Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile
IN CASO DI VITTORIA ALLE ELEZIONI, DOVRA’ SCEGLIERE TRA LA LINEA FILO-DRAGHIANA DELL’EX DG DI BANKITALIA PANETTA O QUELLA DELL’EX MINISTRO DELL’ECONOMIA (CHE DI DRAGHI DICE PESTE E CORNA)
E’ il valore aggiunto che rischia di diventare zavorra, la risorsa che appare un ingombro. “Ma davvero ci conviene farci rappresentare da lui?”. La domanda, tra i consiglieri di Giorgia Meloni, cominciano a farsela. Perché lui, cioè Giulio Tremonti, sembra richiamare alla memoria un passato non proprio roseo.
E siccome a pompare i candidati anti euro ci pensa già Matteo Salvini, in FdI c’è chi ritiene poco saggio battere quella strada. Non che sia facile controllarlo, certo. Anzi, da tutti Tremonti viene considerato un battitore libero, renitente a qualsiasi ordine di scuderia.
L’avvicinamento andava avanti da tempo: da quando, cioè, la Meloni ha capito che va bene, sì, dagli all’immigrato, però poi bisogna anche mostrarsi affidabile agli occhi di quei sedicenti poteri forti contro cui pure tanti insulti ha scagliato negli anni.
Altrimenti, la leader coriacea che ha iniziato la sua legislatura assecondando l’agenda Di Battista, chiedendo l’impeachment di Mattarella e scagliandosi contro il franco africano di Macron, non si premurerebbe di chiedere al prof. Sabino Cassese consigli su nomi di possibili futuri ministri.
Tra i quali non sembra, va detto, esserci Tremonti, che pure la riconoscenza della Meloni ha saputo meritarsela introducendola nei salotti buoni del suo Aspen Institute.
Candidarlo nel cuore produttivo della Lombardia, con le stimmate del tecnico e il piglio di chi la sa lunga, significa lanciare un messaggio rassicurante agli imprenditori e ai ceti moderati. O, almeno, questa era la volontà.
Nel senso che poi, siccome l’uomo è fatto a modo suo, Tremonti ha iniziato a condire la sua personalissima campagna con rivendicazioni un poco discutibili sul ben fatto del governo Berlusconi nel 2011 e sul conseguente “colpo di stato” (ipse dixit, et dicit tuttavia) attuato alla finanza internazionale, senza contare le intemerate contro il globalismo e il lungo elenco dei supposti errori di Draghi.
E insomma, tra gli storici consiglieri di Donna Giorgia, c’è chi si chiede, e le chiede, se non si corra il rischio di avvicinare troppo il logo del partito al ricordo di una stagione – quella dello spread impazzito, della Troika e dell’austerity – sul cui ritorno la Meloni dovrebbe invece dare garanzie: con noi al governo, i conti non si sfasceranno.
E siccome il primo atto del prossimo governo di centrodestra sarebbe il rimangiarsi promesse e propaganda e varare una legge di Bilancio alquanto restrittiva, perché correre questo rischio? Le ambiguità andranno sciolte: non si potrà vezzeggiare Fabio Panetta, uomo di fiducia di Draghi nel board della Bce, e al tempo stesso promuovere chi, come Tremonti, la politica economica dell’ex capo dell’Eurotower la considera “devastante”.
(da Il Foglio)
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Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile
HA INFORCATO LA BICI E HA RAGGIUNTO LA CASERMA DI LODI
Nonostante la giovane età, Soumaila Keita non ha avuto una vita
semplice. Fuggito dal suo Paese natio – quel Mali alle prese con una guerra civile e diversi tentativi di colpo di Stato che vanno avanti dal 2012 – raggiungendo le coste settentrionali dell’Africa nella speranza di trovare un futuro migliore in Europa.
Quel futuro chiamato Italia, ma che finora gli ha solo consentito di sopravvivere e non di vivere la vita che sperava.
È disoccupato dopo aver lavorato per un po’ di tempo come badante e vive nel lodigiano dove alcuni amici lo hanno accolto a braccia aperte.
E in quella zona, esattamente nelle vie centrali di Cornegliano, qualche giorno fa ha trovato un portafoglio a terra al cui interno c’erano 400 euro. Il 28enne non ha titubato neanche un secondo, ha inforcato la sua bicicletta e ha portato il tutto alla più vicina caserma dei carabinieri.
Un gesto nobile da parte di Soumaila Keita, riconosciuto anche dalle stesse forze dell’ordine che hanno visto arrivare questo giovane, a bordo della sua bicicletta, per consegnare quel portafoglio con all’interno 400 euro. La storia è stata raccontata dal quotidiano lodigiano “Il Cittadino” che ha riportato anche le parole del 28enne del Mali: “Ho subito controllato il documento di identità per accertarmi chi fosse il proprietario. Non conoscendo questa persona mi sono rivolto alle forze dell’ordine”.
Il comportamento da cittadino modello è stato sottolineato anche dal maggiore dei Carabinieri Gabriele Schiaffini che ha raccolto e depositato la denuncia di ritrovamento di quel portafoglio, in attesa di riconsegnarlo al legittimo proprietario: “Un ragazzo straniero di 28 anni ha dato dimostrazione di una persona dal valore grande. Un gesto più unico che raro che colpisce ancora di più per la situazione precaria vissuta dal giovane, da mesi senza un lavoro. Ci auguriamo che il suo gesto non passi inosservato e che, magari, possa essere ricompensato. Saremmo lieti di poterlo aiutare a trovare presto un nuovo lavoro”.
Perché Soumaila Keita vive nel Lodigiano dal 2016. Lavorava come badante fino a quando non gli è scaduto quel contratto non rinnovato. Senza casa e senza soldi per vivere. Grazie ad alcuni amici, ha trovato ospitalità nella zona e prosegue nella sua ricerca di un posto di lavoro, dopo esser stato costretto ad abbandonare quel Mali in cui la guerra civile e le tensioni militari esterne vanno avanti da anni.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile
ORA IL GOVERNO PUÒ DECIDERE CON CHI APRIRE LA TRATTATIVA IN ESCLUSIVA… LA MELONI HA GIÀ DETTO DI VOLER BLOCCARE TUTTO, COSI’ CONTINUA LA SPUTTANAMENTO DEI SOLDI DEGLI ITALIANI
Le nuove offerte per acquisire Ita Airways sono arrivate al Tesoro: da una parte Msc con la tedesca Lufthansa, e dall’altra gli americani di Delta con Air France e il fondo Certares, hanno rispettato la dedline che imponeva di consegnare entro la mezzanotte di ieri i piani di privatizzazione con gli ultimi ritocchi.
Ora che le due offerte sono sul tavolo del governo, Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia decideranno con chi aprire la trattativa in esclusiva, ma non è ancora chiaro se sarà questo o il prossimo governo a portare a termine il processo, visto che tra poco più di un mese è fissata la data delle elezioni.
Per le due cordate si tratta della terza offerta per l’acquisto della ex Alitalia, per Msc-Lufthansa addirittura la quarta, perché la prima manifestazione di interesse l’aveva inviata il 24 gennaio.
Per districarsi in questa lunga negoziazione è meglio riavvolgere il nastro degli ultimi mesi. Dopo il dpcm del 5 marzo, che annuncia la gara pubblica a cui accede anche l’alleanza Delta-Air France e Certares, viene aperta la “data room” a fine aprile, e a maggio le due cordate presentano la prima offerta vincolante.
Il Mef, però, chiede una rilavorazione dei piani perché li ritiene non conformi alle indicazioni del decreto, e con la riapertura della data room la seconda offerta viene depositata il 5 luglio. Ancora una volta il ministero dell’Economia non è soddisfatto, auspicando un miglioramento delle proposte, e così siamo arrivati alla terza offerta, quella di ieri.
I punti più rilevanti su cui il Tesoro ha chiesto alle cordate di fare uno sforzo in più sono due: rivedere al rialzo l’offerta di acquisto di Ita, e assicurarsi di poter avere voce in capitolo nelle scelte occupazionali e strategiche della futura compagnia.
Si parte da qui: Msc-Lufhtansa erano pronti a stanziare 850 milioni di euro, lasciando il 20% al Mef. Il 60% delle quote sarebbe in mano al patron di Msc, Gianluigi Aponte, mentre i tedeschi terrebbero il 20%. Delta-Air France e Certares, invece, prevedevano di mettere sul piatto 600 milioni con un impegno ora allargato anche alla compagnia francese, ma riservando allo Stato un pacchetto azionario vicino al 40%, che potrebbe salire.
Fino a poco tempo fa sembrava che la proposta messa sul piatto da Msc-Lufthansa fosse in vantaggio, ma con la crisi politica e la nuova legislatura che incombe, lo scenario potrebbe cambiare.
Così come influiranno i dettagli delle nuove offerte che i tecnici del Mef valuteranno all’apertura delle buste. La governance è un altro aspetto fondamentale della partita, con l’alleanza franco-americana che, secondo indiscrezioni, avrebbe accettato che sia il governo a nominare il presidente del consiglio di amministrazione e due consiglieri su cinque.
Mentre Msc può puntare sulle sinergie con le crociere ed è forte sul cargo, il fondo Certares conta sull’alleanza SkyTeam, in cui l’aeroporto di Roma Fiumicino diventerebbe il terzo hub dell’Europa continentale, assieme ad Amsterdam e Parigi. Centrale in questo ragionamento – oltre al Nord America – anche l’America Latina e l’Africa, con Roma che sarebbe una porta per il continente africano per le tratte da e per l’Europa. L’obiettivo iniziale del ministro Daniele Franco era chiudere la dismissione entro giugno, la complessità dell’operazione e forse anche le offerte non adeguate hanno ritardato tutto il processo. Adesso il tempo è scaduto, e la compagnia di bandiera rischia di diventare un tema da campagna elettorale.
(da La Stampa)
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Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile
SECONDO GLI ANALISTI L’USCITA DALL’EUROPA HA CONTRIBUITO ALL’AUMENTO DEI PREZZI NEL REGNO UNITO. E HA AGGRAVATO LA CARENZA DI MANODOPERA
La pandemia di Covid e le tensioni geopolitiche rinfocolate dalla guerra in
Ucraina avevano messo in secondo piano gli effetti nefasti della Brexit.
Ma già nel maggio scorso la Banca d’Inghilterra non nascondeva più il suo pessimismo: l’inflazione che sta mettendo in ginocchio molti sudditi di Sua Maestà non si sarebbe arrestata nella sua corsa verso il record.
E così è stato: il 17 agosto l’Ons, l’Ufficio statistico nazionale, lo ha certificato: con un tasso del 10,1% il livello di inflazione del Regno Unito ha toccato il suo punto più alto degli ultimi 40 anni. E non accenna a rallentare.
Secondo la Banca d’Inghilterra il picco sarà a ottobre, con il 13,3% (ma per CitiGroup a gennaio supererà il 16%), e l’orizzonte è gravido di nubi nere: Londra sta affrontando una recessione profonda che durerà a lungo, avverte sempre la BoE. E per il 2023 si prevede un calo del Pil dello 0,25%.
Gli inutili tentativi della Banca centrale
La Banca centrale ha alzato da dicembre per ben cinque volte i propri tassi ufficiali, portandoli all’1,25%. Aumenti dolorosi per le famiglie britanniche che però non hanno sortito l’effetto sperato, ovvero il rallentamento del tasso d’inflazione. I cantori della Brexit ovviamente puntano il dito soprattutto sulla tempesta che agita il mercato delle materie prime.
Ma a ben guardare, questa è solo una delle cause dell’impennata inflazionistica inglese. Ovviamente, l’economia britannica risente anche lei, come altre economie, dell’aumento dei prezzi degli idrocarburi, ma anche di un marcato rincaro dei prezzi dei generi alimentari legato ai suoi specifici problemi di produzione e approvvigionamento: questi sì diretta conseguenza della Brexit.
La situazione in Europa
A maggio, Adam S. Posen, presidente del Peterson Institute for International Economics, intervenendo in un convegno organizzato da UK in a Changing Europe, aveva evidenziato il differente andamento dell’inflazione negli ultimi anni nei vari paesi europei.
Numeri e tempistica parlano chiaro: l’indicatore britannico ha cominciato ad aumentare molto prima dello scoppio della guerra in Ucraina, che ha infiammato i prezzi delle commodity. Inoltre, l’inflazione inglese è molto superiore a quella italiana (+7,9%) e a quella tedesca (8,5%), entrambe economie molto più dipendenti dalle importazioni di energia dalla Russia.
La tempesta perfetta
Anche per Posen è la Brexit a causare l’aumento dei prezzi negli ultimi anni. A partire dagli aumenti delle tariffe su beni e servizi provenienti dall’Europa (secondo un rapporto della London School of Economics, le barriere commerciali hanno determinato un aumento del 6% dei prezzi dei prodotti alimentari nel Regno Unito), fino ad arrivare a un mercato del lavoro diventato meno flessibile: l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue ha aggravato la carenza di manodopera in ogni settore, eliminando dal mercato del lavoro centinaia di migliaia di cittadini europei.
Molti hanno lasciato l’isola a causa della pandemia, ha sempre sostenuto Boris Johnson. Potrebbe anche essere vero, ma di certo è a causa della Brexit che non sono tornati. Per la prima volta nella storia britannica, il numero di posti vacanti ha superato il numero di disoccupati (anche se è cresciuta l’immigrazione qualificata).
Una «tempesta perfetta», come la definiscono gli economisti: inflazione alta, tasse che aumentano, carenze di personale e valuta in calo (il 18 agosto la sterlina segnava un ulteriore -0,41%, attestandosi a 1,2048 dollari).
Il crollo degli investimenti delle aziende
Ma c’è di più. Come sappiamo, la produttività di un paese è strettamente influenzata dagli investimenti delle sue aziende. All’indomani dell’uscita dall’Unione europea, il crollo degli investimenti delle imprese anglosassoni è diventato più marcato. Nel 2008 il Regno Unito era al secondo posto tra le 7 maggiori economie al mondo. Nel 2020 era già scesa al quarto. E il futuro non è rassicurante.
Secondo gli strateghi delle principali banche di Wall Street, il Regno Unito resterà bloccato per anni da questa inflazione bruciante causata dalla Brexit. Citigroup Inc., Bank of America Corp. e Standard Bank lo hanno messo nero su bianco in un rapporto pubblicato nel giugno scorso: nonostante le difficoltà globali che toccano ogni economia, la situazione preoccupante inglese è un’eccezione nel mondo occidentale e la causa va ricercata anche nei danni economici provocati dalla decisione di tagliare i ponti con l’Unione Europea. Certo, gli esperti ammettono che la Brexit non sia la sola ragione della crisi del costo della vita, ma è a causa sua se la soluzione del problema sarà più difficile nel Regno Unito che altrove
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile
LO DICE UN SONDAGGIO COMMISSIONATO DAL “TIMES”, SECONDO IL QUALE IL PREMIER DIMISSIONARIO BATTEREBBE I POSSIBILI SUCCESSORI TRUSS E SUNAK, CONSIDERATI “SBIADITI E INCOLORI” DAGLI ELETTORI CONSERVATORI
E se il rimpianto dell’idraulico pesasse di più di tutta la cattiva pubblicità? È quello che sta succedendo in Inghilterra, tra gli elettori dei Tory che vorrebbero indietro Boris Johnson premier.
La maggior parte ora ha capito e vorrebbe avvalersi del diritto di ripensamento: una tirata d’orecchi ma senza condanne definitive insomma; nonostante i pasticci e gli incasinamenti dei tre anni più pazzi di Downing Street, nonostante gli intrighi sessuali, le molestie, i casi di corruzione, gli insabbiamenti fino al partygate; feste in pieno lockdown in barba alla Regina costretta a rinunciare ai funerali per l’amato Filippo.
Oggi la puzza di scandalo è passata, così come le sue innumerevoli gaffe sono diventate battute su cui riderci sopra, mentre resta forte lo spauracchio di un restyling snob dai colori sbiaditi. A confermarlo è un sondaggio commissionato dal Times, che lo mette al centro della sua prima pagina.
Tra chi vota conservatore, il 49% vede con favore una conferma di Johnson e la percentuale è più alta della somma dei consensi che riscuotono Truss e Sunak, scrive il giornale. Si tratta di una virata significativa sull’onda del rimpianto, dato che secondo una rilevazione del 5 luglio scorso il 54% approvava le dimissioni del premier. E dunque cosa può essere successo in questo breve tempo?
E qui si tocca il vero tasto dolente del problema: la successione. Truss e Sunak restano personaggi sbiaditi e incolori, ininfluenti se paragonati all’esondante e scapigliato Boris. Personaggi deboli che faticano e arrancano e non lasciano il segno. Possibile che l’elettore inglese sia cambiato tanto velocemente che la politica di Palazzo non se ne sia accorta?
Il giornale esemplifica i sentimenti dell’elettorato Tory con la dichiarazione di un idraulico di Southampton: «Gli altri non hanno dovuto affrontare quel che ha dovuto lui. Si era appena insediato, e c’era la Brexit, poi è venuto il Covid e ora la guerra. Tutti blaterano su quello che avrebbe dovuto fare, ma vorrei vedere loro al posto suo».
E intanto i due candidati premier si danno battaglia. Liz Truss non dovrebbe avere problemi a vincere la leadership dei Tory il mese prossimo anche se l’ex Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak ha recuperato punti nei sondaggi.
Secondo un ultimo sondaggio commissionato da Sky News, la ministra degli Esteri guida di 32 punti (erano 38 nell’ultimo sondaggio) la corsa. Truss dovrebbe vincere il 66 per cento dei voti dei conservatori, con il suo programma che punta a una riduzione immediata delle tasse rispetto alla richiesta in arrivo da più parti di un sostegno alle famiglie in difficoltà per il caro vita e l’inflazione record.
Eppure se Johnson partecipasse alla gara con Sunak e Truss, riceverebbe il 46 per cento dei voti, contro il 24 per Truss e il 23 per Sunak. Maledizione Brexit verrebbe da dire. Lui che aveva rimpiazzato Teresa May, ritenuta incapace di traghettare il Paese fuori dalla Ue.
Salito al potere non voleva più andarsene guadagnandosi altre critiche. Anche per questo. Ancora. Si era allora dimesso da leader del partito, tentando di mantenere la guida del governo fino al congresso dei Conservatori previsto in autunno.
Non ha funzionato. Il plotone d’esecuzione era già pronto e il popolo voleva la sua testa. L’hanno avuta. Ora però la ridarebbero indietro.
(da il Giornale)
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Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile
IL RUOLO DELL’ORGANIZZAZIONE “TSARGRAD” DELL’OLIGARCA KONSTANTIN MALOFEEV DI CUI ALEXANDER DUGIN ERA DIRETTORE EDITORIALE
Anche Darya Dugina aveva un indirizzo mail di Tsaargrad, l’organizzazione dell’oligarca Konstantin Malofeev di cui Alexander Dugin, suo padre, era direttore editoriale.
Una delle mail leakate dal Dossier Center di Mikhail Khodorkovsky viene spedita da Gianluca Savoini, il consigliere di Salvini poi messo da parte dopo lo scandalo Metropol, e a chi scrive Savoini? Proprio a Darya Dugina. I due stanno organizzando un evento in pompa magna a Milano, dove si pensa di far venire anche esponenti ufficiali dello stato russo: «Il 28 gennaio ci sarà un grande incontro con Marine Le Pen, Strache e altri partiti del gruppo europeo a Milano. Come abbiamo detto a dicembre, inviteremo anche Russia Unita e Aleksandr Dugin».
Un happening notevole, viene informata Dugina, con anche un pranzo privato «con Matteo, alcuni membri importanti e i nostri amici russi». Si scelse un profilo più basso, poi, con figure non ufficiali.
Queste mail sono ormai in giro, una delle prove più dettagliate del network antieuropeo e euroscettico al quale i Dugin e Malofeev hanno lavorato per anni in Europa. Qualcosa di profondamente legato ai servizi russi, ancora più inquietante oggi dopo l’assassinio di Dugina a Mosca.
«Vedo che il grande pubblico scrive con condiscendenza che Dugin ha zero influenza, e così via. No, Dugin è uno strumento importante attraverso il quale i servizi segreti russi hanno stabilito contatti con vari politici dagli antisemiti iraniani alla Lega in Italia», spiega Roman Dobrokhotov, fondatore di The Insider e uno dei tre “Roman” terribili del giornalismo indipendente russo (con Badanin e Amin) illuminando l’importanza di Dugin.
Oltre all’Italia e all’Iran, spiega Dobrokhotov, Dugin ha lavorato con Turchia, Grecia, Balcani e un’altra dozzina di paesi «in cui il reclutamento attivo è in corso con il pretesto della cooperazione tra partiti conservatori». È un’altra questione, osserva, che anche un’attività del genere può scatenare un tentativo di assassinio. Nel suo libro Putin’s People, Catherine Belton racconta di come Dugin fosse figlio di un colonnello del Kgb.
Politicamente la figura più importante assieme a lui è stata Konstantin Malofeev, oligarca plurisanzionato dal 2014 come finanziatore dell’aggressione russa alla Crimea, e mediatore tra l’altro di un “prestito”” russo di 11 milioni a Marine Le Pen, attraverso una banca di Praga.
Malofeev mette su fin dal 2013 una serie di società (Tsaargrad group) con diversi compiti, tra cui media e propaganda, e ne affida la direzione editoriale a Dugin. Il quale in quella veste intervista anche Matteo Salvini. Nel novembre 2017, subito prima del voto italiano del 2018. Dugin dice a Salvini che «è essenziale definire un nuovo soggetto politico. Credo che la gente può essere questo soggetto. Non un individuo, né la nazionalità, ma la gente».
Salvini annuisce entusiasta. E cita appunto Le Pen:«In effetti, la campagna effettuata da Marine Le Pen in Francia, come il motto ha: “In nome del popolo!”». Non è chiaro se è in quell’occasione a Mosca che Salvini conosce Darya Dugina. Esistono foto di loro due come vecchi amici, una pubblicata ieri da La Stampa.
Nelle mail rivelate dal Dossier Center di Mikhail Khodorkovsky e Michael Weiss, si legge che Tsargrad fungeva anche da intermediario tra i partiti e i politici di alto rango della Russia. E stava organizzando per l’autunno del 2019 un mega evento del network Dugin in Europa. Sappiamo che si sarebbe dovuto tenere al Konstantinovsky Palace, a San Pietroburgo. La cosa poi saltò, anche per una serie di scandali tra cui i contatti Lega-Russia dell’hotel Metropol.
Certo è che nei documenti leakati, il braccio destro di Malofeev e Dugin, Mikhail Yakushev, scrive:«Senza il nostro impegno attivo e il nostro sostegno tangibile ai partiti conservatori europei, la loro popolarità e influenza in Europa continueranno a diminuire».
Yakushev parla anche dell’epidemia di Covid, che è all’inizio, e può essere sfruttata: «Riteniamo che al momento ci sia ancora la possibilità di ripristinare i contatti per un lavoro sistematico con gli euroscettici per contrastare la politica sanzionatoria di Bruxelles». Di lì a poco, Vladimir Putin concorda con Giuseppe Conte la missione di aiuti russi in Italia, ormai da molti osservatori ritenuta una spy ops su suolo Nato.
(da La Stampa)
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Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile
“L’OMICIDIO DELLA DUGINA OPERA DELLA LOTTA INTESTINA TRA APPARATI DI SICUREZZA RUSSA”
Per il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, si tratta di «propaganda fantasiosa» e di «lotta intestina» dentro gli apparati di sicurezza nemici.
Per il battaglione d’Azov di cui Natalya Vovk, 43 anni, passaporto ucraino, secondo i russi farebbe parte, «l’attentato è la preparazione all’apertura del tribunale contro l’Azov». Era attesa a Kiev l’accusa per l’uccisione per la morte della figlia di Dugin.
Dunque nessuna sorpresa di fronte al profilo diffuso ieri dai servizi di sicurezza russi. A non convincere, tra gli altri elementi della ricostruzione, sono i movimenti.
Secondo i servizi di Mosca, madre e figlia sarebbero arrivate in Russia in luglio a bordo di una Mini Cooper alla quale sarebbero state applicate tre targhe diverse: la prima della Repubblica di Donetsk, per varcare il confine, la seconda del Kazakistan, usata a Mosca, e la terza dell’Ucraina per uscire dal Paese. Passaggi del genere, però, sono particolarmente complicati e monitorati, soprattutto in tempo di guerra.
La versione, non verificabile, è corredata da un video che mostra la killer attraversare il confine russo ed entrare in un edificio che si dice appartenesse alla vittima, ma l’Fsb non ha fornito altre prove fotografiche o video per corroborare le accuse né ha compiuto arresti.
Respinta anche la teoria – diffusa da hacker russi, ripresi dai media di Mosca – che la Vovk appartenga al battaglione Azov, ritenuto un gruppo terrorista di stampo nazista dalla Russia e corpo integrato da anni nell’esercito di Kiev.
«L’attentato è la preparazione all’apertura del tribunale contro l’Azov», si legge sul canale Telegram del Battaglione, con riferimento al processo che i russi vorrebbero aprire a Mariupol contro i prigionieri ucraini. Una vicenda politica e non solo militare. Sulla quale i comandanti ucraini aggiungono: «Dopotutto, in questo modo la Russia scalda l’opinione pubblica dei suoi cittadini sulla “necessità” di un simile processo».
E se in rete molti osservatori fanno notare come la divisa della donna non corrisponda a quella utilizzata dai militari dell’Azov, sono gli stessi media russi a non confermare la teoria.
Non a caso è all’agenzia russa Ria Novosti che la cugina di Natalya Vovk riferisce come la stessa Vovk appartenesse sì alle forze armate dell’Ucraina «ma con un ruolo di ufficio, ottenuto a causa della sua disabilità».
Intanto, mentre la versione ufficiale dell’attentato lascia più dubbi che risposte, a Kiev è convinzione che in Russia la morte di Dugina – anche lei come il padre fiera sostenitrice dell’annientamento dell’Ucraina – stia alimentando le voci di chi chiede una linea più dura sul fronte.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile
METTE INSIEME IL NEMICO DEL MOMENTO (LA DONNA E’ UCRAINA), OFFRE LA SCUSA PER UNA REAZIONE E IL FATTO CHE LA DONNA SIA ORMAI FUORI DAI CONFINI (È FUGGITA IN ESTONIA CON LA FIGLIA) PUÒ TOGLIERE DALL’IMPACCIO DI DOVERLA PROCESSARE
La «soluzione» a tempo di record del giallo Dugin lascia più domande
che certezze. Uno sviluppo quasi scontato. L’atto di accusa contro l’ucraina Natalya Vovk è la cornice perfetta. Mette insieme il nemico del momento, l’eventuale copertura all’estero con la fuga della «colpevole» in Estonia, l’intelligence ucraina che ha dimostrato di poter far male in profondità, la scusa per una reazione. E il fatto che la donna sia ormai fuori dai confini può togliere dall’impaccio di doverla processare. Non che sia un problema ma in questo modo può diventare uno strumento di pressione verso il Paese baltico.
Tutto questo per superare con un balzo l’imbarazzo per un colpo duro alla sicurezza. Una Mata Hari con figlia al seguito avrebbe messo in scacco un apparato gigantesco addestrato a reprimere ogni forma di dissenso. Chiamando in causa la Vovk i russi provano ad allontanare le piste alternative.
In queste ore ne sono state considerate tante. Una faida interna nel mondo dell’estremismo, la provocazione a tavolino del regime, l’iniziativa di agenti fuori controllo – un classico – persino l’azione di resistenti interni, l’«Esercito repubblicano nazionale», sigla che sarebbe pronta ad agire di nuovo.
Siamo sempre in una nebulosa, facile mescolare le carte. La donna ricercata magari potrebbe sapere qualcosa o essere periferica all’attentato. Un colpo ben preparato. L’ordigno era composto da circa 400 grammi d’esplosivo collocati sotto il sedile del guidatore.
Il Suv apparteneva alla figlia dell’ideologo nazionalista, quindi non vi sarebbe stato scambio di auto come detto in un primo momento. La bomba è stata attivata in remoto, ipotizzano fosse collegata ad un cellulare usa e getta. L’attentatore seguiva il bersaglio, ha chiamato il numero innescando la carica. Dettaglio che porterebbe ad escludere l’errore di persona. Da dove viene l’esplosivo? Acquistato sul mercato nero? Portato da fuori?
L’esplosione è avvenuta quando era sulla strada e non nel parcheggio dell’evento, altro dato che conferma come la Dugina fosse tenuta d’occhio. Darya aveva partecipato ad un evento insieme al padre e si deve presumere che il veicolo – una Toyota – sia rimasto incustodito e non fosse sorvegliato. Dall’altra parte non siamo al fronte ma nel cuore della Russia e la giovane evidentemente non si sentiva minacciata. Di nessun aiuto le telecamere di sicurezza in quanto – scrivono i media locali – erano fuori uso da due settimane. Casualità o manomissione? E la trappola è stata piazzata in questo punto o in precedenza?
Se l’Fsb – annotano i commentatori – dice il vero significa che è stato beffato. Mai dire mai, specie quando danzano le spie.
Se, invece, la sua è una bugia (come appare evidente) vuol dire che non è neppure riuscito a imbastire un canovaccio credibile. E non sarebbe la prima volta: lo dicono le missioni pasticciate condotte in Europa in questi anni.
(da il Corriere della Sera)
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Agosto 23rd, 2022 Riccardo Fucile
FASCÌNA NON PARLA, NEMMENO IN PLAYBACK O COL GOBBO… SI È CERCATO QUALCHE PRECEDENTE DI REGINA SILENZIOSA, RITROVANDO LA PITTURA DI RAFFAELLO, “LA MUTA”
Sarebbe bello ascoltare, almeno una volta, la voce dell’onorevole Marta Fascina, quasi moglie del presidente Berlusconi, che ieri è stata candidata a Marsala, collegio strasicuro – e ci mancherebbe altro! Sarebbe bello poterla sentire, e non lo si dice qui per fissazione gossipivora, schizzinosa ironia o colpevole sessismo; ma per pura curiosità vieppiù alimentata da un aspetto a suo modo ieratico che rende il soggetto pressoché unico in questa nostra politica chiacchierona assai.
Fatto sta che Fascìna (pare che l’accento caschi sulla seconda) non parla, nemmeno in playback o col gobbo, per cui s’ immagina che la curiosità sia condivisa dagli elettori di Marsala, molti dei quali certo convinti che le elezioni servirebbero a indicare persone in grado di risolvere problemi collettivi – ma è inutile fare le anime belle, perché non è più così.
E a questo punto tocca ricordare, anche se non è simpatico, che proprio il lungo ciclo di potere berlusconiano ha introdotto o forse, meglio, ha ripristinato segni, simboli, linguaggi, in definitiva un sistema di comando che ha più a che fare con la monarchia che con qualsiasi statuto repubblicano. Per cui il re dispone, i sudditi eseguono, i collegi blindati e il titolo di parlamentare corrispondono alle investiture di un tempo molto lontano cui parecchi, in tutti i partiti per la verità, si sono ben adattati.
Non è qui il caso di ricordare la vasta casistica di cortigiani per gentile concessione del Signore di Arcore promossi alla Camera, al Senato, nelle regioni o a Strasburgo; né è opportuno soffermarsi sulla particolare predilezione del sovrano nei confronti di giovani donne la cui vita, come in una fiaba, è di colpo mutata grazie a un incontro e a un lampo di chimica con Silvione. Consolatorio, semmai, è che alcune di queste creature erano intelligenti e capaci, tanto da venire oggi indicate come modelli di progresso, emancipazione, differenza e quant’ altro va nel senso di un superamento del patriarcato (amen).
Ma Fascina, che da favorita cinque mesi fa è divenuta quasi regina, seguita a non parlare. Sì, certo, qualche tweet, qualche post, di recente uno abbastanza crudele contro il povero Brunetta, ma tutto scritto. La si è vista mano nella mano con l’anziano leader (circa mezzo secolo di differenza), c’è scappato pure un video con un bacio (nel sonoro, se non è un fake, si sente la voce di Cipollino Boldi che schiamazza «la lingua! La lingua!»).
Ma la voce mai; come se questo suo silenzio rispondesse a una prerogativa di status, magari travestita da strategia comunicativa volta ad aumentarne il fascino, il mistero, il potere. Pochissimo, in un mondo ultra pettegolo si continua a sapere di lei. Calabrese, vissuta in Campania, laurea in filosofia, proveniente, via Galliani, dall’universo del Milan. Eletta, adesso, in Sicilia
Con scrupolo degno di miglior causa si è cercato qualche precedente di regina silenziosa, ritrovando una celebre pittura di Raffaello, “la Muta”, che forse ritrae Giovanna da Feltre, figlia di Federico da Montefeltro, sguardo indecifrabile e labbra sigillate. Ma poi, spulciando la pagina Fascina su Instagram, si vedono un paio di cani che giocano con il sottofondo I will always love you di Whitney Houston, due pizze napoletane con su scritto “Silvio” e “Marta” e uno striscione-omaggio “Marta sei nel cuore di Napoli” – forse a Marsala ci resteranno un po’ male.
(da la Repubblica)
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