Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
IN FRATELLI D’ITALIA I FALCHI FILO-ATLANTICI IN PRESSING SULLA MELONI PER ESCLUDERE “IL CAPITONE” DAL GOVERNO: “DEVE RESTARE FUORI”… LA MELONI VORREBBE DARE UNA CAMERA ALL’OPPOSIZIONE. MA GLI ALLEATI SONO CONTRARI
Un governo di pacificazione. È questo il piano di Giorgia Meloni. Chiudere i conti con l’opposizione, con i sospetti dei partner internazionali, ma anche con gli alleati.
Cercare una via di mediazione per iniziare una nuova stagione di dialogo, che liberi i rapporti dalle scorie del passato e serva a «costruire una nuova Italia». Le prime mosse della premier in pectore vanno in questa direzione: dall’idea di concedere all’opposizione la presidenza di uno dei due rami del Parlamento, alle rassicurazioni da inviare all’estero sulla collocazione geopolitica del Paese.
Il nodo, lo è da mesi d’altronde, resta il ruolo da assegnare a Matteo Salvini, un macigno che è pesato sin dai primi giorni della campagna elettorale nella quale il leader leghista ha imposto la sua candidatura al Viminale.
Ma i falchi filoatlantici di Fratelli d’Italia stanno facendo una pressione opposta, chiedendo a Meloni di lasciare fuori dall’esecutivo l’ex ministro dell’Interno. La presenza di Salvini, secondo questa tesi, sarebbe troppo ingombrante a causa dei suoi rapporti con la Russia e con il partito del presidente Vladimir Putin, che non si sono interrotti nemmeno dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.
«Come ci si può presentare a Washington con un ministro di peso che voleva farsi comprare dall’ambasciata russa i voli per Mosca?» si chiede uno dei dirigenti che ha mandato un messaggio chiaro a Meloni: «Deve restare fuori».
Con un tempismo quasi perfetto, ieri è arrivato via Twitter un importante messaggio di congratulazioni dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky: «Contiamo su una proficua collaborazione con il nuovo governo italiano» ha scritto. Pronta la risposta della leader di FdI: «Caro Zelensky, puoi contare sul nostro leale sostegno alla causa della libertà del popolo ucraino».
Meloni conosce i rischi di imbarcare il suo alleato nell’esecutivo, ma difficilmente troverà argomenti per lasciare fuori il leader di un partito con quasi cento parlamentari. Le voci ostili sono arrivate anche a Milano e non è un caso che il Consiglio federale della Lega, riunito in via Bellerio, che pure ha messo in discussione l’operato di Salvini, ne abbia blindato le aspirazioni: «Per il segretario serve un ministero di primo piano».
L’obiettivo resta il Viminale, ma in ogni caso «Matteo deve stare al governo», ripete il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari.
Ieri sono ufficialmente partite le trattative. Antonio Tajani arriva in via della Scrofa dopo pranzo. La sede di Fratelli d’Italia ospita il primo incontro tra alleati dopo la vittoria: non è un vertice, perché il Carroccio è alle prese con la seduta di autoanalisi dei colonnelli riuniti a Milano. Non c’è tempo per i convenevoli, Tajani e Meloni vanno subito al sodo. Il governo si sta formando, l’ex presidente del parlamento europeo ha una serie di richieste da mettere sul tavolo. La prima è quella di avere pari dignità rispetto alla Lega, ovvero lo stesso numero di ministeri.
La seconda coglie più di sorpresa Meloni: l’ipotesi di nominare due vicepremier che la possano affiancare.
Uno, sempre nello schema che si è configurato ieri, sarebbe Salvini, l’altro lo stesso Tajani. Tenere i leader della maggioranza a Palazzo Chigi avrebbe dei vantaggi, ovvero saldare il destino del governo a quello dei partiti, ma anche molti rischi, come già visto nell’esperienza del governo gialloverde. La prima partita, in ordine cronologico, da risolvere è comunque quella della presidenza delle Camere.
Meloni è intenzionata a concederne una all’opposizione, con l’obiettivo di mandare un messaggio di distensione e di unità nazionale, dopo una campagna elettorale molto dura.
L’idea è stata apprezzata dal Pd, ma non è piaciuta a Lega e Forza Italia, intenzionate a occupare le poltrone della seconda e terza carica dello Stato. In pista per Palazzo Madama ci sarebbe il leghista Roberto Calderoli, attuale vicepresidente, e per Montecitorio un forzista che potrebbe essere lo stesso Tajani.
Se verrà rispettata la logica delle quote rosa, come nelle ultime due legislature, al Senato invece potrebbe finire Anna Maria Bernini.
Sul fronte dei dossier l’urgenza per Meloni resta l’economia. Il primo provvedimento del futuro governo sarà sulle bollette. Siamo alla vigilia della presentazione della Nadef, la Nota di aggiornamento al Def che il governo Draghi potrebbe presentare domani ma solo nella parte tendenziale (e non quella programmatica) lasciando al successore il compito di dettagliare le misure.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
PARTENZA IN SALITA PER LA MELONI: E’ GUERRA SULLE POLTRONE, SALVINI E GIORGETTI RESTANO A SECCO … AL VIMINALE L’EX CAPO DI GABINETTO DEL CAPITONE PIANTEDOSI (A SUO TEMPO INDAGATO) … ALL’ECONOMIA LA MELONI SI DOVRA’ ACCONTENTARE DI SINISCALCO… CRESCONO LE QUOTE DEL CAPO DEL DIS BELLONI AGLI ESTERI
Nella lista dei desideri sul prossimo governo compilata lunedì
mattina nel quartier generale leghista di via Bellerio, a Milano, quando la dimensione del tracollo elettorale del Carroccio era già nota, il nome di Matteo Salvini c’era ancora. Non c’era il nome di Giancarlo Giorgetti, per esempio, ma quello del segretario federale sì.
Qualche ora dopo, a oltre cinquecento chilometri di distanza, quando nell’hotel romano trasformato da Fratelli d’Italia in una specie di quartier generale post elettorale i colonnelli hanno iniziato insieme a Giorgia Meloni a buttar giù un loro elenco di possibili ministri, ecco, il nome di Salvini non compariva. Ma compariva, in quota ovviamente Lega, il nome dell’avversario interno del «Capitano», Giancarlo Giorgetti.
Basta questo piccolo incrocio di informazioni riservate, che viaggiano tra gli ufficiali di collegamento nella triangolazione Fratelli d’Italia-Lega-Forza Italia, per capire quanto spinosa può diventare la questione della composizione del governo se non gestita per tempo, con cura e col massimo della prudenza possibile.
E qualche piccolo passo in avanti dev’essere stato fatto se ieri pomeriggio, nell’ultima versione della «bozza» di governo a guida Meloni, il nome di Salvini comunque non è comparso; ma in compenso, cosa che avrà fatto piacere ai fedelissimi del segretario, è scomparso quello di Giorgetti, non si sa se provvisoriamente o per sempre.
E quindi eccolo, il puzzle che lentamente prende forma, la bozza di progetto di quello che presto potrebbe diventare il governo Meloni I, con l’ipotesi, che si sta facendo strada, di due vicepremier, uno leghista, l’altro azzurro.
Nei rapporti con FI si tiene conto del fatto che Silvio Berlusconi non ha ancora digerito «l’affronto» — il diretto interessato lo chiama proprio così — del governo Draghi, quando la selezione della delegazione azzurra era passata sopra la sua testa senza che potesse mettervi mano. E si è posto rimedio.
Nelle prime indicazioni arrivate da Arcore, ci sono i nomi di Antonio Tajani, Anna Maria Bernini, Andrea Mandelli, in campo per un dicastero «pesantissimo» e altri due di primissimo piano.
L’ex presidente del Parlamento Ue è in corsa per diventare il prossimo ministro della Difesa, la capogruppo al Senato uscente è in pole position per il ministero dell’Istruzione mentre a Mandelli, ex vicepresidente della Camera rimasto fuori dal Parlamento, potrebbe toccare il cambio della guardia con Roberto Speranza al ministero della Salute.
Più robusta, almeno come numero di presenze, la delegazione leghista. Nell’ultima bozza ci sono i nomi di Edoardo Rixi alle Infrastrutture, Gianmarco Centinaio alle Politiche agricole (si tratterebbe di un ritorno), Giulia Bongiorno alla Pubblica amministrazione, Vannia Gava alla Transizione ecologica.
Senza dimenticare che in conto alla Lega, se l’operazione andrà in porto, va computato il ministero dell’Interno, per cui è in pista il prefetto di Roma Matteo Piantedosi, già capo di gabinetto di Salvini al Viminale.
Decisamente più agevole, per Meloni, combinare la formazione dei suoi. A Guido Crosetto, se la Difesa va a Tajani, potrebbe venir chiesto di andare alla Farnesina, anche se rimane in piedi l’ipotesi di portare il regista delle operazioni più delicate direttamente a Palazzo Chigi, coi galloni di sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
Ruolo per cui si valuta anche Giovanbattista Fazzolari, che potrebbe incassare anche la delega per l’Attuazione del programma. Gli altri nomi? Francesco Lollobrigida ai Trasporti, l’ex cda Rai Giampaolo Rossi alla Cultura, Daniela Santanché al Turismo, Edmondo Cirielli al ministero del Sud e della Coesione territoriale, Raffaele Fitto alle Politiche europee.
In questo quadro, due sarebbero i «tecnici»: il ministro dell’Economia, casella per la quale Meloni non ha smesso di sognare un sì di Fabio Panetta, nel board della Bce; e quello dello Sviluppo, per il quale l’identikit più gettonato nelle ultime ore è quello dell’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato.
Annotazione: nessuno dei ministeri «internazionali» — né Esteri, né Difesa, né Politiche comunitarie — è stato per ora associato a un leghista. Ma il cammino è all’inizio. Anche se un pezzo di strada, parecchia strada, è stato fatto.
(da il Corriere della Sera)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
LA VICEPRESIDENTE E ASSESSORA AL WELFARE ATTENDE UNA RISPOSTA DALLO SCHIERAMENTO DEL CENTRODESTRA, TANTO PIÙ CHE ORA COMANDA GIORGIA MELONI (CHE VUOLE LA SUA CANDIDATURA)… SE SALVINI S’IMPUNTA SULLA RICANDIDATURA DI ATTILIO FONTANA, LA MORATTI POTREBBE SCENDERE IN CAMPO APPOGGIATA DAL TERZO POLO
Con il centrodestra o no, Letizia Moratti si candiderà alle Regionali del 2023. Lo farà con la sua lista civica ormai definita nei minimi dettagli a cui «si legherà una coalizione», filtra da fonti a lei vicine.
La vicepresidente e assessora al Welfare attende, come risaputo, una risposta dallo schieramento del centrodestra, tanto più ora che i rapporti di forza si sono ribaltati anche in Lombardia, con Fratelli d’Italia passati in quattro anni dal 3,6% al 27,6 e la Lega crollata dal 29,6 al 13,9.
Un nuovo equilibrio che il partito di Giorgia Meloni ha tutta la volontà (e lo ha detto a meno di 24 ore dal voto) di far pesare nella scelta del candidato che tra sei mesi dovrà rinsaldare la Regione nelle mani della coalizione. Risultato: la riconferma di Attilio Fontana è tutto tranne che scontata.
Se questa risposta non dovesse arrivare, o venisse confermato il presidente uscente, lo sguardo della vicepresidente potrebbe cadere su un altro schieramento. All’uno o all’altro, dicono i bene informati, offrirebbe il «valore aggiunto» di una lista civica «che si sta ultimando in alcune piccole cose ma che ormai di fatto è pronta».
Una rete nata «dalle richieste giunte dai territori» e tessuta grazie a contatti «a tutti i livelli e in tutti i settori: mondo industriale, artigianale, agricolo, terzo settore, mondo della cultura». Moratti si sta quindi preparando a una scelta «alternativa», nel caso di risposta negativa degli alleati. Certo il suo non essersi più definita di centrodestra nelle ultime interviste rilasciate può far pensare che questa opzione sia meno lontana di quanto non sembri.
La sponda alternativa è il Terzo Polo? Possibile («vogliamo costruire una proposta competitiva, efficace e migliorativa per la Lombardia», conferma il segretario regionale di Azione Niccolò Carretta), ma è difficile pensare a una corsa in solitaria, con Moratti candidata, dell’asse Renzi-Calenda in Regione che garantisca il successo.
Allo stesso tempo è escluso, per Azione-Italia Viva, un campo largo col Pd se questo includesse anche i 5Stelle, che invece i dem sono tornati a invocare, «con primarie e una coalizione più ampia possibile», ha detto ieri l’europarlamentare dem Pierfrancesco Majorino.
E Fontana? Presentissimo nell’appello dei futuri candidati alle Regionali. Ieri ha fatto nuovamente intendere di aver avuto, in maniera ufficiosa, il via libera da tutti i partiti dello schieramento: «Credo di poter dire, come mi è stato detto singolarmente dai rappresentanti dei quattro partiti della coalizione, che sarò candidato. Non credo che sia cambiato niente».
Eppure qualcosa è cambiato e i 14 punti in più di FdI sulla Lega si sentono tutti nei corridoi del Pirellone, dove, si apprende da fonti nella maggioranza, «il clima è cambiato e c’è voglia di rimettere in discussione tutto». Anche dentro la Lega che blinda Fontana: sottobanco alcuni consiglieri del Carroccio stanno raccogliendo firme per chiedere di indire il congresso il prima possibile e non nel 2023, e sostituire il coordinatore regionale Fabrizio Cecchetti.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
PUTIN SEMPRE PIU’ ISOLATO
A intervenire sulla questione dei referendum di annessione alla
Russia terminati il 27 settembre nelle regioni del Donbass e di Cherson è stata anche la Cina. Durante il Consiglio di Sicurezza sull’Ucraina, l’ambasciatore di Pechino all’Onu, Zhang Jun, ha ribadito la posizione della Cina sulle operazioni di Mosca nei territori invasi: «Sovranità e integrità territoriale di ogni Paese devono essere rispettate, così come i principi della Carta Onu».
Jun ha continuato sottolineando «il ruolo costruttivo della Cina» che «è sempre stata dalla parte della pace». Dialogo e conciliazione sono le due parole chiave utilizzate dal rappresentante che ha anche avvertito come «il confronto tra blocchi e le sanzioni porteranno solo ad una strada senza uscita».
Il discorso di Pechino si mostra coerente con la posizione che il governo cinese finora ha assunto nei confronti di Mosca, prendendo ancora una volta le distanze dalla Russia pur non arrivando a condannare apertamente il conflitto.
Lo scorso 24 settembre intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva chiarito l’opinione di Pechino nel conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina, «la Cina sostiene ogni sforzo che porti a una soluzione pacifica della crisi», sottolineando che «la soluzione fondamentale è affrontare i legittimi problemi di sicurezza di ogni fazione coinvolta». Il riferimento di Wang Yi era stato anche al principio «principio di non interferenza»: «Chiediamo alle parti in guerra in Ucraina di evitare che il conflitto si allarghi».
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
LA TITOLARE DEL PUB “LA BUA DELL’ORATE” SPIEGA LE SUE RAGIONI: “SIATE COERENTI, ANDATE ALTROVE. NON VENITE IN UN LOCALE APERTO AGLI OMOSESSUALI CHE LA VOSTRA LEADER DISCRIMINA”
Un locale di Livorno esclude dai clienti chi ha votato Giorgia Meloni. Con un comunicato pubblicato su Facebook “La Bua dell’Orate”, pub che si trova a Scali Novi Lena, che non nomina direttamente la leader di Fratelli d’Italia.
Ma il suo obiettivo è chiaro: «La Bua dell’Orate comunica: noi i soldi di chi l’ha votata NON si vogliono. Siete gentilmente pregati di essere coerenti con il vostro voto e di non frequentare più il nostro baretto di Invertite/Deviate. Con amore, La Bua».
E c’è anche il post scriptum: «L’unica cosa che è deviata/invertita è il vostro cuore/cervello. VERGOGNA».
Romina Matarazzo, proprietaria del locale, ha spiegato a Il Tirreno il motivo del post: «Non sono una persona che vive di politica o che può ritenersi un’esperta dell’argomento. Ma quando ho visto i risultati domenica sera non ci volevo credere».
E ancora: «Sapevo che la destra era molto favorita, ma fino all’ultimo speravo in un risultato diverso. Si tratta dell’Abc, dei diritti che ogni persona si merita di avere: con questo voto siamo tornati indietro dopo tanti anni di lotte e diritti conquistati».
La titolare aggiunge che «il nostro è un pub aperto a tutti, però non ospita chi invece vota Meloni, per me sono liberi di farlo. Infatti questa è solo una richiesta di coerenza, di non recarsi in un locale gestito da persone che la loro leader discrimina».
Matarazzo risponde alle accuse di discriminazione: «Io non ho proibito niente a nessuno, ho solo chiesto di essere coerenti con le proprie idee. Perché uno che ha votato Meloni, che discrimina gli omosessuali, dovrebbe esser ben accetto nel nostro locale? Poi di bar in città ce ne sono a centinaia, quindi ci sono alternative a volontà, mentre di leggi a salvaguardia della comunità omosessuale non ce ne sono e persone come me e la mia compagna non ci sentiamo tutelate».
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
“MOSCA APRIRA’ UN HUB DI RECLUTAMENTO PER INTERCETTARE CHI SCAPPA”… KIEV TENTA L’AVANZATA AD EST
La Russia sta per aprire un centro di reclutamento al confine con la
Georgia, dove si stanno formando lunghe code di persone russe che cercano di fuggire, per intercettare uomini da arruolare nell’esercito.
A darne notizia è la Bbc, che cita le autorità locali e diffonde le immagini satellitari che mostrano le chilometriche code di auto alla frontiera caucasica.
«Gli agenti al valico di frontiera di Verkhniy Lars saranno incaricati di convocare cittadini in età di arruolamento», dicono gli ufficiali al valico di Verkhniy Lars.
Nel frattempo chi è in coda è esausto, stanco e affamato, secondo i racconti dei corrispondenti sul luogo. Una situazione problematica, confermata anche dal ministero dell’interno della repubblica russa dell’Ossezia del Nord – dove appunto si trova il valico in questione – che l’ha definita «estremamente tesa».
Da cosa scappano i russi
Il tutto è nato dopo l’annuncio del presidente russo Vladimir Putin in cui, il 21 settembre, ha riferito di una «mobilitazione parziale» in arrivo. Successivamente il ministro della Difesa Sergei Shoigu che ha dichiarato che almeno 300 mila riservisti – i militari in congedo richiamabili in caso di guerra – sarebbero stati chiamati.
Una scelta che è stata indicata dall’Occidente e dall’Ucraina come segnale di difficoltà delle truppe russe nel territorio di Kiev.
Nel frattempo, la cittadinanza russa sta opponendo resistenza: nelle settimane scorse in tantissimi sono scesi in piazza. E molti sono stati arrestati o portati via di forza dalle autorità. Altri, presi dal terrore di essere arruolati, tentano la fuga nei territori confinanti.
Mosca nega di aver chiesto l’estradizione dei russi in fuga
Intanto, da Mosca arriva la smentita alle notizie secondo cui i funzionari russi avrebbero chiesto ai governi di Georgia, Kazakistan e altri Stati di estradare in Russia i cittadini che stanno che sono scappati da un potenziale arruolamento nella mobilitazione annunciata da Putin. Chiarimenti alla stampa arrivano anche dal Kazakistan, dove il ministro dell’Interno Marat Akhmetzhanov ci ha tenuto a sottolineare che verrà tutelata la sicurezza dei russi in fuga e che saranno estradati dal suo paese «solo coloro che sono responsabili di reati riconosciuti come tali e che rientrano nella lista di ricercati dalle autorità internazionali».
Però, come evidenziato dal Guardian, il ministro non ha negato esplicitamente la richiesta di Mosca relativa all’estradizione di chi fugge.
Kiev tenta di avanzare a est, difesa russa più decisa
Su quale sia lo stato della guerra in Ucraina arrivano indicazioni dal ministero della Difesa britannico che – nel suo briefing quotidiano dell’intelligence – ha spiegato come le truppe di Kiev stiano «tentando di avanzare su almeno due assi a est» mentre «la Russia sta montando una difesa più sostanziale rispetto al passato». L’esercito di Zelensky, infatti, negli ultimi giorni ha intensificato le operazioni offensive nel nord est del Paese. I due assi in questione si trovano sulla linea dei fiumi Oskil e Siverskyi Donets, dove l’esercito si è consolidato a inizio mese. Intanto,« continuano – riferiscono dalla Gran Bretagna – i pesanti combattimenti anche nella regione di Cherson, dove la forza russa sulla riva destra del Dnipro rimane vulnerabile».
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
“LA CINA NON GLI PERMETTERA’ DI USARE ARMI ATOMICHE”
Alexandra Prokopenko era nel consiglio di amministrazione della Banca Centrale russa prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Si è licenziata e si è trasferita negli Usa, dove lavora per il Carnegie Endowment for International Peace.
E oggi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dice la sua su Vladimir Putin.
Partendo dal presunto sabotaggio al gasdotto Nord Stream 1: «Ufficialmente da Mosca si negano tutte le accuse e si ripete che la Russia non ha bisogno di niente del genere. Ma ho notato che in alcuni canali di Telegram favorevoli al Cremlino stanno propagando messaggi coincidenti. Dicono che l’esplosione sarebbe dovuta a un sabotaggio da parte degli americani per spingere l’Europa a rafforzare le sanzioni».
La spesa militare in Russia
Per Prokopenko «nel lungo periodo l’impatto sul bilancio russo sarà massiccio e anche per l’Europa le forniture ormai limitate che Gazprom assicurava attraverso quel gasdotto non sono trascurabili. Ora ci vorrà un anno e forse più per riparare la conduttura, dunque nel migliore dei casi potrà ripartire l’inverno prossimo. E nel medio periodo un incidente del genere danneggia più la Russia dell’Europa, che sta cercando con successo di ridurre la sua dipendenza da Mosca».
L’esperta spiega nel colloquio con Federico Fubini che nell’ultima legge di bilancio russa la spesa militare è salita del 40%: «Putin ha abbastanza fondi per l’anno prossimo, ma credo che non stia assolutamente facendo programmi sul 2024 o sul 2025. È concentrato sul breve termine, con limiti evidenti. Gli mancano le tecnologie, che non riesce a importare. Anche se Putin mette tanti soldi nella difesa, non può mandare i soldati in guerra con i soldi: deve trasformarli in armi, ma ha possibilità limitate di comprare ciò che cerca».
L’economia russa, per ora, «non collassa, ma fatica e ciò significa che la crisi sarà più lunga e più profonda. Non voglio fare previsioni sul punto di rottura, di certo di anno in anno l’economia peggiorerà e diventerà più primitiva sia nell’industria che nell’agricoltura. Però non dimentichiamo che Putin non ha scatenato questa guerra per ragioni economiche: per lui quelle vengono dopo».
Riguardo la minaccia di un attacco nucleare, secondo Prokopenko «se Putin usasse la bomba atomica, la Cina e l’India interromperebbero qualunque rapporto con lui perché di fatto avrebbe fatto saltare la loro capacità di deterrenza. Sarebbe un colpo mortale per Putin. E lui lo sa».
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
VERSI SOLO IL 20% E L’80% LO PAGANO I COGLIONI CHE RISPETTANO LE LEGGI: E’ LA DESTRA DELLA LEGALITA’, NO?… PETTO IN FUORI E MANI NELLE TASCHE DEGLI ONESTI
Il primo atto di Giorgia Meloni premier sarà un decreto da oltre 20
miliardi. Per pagare le bollette di elettricità e gas di famiglie ed imprese. Ma mentre è mistero su dove si reperiranno i fondi, si prepara anche una maxi-sanatoria delle cartelle esattoriali.
Un “saldo e stralcio” per quelle fino a 3 mila o 3.500 euro. Con il versamento del 20% del debito e la cancellazione del restante 80%. Oppure con pagamento dell’intera imposta maggiorata del 5% in sostituzione di sanzioni e interessi. Intanto si prepara un nuovo lavoro per il governo Draghi.
Che dovrà tamponare l’aumento dell’elettricità annunciato da Arera. Per il quale si pensa di attingere alle risorse extra tributarie di settembre. Ma quei 4 miliardi andranno allora defalcati dal decreto bollette di Meloni.
Un atto da 20 miliardi per elettricità e gas
Il problema è che nessuno degli interventi del decreto bollette sembra rinviabile: dall’azzeramento degli oneri di sistema delle bollette, che costa circa 3 miliardi, all’Iva ridotta al 5% sul gas (500 milioni), dal credito di imposta rafforzato per le aziende (circa 4,7 miliardi al mese), al bonus sociale rafforzato, fino allo sconto sulla benzina.
L’intenzione di Fdi è di provare a finanziare il decreto bollette da 20 miliardi con i soldi dell’Europa. «Si può attingere ai fondi strutturali 2014-2020 non spesi dall’Italia. Ovvero la metà dei 45 miliardi stanziati», ha detto Maurizio Leo, responsabile economico di Fratelli d’Italia.
Ma Repubblica avverte oggi che la ricostruzione non è accurata. I fondi Ue (Fse e Fesr) non impiegati sono 3,5 miliardi secondo i dati di aprile della Ragioneria Generale dello Stato. E riprogrammare questi fondi non è cosa facile, visto che si possono spendere fino al 2023. Un’interlocuzione con l’Ue, poi, porterebbe via mesi di trattative prima del disco verde. Queste risorse poi hanno vincoli territoriali e d’impiego. Servono a lavoro, sociale, formazione, infrastrutture, efficienza energetica.
Il quotidiano spiega che ci sono comunque anche 12,3 miliardi del programma complementare. Ovvero fondi nazionali abbinati a fondi europei. Qui non occorrerebbe l’ok di Bruxelles. Ma quello delle Regioni del Sud a cui sono vincolati questi soldi sì.
Nella scorsa legislatura il ministro Provenzano dovette litigare con il governatore della Campania De Luca per riuscirci. Dalle parti di Fdi intanto si esclude il ricorso allo scostamento di bilancio. Che era invece stato richiesto dalla Lega. «Con un Pil più basso e un debito già al 150% arriverebbero i fondi speculativi a metterci in difficoltà», è il ragionamento di Leo.
L’una tantum per lo stralcio delle cartelle
Ma nell’intervista che rilascia oggi al Corriere della Sera è proprio Leo ad annunciare lo stralcio delle cartelle in arrivo. «Si può mettere subito mano a una tregua fiscale per le cartelle da 1.000 fino a 3.500 euro. Il gettito sarebbe immediato. Con entrate una tantum possiamo finanziare spese una tantum. Come quella delle bollette», è il ragionamento.
E cosa c’è di meglio di un condono per cominciare? Il progetto prevede un’operazione di “saldo e stralcio”.
Fino a 3 mila o 3.500 euro . Con il versamento del 20% e il taglio del restante 80%. Oppure, per gli importi superiori, il pagamento dell’intera imposta maggiorata del 5%. Ma senza sanzioni o interessi. Con rateizzazione automatica in dieci anni. Per chi invece ha debiti ma non ancora è arrivato alle cartelle ci sarebbe un’interlocuzione con la Pubblica Amministrazione. Che porti a una rateizzazione automatica in 5 anni con sanzione del 5%. Per le cartelle con importi inferiori a mille euro ci sarebbe direttamente la cancellazione.
Tra la fine del 2022 e i primi mesi del prossimo anno dovrebbero arrivare 13 milioni di cartelle secondo Federcontribuenti. Altri tre milioni li sta elaborando l’Agenzia delle Entrate in queste settimane.
(da agenzie)
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Settembre 28th, 2022 Riccardo Fucile
MARETTA IN FRATELLI D’ITALIA, C’E’ L’IPOTESI VICEPREMIER… ORA I COGNATI D’ITALIA SONO DIVENTATI ULTRA-ATLANTISTI NEL GIOCO DELLE PARTI
Il governo di Giorgia Meloni non è ancora nato ma ha già un problema. E quel problema si chiama Matteo Salvini.
Il leader della Lega ha ricevuto ieri l’ok del Consiglio federale a un suo ruolo nel prossimo esecutivo di centrodestra. Ma all’interno di Fratelli d’Italia c’è maretta. La presenza del Capitano, è la tesi dei falchi, è troppo ingombrante. A causa dei suoi rapporti con Vladimir Putin. «Deve restare fuori», è il messaggio mandato alla nuova premier in pectore.
Il tutto accade mentre lei risponde alle congratulazioni di Zelensky con un significativo «puoi contare su di noi». E mentre nel totoministri che impazza si fa strada un’ipotesi già percorsa all’interno della scorsa legislatura. Quella dei due vicepremier. Uno di Forza Italia (ovvero Antonio Tajani). E uno della Lega. Potrebbe essere questo il posto del Capitano?
«Deve restare fuori»
È La Stampa che oggi registra i maldipancia di Fdi sul nome di Salvini. Secondo il retroscena i falchi atlantisti del partito di Giorgia si sono legati al dito la presenza del Capitano nel governo.
«Come ci si può presentare a Washington con un ministro di peso che voleva farsi comprare i voli per Mosca dall’ambasciata russa?», è il refrain che si sente dire.
Per questo Salvini «deve restare fuori» dall’esecutivo. Lui però per ora non ci sente. Vuole tornare al ministero dell’Interno. E candida Giulia Bongiorno alla Giustizia.
E allora ecco l’ipotesi, ventilata anche dal Corriere della Sera, dei due vicepremier. Come all’epoca del Conte I, anche se la carica non ha portato tanta fortuna né a Salvini nell’altro (Di Maio, oggi fuori dal Parlamento).
Dall’altra parte della barricata c’è da registrare l’addio a Giancarlo Giorgetti. Secondo le indiscrezioni dei quotidiani il suo nome compariva nella lista di possibili ministri di Fdi, ma non in quella della Lega. Il ministro amico di Draghi pare destinato ad essere il primo a pagare per la sconfitta elettorale. D’altro canto è lui ad aver spinto più di tutti Salvini a entrare nel governo.
Nel prossimo intanto si prefigurano almeno due ministri tecnici. Uno potrebbe essere Fabio Panetta se accettasse di rinunciare a Bankitalia. Per lui pronto il ministero dell’Economia. In alternativa c’è Domenico Siniscalco. L’altro potrebbe essere l’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato. Che potrebbe arrivare allo Sviluppo Economico.
Il totonomi
Il totonomi non si ferma qui. Elisabetta Belloni e l’ambasciatore Stefano Pontecorvo sono in pole per il ministero degli Esteri. Per il lavoro c’è Luca Ricolfi. All’interno, al posto di Salvini, c’è il prefetto di Roma Matteo Piantedosi e Giuseppe Pecoraro, eletto con Fdi.
Per la Farnesina però continua ad avere quotazioni alte anche l’ex ministro Giulio Terzi di Sant’Agata. Anche lui eletto nelle file di Fdi. Dall’Europarlamento potrebbe traslocare Raffaele Fitto. Per lui, in quota Fdi, ci sarebbe il dicastero degli Affari Europei.
La casella della Difesa invece potrebbe andare al numero due azzurro nel caso Tajani non andasse in porto l’operazione ministero degli Esteri. Uno schema che cambierebbe totalmente nel caso il coordinatore azzurro venisse indicato come presidente della Camera. In quota Fi ci sarebbero sempre Anna Maria Bernini, l’ex presidente del Senato Elisabetta Casellati e Licia Ronzulli. Che potrebbe andare al ministero dell’Istruzione. Mentre l’ex Fi Lucio Malan ora nelle file di Fdi sarebbe in pole per i Rapporti con il Parlamento.
(da agenzie)
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