Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
NEL DOCUMENTO SI PARLA DI UN CAMBIO DI STRATEGIA DEL CREMLINO: PRIMA DEL 2014 COSTRUIVA LEGAMI CON I CAPI DI GOVERNO, POI HA INIZIATO “A PROMUOVERE IN MODO AGGRESSIVO POLITICI E PARTITI NON TRADIZIONALI” … LE TRE CATEGORIE DI CONTRIBUTI: BENEFICI TANGIBILI, SERVIZI MEDIATICI E INFORMAZIONI PREZIOSE
C’è un documento che sembra la fotocopia del “cable” del segretario
di Stato Blinken sulla corruzione russa, e include l’Italia. È il rapporto “Covert Foreign Money”, scritto dall’Alliance for Securing Democracy del German Marshall Fund of the United States nell’agosto del 2020, quindi alla fine dell’amministrazione Trump.
L’autore principale è Josh Rudolph, Fellow for Malign Finance , che nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale si era occupato di coordinare il lavoro delle agenzie federali sulle sanzioni contro la Russia. La Lega e il caso Metropol occupano un ampio spazio in questo studio di oltre cento pagine, dove compare anche il Movimento 5 Stelle.
Ancora una volta quindi è la Casa Bianca repubblicana a mettere sotto la lente il partito guidato dall’alleato ideologico Matteo Salvini, attraverso questa analisi realizzata da un suo ex alto funzionario.
Il testo comincia così: «Oltre a strumenti più ampiamente studiati come attacchi informatici e disinformazione, i regimi autoritari tipo Russia e Cina hanno speso oltre 300 milioni di dollari per interferire nei processi democratici più di 100 volte in 33 paesi nello scorso decennio. La frequenza degli attacchi finanziari è aumentata in modo aggressivo, da due o tre all’anno prima del 2014, fino a 15 o 30 ogni anno dal 2016 in poi».
Sembra di leggere i rapporti di intelligence che hanno ispirato Blinken, a conferma di quanto bipartisan sia l’emergenza, con la differenza che qui si scende nei dettagli: 11 milioni di dollari a Marine Le Pen; 16 milioni stanziati dall’oligarca Oleg Deripaska per sovvenzionare il blocco europeo anti Nato, scoperti dai procuratori del Montenegro.
«Noi chiamiamo questo strumento di interferenza straniera “finanza maligna”, definita come “il finanziamento di partiti politici stranieri, candidati, campagne, élite ben collegate o politicamente influenti, gruppi, spesso attraverso strutture non trasparenti progettate per offuscare i legami con uno stato nazione o i suoi delegati».
Quindi l’ex consigliere di Trump aggiunge: «Un 17% particolarmente aggressivo dei casi di finanza maligna non opera principalmente attraverso scappatoie legali. Gli esempi includono i profitti petroliferi russi destinati a finanziare la Lega in Italia».
Il rapporto rivela che il Cremlino pretende dagli oligarchi di «destinare parte delle loro ricchezze ad attività “patriottiche all’estero». Salvini ha sempre ripetuto di non aver mai ricevuto un rublo da Mosca, ma secondo il documento originato nei corridoi della Casa Bianca repubblicana il punto non è questo, perché ci sono «tre diverse sottocategorie di contributi stranieri a campagne, candidati e funzionari eletti: benefici tangibili, come prestiti finanziari o regali; servizi mediatici, come la manipolazione dei social media su misura; e informazioni preziose, come le ricerche sull’opposizione».
Il rapporto si concentra sul “Commodity enrichment”, ossia «concedere ai donatori privilegiati lucrose posizioni nei mercati corrotti, oscuri e bizantini per le materie prime».
Ciò «può essere visto con tre esempi in Europa: il presunto contrabbando di diamanti dall’Africa, esportazioni scontate di petrolio in Italia, e transito di gas attraverso l’Ucraina».
Un altro strumento sono «le organizzazioni non profit, spesso segretamente sfruttate da poteri autoritari per trasferire finanziamenti agli attori politici; sovvenzionare i partiti che la pensano allo stesso modo; raggiungere specifici risultati politici o catturare le élite».
L’inchiesta inquadra la vicenda del Metropol in un mutamento strategico del Cremlino: «Prima del 2014, Putin aveva costruito legami politici con l’Europa occidentale attraverso capi di stato amichevoli come Schröder, Berlusconi e, in misura minore, Sarkozy». Ma «la sua convinzione che la Russia abbia “interessi privilegiati” per violare la sovranità nazionale delle sue precedenti conquiste imperiali si è rivelata fondamentalmente in contrasto con l’ordine del dopoguerra».
Perciò, deluso, «Putin ha iniziato a promuovere in modo aggressivo politici e partiti non tradizionali. Ciò era fatto in parte per sviluppare alleati alternativi, fungendo da organizzazioni di facciata che sostengono l’accettazione da parte occidentale delle politiche russe aggressive. Tuttavia, tali alleati possono anche essere visti come combattenti in una forma di guerra politica: beni umani acquistati e pagati, destinati a servire, consapevolmente o meno, come misure attive per destabilizzare il consenso liberaldemocratico».
Con questa logica si arriva al Metropol, che l’ex consigliere di Trump viviseziona nei dettagli: «Sembra che l’accordo sia stato scoperto dai giornalisti prima che fosse chiuso.
Se fosse stato completato, probabilmente sarebbe stato illegale, in quanto lo sconto sul prezzo di circa 130 milioni di dollari superava il limite di 100.000 euro per i contributi politici in Italia al momento».
Descrivendo il ruolo di Savoini da intermediario di Salvini, come Aleksandr Babakov, Vladimir Kornilov e Manuel Ochsen avevano fatto per Marine Le Pen, Thierry Baudet e Markus Frohnmaier, il rapporto nota che «ciò mostra come le relazioni del governo russo con l’estrema destra dell’Europa occidentale non siano più centralizzate all’interno del Kgb, come durante la Guerra Fredda, ma invece gestite da individui che sperano di impressionare il Cremlino».
Savoini è «lo sherpa di Salvini a Mosca. È presidente dell’Associazione Culturale Lombardia-Russia, domiciliata dal febbraio 2014 nella sede della Lega, che spinge costantemente la propaganda pro-Cremlino e ha legami con gruppi dell’estrema destra in Russia e in Europa. Il suo presidente onorario è Alexey Komov, rappresentante russo del Congresso mondiale delle famiglie, che funge da collegamento con Konstantin Malofeev». Il rapporto ricorda gli incontri di Savoini con Alexander Dugin, definito «l’ideologo fascista di Putin».
Così si arriva al 17 ottobre 2018, quando Salvini va a Mosca, partecipa ad una conferenza, «e poi secondo quanto riferito esce da una porta laterale per vedere segretamente il vice primo ministro russo Dmitry Kozak, uomo del circolo ristretto che sovrintende al settore energetico. L’incontro tra i due avrebbe avuto luogo nell’ufficio di Vladimir Pligin, potente membro del Partito Russia Unita di Putin con stretti legami con Kozak».
Savoini la mattina dopo partecipa all’incontro al Metropol con Ilya Andreevich Yakunin, che rappresenta Pligin, Andrey Yuryevich Kharchenko, che lavora per Dugin, e un terzo uomo identificato come Yuri. La delegazione italiana comprende Gianluca Meranda, che rappresenta la banca d’investimenti Euro-IB e dovrebbe fare da intermediario tra Rosneft ed Eni, che ha negato qualsiasi ruolo.
Poi c’è «Francesco Vannucci, che sembra essere il responsabile dei meccanismi per incanalare lo sconto concordato del 4% sul prezzo alla Lega tramite gli intermediari ». Il resto lo raccontano le registrazioni dell’incontro, dove si parla di fornire diesel e kerosene russo a prezzi di favore. Il rapporto dice che i negoziati erano continuati fino a febbraio, e non erano andati a buon fine solo perché i media li avevano rivelati. Quindi cita anche i documenti del giornale spagnolo ABC sui presunti 3,5 milioni di euro regalati nel 2010 dal Venezuela a M5S.
Il consigliere di Trump però non chiude qui la sua analisi, passando alla legge “Spazzacorrotti”: «L’incontro a Mosca si è svolto il 18 ottobre 2018. All’epoca, l’unico limite ai finanziamenti esteri delle elezioni italiane era di 100.000 euro. Tuttavia il partner della coalizione della Lega (M5S ndr) stava spingendo una nuova legge anticorruzione che vietava completamente il finanziamento estero di partiti e candidati italiani. Nelle settimane successive all’incontro di Mosca, nove deputati della Lega hanno proposto un emendamento che avrebbe rimosso il divieto. Il testo è stato infine ritirato e la legge anticorruzione contenente il divieto di finanziamento estero è stata approvata nel dicembre 2018.
La Lega però è riuscita alla fine ad indebolire le restrizioni nell’aprile 2019. In quell’occasione ha aggiunto una disposizione in un disegno di legge economico non correlato, che ha modificato la legge in modo da escludere “fondazioni, associazioni e comitati” dal suo campo di applicazione », come rivelato da Repubblica. Ora però gli analisti americani si chiedono: l’obiettivo era consentire agli italiani emigrati di fare donazioni politiche, oppure riaprire la porta alle ingerenze appena denunciate da Blinken?
(da la Repubblica)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
LE OMBRE RUSSE IN ITALIA HANNO SPESSO RIGUARDATO PRESUNTI FINANZIAMENTI A DIPARTIMENTI UNIVERSITARI. O ALLA LINK UNIVERSITY CARA AI 5 STELLE E A PEZZI DEI SERVIZI. O A RIVISTE DI GEOPOLITICA PIÙ O MENO GIALLOVERDI E ANTI-ATLANTICHE”
È difficile stabilire un punto d’inizio delle storie più oscure delle operazioni di interferenza russa in Italia, siamo pur sempre il Paese che ha avuto il partito comunista più grande d’Occidente, vent’anni di governo di Silvio Berlusconi – un amico personale di Putin che il Dipartimento di Stato sospettava di «affari personali» con il presidente russo, attorno a Gazprom e usando suoi presunti prestanome – e in anni recenti la più grande esplosione di partiti populisti-sovranisti in Europa, il M5S e la Lega.
Ma forse è il 2014, l’anno di annessione illegale della Crimea alla Russia, il punto di svolta. E gli uomini vicini all’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev e a Alexander Babakov (menzionato anche nell’ultimo cablo Usa) giocano un ruolo decisivo.
È una storia che si può far partire da Torino. La Lega nel 2013 deve eleggere il nuovo segretario, che sarà Matteo Salvini. Arrivano in Piemonte Aleksey Komov, collaboratore dell’oligarca ortodosso ultranazionalista russo Konstantin Malofeyev, e il deputato di “Russia Unita” Viktor Zubarev. Entrambi legati anche a Babakov, oligarca nel settore dell’energia.
Nel 2015 un convegno di Lombardia-Russia a Milano sarà pagato con i soldi di Malofeev, secondo il racconto di uno dei collaboratori del Carroccio. Babakov sarà intermediario dei nove milioni “prestati” dai russi a Marine Le Pen.
Nei primi mesi del 2014 era nata l’associazione Lombardia-Russia, di Gianluca Savoini e Claudio D’Amico. Nella primavera 2014 Lombardia-Russia si lega alla “Gioventù Russa Italiana”, un’organizzazione fondata nel 2011 da Irina Osipova, figlia di Oleg Osipov, capo del potente ufficio italiano di Rossotrudnichestvo, che nel 2016, si candida persino con Fratelli d’Italia al Comune di Roma.
Partono andirivieni trasversali con Mosca. Nell’ottobre 2014 un gruppo di leghisti vola prima in Crimea, a sostenere i russi. Ci vanno anche due volte delegazioni parlamentari M5S, la star è Alessandro Di Battista. Grillo diventa special guest di RT, oggi bannata in Europa, come Assange e come Michael Flynn, il primo consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump. Sappiamo che Flynn riceve compensi da RT. RT paga anche per quelle interviste grilline?
Dopo la Crimea i leghisti vanno a Mosca, dove incontrano anche Sergey Naryshkin, oggi capo del Svr, i servizi segreti esteri. L’operazione d’influenza, per i russi, si lega fin dall’inizio allo spionaggio. I leghisti lo sanno? Anni dopo, a Roma, a parlare con gli emissari leghisti per un «viaggio di pace» di Salvini a Mosca sarà Oleg Kostyukov (figlio del capo del Gru), vicario dell’ambasciata russa a Roma, che arriva a domandare ai leghisti, il 27 maggio 2022, se sono «orientati a ritirare i leghisti dal governo Draghi». Mosca ha tramato per abbattere Draghi?
Secondo Newslinemag, che ha ottenuto delle mail del gruppo “Tsaargrad” – del filosofo Alexander Dugin e di Malofeev – il 17 ottobre 2018 Salvini ha un appuntamento con Malofeev, così scrive per mail il braccio destro dell’oligarca. Il giorno dopo, all’hotel Metropol a Mosca, Savoini discute un accordo: il colosso petrolifero Rosneft, guidato da Igor Sechin (in tutti questi anni portato in palmo di mano in Italia dal capo di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico), avrebbe venduto gasolio all’Eni con uno sconto del 4%, 65 milioni, destinato alla Lega. Esce l’audio. È ancora aperta a Milano un’inchiesta, ma i soldi non sono mai stati trovati.
Nell’ultimo cablo Usa – dove non si fanno nomi specifici – si legge che spesso «il finanziamento politico russo è stato eseguito da organismi come il Fsb». E con un meccanismo di «società di comodo, think tank, università». Le ombre russe in Italia hanno spesso riguardato presunti finanziamenti a dipartimenti universitari. O alla Link University, l’università cara ai 5 Stelle e a pezzi dei servizi. O a riviste di geopolitica più o meno gialloverdi e anti-atlantiche.
Il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha detto «io me ne sono andato dal M5S perché Conte stava flirtando con Putin». Conte ieri ha assicurato: «Io posso parlare del M5S, non c’è nessuna possibilità che possa essere coinvolto e subire interferenze». Da anni i 5S, soprattutto con Vito Petrocelli, poi espulso, hanno flirtato con uomini di Putin, per esempio Konstantin Kosachev, o Leonid Slutsky, o Serghey Zeleznyak.
Nel marzo 2020 l’allora premier grillino concesse a Putin una sfilata di mezzi militari e intelligence e generali russi in Italia, dai russi rivenduta come «missione di aiuti».
Fu quello, o una missione di propaganda, con uomini dello spionaggio militare su suolo Nato, seguita da pressioni per far adottare il vaccino Sputnik in Italia? Un alto dirigente dello Spallanzani rivelò a La Stampa che due funzionari di stato russi gli proposero 250 mila euro per spingere lo Sputnik, lui rifiutò e informò carabinieri e Servizi. Cosa ruotò attorno a quella grigia storia? I russi ottennero in cadeaux la coltura virale del coronavirus dal potenziale valore commerciale miliardario?
Le domande sulle zone oscure del caso italiano si moltiplicano. Le spie russe in Italia proliferano, arrivando quasi a un centinaio. Lunedì scorso una nota del Dipartimento di Stato inviata alle ambasciate Usa in più di 100 Paesi – compresa Roma – ha suggerito le misure per reagire: sanzioni, divieti di viaggio e l’espulsione di presunte spie russe coinvolte in finanziamento. Chissà se dopo Draghi ne vedremo più qualcuna.
(da La Stampa)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
BLINKEN SEMBRA LANCIARE DUE AVVISI AI NAVIGANTI. UNO DESTINATO AI RUSSI. UN ALTRO AI MOVIMENTI SOVRANISTI FILO PUTIN EUROPEI, CHE GLI AMERICANI CONSIDERANO UN GRANDE PERICOLO IN VISTA DELL’INVERNO CHE STA ARRIVANDO
La notizia della desecretazione, decisa dagli Stati Uniti, di
informazioni d’intelligence su finanziamenti segreti della Russia a partiti politici e candidati di paesi stranieri ha terremotato le cancellerie di mezza Europa. Il dipartimento di stato guidato da Joe Blinken ha parlato di 300 milioni di dollari inviati dagli uomini di Vladimir Putin a politici di oltre 24 paesi nel tentativo di influenzare la politica interna ed estera a vantaggio di Mosca.
Decifrare cosa c’è dietro la mossa diplomatica degli americani non è facile. Anche perché, ad ora, nessun dettaglio fattuale è stato dato in merito a chi, dove e quando avrebbe incassato di nascosto i rubli.
Le accuse “monche” di Blinken hanno così avuto come primo effetto quello di ingenerare ovunque sospetti e veleni incrociati sui media e sulla scena politica occidentale. Tossine ingigantite dall’attuale guerra in corso tra Russia e Ucraina e dalla connessa crisi energetica.
Scombussolamento massimo si è registrato, ovviamente, in Italia. Sia perché è l’unico dei grandi paesi europei e della Nato a essere a pochi giorni da elezioni politiche decisive (improbabile che gli americani non abbiano calcolato gli effetti dirompenti dell’annuncio a Roma). Sia perché da anni i giornali nazionali (dall’Espresso a Domani, da Repubblica alla Stampa) hanno già evidenziato gli stretti rapporti politici e finanziari tra Mosca e vertici della Lega di Matteo Salvini.
Il timing e le modalità anomale delle accuse Usa hanno lasciato perplessi sia i capi della nostra intelligence sia il governo Draghi, che nulla sapeva – dicono fonti autorevoli di palazzo Chigi a Domani – della decisione di Blinken di eliminare i vincoli di segretezza del lavoro delle loro agenzie d’intelligence.
A memoria, inoltre, nessuno ricorda precedenti simili: secondo l’Associated Press a rivelare per primo la notizia è stato infatti un alto funzionario americano (anonimo) durante una conference call. Mentre il dipartimento di stato rendeva noto che Blinken aveva mandato una nota non classificata a varie ambasciate americane sparse in mezzo mondo sulle supposte ingerenze russe.
Risulta a Domani che nessun altro paese europeo di rilievo (nemmeno Francia e Germania) abbia potuto finora leggere il rapporto completo. Dunque, per avere contezza della presenza o meno di partiti italiani nel fascicolo, l’altro sieri sera Franco Gabrielli e i vertici delle nostre agenzie di sicurezza hanno dovuto chiamare in fretta e furia il capocentro della Cia e l’ambasciata americana guidata dall’incaricato d’affari Shawn Crowley, domandando lumi sulla faccenda. Entrambi i canali, quello d’intelligence e quello diplomatico, hanno dato lo stesso esito informale: non ci sarebbe traccia di file sull’Italia nel rapporto del dipartimento di stato. Qualcuno sostiene però che non è detto che gli americani di stanza a Roma conoscano bene i dettagli del rapporto (è possibile che abbia partecipato alla stesura infatti non solo la Cia, ma anche altre agenzie come Fbi, Nsa e Tesoro), ma sembra assai improbabile che i vertici diplomatici di Joe Biden nella Capitale abbiano dato informazioni a Gabrielli che potrebbero in futuro risultare false o parziali.
«È probabile che prima di rispondere a un governo alleato sia siano sentiti con Washington, in caso contrario sarebbero irresponsabili», spiega una fonte dell’intelligence. Colpita però di come in serata il presidente del Copasir Adolfo Urso abbia detto che «per ora l’Italia non c’è, ma le cose possono sempre cambiare», che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio – non è chiaro su che basi – sia intervenuto ipotizzando l’esistenza di più rapporti.
Prese dunque per buone le informazioni arrivate da via Veneto, come decrittare il senso politico e strategico della notizia? Al netto del timing per noi cruciale, leggere lo spin americano dal buco dell’ombelico sarebbe errato, anche perché il report conterebbe informazioni sensibili su paesi europei, africani e asiatici in un momento chiave della guerra russo-ucraina. Mentre alle elezioni di mid-term mancano meno di due mesi.
Al netto della propaganda antirussa, infine, Blinken sembra lanciare due avvisi ai naviganti. Uno destinato ai russi, ai quali spiega che gli spotlight dell’intelligence Usa non li mollano mai.
Un altro – dicono i maligni che contestano la mancanza di trasparenza – destinato invece ai movimenti populisti e sovranisti filo Putin europei, che gli americani considerano un grande pericolo in vista dell’inverno che sta arrivando.
Il caro bollette è già arrivato, il razionamento di gas ed elettricità una possibilità più che reale, e non è detto che tutti in Europa siano disposti a rimanere compatti sul fronte delle sanzioni contro Mosca quando le cose si faranno davvero difficili. Ecco: se gli Usa hanno davvero informazioni sensibili per colpire i partiti vicino a Putin che rischiano di minare l’unità atlantica, in molti scommettono che non si faranno scrupoli a usare come munizioni le informazioni contenute in quel rapporto. Di cui sentiremo ancora parlare ancora nelle prossime settimane.
(da Domani)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
ROMA E’ CITATA NEL DOSSIER, IL SOSPETTO DI UN WARNING PER IL DOPO ELEZIONI
Un “avvertimento” per il nuovo governo? Il presidente del Copasir Adolfo Urso dice che «al momento» l’Italia non risulta tra i paesi coinvolti nel dossier sui 300 milioni di dollari veicolati dalla Russia ai partiti stranieri «ma le cose possono sempre cambiare».
E chiede all’amministrazione degli Stati Uniti di fornire «immediate ed esaurienti informazioni al governo italiano».
Ma i retroscena dei giornali raccontano un’altra storia. Che parte dai rapporti con Mosca costruiti da partiti come Lega e Movimento 5 Stelle negli ultimi anni. E arriva al sospetto che il rapporto costituisca un «warning» per il nuovo governo in arrivo. Mentre la diplomazia di Washington fa sapere che il dossier non sarà consegnato agli esecutivi degli altri paesi in quanto «classificato».
I «dati sensibili» sull’Italia nel report Usa
La Repubblica scrive oggi che una «fonte autorevole» che ne ha discusso con i vertici del Dipartimento di Stato Usa conferma che l’Italia è citata nel dossier. Anche se è possibile che gli Usa non abbiano ancora informato il governo italiano e l’intelligence. Il rapporto è stato redatto dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca. Ed è composto da informazioni di intelligence e fonti aperte. Ossia già disponibili pubblicamente.
Washington ha lanciato il sasso per lo stesso motivo che ha portato a declassificare le informazioni sulla guerra in Ucraina e sulle mosse russe al confine con Kiev. Ovvero per rivelare le intenzioni di Putin con lo scopo di fungere da deterrente. Ma anche per lanciare un avvertimento: gli Usa sanno.
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ieri ha avvertito che il dossier potrebbe non essere uno solo. Per Di Maio «se ci sono dei partiti che hanno preso soldi da Putin probabilmente sono quei partiti che ci hanno reso dipendenti dal gas di Putin. Quello che so è che dobbiamo fare una commissione d’inchiesta, dobbiamo vedere se c’è qualcuno che ci ha venduto a Putin». Ma nel dettaglio dei singoli paesi coinvolti l’intelligence americana lavorerà «con discrezione». Anche se al Dipartimento di Stato «non è dispiaciuta» l’attenzione nei confronti del dossier alla vigilia delle elezioni del 25 settembre.
Il warning
Gli analisti, spiega invece Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, ritengono che la bomba sganciata a due settimane dall’apertura delle urne possa essere un avviso, un warning al nuovo governo sull’atteggiamento da tenere nei confronti di Washington. La data da tenere a mente è l’anno 2014. Fu l’epoca dell’invasione della Crimea e di parte del Donbass da parte di Mosca. Ovvero l’inizio della crisi tra la Russia e Ucraina poi diventata guerra aperta a partire dal 24 febbraio 2022.
Il giallo Volker
Intanto c’è un giallo sull’intervista rilasciata ieri a Repubblica dall’ex ambasciatore Usa presso la Nato Kurt Volker. La presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha annunciato una querela. Ma proprio Urso ha rivelato di aver parlato con Volker, il quale gli ha assicurato di non aver detto quanto riportato dal quotidiano su Fdi e Lega. «Mi ha consegnato un biglietto in cui mi autorizza a smentire ufficialmente che lui abbia mai pensato che Fdi potesse avere qualche forma di collegamento con la Russia». Ma se un ambasciatore deve smentire un’intervista secondo voi lo fa consegnando un biglietto al primo che passa o fa una smentita ufficiale?
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
“REPUBBLICA” HA OTTENUTO LA CONFERMA DA UNA FONTE AUTOREVOLE: “NON È UN SEGRETO, DEL RESTO, CHE FORZE COME LEGA O M5S FRENANO APERTAMENTE SULLE SANZIONI ALLA RUSSIA E LE ARMI ALL’UCRAINA. QUESTO ALIMENTA I DUBBI SULLE POLITICHE DELL’EVENTUALE FUTURO GOVERNO ITALIANO”
L’Italia c’è, nel dossier americano sulla corruzione russa nel mondo. E
non poteva essere altrimenti, considerando i rapporti con Mosca costruiti negli ultimi decenni da diversi partiti rilevanti.
Non è un segreto, del resto, che forze come Lega o M5S frenano apertamente sulle sanzioni alla Russia e le armi all’Ucraina. Questo non implica un loro coinvolgimento diretto, ma alimenta i dubbi sulle politiche dell’eventuale futuro governo italiano.
Lo conferma a Repubblica una fonte molto autorevole, con diretta conoscenza dei fatti, che ne ha discusso con i vertici del dipartimento di Stato.
È possibile che il nostro governo e i servizi di intelligence non siano ancora stati informati dei dettagli, perché dopo l’annuncio di martedì Washington ha deciso di procedere per passi, in base a necessità e circostanze.
La ragione per cui Washington ha deciso di procedere con la denuncia è simile a quella che ha portato alla progressiva declassificazione e pubblicazione delle manovre militari russe, alla vigilia e dopo l’invasione dell’Ucraina.
In quella occasione si arrivò alla conclusione che la strategia migliore era rivelare al mondo le intenzioni di Putin, se non per fermarlo, quanto meno per costruire il vasto consenso globale che ora sta aiutando gli ucraini a respingere le sue truppe.
Allo stesso modo, i servizi americani hanno raccolto negli anni una grande quantità di informazioni sulla corruzione condotta dal Cremlino, ma tenendole segrete non hanno raggiunto l’obiettivo di fermarle. Ora quindi le pubblicano, e soprattutto le condividono con i paesi alleati più colpiti, allo scopo di metterli in condizione di reagire e imbarazzare Mosca per le sue «attività finanziarie maligne ».
Quanto alla pubblicazione di nomi e cognomi, «non abbiamo ulteriori informazioni da discutere sui paesi specifici, in merito a questo argomento ». E «si tratta di una decisione deliberata», ha spiegato Price, perché ora era importante denunciare la minaccia di Mosca a livello globale, ma nel dettaglio dei singoli paesi coinvolti l’intelligence lavorerà con discrezione. Al dipartimento di Stato non è sfuggita l’attenzione ricevuta in Italia alla vigilia delle elezioni e non è dispiaciuta affatto. Il punto non è l’avversione ad un partito o all’altro, ma far conoscere ai cittadini il pericolo di affidare il paese a leader ricattabili da Putin.
(da agenzie)
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