Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
IL RAGAZZO È STATO CONTATTATO DIRETTAMENTE DALL’ESERCITO: “SONO FELICE PER IL RISULTATO MA TRISTE PER LE VITTIME, SONO INVASORI, MA PUR SEMPRE PERSONE”
Una bicicletta sotto il portico, uno skateboard nel cortile dietro casa.
Un’adolescenza come tante fino all’invasione russa, quando la sua passione per i droni ha contribuito a cambiare le sorti della guerra. Andrii Pokrasa ha solo 15 anni è per l’esercito e la popolazione di Kiev è già un eroe.
Il giovane studente, abile pilota di questi dispositivi, è riuscito a identificare le coordinate GPS di un convoglio russo che stava per entrare pericolosamente a Kiev nei primissimi giorni del conflitto. «Era l’unico ad avere esperienza in quella regione ha detto il comandante dell’esercito Yurii Kasjanov è un vero eroe, un eroe dell’Ucraina».
È stato l’esercito, infatti, a rivolgersi a lui: «Mi hanno dato delle informazioni generiche sull’area che i russi stavano attraversando ha raccontato il ragazzo a Global News e io dovevo trovare, con precisione, la posizione per attaccarli». E ci è riuscito una sera tardi, quando mimetizzandosi nel buio della notte, accompagnato dal papà, ha fatto alzare il suo drone e ha avvistato una luce proveniente da uno dei mezzi russi. Ha avuto molta paura perché il convoglio era a soli due chilometri di distanza ma l’ha combattuta, perché non voleva che la sua città venisse conquistata.
Una missione che anche la madre Iryna ha affrontato con grande timore aspettando che rientrassero a casa sani e salvi – e orgoglio. E ne aveva tutte le ragioni: grazie alle foto scattate da suo figlio, le truppe ucraine sono riuscite a neutralizzare il nemico che si stava dirigendo da Zhytomyr alla capitale. Un epilogo che ha lasciato ad Andrii emozioni contrastanti: all’inizio, ha raccontato il giovane, era felice per il risultato raggiunto ma poi ha pensato al fatto che su quella strada erano morte delle persone, «degli invasori, ma pur sempre delle persone».
Andrii ha iniziato a interessarsi di questi apparecchi tecnologici lo scorso anno, quando ha visto su YouTube le riprese di Kiev dall’alto. E ne è rimasto affascinato soprattutto perché ha molta paura dell’altitudine e grazie a un dispositivo telecomandato ha scoperto l’opportunità di guardare il mondo dall’alto, senza l’ansia che ne sarebbe altrimenti derivata.
Così, utilizzando il denaro ricavato col padre dalla compravendita di crypto-valute, la scorsa estate ha comprato il suo primo mini drone e ha iniziato a pilotarlo ogni giorno. Un hobby che si è trasformato in qualcosa di molto più importante a fine febbraio. E che ha continuato anche dopo, visto che Andrii ha messo le sue competenze a disposizione dell’esercito, il quale gli ha fatto pilotare mezzi ancora più potenti per spiare il nemico russo e anticiparne le mosse.
Il giovane Pokrasa non è l’unico pilota ad aver fornito supporto alle truppe ucraine: centinaia di altri esperti hanno messo a disposizione quanto documentato per dimostrare i crimini di guerra attuati da Mosca. Lo ha spiegato Taras Trojak, presidente della Federazione dei proprietari di droni d’Ucraina, che all’indomani dell’invasione ha creato un gruppo su Facebook per spingere i proprietari di questi velivoli a utilizzarli per identificare il nemico, condividendo poi le informazioni raccolte con l’esercito.
Una vera e propria chiamata alle armi alla quale hanno risposto oltre mille piloti, mentre dal resto dell’Europa e dagli Stati Uniti sono arrivati altri dispositivi. Per l’esperto la presenza capillare di questi mezzi è stata decisiva nello sforzo bellico e senza di essa, ha detto a Global News, «Kiev potrebbe essere già stata occupata dalle forze russe». Un altro grande punto di forza della resistenza ucraina che Vladimir Putin non aveva considerato.
(da agenzie)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
ALTRO CHE DENAZIFICAZIONE, IL RABBINO CAPO DI MOSCA AVEVA DENUNCIATO COME “QUESTA GUERRA DI PUTIN STIA PORTANDO A UN GRANDE ESODO D’EBREI”
Aveva capito subito. E due settimane dopo l’invasione, silenzioso, aveva fatto le valigie. Via da Mosca. Dopo 33 anni, e prima che arrivasse il peggio. Il rabbino capo Pinchas Goldschmidt non ha preso aerei, se n’è andato in macchina.
Destinazione Ungheria e altre capitali dell’Est Europa, dove per settimane ha aiutato i profughi ucraini. Infine, Gerusalemme. Per quasi tre mesi, la più alta autorità della comunità ebraica russa è riuscita a tenere la notizia nascosta.
Ora che è al sicuro, lo può rivelare dagli Stati Uniti la nuora Avital con un tweet: Pinchas e sua moglie, Dara, «sono in esilio dalla comunità che hanno ama-o e in cui hanno cresciuto i loro figli. Il dolore e la paura della nostra fami-glia, negli ultimi mesi, è al di là delle parole». 2022, fuga da Mosca. Troppe le pressioni da Putin, e da troppo tempo: Pinchas, passaporto anche svizzero, era nel mirino da anni per le sue opinioni e già nel 2005 era intervenuto Peres, allora vicepremier, per chiedere di non limitarne le libertà. Con la guerra, troppi i controlli dell’Fsb, le telefonate mute, le minacce.
Anche perché il rabbino, altro che «denazificazione», aveva denunciato come «questa guerra di Putin stia portando a un grande esodo d’ebrei». È un dato: più della metà della comunità ebraica ucraina, fino a 400 mila persone, è scappata in Polonia, in Romania, in Moldavia, nei Paesi baltici, in Israele, in America. Gli ebrei di Kiev portano sulle spalle una delle pesanti memorie legate alla Shoah: le bombe hanno sfiorato anche il monumento alle 33 mila vittime di Babin Yar, luogo d’uno dei peggiori massa-cri nazisti. E i russi hanno colpito pure le sinagoghe a Kharkiv e a Mariupol. Anche gran parte della comunità russa sta pensando d’imitare gli ucraini: fiutando l’aria grama, molti se ne stanno andando.
(da agenzie)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
SABATO DOPO UN INCONTRO IN UNA SCUOLA VICINO A LUCCA, DUE RAGAZZINI RAZZISTELLI L’HANNO AVVICINATA PER REGALARLE UNA FOTO OFFENSIVA: UNA DONNA CON DEI GENITALI MASCHILI DISEGNATI IN FACCIA E UNA SVASTICA SUL BRACCIO
Nessuno meglio di lei può spiegare il valore dell’educazione e dello
studio, «che poi sono l’unico antidoto all’ignoranza, da cui deriva il razzismo», dice Clementine Pacmogda. Ha 44 anni, è cresciuta in Burkina Faso, dal 2008 vive nel nostro Paese e dal 2015 è cittadina italiana.
Linguista, scrittrice, insegnante e molto altro. Ma in pochi la conoscevano prima di sabato scorso, quando, dopo un incontro con gli studenti in una scuola di Barga, provincia di Lucca, due ragazzini l’hanno avvicinata per regalarle una foto offensiva: una donna con dei genitali maschili disegnati in faccia e una svastica sul braccio.
«Continuo a chiedermi il perché, vorrei parlare con loro per capire – dice Clementine – ma è la dimostrazione che nelle scuole c’è tanto lavoro da fare».
Torna sempre lì, all’importanza dell’istruzione, al filo conduttore della sua vita. Come l’immigrazione: «Ce l’ho incollata sulla pelle dalla nascita», racconta, perché è venuta al mondo in Costa d’Avorio, dove i suoi genitori erano emigrati dal Burkina Faso. Non è cresciuta con loro, Clementine.
Ha perso il padre da piccola ed è stata allontanata dalla madre a causa di dissidi familiari, poi ospitata dalla zia del padre nella capitale Ouagadougou
«Ero la bimba di tutti e di nessuno – ricorda – buona per lavorare, ma a nessuno importava del mio futuro». Nessuno, infatti, si preoccupa di iscriverla a scuola quando compie 6 anni. «Bisognava mettersi in fila di notte, perché c’erano troppi bambini e pochi posti, ma per me non l’hanno fatto, per due anni sono rimasta a casa».
A 8 anni finalmente riesce a iscriversi, segue le lezioni in un’aula ancora in costruzione, «c’erano solo il tetto e i muri esterni, poi avevo un quaderno, una matita, due gessetti e una lavagnetta di cartone».
Ma i parenti non vogliono versare la tassa scolastica da mille franchi locali, meno di 2 euro: «Così ogni giorno gli insegnanti mi cacciavano dalla classe – prosegue Clementine – io però stavo lì, sotto un albero, e ascoltavo la lezione dalla finestra, così ho fatto tutte le elementari».
I pensieri tornano spesso a quella bambina «sporca, mal vestita, affamata», che sapeva leggere bene, ma alla quale «non hanno mai comprato un libro, per fare i compiti dovevo imparare a memoria i testi a scuola». Ora di libri ne ha scritti due, autobiografici, e sta lavorando a un terzo.
Clementine ha alle spalle un dottorato in Linguistica alla Normale di Pisa ed è insegnante di sostegno alle superiori in un liceo di Borgo Val di Taro, il paese in provincia di Parma dove vive con il marito Dario, medico, sposato nel 2012. E con la figlia Eufrasia, 7 anni, che non può nemmeno immaginare quanto sia preziosa l’opportunità di andare tranquillamente a scuola tutte le mattine.
«Anche alle medie ho perso un anno, perché l’iscrizione costava troppo – continua – poi uno zio mi ha fatto trasferire da lui, faceva l’economo in una scuola e mi ha consentito di andare avanti fino alla maturità».
Si diploma nel 2000, ha quasi 23 anni, ma nessuna intenzione di fermarsi. Torna a Ouagadougou, dove c’è l’unica università del Paese, ma dove nessuno è disposto ad aiutarla: «I parenti mi dicevano che il diploma superiore era già molto per una donna».
Cerca lavoro, inizia a fare le pulizie in una copisteria, mette da parte i soldi, per entrare alla facoltà di Linguistica risparmia su tutto, «anche sul mangiare». Nel 2005 riesce a discutere la sua tesi e a laurearsi, inizia a lavorare in una scuola fuori città, sembra finita lì.
E, invece, i suoi insegnanti la convincono a proseguire con la laurea specialistica, anche se non ha i soldi per arrivare in fondo. Nel 2008 Clementine riesce a concludere il terzo ciclo di studi.
Quello stesso anno arriva la svolta: la candidano, unica della sua università, per una borsa di studio alla Normale di Pisa. Appena mette piede in Toscana, per iniziare il dottorato, Clementine capisce che la sua vita è cambiata, che ora può avere «un letto tutto per me, un computer mio, qualunque libro a disposizione».
C’è una domanda che si è fatta in questi anni e continua a farsi ora che insegna: «Come si fa a non riuscire negli studi in Italia? Mi sembra impossibile». È questo che dice durante gli incontri nelle scuole, dove la invitano spesso per raccontare la sua storia.
La storia della bambina senza libri, che seguiva le lezioni sotto un albero in Burkina Faso ed è diventata professoressa e scrittrice in Italia. Una storia che sarebbe bene conoscessero anche quei due ragazzini di Barga
(da agenzie)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
“I RUSSI GIOCANO AL GATTO CON IL TOPO”
La presidente della Georgia Salomé Zourabichvili dice che il suo paese è il prossimo obiettivo di Vladimir Putin. E per scongiurare un’invasione chiede di entrare in Europa il prima possibile.
«Siamo nella stessa situazione dell’Ucraina», sostiene in un’intervista rilasciata a Repubblica. «Abkhazia e Ossezia del Sud, il 20 per cento del nostro paese, sono da tempo sotto controllo russo. Ovvio che la guerra contro Kiev ci mette sotto pressione. Siamo convinti che comunque vada, Mosca tornerà a interessarsi di noi. Se vincono, vorranno di più. Se perdono, potrebbero cercare di salvare la faccia con una preda facile come la Georgia: un paese piccolo, senza grandi risorse militari. I russi già giocano al gatto e al topo con noi, mettendo alla prova i nostri nervi, senza nemmeno dover occupare territori: penso al referendum per “riunirsi” a Mosca che l’Ossezia voleva tenere a metà luglio. Ora l’hanno posticipato. Ma per quanto?».
Per questo la Georgia ha chiesto insieme alla Moldavia l’ingresso nell’Unione Europea. Zourabichvili si augura che l’emergenza geopolitica porti a un’accelerazione delle procedure: «Il vostro premier Mario Draghi ha detto chiaramente che sostiene la nostra integrazione e questo mi fa ripartire fiduciosa.
La reazione europea all’aggressione russa deve necessariamente andare verso un maggior consolidamento: è una risposta pacifica, capace però di garantire sicurezza a paesi come il mio».
Intanto, dice lei nel colloquio con Anna Lombardi, il suo paese ha aperto le porte a dissidenti e profughi: «Negli ultimi mesi sono entrati almeno 35 mila russi, che potranno restare un anno senza bisogno di visto. Hanno pure aperto una tv che trasmette dal nostro paese. Il numero di ucraini è simile, e per loro abbiamo disegnato un percorso di facilitazione scolastica. D’altronde, abbiamo sempre aperto le porte ai perseguitati: abbiamo armeni, azeri, curdi. In altri paesi le politiche d’accoglienza creano tensioni, ma da noi c’è grande accettazione della diversità».
(da agenzie)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
NESSUNA ISTIGAZIONE A DELINQUERE NEL PEZZO DI QUIRICO
Il giudice delle indagini preliminari di Torino Giorgia De Palma ha
archiviato il procedimento giudiziario nei confronti del direttore de La Stampa Massimo Giannini e del giornalista Domenico Quirico per l’articolo su Putin da uccidere.
Accogliendo così la richiesta della procura: «L’articolo in esame alla luce del principio costituzionale di necessaria offensività, non turba la sicurezza pubblica né è concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti».
A sollecitare l’intervento era stato l’ambasciatore russo Sergey Razov, che durante una conferenza stampa aveva parlato di istigazione a delinquere e apologia di reato: «In precisa conformità alla legislazione italiana oggi mi sono recato in Procura per presentare una querela con la richiesta alle autorità italiane di esaminare obiettivamente questo caso. Confido della giustizia italiana».
Ma il pezzo di Quirico non diceva quello che sosteneva l’ambasciatore: «A ben leggere l’articolo in esame – precisava la procura nella richiesta di archiviazione – ed in disparte la vis polemica della replica di Domenico Quirico, questo Ufficio ritiene che essa colga nel segno, ovvero che non sussista la condotta materiale integrante i reati». Tanto che l’autore aveva suggerito a Razov di trovarsi «un traduttore di qualità migliore». E «di leggere una migliore traduzione del pezzo, dove io sottolineavo che l’idea ahimè abbastanza corrente che l’unico modo di risolvere il problema sia che qualche russo ammazzi Putin fosse priva di senso e immorale, e questo era scritto bene in evidenza, e in secondo luogo che non porterebbe a niente e anzi porterebbe ad un caos maggiore».
(da NextQuotidiano)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
IL LEADER DEL POPOLO DELLA FAMIGLIA (SI FA PER DIRE) NEGA DI AVER MAI PRONUNCIATO LA FRASE INCRIMINATA: INFATTI L’HA ADDIRITTURA SCRITTA SULLA TESTATA DI CUI E’ RESPONSABILE
La campagna elettorale in vista della Amministrative del prossimo 12 giugno si sta facendo sempre più intensa.
Di questa mattina, infatti, è la notizia di Mario Adinolfi querelato dal Partito Gay per una frase diffamatoria che il leader del Popolo della Famiglia avrebbe pronunciato qualche settimana fa. L’annuncio è arrivato direttamente dal partito nato per difendere i diritti delle comunità LGBTQ+ attraverso i suoi canali social.
La querela è stata depositata oggi alla Procura di Roma e fa riferimento, in particolare, a una frase attribuita al leader del Popolo della Famiglia:
“L’avvocata Sara Franchino, che ringrazio per il supporto, ha depositato presso la Procura di Roma una nostra querela nei confronti di Adinolfi, esponente del Popolo della Famiglia. La querela è avvenuta a seguito delle sue affermazioni false sui nostri candidati e la nostra organizzazione, dove è arrivato anche ad affermare che il Partito Gay LGBT+ sta in politica per “il drenaggio di denaro pubblico”, fatto non corrispondente al vero e dichiarato con il solo intento diffamatorio. Capiamo le difficoltà di Adinolfi e del Popolo della Famiglia nel trovare argomenti validi per farsi votare, in quanto dalle loro interviste emerge solo l’ossessione contro i diritti per le persone LGBT+, nel confronto politico non sono accettabili affermazioni false contro gli avversari”.
Come ha reagito Adinolfi querelato Partito Gay? Il leader del Popolo della Famiglia non ci sta e smentisce fermamente di aver mai pronunciato quella frase oggetto della querela per diffamazione
Ma questa frase, dunque, è mai stata pronunciata da Mario Adinolfi? Lui dice di no. Anzi, sostiene che quella frase sia stata inventata e non esiste. In realtà, quella frase esiste ed è presente su un quotidiano online: La Croce.
Si tratta di un virgolettato che, dunque, viene attribuito proprio a Mario Adinolfi. Ma chi ha scritto questo articolo? La firma non c’è, ma la testata – La Croce quotidiano – è registrata presso il Tribunale di Roma e il direttore responsabile è proprio Mario Adinolfi.
(da NextQuotidiano)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
UNA FETTA DI FORMAGGIO OMAGGIO CON L’INVITO A VOTARE PER IL CARROCCIO… LA DENUNCIA DEL CONSORZIO GRANA PADANO
La propaganda che, dopo aver scavato, gratta sul fondo. Anzi, gratta il
formaggio.
In vista delle prossime elezioni Amministrative, la Lega a Piacenza ha iniziato a distribuire ai cittadini dei pezzi di Grana Padano. Il tutto condito da un bollino con l’invito a votare per il Carroccio il prossimo 12 giugno. Un’iniziativa non autorizzata e che ha portato il Consorzio (di fama mondiale) a dissociarsi da questa iniziativa.
Come riportato dal quotidiano piacentino “Libertà“, il consorzio Grana Padano ha rilasciato una breve dichiarazione – attraverso le parole di Lorenzo Marini, amministratore delegato della Lattegra, componente del Consorzio – in cui ha criticato e condannato il comportamento della Lega Piacenza: “Ci dissociamo dall’utilizzo del nostro formaggio per fare propaganda politica, si tratta di un fatto sgradevole. Il formaggio non è né di destra né di sinistra. È di tutti”.
Una polemica che, però, sembra non aver colpito il Carroccio. Il consigliere provinciale della Lega, Giampaolo Maloberti, ha rivendicato quell’iniziativa (puramente elettorale, sfruttando un marchio senza ottenere prima l’autorizzazione), difendendola: “Tutto è stato regolarmente acquistato da un produttore locale siamo orgogliosi della nostra provincia: è la quarta in Italia per la produzione di Grana Padano che è, assieme a pancetta, coppa e salame, una delle nostre Dop. Noi saremo sempre per la tutela e promozione dei nostri prodotti locali”.
Insomma, spallucce anche di fronte alla reprimenda pubblica arrivata direttamente del Consorzio Grana Padano. E nella storia della Lega ci sono molti altri esempi di questo tipo. Come quando, nell’estate del 2020, i canali social del Carroccio utilizzarono la fotografia simbolo della pubblicità dei biscotti “Ringo” e, nonostante Barilla (il gruppo che produce quei dolciumi) si fosse dissociata spiegando di non aver mai dato l’autorizzazione, quel post è ancora (a due anni di distanza) online.
(da NextQuotidiano)
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Giugno 8th, 2022 Riccardo Fucile
BENVENUTI NELL’ 800… A QUANDO I MATRIMONI COMBINATI E LA MOGLIE MASSAIA?
“Alla cortese attenzione del capofamiglia”. Inizia così la lettera inviata dalla Lega ai cittadini di Verona per invitarli a confermare con il voto, domenica 12 giugno, Federico Sboarina come primo cittadino. “Barra il Simbolo della Lega – Sboarina sindaco”, l’invito contenuto nella missiva. Ma a suscitare le polemiche è stata appunto l’intestazione della lettera. Quella del ‘capofamiglia’ è una figura che non esiste più dal 1975: la riforma del diritto di famiglia abroga tale termine.
Ma evidentemente il Carroccio e il suo candidato non lo sanno e preferiscono indirizzare le lettere al ‘capofamiglia’, appunto, che fino al 1975 era l’uomo, al quale venivano riconosciuti giuridicamente e socialmente autorità sugli altri membri.
Protesta contro la trovata del partito di Salvini aSimona Malpezzi, capogruppo dem in Senato. “Peccato che il Carroccio scriva ad un’Italia che non esiste più, nella società e nell’ordinamento giuridico, ma di cui loro sentono certamente la mancanza. Una lettera che parla della visione distorta e misogina che i sovranisti continuano ostinatamente ad avere’. Le donne, le elettrici, sanno benissimo cosa scegliere e non si fanno certo dettare la linea politica dagli uomini di casa”
(da agenzie)
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Giugno 8th, 2022 Riccardo Fucile
CHE FIGURA DI MERDA: NON CONOSCE NEANCHE I QUESITI CHE HA PROPOSTO
E’ l’ennesimo paradosso, stavolta gigantesco, del leghista
improvvisamente scopertosi garantista per ragioni di mera propaganda.
A offrirlo è il solito Matteo Salvini, leader di un partito che è passato dallo sventolare il cappio in Parlamento e dall’alimentare la gogna quotidiana contro gli indagati (ancor meglio se extracomunitari) a promuovere un referendum “per una giustizia più giusta”.
Il leader della Lega si è indignato per la scarcerazione di Rosario Greco, colui che l’11 luglio 2019 a Vittoria, provincia di Ragusa, travolse con il suo suv i due cuginetti Alessio e Simone D’Antonio, di 11 e 12 anni.
Il primo morì sul colpo, il secondo spirò tre giorni dopo in ospedale, dove gli furono amputate le gambe, tranciate dall’auto, nel tentativo disperato di salvargli la vita. Subito dopo l’incidente, l’uomo – sotto effetto di alcool e droga – si allontanò a piedi con gli altri tre occupanti dell’auto, forse per paura di essere linciato. Venne arrestato poco dopo.
Il leader leghista agita la forca sulla vicenda dei due cuginetti uccisi nel 2019 a Vittoria e, senza accorgersene, sconfessa uno dei quesiti referendari sulla giustizia proposti proprio dalla Lega che saranno votati domenica prossima.
L’articolo 274 del codice di procedura penale tratta, in generale, le misure cautelari. Parliamo, ad esempio, della custodia in carcere o agli arresti domiciliari, oppure dell’obbligo di firma o di non lasciare il Paese.
Sono misure che privano l’indagato della libertà personale e possono essere utilizzate dal giudice solo in alcune specifiche situazioni, elencate proprio al comma uno dell’articolo 274. In sintesi: se c’è il rischio di inquinamento delle prove; se c’è il pericolo di fuga o se l’imputato si è già dato alla fuga; se esiste il rischio di reiterazione del reato o se si tratta di un reato grave. Il secondo quesito referendario va ad abrogare la parte del testo che riguarda questa terza possibilità: il pericolo di reiterazione del reato o reato grave. In sostanza si andrebbe verso l’utilizzo della custodia cautelare quasi esclusivamente per il rischio di fuga o inquinamento delle prove.
Salvini, oltre a dimostrare di non conoscere nemmeno il quesito referendario, da un lato vuole fare il garantista, salvo poi smentire se stesso invocando la custodia cautelare per solleticare i forcaioli.
(da il Foglio)
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