Settembre 20th, 2022 Riccardo Fucile
OVVIAMENTE DOPO CHE LA NOTIZIA E’ DIVENTATA DI DOMINIO PUBBLICO
Prima celebrava i “camerati”. Poi definiva Hitler indicandolo come un “grande statista”. Infine, inneggiava a Vladimir Putin dicendo di stare dalla sua parte.
Insomma, nel corso degli anni ha colmato la misura e persino il suo partito – lo stesso che prima lo ha reso coordinatore provinciale ad Agrigento e poi lo ha candidato nel seggio uninominale della stessa città siciliana in vista del voto di domenica 25 settembre – ha deciso di dissociarsi (anni dopo) da quelle farneticazioni social. E così Calogero Pisano è stato sospeso “con effetto immediato” da Fratelli d’Italia.
Più volte, infatti, Calogero Pisano ha rivendicato la sua “nostalgia”. Innanzitutto era proprio lui, nel 2014, a celebrare la grandezza dialettica di Giorgia Meloni, trovando attinenze tra la statura politica della Presidente di FdI e quella di Adolf Hitler (correggendo un utente che pensava che il riferimento fosse a Benito Mussolini). Insomma, oltre il fascismo. Poi altre iniziative analoghe, sempre via social.
Calogero Pisano, dunque, si è speso – sui social – non tanto per difendere Giorgia Meloni dalle accuse di “fascismo”, ma per celebrare proprio quelle etichette che gli avversari politici davano alla leader del suo partito.
E ora è arrivata la sospensione, diversi anni dopo la pubblicazione di quei pensieri social, da parte di Fratelli d’Italia. E lo stesso quasi-ex coordinatore di FdI nella provincia di Agrigento ha deciso ora di chiedere scusa (chiedendosi come il quotidiano La Repubblica sia riuscita a rintracciare quei post, probabilmente non essendo conscio di come uno screenshot rappresenti una memoria social imperitura nel tempo):
“Anni fa ho scritto cose profondamente sbagliate. Avevo cancellato il mio profilo personale su Facebook perché mi vergognavo delle cose che erroneamente avevo pubblicato. Non so come Repubblica le abbia trovate oggi, ma sono il primo a condannare senza ambiguità quelle espressioni. Chiedo scusa a chiunque si sia sentito offeso da quei post che a distanza di anni giudico indegni”.
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2022 Riccardo Fucile
“NON E’ STATA FATTA ALCUNA COMUNICAZIONE AI COMUNI”
La Regione Marche non ha attivato alcuna allerta nei confronti dei
comuni prima dell’alluvione che ha provocato 11 vittime e 2 dispersi.
Lo ha detto la procuratrice capo di Ancona Monica Garulli parlando dell’inchiesta sul nubifragio che ha devastato il Senigalliese e la provincia di Pesaro e Urbino.
Ieri i carabinieri hanno acquisito documenti sulla mancata manutenzione dei fiumi che hanno straripato durante l’alluvione. E dopo il caso dell’assessore alla Protezione Civile Stefano Aguzzi a un dibattito prima del disastro, ora sulla graticola finisce anche il presidente della Regione Francesco Acquaroli (Fdi). Accusato di aver presenziato a una cena di partito con Guido Crosetto. Prima di presentarsi nella sala operativa della Protezione Civile di Ancona.
L’accusa della procuratrice
«Dal punto di vista della dinamica degli eventi quello che si riscontra in questo momento è che non c’è stata un’allerta da parte della Regione Marche nei confronti dei Comuni», ha detto ieri Garulli ai microfoni del Tgr Rai Marche. §
«Le indagini sono in una fase molto iniziale – ha sottolineato -. Tutte le ipotesi ricostruttive sono prese in considerazione. La principale preoccupazione della Procura è di assicurare fonti di prova che possano essere di ausilio nella ricostruzione dei fatti». Secondo la procuratrice «ci sono acquisizioni documentali, ci sono anche acquisizioni testimoniali, tutto quello che può concorrere a ricostruire esattamente l’evento del 15 settembre. Questa volta le vittime hanno interessato principalmente i Comuni a monte del fiume Misa, diversamente dal 2014, quando le vittime erano nel centro abitato di Senigallia».
Quanto ai tempi dell’inchiesta, saranno «compatibili con l’accertamento dei fatti e anche con un’esigenza di risposta. Cercheremo di fare il meglio in questo senso». A guidare le indagini sull’alluvione sono Valentina D’Agostino e Valeria Cigliola. Un’altra inchiesta era stata aperta a giugno sulle imprese che dovevano occuparsi della pulizia di alcuni tratti fluviali del Misa. Un funzionario regionale era stato arrestato e quattro dipendenti accusati di corruzione, truffa e rivelazione di segreto d’ufficio. Secondo l’indagine la ditta incaricata ha sfalciato più vegetazione del dovuto per poi rivenderla a una compagnia produttrice di biocarburante.
Acquaroli e Crosetto alla cena elettorale
La Repubblica invece racconta che mentre l’alluvione nelle Marche era appena cominciata, minacciando la provincia di Pesaro e Urbino, il governatore Acquaroli si trovava a una cena elettorale di Fratelli d’Italia con Guido Crosetto. L’appuntamento si è svolto a Potenza Picena, a circa 40 chilometri da Ancona. Tra i presenti anche l’assessore al Bilancio e candidato alle elezioni Guido Castelli e la coordinatrice regionale del partito e candidata Elena Leonardi. Lo staff del governatore ha smentito che Acquaroli sia rimasto alla cena. Ma una foto pubblicata su Facebook alle ore 21,32 ritrae proprio i due a San Severino Marche. Intanto Maurizio Mangialardi, capogruppo regionale del Pd, punta il dito sull’assessore Aguzzi. Mangialardi è arrivato nella Sala alle 3.20 della notte tra giovedì e venerdì. «Non c’era nessuno della giunta, solo i funzionari della Protezione civile. Ho parlato con uno di Trenitalia perché 500 persone dovevano dormire sui treni. Aguzzi non c’era, però sono stato in contatto più volte con lui al telefono».
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2022 Riccardo Fucile
A CENA CON CROSETTO
Uno è il Presidente della Regione Marche. L’altro è uno dei principali promotori – visto anche il suo ruolo di co-fondatore di Fratelli d’Italia – della campagna elettorale del partito di Giorgia Meloni in vista delle elezioni politiche di domenica 25 settembre.
Questi due protagonisti della scena politica italiana si sono incontrati giovedì 15 settembre, proprio nelle ore in cui un violento nubifragio si è abbattuto su diversi comuni della zona est della Regione provocando morte e devastazione. La cena, proprio durante quei frangenti di emergenza, tra Francesco Acquaroli e Guido Crosetto non è passata – ovviamente – inosservata.
E non solamente per la cena elettorale in un momento così delicato, ma soprattutto per i “poteri” nelle mani di un Presidente delle Marche. Perché la legge regionale designa proprio il numero uno della Regione – in questo caso Francesco Acquaroli – come l’autorità della Protezione Civile locale.
E, invece, lui stava partecipando a un evento elettorale a Potenza Picena in compagnia proprio di Guido Crosetto e della coordinatrice regionale di FdI Elena Leonardi (come confermato da Il Resto del Carlino).
Ma oltre alla cena Acquaroli-Crosetto, c’è molto di più. Perché Stefano Aguzzi, assessore regionale alla Protezione Civile, era impegnato in un altro evento elettorale nel momento in cui prima diversi comuni prima in provincia Pesaro-Urbino e poi altri in provincia di Ancona (come Ostra) venivano colpiti dalle forti piogge, dal vento e dalla tragica esondazione del fiume Misa – tracimato con effetti devastanti in più zone provocando, per il momento, 11 vittime e 2 dispersi -, portando con sé morte e devastazione.
Ma i due che avevano poteri diretti sulla gestione della Protezione Civile locale non si sono recati immediatamente nella sala operativa di Ancona, perché inizialmente impegnati in altro. Nonostante i gravi problemi provocati dal nubifragio fossero iniziati oltre due ore prima dei rispettivi eventi elettorali.
(da NextQuotidiano)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
IL MECCANISMO ELETTORALE E’ DOPATO, GARANTENDO SEMPRE LA VITTORIA A ORBAN, E LE OPPOSIZIONI SONO STATE CREATE A TAVOLINO
Tentare di entrare nella testa di Viktor Orban e nel cuore della sua
Ungheria può essere un viaggio affascinante e spaventoso allo stesso tempo. Affascinante perché nessuno può negare la sua eccezionale abilità politica, un miscuglio raffinato di calcolo e creatività che ha trasformato l’Ungheria nel primo laboratorio illiberale d’Europa. Spaventoso, perché i risultati della sua fame di potere sono inversamente proporzionali agli spazi democratici rimasti in un Paese in cui, in dieci anni, il perimetro di libertà si è stretto come un cappio.
Eppure «Orban è diventato un influencer globale, un’icona pop a cui le destre si ispirano» spiega lo storico e saggista Stefano Bottoni, professore associato all’Università di Firenze, uno dei massimi esperti del mondo magiaro contemporaneo.
Par già di sentire chi urla che Orban è stato democraticamente eletto, e che dimentica, o vuole dimenticare, che in Ungheria il sistema «è basato su un consenso elettorale dopato». Del resto anche in Russia si vota.
Distratti dallo sdegno per i muri anti-migranti, per le leggi che vogliono le donne a casa a fare figli e i bambini protetti dagli omosessuali, ci siamo persi la raffinatezza con cui nel frattempo Orban costruiva il suo regno e metteva in atto il suo schema.
In molti Paesi europei il consenso liberale post Guerra Fredda si è incrinato, ma «in Ungheria è diventato un nuovo sistema politico, un regime in cui il governo di destra non può essere sconfitto alle elezioni», dice Bottoni, che spiega come alcuni scomodi elementi identitari di Fidesz siano stati “esternalizzati”: «Orban ha creato a tavolino Mi Hazánk, un partito che formalmente è all’opposizione, ma che porta avanti i temi più estremi, come le battaglie anti rom e anti migranti e le posizioni no vax.
Il terzo partito del Paese è un’opposizione finta, insomma», simbolo di un sistema politico «fatto da clienti, in senso medievale, di Viktor Orban». Perdere le elezioni, così, è impossibile.
Anche la stangata dell’Unione Europea non lo coglie impreparato: «C’è un trucco che potrebbe trasformare l’affondo della Ue in un compromesso al ribasso perché Budapest non fa parte della Eppo, la procura europea». Per evitare i tagli Budapest ha promesso 17 misure specifiche. La più rilevante è l’istituzione di un’autorità anti-corruzione indipendente e con ampi poteri di scrutinio: «In questo modo Orban creerà una propria commissione, un’autorità ungherese, così il controllo rimane nelle sue mani. Se Bruxelles avesse voluto mettergli i bastoni tra le ruote l’avrebbe costretto ad entrare nell’Eppo».
Orban deve agire in fretta e non può commettere errori, soprattutto in un momento tragico per l’economia.
Dal primo novembre l’Ungheria entrerà di fatto in un lockdown economico non dichiarato, dove, anche per i costi dell’energia, molte attività dovranno chiudere temporaneamente: «Le casse sono vuote, Orban ha dovuto anticipare i fondi Ue congelati da sei mesi e ora non c’è più nulla da raschiare». Da treno economico a ronzino con crescita zero è stato un attimo. E se la crisi morde le alleanze sono cruciali.
Il conservatorismo valoriale è il collante di amicizie di lunga data, ma è a Giorgia Meloni che ora il teorico della democrazia illiberale guarda: «A Berlusconi era legato da anni, ma come leader lo giudica troppo anziano. Anche Salvini è uscito dal suo carnet, quando nel 2019 ha capito che non era all’altezza. Ma nel 2020 Orban ha iniziato ad avvicinarsi a Meloni, ha visto che è una leader che studia, che ha un modo di fare politica più strutturato, più compatibile al suo».
Lo scotto da pagare è che chi si allea ad Orban, oltre al pesante fardello illiberale, si porta sulle spalle anche un orizzonte pericolosamente vicino a quello di Putin, quello di un Paese in cui la propaganda russa è il cuore del sistema mediatico: «L’Ungheria – come la Russia e la Serbia – ha un passato imperiale mal digerito. Orban vuole controllare i territori pre trattato di Trianon, anche se da un punto di vista non territoriale, ma culturale ed economico».
Una forma più “gentile” del Russkiy mir di Vladimir Putin. «Come Vucic e Putin condivide l’idea di essere vittima di un’egemonia occidentale a cui bisogna opporsi». Orban è riuscito a depotenziare il sentimento storicamente antirusso della destra ungherese, trasformandolo anzi in pulsione antioccidentale e antiucraina.
Un capolavoro politico la cui prima arma è stato il controllo totale della cultura: «Intendo continuare la mia offensiva culturale», diceva dopo l’ultima vittoria elettorale. Il suo populismo pragmatico si è tradotto in centinaia di miliardi investiti per controllare le università, l’editoria, l’istruzione, i centri di ricerca, i think tank: «Se la destra italiana impara anche solo una parte di questo ricettario la sinistra è finita, sarà una tabula rasa».
Il premier magiaro affascina leader ed elettori per aver rispolverato la sovranità della politica, in un epoca «in cui governi tecnici e ruoli marginali dei leader sono la norma. Lui è il simbolo del dirigismo forte e del corporativismo, con Orban non sono le multinazionali a decidere l’economia, ma il suo protezionismo selettivo. Le banche, le grandi aziende, le assicurazioni sono “statali”, controllate dai suoi oligarchi. La politica è sovrana, è lei che detta il ritmo all’economia, non il contrario».
Ma c’è di più: Orban non è solo un modello per l’oggi, ma anche per il domani: «Viktor è stato chiaro, quando l’Ungheria diventerà contribuente netto dell’Unione si rivedranno i rapporti». Ovvero, quando non sarà più conveniente, potrebbe decidere, assieme alla Polonia, di uscire dal club. Il sogno di un’Europa unita dai valori, e non dai soldi, è un’utopia pericolosa, «perché con i valori non si è mai motivato nessuno».
(da la Stampa)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
L’ANALISI DEI DUE QUOTIDIANI BRITANNICI
“Chi è la vera Giorgia Meloni?” chiede e scrive il Financial Times in un editoriale dal titolo “I tanti volti del probabile nuovo premier italiano”. “La politica italiana è in difficoltà da decenni. Ora si sta dirigendo verso un nuovo minimo”, commenta invece il quotidiano britannico The Guardian, aggiungendo che “se Giorgia Meloni salisse al potere alla testa di una coalizione di estrema destra, le conseguenze economiche e sociali potrebbero essere terribili”.
“Una sobillatrice di estrema destra, una conservatrice che difende i valori della famiglia, una strenua difensora dell’Ucraina o una minaccia per l’Ue in uno dei suoi momenti più cruciali? Meloni è abile nel presentare volti diversi, in patria e all’estero, nella ricerca dell’identità di quello che sarebbe il primo premier donna in Italia se, come si prevede, le elezioni generali di domenica dovessero portare alla vittoria della coalizione di destra guidata dal suo partito Fratelli d’Italia”, scrive il Financial Times in un editoriale non firmato, quindi espressione della redazione .
Ft: la differenza tra Meloni e Salvini
E ancora. “Tra i tanti personaggi poco attraenti della destra italiana, il meglio che si possa dire di Meloni è che non è Matteo Salvini della Lega. Fortunatamente per Bruxelles – che deve presentare un fronte unito contro la guerra della Russia in Ucraina e gestire l’impennata dei prezzi dell’energia – Meloni non condivide le posizioni filo-Cremlino” di Salvini, prosegue il foglio della City nell’editoriale.
“Tuttavia – si legge nell’articolo – permangono gravi riserve su Meloni, in particolare nel momento in cui un’ondata di partiti di dura destra sta vivendo una preoccupante rinascita in tutta Europa”. “Il rovescio della medaglia” della leadership di Meloni “è la sua inesperienza in un momento in cui la credibilità dell’Italia a Bruxelles e sui mercati finanziari è fondamentale”.
Il quotidiano britannico, tuttavia, osserva come “nonostante la competenza di Draghi, l’Italia non potrà essere governata per sempre da tecnocrati. L’Ue dovrebbe incoraggiare questo passo democratico, per quanto sfumato. Evitare un governo Meloni, con tutte le sue posizioni illiberali, non farebbe altro che spingerlo verso gli angoli più bui del nazionalismo condiviso dall’Ungheria di Viktor Orbán”. “Scopriremo presto chi è veramente Meloni. Gli italiani, e Bruxelles, devono sperare che la sua maschera relativamente più moderata non cada”, è la conclusione dell’editoriale.
The Guardian
L’articolo del The Guardian inizia raccontando il video – diventato virale – di Alessio Di Giulio, il consigliere fiorentino della Lega, in cui passeggia per il centro storico del capoluogo toscano quando incontra una donna di origini rom. “Fermandosi sulle sue tracce, il candidato si sporge verso la telecamera e implora il suo pubblico di ‘votare la Lega per non vederla mai più’, frase che ripete tre volte per effetto retorico”, si legge. Un video che “segna il punto più basso di quella che è stata una delle campagne elettorali italiane più grottesche degli ultimi tempi”, riporta l’articolo del quotidiano inglese.
Aggiungendo: “Se Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni vincerà le elezioni di questa settimana, come previsto, persone come lui avranno presto l’opportunità di plasmare l’agenda politica”. Il discorso si sposta proprio su Meloni “abile sia nel corteggiare che nel prendere le distanze da tali estremisti ogni volta che le fa comodo”. E viene ricordata la visita in Spagna della leader di FdI che ha pronunciato “un discorso ai sostenitori del partito di estrema destra Vox in cui ha celebrato i “patrioti” e la “famiglia naturale” mentre attaccava “la lobby LGBT” e i “nemici della civiltà”. In Italia, al contrario, ha recentemente pubblicato video di gatti e selfie pesantemente aerografati per coltivare un’immagine blanda e vacua progettata per conquistare i moderati.
Colpisce anche il fatto che, a differenza di alleati come Matteo Salvini, che è sinonimo del suo disegno di legge draconiano sulla sicurezza, o Silvio Berlusconi, che da anni spinge per una flat tax a favore della ricchezza, Meloni non ha una politica di punta. L’intervento più drammatico del suo partito nella campagna finora è stato un boicottaggio proposto del cartone animato per bambini Peppa Pig, sulla base del fatto che un nuovo episodio che presenta genitori dello stesso sesso costituisce ‘indottrinamento di genere'”, scrive The Guardian.
Che parla poi delle frasi di Meloni sull’aborto e la decisione presa nelle Marche dove “l’amministrazione ha limitato l’interruzione delle gravidanze alle prime sette settimane. Sebbene Meloni affermi di non avere intenzione di rendere illegale la procedura, ha stretti legami con gruppi di pressione anti-aborto come ProVita & Famiglia”. E ancora: “la stretta relazione del suo partito con il primo ministro ungherese Viktor Orbán” e le divisioni tra Meloni, Salvini e Berlusconi sulla “guerra in Ucraina, la crisi energetica e come affrontare l’inflazione”.
La conclusione: il governo di centrodestra potrebbe durare poco, scrive ancora il quotidiano britannico, e “questo non è certo confortante. Per quanto di breve durata, le conseguenze economiche e sociali di un’amministrazione Meloni sarebbero probabilmente terribili. E mentre i politici di centro e di sinistra possono consolarsi con la speranza che la primavera del 2023 possa ripulire il sistema politico dai ribelli populisti, questo è troppo poco, troppo tardi. Sì, la democrazia italiana si sta svuotando da decenni, ma l’imminente ascensione di un’amministrazione di estrema destra segna un nuovo minimo”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
DI MEDICI NOSTRANI DISPONIBILI CE NE SAREBBERO MA CONSIDERANO GLI STIPENDI TROPPO BASSI E NON HANNO VOGLIA DI ANDARE A LAVORARE AL SUD
«Prima di assumere medici stranieri, meglio incentivare quelli
italiani». La decisione di diverse Regioni di ricorrere a professionisti extracomunitari pur di riuscire a fornire i servizi di cura negli ospedali, i medici non l’hanno presa bene. La scelta del presidente della Calabria, Roberto Occhiuto di assumere 500 medici cubani tramite una società di servizi locali era suonata come un affronto.
Nel frattempo, anche la Puglia stava già pensando di rivolgersi alla vicina Albania, mentre la Sicilia aveva ipotizzato di far ricorso a medici argentini. Del resto, la carenza di operatori sanitari italiani è nota.
Secondo le stime di Anaao Assomed, l’associazione dei medici dirigenti, in particolare, al Sud ne servirebbero circa duemila per ogni Regione: in Puglia circa 2mila-2400 medici, in Calabria circa 2150, in Sicilia 2500-2800. Il 70 per cento nelle aree di emergenza, il resto in tutti gli altri reparti.
Di medici nostrani disponibili, in realtà, ce ne sarebbero. Se non fosse che gli stipendi non allettanti e il luogo di lavoro, spesso in aree lontane dai centri, ha convinto molti professionisti a disertare i bandi. E così, di fronte alle decisioni delle Regioni, i medici italiani hanno iniziato ad alzare la voce.
Mentre la Cimo Fesmed ha fatto ricorso al Tar, l’Omceo di Palermo ha denunciato l’iter di assunzione degli stranieri che rischia di scavalcare «ogni regola ordinaria e straordinaria in tema di assunzioni in sanità». Il punto è che durante l’emergenza Covid, le regioni avevano ottenuto per legge la possibilità di ricorrere a personale medico anche straniero. Ma continuano a farlo anche ora.
Il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli, ha deciso così di scrivere una nota al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La richiesta è chiara: «chiediamo di rivedere la normativa che è stata prorogata sino al 31 dicembre 2023 spiega Anelli – che mette a rischio un sistema di controlli e di garanzia per la sicurezza delle cure e per la qualità dell’assistenza».
In effetti, il rischio è che senza adeguate verifiche sulla formazione dei medici stranieri, i pazienti potrebbero non ricevere cure e diagnosi adeguati. «I titoli di studio vanno rigorosamente verificati per poter esercitare la professione in Italia prosegue Anelli – evitando il pericolo di sfociare nell’esercizio abusivo. Non dimentichiamo che la conoscenza adeguata della lingua italiana, nel campo dell’emergenza sanitaria, è di importanza fondamentale».
Per il momento, alla lettera della Fnomceo non ha ancora risposto nessuno. Ma le Regioni sembrano comunque aver cambiato idea, almeno in parte. «In Puglia l’ipotesi è stata paventata ma non si è più concretizzata spiega il segretario dell’Anaao Assomed Pierino Di Silverio – in Sicilia per il momento il bando è stato bloccato. In Calabria, i medici cubani individuati sono per ora solo 84».
(da Il Messaggero)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
IL CORPACCIONE LEGHISTA CHIEDE UN CONGRESSO, FEDRIGA E’ IN POLE PER PRENDERE IL POSTO DI SALVINI
Ma siamo sicuri che Salvini abbia le credenziali per continuare a essere segretario della Lega anche dopo il 25 settembre? “Aspettiamo, vediamo: i sondaggi della vigilia non ci hanno mai sorriso. E io sto bene in Friuli Venezia Giulia”, ride Massimiliano Fedriga.
Volto disteso, sicuramente il più ricercato dalle telecamere. Tutti a corrergli dietro per la solita domanda: toccherà a lei dopo Matteo?
“Ma noi siamo l’unico partito leninista d’Italia, il capo non si tocca. Tuttavia un congresso prima o poi lo faremo”, dice per esempio Cristian Invernizzi, deputato bergamasco uscente e ricandidato in posizione complicatissima. Più fuori che dentro.
La pacchia è finita. Ma per un pezzo di parlamentari leghisti, altro che i migranti. “E’ stata una carneficina: mi hanno messo quarto in lista, non ce la farò mai”, ammette Felice Mariani, già campione di judo, un tipo che non bisognerebbe far mai arrabbiare.
E’ stato segato dalle liste pure Daniele Belotti, 32 Pontida all’attivo sempre con il ruolo di speaker. E comunque i veri voti sono rimasti quassù, al nord. C’era una volta la Lega nazionale.
Ecco Zaia: si presenta con un bandierone con il Leone di San Marco srotolato dai suoi consiglieri (“non si dice vittoria bulgara, ma veneta”, maramaldeggia il governatore del 77 per cento).
Fedriga ammonisce chi fa “promesse” e “invoca la serietà” della politica.
Alla vigilia era stata diffusa una succosa indiscrezione: a Pontida ci sarà una super sorpresa? E quale: una clip di Vladimir Putin o il saluto del Cav.? Si scoprirà che invece è l’intervento di Mauro Barbuto, presidente dell’Unione ciechi e candidato in Sicilia.
Il fumo delle salamelle cotte sulla griglia avvisa che è ora di pranzo. Si possono smontare le tende.
(da il Foglio)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
NON VANNO D’ACCORDO NEANCHE TRA DI LORO… ENTRAMBI PENSANO SOLO AI VOTI CHE SI POSSONO PERDERE
Come spiegato da diversi esperti, il porto di Piombino è l’unico in
Italia in grado di rendere operativa una nave rigassificatrice già dalla primavera del 2023.
Giorgia Meloni, anche se con l’indeterminatezza di una frase ipotetica, ha dichiarato: «Sì al rigassificatore a Piombino solo se non ci sono alternative». E le alternative, appunto, non ci sono.
La leader di Fratelli d’Italia, allora, dovrà fare i conti con un esponente del suo stesso partito. Francesco Ferrari, sindaco della città portuale, continua a ribadire la sua contrarietà all’opera.
«Sono abituato a guardare i provvedimenti, analizzarli insieme ai legali, ai consulenti tecnici e valutare anche l’eventualità di ricorsi all’autorità giudiziaria. È un ipotesi verosimile che non scartiamo».
Il primo cittadino ha anche accusato Snam – il principale operatore nel trasporto e nello stoccaggio di gas -, di avere fornito una documentazione «totalmente inattendibile. Ci sono grandi mancanze e contraddizioni».
Di parere contrapposto, il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani. «Ci sono tutti i presupposti per andare avanti», ha dichiarato il governatore del Pd al termine della prima riunione della Conferenza dei servizi sul rigassificatore di Piombino.
«Abbiamo discusso di tanti argomenti, dal modo in cui la nave verrà a posizionarsi, al percorso che seguirà il gasdotto dalla punta della nave fino alla rete del gas nazionale, per otto chilometri. Abbiamo avuto il parere e le opinioni per le caratteristiche della nave, anche per il suo colore: la soprintendenza è entrata direttamente nel merito – ha spiegato Giani -. L’unico “no” netto è stato quello del Comune di Piombino, a fronte di oltre 30 enti» che prendono parte alla Conferenza dei servizi”
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
NEL MAGGIO 1905 LA FLOTTA RUSSA FU SCONFITTA DA QUELLA GIAPPONESE SUBENDO UN’UMILIAZIONE CHE PORTO’ ALLA RIVOLUZIONE
Nessuno è in grado di tracciare una mappa credibile di quanto accadrà tra Ucraina e Russia, sul campo, nelle prossime settimane.
La Russia riteneva già con gli zar, e tanto più con il comunismo, che le società occidentali fossero fragili che il popolo fosse sempre sul punto di ribellarsi e che avrebbe guardato a Est per ispirazione.
È un secolo almeno che a cicli ricorrenti Mosca, con gli zar, il Politburo e ora con il dittatore unico, sottovaluta la forza dell’Occidente e sopravvaluta la propria. Questo deriva da una costante della politica estera e della psicologia russe che, secondo lo storico americano Stephen Kotnik considerato oggi probabilmente il più profondo conoscitore occidentale del mondo russo di ieri e di oggi, si sta manifestando anche adesso nel caso ucraino.
La Russia, la grande maggioranza della popolazione e la quasi totalità della sua classe dirigente, si identifica e si è spesso identificata in passato con il concetto e il ruolo di grande potenza, la nazione che non deve mai chiedere perché tutto le è dovuto.
Questa grandeur è resa spontanea dalla stessa dimensione fisica del Paese, il più esteso del mondo grande 57 volte l’Italia e per 400 anni in continua espansione territoriale al ritmo medio tra il 1646 e il 1914 di 50 chilometri quadrati al giorno. «Ma il problema è che le sue capacità non sono mai state all’altezza delle sue ambizioni», sostiene Kotnik, perché l’Occidente è sempre stato più forte.
Vi sono stati tre vertici di potenza nella storia russa, con Pietro il Grande contro la Svezia soprattutto, con Alessandro I (contro Napoleone) e con Stalin contro la Germania, dopo esserne stato alleato nel 1939-1941. Per il resto, conclude lo storico americano, c’è la realtà di un Paese piuttosto debole. Solo con l’abbondanza di notizie russe imposte dall’evento ucraino il grande pubblico occidentale ha scoperto su giornali, tv e internet che la Russia ha un Pil analogo a quello spagnolo, nazione priva delle enormi ricchezze minerarie ed energetiche russe e con una popolazione che è un quarto di quella russa.
Anche oggi l’ambizione di Putin è chiarissima: distruggere quanto resta (e non è poco) dell’American Century e creare un nuovo ordine mondiale attorno a Mosca e a Pechino. Quest’ultima potrebbe al momento opportuno averne la forza economica (diverso il problema del soft power), ma come fa Mosca a illudersi di diventare Capitale di riferimento con un Pil al livello di quello spagnolo, priva di prodotti tecnologici ben presenti sul mercato mondiale (salvo che per il militare), e con lo scarso appeal globale della russian way of life? Lo Stato, e in Russia tutto è Stato, si impegna nella gara contro l’Occidente, soccombe, segue una stagnazione, poi la gara riprende, su un altro scacchiere eventualmente.
Sono alcuni mesi che ogni tanto emerge nelle analisi sul conflitto russo-ucraino lo spettro di Tsushima e della guerra russo-giapponese del 1904-1905.
L’imprevista notevole avanzata ucraina nel Nord-Est e la fuga precipitosa dell’armata russa hanno riproposto questa presunta analogia storica avanzata una prima volta da uno storico militare inglese nell’aprile scorso, quando la guerra-lampo promessa da Putin per piegare Kyiv chiaramente era già fallita.
Nello stretto di Tsushima, fra Giappone meridionale e la penisola coreana, una moderna flotta giapponese (navi costruite soprattutto in Gran Bretagna e due incrociatori corazzati classe Garibaldi costruiti dall’Ansaldo di Genova) annientò il 28-29 maggio 1905 la flotta russa del Baltico, arrivata esausta dopo un viaggio di sette mesi e 18 mila miglia per rovesciare le sorti del conflitto con i giapponesi sul controllo della Manciuria esterna, territorio già cinese.
Sconfitti definitivamente su terra a Mukden, a marzo, i russi speravano in una vittoria navale per ribaltare le sorti, ma Tokyo aveva navi migliori, cannoni migliori, proiettili più moderni ed efficaci, sapeva usare meglio la radio, allora agli esordi, ammiragli più aggiornati.
Così come Putin ha definito l’Ucraina uno Stato inesistente e quindi debole, gli strateghi russi disprezzavano il Giappone.
«Passeranno forse dei secoli, prima che l’esercito giapponese possa essere considerato al livello di uno dei più deboli eserciti europei», scriveva nel 1900 l’addetto militare russo a Tokyo, Vannovskij. Era quanto lo zar Nicola II, deciso a consolidare la presenza russa sul Pacifico per intestarsi l’ennesima espansione territoriale, voleva sentirsi dire. Era la prima sconfitta europea in una vera grande guerra da parte di un Paese asiatico.
L’impressione nel mondo fu enorme, il prestigio russo umiliato, e fu l’inizio in Russia di una lunga stagione di forte malcontento che avrebbe portato nel 1917 al fortunato colpo di mano dei bolscevichi.
«Tra i rottami del nostro vecchio sistema militare, nel crollo di tutte le autorità che finora avevamo ritenuto intangibili, nella completa bancarotta di tutte le idee ieri ancora indiscusse, soltanto una colonna del nostro Stato sta ferma incrollabilmente: il valore del soldato russo», scriveva a fine guerra il generale Martynov, uno dei protagonisti.
Ma non bastava per uno Stato debole che aveva ricevuto a Tsushima un colpo mortale. Le analogie storiche sono sempre imprecise, a dir poco, e l’avanzata ucraina non è Tsushima e le conseguenze sono ancora tutte da scoprire.
Vale però quanto ha osservato nei giorni scorsi Abbas Gallyamov, ex Speechwriter del presidente russo oggi residente in Israele: agli occhi del suo popolo «solo la forza è la legittimazione di Putin».
(da tag43.it)
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