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LA GRANDE CARICA DEI PARACADUTATI: AL SUD IL 20% DEGLI ELEGGIBILI ARRIVA DA ALTRE REGIONI

Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile

SU CIRCA 190 PARLAMENTARI CHE SARANNO ELETTI NEL MERIDIONE OLTRE 40 NON HANNO NULLA A CHE CON I COLLEGI IN CUI VENGONO PRESENTATI

«Non conosco bene il territorio, ma conosco l’Abruzzo perché mio nonno era di Amatrice», disse Claudio Lotito, candidato del centrodestra in Molise, mentre la neo forzista Rita Dalla Chiesa in Puglia postava la foto di Giovinazzo scambiandola per quella di Molfetta e l’azzurra Michela Vittoria Brambilla da Lecco metteva per la prima volta piede a Gela stringendo la mano al sindaco e assicurando che «si occuperà adesso del territorio gelese».
Basterebbero queste scenette, chiamiamole così, per descrivere come i partiti abbiamo trattato il Mezzogiorno in questo voto per il rinnovo del Parlamento. Un grande bacino di consensi e nulla più.
Non a caso nella campagna elettorale da Roma in giù si è discusso più di queste figure fatte da candidati che evidentemente non conoscono nemmeno i territori dove sono stati imposti dalle segreterie, che di programmi veri per ridurre il divario Nord-Sud.
Ad eccezione dei soliti temi che saltano fuori a ogni elezione da almeno trent’anni: il Ponte sullo Stretto, gli aiuti a chi non lavora, l’autonomia differenziata che piace a Piemonte, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna con annessi governatori di Forza Italia, Lega e Pd.
Per il resto, come sottolineano economisti e imprenditori che lavorano in queste regioni economicamente e socialmente depresse, il Sud «è scomparso da ogni vera agenda politica» ed «è considerato soltanto come corpo elettorale utile ad eleggere classi dirigenti che vivono altrove».
Una cosa è fuor di dubbio: il fenomeno dei paracadutati riguarda quasi tutti i principali partiti e vede soprattutto le regioni meridionali “subire” queste scelte.
L’Espresso ha fatto i conti: sui circa 190 tra senatori e deputati che verranno eletti nelle regioni del Mezzogiorno, 32 candidati in posizione blindata ed eleggibile provengono da altre parti del Paese e non hanno nulla a che fare con i collegi in questione.
E se a questa cifra si aggiungono come è normale anche i leader nazionali candidati come capilista a macchia di leopardo nei vari collegi meridionali, e che quindi per il complesso meccanismo di ripartizione dei seggi potrebbero essere poi eletti al Sud, significa che il venti per cento dei volti eleggibili nel Meridione è stato paracadutato da altre regioni.
Non a caso in queste settimane in diverse città del Mezzogiorno si sta assistendo a scene surreali di candidati che stanno “scoprendo” come in una vacanza territori a loro sconosciuti o quasi: così capita di vedere Michela Vittoria Brambilla da Lecco arrivare nel profondo Sud a Gela e stringere la mano a un sindaco che non ha mai visto in vita sua, oppure Bobo Craxi aggirarsi per Palermo dove il centrosinistra lo candida all’uninominale perché «questo collegio spettava ai socialisti», facendosi fare foto per le stradine del centro quasi come un turista a passeggio che scopre la città.
Un po’ come il fiorentino leghista Alberto Bagnai in giro a Chieti come candidato nell’uninominale al Senato in Abruzzo o l’ex presidente di Palazzo Madama Maria Elisabetta Casellati, che accompagnata a Potenza dal forzista Nitto Palma ai giornali locali ha rilasciato la sua prima dichiarazione da candidata in Basilicata: «Sono felice». E ci mancherebbe, verrebbe da aggiungere.
In Campania il Pd ha fatto cadere dall’alto i ministri Dario Franceschini da Ferrara e Roberto Speranza da Potenza, il partito di Di Maio ha lanciato Davide Crippa da Novara, Forza Italia la compagna di Berlusconi, Marta Fascina, che è stata candidata anche a Marsala per sicurezza (di essere eletta).
E sempre sotto il Vesuvio sono candidati la bolognese Anna Maria Bernini per Forza Italia, il toscano Marcello Pera per Fratelli d’Italia, l’ex segretaria della Cgil Susanna Camusso (lombarda) per i dem e il triestino Stefano Patuanelli per il Movimento 5 stelle.
In Puglia Forza Italia punta forte su Rita Dalla Chiesa e sulla milanesissima Licia Ronzulli, ma il segretario dei dem Enrico Letta nella terra di Michele Emiliano piazza in posizione blindata anche il suo braccio destro Antonio Misiani da Bergamo.
In Sicilia va in scena la sfida a distanza tra i fratelli Craxi, con Bobo a Palermo per il centrosinistra e Stefania a Caltanissetta per il centrodestra, mentre la ligure Annamaria Furlan, ex segretaria della Cisl, è capolista dei dem nella circoscrizione Sicilia Occidentale al Senato.
Il Terzo Polo candida Maria Elena Boschi in Calabria, Matteo Renzi ed Ettore Rosato da Trieste in Campania e la mantovana Elena Bonetti in Sardegna. Un Sud accogliente e morbido per chi atterra da altre parti del Paese in collegi e posizioni blindate.
Ma a fronte di questo record di paracadutati, il tema Mezzogiorno è scomparso dalla campagna elettorale e gli imprenditori assistono perplessi al tour di candidati semisconosciuti.
(da L’Espresso)

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LO IUS SCHOLAE E IL SOGNO DELLA CITTADINANZA

Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile

VIAGGIO TRA GLI STUDENTI STRANIERI DELLE SCUOLE ITALIANE CHE ATTENDONO DI SENTIRSI UGUALI AI LORO COMPAGNI DI CLASSE

La proposta di legge sullo Ius Scholae darebbe la possibilità ai bambini nati da famiglie straniere, che hanno completato uno o più cicli scolastici, senza interruzioni, nel nostro paese, di ottenere la cittadinanza italiana. Un tema che riguarda quasi 900mila studenti, che, nati da famiglie straniere, frequentano le nostre scuole e che hanno meno diritti degli altri studenti.
Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, di questi 900 mila circa, il 64,5% è nato proprio in Italia ed ha iniziato qui il suo percorso formativo.
Non avere la cittadinanza italiana per un ragazzino che ha svolto il suo percorso scolastico qui, significa privarlo degli stessi diritti che hanno i suoi compagni banco, significa partire con un handicap per tutto quello che vorranno fare nella loro vita.
Eppure la polemica politica, aiutata dal clima da campagna elettorale, ha visto i partiti del centro destra alzare un muro contro l’ipotesi che la proposta di legge venisse discussa dal dimissionario governo Draghi. Una posizione squisitamente ideologica ma che nella realtà ha degli impatti devastanti sulla vita di questi bambini. Abbiamo chiesto a 4 di loro cosa ne pensano dello Ius Scholae e cosa significa per loro non avere la cittadinanza italiana.
“È come avere un italiano in più”
Anas, Nilema, Sofia e Nicole hanno tra i 16 e i 20 anni, hanno frequentano le scuole italiane, Nilema si è diplomata ed ha iniziato la carriera universitaria. “Non capisco chi si oppone allo ius scholae” ci spiega Nicole che ha 16 anni e frequenta il liceo linguistico. “Dicono che ci sarà più potere agli stranieri, ma non è così, semplicemente lo straniero diventa italiano, è come avere un cittadino italiano in più non in meno”. “Se un bambino che fa le scuole in Italia, cresce in Italia, vive la sua vita qui, poi non ha la cittadinanza allora mi chiedo cosa possa mai fare?” sottolinea Nilema. Lei è nata a Vicenza ed ha iniziato le scuole in Veneto per poi trasferirsi a Napoli. “Non ho mai capito cosa vuol dire essere italiana, cos’è che ti rende italiana? Io penso in italiano, parlo italiano, ho la cultura italiana, ho lo stile di vita italiano, poi quando vado a fare i documenti sicuramente non mi sento italiana”.
Un ragazzino di 16 anni purtroppo fa subito i conti con quel gap di diritti che lo differenziano dai suoi coetanei. “Io volevo fare il magistrato da piccolo – ci dice Anas, 16 anni, studente di scienze umane – poi ho scoperto che per fare il concorso avrei bisogno della cittadinanza ed ora non ci penso più. Credo che chi si oppone a questa legge non capisca davvero cosa significhi la scuola per un ragazzo straniero in Italia”. Già perché se la tua classe fa un viaggio d’istruzione fuori dall’Europa tu non puoi andarci, così come devi rinunciare subito ai tuoi progetti, a cosa vorresti fare da grande.
“Io ho tantissime difficoltà, non posso nemmeno prendere la patente” ci spiega Sofia, 16 anni che studia al liceo scientifico di scienze applicate. La sua famiglia viene da El Salvador e lei ha svolto i cicli scolastici qui in Italia.
“Io mi sento italiana perché vivo a Napoli, vivo a Napoli da tanti anni e ci vivrò per molti anni, mi sento italiana per questo e non ho bisogno di nessun documento per confermarlo” ci sottolinea fiera. La cittadinanza scava un solco tra ragazzini che hanno tanto in comune, ma c’è chi è cittadino di serie A e chi lo è di serie B.
Una differenza che apre le porte ai fenomeni di bullismo. “Non ho mai capito cosa significa sentirsi italiano, io ho avuto compagni di scuola razzisti alle medie, che mi hanno insultato, bullizzato, mi hanno fatto sempre sentire straniero, non mi sono sentito accolto. Avevo quasi fatto l’abitudine a sentirmi straniero” commenta Anas.
Secondo i dati elaborati da Openpolis, tra gli studenti vittime di bullismo nelle scuole medie e superiori italiane, gli studenti di origine straniera sono circa il 17% in più. Un fenomeno che colpisce soprattutto i ragazzi provenienti da famiglie filippine, cinesi, moldave e ucraine.
“Il razzismo non è nato oggi chiaramente – ci spiega Fatima Ouziri, operatrice sociale del centro interculturale “Gomitoli” di Napoli – ma oggi nella scuola capiamo quando stia cambiando il paese perché ci sono molti più bambini e bambine straniere”.
Sono oltre il 10% di tutta la popolazione scolastica secondo i dati del Ministero dell’Istruzione. “Molto spesso purtroppo il personale scolastico non è preparato a gestire situazioni di conflitto che inevitabilmente si presentano, i fenomeni di bullismo sono frequenti e se da un lato fanno crescere i ragazzi, al tempo stesso li segnano profondamente. Loro ne parlano continuamente con noi, sono cose che li segnano”.
È come il gioco delle sottrazioni: per integrare la diversità nel nostro paese i diritti si sottraggono invece di espandersi, e questo semplicemente aumenta le disuguaglianze che sono il terreno di coltura dei fenomeni di bullismo.
“La cittadinanza non è solo un documento – sottolinea Ouziri – ma è possibilità di partecipare alle vita politica e sociale di un paese, è sentirsi riconosciuti dallo Stato. In questo quando poi ci confrontiamo con gli altri paese europei capiamo quanto noi italiani siamo poco europei. Incapaci di accettare la diversità di ogni tipo”. E’ lo specchio di un paese chiuso violentemente in se stesso che non fa i conti con una realtà che è qui ed ora. “Perché, secondo voi, è così difficile – si chiede l’operatrice sociale – dare la cittadinanza ad un ragazzino di origine straniera?”. Già, perché?
(da Fanpage)

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EUROPEISTA CI E’ O CI FA? LE BUGIE DI MELONI E SALVINI HANNO LE GAMBE CORTE

Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile

ALTRO CHE EUROPEISTI LIBERALI, I SOVRANISTI RIFIUTANO LA DEMOCRAZIA LIBERALE COME SISTEMA DI AUTOGOVERNO DEI POPOLI

Le bugie, come dicono anche le nonne, hanno le gambe corte. Quelle con cui Giorgia Meloni ha cercato di presentarsi all’opinione pubblica internazionale come una europeista liberale non sono arrivate fino alle elezioni.
Il voto della Lega e di Fratelli d’Italia nel Parlamento europeo a favore di Orbán e del regime ungherese indicano con chiarezza da quale parte della barricata sta l’estrema destra italiana. Non c’è nulla di male.
Si può essere contro la Ue, contro il sistema di garanzie dello stato di diritto, contro le libertà che vengono quotidianamente negate in Ungheria e Polonia, contro il sistema di valori europei.
Nelle vere democrazie il dissenso è legittimo. Basta dirlo. Quello che non si può fare, però, è cercare di conquistare il potere conferito da libere elezioni dissimulando la propria natura e le proprie convinzioni: la democrazia è un campo di gioco sul quale è vietato barare.
Ma la vera domanda che dovremmo porci è perché Meloni e Salvini abbiano deciso di gettare alle ortiche la maschera moderata con cui avevano scelto di presentarsi agli elettori. Se, come dice il co-fondatore di Fratelli d’Italia Guido Crosetto, «a Giorgia Meloni dell’Ungheria non interessa nulla», perché buttare al vento mesi di interviste tranquillizzanti ai grandi giornali internazionali, di convegni e incontri più o meno pubblici con l’establishment finanziario, di mezze apostasie come quella sulle radici fasciste del partito?
Mario Draghi ha ragione da vendere quando cerca di spiegare a Meloni che «l’interesse nazionale dell’Italia», tanto caro alla leader del cartello di destra, sta nell’alleanza con Paesi democratici come la Francia e la Germania, e non con regimi autoritari come l’Ungheria e la Polonia.
Ma forse, per una volta, il capo del governo pecca di ingenuità nell’indicare le evidenti opportunità di tale scelta di campo. L’opportunismo di Meloni e Salvini, infatti, si limita strettamente alla dissimulazione necessaria durante la campagna elettorale. Per il resto, sia l’uno sia l’altra sanno perfettamente di essere pedine cruciali nella sfida globale che ha per posta il futuro delle democrazie liberali. E giocheranno fino in fondo la loro partita.
Oggi una larga parte del Pianeta, a cominciare dalla Russia e dalla Cina, è impegnato in questo braccio di ferro che si combatte dentro e fuori i confini dell’Occidente. E se gli Stati Uniti sono alle prese con il fantasma incombente di Trump, che ha gestito il ridimensionamento dell’egemonia americana dalla Siria alla Libia all’Afghanistan, l’Europa deve misurarsi con gli amici dell’ex presidente americano a Budapest, a Varsavia, ma anche a Parigi, a Madrid e soprattutto a Roma.
La decisione della Commissione, annunciata da Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione, di voler lanciare una legge sulla libertà dei media e uno strumento per smascherare le ingerenze esterne nella politica dei Paesi Ue dimostra che Bruxelles è ormai ben consapevole della portata e della natura della sfida in atto.
Anche la risoluzione del Parlamento europeo, secondo cui l’Ungheria non può più considerarsi una democrazia, è la riprova che i partiti democratici hanno capito come la sfida lanciata contro il sistema di valori della Ue non debba più essere ignorata. Meloni e Salvini sono parte integrante di questa sfida. Ecco perché non possono, e non vogliono, dissociarsi dal regime di Orbán .
Del resto la spiegazione data dalla leader di Fratelli d’Italia, secondo cui la condanna del governo ungherese è «politica» e pretestuosa, prefigura già la posizione che un futuro governo delle destre populiste italiane si prepara ad assumere di fronte ai rilievi che gli arriveranno da Bruxelles. È lo stesso atteggiamento vittimista e sprezzante manifestato da Orbán quando ha definito «una barzelletta» la risoluzione del Parlamento.
Qualsiasi critica ci verrà dall’Europa, sui conti pubblici come sul blocco navale contro i migranti, sulla tutela delle corporazioni protette come sui condoni fiscali, sarà derubricata, come già fece a suo tempo Berlusconi, ad attacco politico e a complotto anti-italiano.
Il rifiuto dell’Europa, per Meloni come per Orbán , comincia dal rifiuto di una sintassi comune di regole e di valori condivisi. Ma l’obiettivo ultimo, che piace a Putin e a Xi Jinping, è il rifiuto della democrazia liberale come sistema di autogoverno dei popoli.
(da La Repubblica)

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PAPA FRANCESCO ELOGIA NAPOLI E LA SUA FORZA: “SE PENSO A NAPOLI, ALLA SUA STORIA, ALLE DIFFICOLTÀ CHE L’HANNO ATTRAVERSATA, PENSO ALLA STRAORDINARIA CAPACITÀ CREATIVA DEI NAPOLETANI”

Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile

“E PENSO A COME LA SI POSSA USARE PER TIRARE FUORI IL BENE DAL MALE, LA GIOIA DI VIVERE DALLE DIFFICOLTÀ”

“Napoli in qualche modo mi ricorda Buenos Aires. Perché mi parla del Sud”. E’ uno dei passaggi della lunga intervista esclusiva che Papa Francesco ha rilasciato al Il Mattino, per i 130 anni del quotidiano partenopeo.
Un dialogo, quello con il direttore Francesco De Core ed Angelo Scelzo, ex vicedirettore della Sala Stampa Vaticana (una sua dichiarazione nel servizio, ndr.), che parte da Napoli e dal ricordo delle visite del Pontefice in città.
Come ho detto a Napoli tre anni fa – ricorda Francesco – il Mediterraneo è matrice storica, geografica e culturale del dialogo. Ho visto con i miei occhi gli occhi dei migranti. Ho visto la paura e la speranza”.
Il Papa cita la piaga della malavita organizzata, l’infanzia rubata ai bambini privati della loro innocenza, il sacrificio di don Peppe Diana e Giancarlo Siani, fa riferimento alla Terra dei fuochi. Ma ora è “il tempo di reimpostare la rotta sottolinea il Pontefice – Napoli è in qualche modo un paradigma della questione meridionale”.
“Se penso a Napoli, alla sua storia, alle difficoltà che l’hanno attraversata, penso alla straordinaria capacità creativa dei napoletani. E penso a come la si possa usare per tirare Fuori il bene dal male, la gioia di vivere dalle difficoltà”.
“L’allegria. Il pensare positivo. La resilienza. La generosità. Sono queste le doti di Napoli che ammiro di più dice Francesco. Insieme alla capacità di vedere davvero i poveri, di guardarli negli occhi e di non restare indifferenti. Penso che dai napoletani ci sono tante cose da imparare”.
(da Rai)

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MA PUTIN NON AVEVA GIÀ VINTO? DITE A ORSINI E ALTRI RUSSOFILI CHE L’ESERCITO UCRAINO DA INIZIO SETTEMBRE HA RICONQUISTATO 60MILA KM QUADRATI (CIOÈ UNO SPAZIO PIÙ GRANDE DELLA SARDEGNA E LA SICILIA MESSE INSIEME)

Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile

LE ARMI AMERICANE ED EUROPEE IN MANO ALL’ESERCITO DI ZELENSKY STANNO RICACCIANDO “L’ARMATA LESSA” VERSO IL CONFINE RUSSO E IL CREMLINO RIDIMENSIONA GLI OBIETTIVI MILITARI E POLITICI

Quanto territorio ha riconquistato l’Ucraina grazie all’avanzata sferrata da inizio settembre? Circa 60.000 chilometri quadrati, secondo quanto calcolato dall’Institute for the study of the war (ISW), un centro studi americano che segue da vicino il conflitto scoppiato a febbraio con aggiornamenti quotidiani e mappe che mostrano l’evolversi della situazione sul terreno.
Sessantamila chilometri quadrati – per dare un’idea – sono un territorio più vasto della Sicilia e della Sardegna messe assieme.
E la situazione è in continua evoluzione dopo che le armate di Mosca sono state costrette ad arretrare e il Cremlino a ridimensionare i suoi obiettivi sia militari che politici.
La prima fase
Allo scoppio del conflitto, il 24 febbraio 2022, l’obiettivo strategico di Putin è abbattere il governo di Zelensky sostituendolo con un regime amico. Per questo il primo attacco viene sferrato nella zona di Kiev, in particolare sull’aeroporto di Hostomel individuato come testa di ponte per lo sbarco di truppe aviotrasportate. Il blitz però fallisce e benché la capitale subisca massicci bombardamenti e le città circostanti siano oggetto di una brutale occupazione (ad esempio Bucha) i russi non avranno mai il controllo della regione.
Ad aprile la massima espansione russa
Tra marzo e aprile l’Ucraina vive il suo momento di massima difficoltà militare. Mosca concentra i suoi attacchi nel settore nord e a sud est, avanza nel Donbass e soprattutto conquista la fascia costiera attorno a Mariupol – città attorno alla quale si scatena una furiosa battaglia. Ad aprile le truppe di Mosca hanno saldato la Crimea, invasa nel 2014 al Donbass, l’Ucraina perde ogni sbocco sul mar d’Azov e Odessa, ultimo porto rimasto a Kiev è più volte bombardata.
La controffensiva di settembre
Grazie all’arrivo massiccio di armi dall’Occidente. l’Ucraina riesce non solo a resistere ma anche a riorganizzarsi. I russi, a loro volta, mostrano gravissime insufficienze nell’organizzazione sul terreno, nella preparazione, nella catena di rifornimento logistico. Il conflitto sembra svoltare a partire da settembre quando le armate di Kiev, dopo aver fatto credere una imminente offensiva a sud, nel settore di Kherson, sferrano un attacco a est, in direzione del Donbass e arrivando in prossimità del confine con la Russia. In pochi giorni vengono liberati migliaia di chilometri quadrati di territorio.
(da agenzie)

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MARCHE, IN CORSO PERQUISIZIONI NEI COMUNI

Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile

GLI INQUIRENTI, DOPO IL BLITZ IN REGIONE, CERCANO DOCIUMENTI SULLA MANCATA MANUTENZIONE CHE AVREBBE CAUSATO L’ALLUVIONE

Nelle Marche sono in corso le ricerche dei carabinieri nei documenti dei comuni colpiti dall’alluvione del 15 settembre. Nello specifico, i forestali si trovano dalle 9 di questa mattina nel comune di Ostra (AN), dove sono morte quattro delle 11 vittime accertate dell’alluvione.
Le forze dell’ordine sono alla ricerca alle di documenti che forniscano maggiori informazioni sugli interventi disposti per la manutenzione del corso del fiume Misa, la cui esondazione ha messo in ginocchio le province di Ancona e Pesaro Urbino.
Rimane da capire, infatti, se i lavori sono stati effettuati, in che maniera e da chi. Perquisizioni simili sono in corso anche a Sassoferrato e Senigallia. Nell’ambito dell’investigazione i carabinieri sentiranno anche gli operatori tecnici e il personale preposto alla salvaguardia del fiume, così come la popolazione alluvionata.
Le indagini
I carabinieri del Nucleo Investigativo di Ancona si erano già presentati negli uffici della Regione – inclusi quelli della Protezione Civile – venerdì 17. A guidare le indagini sono la procuratrice Valentina D’Agostino e la pm Valeria Cigliola.
Un’ulteriore inchiesta era stata aperta a giugno dalle forze dell’ordine sulle imprese che dovevano occuparsi della pulizia di alcuni tratti fluviali del Misa.
Un funzionario regionale era stato arrestato e su quattro dipendenti pendono accuse di corruzione, truffa e rivelazione di segreto d’ufficio. Pare, infatti, che la ditta abbia sfalciato più vegetazione del dovuto per poi rivenderla a una compagnia produttrice di biocarburante. L’alveo del fiume avrebbe dovuto essere pulito di più, gli argini alzati, e gli edifici dovrebbero essere costruiti più lontani.
Resta poi il giallo sulle vasche di laminazione dove si dovrebbe cumulare l’acqua in caso di esondazioni. Il progetto esiste dagli anni ’80, ha subito numerose modifiche, ma l’infrastruttura in quarant’anni non ha mai visto la luce.
Dal 1980 ad oggi l’Italia ha speso 51 miliardi in interventi emergenziali contro il dissesto idrogeologico
Quello delle Marche è solo l’ultimo disastro causato da dissesto idrogeologico, ma a storia dell’Italia ne è piena. Alluvioni e frane sono costati al nostro Paese 51 miliardi dal 1980 al 2020. Lo rivelano i dati dell’Eea (la European Environment Agency) che evidenziano come il nostro sia lo Stato che ha speso di più tra quelli presi in considerazione. Per fare fronti ad alluvioni, terremoti, frane e smottamenti, la Germania ha speso 36 miliardi, mentre la Francia 35. Le vittime sono 21 mila in Italia, 27 mila in Francia e 42 mila in Germania.
Se alla spesa emergenziale si somma anche quella stanziata per fare fronte alle ondate di calore, quella dei tre Paesi in oggetto si attesta a 90, 98, e 108 miliardi. I dati della Wmo, l’organizzazione meteorologica mondiale – riportati da la Repubblica – mostrano che nelle singole alluvioni si muore molto meno rispetto a 50 anni fa – le vittime totali si sono ridotte di un terzo – anche se il numero di eventi di questo tipo è quintuplicato. In Italia sono in 8 milioni a vivere in aree ad alto rischio di dissesto idrogeologico.
(da La Repubblica)

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ECCO LE FOTO SCATTATE A CASA DI HASIB OMEROVIC SUBITO DOPO CHE IL SORDOMUTO È VOLATO DALLA FINESTRA DI CASA A ROMA

Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile

LE IMMAGINI SEMBRANO SMENTIRE LA VERSIONE DEI QUATTRO POLIZIOTTI, CHE PARLANO DI UN NORMALE CONTROLLO: PORTA DI CAMERA SFONDATA, UNA SCOPA SPEZZATA, IL SANGUE SULLA MAGLIETTA DI HASIB. TUTTI ELEMENTI CHE FANNO PENSARE A UNA LOTTA VIOLENTA

La fotografia del corpo di Hasib Omerovic disteso sull’asfalto, dopo essere precipitato dalla finestra della sua camera da letto, non è l’unica istantanea scattata quel giorno.
Ci sono alcune fotografie che raccontano ciò che è accaduto in quella casa al primo piano di via al civico 24 di via Girolamo Aleandro, tra il lotti popolari di Primavalle: sono immagini che mal si coniugano con la tesi dei poliziotti, secondo cui Hasib si sarebbe improvvisamente lanciato dalla finestra.
Piuttosto sembrano confermare il racconto di Sonita, la sorella della vittima, una ragazza che potrebbe non essere ritenuta attendibile per la sua disabilità. A supporto della versione di Sonita ci sono le immagini finite sulla scrivania del pm Stefano Luciani che indaga per falso e tentato omicidio.
Il sospetto è che si sia trattato di un intervento muscolare, di una spedizione organizzata dagli agenti per intimorire il trentaseienne, nella convinzione che potesse aver infastidito una parente, forse la nipote, di uno dei quattro poliziotti coinvolti.
La sequenza di fotografie sono a supporto del racconto della sorella di Hasib. La ragazza dice di aver aperto la porta, «una donna con degli uomini vestiti normalmente sono entrati in casa, la donna ha chiuso la serranda della finestra del salone, hanno chiesto i documenti di Hasib» . Ed effettivamente, dicono i parenti del ragazzo mostrando la prima foto, «sul tavolo del salone abbiamo ritrovato in bell’ordine una serie di documenti e altri effetti personali di Hasib».
«Hanno fatto le foto, lo hanno picchiato con il bastone», continua il racconto che Sonita ripete da quel giorno come un mantra. La seconda immagine mostra infatti «il bastone di una scopa spezzato all’interno della camera da letto». «Hasib è caduto e hanno iniziato a dargli i calci, è scappato in camera e si è chiuso in camera loro hanno rotto la porta, gli hanno dato pugni e calci», prosegue la ragazza rendendo altre tre foto sospette.
La prima ritrae «la serratura della porta d’ingresso della camera di Hasib: è completamente divelta ed è stata rinvenuta smontata, a terra, dietro a un secchio della camera”. I segni sullo stipite mostrano con ogni evidenza che la porta è stata sfondata, mentre la seconda e la terza foto, quelle che ritraggono i resti di un ventilatore adagiati per terra e «la tubatura esterna del termosifone della camera da letto di Hasib sradicata dal muro», sembrano elementi caratteristici di una colluttazione.
E poi ci sono tutti gli altri elementi, le altre foto, le macchie che sporcano di sangue il ponte di Brooklyn e lo skateboard stampati sulla felpa grigia indossata da Hasib, le macchie ematiche sulle lenzuola verdi e le immagini che certificano l’unica verità: Hasib disteso sull’asfalto, dopo un volo di 9 metri.
«Lo hanno preso dai piedi e lo hanno buttato giù», dice Sonita. Una dichiarazione che ha portato la procura a ipotizzare il reato di tentato omicidio.
(da La Repubblica)

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IL DRAMMATICO VIDEO DEL FUNERALE IN MARE DI UNA MIGRANTE SIRIANA DECEDUTA MENTRE PROVAVA AD ATTRAVERSARE IL MEDITERRANEO

Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile

NEL FILMATO SI VEDE IL CORPO GETTATO IN MARE LEGATO A UN SALVAGENTE E A UN GIUBBOTTINO ROSA, MENTRE I NAUFRAGHI PIANGONO E PREGANO… LA BARCA ERA PARTITA DALLA TURCHIA ED È ARRIVATA A POZZALLO

Corpi gettati in mare davanti agli occhi dei propri familiari, urla e preghiere di rassegnazione. Nelle immagini c’è l’orrore dell’ultima tragedia nel Mediterraneo centrale, rimasta scolpita nel volto dei 26 naufraghi sbarcati al porto di Pozzallo, lunedì scorso.
A postare il video, rimosso dopo poche ore, è stata l’attivista per i diritti umani Nawal Soufi, punto di riferimento per la comunità siriana nel mondo, da anni impegnata a dare voce ai profughi che cercano di raggiungere la salvezza in Europa.
In quelle immagini c’è il momento più doloroso di un lungo viaggio durato 14 giorni, da quando il 29 agosto l’imbarcazione con 34 migranti siriani era partita dal porto di Antalya in Turchia.
In assenza di soccorsi, sei delle persone a bordo sono morte di sete: due erano bambini di uno e due anni, un ragazzino di 12 e tre donne.
Nel video il momento più atroce del viaggio. Il corpo di una donna viene gettato in mare legato a un salvagente e a un giubbottino rosa
Segue il pianto dei naufraghi a bordo, l’urlo di dolore e la preghiera: «Allah akbar», Dio è grande, mentre altri ripetono: «La ilaha illa allah», non avrai altro Dio all’infuori di me, comandamento che in questo caso viene ripetuto dai compagni di viaggio quasi fosse un coro, per ribadire che l’uomo non può nulla davanti alla volontà di Dio.
La ricostruzione dell’ultima tragedia nel Mediterraneo è ora affidata ai magistrati della Procura di Ragusa, che nei prossimi giorni continueranno ad ascoltare le testimonianze dei superstiti, 20 uomini, quattro donne e due minori che si trovano all’interno dell’hotspot adiacente al porto siciliano.
I superstiti, arrivati in stato di shock su un mercantile che li aveva soccorsi a 80 miglia da Siracusa, disidratati e con segni di desquamazione della pelle, sono stati assistiti dal personale dell’Unhcr. Una donna e la sua bambina, soccorsi in mare, sono invece adesso a La Valletta.
A bordo del barcone partito dalla Turchia c’erano anche le mamme dei piccoli morti, che mentre allattavano erano costrette a bere acqua di mare per sopravvivere. «Pensare di gettare o vedere il corpo del proprio figlio in mare è per noi qualcosa di impensabile, eppure è questa la realtà che queste persone sono chiamate ad affrontare», dice Chiara Cardoletti, rappresentante per l’Italia dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati.
«Una traversata durata 14 giorni che oggi dimostra come non ci sia una responsabilità condivisa tra gli Stati europei», aggiunge la rappresentante dell’Unhcr. Nawal Soufi è nel frattempo in contatto con i familiari della donna gettata in mare: «Ho rimosso il video perché mancano ancora dei tasselli, ma racconterò tutta la storia e lo pubblicherò nuovamente », dice l’attivista conosciuta anche come l’angelo dei profughi.
Nawal proprio nei giorni scorsi aveva raccontato sul suo blog il dramma della piccola Louijn, la bimba di quattro anni partita dal Libano e morta di sete nel tentativo di raggiungere l’Europa.
(da agenzie)

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DONNE, E’ ARRIVATO L’ARROTINO: AFFILA, ARROTA E ABBASSA LE TASSE

Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile

MATTEO SALVINI SUL PRATONE DI PONTIDA SI TRASFORMA IN CETTO LA QUALUNQUE PROMETTENDO DI TUTTO DI PIU’: “STOP BOLLETTE, AUTONOMIA, FLAT TAX, QUOTA 41, GIUSTIZIA GIUSTA E DECRETI SICUREZZA

Fonti del partito “sparano” 100mila presenti, una cifra gonfiata, visto che gli spazi vuoti sul piazzale resteranno visibili e che nel 2019, l’ultima Pontida vide circa 75mila presenze, su un pratone che oggi ha visto pure una maggiore delimitazione degli spazi disponibili per il pubblico.
La folla si fa sentire, qualche coro ‘Matteo-Matteo’ lo scalda e lui allora lancia la proposta. “Se anche la Rai tirasse un po’ la cinghia – dice – potremmo abolire quel canone che è finito in bolletta, come fanno tante televisioni pubbliche”. Una proposta che nessuno aveva mai sentito dal leghista e che qualcuno scambia quasi per la promessa sorpresa, annunciata nelle scorse ore.
Poco prima però aveva rivelato di aver preparato un patto con i suoi uomini di governo. “Questo è l’impegno dei ministri e governatori a firmare i sei punti per prendere per mano questo Paese e cioè stop bollette, autonomia, flat tax, Quota 41, decreti sicurezza e giustizia giusta.
«Certo, dall’opposizione siamo bravi tutti…». Probabile che a Giorgia Meloni ieri mattina siano fischiate le orecchie. Sul pratone del raduno di Pontida, il convitato di pietra è lei, lei è al centro dei discorsi di molti, ed è il suo successo annunciato a gettare preoccupazione sulla convinzione da tutti condivisa che «si torna a governare».
Causa Covid, l’ultimo raduno si è svolto nel 2019 e il pratone è cambiato. Il verde dell’Insubria, delle Orobie e della Carnia è quasi scomparso, sostituito quasi totalmente dal più salvinianamente connotato azzurro. Tra le eccezioni, il presidente del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, con polo verdina e scarpe in tinta. Del resto, i governatori il loro segnale lo danno. Luca Zaia non rinuncia affatto all’identità veneta, i suoi consiglieri sono tutti con maglietta amaranto e Leone di San Marco e lui ricorda che «questo governo non ha scelte: chiunque va a governare, non avrà scelta».
E indica la scritta «autonomia subito» esposta da alcuni dei suoi. Attenzione: «L’autonomia – dice il presidente veneto – vale anche la messa in discussione di un governo». Lo stesso Fedriga non suona il violino quando dice che la «Lega è una e unita» ma «deve rispondere agli impegni che prende con il suo popolo e con la sua gente». Con un’aggiunta: «Non basta vincere, ma bisogna portare risposte a questo Paese».
Vincere, certo. Ma il vincere perdendo voti a vantaggio dell’alleato fa paura. Il pratone è pieno, ma per alcuni insofferenti vuol dire poco: «Pontida la riempivamo anche quando eravamo al 4%». Perché il voto è mobile, e lo si coglie anche sul prato che fu del giuramento. Lorenzo fa l’ultimo anno delle superiori e lo ammette: «Avevo pensato di passare a Fratelli d’Italia, ma da noi a Firenze le loro giovanili sono troppo di destra».
Lui e la sua famiglia, fino al lockdown erano tutti renziani: «Ora stiamo con la Lega, ma attenzione: a Firenze il Terzo polo potrebbe prendere parecchi voti». E lo stesso pensa il veneto Alessandro, di pochi anni maggiore. Ma le sorprese non finiscono, anzi.
Valeria, 72 anni, Pozzo d’Adda, ha votato Lega fin da quando esiste: «Ma ora non seguo più come prima. E ci sono cose nuove. Mi piace Italia sovrana e popolare, Marco Rizzo dice cose interessanti».
La famiglia di Paola, da San Benedetto del Tronto, vive di pesca: «Ma da noi l’hanno distrutta, a San Benedetto son rimaste tre lampare. Tre… Si devono tutti dare una svegliata».
Brizio Maggiore risponde indirettamente ai tanti che sul pratone sbuffano dicendo che l’avanzata della Lega al Sud sarà ancora da rimandare dopo il 25 settembre. Lui, classe 1991, assessore a Calimera e consigliere provinciale a Lecce è convinto del contrario: «La Lega anche da noi non è più considerata un partito di altrove, è un partito nazionale come gli altri. Giorgia? Ben venga. L’importante è che vinca il centrodestra».
Senza però regalare nulla. Giulio Centenaro ha la maglietta con il «Leon» dei consiglieri regionali. E avvisa i naviganti, anche se alleati: «Il presidenzialismo non è scritto nella Costituzione, l’autonomia sì». Questo per dire che cosa? «Che si deve fare prima l’autonomia che il presidenzialismo, anche perché cambiare la Costituzione è più lunga». Guido Crosetto è servito.
(da Il Corriere della Sera)

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