Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
SALVINI ORA DICE “FRASI DISGUSTOSE, DA PUNIRE”, MA QUANDO ERA IL MOMENTO NON HA MOSSO UN DITO… ECCO LE STORIE, SONO ANCORA NELLA LEGA E HANNO PURE FATTO CARRIERA
Sei frasi, sette nomi: sul palco del Concertone del primo maggio Fedez ha riportato le parole pronunciate dagli esponenti della Lega contro la comunità Lgbt, senza nascondere chi ne fossero gli autori.
Frasi omofobe, solo in un caso ufficialmente smentite, a cui non hanno fatto seguito prese di posizione dure o provvedimenti del partito.
Oggi Matteo Salvini, ospite a Domenica Live su Canale5, dice che quelle frasi “sono disgustose. Chi augura la morte va curato e punito“.
Quattro persone delle cinque citate dal cantante che all’epoca dei fatti ricoprivano una carica pubblica, però, ancora oggi ricoprono una carica e fanno parte del Carroccio. Anzi, in alcuni casi hanno anche fatto carriera.
Ecco quando sono state dette quelle frasi e che fine hanno fatto i politici citati sabato da Fedez nel suo discorso:
“Se avessi un figlio gay, lo brucerei nel forno”.
Questa è la frase riportata dal presidente genovese dell’associazione Agedo (Associazione genitori di omosessuali) Giovanni Vianello: ha raccontato di averla sentita pronunciare da Giovanni De Paoli nel febbraio 2016 a margine di un’audizione nella commissione salute e sicurezza sociale della Liguria. L’allora consigliere regionale della Lega ha sempre smentito, sostenendo di aver aggiunto un “non” tra le sue parole. Intanto, dopo gli esposti presentati da Agedo e dal Comitato per gli immigrati e contro ogni forma di discriminazione, De Paoli è a processo per diffamazione aggravata a causa della sua frase: primo caso in Italia di estensione delle legge Mancino, che prevede l’aggravante per le dichiarazioni razziste, anche a quelle omofobe.
“I gay? Che inizino a comportarsi come tutte le persone normali”.
Sono le parole pronunciate dal consigliere leghista Alessandro Rinaldi durante la seduta del Consiglio comunale di Reggio Emilia in diretta streaming di inizio aprile. Nel video si vede Rinaldi discutere di una mozione presentata da due consiglieri per agevolare il turismo Lgbt. Durante la sua dichiarazione di voto, il consigliere leghista dice: “Lo trovo discriminatorio nei confronti degli etero. Non capisco perché perseverate in queste cose. Proclamate l’uguaglianza, volete essere considerati uguali e vi ponete in una condizione di differenza”. Poi Rinaldi aggiunge: “Volete l’uguaglianza? Iniziate a comportarvi come tutte le persone normali“.
Dopo le polemiche, il 9 aprile lo stesso consigliere leghista non ha ritrattato ma anzi su Facebook ha aggiunto: “Sinceramente sono stufo delle iniziative da baraccone della lobby LGBTQ, che non tutela diritti ma si occupa solo di rimarcare in modo ormai ossessivo e grottesco una differenza dell’orientamento sessuale”.
“Gay vittime di aberrazioni della natura”.
È la frase scritta in una nota da Luca Lepore e Massimiliano Bastoni, allora consiglieri comunali della Lega a Milano, in occasione della Milano Pride 2015, tenutasi tra il 22 e il 28 giugno di quell’anno.
I due leghisti definirono l’evento un “deprimente palcoscenico di qualche migliaio di frustrati, vittime di aberrazioni della natura”. Oggi sono ancora iscritti alla Lega e ricoprono cariche pubbliche: Luca Lepore è assessore per la Lega nel Municipio 2 di Milano, Massimiliano Bastoni è consigliere regionale della Lombardia per il Carroccio.
“I gay sono una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie”.
Parole di Alberto Zelger, ancora oggi consigliere comunale della Lega Nord a Verona. Le disse a la Zanzara, su Radio 24, il 6 ottobre 2018, insieme ad altre frasi come “il sesso omosex fa male alla salute, fa venire malattie di tutti i tipi”, oppure “l’aborto non è un diritto, ma un abominevole delitto”.
Poche ore prima il Consiglio comunale di Verona aveva approvato la mozione per inserire nell’assestamento di bilancio fondi per iniziative e associazioni contro l’aborto firmata proprio da Zelger.
Molti anni prima, nel 2014, aveva proposto un ordine del giorno (anche questo approvato) in cui si prevedeva di delegare “al Coordinamento famiglia-Servizi Educativi l’onere della raccolta delle segnalazioni dei genitori e degli insegnanti sui progetti di educazione all’affettività e alla sessualità, come pure sugli spettacoli e sul materiale didattico, che risultino in contrasto con i loro principi morali e religiosi”. In pratica, la possibilità di segnalare i docenti che in classe parlano di omosessualità a scuola.
“Il matrimonio gay porta all’estinzione della razza”.
È stato scritto nero su bianco nell’agosto 2020 in un post su Facebook da Stella Khorosheva, candidata leghista al consiglio comunale di Lavis in Trentino (non eletta). ”I gay hanno preso l’attenzione della gente”, ”L’obiettivo dei manipolatori è distruggere il cristianesimo”, ”il matrimonio tra gay porta alla estinzione della razza umana”, sono le frasi contenute nel post, che citava il fondamentalista omofobo Scott Lively.
Khorosheva fu difesa dalla candidata sindaca della Lega a Lavis, Monica Ceccato (oggi consigliera comunale), sostenendo che l’intento di quel post era condannare il pensiero di Lively. Il quotidiano online ilDolomiti.it ricostruì però altre prese di posizione della stessa Khorosheva, che per esempio commentando la nascita del figlio di Nichi Vendola nel 2016 scriveva: “La morale, l’unica legge del mondo è violata“, e poi ancora “un finocchio è un finocchio“, aggiungendo anche nei commenti che “è arrivato satana con i sodomiti”.
“Fanno iniezioni ai bambini per farli diventare gay”.
Questa è l’accusa che Elisa Serafini, attivista genovese ed ex assessore alla Cultura, si sentì muovere durante la campagna per le Comunali di Genova del giugno 2017 dall’allora candidata della Lega, Giuliana Livigni, anche sostenitrice di ‘Generazione famiglia’. Il pm Michele Stagno aprì un’indagine per diffamazione, ricostruendo che Livigni aveva diffuso online e ripetuto verbalmente davanti a diversi testimoni la tesi secondo cui “su Youtube gira un video in cui si vede la Serafini iniettare a dei bambini un siero per farli diventare gay”. Ovviamente una bufala, tanto che la stessa candidata leghista per evitare il processo ha poi scritto una lettera di scuse e pagato un indennizzo a Serafini, che ha deciso di devolvere la somma ad Arcigay.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
IL POST DELL’ARTISTA HA RACCOLTO FINORA OLTRE 2 MILIONI DI VISUALIZZAZIONI E UN MILIONE E MEZZO DI LIKE… LA REPLICA DEL LEGHISTA SI FERMA A 40.000
È una cavalcata. Che Fedez avesse qualche familiarità con i social si poteva già
intuire. I suoi esordi sono stati su YouTube, con una serie di video autoprodotti.
La sua consacrazione su Instagram, dove ha oltre 12 milioni di follower. La sua ultima primavera su Twitch, piattaforma in cui è arrivato da poco ma con cui è riuscito a inserirsi senza troppe difficoltà nella community di streamer italiani.
Con il suo intervento sul palco del Primo Maggio la sua eco sui social è arrivata a un altro livello. È stato un attacco senza precedenti alla Lega, finora regina politica dei social.
Il messaggio di Fedez sul ddl Zan ha attraversato tutti i media: è partito dalla televisione e poi è rimbombato su tutte le piattaforme social. Matteo Salvini non ha potuto fare molto per fermarlo, nonostante negli anni il leader della Lega abbia trasformato i social in una delle chiavi più importanti del suo successo. È il politico europeo più seguito su Facebook, con una pagina che è arrivata a oltre 4,8 milioni di like. È il politico italiano più seguito su Instagram, con 2,3 milioni di follower e ha anche un canale TikTok, oltre che Twitter e Telegram. Per ora niente Twitch. Nonostante questo, il confronto con i post di Fedez nelle ultime ore va in un’unica direzione.
In 12 ore il post di Fedez con il suo intervento contro la Lega ha sfondato il muro di 2 milioni di like con migliaia di riprese da altri influencer.
Il suo tweet con la telefonata a Ilaria Capitani, vicedirettrice di Rai3, ha superato i 50 mila retweet, sempre in mezza giornata.
Il post di risposta di Salvini su Facebook, suo terreno privilegiato, ha superato di poco le 3 mila condivisioni. Totalizzando, quando scriviamo, circa 40 mila like. Confronto impari.
L’attenzione di Fedez verso la politica ha radici ben più antiche del Ddl Zan e della campagna per le vaccinazioni contro il Covid in Lombardia. Nell’ottobre 2011 Fedez aveva 22 anni, compiuti da qualche settimana. La sua carriera era appena iniziata. Alle spalle qualche singolo e l’ep Penisola che non c’è, una manciata di canzoni prodotte da Jt e Dj Harsh che gli avrebbero permesso di entrare in Tanta Roba, l’etichetta appena fondata da Gue Pequeno. Eppure si è era già fatto notare. Tanto che il quotidiano la Repubblica aveva deciso di dedicargli un’intervista su doppia pagina dal titolo Impegno Rap.
I primi testi di Fedez erano molto politici, a partire da Anthem pt.1: «I partiti sono finiti. Sia quelli delle libertà che quelli democratici e onestamente più che un Parlamento sembra un centro di villeggiatura per anziani aristocratici. La situazione è diventata critica da quando la politica parla solo di politica». Il video della canzone inizia con l’intervista a una donna di mezza età, disoccupata. Era la madre di Fedez, poi sarebbe diventata la sua manager.
(da Open)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
LE INCREDIBILI DICHIARAZIONI DI UNA CONSIGLIERA DI ROMA, SOSTENITRICE DI SGARBI ED EX M5S
Un miscuglio di frasi complottiste e senza alcun senso quelle proferite da Francesca Benevento, consigliera al XII municipio di Roma, ora nel gruppo Misto (“Ma sono vicina a Rinascimento con Sgarbi”) già del M5s ma che ha lasciato il Movimento fin dal 2019.
Per dare adito a chi la segue e non crede nei vaccini, ma nella dittatura sanitaria questo è un vademecum niente male. E per non farsi mancare nulla, anche l’offesa antisemita è servita.
Parole incredibili: “Speranza è un ebreo che risponde agli che risponde agli ordine dei suoi padroni, di origine ebraica, quelli che hanno creato la dittatura sanitaria in Israele, e ora vogliono fare lo stesso qui”.
Nei suoi ultimi post, su Facebook, non ha nascosto la sua idea sul covid e il suo antisemitismo: “Dietro tutto quello che stiamo vedendo c’è la McKinsey, che ha formato sia l’ebreo askenazita Speranza, che il ministro Colao”.
“Il vaccino è illegale perché le cure esistono ed il Comitato scientifico è chiamato a ritirare il vaccino secondo il regolamento dell’UE 507/2006 – assicura Benevento – . Un vaccino può essere ammesso solo se non esistono cure alternative e come sappiamo e lo hanno dichiarato i medici facendo ricorso al protocollo di Speranza le cure esistono e sono molteplici.
Anche Bill Gates sta giocando sporco: “ha venduto l’antivirus per i computer, dopo aver creato i virus informatici, ora sta facendo lo stesso con il covid”. Il risultato è che “fanno di tutto per spaventare la gente, si è creato un regime fascista e nazista, la gente teme il peggio e si fanno inoculare anche i veleni”. “Vogliono fare come in Israele – conclude – dove il 70% della popolazione è vaccinata”.
(da Globalist)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
CI SONO RAGIONI TECNICHE E DI CONTENUTO
Uno dei commenti più pertinenti di questo day after rispetto al discorso di
Fedez al Primo Maggio, alle polemiche che ne sono seguite, al balletto dei comunicati stampa e – soprattutto – delle smentite, è stato quello di Luca Bizzarri che, non a caso, vive a cavallo di due mondi – quello della tv generalista e quello del social influencing – e che questi due mondi comprende alla perfezione: «Ieri si è ribadito – ha scritto su Twitter – che la comunicazione è cambiata: la tv generalista è sempre più piccola e irrilevante in confronto al web. Nello scontro tra due poteri, il più forte ha vinto».
Abbiamo assistito a un confronto Fedez contro tv, che è un po’ l’opporsi del mondo vecchio e del mondo nuovo (quelli che Antonio Gramsci, non a caso, metteva in contrasto in una delle sue frasi più celebri), proprio nella confusa zona grigia che c’è nel passaggio dall’uno all’altro. Anche se, dopo ieri, l’altro è di gran lunga più vicino.
Fedez ha dimostrato che, in un confronto tra influencer e televisione, i primi avranno sempre la meglio. E che, nonostante i tentativi della seconda di mettere un argine, la televisione sarà sempre un passo indietro per codici, modalità di comunicazione e contenuti. Forse la stessa cosa vale anche per la politica, ma questo è un discorso più ampio ancora.
Ripercorriamo brevemente le tappe di quanto accaduto ieri. Il concertone del Primo Maggio stava andando avanti. Qualcuno aveva iniziato a sussurrare di una possibile bomba che Fedez stava per sganciare sull’evento. La politica direttamente interessata ha provato ad anticipare i tempi, mettendo in gioco i suoi pezzi da novanta, come gli account social di Matteo Salvini che – senza fare riferimenti espliciti – hanno iniziato ad attaccare la manifestazione del Primo Maggio partendo dai soliti canoni: evento pubblico, pagato con i soldi degli italiani, che non può essere strumentalizzato dalla politica.
Frasi che, in passato, nessuno avrebbe osato nemmeno immaginare, ma che nella retorica populista, che fino a un anno e mezzo fa ha dominato la scena, trovano il loro humus perfetto.
Fedez, a quel punto, ha risposto. Lo ha fatto con tre stories davanti a un pubblico virtuale di 12 milioni e passa di followers. Che da soli valgono molto di più dei punti di share di un singolo programma della Rai e hanno – in più – il vantaggio di potersi replicare con effetto onda, andando a coinvolgere le fanbase di altri influencer o, semplicemente, di altre persone comuni.
Basterebbe questo stesso meccanismo a far comprendere da chi arriverà il messaggio dominante. Un programma della Rai, in diretta, viene trasmesso in un lasso di tempo ben preciso; una stories di un influencer può essere vista, a ciclo continuo, per 24 ore.
Poi, è stata la volta di Raitre, con un comunicato stampa (non sapete, oggi, quanto sia anacronistica questa parola!) che ha provato a smentire la ricostruzione di Fedez, facendo addirittura la voce grossa («è ingiusto parlare di censura» o qualcosa del genere: tipo, voi vi ricordate tutti le parole di Fedez, ma chi se le ricorda più quelle del “comunicato stampa”?).
Qui l’influencer ha messo in campo l’altro strumento a sua disposizione: la vita in diretta. Una sua telefonata viene documentata in video, esattamente come si fa – su Instagram – con una cena al ristorante, una sessione di fitness, una cucinata in famiglia, un gioco con i propri figli.
Del resto, per antonomasia, cosa fa un influencer? Vive in diretta, mostra al pubblico quello che sta facendo minuto per minuto. Come si può competere con una persona che fa della sua vita in vetrina il suo principale core business? Possibile che i vertici della Rai – compresa la vicedirettrice Ilaria Capitani – non lo avessero capito al momento della telefonata?
Fin qui i mezzi, ora passiamo ai contenuti. Un programma televisivo, un evento pubblico, che ha le sue regole, i suoi codici, i suoi paletti, non può mai essere definito completamente libero di fronte alla scelta, totalmente personale, di un influencer di dar voce a ogni suo pensiero, «secondo la sua diretta responsabilità» (avete notato che Fedez, nel corso della giornata di ieri, lo ha ribadito più volte?).
Nelle proprie stories, l’utente dei social con grande seguito può dire quello che vuole. In un programma della tv generalista, invece, deve rispettare una scaletta, deve confrontarsi con degli autori che, a loro volta, lo inseriscono più o meno avanti nel palinsesto della serata. Questa, quantomeno, è la percezione del pubblico (chi legge Giornalettismo, invece, sa bene quanto i grandi big del tech e dei social network sappiano essere invasivi nelle loro scelte di mercato). Ieri, il delitto perfetto è stato consumato.
Ecco perché serve una nuova riflessione sui codici della comunicazione, ecco perché serve una consapevolezza – al di là dei singoli episodi – su cosa sia o cosa non sia libero sui social network, ecco perché serve un nuovo modo per affrontare gli argomenti che – si diceva un tempo – dettavano l’agenda setting. E che, ora, non possono far altro che inseguire, in affanno.
(da Open)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
IL RETTORE: “PRENDEREMO PROVVEDIMENTI”… E POI QUALCUNO DICE CHE UNA LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA NON E’ NECESSARIA
Insulti omofobi da parte di un docente dell’università di Messina a uno studente.
“Per questo militanza è parlare dei suoi pruriti sessuali”, “Fatelo tornare giù e vedi come lo pestano, tanto a questi piace pure”: sarebbero queste alcune delle frasi che il professore ha rivolto su Facebook a un ragazzo queer bisessuale, subito dopo che quest’ultimo aveva pubblicato sui social una riflessione sul “cat-calling”.
Lo studente, 24 anni, ha denunciato il docente che lo ha insultato.
Interviene il rettore Salvatore Cuzzocrea che parla di “riprovevole vicenda che ha visto coinvolto un nostro studente, oggetto di reiterati insulti di stampo omofobo”. E aggiunge: “L’università di Messina condanna fermamente quanto accaduto”.
I fatti, viene spiegato, sono già all’attenzione dell’amministrazione universitaria per il tramite del presidente dell’Arcigay Messina, Rosario Duga, che è stato ricevuto dal rettore e dal prorettore vicario, ed è stato invitato a inviare tutta la documentazione necessaria “al fine di attivare le dovute procedure disciplinari”.
L’ateneo di Messina, peraltro, si è dotato anche di recente – fa rilevare il rettorato – di “strumenti e regolamenti stringenti che consentano di sanzionare eventuali comportamenti inaccettabili di siffatta natura. Il rettore, comunque, rimane come sempre disponibile a incontrare le associazioni studentesche”.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
PRIMA POLEMIZZA CON FEDEZ, POI LO INVITA A BERE UN CAFFE’… FA CENSURA PREVENTIVA E POI IRONIZZA SULLA RAI, SEMPRE CON I TEMPI SBAGLIATI
I tempi in politica sono importanti. Salvini da un po’ li sta sbagliando proprio
tutti. Come un cantante che stecca alla prima, un calciatore che salta fuori tempo, uno sciatore che inforca una porta.
Non conoscendo l’arte dell’assenza ieri ha cercato a tutti i costi di occupare la scena social. Prima dichiarando a più riprese che sbarchi di migranti basta, “io scrivo a Draghi”. Poi, nel bel mezzo del pomeriggio, schierando a testuggine i leghisti della commissione di Vigilanza Rai e poi mettendoci del suo per andare ad un frontale con Fedez, nel giorno del concertone del primo maggio.
Su quel che poteva o non poteva dire il cantante, niente cose di sinistra, per favore (come se parlare del ddl Zan fosse una cosa di sinistra).
Infine, dopo l’esibizione di Fedez, rovesciando l’ordine dei fattori, sentendosi lui vittima della cultura dominante, chiedendo rispetto per chi crede nella famiglia, rivendicando, “il diritto alla vita ed all’amore sono sacri, non si discutono” (“Per me anche il diritto di un bimbo a nascere da una mamma e un papà è sacro, mentre il solo pensiero dell’utero in affitto e della donna pensata come oggetto mi fanno rabbrividire. Così come, da padre, non condivido che a bimbi di 6 anni venga proposta in classe l’ideologia gender, o si vietino giochi, canti e favole perché offenderebbero qualcuno. Non scherziamo. Viva la Libertà, che non può imporre per legge di zittire o processare chi crede che la famiglia”), come se parlare del ddl Zan mettesse a rischio tutto questo e come se nulla fosse accaduto, invitando Fedez a bere un caffè, tranquilli, “per parlare di libertà e diritti”: “Adoro la Libertà. Adoro la musica, l’arte, il sorriso. Adoro e difendo la libertà di pensare, di scrivere, di parlare, di amare – ha scritto Salvini su Fb dopo l’esibizione di Fedez-. Ognuno può amare chi vuole, come vuole, quanto vuole. E chi discrimina o aggredisce va punito, come previsto dalla legge. È già così, per fortuna. Chi aggredisce un omosessuale o un eterosessuale, un bianco o un nero, un cristiano o un buddhista, un giovane o un anziano, rischia fino a 16 anni di carcere. È già così”. Come se non fosse successo niente.
Infine, non pago, davanti alle accuse di Fedez contro i vertici Rai di essere stato censurato, ha chiosato, sempre Salvini con, “un cantante di sinistra litiga coi vertici Rai di sinistra. Così è. L’Italia se ne farà una ragione”.
Una situazione grottesca di un leader in eterna campagna elettorale, al governo e all’opposizione, con Draghi e anche contro, con il Recovery e l’Europa, ma alla nostra maniera. Con Figliuolo che sta vaccinando l’Italia, ma stiamo a vedere. Arroccato nella sua fortezza Bastiani da cui ogni tanto tira un colpo, ma davanti, ormai, non c’è più nessuno.
Se il ddl Zan serva o non serva a questo Paese per prevenire e contrastare la discriminazione e la violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità lo stabilirà il Parlamento, non la morale di Salvini.
Quando poi si prende la china di quello che si può dire o non dire in un programma Rai, si prende una china pericolosa.
Salvini non è nuovo a questo tipo di scomuniche (Berlusconi docet). Sarebbe bene che il leader leghista ricordasse come la Rai in qualche modo abbia nella sua storia, che è patrimonio del Paese e anche di Salvini, anticipato lo spirito del tempo. Trasmetteva (anche se c’è voluto del tempo) Dario Fo e Franca Rame quando la violenza sessuale era un reato contro la morale (e non contro la persona); ha ospitato inchieste e trasmissioni irriverenti con la chiesa e la morale corrente quando il conformismo cattolico era ridondante.
Ha fatto cultura e informazione con eccellenze quali Sergio Zavoli, Furio Colombo, Umberto Eco, Enzo Biagi, ha avuto (e ha) giornalisti per cui è sempre stato ben chiaro quale fosse l’essenza del servizio pubblico, da Mario Pastore a Italo Moretti, da Bruno Vespa a Paolo Frajese (e moltissimi altri), al di là di quali fossero le loro convinzioni politiche.
La Rai ha rotto schemi con Benigni a Sanremo, con L’Altra domenica, con decine di trasmissioni radiofoniche libere veramente e ha raccontato l’Italia, e la racconta ancora, con Tv7, la Notte della Repubblica, Mixer, e oggi con Report, Presa diretta e tanti altri prodotti di valore che non avrebbero mai visto la luce se la produzione avesse dovuto seguire solo la politica del tempo (finanche il maestro Manzi ha forzato la mano).
E nello stesso tempo ha tenuto in gran conto la cultura prevalente, con programmi di approfondimento religioso, la messa la domenica e nessuno ha mai osato dire se fossero di destra o di sinistra: ognuno vede quello che vuole, di destra, di sinistra o di centro.
Le etichette le ha sempre messe e le mette, come ha fatto Salvini ieri, la politica. Per fini politici, nemmeno tanto reconditi.
Ma quel che è giusto o non è non può dipendere dalle alterne fortune di un leader ormai avvitato su se stesso, che per arroganza e ingordigia (aveva avuto tutto ma voleva di più, i pieni poteri) è riuscito a farsi cacciare da un governo in cui era padrone e l’Italia lo ringrazia perché non ha dovuto soggiacere alle sue esigenze ondivaghe nell’anno più difficile della storia italiana dal dopoguerra, quello della pandemia.
Ora sta al governo e pretende di dettare l’agenda con colpi sempre più sordi. Sul ddl Zan una maggioranza in Parlamento c’è (ieri a difesa di Fedez è sceso il forzista Elio Vito). Salvini (e tutti coloro che hanno legittimi dubbi, e ce ne sono molti) ha diritto a dire no, naturalmente. Si trovi una maggioranza diversa e vinca il migliore in Parlamento. E’ il bello della democrazia.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
UN GRANDE COMUNICATORE PER LA UNA LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA CHE NEGLI STATI CIVILI C’E’ DA TEMPO
A Federico tremava la mano in cui teneva il foglio. Tremava non per la paura, ma per il coraggio che ci vuole a tenerlo, quel foglio leggero e però pesantissimo in cui c’erano quasi tutte le parole che avrebbe pronunciato poco dopo averlo preso.
Chiamiamolo pure Fedez, Federico, anche se un nome vero è molto più di battaglia. E molto più consono a chi riesce a salire su un palco incredibile come quello del Concertone del Primo Maggio e pronunciare un’intemerata contro un partito di governo, facendo i cognomi e non risparmiando citazioni con i nomi degli autori ben appuntati.
A Federico tremava la mano che stringeva le parole del suo attacco senza paura verso le persone che politicamente e quasi fisicamente si sono fatte ostacoli al ddl Zan sull’omofobia, con un piglio da Cyrano che non tocca però al fin della licenza, ma inizia a trafiggere dalla prima parola.
Una prova pazzesca, da grande comunicatore, una forma che i grandi performer raggiungono ma non tutti gli artisti poi riescono a dominare.
E che riporta alla mente quella memorabile di Elio e le Storie Tese nel 1991, in cui dal palco del concertone a piazza San Giovanni attaccarono a testa bassa tutta la classe politica del tempo, la Rai, Andreotti, Cossiga, denunciando al ritmo di Cara ti amo trame e sottotrame dei palazzi. Un momento storico di tv e di performance che valsero al “complessino” la brusca interruzione dell’esibizione e varie prospettive di chiusura di carriera anticipata. Ma in realtà la vera anticipazione l’avevano data loro, delineando il grosso dello scenario che poi sarebbe esploso da lì a breve con l’inchiesta “Mani Pulite”.
E quella di Fedez sul palco del Concertone 2021 è stata una cavalcata fiera verso la rivendicazione di diritti e norme consolidati in molte democrazie, ma ancora distanti dalla nostra, nella deriva di dibattiti e ostruzionismi senza fine.
Si è esposto Fedez, parlando di avvisi preventivi da una vicedirettrice Rai, smentiti dall’azienda ma confermati da Fedez con un video della telefonata, registrata chiaramente, pubblicato online.
Un j’accuse potente e lucido, più di un rap, che non cercava solo il ritmo delle parole, ma parole che facessero da base ad un pensiero necessario. Fedez è stato, soprattutto, credibile. Come voce di questi tempi, come i colori necessari per un epoca che cambia. A Federico tremava la mano. Ma non ha tremato la voce.
(da La Repubblica)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
LETTA: “LA TV PUBBLICA SI SCUSI”…. DI MAIO: “NESSUNA CENSURA IN UN PAESE DEMOCRATICO”
Neppure il Covid intacca uno dei ‘must’ del concerto del Primo maggio, la
polemica politica, con il duello a distanza tra il leader della Lega, Matteo Salvini, e il rapper Fedez.
Già prima dell’esibizione si erano venuti a sapere i contenuti al vetriolo contro il Carroccio, il tutto condito dalle accuse del marito di Chiara Ferragni di aver subito un tentativo di censura dalla Rai.
Nel suo discorso che, annunciato, nel pomeriggio aveva suscitato la reazione preventiva del leader leghista su Twitter, il rapper e influencer milanese ha attaccato le posizioni della Lega sul ddl Zan e ne ha criticato alcuni esponenti elencando le loro frasi e definendole omofobe.
Pd e M5S intervengono a difenderlo. Con Letta e Di Maio in prima linea. “Condividiamo le parole di Fedez e ci aspettiamo che la tv pubblica si scusi” afferma il segretario dem Enrico Letta a Radio 24. “Un paese democratico non può accettare alcuna forma di censura”, aggiunge su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Sulla stessa linea anche il presidente del Lazio Nicola Zingaretti e la sindaca di Roma Virginia Raggi. “Fedez ha citato frasi ed espressioni di alcuni politici della Lega. Forse ora se ne vergognano, ma certo la soluzione non può essere la censura di un artista” scrive Zingaretti su Instagram. “Ricordiamoci che ci sono esseri umani – prosegue – picchiati e offesi solo per quello che sono. Dovrebbe essere naturale approvare una legge che li tuteli. Questa è la legge Zan e va approvata”.
“Fedez è stato un grande e ha ragione. Bisogna ripartire dal lavoro, dal sostegno a chi è rimasto indietro e dai diritti di tutti” è il tweet di Raggi.
“Parole di una semplice verità quelle di Fedez sul palco del concertone- scrive su Twitter il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni – inutile che ora la Lega si agiti, fra loro ci sono i campioni dell’omofobia e dell’odio. C’è voluto il coraggio di un giovane artista per smontare la loro ipocrisia. Grazie Fedez”.
Pd e M5S sono compatti anche nel chiedere le dimissioni dei vertici Rai responsabili della censura. “C’è poco da discutere, si colga questa occasione per fare ciò che finora non si è stati capaci di fare: siano rimossi i responsabili di questo scempio e si dia al servizio pubblico la dignità necessaria all’informazione di un Paese civile! Un sincero grazie a Fedez per aver denunciato, non è da tutti”, afferma sui suoi canali social Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera e deputato del MoVimento 5 Stelle, postando la telefonata dei vertici Rai al cantante.
Sulla stessa linea anche i dem Bordo e Provenzano. “Dopo quanto avvenuto ieri, non c’è un attimo da perdere: è opportuno che i vertici dell’azienda coinvolti in questa vicenda rassegnino immediatamente le dimissioni. La libertà di espressione in Rai dovrebbe essere tutelata sempre. A nessuno può essere consentito di minare questo valore”, dichiara il deputato dem Michele Bordo, membro della commissione di Vigilanza Rai. “A prescindere dal merito di quello che Poi ha detto Fedez, che io condivido, oggi qualcuno dovrebbe chiedere scusa a nome della Rai. E qualcuno dovrebbe dimettersi. Perchè non è accettabile in democrazia e nella nostra tv pubblica censurare le libere opinioni di un artista” dice Emanuele Fiano, deputato Pd. “Il Paese ha bisogno della legge Zan ed ha bisogno di voci indipendenti pronte a battersi per la libertà di espressione e i diritti” aggiunge l’ex presidente della Camera Laura Boldrini.
Da parte sua la direzione di Rai3 in una nota conferma di “non aver mai chiesto preventivamente i testi degli artisti intervenuti al concerto del Primo maggio – richiesta invece avanzata dalla società che organizza il concerto – e di non aver mai operato forme di censura preventiva nei confronti di alcun artista. In riferimento al video pubblicato sul suo profilo Twitter da Fedez, notiamo che l’intervento relativo alla vicedirettrice di Rai3 Ilaria Capitani (l’unica persona dell’azienda Rai tra quelle che intervengono nella conversazione pubblicata da Fedez) non corrisponde integralmente a quanto riportato, essendo stati operati dei tagli. Le parole realmente dette sono: ‘Mi scusi Fedez, sono Ilaria Capitani, vicedirettrice di Rai3, la Rai non ha proprio alcuna censura da fare. Nel senso che… La Rai fa un acquisto di diritti e ripresa, quindi la Rai non è responsabile né della sua presenza, ci mancherebbe altro, né di quello che lei dirà […] Ci tengo a sottolinearle che la Rai non ha assolutamente una censura, ok? Non è questo […] Dopodiché io ritengo inopportuno il contesto, ma questa una cosa sua”.
Usigrai ai partiti: “Lasciate libera la Rai”
“Nella Rai Servizio Pubblico non può esistere alcun “sistema” cui adeguarsi. Nella Rai Servizio Pubblico ci si deve adeguare esclusivamente ai valori del Contratto di Servizio, quindi a quelli della Costituzione. Detto questo, vedere i partiti che si accapigliano sulla vicenda Fedez è il trionfo dell’ipocrisia” scrive l’Esecutivo Usigrai in un comunicato.
“Perché noi un “sistema” in Rai lo denunciamo da anni: ed è esattamente quello della partitocrazia, che – a partiti alterni – occupa il Servizio Pubblico. Come del resto accadrà ancora una volta nelle prossime settimane con il rinnovo del CdA. Lasciate libera la Rai, lasciate libere le idee, lasciate libere l’informazione e l’arte. Gli unici limiti che si possono legittimamente porre sono quelli imposti dalle leggi e dalla nostra Costituzione”.
(da La Repubblica)
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Maggio 1st, 2021 Riccardo Fucile
IL CALO DEL M5S CAUSATO DA GRILLO MA CONTE PUO’ FARLO CRESCERE, LA MELONI RECUPERA L’ELETTORATO DI AN, LETTA HA STABILIZZATO IL PD
Il calo costante della Lega, il “reflusso” degli elettori ex-aennini verso la Meloni, il “sorprendente” gradimento molto elevato di Conte, l’“effetto Letta” sul Pd.
Alla fine della prossima settimana usciranno le rilevazioni dell’Istituto Ixé sul gradimento dei leader politici e sulle intenzioni di voto. Intanto il suo co-fondatore e presidente Roberto Weber, analizza le ultime tendenze, anche alla luce del sondaggio di Nando Pagnoncelli relativo ad aprile, pubblicato dal “Corriere della Sera”: “In quei dati c’è una cosa che mi sorprende e una che non mi sorprende affatto”.
Cosa la sorprende?
Il gradimento molto elevato di Giuseppe Conte (al primo posto tra i leader con 55 punti, ndr). Draghi è in campo da quasi tre mesi, e sconta un minimo la fatica di governare. L’apprezzamento di Conte a questa distanza dall’addio a Palazzo Chigi significa che in futuro – se non si azzoppa – potrà avere una funzione importante per i Cinquestelle, che in questo momento vivono una fase di incertezza.
M5S in un mese ha perso due punti, dal 18 al 16%. Colpa dell’estenuazione da pandemia o del video di Beppe Grillo?
Non ho dubbi che il calo sia attribuibile al video di Grillo. Il Movimento ne ha subito un danno oggettivo. Proprio nel momento in cui è stato risolto il rapporto con Rousseau, quell’azione da parte del padre fondatore, dell’uomo che ha da sempre indirizzato la politica del M5S, non è marginale.
E’ una tendenza che si può invertire o le parole con cui Grillo ha minimizzato un presunto stupro diventeranno uno “stigma” indelebile?
Nel medio periodo questa vicenda può addirittura tradursi in un beneficio per i Cinquestelle. Hanno l’opportunità di sciogliersi dall’abbraccio del fondatore e dalle sue chiavi di indirizzo. Possono diventare autonomi.
E qual è, invece, il dato che non la sorprende?
Il calo graduale della Lega che nelle nostre rilevazioni va avanti, ogni settimana e ogni mese, da novembre 2019. Una fase di erosione continua con spostamento molto nitido e preciso a favore di Giorgia Meloni. Il dato del 18,9% per FdI mi sembra un po’ esagerato, ma la tendenza è quella. I numeri sono effimeri, vanno presi con le pinze, ma il trend va in quella direzione.
Se il calo della Lega va avanti dal novembre 2019, la causa non sta nell’essere di lotta e di governo….
Quel fattore non c’è. C’è un elettorato che è passato per An, non poteva rimanere a lungo in un raggruppamento a trazione leghista che nasce come partito del Nord.
La scommessa di Salvini, però, è proprio quella di trasformare il Carroccio in una Lega nazionale sul modello lepeniano.
Sì, e ha ottenuto anche grandi risultati. Ma è tempo di reflusso, gli elettori tornano a casa . Poi le acrobazie di Salvini non potranno durare a lungo: gli elettori annusano una coltre di ambiguità. E non gli perdonano di avere sciupato tanto: dalla crisi del Papeete è ancora percepito come inaffidabile. Per questo la sua fiducia personale è così bassa.
E’ quarto tra i leader – dopo Conte, Meloni, Speranza – a pari merito con Enrico Letta. Vede un “effetto Letta” sul Pd?
Per ora vedo la fine dell’effetto sconquasso. Il neo-segretario cerca di dare compostezza al partito, di tracciare questo perimetro. La fiducia in lui è ancora bassa, ma vedremo: le amministrative in autunno saranno un punto di svolta.
Pronostici sulle amministrative?
L’esito non è scontato. Sono le uniche elezioni in cui la scelta del candidato conta molto, ma ha un peso significativo anche il campo della coalizione. Al primo turno il Pd andrà con un mazzo di liste civiche, con il M5S fuori, mentre il centrodestra sarà compatto.
Salvini e Meloni, che al momento non si parlano, faranno pace?
Ma certo, in questo sono molto più bravi del centrosinistra. Il centrodestra è una comunità soprattutto di interessi.
Renzi rimane sempre ultimo nel gradimento personale. Colpa dell’aver rotto l’alleanza giallorossa o dei troppi impegni extra-politici?
Renzi lavora su un altro piano. Non certo sull’impatto sull’opinione pubblica, che infatti è disastroso. Ha dimostrato però di avere una capacità di interdizione sia parlamentare che istituzionale molto rilevante. Diciamo che ne beneficia più lui che il suo partito.
Forza Italia, infine, cresce di mezzo punto, all’8%. Il famoso Dna governista?
Ecco, il dato di Fi è quello che mi suscita più perplessità. Tutti i sondaggi, compresi i nostri, sono uguali. Eppure non credo che siano davvero così alti. Purtroppo quel tipo di leadership non concede surroga: quando Berlusconi uscirà dalla politica, del suo partito non resterà più nulla.
(da Huffingtonpost)
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