Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
“HA RESO PRATICAMENTE IMPOSSIBILE ABORTIRE NELLE MARCHE, UNA POLITICA CHE RISCHIA DI DIVENTARE NAZIONALE”
Chiara Ferragni fa appello sui suoi social a non votare per il partito di Giorgia Meloni. Nell’ultima storia pubblicata su Instagram, l’influencer riposta un contenuto del profilo di The Vision, rivista online lanciata nel 2017 dal cofondatore di Vice Italia, Andrea Rasoli, e dedicata ai millennial italiani.
L’immagine è di una stanza d’ospedale con al centro un lettino nero, quello su cui ogni donna è invitata a sedersi per sottoporsi ai controlli necessari prima di abortire. In basso, la scritta «Fdi ha reso praticamente impossibile abortire nelle Marche, che governa. Una politica che rischia di diventare nazionale se la destra vince le elezioni».
Nel ricondividere la storia sul suo profilo, Ferragni aggiunge un commento: «Ora è il nostro tempo di agire e far sì che queste cose non accadano».
Una presa di posizione che non lascia spazio a equivoci sull’avversione per il partito che dal 2020 governa la regione Marche e che, da settimane in testa nei sondaggi, è tra i papabili candidati alla guida del prossimo Esecutivo. Non è la prima volta che l’imprenditrice digitale per antonomasia esprime pareri, perlopiù critici, sui politici italiani.
Quasi un anno fa era stato il Ddl Zan l’oggetto di uno scontro mediatico contro i senatori che ne votarono l’affossamento: «Siamo governati da pagliacci senza palle», fu il pungente j’accuse della moglie di Fedez su Instagram, detonatore, nel giro di attimi, di polemiche durate giorni e rinfocolate proprio dai social.
Come un anno fa per le discriminazioni di genere, l’imprenditrice torna oggi a schierarsi a difesa dei diritti civili, sfruttando l’enorme influenza mediatica conquistata negli anni e, verosimilmente anche stavolta, il sostegno del marito Fedez.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
AMMESSO CHE VINCA, LA TRIMURTI MELONI-SALVINI-BERLUSCONI DOVRÀ PASSARE SOTTO LE FORCHE CAUDINE DEL QUIRINALE… SARANNO BEN QUATTRO I DICASTERI CHE DOVRANNO ESSERE “CONCORDATI” CON MATTARELLA: ECONOMIA, ESTERI, GIUSTIZIA E VIMINALE
Ma dove vai se il Mattarella non ce l’hai? Ammesso che vinca, il governo
non sarà espressione totale del centrodestra.
La trimurti Meloni-Salvini-Berlusconi dovrà passare sotto le forche caudine del Quirinale. Vi ricordate le sonore ‘’bocciature’’ quirinalizie dei vari Sapelli e Savona?
E Giggino di Maio, in era Conte 2, poté fare il suo trionfale ingresso nei saloni della Farnesina come ministro degli Esteri solo dopo che venne “garantito” dal potentissimo segretario generale della Presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti, che aveva conosciuto e fatto da balia asciutta all’ex bibitaro del San Paolo all’epoca della sua presidenza della Camera dei deputati.
Bene, avvisate la maldestra trimurti che saranno ben quattro i dicasteri che dovranno essere “concordati” con la Mummia Sicula: Economia, Esteri, Giustizia e Viminale.
E questa volta, a tenere su il pannolone di Berlusconi, non c’è più Gianni Letta, referente e polizza-scudo con il Deep State pensionato ai giardinetti senza tanti riguardi dalla triade Ronzulli-Salvini-Tajani.
Riuscite a immaginare il neo-meloniano Tremonti a via XX Settembre? Nemmeno con un’overdose di Lsd.
E non solo perché esplicitamente anti-draghiano ma anche perché il Berlusca ha considerato la candidatura di Giulietto in Fratelli d’Italia un affronto personale: non ha mai dimenticato la salita al Colle del 2011 di Tremonti, nei giorni terribili della lettera di Trichet e dello spread a 500 che segnarono la fine del suo governo.
Per il Cavaliere l’incontro di Tremonti con l’allora presidente Napolitano era un tentativo di prendere la sua poltrona a Palazzo Chigi (cosa non vera). Insomma, tranquilli: il peggio deve ancora arrivare…
(da Dagoreport)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
PRENDE LE DISTANZE ANCHE LA COMUNITA’ DI SAN PATRIGNANO: “IL NOSTRO SIMBOLO NON DOVEVA ESSERE SUL CARTELLONE CHE PUBBLICIZZA LA MOSTRA, AVEVAMO DIFFIDATO GLI ORGANIZZATORI DALL’USARLO”
Adesso è chiaro: non è una mostra che può lasciare indifferenti. «Mi dispiace molto per quello che sta emergendo sull’esposizione dal titolo O Roma o morte. Un secolo dalla marcia», dice il sindaco di Predappio Roberto Canali, eletto 3 anni fa con una lista di centrodestra.
«Fin dall’inizio, l’impatto della mostra non mi convinceva. Trovo molto brutto quel manifesto e non so valutare nel merito l’allestimento. Mi dispiace per le minacce e mi dispiace anche perché non bisogna venire a Predappio con le intenzioni sbagliate. Il fatto è che non ho margini di intervento. Quello è un luogo privato, un bar riadattato. Gli organizzatori hanno chiesto al Comune solo un cambio di destinazione d’uso. Così la mostra è qualcosa che sfugge a qualsisia tipo di giurisdizione».
Forse è per questo che attira vecchi e nuovi sedicenti fascisti, e che le pagine del registro delle presenze sono piene di parole che inneggiano al Duce. Prende le distanze il sindaco di Predappio.
Prende le distanze uno dei nomi più importanti che stanno nel manifesto pubblicitario. «Il simbolo di San Patrignano non doveva essere su quel cartellone, avevamo diffidato gli organizzatori dall’usarlo» spiega Giorgia Gianni, responsabile delle relazioni esterne. Invece il nome è rimasto. All’ingresso della mostra e su tutti i volantini. «Non lo sapevamo. Informeremo il nostro ufficio legale».
E se gli organizzatori della mostra sul fascismo, il professor Franco D’Emilio e l’avvocato Francesco Minutillo, sostengono di aver ricevuto diversi inviti in giro per l’Italia, ecco una pioggia di smentite. «L’Università la Sapienza di Roma non ha in programma di ospitare la mostra, iniziativa di cui l’Ateneo non è a conoscenza».
Così come non ne vuole sapere lo storico direttamente chiamato in causa dagli organizzatori, il professor Giuseppe Parlato: «Smentisco nettamente qualsiasi mio coinvolgimento».
A questo punto resta da domandare ai due organizzatori il perché di questa “appropriazione indebita”. Risponde D’Emilio: «Mi stupisce la presa di posizione di San Patrignano, perché ero presente durante i colloqui per il patrocinio. E il fatto che finora non abbiamo mai adito a vie legali è significativo».
Ma come avete potuto chiamare in causa addirittura La Sapienza e un professore di Storia? «La proposta ci è stata sottoposta da un commercialista romano di nome Marchetti, in stretto contatto con la fondazione Ugo Spirito, il cui presidente è».
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
SE SALVINI PORTA LA LEGA SOTTO IL 10% VERRA’ GIUBILATO (IL SUO MANDATO VA IN SCADENZA IL PROSSIMO INVERNO) – NEL PD LETTA RISCHIA MENTRE CONTE DEVE GUARDARSI DA RAGGI E DI BATTISTA
La battaglia (almeno quella sulle liste) è finita. Ma la guerra rischia di
essere appena cominciata. Perché lo scontro intestino che per giorni ha avvelenato l’aria nei partiti, complice il numero ben più ristretto di scranni parlamentari sicuri che i leader hanno potuto elargire rispetto al passato, ha lasciato sul campo un numero insolitamente alto di caduti e di feriti. Decisi, a destra come a sinistra, a farla pagare ai loro generali.
Per ora da una parte e dall’altra ci si limita a far filtrare il malumore. Ma non è difficile intuire che la musica, all’indomani del voto, cambierà. E che i delusi di oggi si stiano già preparando a presentare il conto il 26 settembre.
I bersagli dei rispettivi redde rationem rischiano di essere (almeno) tre: Matteo Salvini, Enrico Letta e Giuseppe Conte.
Non è un caso se nei bisbigli che trapelano da via Bellerio, quartier generale leghista, già da qualche tempo girano vorticosamente un paio di numeri: 10 e 15 per cento. Da intendere come la forchetta di risultati in grado di segnare il destino del segretario federale del Carroccio. Il cui mandato neanche a farlo apposta da statuto dovrà essere rinnovato il prossimo inverno. «Se Salvini alle urne fa più del 15%, la riconferma è scontata […] Se fa di meno, si può aprire una discussione. Ma se dovesse avvicinarsi al dieci, o addirittura andare sotto quel risultato…».
Nel Pd non mancano le vittime del «rinnovamento generazionale» che a Enrico Letta hanno già giurato battaglia. E per dare il la al day after aspettano solo di veder passare nel fiume il cadavere (politico) del segretario. Ha fatto rumore la scelta di escludere nomi di peso come quello dell’ex ministro dello Sport Luca Lotti. E da Nord a Sud ribolle il malcontento dei vertici locali, imbufaliti con Roma per i candidati catapultati dal Nazareno. Ed ecco che le possibilità di un congresso post-voto. E c’è chi già individua un papabile successore: il governatore emiliano Stefano Bonaccini.
E i Cinquestelle? Dai rumors in uscita in via di Campo Marzio, per il presidente M5S la soglia «di non ritorno» sarebbe intorno al 10 per cento. Sotto quella cifra, addio al «partito di Conte», come lo chiamano critici ed esclusi. Esclusi come l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi, che molti vedono già scaldarsi a bordo campo. Pronta a tornare in partita in caso di batosta elettorale dell’avvocato. Magari in tandem con Alessandro Di Battista. Che sì, aveva escluso un ritorno nelle file stellate. Ma in caso di addio di Conte, suggeriscono voci grilline, «potrebbe sempre ripensarci».
(da il Messaggero)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
HANNO SBAGLIATO LE PREVISIONI DEL TEMPO E FATTO ANNULLARE LA FESTA NAZIONALE… SONO SALTATI I FUOCHI D’ARTIFICIO E IL SOVRANISTA FA SALTARE GLI ESPERTI METEO
In Ungheria sbagliare le previsioni del tempo può costare il posto di lavoro. Lo sanno bene la capa del servizio metereologico nazionale, Kornelia Radics, e il suo vice, Gyula Horvath, che sono stati licenziati in tronco dal ministro per la Tecnologia, Lazlo Palkovics, per aver consigliato di posticipare uno spettacolo di fuochi di artificio dopo aver previsto un possibile diluvio su Budapest.
L’evento era programmato per sabato 20 agosto. Non una data qualunque per gli ungheresi, in quanto giorno di festa nazionale, durante le celebrazioni di Santo Stefano, nonché giorno in cui viene celebrata la fondazione dello Stato ungherese.
La presidente del servizio metereologico e il suo vice sono stati raggiunti dalla notizia del licenziamento il giorno dopo le proteste sollevate dalla popolazione.
Le persone, infatti, si erano riversata lungo il Danubio per festeggiare, salvo poi dover fare ritorno a casa dopo l’annullamento dell’evento. Le ragioni del licenziamento non sarebbero state comunicate ai diretti interessati. Ma è plausibile ritenere che l’errore commesso sulle previsioni del tempo sia stato ritenuto «imperdonabile» dal governo ungherese.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
COME E’ CRESCIUTO L’ASTENSIONISMO TRA I GIOVANI
Secondo le principali società di sondaggi, il 25 settembre avremo un
nuovo record di non partecipazione al voto anche in questa fascia di elettori. Eppure di loro alla politica importa poco
Quelle che si terranno il prossimo 25 settembre saranno le elezioni più social di sempre. Leader politici che su TikTok attaccano gli avversari, botta e risposta a suon di tweet, comizi e presentazioni di programmi mandati in onda su Instagram e Facebook, per non parlare del fatto che sempre più spesso gli interventi importati sono pensati in inglese e francese.
Sembrerebbe che la tradizione politica si stia piegando un voto dopo l’altro verso il mondo del web per parlare alle generazioni più giovani, i più smart.
Ma tutto questo rischia di ridursi a semplice apparenza. A un mese dal voto, infatti, il portale di sondaggi YouTrend prevede un’affluenza che oscilla intorno al 65%, e che rischia di provocare l’astensione più alta di sempre. E come se non bastasse, il vicepresidente dell’Istituto Piepoli, Livio Gigliuto, ha affermato a Open che, numeri alla mano, ad oggi meno di 1 giovane su 2 andrà a votare, il 48%.
«La sensazione», spiega Gligliuto, «è che i partiti non stiano riuscendo a parlare con quelle generazioni, ma ai genitori di quei figli».È vero che tradizionalmente le fasce d’età più basse tendono a esprimere meno la propria preferenza alle urne rispetto ai più adulti.
Nel 2018, ad esempio, si stima che meno del 55% degli under 35 andò a votare. Tuttavia, se questi numeri dovessero venire confermati dopo il 25 settembre significherebbe che in 4 anni si è perso il 7% degli elettori più giovani. E questo accade nonostante alle scorse elezioni la loro partecipazione ha giocato un ruolo importante nel successo del Movimento 5 Stelle.
Ancora una volta, però, i partiti politici sembrano non voler puntare su questa fascia di elettorato. O forse non sono in grado di intercettare le loro preoccupazioni e le loro necessità, preferendo parlare di pensioni, più che di precariato, e di bonus alle aziende, più che di concreta transizione ecologica.
Le ultime elezioni
Torniamo al 2018. In quel 4 marzo oltre 10 milioni di elettori uscirono dalle urne dopo aver segnato la propria preferenza sotto il simbolo pentastellato. Guidato dall’allora capo politico Luigi Di Maio, il Movimento ottenne il 32% dei voti conquistandosi il gradino più alto tra i partiti. Analizzando questi dati, YouTrend rilevò come i 5S ottennero il 38% dei voti degli elettori con età compresa tra i 18 e i 24 anni. Così tanti da superare quelli raccolti da Pd, Lega e Forza Italia messi insieme. Il cofondatore dell’agenzia di ricerche sociali Quorum/YouTrend Lorenzo Pregliasco spiega a Open come sin dalla sua fondazione e certamente fino alle elezioni di cinque anni fa, il Movimento abbia saputo andare incontro ai più giovani. Ora, però, sull’onda di una più complessiva riduzione dei consensi, si sta verificando un «progressivo appiattimento» sulle altre fasce di età, che potrebbe manifestarsi con più forza quest’anno.
Come testimonia il sondaggio condotto da Izi spa per Repubblica, solo il 41,8% delle persone che li hanno seguiti 5 anni fa, voterà pentastellato anche quest’anno. Un dato che si riferisce all’intero bacino di elettori e che porterà al Movimento un totale di circa il 10% delle preferenze. Statistiche specifiche per i più giovani non sono disponibili, ma Pregliasco afferma come i voti persi dai 5S si dirameranno essenzialmente in 3 direzioni: Fratelli d’Italia, attraverso un passaggio per la Lega, e l’ala più a sinistra del Pd, quindi Verdi-Sinistra italiana e +Europa. Tutti gli altri under 35 andranno a rimpolpare le già ampie fila degli astenuti.
Giovani invisibili
Ovviamente le ragioni del non voto non sono facili da spiegare quando si parla di grandi numeri. Molti appartengono alla categoria dei fuori sede: sono circa 5 milioni i cittadini che il 25 settembre saranno costretti a tornare a casa se vogliono votare e che, tanto più visti gli scarsi aiuti, potrebbero rinunciare a farlo.
Il nuovo modello culturale
Se da un lato le nuove generazioni lamentano di venire ignorati dai leader politici, dall’altro gli under 35, ma più in particolare la Gen Z, viene accusata di non interessarsi alla politica. Eppure, secondo il professore ordinario di Sociologia politica dell’Università di Genova, autore del recentissimo libro Giovani e Politica, la reinvenzione del sociale (Mondadori università 2022) Andrea Pirni, non è proprio così. Intervistato da Open, il professore sostiene che i giovani di questi anni sono diversi da quelli degli ultimi decenni del secolo scorso. Le nuove generazioni, infatti, tendono a costruire in «maniera sempre più autonoma la propria identità». In passato si avvicinavano a un determinato movimento politico in base agli ideali proiettati dalla famiglia e alla propria condizione socioeconomica. Questo costituiva «un modello culturale che sembra non reggere più il confronto con le nuove sfide di questi anni», afferma Pirni. Nel suo testo, scritto a quattro mani con il collega Luca Raffini, il professore spiega che l’individuo a sperimenta oggi nuovi metodi per cercare di identificarsi, spesso fallendo. «Che non è un processo eticamente condannabile, è solo un altro tipo di accesso alla dimensione dell’agire».
Le Sardine bolognesi e Greta Thunberg
Forse sta proprio in questo modo di relazionarsi con la società la spiegazione di quanto accaduto, per esempio, con la nascita e repentina fine del movimento delle Sardine. Era il 14 novembre del 2019 quando migliaia di ragazzi si ritrovarono in modo del tutto improvviso in piazza Maggiore a Bologna per contrastare un evento leghista. Dopo quel giorno, però, i protagonisti di quella iniziativa sono quasi scomparsi dalla scena politica. «Un esempio del nuovo modello, dove un grande consenso immediato si è esaurito rapidamente», commenta il professor Pirni. Diverso è il caso dei Fridays for Future. È innegabile la grande partecipazione che è riuscita a provocare in quasi ogni angolo del mondo l’attivista svedese Greta Thunberg, «ma non è che prima non se ne parlava», commenta Pirni: «Diciamo che in questo modo ha reso popolare il tema del cambiamento climatico».
Argomento generazionale per eccellenza, quello del cambiamento climatico, visto che le conseguenze le vivranno i giovani e giovanissimi di oggi. Per essere convincenti sul tema, però, dice Prini, i leader politici dovrebbero volgere lo sguardo al di là del semplice “qui e ora” e pensare alle conseguenze future delle scelte di oggi». Se non c’è molto sforzo sul punto il problema è anche numerico. I giovani under 35 sono 10 milioni, contro i 26 milioni di over 50 (dati Istat). «La realtà dei fatti è che la fascia generazionale degli under 35 è veramente esile», conclude Pirni sottolineando come questi numeri siano destinati a peggiorare così come la progressiva sfiducia verso la politica.
I giovani verso la politica
Altro tema che sfugge alla politica è la partecipazione al sociale, che invece mobilita moltissimo i nuovi (possibili) votanti. Secondo un sondaggio di Eurobarometro, condotto tra il 22 febbraio e il 4 marzo, «la maggior parte dei giovani (il 58 per cento) è attiva nella società in cui vive e dichiara di aver partecipato alle attività di una o più organizzazioni giovanili negli ultimi 12 mesi». Per l’Anno europeo dei giovani 2022, scrivevano, «l’aspettativa più comune tra i giovani (lo dichiara il 72 per cento, ndr) è che i responsabili politici ascoltino più attentamente le loro istanze e vi diano seguito, e che sostengano il loro sviluppo personale, sociale e professionale». In vista delle elezioni del 25 settembre, c’è qualcuno che si sta adoperando per far diventare questo dialogo realtà.
L’iniziativa 20e30
È l’iniziativa 20e30, nata dall’appello social di un 29enne torinese appassionato di politica, Lorenzo Pavanello che nei giorni della caduta del governo Draghi ha notato un’insofferenza generale tra i suoi coetanei e ha deciso di darle voce. Così si è fotografato con un foglio in mano con le sue richieste alla politica e l’hashtag 20e30, dalla triplice valenza: si rivolge alla generazione dei 20enni e 30enni, con un post che esce alle ore 20 e 30 di ogni giorno, per una politica che guardi al 2030, quindi al futuro. L’iniziativa, nata per puro caso, è diventata virale: in pochissimo tempo la pagina ha ricevuto più di 5mila messaggi a “imitare” quello di Pavanello, con una copertura social di 10 milioni di utenti.
La sfida alle forze politiche è divisa in 20 richieste, le più urgenti, ripartite in cinque macro-tematiche: lavoro e politiche sociali, istruzione e capitale umano, ambiente ed energia, diritti sociali e civili, welfare.
Ai partiti è stato chiesto di rispondere e postare le loro proposte sulla piattaforma 20e30.org. «Subito Pd e M5s hanno aderito in maniera chiara e netta, seguiti dal resto dei partiti di centrosinistra e da alcuni partiti di centrodestra. Forza Italia ha appena aderito e stiamo dialogando con la Lega», spiega a Open Pavanello, sottolineando che il valore aggiunto dell’iniziativa, che ne può a suo parere determinare il successo, è proprio nella «volontà di trasversalità ideologica». «La nostra chiave è strutturarci lontano dai movimenti giovanili dei partiti. Siamo nati veramente dal basso e senza alcuna influenza né aspirazione politica. Siamo tutti lavoratori tra i 27 e i 33 anni, liberi di scegliere e poter essere trasparenti», aggiunge.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Lucia Abbinante, 35 anni e direttrice dell’Agenzia nazionale giovani, l’ente governativo che in Italia gestisce i programmi europei giovanili, come l’Erasmus+, e si impegna nel favorire il dialogo tra giovani e istituzioni.
«È difficile occuparsi politicamente dei giovani. Anche perché delle politiche giovanili veramente efficaci richiedono un’azione combinata in moltissimi campi, misure trasversali e intergenerazionali. Questa difficoltà si è tradotta nell’abbandono della categoria o nell’adozione di un approccio totalmente inadeguato, che non tiene conto della complessità del tema e procede per attività sporadiche che non creano una connessione vera tra i giovani, i partiti e la politica», spiega Abbinante.
Il compromesso, secondo la direttrice dell’Ang, dovrebbe avvenire tramite un dialogo strutturato che si ispiri al modello europeo, attraverso l’apertura di spazi nei processi decisionali a livello istituzionale, investendo i giovani di responsabilità.
E propone varie azioni: «Tra le altre cose, è necessario rafforzare il ruolo della delega alle politiche giovanili attraverso l’istituzione di una cabina di coordinamento interministeriale e interregionale sulle misure e l’interlocuzione strutturata con le organizzazioni e i movimenti giovanili, per recepire i contributi che arrivando da un livello più locale. A livello parlamentare – continua – c’è da potenziare l’istituzione di commissioni parlamentari ad hoc, e a livello di rappresentanza consolidare il ruolo del Consiglio nazionale giovani», conclude Abbinante.
(da Open)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
HANNO TENTATO DI RACCOGLIERE LE FIRME UTILIZZANDO IL SIMBOLO DI UN’ASSOCIAZIONE POLITICA EUROPEA
Forza Nuova potrebbe essere esclusa dalle prossime elezioni del 25 settembre. Il partito sedicente neofascista fondato da Roberto Fiore nel 1997 ha infatti tentato di raccogliere le firme necessarie utilizzando il simbolo di un’associazione politica europea di partiti nazional-rivoluzionari.
Un fatto, questo, che per ora ha significato l’esclusione ufficiale del partito solo in Veneto, ma che potrebbe coinvolgere anche il resto d’Italia.
Per mettere insieme le firme necessarie, dunque, Forza Nuova non ha lavorato in autonomia, ma ha raggiunto l’obiettivo inserendo il simbolo di un partito politico europeo di estrema destra, ovvero Apf (Alliance for Peace and Freedom). Si tratta di una formazione politica che unisce tutti i partiti neofascisti in Europa, ma per i cancellieri della Corte d’Appello questo non vale come “requisito minimo”.
Così Roberto Fiore si era sollevato all’attacco, annunciando che il partito era unito, salvo poi constatare lui stesso la mancanza di firme utili per partecipare alle prossime elezioni politiche (un minimo di 36mila).
Luca Leardini, il segretario regionale del partito neofascista, ha già annunciato ricorsi, mentre si attende uguale trattamento da parte di tutte le Corti d’appello d’Italia.
Anche la Corte di Appello di Torino ha negato a Forza Nuova la possibilità di correre per un seggio in Parlamento, considerando che l’Apf ha già eletto un suo rappresentante al Parlamento europeo e che l’apparentamento con forze politiche già rappresentate è una condizione che, stando alla legge elettorale, non permette di raccogliere firme.
Ma l’europarlamentare in questione non è italiano e questo pone un problema di rappresentanza per il nostro Paese.
Non solo: nemmeno la lista europea aveva raccolto abbastanza voti da consentire l’elezione.
(da agenzie)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
UNA SFILATA DI CRIMINALI PER LE ESEQUIE. MANCAVA PUTIN CHE HA PAURA A USCIRE DAL BUNKER
Era un funerale di stato a tutti gli effetti, quello di Darya Dugina, la figlia
di Alexander Dugin assassinata nella notte tra sabato e domenica a Mosca. Il che conferma ancora una volta il rilievo che quella famiglia ha avuto in questi anni per i servizi e gli apparati della Russia di Vladimir Putin.
Ci sono diverse immagini estremamente dense di senso e rivelatrici della cerimonia, ne abbiamo scelte in particolare tre.
La prima è quella di Leonid Slutsky, il presidente della Commissione Esteri della Duma, che nella sua orazione funebre ha addirittura mimato lo slogan hitleriano «Ein Volk, ein Reich, ein Führer»: «Qualunque sia il tuo partito politico, fede o età, c’è solo una via. Un paese! Un presidente! Una vittoria!».
Slutsky è anche quello che, visto il buon legame stabilito con il 5 stelle Vito Petrocelli, gli scrisse una lettera formale nel maggio 2020 – dopo la vicenda degli “aiuti russi sul Covid” – passando all’incasso con la richiesta di far togliere le sanzioni alla Russia.
La seconda immagine racconta ancora una volta quanto vicino sia ai Dugin l’oligarca Konstantin Malofeev, plurisanzionato per l’annessione illegale della Crimea nel 2014, da lui finanziata.
Malofeev, Dugin e Igor Girkin sono stati personaggi cruciali in tutta quella vicenda, Dugin teorizzò che occorreva «uccidere, uccidere, uccidere gli ucraini».
La terza immagine certifica la riapparizione di Evgheny Prigozhin, l’oligarca sanzionato dalla Ue come capo del gruppo mercenario Wagner, che non si era più visto dal bombardamento della base Wagner a Popasna, proprio in giorno in cui lui era presente sul posto. La Stampa ha ricostruito che Dugina aveva un rapporto di lavoro con Prigozhin: gestiva una serie di persone fittizie online.
Nel marzo 2022 documenti ufficiali americani scrivono: «L’organizzazione di influenza sui media Project Lakhta, di proprietà di Prigozhin, ha sviluppato un nuovo sito, United World International (Uwi). Almeno dal 2014, Project Lakhta ha utilizzato, tra le altre cose, persone online fittizie che si fingevano statunitensi per interferire nelle elezioni Usa, come ha fatto l’Ira durante le elezioni del 2016. Nel 2022, l’Uwi ha suggerito che l’Ucraina «morirebbe» se fosse stata ammessa alla Nato.
Il capo redattore di Uwi, Darya Aleksandrovna Dugina (Dugina), ha cercato collaboratori per scrivere articoli su Uwi». Una famiglia tra Prigozhin e Malofeev, pieni servizi russi. E specializzata in false flag e depistaggi.
(da La Stampa)
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Agosto 24th, 2022 Riccardo Fucile
DARYA DUGINA È STATA SEPOLTA A MOSCA CON TUTTI GLI ONORI DI STATO. IL REGIME PUTINIANO LE HA RESO OMAGGIO CON UNA FILA DI POLITICI E OLIGARCHI, COMPRESO IL CAPO DEI MERCENARI DELLA WAGNER…IL DISCORSO SANGUINARIO NEI CONFRONTI DELL’UCRAINA DI ALEKSANDR DUGIN
Una “martire” in nome della quale le truppe russe devono cercare “la vittoria” nell’atroce invasione dell’Ucraina: nella cerimonia funebre in sua memoria, politici e oligarchi filo-Cremlino hanno descritto così Darya Dugina, la propagandista russa assassinata alle porte di Mosca sabato notte, quando un ordigno ha fatto saltare in aria l’auto su cui viaggiava.
Parole spesso impregnate di nazionalismo e dell’inconfondibile propaganda di Putin, e che certo non spengono i timori di alcuni osservatori che il terribile delitto di cui è stata vittima questa giovane donna – da chiunque sia stato commesso – possa contribuire a un inasprimento degli attacchi dell’esercito russo in Ucraina.
A dare l’estremo saluto a Dugina – che era sotto sanzioni di Washington e Londra perché accusata di “disinformazione” sulla guerra in Ucraina – c’erano centinaia di persone: amici, colleghi, familiari, e alcuni noti politici e imprenditori russi.
Nella camera ardente allestita al centro televisivo Ostankino di Mosca, in una sala volutamente oscurata, tra le corone di fiori decorate col tricolore russo, tra le rose rosse i gigli bianchi, spiccava un ritratto in cui la 29enne sorrideva: una grande foto in bianco e nero illuminata e posta alle spalle della bara.
Suscita molti interrogativi la salma intatta della Dugina con un viso senza segni considerando che l’auto è stata fatta saltare con mezzo chilo di tritolo e poi si è pure incendiata.
Seduti davanti al feretro c’erano i genitori della ragazza, vestiti a lutto, provati, a cominciare dal Aleksandr Dugin, il filosofo conservatore e ultranazionalista che appoggia apertamente la sanguinosa aggressione militare contro l’Ucraina. Alcuni lo considerano una sorta di ideologo dell’autoritarismo del Cremlino, per quanto la sua reale influenza sul presidente russo sia oggetto di discussione.
C’è chi ipotizza che in realtà fosse lui il vero obiettivo degli attentatori. Il controspionaggio russo sostiene invece che nel mirino ci fosse proprio la figlia, Darya Dugina. Lunedì, a nemmeno due giorni dall’omicidio, l’Intelligence russa ha infatti puntato il dito contro «i servizi speciali ucraini» e li ha accusati di aver commesso il crimine servendosi di una loro agente che viaggiava con una Mini cooper.
La versione delle autorità russe – sfoderata in tempi record – fa acqua da tutte le parti e da parte sua l’Ucraina afferma di non avere nulla a che fare con questo tremendo delitto e sostiene che dietro ci siano semmai proprio i servizi russi. «L’Fsb ha fatto questo e ora suggerisce che sia stato qualcuno dei nostri», ha detto alla tv ucraina il segretario del Consiglio di sicurezza di Kiev, Oleksiy Danilov.
La tv russa comunque ripete la versione di Mosca senza metterla in dubbio e proprio il giorno dopo che la Russia ha accusato l’Ucraina per il delitto, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha tuonato che Mosca non avrà «nessuna pietà» per chi ha ucciso Dugina.
La televisione russa ha dedicato ampio spazio ai funerali della ragazza, a cui non erano presenti membri del governo ma durante i quali un delegato di Putin ha consegnato a Dugin la medaglia dell’Ordine del Coraggio, assegnata alla memoria a sua figlia.
«L’enorme prezzo che dobbiamo pagare può essere giustificato solo dal risultato più alto, la nostra vittoria», ha detto emozionato Dugin tra retorica e nazionalismo durante i funerali affermando che sua figlia «viveva per la vittoria ed è morta per la vittoria». Dichiarazioni dello stesso tono sul sanguinoso conflitto in Ucraina sono arrivate anche dall’oligarca Konstantin Malofeev. «Non è morta invano. Con il sangue dei nostri martiri diventiamo più forti», ha affermato Malofeev aggiungendo poi che «con questa morte prematura della nostra cara e amata Dasha» l’esercito russo «vincerà sicuramente la guerra».
Leonid Slutsky, leader del partito nazionalista Ldpr e presidente della Commissione Esteri della Duma, è arrivato addirittura a dichiarare che una piazza di Kiev potrebbe essere dedicata a Dugina una volta «completata la denazificazione» dell’Ucraina, ripetendo così le accuse infondate della propaganda di Putin secondo cui il governo di Kiev sarebbe un covo di fascisti: una menzogna con la quale il Cremlino cerca di giustificare l’ingiustificabile invasione dell’Ucraina.
(da agenzie)
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