Settembre 13th, 2022 Riccardo Fucile
L’APPELLO ALLA DUMA PERCHE’ PUTIN VENGA PROCESSATO PER TRADIMENTO
Ci sono sempre più indizi a suggerire che la controffensiva ucraina stia effettivamente mettendo in difficoltà la Russia. Le forze armate del Paese invaso hanno riguadagnato terreno – 6 mila chilometri quadrati dall’inizio di settembre, tra cui la seconda città del paese Kharkiv.
E il presidente russo vede le proprie opzioni ridursi sempre di più e il dissenso interno crescere.
Qualche oligarca si era già schierato contro «l’operazione militare speciale» in Ucraina e nove imprenditori russi sono morti in circostanze misteriose dall’inizio della guerra.
I risultati deludenti stanno rivelando uno zar sempre più isolato e in bilico. «Le tue visioni, il tuo modello di gestione sono disperatamente fuori tempo e impediscono lo sviluppo della Russia e del suo potenziale umano». Questo è quanto si legge in un lettera scritta e firmata da sette dei dieci deputati municipali del distretto Smolninskoye di San Pietroburgo, città natale del presidente.
Il testo si appella alla Duma, la Camera bassa del parlamento russo, affinché questa processi il presidente russo Vladimir Putin.
Accusato di «tradimento» nei confronti della sua stessa patria. A criticare il presidente sono stati anche ospiti televisivi e il generale ceceno Ramzan Kadyrov.
«Riteniamo che la decisione del presidente Putin di lanciare l’operazione militare speciale danneggi la sicurezza della Russia e dei suoi cittadini», si legge nel testo riportato da la Repubblica e inviato anche al Consiglio di sicurezza del Paese e ai leader di cinque partiti russi.
Lo zar insomma, viene ritenuto responsabile delle conseguenze che la guerra sta avendo sulla società e sull’economia russe. Vengono menzionate le migliaia di perdite umane dell’esercito dello zar (oltre 5 mila) e i danni economici delle sanzioni.
Tra le colpe di Putin ci sarebbe anche l’espansione del blocco Nato a Svezia e Finlandia e la militarizzazione dell’Ucraina.
I sette, tra cui il principale promotore, Dmitrij Paljuga sono stati convocati dalla polizia per aver «screditato» l’esercito russo.
Il loro esempio, però, è stato seguito da tre deputati municipali del consiglio del distretto moscovita di Lomonosovskij. E poi da altri ancora. Sono 19 i deputati distrettuali di Mosca e San Pietroburgo che hanno criticato lo zar.
Se il testo delle lettere verrà equiparato alla diffusione di informazioni false sulla guerra, i firmatari potrebbero andare in carcere fino a 15 anni, come previsto dalla legge bavaglio introdotta nell’ambito della guerra.
Nel frattempo, lo zar ha smesso di inviare truppe in Ucraina e ora si trova di fronte a un bivio. Cedere e iniziare una ritirata, o rincarare la dose, con ulteriori ricatti energetici all’Europa, una dichiarazione di guerra ufficiale che consentirebbe di schierare più apertamente tutto l’esercito regolare, e – soprattutto – le armi nucleari tattiche di cui l’Ucraina non dispone.
Sulla televisione russa si sono scatenati dibattiti sul da farsi. Diversi esperti ed ex esponenti statali russi che hanno espresso critiche per la gestione del conflitto dal parte del Cremlino. Anche un fedelissimo di Putin, il generale ceceno Ramzan Kadyrov ha criticato le mosse del presidente. Pochi giorni fa ha definito la situazione bellica «infernale», aggiungendo che: «Se oggi o domani non ci saranno cambiamenti di strategia nel condurre l’operazione militare speciale (in Ucraina), dovrò andare al ministero della Difesa e dai vertici del Paese per spiegare loro la situazione».
Tutto ciò avviene mentre le sanzioni strozzano l’economia russa, che luglio ha subito un deficit di bilancio di 900 miliardi di rubli, equivalenti all’8% del Pil mensile. Ma il Cremlino non cede e per parola del portavoce Dmitry Peskov fa sapere che la Russia continuerà l’operazione militare speciale in Ucraina «fino al raggiungimento dei propri obiettivi».
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2022 Riccardo Fucile
ORMAI PER SENTIRE UNA CRITICA ALLA BALLISTA DEL “BLOCCO NAVALE” BISOGNA RIVOLGERSI A UN’ARTISTA
La ritiene irresponsabile ed evidenzia come il suo passato, l’unico
momento trascorso alla guida di un Ministero all’interno di una carriera parlamentare passata (per la maggior parte del tempo) a fare opposizione, non sia esaltante per il futuro dell’Italia.
L’attrice e regista Monica Guerritore ha detto la sua, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa, sullo scenario politico nostrano in vista del voto di domenica 25 settembre. E non ha utilizzato parole al miele nei confronti di Giorgia Meloni.
L’attrice romana non ha alcuna intenzione di farsi abbindolare da facili entusiasmi per quello che potrebbero offrire le urne elettorali. Perché il pensiero di “esaltare” la figura di Giorgia Meloni “in quanto donna” lo ritiene completamente sbagliato: “Il fatto che sia donna o uomo è ininfluente rispetto al dato gravissimo che questa persona abbia contribuito, in un momento storico drammatico, a buttare giù un governo sei mesi prima della sua fine naturale. Un governo che stava lavorando bene in uno scacchiere geopolitico molto complesso. Una grave complicità in un’azione che ha fatto un gran male al nostro Paese”.
Monica Guerritore, dunque, sostiene che il comportamento di Fratelli d’Italia – insieme a quello di altri partiti, come M5S, Lega e Forza Italia – abbia dato la spallata alle sorti del governo Draghi. E per questo non vede di buon occhio un futuro e futuribile governo guidato da Giorgia Meloni. Il motivo? Il suo passato. Non fa riferimento a polemiche sulla natura della sua creatura politica che, ancora oggi, ha nel suo simbolo quella fiamma per ribadire le sue radici fondate nel MSI, ma all’unica occasione in cui Meloni ha avuto tra le mani la guida di un Ministero: “Dovesse vincere Meloni, sarà capace di mettersi a un tavolo con chi ne sa qualcosa? In fondo lei è stata solo un cattivo ministro della gioventù in un governo terribile. Quando non sarà più all’opposizione le arriveranno mazzate da ogni parte. Con gli speculatori e lo spread impazzito finiremo in serie C”.
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2022 Riccardo Fucile
UN OTTIMO ESEMPIO PER GLI STUDENTI UNO CHE E’ STATO 16 ANNI FUORICORSO ALL’UNIVERSITA’… I SINDACATI DI POLIZIA (E LA MELONI) NON LO VOGLIONO AGLI INTERNI E ALL’INTERNO DELLA LEGA VOGLIONO TOGLIERSELO DAI COGLIONI COME SEGRETARIO
Il tour elettorale (e social) del leader della Lega prosegue lanciando anche diversi messaggi ai giovani. Dai racconti del “cosa faceva” quando decideva di bigiare la scuola, agli “appelli” su TikTok – prima della Maturità 2022 – rivolti ai docenti che avrebbero dovuto “lasciar godere” questo momento ai ragazzi anche chiudendo un occhio in caso di eventuali tentativi di “copiatura”.
Insomma, la scuola è al centro dei suoi pensieri. E ora, all’interno del suo partito, c’è chi pensa che Salvini Ministro dell’Istruzione potrebbe essere la soluzione a un dilemma: dove “mandarlo” visto che il Viminale sembra andare in un’altra direzione? E se non fosse la Scuola, l’altra ipotesi è la Cultura.
Salvini Ministro dell’Istruzione (o della cultura), genesi di un incubo
A riportare dei rumorosi gorgoglii nelle pance della Lega è Carmelo Caruso sulle pagine de “Il Foglio”. Nell’articolo si fa riferimento a voci insistenti (e di rilievo) all’interno del Carroccio in vista del dopo voto del 25 settembre. Perché è noto, già da tempo, che il segretario in pectore non sia più apprezzatissimo all’interno delle varie anime del partito che guida ormai da anni.
E, in vista del prossimo futuro, potrebbe arrivare anche un clamoroso ma pronosticabile ribaltone. In attesa di tutto ciò, però, c’è il prossimo governo che potrebbe essere trainato da Fratelli d’Italia con la Lega come una delle ruote del carro a sostegno di Giorgia Meloni.
Ma per il leader del Carroccio, con un passato al Viminale, le porte del Ministero dell’Interno – ruolo a cui ambiva all’inizio della campagna elettorale, ma con l’ipotesi che sembra essere scemata anche dal cambio di “trending topic” utilizzati nelle ultime settimane – sembrano essere chiuse. Ma si potrebbero aprire i portoni di altri dicasteri a sorpresa:
“All’Interno, oltre al nome del prefetto di Roma, Matteo Piantedosi, si fanno quelli di Giuseppe Pecoraro e di Alfredo Mantovano, una personalità particolarmente gradita alla Meloni. Il nome di Salvini non c’è anche perché non è più apprezzato dai sindacati di polizia. Quella che si sta per dire non è una fantasia. Nel partito c’è chi confida, e confida con cognizione, che si ‘ragiona se mandare Salvini alla Cultura o all’Istruzione’”.
Insomma, ragionamenti in essere. Definizioni e strategie in fieri. In attesa del voto del 25 settembre. Con lo spauracchio di vedere Salvini Ministro dell’Istruzione. O della cultura.
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2022 Riccardo Fucile
MA LA COSA PIU’ VERGOGNOSA E’ CHE IL PARTITO NON HA PRESO ALCUN PROVVEDIMENTO CONTRO DI LUI: EVIDENTEMENTE CONDIVIDE IL SUO COMPORTAMENTO
Nonostante l’ampia mobilitazione, il capogruppo della Lega al
Quartiere 3 di Firenze è ancora al proprio posto.
Il suo partito, almeno per il momento, ha deciso di lasciar scorrere gli eventi dopo la pubblicazione di quel video – nel centro del capoluogo toscano – in cui l’esponente del Carroccio si avvicinava a una donna rom e, sorridendo, affermava: “Vota Lega per non vederla mai più”.
E mentre Matteo Salvini ha rivolto ad Alessio Di Giulio solo una leggerissima reprimenda pubblica, si accumulano le denunce presentate nei suoi confronti per “istigazione all’odio”
La scorsa settimana, il primo a muoversi in quella direzione era stato il coordinatore di Articolo Uno Arturo Scotto.
Ora, dopo una manifestazione di piazza per protestate contro quello che è uno dei tanti comportamenti razzisti nei confronti della comunità Rom è stata la Ucri (Unione della Comunità Romanès in Italia). Qualche giorno fa, infatti, “il Presidente di Ucri Gennaro Spinelli, come anticipato nel precedente comunicato video, si è recato in Questura per sporgere denuncia dopo i miserabili fatti di Firenze. Il razzismo non può più essere tollerato e l’unica medicina è l’azione! La solidarietà, le parole, giuste, sono nulla se non seguite da azioni concrete di contrasto”.
L’istigazione all’odio razziale è punita nel nostro Paese ai sensi dall’articolo 604 bis del codice penale, al cui interno si fa riferimento proprio ad atteggiamenti – basati su ideologie punite dalla legge Mancino del 1993 – atti a ledere la dignità di un essere umano. Condotte basate su folli pensieri sull’esistenza di “razze”, concetti di cui l’Italia ha una memoria storica ben precisa e temporalmente molto ben etichettabile a livello politico.
Insomma, dopo quel video (rimosso dai social, non dal diretto interessato ma dalle piattaforme), per Alessio di Giulio arriva la seconda denuncia. Ma la Lega ancora non lo ha sollevato dal proprio incarico. Anzi, a dieci giorni dall’eventi il Carroccio non ha fatto proprio nulla.
(da NextQuotidiano)
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Settembre 13th, 2022 Riccardo Fucile
AVEVA 91 ANNI… PUNTO DI RIFERIMENTO PER I GIOVANI CINEASTI, HA RAPPRESENTATO LA LINEA DI DEMARCAZIONE TRA EPOCHE E CULTURE
Jean-Luc Godard, regista francese e padre della Nouvelle Vague, è morto all’età di 91 anni. Ne dà notizia il quotidiano francese Libération che lo definisce “Un regista totale con mille vite e un’opera tanto prolifica”.
Nato a Parigi il 3 dicembre 1930, è stato tra i più significativi autori cinematografici della seconda metà del Novecento. Esponente di rilievo della Nouvelle vague, dal suo primo lungometraggio, À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) del 1961 con Jean Paul Belmondo (scomparso lo scorso anno), è stato un punto di riferimento per i giovani cineasti degli anni Sessanta, rappresentando un segno di demarcazione fra epoche e culture della storia del cinema.
Protagonista di grandi polemiche e furiosi litigi, nel 2017 è stato raccontato nel biopic di Michel Hazanavicius Il mio Godard, con Louis Garrel nei panni del regista, un personale omaggio al maestro che racconta la storia d’amore tra il cineasta e l’attrice Anne Wiazemsky e i giorni del Maggio parigino in cui fermò il festival di Cannes insieme ai colleghi della Nouvelle Vague.
Per oltre sessant’anni anni Godard è stato un uomo e un artista “contro”, rampollo di una ricca famiglia borghese negli anni 60 si è schierato contro il capitalismo e la cultura di massa ma soprattutto contro il cinema dei padri che attaccò prima come critico, poi come cineasta e agitatore politico.
L’ultimo lavoro di Godard, Le livre d’image (Il libro dell’immagine) è stato presentato in concorso al festival di Cannes ma Godard non è andato. Negli ultimi anni il maestro ha vissuto rintanato in un borgo svizzero, sfuggendo a ogni occasione pubblica o mondana. Ma in quell’occasione ha parlato ai giornalisti collegandosi in video con un cellulare: “A questa età ho difficoltà a vivere la mia vita, ma ho ancora il coraggio di immaginarla”.
(da agenzie)
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