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CONDANNATI, IMPUTATI E INDAGATI: ELETTI IN 34 AL PARLAMENTO

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

10 SONO DELLA LEGA, 8 DI FDI, 6 DI FORZA ITALIA, 4 DEL PD, 3 DI ITALIA VIVA, 1 DEL M5S E 2 DEI MODERATI

Il partito dei condannati, imputati e indagati ha eletto 34 parlamentari e raccolto oltre 2 milioni di voti.
È trasversale, ma molto spostato a destra, visto che ben 23 esponenti appartengono alla coalizione guidata da Giorgia Meloni.
Che però almeno in questa sfida non vince: a precederla c’è la Lega di Matteo Salvini.
Attenzione però: si tratta di dati parziali, perché sono stati considerati solo i risultati dell’uninominale. Altri ancora potrebbero entrare per effetto dello “scorrimento” delle liste, quando gli eletti che si erano candidati in più collegi indicheranno il proprio, consento ai primi non eletti di subentrare.
In ogni caso una prima fotografia è già possibile. Prima della chiusura della campagna elettorale il Fatto ha pubblicato un censimento dei candidati di tutti i partiti alle prese con problemi giudiziari, fossero indagini a carico, processi in corso o condanne passate in giudicato, dividendoli partito per partito: ne saltarono fuori ben 101, come nella famosa carica.
Le urne si sono chiuse domenica e due giorni dopo è possibile indicare quelli che la carica l’hanno avuta davvero, conquistando un seggio nella XIXesima legislatura. La sovrapposizione dei due elenchi dice che le nuove camere avranno 23 deputati e 11 senatori finiti nelle grane per spese pazze, accuse di falso, corruzione, peculato, riciclaggio e via dicendo. Eccoli.
LA LEGA: 10 (8 deputati e 2 senatori)
Tra i primi spicca il “re delle cliniche romane” Antonio Angelucci, già condannato nel 2017 in primo grado a un anno e 4 mesi per truffa e falso per i contributi pubblici ai suoi giornali e anche imputato per istigazione alla corruzione. La spunta in Lombardia Fabrizio Cecchetti, anche lui è stato condannato a 1 anno e 8 mesi in secondo grado nel processo sulle “spese pazze” della Regione Lombardia, la cosiddetta “Rimborsopoli Lombardia”. Il partito di Salvini riesce ad eleggere anche Antonio Minardo, che conquista il seggio a Ragusa (Sicilia2), con 73mila voti nonostante una condanna definitiva a 8 mesi per abuso d’ufficio per una consulenza affidata da presidente del Consorzio Autostrade Siciliane.
In Calabria è eletto con 57mila voti anche Domenico Furgiuele che la Dda di Reggio Calabria chiede di mandare a processo per gli appalti nella Piana di Gioia. E’ rincorso da accuse di peculato Mirco Carloni, ancora a processo in primo grado, insieme ad altri 54, imputato di peculato per i rimborsi in consiglio regionale tra il 2008 e il 2012, circostanza che non gli ha impedito di aggiudicarsi l’uninominale delle Marche con 80.393 voti. Ha invece patteggiato una pena di un anno per il processo “Rimborsopoli” la neo deputata Elena Maccanti, che da Colegno ha preso 77.315 voti. Va a Montecitorio anche Francesco Bruzzone, capolista Liguria, già senatore e già presidente del Consiglio regionale ligure con alle spalle una condanna in primo grado a tre anni e otto mesi nel processo sulle “spese pazze” nel periodo 2008-2010. L’appello è in corso, ma la Corte dei Conti ligure l0 ha condannato a risarcire oltre 33mila euro. Siederà accanto a lui Riccardo Molinari, eletto in Piemonte circoscrizione di Alessandria, con 105mila voti
Al Senato un seggio andrà ovviamente a Matteo Salvini che dovrà decidere tra Calabria, Basilicata, Puglia e Lombardia. Salvini è a processo a Palermo per sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio nel caso Open Arms, per non avere fatto sbarcare 147 migranti nell’agosto del 2019 quando era ministro dell’Interno. Il reato di sequestro di persona, con minori coinvolti, è punito con una pena che arriva fino a 15 anni di carcere. In Senato ottiene un seggio Massimiliano Romeo, candidato a Varese nonostante una condannato in appello per peculato per le spese pazze in Regione dove ottiene 255.695 voti.
FORZA ITALIA: 6 (due deputati, 4 senatori)
Tra le fila di Forza Italia spicca ovviamente il maestro delle pendenze giudiziarie ignorate, Silvio Berlusconi. Si aggiudica il collegio di Monza con 231.440 voti e rientra così in Senato dove fu espulso nel 2013 per decadenza dopo la condanna definitiva a quattro anni per frode fiscale. Le indagini su di lui sono ancora in corso a Milano, Roma e Firenze come presunto mandante occulto delle stragi del 1993. Gli siederà accanto il patron della Lazio Claudio Lotito, eletto in Molise, prescritto nel processo penale (dove era stato condannato in appello a 18 mesi) e squalificato 4 mesi in quello sportivo per Calciopoli. Condannato in via definitiva a 3 mesi convertiti in pena pecuniaria per omessa alienazione delle partecipazioni della Lazio (nello stesso processo prescritto per agiotaggio). E nuovamente prescritto, in fase di udienza preliminare, nell’inchiesta ribattezzata Multopoli e che riguardava la cancellazione di una serie di contravvenzioni.
Con loro ci sarà Mario Occhiuto, fratello del governatore calabrese, sotto processo per bancarotta fraudolenta per il fallimento la società Ofin. La sorella è stata condannata in primo e secondo grado con rito abbreviato. A luglio scorso gli è stato notificato un atto di chiusura delle indagini. Gli viene contestata sempre la bancarotta ma per il fallimento di altre due società. Torna in Parlamento anche Gianfranco Miccichè: per il presidente dell’Assemblea regionale siciliana a febbraio la procura di Agrigento ha chiesto il rinvio a giudizio per finanziamento illecito al partito, nell’ambito dell’inchiesta “Waterloo” della Dia, Guardia di finanza e Carabinieri. L’indagine sostiene come professionisti, politici, istituzioni e forze dell’ordine fossero – secondo l’accusa – asserviti a Girgenti Acque (la società che si occupava della gestione del servizio idrico nell’Agrigentino) in cambio di favori e posti di lavoro per familiari, amici e amanti.
Alla Camera Forza Italia porta Ugo Cappellacci, eletto con 74.236 voti in Sardegna (Cagliari) nonostante sia imputato di corruzione e peculato nell’inchiesta su una presunta tangente da 80mila euro legata all’assegnazione di contributi pubblici quando era presidente della Regione. Condannato in appello dalla Corte dei conti a 220mila euro per il licenziamento del capo ufficio stampa della Regione. Prescritto, invece, nel processo sulla P3. Passando dalla Sicilia (Gela) torna al Senato anche Michela Vittoria Brambilla, che nel 2019 patteggiò , un anno e 4 mesi, con pena sospesa, per il fallimento delle Trafilerie del Lario di Calolziocorte (Lecco).
FRATELLI D’ITALIA: 8 (Sette deputati e un senatore)
Bocciato all’uninominale entra per il proporzionale Giulio Tremonti, neo deputato alla Camera. Patteggiò 4 mesi reclusione, convertiti in pena pecuniaria di 30mila euro e 10mila euro di di multa, per la vicenda dell’alloggio di via Campo Marzio a Roma, pagato da Mauro Milanese. Torna in Parlamento Stefano Maullu, ex europarlamentare di Forza Italia e oggi coordinatore milanese del partito della Meloni, indagato a Bergamo per false comunicazione a pm nell’ambito di una inchiesta relativa al fallimento della Maxwork in cui è indagato anche il senatore Paolo Romani. A fine marzo la Procura di Bergamo indaga per corruzione il senatore Paolo Romani, storico forzista poi passato a “Cambiamo”. Alla “rimborsopoli” piemontese deve una condanna a un anno e sette mesi e tuttavia Augusta Montaruli conquista con 68.367 voti il suo seggio alla Camera. Pesca 93.648 voti Salvatore Caiata, ex presidente del Potenza Calcio candidato in Basilicata nonostante un’indagine per corruzione e riciclaggio azionata dalla Gdf di Siena che hanno chiesto una proroga delle indagini.
In Emilia viene eletto Tommaso Foti, indagato per corruzione e traffico di influenze illecite per lavori pubblici e appalti che incassa lo stesso dalle urne ben 92.699 voti. Ne prende 117.994 l’ex consigliere comunale di Brescia Giangiacomo Calovini, che Fdi ha candidato in Lombardia 3 (Desenzano del Garda), nonostante sia indagato dalla Procura di Milano nell’inchiesta che vede accusato, sempre di corruzione “per atti contrari ai doveri d’ufficio”, anche l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza.
In Abruzzo passa Guerino Testa, capogruppo di FdI nel Consiglio regionale: imputato insieme ad altre 17 persone nel procedimento sul fallimento delle società riconducibili all’imprenditore Carmine De Nicola. Testa ha chiesto di patteggiare 1 anno e 6 mesi di reclusione per alcune bancarotte (pena sospesa) ed è stato assolto dall’accusa di associazione a delinquere.
In un’inchiesta corollario di questa, però, è finito nuovamente tra gli indagati con l’accusa di bancarotta fraudolenta. Nel mirino delle indagini la sua attività da commercialista. Al Senato agguanta un seggio Francesco Zaffini, che il partito di Meloni ha candidato in Umbria (Perugia) dove ha ottenuto 199.690 voti, nonostante sia imputato nell’inchiesta sui rimborsi regionali iniziato un anno fa.
ITALIA VIVA: 3 (1 deputato, 2 senatori)
Matteo Renzi e Maria Elena Boschi rientrano in Parlamento accomunati dal fatto di essere imputati per finanziamento illecito nel processo sulla fondazione Open. Il leader e senatore in quanto “direttore di fatto”, insieme a Lotti, Boschi, Bianchi e Carrai (membri del Consiglio direttivo), perché “riceveva, in violazione della normativa”, 3.567.562 euro che i finanziatori consegnavano alla Fondazione Open; “somme utilizzate per sostenere l’attività politica di Renzi, Lotti e Boschi e della corrente renziana”. La Boschi in quanto membro del Consiglio direttivo andrà alla Camera. Sempre alla Camera passa Giuseppe Castiglione, ex alfaniano appena uscito da Forza Italia, re delle preferenze in Sicilia orientale, imputato per corruzione elettorale e turbativa d’asta nel processo sulla gestione del Cara di Mineo. Quando nel 2015 l’inchiesta è diventata di dominio pubblico, Giuseppe Castiglione era sottosegretario all’Agricoltura del governo Renzi. Ha anche chiesto e ottenuto il giudizio immediato, ma il processo è ancora in corso.
MOVIMENTO CINQUE STELLE: 1 deputato
Nel Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte un solo caso tra 52 deputati eletti. Si tratta di Chiara Appendino che ha subìto condanna in primo grado a 1 anno e 6 mesi per disastro, lesioni e omicidio colposo per la tragedia di piazza San Carlo a Torino, di cui era sindaca, del maggio 2017. Con tutti i componenti della sua vecchia giunta e quelli della giunta Chiamparino è indagata per la vicenda dell’eccesso di morti legati allo smog. Tra gli indagati c’è anche Fassino. La procura ha avanzato richiesta di archiviazione.
PARTITO DEMOCRATICO: 4 deputati
Tra gli 85 deputati eletti col centrosinistra approda a Montecitorio Piero De Luca capolista in Campania 2. Deputato e figlio del governatore della Campania, è imputato per bancarotta per il crac della società immobiliare Ifil C&D, coinvolta nel crac Amato. A De Luca junior, nella fattispecie, viene contestato di aver beneficiato tra il 2009 ed il 2011 del pagamento di viaggi in Lussemburgo, sede lavorativa del rampollo dell’ex sindaco di Salerno: secondo l’accusa, quei voli sono stati pagati con denaro della Ifil dall’imprenditore Mario Del Mese.
Vicino a lui siederà l’ex governatore e attuale senatore Luciano D’Alfonso, a processo per falso ideologico: avrebbe contribuito a certificare, nella delibera di indirizzo per la riqualificazione e realizzazione del parco Villa delle Rose di Lanciano (Chieti), redatta il 3 giugno del 2016, la presenza del presidente in giunta, mentre D’Alfonso si trovava altrove.
Il Veneto elegge Piero Fassino, a processo per la gestione del Salone del libro. Fassino è processato (insieme ad altri) per due vicende. La prima si riferisce al bando per l’organizzazione delle edizioni 2016-2018, che sarebbe stato confezionato su misura per GL Events. Si procede per turbativa d’asta. La seconda è legata alle mosse che accompagnarono ricerca di grossi finanziatori per il 2016. La procura è del parere che pur di aprire le porte a Intesa San Paolo, garantendogli la posizione di sponsor esclusivo, siano stati concepiti bandi di gara ad hoc. E’ anche indagato insieme a tutti i componenti della giunta Appendino e Chiamparino per la vicenda dell’eccesso di morti legati allo smog. La procura ha avanzato richiesta di archiviazione.
In Puglia passa infine Claudio Stefanazzi, capogabinetto di Emiliano, imputato a Torino, insieme al presidente della Regione per finanziamento illecito ai partiti nella vicenda giudiziaria legata alle primarie per la segreteria nazionale Pd del 2017. Ultimo rinvio a marzo. Nello stesso mese a lui e al dirigente della Regione Puglia Elio Sannicandro, è stato notificato un avviso di conclusione delle indagini. Avrebbe “attestato falsamente” l’idoneità del secondo a ricoprire il ruolo di componente della commissione che ha aggiudicato l’appalto da oltre 160 milioni di euro per la costruzione del nuovo ospedale San Cataldo di Taranto, pur essendo a conoscenza di una serie di motivi che lo rendevano incompatibile.
NOI MODERATI: 2 deputati
Anche “Noi moderati” è della partita, con due nomi come Francesco Saverio Romano e Alessandro Colucci. Il primo è l’ex ministro dell’Agricoltura che conquista un seggio alla Camera in Sicilia (Bagheria) forte di 54.321 voti in Sicilia e candidato nonostante sia indagato dalla Procura di Roma sulla fornitura di mascherine durante la prima emergenza Covid. Attuale deputato, nel 2021 ha Colucci ha patteggiato una pena di un anno, 8 mesi e 20 giorni per lo scandalo “Rimborsopoli” alla Regione Lombardia. In primo grado era stato condannato a 2 anni e 2 mesi. E’ stato candidato a Galatina e avuto 79.977 voti.
(da Il Fatto Quotidiano)

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I POVERI NON VOTANO E I GIOVANI PREFERISCONO M5S E PD

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

TRA GLI STUDENTI NESSUNO VOTA LEGA, IL CETO ALTO VOTA FDI. GLI IMPRENDITORI CALENDA E I POVERI IL M5S (MA LA META’ NON VA NEANCHE A VOTARE)

Oggi Ipsos ha pubblicato un interessante grafico che praticamente nessuno si leggerà sull’analisi del voto del 25 settembre 2022.
Eppure dentro ci sono delle cose assai importanti. Risposte a domande che i partiti dovrebbero farsi.
Prima di tutto: per chi votano i giovani?
Bisogna incrociare due dati: quello sull’età e quello sulla professione. Nella fascia d’età 18-34 anni prevale il Pd con il 18,7 per cento, che prende più della Meloni ma il primo partito è il Movimento 5 Stelle, che sfiora il 21 per cento.
Il secondo dato riguarda la professione. Tra gli studenti praticamente nessuno vota Lega: 3,1 per cento, e solo il 10 vota Fdi. Il Pd è al 24,3 per cento e il M5S è al 24,8 per cento. Conclusione: i giovani votano M5S. Bisognerebbe pensarci su.
Seconda domanda: il ceto medio chi vota?
Anche qui si incrociano più dati ma il principale è quello sul reddito: la fascia media, e medio-bassa dice che vota Meloni per oltre il 27 per cento, quindi 3 punti sopra il risultato complessivo di Fdi.
Il ceto medio-alto vota pesantemente Pd, mentre i ricchi, con una condizione economica elevata preferiscono la Meloni ai Dem, ma di poco.
Ci sono altri dati interessanti
Quelli che votano di più il Terzo Polo sono gli imprenditori, i dirigenti e i liberi professionisti (12,3 per cento). Ma soprattutto chi ha una condizione economica bassa vota per il 25 per cento il Movimento 5 Stelle, e per il 49,4 per cento si astiene.
Insomma: i poveri e chi ha più bisogno di essere aiutato dalla politica non vota. Non crede più a niente, e quei pochi che ci credono pensano che la cosa migliore è essere assistiti dallo Stato. Non una cosa incoraggiante.
(da true-news.it)

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DA DOVE SONO ARRIVATI I 5,9 MILIONI DI VOTI IN PIÙ RISPETTO AL 2018 PER FRATELLI D’ITALIA? FACILE, DA LEGA E FORZA ITALIA

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

IL TERZO POL(L)O RUBA A LETTA TRA IL 10 E IL 20% DEI VOTI

Fratelli d’Italia cannibale, che mangia i suoi alleati. Il dato era evidente già domenica sera, per così dire a occhio nudo. E il conteggio dei voti reali lo rende impietoso: 5,9 milioni di voti in più rispetto al 2018 per il partito di Giorgia Meloni (dal 4 al 26%), 3 milioni e 200mila voti in meno per la Lega (dal 17,3 all’8,7%), quasi due milioni e 330mila in meno per Forza Italia (dal 14 all’8%).
Le analisi dei flussi dei vari istituti (il Cattaneo su dati reali di sezione in dieci grandi comuni, Swg e Ixè sulla base di sondaggi) pubblicati ieri non possono dunque che confermare il trend.
E nel caso del Cattaneo, che fa riferimento anche alle europee del 2019 quando la Lega di Matteo Salvini arrivò al tetto del 34,3%, lo svuotamento è ancora più evidente.
«Si tratta in larga prevalenza di scambi interni all’elettorato di centrodestra – scrivono nel rapporto che accompagna le tabelle i curatori Salvatore Vassallo e Rinaldo Viganti -. Si può dire che, grosso modo, nelle città analizzate l’elettorato di FdI è formato per più dell’80 per cento da elettori che alle europee avevano già scelto il centrodestra, mentre la parte restante si divide tra recuperi dall’astensione e variamente dal centrosinistra e da altri partiti».
La perdita della Lega verso FdI «è ingente», ma il partito di Salvini perde un po’ in tutte le direzioni: verso Forza Italia, soprattutto al Sud, e verso l’astensione.
Ma la crescita eccezionale di FdI non è l’unico spostamento di massa dal 2018.
Il M5s prese cinque anni fa il 33% dei voti vincendo la palma di primo partito. Dove sono finiti quei voti, visto che il consenso si è più che dimezzato (15,5%)? Si tratta di 6 milioni e 400mila voti in uscita, uno spostamento ancora maggiore di quello in entrata verso FdI.
In questo caso va segnalato che la mobilità elettorale tra il 2018 e il 2022 ha attraversato due fasi ben distinte: nella prima (2018-2019) c’è stato un significativo travaso di voti dal M5s al centrodestra, travaso di cui inizialmente ha beneficiato soprattutto la Lega (infatti alle europee del 2019, un anno dopo le politiche, il M5s era già sceso al 17%); nella seconda gli schieramenti sono rimasti abbastanza stabili mentre c’è stato un significativo travaso interno al centrodestra, con i voti di Forza Italia e soprattutto della Lega – compresi gli ex 5 Stelle – spostatisi sul partito di Meloni.
Una volta persi i voti di destra, dunque, rispetto al 2019 il M5s ha attinto soprattutto al bacino dei fedelissimi e a quello dell’astensione.
Da parte del Pd e del centrosinistra non ci sono stati significativi spostamenti verso i 5 Stelle. E infatti l’elettorato del Pd si conferma il più fedele a se stesso: il grosso degli elettori che ha votato per i dem domenica scorsa lo aveva già fatto nel 2018 e nel 2019.
L’unico flusso evidente in uscita è stato nel caso del Pd quello verso Azione-Italia Viva: tra il 10 e il 20% degli elettori dem ha optato per la lista guidata da Calenda, altra novità di queste elezioni (quasi l’8%).
Il grosso dell’elettorato del cosiddetto Terzo Polo viene dunque dal partito di origine di Calenda e Renzi, circa il 60%, ma il restante 40% viene dal centrodestra nelle sue tre componenti (FdI, Lega e Fi). Come si diceva, i flussi verso e da tra gli ex alleati Pd e M5s appaiono molti ridotti nel complesso.
Ma analizzando i dati del Cattaneo più da vicino si nota qualche movimento al Centro: rispetto al 2019 nella città di Bologna quasi il 20% dei voti al M5s viene dal Pd (lo stesso fenomeno, in maniera ridotta, si nota anche a Padova, Genova e Torino).
Questo fenomeno, unito al voto democratico perduto in favore del Terzo polo di Calenda e Renzi, contribuisce a spiegare la cattiva performance dei dem anche nelle (ormai ex) zone rosse.
Se la lista Calenda è andata bene in Emilia Romagna (8,6%) e in Toscana (9,4%), altrettanto bene sono andati i 5 Stelle rispetto allo storico locale: 9,9% in Emilia e 11% in Toscana. Voti, questi del M5s, pescati soprattutto a sinistra e tra gli astenuti.
È chiaro che il Pd, schiacciato a destra e a sinistra, rischia di non essere competitivo alle amministrative della prossima primavera pure nelle sue roccaforti storiche. Insomma il tema delle alleanze, che già si impone nel dibattito interno in vista del congresso annunciato dal segretario Enrico Letta, è dirimente per il fronte delle opposizioni.
Pena un conto finale simile a quello dei collegi uninominali conquistati il 25 settembre dal centrodestra: 180 a 20 su 200.
Anche per questo i fautori dem del ritorno al dialogo con il M5s stanno lavorando da subito all’accordo giallorosso per il Lazio. Con Nicola Zingaretti eletto in Parlamento la Regione sarà la prima a tornare al voto, tra fine gennaio e inizio febbraio. E dal quartiere generale del governatore fanno notare che in Giunta ci sono ora sia i 5 Stelle sia Azione-Italia Viva, che a Roma ha ottenuto un buon 11%. Strada impervia, ma l’alternativa è un altro massacro per il centrosinistra.
(da agenzie)

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CORRERE DIVISI PER ARRIVARE PRIMI ALLA SCONFITTA

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

SE PD, M5S, TERZO POLO, BONINO E FRATOIANNI SI FOSSERO PRESENTATI INSIEME ALLE ELEZIONI AVREBBERO SUPERATO IL CENTRODESTRA

Il centrodestra ha vinto le elezioni in modo schiacciante e ha conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento.
Cosa sarebbe accaduto se il Centrosinistra fosse riuscito a condurre in porto il progetto del campo largo che vedeva, assieme, Pd e Cinque Stelle con l’aggiunta di Azione?
Cosa sarebbe accaduto, insomma, se Pd e M5S non fossero andati ognuno per conto proprio? E se a loro si fossero aggiunti anche Matteo Renzi e Claudio Calenda?
Insomma, al di là delle analisi politiche vale la pena provare a guardare i numeri.
Il Centrodestra, considerando Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e i Moderati, hanno ottenuto il 44% delle preferenze al Senato con 12.129.547 voti. Contro un Centrosinistra (Pd, Verdi-Si, +Europa e Impegno Civico) che ha preso 7.161.688 voti per il 26%.
Di fatto, tutto lo schieramento con Dem partito di riferimento, ha preso quanto il solo partito Fratelli d’Italia.
Cosa sarebbe accaduto con il “campo largo”
La questione cambia, invece, se guardassimo ai numeri di un ipotetico campo largo. Sommando i voti sia alla Camera, sia al Senato, del Pd con quelli ottenuti dai Cinque Stelle e dal Terzo Polo, in entrambi i casi il Centrodestra non verrebbe superato. Ma per un’inezia.
Alla Camera la somma dei voti di Pd, 5S e Azione verrebbe 11.875.492, poco meno di 300 mila preferenze rispetto FdI, Fi, Lega e Moderati messi insieme.
Numeri comunque sufficienti a non permettere la definizione di una maggioranza in Parlamento.
La cosa invece cambierebbe se ai tre partiti sommassimo anche solo i Verdi-Si che alla Camera hanno ottenuto poco più di 1 milione di voti o +Europa di Emma Bonino. Numeri, appunto. Perché trattative politiche, intrecci, rapporti sfilacciati tra leader e questioni anche personali, hanno scritto un’altra realtà.
(da agenzie)

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A STRASBURGO IL GIUDIZIO NEI CONFRONTI DEI FRATELLI D’ITALIA È SEMPLICE. ‘POSTFASCISTI'”

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

PER GOVERNARE ED ENTRARE NEL SALOTTO BUONO DELL’UE, LA PREMIER IN PECTORE DEVE PROVARE A SUPERARE QUELLA DEFINIZIONE CON UNA SORTA DI FIUGGI 2. FRATELLI D’ITALIA HA BISOGNO DI DARSI UNA NUOVA VESTE”

Un nuovo patto tra Popolari e Conservatori europei. Una chiave per farsi ammettere nei Palazzi dell’Ue dalla porta principale. Un percorso che possa portare fino alla condivisione, tra un anno e mezzo, di un candidato o una candidata alla presidenza della Commissione. E determinare un nuovo equilibrio politico nel Vecchio Continente.
Giorgia Meloni ci sta provando.
Gli schemi che al momento gestiscono i rapporti di forza nel Parlamento e nella Commissione europea non agevolano la sua probabile presidenza del Consiglio. E spera possano cambiare. Anzi, ne ha bisogno. E il Ppe, per un interesse analogo, ha aperto definitivamente un canale di dialogo. Come ripete il presidente degli Europopolari, Manfred Weber, da quando sono stati resi noti i nostri risultati elettorali, «bisogna parlare con l’Italia e non dell’Italia».
Ma si tratta di un percorso che ha delle conseguenze. Anche dentro i confini nazionali. E non a caso, nello staff della leader di Fratelli d’Italia inizia a farsi sempre più spazio un’idea o forse una esigenza: organizzare una cosiddetta “Fiuggi 2”. Una assemblea, una convenzione, uno spazio che porti il suo partito in un nuovo “luogo” politico. Come già fece Gianfranco Fini nel 1995 quando archiviò l’Msi. Le due operazioni, infatti, sono congiunte. Sono due facce della stessa medaglia. Due strumenti in grado di dissimulare il passato.
Da gennaio scorso, allora, il dialogo tra i Conservatori e i Popolari si è via via intensificato. Tutto è nato con l’elezione di Roberta Metsola, popolare maltese, alla presidenza del Parlamento europeo. Il Ppe punta ad allargare le sue alleanze per mantenere la centralità conquistata nelle istituzioni europee ed ora traballante. Le “larghe intese” con i socialisti non bastano più. O meglio: non sono più convenienti.
Più la politica dei “due forni”: guardare a sinistra e a destra in base all’occorrenza. Tra i banchi di Strasburgo di recente si ricorre a questa battuta: «Il Ppe è il Ttf (la borsa del gas di Amsterdam, ndr ) della politica europea ». Ossia: il flusso del potere politico si quota solo nel loro mercato.
Per questo nell’Unione si sta lentamente propagando questa intesa. Nella Repubblica Ceca c’è già una maggioranza di governo Ppe-Ecr. Ci sarà in Italia e in Svezia. È possibile che nella prossima primavera si realizzi anche in Spagna. L’idea promossa da Meloni e accolta dai vertici popolari è allora quella di trasferire questo schema a Bruxelles.
Il Ppe consoliderebbe la sua primazia europea, l’Ecr, di cui Meloni è presidente, uscirebbe dal “cordone sanitario”. E l’atto di nascita di questo Patto dovrebbe essere la prossima Commissione. Concordare uno “Spitzen-Kandidat”. Probabilmente un popolare.
Ma non Ursula Von Der Leyen, espressione della vecchia maggioranza (senza contare che sarebbe l’ultimo regolamento di conti con il suo “nemico” interno Weber). E non un altro esponente proveniente dalla Germania: non si può eleggere un tedesco dopo una tedesca. E infatti le attenzioni si concentrano sulla stessa Metsola, nota ad esempio per le sue posizioni antiabortiste che la rendono particolarmente gradita a destra.
In questo modo Fratelli d’Italia entrerebbe di fatto nel “risiko” delle poltrone europee e con una “wild card” che – nei progetti “meloniani” – dovrebbe rendere meno accidentato il suo percorso nell’Ue.
Certo, i problemi non mancano. Ad esempio il ruolo dei polacchi dentro Ecr. Molto potenti e molto eurocritici. E il rapporto che Fdi ha sempre mantenuto con l’ungherese Orban e la francese Le Pen. Meloni ha bisogno di stringere l’intesa con il Ppe senza rinnegare i vecchi compagni di viaggio.
È un sentiero molto stretto e scivoloso che attraversa la realpolitik e la potenziale accusa di tradimento. Per lei, un’ambiguità indispensabile a non perdere voti a destra. Realpolitik, però, di cui hanno bisogno anche i popolari. Che hanno la possibilità di riconquistare posizioni nei governi nazionali (dopo averli persi quasi tutti) ed emarginare il Pse.
Da questo punto di vista, considerano una vera cartina di tornasole il voto che il prossimo anno si terrà in Baviera. Dove puntano ad assestare un altro colpo alla Cancelleria del socialista Scholz.
Ma l’altra difficoltà ha radici in Italia. FdI ha bisogno di darsi una nuova veste. Un partito del 25% non può più rappresentare solo lo zoccolo duro degli estremisti. È portato ad allargare il suo spettro. Una “Fiuggi 2” è ormai considerata inevitabile. Per superare le perplessità di parte del Ppe. Altrettanto ineluttabilmente verrebbe messa in discussione la “Fiamma” nel simbolo, retaggio evidente della storia missina.
A Strasburgo il giudizio nei confronti dei Fratelli d’Italia è semplice: “postfascisti”. Per governare ed entrare nel salotto buono dell’Ue, la premier in pectore deve provare a superare quella definizione. O almeno dissimularla.
(da La Repubblica)

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TUTTE LE STRADE RI-PORTANO A ROMA: DIECI EUROPARLAMENTARI ELETTI IL 25 SETTEMBRE ANCHE IN ITALIA

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

TRA I NOMI PIÙ NOTI BERLUSCONI (CHE BRUXELLES NON L’HA QUASI MAI VISTA), TAJANI, CALENDA E FITTO, CHE POTREBBE RIMANERE… TORNANO IN CAMPO LA MUSSOLINI E LARA COMI, INDAGATA PER TRUFFA AI DANNI DELL’EU

Fuga da Bruxelles, direzione Roma. Sono dieci gli europarlamentari italiani eletti alla Camera o al Senato alle politiche di domenica 25 settembre. Praticamente quasi tutti quelli che si erano candidati, visto erano 13 i deputati Ue erano in corsa per un posto a Palazzo Madama o a Montecitorio: in pratica uno su cinque dei 76 eletti in Italia.
Evidentemente il seggio in Europa gli stava stretto, nonostante una retribuzione netta di 7.300 euro al mese più le indennità di viaggio, di soggiorno, di spese mediche e di fine mandato. O forse, più banalmente, in Europa si tornerà a votare nel 2024: ci sono ancora due anni di mandato, ma la netta vittoria del centrodestra conferisce maggior sicurezza alla longevità prossima legislatura italiana.
Ora i dieci eletti dovranno decidere: hanno un mese di tempo per scegliere se restare in Europa o tornare in Italia ma, per molti, la scelta è di fatto già avvenuta.
Torna in Italia, dopo 28 anni tra Bruxelles e Strasburgo, il numero due di Forza Italia, Antonio Tajani, che ha vinto l’uninominale Lazio 1. Ex presidente dell’Europarlamento, Tajani approda alla Camera ma potrebbe far parte del governo guidato da Giorgia Meloni. Con lui, sono stati eletti Andrea Caroppo e, soprattutto, Silvio Berlusconi, eletto nel collegio di Monza, dove è proprietario della locale squadra di calcio.
L’uomo di Arcore ha frequentato ben poco le Aule di Bruxelles in questi ultimi anni. Ora in ogni caso si prende la soddisfazione di tornare al Senato, da dove era stato espulso nel 2013 dopo la condanna definitiva per frode fiscale.
Intanto a sostituire i tre di Forza Italia saranno Lara Comi, Alessandra Mussolini e Elisabetta De Blasis.
Proprio Comi è al momento imputata per truffa ai danni dell’Ue nel processo ribattezzato “Mensa dei poveri” in corso al bunker di Milano. Si tratta di uno dei filoni dell’inchiesta sulle tangenti in Lombardia che aveva al centro l’ex ras di Forza Italia, Nino Caianiello. Dopo tre legislature all’Europarlamento, alle elezioni del maggio 2019 Comi era stata la prima dei non eletti.
Nel novembre dello stesso anno era finita ai domiciliari con le accuse di corruzione, false fatture e truffa ai danni dell’Unione Europea per circa 500mila euro: soldi che, secondo la procura, erano stati incassati da lei o dal padre a fronte di contratti per prestazioni mai effettuate, assegnati a persone del suo staff.
Dopo la revoca dei domiciliari nel dicembre del 2019, era stata rinviata a giudizio nel luglio del 2021, e nel frattempo aveva visto archiviare un filone dell’inchiesta in cui era indagata con il presidente degli industriali lombardi Marco Bonometti per un finanziamento illecito da 31mila euro. Comi si è sempre dichiarata innocente. Appena ieri, come racconta il sito Malpensa24.it, ha risposto ai giornalisti che in aula, durante una pausa del processo, le chiedevevano del possibile ritorno a Bruxelles. “Sono innocente, e lo sto provando”, si è limitata a dire.
Altro big eletto in Italia è Raffaele Fitto, co-presidente del gruppo Ecr e tessitore dei rapporti di Fdi in Europa. Fitto ha trionfato assieme a tutto il suo partito e potrebbe anche lui far parte del nuovo esecutivo mentre all’Eurocamera sarebbe sostituito da Denis Nesci.
I condizionali sono d’obbligo, visto che in queste ore si fa insistente la possibilità di una permanenza di Fitto a Bruxelles, per continuare a rappresentare il partito con gli alleati europei.
Entrano in Parlamento anche tre leghisti: Mara Bizzotto (europarlamentare dal 2009), Marco Dreosto e Annalisa Tardino. Al posto dei primi due dovrebbe arrivare in Europa Paola Ghidoni e Matteo Gazzini. primi non eletti nella circoscrizione Nord Est alle Europee del 2019.
Per la circoscrizione Isole resta un dubbio: Igor Gelarda infatti era candidato anche alle Regionali siciliane. Bisognerà capire se è stato eletto. Il voto di domenica cambia anche i numeri dei gruppi a Strasburgo. I Cinque Stelle, infatti, guadagnano un seggio: all’ex pentastellata Eleonora Evi, eletta con Europa Verde, dovrebbe subentrare Mariangela Danzi, che è tuttora nel Movimento.
Con l’elezione del leader di Azione Carlo Calenda a perdere un membro è invece Renew Europe: il subentrante Achille Variati, ex sindaco di Vicenza, è nel Pd perché nel Pd era stato eletto Calenda alle Europee.
E dunque il sostituto di Calenda riporterà il seggio del leader di Azione tra i banchi del Partito socialista europeo.
Tra i dem invece è stata eletta Simona Bonafé. A sostituirla in teoria c’era Alessandra Nardini, assessora alla Regione Toscana che però ha annunciato di voler restare al suo posto.
A Strasburgo, allora dovrebbe approdare Beatrice Covassi. Non ce l’hanno fatta, invece, Daniela Rondinelli e Chiara Gemma, fedelissimi di Luigi Di Maio, trascinate nella debacle di Impegno Civico..
(da agenzie)

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DOMENICA IL BRASILE FORSE SI LIBERA DI BOLSONARO: I SONDAGGI DANNO LULA VICINO AL 50%

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

LA SPERANZA E’ DI VINCERE GIA’ AL PRIMO TURNO

La platea del grande Auditório Celso Furtado, a San Paolo, lunedì sera era un tripudio rosso fuoco. Il colore che il Partito brasiliano dei lavoratori non ha alcuna intenzione di abbandonare, soprattutto ora che è ad un passo dalla riconquista della presidenza.
Erano vestite in scarlatto le signore, guidate dall’aspirante first lady «Janja» Silva, mentre gli uomini sfoggiavano magliette e berrettini dalle mille sfumature cremisi. A un certo punto, si sono alzati tutti in piedi a ballare la «Lula Dance», con tanto di spericolate mosse di bacino. L’ex presidente-sindacalista, che compirà 77 anni a fine ottobre, è rimasto seduto in galleria, tranquillo e sorridente.
Lula sente il profumo della rivincita. Il voto di domenica è una sfida a due, che spera di chiudere al primo turno conquistando la metà più uno dei voti validi. L’ultimo sondaggio di Pesquisa Atlas lo dà al 48,3% contro il 41 dell’attuale presidente di destra Jair Bolsonaro. Il giorno prima, Ipec lo dava al 48% contro il 31.
Scartando schede bianche e nulle, Ipec stima che il duello si potrebbe chiudere subito: 52 a 34. Lo staff di Bolsonaro sfodera sondaggi interni molto diversi. Fiato sospeso fino allo spoglio.
È qui, nella grigia megalopoli da 12 milioni di abitanti che i duellanti stanno giocando le ultime carte, con una girandola di incontri, eventi live, parate. Oggi Bolsonaro risponderà con una cavalcata in moto sul lungomare della Baixada Santista, appoggiandosi allo zoccolo duro dei rider.
Lula invece insegue il voto dei giovani. Ieri mattina ha incontrato gli sportivi in un hotel del centro, lunedì si è affidato a cantanti, attori e infuencer per il «super-live della speranza». Sono sfilati in video i cantori storici della sinistra brasiliana come Caetano Veloso – che ha recitato i versi della sua canzone «Gente» – e Gilberto Gil, l’ex ministro della Cultura. Il difficile compito di scaldare la platea è toccato a «Janja», la sociologa che Lula ha sposato in terze nozze.
È comparsa sul palco con gli occhialoni da professoressa e il sorriso aperto, iniziando con una canzonatura al marito, seduto lassù: «Sono qui amore, mi stai cercando?». L’applauso più lungo è stato per l’ex presidente Dilma Rousseff, l’emozione più forte l’ha scatenata però la bellissima e giovane indigena Txai Surui che ha letto l’elenco delle ultime vittime della violenza in Amazzonia: «Spero che il mio nome non sia mai in questa lista, ma vengo da Roraima, il posto più pericoloso per i difensori dell’ambiente», ha detto, quasi in lacrime.
Dopo oltre quattro ore di musica, canzoni, cabaret e interventi, è salito sul palco Lula, che con la voce sempre più roca, ha iniziato il suo consueto discorso-fiume – «avrei tante cose da dire ma non riuscirò mai ad eguagliare Fidel Castro» – e ha ribadito le sue promesse di un Brasile migliore: investimenti, nuovi posti di lavoro, salario minimo, una rivoluzione digitale che connetta tutto il Paese e perfino un ministero per i Popoli originari. «Riporterò la pace, l’unione, l’amore e la speranza», ha detto e, senza mai citarlo, ha tuonato contro Bolsonaro, «presidente incompetente e disumano».
Spera di convincere i moderati, e lancia appelli al «voto utile» per vincere al primo turno, ma quando è il momento della foto di rito, mentre gli altri alzano indice e pollice a formare la L di Lula, lui non si trattiene e alza il pugno chiuso.
Non dimentica mai nei comizi di ricordare i 580 giorni trascorsi in carcere dopo le condanne per corruzione, poi annullate. È arrivato a paragonarsi al sudafricano Mandela, ha avvertito che chiederà i danni allo Stato. E parla di una «nuova primavera», per il Brasile e per se stesso.
Gli elettori che erano neonati quando lui entrò per la prima volta al Planalto, il palazzo presidenziale di Brasilia, nel lontano 2003, cosa pensano? «Lula è il meglio che abbiamo per contrastare la minaccia alla democrazia – dice Bruno Galvão, 21 anni -. Bolsonaro ha fatto sanguinare il Brasile, Lula sarà un cerotto, ma non è di certo la cura».
Studia giornalismo all’università Casper Libero, milita nel Partito di sinistra Psol, alleato del Pt di Lula, e si tura il naso, come direbbe Montanelli, anche se «è tragico che la sinistra non sia riuscita a proporre un altro candidato forte».
L’importante è fermare Bolsonaro, incalza il compagno di studi Arthur Guimaraes, 22 anni: «Qualche anno fa avrei detto che sognavo riforme e giustizia sociale, oggi mi accontento di sperare in un presidente democratico».
Lula però è per loro un leader anziano, che non avrà la stessa forza del passato. Cauti gli staff dei candidati. Un coordinatore della campagna di Lula ammette: «Abbiamo grandi possibilità di vincere al primo turno, ma dobbiamo evitare di smobilitare la militanza e non generare un clima di frustrazione se le elezioni andranno al secondo turno».
Da parte sua i coordinatori di Bolsonaro ammettono di puntare tutto sul ballottaggio del 30 ottobre. «La nostra sfida è entrare più forti nella fase decisiva».
(da il Corriere della Sera)

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TERREMOTO SULLE LISTE DEGLI ELETTI, CAOS PER IL RICONTEGGIO DEL VIMINALE

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

CHI RIENTRA E CHI E’ FUORI… TRA I SALVATI ANCHE BOSSI E LA MADIA

Tutto cominciò quando, all’indomani della chiusura delle urne, +Europa chiese un riconteggio dei voti. Il partito non aveva raggiunto il 3% per una manciata di schede, pari allo 0,05%, e perciò era stato dichiarato fuori dal Parlamento.
La vittoria del centrodestra fu così schiacciante, che tutti i leader erano sicuri che un riconteggio non avrebbe portato alcun cambiamento sostanziale. Tuttavia, senza che nessuno abbia rimesso mano alle schede, una piccola rivoluzione tra gli eletti è già in atto.
Nel pomeriggio del 28 settembre, arriva da Eligendo, il portale del ministero dell’Interno, un aggiornamento: Umberto Bossi sarà nel prossimo Parlamento. Capolista nella sua Varese, inizialmente il suo nome non appariva tra gli eletti. La notizia del fondatore della Lega che dopo 35 anni non aveva più un posto da parlamentare, aveva scosso tutti i suoi eredi al punto che Salvini aveva persino considerato l’idea di proporlo come senatore a vita. Ora non sarà più necessario.
Il «balletto degli eletti»
Tuttavia, non potrebbe chiamarsi “rivoluzione” se a cambiare è un solo tassello. Ecco allora che in Molise, tra gli eletti alla Camera, scompare il nome di Caterina Cerroni. Leader dei giovani molisani del Pd, ha ceduto il posto a Elisabetta Lancellotta di Fratelli d’Italia.
In questo modo, il centrodestra ha conquistato 4 seggi su 4: Claudio Lotito e Costanzo Della Porta al Senato, Lancellotta e Lorenzo Cesa alla Camera.
Poi è toccato al Lazio, dove Nicola Zingaretti era capolista Pd e dove ora conquista due seggi: uno per Marianna Madia e l’altro, probabilmente, al segretario cittadino Andrea Casu.
In Calabria, invece, il partito di Letta lascia un posto a quello di Conte: Enza Bruno Bossio viene sostituita dal pentastellato Riccardo Tucci. Cambia, poi, anche l’Umbria. Ora gli eletti al plurinominale per la Camera sono: Emma Pavanelli (M5S), Emanuele Prisco (FdI), Anna Ascani (Pd), Catia Polidori (FI).
Per quanto riguarda la Campania, è scomparso il nome del forzista Guido Milanese tra gli eletti alla Camera, rimpiazzato da Emilio Borrelli di Alleanza Verdi-Sinistra.
In Toscana, invece, Marco Simiani (Pd) conquista un posto alla Camera: «La mia amarezza si è trasformata in sorpresa. Poi in Gioia», ha commentato su Facebook.
Dati provvisori e ufficiosi
«Il balletto di eletti annunciati e poi corretti dal Viminale conserva le nostre riserve e le nostre perplessità», ha dichiarato il coordinatore della segreteria di +Europa, Giordano Masini: «Sembra che tutto ruoti attorno ai dati del Viminale diffusi sul sito Eligendo, ma si tratta di dati provvisori e ufficiosi».
Masini, poi, ricorda che «non spetta al Viminale indicare e proclamare gli eletti» e che questi «non possono che risultare al termine del conteggio ufficiale che avviene nelle Corti d’Appello».
(da Open)

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SONDAGGIO IPSOS PAGNONCELLI: GLI ITALIANI NON VOGLIONO MELONI PREMIER

Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

IL 48%, DICE CHE NON SAREBBE UN BENE PER L’ITALIA VEDERE LEI A PALAZZO CHIGI. IL 39% RITIENE INVECE CHE LO SIA, IL 13% NON INDICA… A DIMOSTRAZIONE CHE LA MELONI HA VINTO SOLO GRAZIE ALLE CAZZATE DI PD, M5S E AZIONE-ITALIA VIVA, MA NEL PAESE E’ MINORANZA

Terminato il silenzio elettorale ritornano i sondaggi a seguito della vittoria del centrodestra. Nella puntata del 27 settembre di diMartedì, programma tv di La7, è ospite il sondaggista e amministratore delegato di Ipsos Italia Nando Pagnoncelli, che si focalizza sul possibile, probabile, futuro da premier per Giorgia Meloni: “Quasi un italiano su due, il 48%, dice che non sarebbe un bene per l’Italia vedere lei a Palazzo Chigi. Il 39% ritiene invece che lo sia, il 13% non indica.
Con un’astensione molto alta il 43% dei voti del centrodestra si traduce in realtà un 26% complessivo della popolazione: i numeri, sono molto alterati dal grande tasso di astensionismo”.
Chi è il principale sconfitto delle elezioni? Pagnoncelli riporta gli altri dati del suo sondaggio: “Il primo è Enrico Letta, secondo il 44% dei citati, mentre il 24% menziona Matteo Salvini. A seguire Giuseppe Conte e Matteo Renzi, entrambi con il 7%”.
Inoltre a proposito del leader del Movimento 5 Stelle, il 50% degli interpellati ritiene che sarà proprio lui il frontman dell’opposizione al centrodestra nel nuovo Parlamento, più che raddoppiando i numeri del nuovo segretario del Pd che sostituirà Letta (23%, senza nome).
Dal punto di vista economico Pagnoncelli sottolinea che la nascita di un governo Meloni non fa temere gli italiani per i propri risparmi in un momento di totale crisi e con l’emergenza delle bollette sulle spalle.
“Il 48% – spiega il sondaggista – è abbastanza tranquillo sui propri risparmi, mentre un italiano su 3 è preoccupato”.
A giovare a Fratelli d’Italia sono stati in particolare i voti della Lega, con un elettore su due del Carroccio che si è spostato sul partito di Meloni, mentre in molti del Pd hanno preferito passare al M5S.
(da agenzie)

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