Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
I FONDI PER INTERVENIRE SUGLI ARGINI SONO STATI STANZIATI 36 ANNI FA MA NESSUNO LI HA MAI UTILIZZATI
Trentasei anni per assistere impotenti ad almeno tre alluvioni, costate una ventina di morti e danni per milioni di euro, e a una miriade di episodi minori collegati comunque a ondate di maltempo che non sono stati sufficienti per spingere chi avrebbe dovuto a mettere in sicurezza il fiume Misa.
Un corso d’acqua «a carattere torrentizio» che — come l’ingegner Alessandro Mancinelli, già consulente del comune di Senigallia aveva spiegato tempo fa in una sua relazione sul Piano straordinario di individuazione delle aree a rischio idraulico — è capace «di portate nulle nel regime di magra e di piene di centinaia di metri cubi». Anche senza bombe d’acqua, evidentemente.
È in particolare dal 1986, quando sono stati stanziati miliardi per la messa in sicurezza degli argini del Misa con i Fondi per gli investimenti e l’occupazione (Fio), che si comincia a parlare di cantieri da aprire a Senigallia per evitare le alluvioni che si sono susseguite numerose fin dal 1765: solo dal Novecento sono già state 13, le ultime tre in soli 16 anni.
Tutto ruota attorno alla creazione delle aree di laminazione, che servono a invasare le acque della piena e impedire che escano dagli argini e vengano mandate a valle. «Si tratta di milioni di metri cubi d’acqua», spiega Erasmo D’Angelis, ora segretario generale dell’Autorità di bacino del Tevere ma che nel 2014 — proprio all’indomani dell’alluvione del 3 maggio che aveva colpito sempre Senigallia provocando quattro morti — era il coordinatore della struttura di missione di Italia sicura, il programma del governo Renzi che aveva stanziato 45 milioni di euro degli otto miliardi complessivi, proprio per la costruzione della cassa di espansione per il Misa.
«Immensi contenitori, vasche enormi — spiega D’Angelis — che servono a immagazzinare l’acqua per frenarla. Il governo Conte ha cancellato Italia sicura e quel progetto, ma analoghe iniziative già finanziate a Genova e Firenze sono andate avanti». Anche questa avrebbe seguito la stessa strada, se tutto non si fosse fermato nel settembre 2020. «Per una questione di espropri — aggiunge — la procedura si è bloccata ancora per un anno e solo nel febbraio scorso, dopo le pressioni dei sindaci del territorio, c’è stata la consegna dei lavori, ma ancora non è partito nulla. Sono state sistemate solo alcune arginature».
Già il progetto del 1986 della Regione Marche non aveva visto la luce perché bocciato in quanto prevedeva un enorme cassone in cemento armato che non solo era stato considerato dagli esperti un errore dal punto di vista idraulico, ma avrebbe anche avuto un impatto negativo sull’ambiente.
Il successivo progetto, che prevedeva l’impiego di altri materiali, con la terra battuta, era stato invece inserito nel piano di Italia sicura. «Vi avevano partecipato tutti, dall’Autorità di bacino alla Protezione civile, e poi il Comune e la Regione — ricorda D’Angelis — non se n’è fatto nulla, eppure quel progetto non era politico ma una necessità per il territorio, come si vede oggi. Le casse di espansione, due delle quali sono già state progettate, erano necessarie. In questo campo il tempo fa la differenza, se lo sprechi corri dei rischi».
Senza contare che già nel 2009 la Regione aveva avviato gare per i lavori di messa in sicurezza del fiume perché ritenute «urgenti e prioritarie» ma anche in questo caso, nonostante i fondi fossero a disposizione, solo una minima parte degli interventi sul Misa è stata portata a termine.
Un caso di mala-burocrazia che si è trascinato fino al 2018 con i primi bandi, gli appalti assegnati ma solo per un tratto di Misa, con il blocco dei lavori a causa di problemi collegati alla valutazione di impatto ambientale. La modifica del progetto è durata altri tre anni, fino al 2021 quando finalmente i 900 mila euro stanziati per il posizionamento delle vasche di espansione hanno un loro utilizzo in un cantiere che viene aperto, appunto, pochi mesi fa. In questo caso in località Bettolelle.
Eppure sono state proprio le Marche a considerare il Misa un’area «a rischio idrogeologico molto elevato» (R4) nel Piano di assetto idrogeologico regionale. L’alluvione del 2006 ha portato alla progettazione di interventi con il posizionamento di casse di espansione in vari punti del fiume, come nel bacino del rio Scaricalasino.
Ma a tutt’oggi gli interventi hanno riguardato, solo quando è stato possibile, la bonifica del letto del fiume e il dragaggio per cercare di rimuovere i detriti dell’alluvione del 2014. Troppo poco, evidentemente. Senza contare il nodo della pulizia dei terreni colpiti dall’ondata di siccità di quest’estate, che non hanno opposto resistenza all’acqua uscita dagli argini, come evidenziano ancora oggi dalla Protezione civile, che fa notare anche l’importanza fondamentale di mantenere i fiumi puliti e che le abitazioni non si trovino proprio a ridosso dei corsi d’acqua già a rischio.
(da agenzie)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
NON MOLLA L’IDEA DI CANDIDARSI ALLA REGIONE LOMBARDIA, NONOSTANTE L’OPPOSIZIONE DI SALVINI MA ASPETTA UNA RISPOSTA “DOPO LA FORMAZIONE DEL GOVERNO”
Dottoressa Letizia Moratti, riavvolgiamo il nastro. Siamo a giugno.
Lei dà la sua disponibilità a candidarsi alle Regionali lombarde per il centrodestra. Dopo qualche giorno Salvini ribadisce che il candidato è Fontana. Che succede adesso?
«Mi sono messa a disposizione come ho fatto in passato quando mi è stato chiesto. Dall’impegno in Regione Lombardia a gennaio 2021 come vicepresidente ed assessore al Welfare alla candidatura per la presidenza della Repubblica lo scorso febbraio. Per non citare i ruoli passati come sindaco di Milano e ministro dell’Istruzione».
Chi le ha chiesto di candidarsi?
«Voglio evitare di creare confusione in questo momento a ridosso delle elezioni nazionali».
La sua candidatura è ancora sul piatto?
«Sono a disposizione secondo principi di rispetto e lealtà sino a quando verrà fatta una scelta definitiva. Ritengo di poter offrire, anche con una mia importante rete civica già attiva, un valore aggiunto alla Lombardia, come ho dimostrato in un anno e nove mesi di lavoro».
Anche al di fuori del centrodestra?
«Come ho detto confermo la mia disponibilità in un’ottica di lealtà fino a quando non mi sarà data una risposta definitiva».
Quando?
«Dopo che si sarà formato il nuovo governo. Chiaramente in tempo utile per rispetto degli elettori e per poter ascoltare i territori».
Fontana aspetta ancora la benedizione di tutto il centrodestra. Lei ha parlato con Meloni e Berlusconi?
«Le interlocuzioni sono sempre attive. Adesso è in corso un’importante campagna elettorale nazionale ed è giusto che ci si concentri su quella».
È vero che Berlusconi ha messo un veto sul suo nome?
«Non mi risulta affatto».
A FI la Sicilia, a FdI il Lazio, alla Lega la Lombardia. È così o la partita è ancora aperta?
«Intendo la politica come una delle massime espressioni dell’impegno civile democratico e repubblicano, non come una spartizione di poltrone o una lottizzazione fatta con il manuale Cencelli alla mano. Ritengo sia doveroso, per rispetto dei cittadini, proporre programmi adeguati per rispondere ai problemi concreti e figure in grado di metterli in pratica assumendosene la piena responsabilità».
Da candidata alle Regionali a possibile ministra in un governo del centrodestra. Prenderebbe il posto di Speranza?
«Il ministero della Salute è centrale nell’esecutivo per la necessità irrimandabile di investire sul sistema sanitario pubblico. Ritengo però di poter dare un contributo più completo nella mia Regione».
Com’è il suo rapporto con Giorgia Meloni?
«Di reciproca stima e cordialità. Giorgia Meloni è una persona molto seria, coerente e onesta. Si impegna, studia, si prepara cercando di ascoltare e comprendere le problematiche per poi riuscire a dare risposte concrete. Pur provenendo da estrazioni culturali diverse, la apprezzo per il pragmatismo: è una donna»
Si è parlato di lei anche come premier nel caso Meloni abdicasse. Quanto c’è di vero?
«Spetterà al capo dello Stato assegnare l’incarico di formare il nuovo governo sulla base dell’esito elettorale e delle consultazioni. Massimo rispetto istituzionale per il presidente Mattarella, chiamato a un compito ponderoso».
Ha criticato FI e Lega per la sfiducia a Draghi. Si ritrova ancora nel centrodestra?
«Per la situazione interna e soprattutto per il contesto internazionale, sarebbe stato opportuno continuare a sostenere il governo Draghi nel pieno dei suoi poteri. L’autorevolezza del premier, in particolare nello scenario europeo, avrebbe aiutato l’Italia. Di fronte a scenari di ingovernabilità però è stato altrettanto opportuno procedere celermente allo scioglimento delle Camere e al voto. Rivolgersi agli elettori non è mai un errore. Credo che in questo momento sia necessario però per la politica che ha a cuore le sorti del Paese un impegno comune verso una concordia nazionale capace di trovare alti comun denominatori, piuttosto che continue divisioni. Serve uno spirito repubblicano in grado di sintetizzare le differenze all’interno di programmi di ampio respiro e lungo periodo»
Auspica un governo di unità nazionale?
«Di unità di tutte le forze no, perché non sarebbe realistico. Auspico uno spirito di concordia nazionale che escluda gli estremismi e che lavori per trovare punti di convergenza rispetto a tutto ciò che separa. Viviamo un momento estremamente difficile alle prese con una pandemia ancora non finita, di una guerra dentro i confini europei, i problemi energetici stanno colpendo in maniera pesantissima famiglie, imprese, ma anche il terzo settore. Mi è arrivato l’appello di San Patrignano che assiste gratuitamente centinaia di ragazzi e ad agosto dell’anno scorso pagava 70 mila euro di bolletta energetica. Questo agosto è arrivata a 700 mila. In un momento cosi il dovere della politica non è quello di marcare le differenze ma trovare punti comuni che rappresentino l’interesse delle persone».
In che formula politica si può tradurre?
«Credo che le formule politiche cosi schematiche, centrodestra, centro, centrosinistra, siano superate. La società sta cambiando con una velocità impressionante per cui quello che era valido fino a poco tempo fa deve essere rimesso in discussione anche dai partiti. Il tema dei diritti che evolve, i cambiamenti climatici mai veramente presenti nell’agenda politica».
L’agenda del centrodestra?
«Così come potrei dire che il centrosinistra ha sempre visto il tema dell’impresa come tema delle élite e non di chi crea lavoro. Entrambi gli schieramenti devono ripensare a politiche che vanno incontro alle esigenze delle famiglie e delle imprese».
Resta il Terzo polo. Calenda la stima. Lei?
«C’è reciproca stima anche con lui. In questa contesa elettorale apprezzo coloro che si rifanno al metodo di lavoro impostato da Draghi, in particolare all’attenzione rivolta alle necessarie riforme legate al Pnrr, che vanno sostenute e completate. Condivisibile la necessità poi di avviare una politica energetica strategica per l’interesse nazionale che riconfiguri il mix energetico per il fabbisogno del Paese. Un nuovo assetto che deve comprendere la realizzazione di rigassificatori, il via libera alle estrazioni nazionali, il nucleare di ultima generazione. In politica estera, imprescindibile la conferma dell’adesione all’alleanza atlantica e ai principi dell’Europa unita. Senza contare la necessità di provvedere a maggiori investimenti su sanità e istruzione pubbliche».
Il suo nome torna in ogni situazione. Dal Quirinale, a premier, a ministro, a governatrice. Fa gli scongiuri?
«Sono certamente lusingata della stima che mi viene attribuita. Vivo queste candidature come civil servant. Se sono consapevole di poter dare un concreto contributo al bene pubblico mi rendo disponibile, altrimenti declino. Non sono alla ricerca di incarichi, per cui non faccio alcuno scongiuro».
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2022 Riccardo Fucile
DOPO AVER DETTO CHE IL REDDITO DI CITTADINANZA “VA AUMENTATO”, IN SERATA ALTRA DISSOCIAZIONE DALLA MELONI
Il leader di Forza Italia punta i piedi sull’ipotesi di correggere gli accordi con Bruxelles sul Recovery fund, come più volte sostenuto dalla leader di FdI. Nuove tensioni nel centrodestra, dopo quelle sui rapporti con Orban e la Nato
Il centrodestra rischia un altro scontro interno, stavolta sulla possibilità di modificare gli accordi con la Commissione Ue per il Recovery fund, dopo che Silvio Berlusconi ha definito «gravissima» l’ipotesi di ridiscutere il Pnrr se questo dovesse «mettere a rischio risorse preziose che con tanta fatica abbiamo procurato per far ripartire l’Italia». Intervistato dal direttore del neonato Il Settimanale, Claudio Brachino, l’ex premier ha puntato i piedi contro la proposta più volte avanzata soprattuto da Giorgia Meloni di rivedere i patti con Bruxelles, alla luce delle nuove emergenze nate dopo la pandemia di Coronavirus. Berlusconi si dice disposto solo a qualche lieve modifica: «Aggiustamenti marginali naturalmente è del tutto ragionevole farli, in accordo con l’Europa, alla luce di mutate condizioni, ma nulla più di questo. Ridiscutere il Pnrr sarebbe illogico e pericoloso, mentre non c’è nessun motivo vero per chiederlo».
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2022 Riccardo Fucile
RAID IN PIENO CENTRO, LA POLIZIA INDAGA
Raid questa mattina, 17 settembre, contro il gazebo di Impegno
Civico di via Duomo, nel centro di Napoli; gli attivisti del partito guidato da Luigi Di Maio sono stati aggrediti da alcuni sconosciuti che, oltre a danneggiare la struttura, hanno anche strattonato e picchiato i presenti.
A denunciarlo è lo stesso ministro degli Esteri, attraverso i social. Proprio stamattina Di Maio era a Napoli per una passeggiata tra le strade del centro storico, l’aggressione è avvenuta successivamente. Sull’episodio sono in corso indagini per ricostruire la dinamica e identificare i responsabili.
Il ministro Di Maio ha pubblicato sul proprio profilo Instagram un post in cui mostra anche la fotografia dei danni al gazebo:
“A tutto c’è un limite. Gli insulti e il clima d’odio in questa campagna elettorale stanno superando ogni limite. Davanti alle aggressioni fisiche non c’è alcuna giustificazione. Oggi a Napoli i ragazzi di impegno civico sono stati malmenati, le loro magliette strappate, il gazebo distrutto, come potete vedere dalla foto. Questa non è campagna elettorale. Ma a chi fa della violenza uno strumento di propaganda politica dico di fermarsi e chiedere scusa. Spero che tutti gli schieramenti politici si uniscano al mio appello. Noi andiamo avanti con educazione e rispetto, queste minacce non ci intimoriscono, non ci fermano.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2022 Riccardo Fucile
LA FOSSA COMUNE DI IZJUM SCAVATA DOPO L’OCCUPAZIONE RUSSA: COM’ ERA IL BOSCO PRIMA E DOPO LA RITIRATA
«Quando le forze russe si sono recentemente ritirate dalla regione ucraina di Kharkiv, il governo e i media ucraini hanno riferito della scoperta di una fossa comune vicino alla città di Izjum. Queste sono immagini satellitari del cimitero di Pishchansky o ‘cimitero della foresta’ di marzo 2022 e agosto 2022».
Queste le parole che accompagnano le foto pubblicate su Twitter dalla società di tecnologia spaziale americana Maxar Technologies.
Le due foto indicano il luogo in cui è stata ritrovata dopo la ritirata dell’esercito russo una grande fossa comune con centinaia di cadaveri, realizzata proprio durante l’occupazione delle truppe di Mosca.
Secondo le prime stime delle autorità ucraine, finora sarebbero stati ritrovati circa 440 cadaveri, tra cui anche donne e bambini, quasi tutti morti violentemente: «Alcuni sono stati uccisi (a colpi d’arma da fuoco), altri dal fuoco d’artiglieria, o per l’esplosione di mine. Alcuni sono morti negli attacchi aerei», aveva dichiarato il capo della polizia della regione di Kharkiv, Serhii Bolvinov.
Secondo Oleg Synegoubov, il governatore dell’oblast’ di Kharkiv, si tratta di persone «torturate e giustiziate».
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva denunciato la scoperta in un video-messaggio su Telegram: «Vogliamo che il mondo sappia cosa sta realmente accadendo e cosa ha portato l’occupazione russa. La Russia lascia morte ovunque e deve esserne ritenuta responsabile».
La famiglia Stolpakov
Dalle sepolture di massa erano emersi anche i corpi di sei membri appartenenti a una stessa famiglia ucraina. La causa della loro morte sarebbe stata, secondo le prime ricostruzioni, il crollo dell’edificio dove abitavano, distrutto da un attacco missilistico russo il 9 marzo scorso.
Le autorità di Kiev li hanno identificati come la «famiglia Stolpakov»: Elena 31 anni, suo marito Dmytro, 34, le loro figlie, Olesya di 6 anni e Sasha di 8 anni, nonché i nonni, Tetyana e Oleksandr.
La presidenza Ue ceca chiede un tribunale su Izjum
Dopo il ritrovamento di nuove fosse comuni in Ucraina, la Repubblica Ceca attualmente alla presidenza dell’Ue ha chiesto l’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini di guerra. Il ministro degli Esteri ceco Jan Lipavsky ha duramente condannato «simili attacchi contro la popolazione civile», definendoli «impensabili e ripugnanti». «Non dobbiamo trascurarli. Siamo a favore della punizione di tutti i criminali di guerra. Chiedo la rapida istituzione di un tribunale internazionale speciale che persegua il crimine di aggressione», ha aggiunto. Fino ad ora, la Repubblica Ceca ha accolto circa 400.000 rifugiati dall’Ucraina e ha fornito aiuti militari per circa 150 milioni di dollari alle forze armate di Kiev.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2022 Riccardo Fucile
“DOMANI” SCODELLA UN DOCUMENTO DELL’UFFICIO ANTIRICICLAGGIO DELLA BANCA D’ITALIA, CHE SEGNALA COME IL FUTURO DEPUTATO LEGHISTA ABBIA APERTO ANNI FA TRE POLIZZE ASSICURATIVE DEL VALORE DI 190 MILIONI IN LUSSEMBURGO
Antonio Angelucci, detto Tonino, è uno degli editori più influenti
d’Italia. Abruzzese, ex portantino all’ospedale San Camillo di Roma, il proprietario di Libero, Il Tempo e il Corriere dell’Umbria ha costruito nei decenni un colosso della sanità privata.
Matteo Salvini lo ha accolto a braccia aperte candidandolo in un collegio blindato nel Lazio: un editore di peso come Angelucci in parlamento fa sempre comodo.
Nonostante l’imprenditore della sanità sia finito in un numero difficilmente calcolabile di inchieste giudiziarie (per la cronaca, nessuna sentenza di condanna è finora stata emessa dalla Cassazione) e soprattutto non sia esattamente il prototipo del parlamentare modello: nella classifica delle presenze, è al 629esimo posto su 630 (fa peggio solo Michela Vittoria Brambilla, candidata in Forza Italia) con una percentuale di presenza al lavoro pari al tre per cento.
Quello che nessuno sa, però, è che Angelucci è stato anche un recordman assoluto di capitali detenuti all’estero.
Domani è infatti riuscito a ottenere un recentissimo documento dell’Uif, l’ufficio antiriciclaggio della Banca d’Italia, che segnala come il futuro deputato leghista abbia aperto anni fa tre polizze assicurative presso la Swiss Life Luxemburg SA, per una valorizzazione complessiva (a data giugno 2022) di 190 milioni di euro.
Il più rilevante dei prodotti finanziari (per un valore di 189,7 milioni) ha come unico asset al proprio interno la partecipazione nella società chiamata Spa di Lantigos Sca, un’altra holding lussemburghese creata dal politico-imprenditore nel 1999 a cui fanno capo proprio le cliniche italiane.
Ora, il fisco italiano è venuto a conoscenza di quest’immenso patrimonio detenuto all’estero qualche anno fa, quando nel dicembre del 2009 l’imprenditore ha deciso di approfittare dello scudo fiscale voluto da Tremonti (al tempo ministro dell’Economia e suo compagno di partito nel Pdl, ora candidato con i presunti legalisti di Fratelli d’Italia) per far rientrare e “regolarizzare” i suoi denari detenuti in un paradiso fiscale.
È un fatto che Antonio e il figlio Giampaolo abbiano firmato un mandato fiduciario con l’allora Istifid Spa, oggi Unione Fiduciaria Spa, la società di consulenza a cui si è rivolto anche il governatore della Lombardia Attilio Fontana per far rientrare cinque milioni dalla Svizzera dichiarati eredità della madre dentista. Fontana, per la cronaca, non ha mai riportato quel conto in Italia, continua ad averlo in Svizzera ed è gestito tramite Unione fiduciaria.
Ma torniamo agli Angelucci: le polizze vita da 190 milioni che controllano la Spa di Lantigos e la gemella Lantigos Sa sono intestate proprio all’Unione, ma l’unico beneficiario è il fondatore del grande gruppo sanitario ed editoriale.
La struttura societaria è stata creata proprio in concomitanza con lo scudo fiscale del 2009. Come ha segnalato il Sole24Ore, il conferimento delle azioni possedute all’estero in polizze vita intestate a fiduciari «è stato uno degli schemi più utilizzati da chi ha aderito agli scudi fiscali di epoca tremontiana».
Lo ha fatto anche Tonino, che ha pagato le poche tasse dovute per l’emersione dei capitali e ha chiuso quasi tutti i suoi contenziosi con il fisco italiano nel 2018.
Finora, però, nessuno conosceva l’enormità del valore della polizza. Né che il mandato con i fiduciari aveva a oggetto il cambio di contraenza delle polizze assicurative: il beneficiario finale doveva passare da Antonio al rampollo Giampaolo.
Leggendo il report dell’antiriciclaggio si capiscono due cose: in primis l’imprenditore non vuole pagare alcuna imposta per il passaggio; in secondo luogo, l’operazione porta di fatto a un cambio nel controllo del gruppo. Dal padre al figlio.
«Nel mese di maggio 2022», si legge, «il cliente ha chiesto il riscatto totale della polizza, operazione che sarebbe propedeutica al passaggio della partecipazione all’unico figlio Giampaolo tramite patto di famiglia.
Disponendo che la citata liquidazione sia fatta senza l’applicazione della fiscalità. Il cliente (cioè Antonio, ndr) infatti tramite i suoi consulenti di fiducia sosterrebbe che la polizza sia meramente interposta, e che pertanto non si sarebbero i presupposti impositivi». In pratica, il neoleghista non vuole pagare ulteriori tasse per il passaggio della polizza al rampollo. «La fiduciaria ha rifiutato l’esecuzione dell’operazione così come proposta sa Antonio Angelucci ed è in attesa di eventuali ulteriori determinazioni del cliente stesso».
(da editorialedomani)
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Settembre 17th, 2022 Riccardo Fucile
IL LEADER DI PECHINO HA FIRMATO UN TRATTATO CHE PREVEDE UNA NUOVA ROTTA COMMERCIALE SU BINARI DALLA CINA ALL’EUROPA: UN PERCORSO CHE TAGLIA FUORI LA RUSSIA, DOVE ORA È PIÙ DIFFICILE FAR PASSARE LE MERCI A CAUSA DELLE SANZIONI
Il dispetto dell’amico cinese, una linea ferroviaria che porta merci in Europa aggirando la Russia. Nel summit in Uzbekistan c’era in primo piano l’incontro tra Xi Jinping e Putin, un test sulla loro “cooperazione senza limiti”. Lo zar non ha ottenuto molto: nessun sostegno pubblico alla sua “operazione militare speciale” in Ucraina.
Vero, la Cina continua a comprare petrolio e gas salvando la Russia dalle sanzioni occidentali – e sono in programma nuove strutture di trasporto. Ma al summit uzbeko, un po’ in sordina, si è firmato anche l’accordo di una rotta di commercio su binari. Questa dalla Cina all’Europa, con la Russia tagliata fuori.
L’attuale collegamento – che passa dal Kazakistan e dalla Russia – trasporta la stragrande maggioranza del commercio ferroviario cinese con l’Europa, cresciuto da 8 miliardi di dollari nel 2016 a circa 75 miliardi di dollari nel 2021. La nuova linea ha un primo grande vantaggio: è più corta di 900 chilometri. Ma il secondo è quello più importante: evita la Russia, dove a causa delle sanzioni è più difficile muovere le merci.
Queste le tappe del nuovo percorso: Kirghizistan e Uzbekistan, poi Turkmenistan, Iran e Turchia. Serve alla Cina per espandere la sua influenza e diversificare i binari diretti in Europa; e ci guadagnano le nazioni dell’Asia centrale: più collegamenti, tra loro e verso la Cina.
In realtà il progetto non è nuovo, se ne parla da parecchi anni senza far nulla di veramente concreto. La svolta, a quanto pare, è stata la guerra in Ucraina. La guerra, spiega un socio della China Communications and Transportation Association, ha causato “grande incertezza” per i clienti europei. Sono state usate rotte ferroviarie e marittime più lente e costose per aggirare la Russia. La nuova linea sarebbe quindi una preziosa alternativa, tutta su binari – anche perché le sanzioni è probabile che durino ancora a lungo. Xi Jinping sostiene il progetto, che invece la Russia non ha mai amato. A luglio, in ogni caso, si è aggiunto anche il via libera di Putin.
A maggio, i primi segni che qualcosa si stava muovendo. L’annuncio di Sadyr Japarov, presidente del Kirghizistan, che nel 2023 sarebbe iniziata la costruzione di una linea per collegare Cina, Kirghizistan e Uzbekistan. 280 chilometri con un costo di circa 4 miliardi di euro, che garantiranno ai due Stan posti di lavoro, tasse sul transito merci, e “nuove opportunità economiche”, ha detto il presidente dell’Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev.
Ci sono anche molti punti interrogativi. Esperti e diplomatici stranieri dicono che ci sono state in passato troppe false partenze, e che Putin è inaffidabile. Va ricordato poi che gli investimenti esteri della Cina sono ormai in una fase di stallo: 2022 in calo rispetto all’anno precedente, e diversi paesi che faticano a ripagare i debiti accumulati per grosse infrastrutture. Uno di questi sembra proprio il Kirghizistan: è politicamente instabile e deve molti soldi ai cinesi.
Eppure questa potrebbe essere la volta buona. La chiave per il successo, ipotizza l’Economist, è quella di dipendere un po’ meno dalla Cina, trovando fonti diverse di finanziamento. Il maggior slancio progettuale poi sembra venire dall’Uzbekistan, il cui presidente (che ha sostituito un despota dell’era sovietica) si è guadagnato negli anni il favore delle agenzie di sviluppo internazionali e dei governi occidentali.
La Cina è comunque determinante. Ieri sul Global Times, il quotidiano governativo, si parlava dell’apertura di questo nuovo “corridoio meridionale” verso l’Europa, sottolineandone l’utilità strategica “alla luce del conflitto in Ucraina e delle crescenti tensioni geopolitiche globali”. Insomma un passo avanti per rendere la regione più collegata al resto del mondo e meno dipendente dalla Russia. Questo però il Global Times non lo dice.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2022 Riccardo Fucile
LEI LE FA VEDERE LA CARTA D’IDENTITA’: “SONO ITALIANA ALMENO QUANTO TE”… IL SISTEMA IDEALE CONTRO I RAZZISTI? FARLI SCENDERE DAL BUS A CALCI NEL CULO, VEDRAI CHE LA PROSSIMA VOLTA NON ROMPONO I COGLIONI
«Torna al tuo Paese, cosa fate qui». Un insulto fin troppo comune
rivolto da una signora all’influencer Elizabeth Algo, 41enne di origini indiane che da piccola è stata adottata, e per questo di cittadinanza italiana. Assieme a lei, tre giorni fa sul tram 14 di Milano, intorno alle 14.30, i suoi due figli, di 8 e 10 anni, che avrebbero come unica colpa quella di aver messo i loro monopattini in un punto «in cui non davano fastidio a nessuno», racconta Algo nl suo sfogo all’edizione meneghina de la Repubblica.
«Deve far spostare i monopattini, qui non si passa» le avrebbe detto la signora in tono brusco per poi fare riferimento alle origini della donna tra «i lacrimoni» dei figli.
Algo si è sentita ferita. «Ho tirato fuori la carta d’identità e le ho fatto vedere che sono italiana almeno quanto lei», continua l’influencer. «Ma la signora ha continuato a insultarmi» – racconta sul quotidiano -. «”Voi stranieri pensate sempre di avere ragione voi”» le avrebbe detto la donna. Che alla fine le avrebbe dato anche uno spintone.
«Attaccata per il colore della mia pelle»
«Mi ha attaccata solo per il colore della mia pelle, per la mia diversità», denuncia Algo. «Sono stata adottata da piccola da una famiglia italiana, ma sono di origini indiane e da sempre mi scambiano per una persona di nazionalità indiana. Per me va benissimo», spiega l’influencer, che aggiunge «non mi crea alcun problema. Lo diventa quando ci sono episodi di razzismo che mi fanno stare male e su cui non voglio più soprasedere». «Ho solo la pelle diversa», ribadisce la donna. «Non racconto a uno sconosciuto il motivo e perché sono italiana, ma il Paese dove mi dicono di andare con l’arroganza della pelle chiara è lo stesso loro», continua.
La lotta contro la discriminazione
La discriminazione per Algo non è una novità. Diversi episodi le sono capitati quando era più piccola: «Mi hanno spento una sigaretta sul braccio per il colore della mia pelle», denuncia. «Nonostante questo» – spiega – «ho avuto la forza di non chiudermi a riccio ma di parlare con serenità». E ancora: «Spesso vengo scambiata per la tata dei miei figli. Non è un problema, ma mi disturba l’arroganza». Il problema che riguarda le persone adottate è che «chi come noi non ha i tratti europei viene considerato di serie B, siamo italiani ma un po’ meno rispetto agli altri». «Io cerco di cambiare questa mentalità» afferma Algo, «sono una donna, una mamma, una compagna, un’amica come tante altre. Si deve avere il coraggio di affrontare questi atti con saggezza ma anche di denunciarli».
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2022 Riccardo Fucile
PRATICAMENTE DICE L’OPPOSTO DI QUELLO CHE SOSTENGONO SALVINI E LA MELONI
Torna a parlare del reddito di cittadinanza il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi. Lo aveva già fatto a inizio mese, spiegando di volerlo «cambiare».
Oggi il Cavaliere torna sul tema. «Noi non vogliamo eliminare il reddito di cittadinanza, come falsamente dicono i nostri avversari. Anzi, vogliamo aumentarlo ed estenderlo a tutti i cittadini che sono nella povertà che nel nostro paese esiste ed è drammatica».
Sono queste le sue parole in un intervento telefonico a una manifestazione di Forza Italia a Napoli, con la presenza del coordinatore nazionale di partito Antonio Tajani.
«Sono 4,7 milioni» – ha aggiunto Berlusconi riferendosi al capoluogo della regione dove si registra il maggior numero di beneficiari, il 20% della quota nazionale.
«Gli italiani nella povertà assoluta, una vergogna nazionale, e per loro dobbiamo esserci sempre», ha ribadito Berlusconi.
«Per gli altri, soprattutto per i giovani, piuttosto che un sussidio vogliamo offrire l’opportunità di avere un futuro. Dobbiamo offrire al Sud l’opportunità di uscire finalmente da un’antica condizione di disagio, di svantaggio competitivo rispetto al Nord e all’Europa» ha dichiarato poi il Cavaliere.
Le parole del leader di Forza Italia si discostano – quantomeno nell’entusiasmo – da quelle del programma della coalizione di centrodestra, nel quale si legge di una «sostituzione dell’attuale reddito di cittadinanza con misure più efficaci di inclusione sociale e di politiche attive di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro»
(da agenzie)
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