un’emergenza che, con l’arrivo dell’estate e la sempre più ingestibile situazione in Africa, rischia di vedere arrivare migliaia di persone al giorno, la cui gestione e accoglienza in questo momento è tutta sulle spalle dell’Italia visto che il nuovo patto europeo per l’asilo e l’immigrazione è rimasto sulla carta e che i ricollocamenti in Europa sono fermi da mesi causa Covid.
Per questo Draghi ha deciso di mettere in piedi una cabina di regia che si occupi a tutto tondo dell’immigrazione e il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese torna a spingere con i colleghi europei perchè si riparta da subito almeno con il patto di Malta e il meccanismo di solidarietà volontaria per la redistribuzione in Europa dei migranti che sbarcano nei Paesi costieri.
Nel frattempo la macchina del Viminale e delle prefetture si è messa in moto per gestire al meglio l’accoglienza, alleggerendo la pressione su Lampedusa nel timore di nuovi arrivi.
C’è da gestire anche la complessa e delicata operazione sanitaria di tamponi e isolamento per tutti i migranti sbarcati, alcuni già trasferiti su navi quarantena, altri verranno redistribuiti in strutture apposite da riattivare a terra.
Resta il grande urgente nodo dei soccorsi nel Mediterraneo per evitare che tragedie come i naufragi dei giorni scorsi si ripetano.
In questo momento non ci sono navi umanitarie in mare, le poche rimaste in missione sono bloccate nei porti italiani da fermi amministrativi o quarantene e – come denunciato più volte anche dalle agenzie dell’Onu, Unhcr e Oim – manca un meccanismo di soccorso europeo.
Un punto sul quale oggi interviene il segretario del Pd Enrico Letta che chiede che la missione europea Irini, che ha come missione la lotta ai trafficanti di armi e petrolio, si trasformi in una missione di soccorso.
“Il problema dei migranti è grande e va gestito – dice Letta – Credo che la missione militare Irini, davanti alle coste libiche, deve essere trasformata da missione che si occupa di fermare le armi a missione che consente di gestire il salvataggio in mare”. “L’Europa – aggiunge Letta – deve fare di tutto per far sì che queste regole vengano rispettate, come quelle di ricollocamento e gestione. Sono convinto che Draghi sia la persona giusta perchè a livello europeo ha una credibilità enorme”.
Nei prossimi giorni, Draghi convocherà la cabina di regia con cui intende seguire per tutta l’estate i flussi migratori. Ne faranno parte, insieme al ministro dell’Interno, anche quelli della Difesa, degli esteri, dei Trasporti.
E il 20 maggio, Lamorgese tornerà in Tunisia per stringere patti ancora più incisivi con il governo di Tripoli e scongiurare un’altra estate di sbarchi autonomi. Ieri la Tunisia ne ha fermati quattro, bloccando 215 persone che stavano mettendosi in mare, ma cinque barchini sono riusciti ad arrivare a Lampedusa e su uno di questi erano quasi tutti minorenni: due adulti e 14 ragazzini tra gli 8 e i 14 anni.
(da La Repubblica)
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