Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA È FIRMATA DAI PARLAMENTARI TRANCASSINI (FRATELLI D’ITALIA), BENVENUTO (LEGA) E SCERRA (M5S)
È un cashback da 5.500 euro. Ma vale solo per loro: i deputati. Mentre il
governo sforbicia il Reddito di cittadinanza, taglia lo sconto sul caro benzina, destina le briciole alla sanità (2 miliardi già mangiati dall’inflazione), gli onorevoli si sono regalati, senza troppa pubblicità, un maxi-bonus per comprarsi tablet, smartphone, schermi a 34 pollici, Airpods e pc.
La determina di Montecitorio è stata firmata giovedì scorso, il 24 novembre, dai questori della Camera. Giusto un mese prima di Natale. In calce ci sono le firme di tre deputati: Paolo Trancassini di Fratelli d’Italia, Alessandro Manuel Benvenuto della Lega e Filippo Scerra del M5S.
Lo spunto per elargire il gettone è il varo della nuova disciplina delle “dotazioni d’ufficio” a disposizione degli eletti. A sentire i tre questori che hanno licenziato il provvedimento, questo bonus andrebbe incontro alle “esigenze individuali e l’aggiornamento tecnologico” dei 400 onorevoli. Rispetto alla scorsa legislatura, balza all’occhio soprattutto l’importo: nel 2018, sotto la presidenza del grillino Roberto Fico, i questori confermarono l’extra per computer e telefonini.
Ma era meno della metà rispetto a quello attuale: 2.500 euro a testa di rimborso spese. Ora invece il bonus è stato gonfiato, con un aumento del 120%, all’avvio di una legislatura segnata dall’austerity e con i soldi in cassa che, dicono un po’ tutti i partiti, sono pochi e vanno spesi bene al centesimo. Con qualche eccezione per gli eletti, a quanto pare.
In allegato al provvedimento, c’è un elenco di beni rimborsabili da Montecitorio, dunque dai contribuenti, lungo quanto una lista della spesa: portatili, smartphone, tablet completi di accessori, cuffie come le costose Airpods della Apple, monitor fino a 34 pollici (la scorsa legislatura erano 32, meglio abbondare). Già prima del voto qualche parlamentare aveva storto il naso per il gruzzolo troppo esiguo riservato agli acquisti tecnologici. Racconta un ex questore di Montecitorio: “Dicevano che 2.500 euro non bastavano.
Incassare il gettone è facile. I controlli sono tutti interni: il vaglio è affidato al collegio dei questori. Insomma, alcuni deputati certificano gli scontrini presentati da altri deputati. Poi scatta il rimborso. Altra novità rispetto agli anni passati: nel 2018 i grillini inserirono alcune penali, per limitare l’erogazione dei fondi.
Per esempio, erano previste trattenute nel caso in cui un parlamentare non partecipasse ad almeno il 50% delle sedute in Aula o non presentasse almeno l’80% delle proposte di legge o degli atti ispettivi in formato elettronico, per risparmiare sulla carta. Di questo passaggio, nel provvedimento varato il 24 novembre, non c’è più traccia.
Niente penali e bonus più che raddoppiato. La giostra dei gettoni di Montecitorio gira a pieno regime. L’austerity del Paese resta fuori dal Palazzo.
(da La Repubblica)
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Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
POSSONO COLPIRE FINO A 150 KM, OLTRE LE LINEE DI DIFESA RUSSE
Il Pentagono sta valutando una proposta della Boeing per fornire all’Ucraina piccole bombe di precisione a basso costo, montate su razzi disponibili in abbondanza, consentendo a Kiev di colpire lontano dietro le linee russe, mentre l’Occidente fatica a soddisfare la domanda di ulteriori armi.
Le scorte militari degli Stati Uniti e degli alleati si stanno riducendo e l’Ucraina ha sempre più bisogno di armi più sofisticate man mano che la guerra si trascina. Il sistema proposto dalla Boeing, denominato Ground-Launched Small Diameter Bomb (GLSDB), è uno di una mezza dozzina di piani per la produzione di nuove munizioni per l’Ucraina e per gli alleati americani dell’Europa orientale, hanno dichiarato fonti industriali.
Sebbene gli Stati Uniti abbiano respinto le richieste per il missile ATACMS con una gittata di 185 miglia (297 km), la gittata di 150 km (94 miglia) del GLSDB consentirebbe all’Ucraina di colpire obiettivi militari preziosi che sono stati fuori portata e di continuare a portare avanti i suoi contrattacchi disturbando le retrovie russe.
Il GLSDB potrebbe essere consegnato già nella primavera del 2023, secondo un documento esaminato da Reuters e da tre persone che hanno familiarità con il piano. Combina la bomba GBU-39 Small Diameter Bomb (SDB) con il motore a razzo M26, entrambi comuni negli inventari statunitensi.
Doug Bush, il responsabile degli acquisti di armi dell’esercito americano, ha dichiarato ai giornalisti al Pentagono la scorsa settimana che l’esercito sta valutando anche la possibilità di accelerare la produzione di proiettili d’artiglieria da 155 millimetri – attualmente prodotti solo in strutture governative – consentendo agli appaltatori della difesa di costruirli.
L’invasione dell’Ucraina ha fatto aumentare la domanda di armi e munizioni di fabbricazione americana, mentre gli alleati statunitensi nell’Europa dell’Est stanno “piazzando molti ordini” per una serie di armi da fornire all’Ucraina, ha aggiunto Bush.
“Si tratta di ottenere quantità a basso costo”, ha dichiarato Tom Karako, esperto di armi e sicurezza presso il Center for Strategic and International Studies. Secondo Karako, il calo delle scorte statunitensi spiega la fretta di procurarsi altre armi ora, affermando che le scorte stanno “diventando basse rispetto ai livelli che vorremmo tenere a portata di mano e certamente ai livelli di cui avremo bisogno per scoraggiare un conflitto con la Cina”.
§Karako ha anche notato che l’uscita degli Stati Uniti dall’Afghanistan ha lasciato a disposizione molte bombe aeree. Non possono essere facilmente utilizzate con gli aerei ucraini, ma “nel contesto odierno dovremmo cercare modi innovativi per convertirle in sistemi standoff”.
Sebbene siano già state prodotte alcune unità GLSDB, ci sono molti ostacoli logistici all’approvvigionamento regolare. Il piano della Boeing richiede una deroga alla scoperta dei prezzi, esentando l’appaltatore da una revisione approfondita che assicura che il Pentagono stia ottenendo il miglior affare possibile. Qualsiasi accordo richiederebbe inoltre che almeno sei fornitori accelerino le spedizioni delle loro parti e dei loro servizi per produrre rapidamente l’arma.
Un portavoce della Boeing non ha voluto commentare. Il portavoce del Pentagono, il tenente comandante Tim Gorman, ha rifiutato di commentare la fornitura di “capacità specifiche” all’Ucraina, ma ha detto che gli Stati Uniti e i loro alleati “identificano e considerano i sistemi più appropriati” che potrebbero aiutare Kyiv.
Il GLSDB è prodotto congiuntamente da SAAB AB (SAABb.ST) e Boeing Co (BA.N) ed è in fase di sviluppo dal 2019, ben prima dell’invasione, che la Russia definisce “operazione speciale”. In ottobre, l’amministratore delegato di SAAB, Micael Johansson, ha dichiarato a proposito del GLSDB: “Siamo in attesa di contratti a breve”.
Secondo il documento – una proposta della Boeing al Comando europeo degli Stati Uniti (EUCOM), che supervisiona le armi dirette in Ucraina – i componenti principali del GLSDB proverrebbero dalle attuali scorte statunitensi.
Il motore a razzo M26 è relativamente abbondante e il GBU-39 costa circa 40.000 dollari l’uno, rendendo il GLSDB completo poco costoso e i suoi componenti principali facilmente disponibili. Sebbene i produttori di armi siano in difficoltà con la domanda, questi fattori rendono possibile la produzione di armi entro l’inizio del 2023, anche se a basso ritmo.
Secondo il sito web di SAAB, il GLSDB è a guida GPS, può sconfiggere alcuni disturbi elettronici, è utilizzabile in tutte le condizioni atmosferiche e può essere impiegato contro i veicoli blindati. Il GBU-39 – che fungerebbe da testata del GLSDB – è dotato di piccole ali pieghevoli che gli consentono di planare per oltre 100 km se sganciato da un aereo e di colpire bersagli con un diametro di appena un metro.
In uno stabilimento di produzione nelle zone rurali dell’Arkansas, la Lockheed Martin sta raddoppiando gli sforzi per soddisfare la crescente domanda di lanciarazzi mobili noti come HIMARS, che hanno avuto successo nel colpire le linee di rifornimento russe, le postazioni di comando e persino singoli carri armati. Il primo appaltatore della difesa statunitense sta lavorando per risolvere i problemi della catena di approvvigionamento e le carenze di manodopera per raddoppiare la produzione a 96 lanciatori all’anno.
Lockheed Martin ha pubblicato più di 15 posti di lavoro legati alla produzione di HIMARS, tra cui ingegneri della qualità della catena di approvvigionamento, analisti degli acquisti e ingegneri di collaudo, secondo il suo sito web.
“Abbiamo fatto investimenti in termini di infrastrutture nella fabbrica dove costruiamo gli HIMARS”, ha dichiarato Becky Withrow, responsabile delle vendite dell’unità missilistica di Lockheed Martin.
Nonostante l’aumento della domanda, a luglio il direttore finanziario di Lockheed Martin ha dichiarato a Reuters di non aspettarsi entrate significative dall’Ucraina fino al 2024 o oltre. Il direttore finanziario di Raytheon Corp (RTX.N), un altro importante appaltatore della difesa statunitense, ha fatto eco a questa tempistica in un’intervista rilasciata a Reuters quest’estate.
L’HIMARS spara missili Guided Multiple Rocket Launch System (GMLRS), che sono proiettili a guida GPS con testate da 90 kg. La Lockheed Martin produce circa 4.600 missili all’anno; finora ne sono stati inviati all’Ucraina più di 5.000, secondo un’analisi della Reuters. Gli Stati Uniti non hanno rivelato quanti proiettili GMLRS sono stati forniti all’Ucraina.
La riconversione di armi per uso militare regolare non è una tattica nuova. Il sistema antiaereo NASAMS, sviluppato da Kongsberg Defence and Aerospace e Raytheon, utilizza missili AIM-120, originariamente destinati a essere sparati da jet da combattimento contro altri aerei. Un’altra arma, la Joint-Direct Attack Munition (JDAM), onnipresente negli inventari statunitensi, è una bomba standard non guidata, dotata di alette e di un sistema di guida GPS.
(da Reuters)
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Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
IL RESPONSABILE DEL RECOVERY PLAN: AD OGGI OBIETTIVI IRREALIZZABILI
«Il Pnrr non può essere un dogma». Il ministro degli Affari Europei Raffaele
Fitto lancia l’allarme sul Recovery Plan in un’intervista rilasciata a Repubblica.
Nella quale di fronte alla questione se effettuare o no modifiche, tagliare quelle opere del Piano che ad oggi sembrano irrealizzabili non smentisce: «Non cercate da me un titolo che potete dedurre da soli».
Per il ministro di Fratelli d’Italia la spesa prevista al 31 dicembre non arriva neanche ai 22 miliardi: «Stiamo osservando i dati precisi e temo proprio che i soldi non siano quelli: Quindi c’è una criticità che va posta, che è quella della capacità di spesa».
Il ministro si riferisce all’ultima quota fissata a settembre, «dopo che già i governi precedenti erano passati dagli iniziali 42 miliardi ai 33 dello step successivo».
Ma dal governo arriva preoccupazione per un altro gap: sui 55 obiettivi sempre a scadenza dicembre 2022, su 30 si scontano seri ritardi. Verosimile, nelle prossime settimane, «una rimodulazione al ribasso», sottolinea il titolare del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza.
Fitto punta il dito sul Sud: «Le questioni sono due. La prima si riferisce a un dato oggettivo. Ci sono 120 miliardi di opere pubbliche, sui 230 totali, e c’è un aumento delle materie prime del 35 per cento, quindi è facile la risposta al quesito».
Quindi va «probabilmente implementato», e anche armonizzato con i fondi di sviluppo e coesione, che sono stati spesi solo in minima parte tra il 2014 e il 2021. «Mentre ora, in tre anni dovremmo spendere il triplo». Un quadro, insiste, «che deve essere condiviso nel suo divenire con la Commissione. Come peraltro indica la scelta del presidente del Consiglio, Meloni: che ha voluto connettere queste deleghe in capo ad un unico ministero».
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
HA ORDINATO DI LICENZIARE TUTTI I SUOI CUOCHI, GUARDIE E CAMERIERI NEL TIMORE DI FINIRE STECCHITO… NON SI FIDA DI NESSUNO, MEN CHE MENO DI “MAD VLAD”, CHE VUOLE CONVINCERE MINSK A ENTRARE IN GUERRA CON LUI IN UCRAINA
Il leader bielorusso, Aleksander Lukashenko, avrebbe ordinato di sostituire i
suoi cuochi, guardie e camerieri dopo la morte improvvisa del ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makei.
Lo ha dichiarato su Twitter Leonid Nevzlin, uno degli ex dirigenti della compagnia petrolifera russa Yukos, ricercato in Russia con accuse di reati economici e fiscali che lo stesso Nevzlin considera politicamente motivate.
Nel tweet, rilanciato dalla stampa ucraina, Nevzlin ha citato delle “fonti vicine ai servizi segreti russi” per affermare che Makei sarebbe stato avvelenato “con veleno sviluppato nel laboratorio speciale dell’Fsb (Servizio per la sicurezza russo)”.
Secondo l’oligarca, la versione dell’avvelenamento di Makei sarebbe confermata dal fatto che il ministro di 64 anni non aveva problemi di salute. Nevzlev ha inoltre affermato che la morte di Makei avrebbe causato il panico nei circoli della nomenclatura bielorussa, incluso Lukashenko. “Il dittatore non si fida di nessuno. Non senza ragione, crede che un magnifico funerale possa essere organizzato anche per lui dopo Makei”.
Infine, parlando della possibile motivazione di Mosca, Nevzlin ha sostenuto che “il Cremlino, non essendo soddisfatto del ritardo dell’ingresso dell’esercito bielorusso nella guerra contro l’Ucraina, è pronto a usare tutte le leve per fare pressione sul regime bielorusso”
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
L’EUROPA HA FATTO CAPIRE CHE COMPROMETTEREBBE IL PNRR… TRA LE RACCOMANDAZIONI DELLA COMMISSIONE C’ERA UN PASSAGGIO SUL “POTENZIAMENTO” DEI PAGAMENTI ELETTRONICI OBBLIGATORI
In fondo, il governo ha già deciso. Se non si potrà fare, spiega un ministro, la
norma sul Pos verrà accantonata. Un altro dietrofront – dopo le norme sui rave party, Opzione donna e il tetto al contante – questa volta scaturito da un’interlocuzione lampo con l’Europa.
Secondo gli esperti della “Task Force Recovery” della Commissione europea, il provvedimento previsto nelle ultime bozze della manovra che eliminerebbe le multe per chi non dovesse accettare pagamenti con la carta elettronica sotto la soglia dei 60 euro, è in contrasto con gli impegni presi dall’Italia nell’ambito dell’accordo sul Pnrr: «Va nella direzione opposta rispetto a quella indicata dalle raccomandazioni Ue» spiega una fonte europea.
Per capire dove stia l’oggetto del contendere bisogna andare leggere il documento contenente le Raccomandazioni della Commissione per il 2019, approvato anche dal Consiglio: Bruxelles aveva chiesto all’Italia di «contrastare l’evasione fiscale, in particolare nella forma dell’omessa fatturazione, potenziando i pagamenti elettronici obbligatori anche mediante un abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti».Le raccomandazioni per il 2019 fanno parte degli impegni sottoscritti per ottenere i fondi del Pnrr e il loro rispetto è fondamentale per non avere problemi in occasione delle richieste di pagamento. Ma è proprio sull’interpretazione di questa frase che è nato lo scontro tra Roma e Bruxelles.
La Commissione europea ritiene che permettere ai commercianti di non accettare pagamenti con il Pos per importi inferiori a 60 euro vada contro l’invito a «potenziare i pagamenti elettronici» e favorisca l’evasione fiscale. Secondo il governo, invece, non c’è alcun riferimento diretto all’utilizzo del Pos nelle raccomandazioni.
E non è tutto: anche l’innalzamento del tetto per l’uso del contante a 5.000 euro sembra sconfessare l’invito di Bruxelles («contrastare l’evasione fiscale…mediante un abbassamento dei limiti per i pagamenti in contanti») e segna un passo indietro nel percorso intrapreso negli ultimi anni con il piano “Italia Cashless”, accolto con favore dall’esecutivo comunitario, spinto dal governo di Giuseppe Conte e implementato da Mario Draghi.
Del resto, nel “Country Report” pubblicato a maggio, la Commissione prendeva atto dei “progressi significativi” fatti in questo ambito: per esempio si segnalava che «nel 2020 il maggiore utilizzo dei pagamenti elettronici ha probabilmente sostenuto ulteriormente l’adempimento degli obblighi fiscali». Detto diversamente: ha ridotto l’evasione.
Se il governo Meloni decidesse di andare avanti sulla sua strada, rischierebbe di scontrarsi con la Commissione non tanto sull’approvazione della manovra, ma sulle verifiche periodiche del Pnrr. Proprio nei prossimi giorni una delegazione della task force Recovery sarà a Roma per fare il punto della situazione.
Il piano di aiuti europeo, ha ricordato ieri Christine Lagarde, «include una serie di misure, una serie di cambiamenti che devono avvenire». «La nostra speranza – ha aggiunto la presidente della Banca centrale europea – è che vengano attuate per aiutare l’economia italiana ad affrontare le difficoltà».
In realtà, come si diceva, Meloni non sembra avere molta voglia di immolarsi in nome del contante contro l’Europa, arruolando gli alleati in una trattativa estenuante con i tecnici di Bruxelles.
La premier ha incaricato il ministro degli Affari europei e del Pnrr Raffaele Fitto di verificare se ci siano margini realistici di negoziato. Senza muro contro muro, però, perché, è la versione ufficiale delle fonti vicine a Meloni «nessuno qui vuole rischiare di compromettere il Pnrr per una norma sul Pos».
Anche se la premier, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e gli altri leader del centrodestra considerano «ideologico» l’automatismo tra un maggiore uso della carta elettronica e la lotta all’evasione, l’esecutivo ha fatto già sapere che rinuncerà al provvedimento se non si offrirà all’Italia una via d’uscita o non si potrà trovare un’interpretazione diversa alle raccomandazioni allegate al Pnrr.
Anche per l’estensione della flat tax ai redditi fino a 85 mila euro è necessario il via libera di Bruxelles. Il governo vuole estendere questo beneficio ai titolari di partita Iva che aderiscono al regime forfettario e nel 2020 aveva ottenuto una deroga dall’Ue per far rientrare in questa categoria i redditi fino a 65 mila euro.
Nel frattempo è stata approvata una direttiva che consente agli Stati di applicare il regime forfettario Iva ai redditi fino a 85 mila euro, ma il provvedimento sarà in vigore soltanto dal 2025. Per questo il governo ha chiesto una nuova deroga, indispensabile per alzare la soglia della Flat Tax: oltre al via libera della Commissione serve anche quello del Consiglio, cioè dei governi.
(da La Stampa)
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Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
NAPPI HA FATTO CAMPAGNA ELETTORALE ALLE POLITICHE PROMETTENDO LO STOP AGLI ABBATTIMENTI
Ieri slogan e attacchi, oggi niente. In mezzo l’immane tragedia di Ischia e le storie delle vittime. Si chiama Severino Nappi il politico del condono edilizio senza se e senza ma. “Subito e in tutta la Campania”. E’ il suo motto.
L’irriducibile sostenitore del colpo di spugna sull’abusivismo edilizio, appena a settembre scorso, ha fondato sulla sanatoria tutta la sua campagna elettorale per arrivare dal consiglio regionale al Parlamento, contando sul tentativo di sfondamento della Lega al Sud. Non riuscendoci.
E’ lui l’uomo su cui Salvini ha puntato per conquistare la terra governata da Vincenzo De Luca e martoriata da decenni di cemento selvaggio, provando a fare incetta dei voti delle decine di migliaia di famiglie che abitano in case da abbattere, come stabilito da sentenze della magistratura. Provvedimenti giudiziari, per gli ambientalisti troppo lenti ad essere eseguiti, non per Nappi che cinque giorni fa è tornato ad attaccare direttamente anche i giudici citando il caso di una famiglia di Napoli. “Misure disumane”, questa la definizione in merito alla demolizione di un’abitazione abusiva.
E muovendo la leva dell’emozione commenta pubblicando la foto di genitori e due ragazzi adolescenti: “Dove andrebbero i loro due bambini? Secondo il Comune in una casa famiglia! Ma possono le istituzioni essere così disumane?”. E oggi con il fango che ha seppellito famiglie, travolto bimbi mentre dormivano con i loro genitori, Nappi non si pente.
Come invece è accaduto ad alcuni costruttori. Né inverte la direzione seguendo quanto sta avvenendo nel dibattito pubblico con Giuseppe Conte che prova a scrollarsi dalle spalle il suo di condono datato 2018 e varato in coppia con Salvini. Piuttosto Nappi punta il dito contro il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca colpevole di non avere evitato una “tragedia annunciata”. E nessun riferimento alle case abusive e ai danni inferti al territorio: nei soli comuni di Casamicciola e Lacco Ameno sono 7 mila le richieste di condono edilizio su 13 mila abitanti. Non è questo il problema per come la vede il leghista. “De Luca è commissario per il dissesto idrogeologico” sottolinea in un suo post social su Facebook pubblicando le foto del disastro.
Si legge nel suo curriculum “professore universitario”, insegna diritto del Lavoro. Sul versante politico, partito dalle fila dell’Udeur di Mastella, non ha mai cambiato posizione sul tema. Riavvolgendo il nastro delle sue dichiarazioni questo il Nappi-pensiero quando il 15 novembre scorso ha chiesto un tavolo per bloccare le ruspe: “Dramma di centinaia di migliaia di campani per l’abusivismo di necessità è sotto gli occhi di tutti. E tutti sanno della necessità di interventi urgenti per sanare questa tragedia che espone mezzo milione di cittadini al concreto rischio di abbattimento della loro casa”.
E il 16 settembre Nappi incalza tirando in ballo la Corte di Cassazione: “Condono edilizio: subito. È appena arrivata dalla Cassazione una notizia che mi spaventa: possono ricominciare le demolizioni. Non si buttano per strada famiglie che hanno dovuto fare abusi di necessità per vivere, per dare un tetto ai loro figli”. Questo prima di Ischia, domani non saranno in molti a seguire l’irriducibile del “condono subito e in tutta la Campania”.
(da La Repubblica)
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Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
L’INDAGINE SULLA FRANA DI CASAMICCIOLA E GLI ALLARMI DIMENTICATI…I DOCUMENTI DELL’AUTORITA’ DI BACINO E DELL’ISPRA… I 12 MILIONI MAI SPESI
La procura di Napoli ha aperto un fascicolo sulla frana di Casamicciola. I pm
indagano per disastro colposo e passeranno al setaccio anche i condoni. Per capire se le case che si trovavano ai piedi del monte Epomeo fossero abusive e se pendesse un decreto di demolizione. In più i giudici hanno intenzione di guardare anche a ciò che si poteva fare prima del disastro. Sotto la lente ci sarà l’assenza di interventi di manutenzione dopo l’alluvione del 2009. E il piano per il dissesto idrogeologico. Le prime indiscrezioni parlano di 200 mila euro per la pulizia degli alberi e un milione per un intervento in un vallone a Casamicciola. Più un altro mezzo milione per un intervento di messa in sicurezza. Fondi stanziati ma mai utilizzati, o utilizzati male. Ma intanto un documento redatto dall’Autorità di Bacino dice che le case ai piedi del monte tra Casamicciola e Lacco Ameno non dovevano essere costruite lì.
L’inchiesta e le Pec
Agli atti dell’inchiesta ci saranno anche le Pec inviate dall’ex sindaco di Casamicciola quattro giorni prima della frana. «Il 22 novembre avevo scritto al prefetto di Napoli, al commissario prefettizio di Casamicciola, al sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e alla Protezione Civile Campania, segnalando il pericolo in cosiderazione dell’allerta meteo arancione, e chiedendo l’evacuazione della zona a rischio. Nessuno mi ha risposto», attacca Peppino Conte. Le e-mail via Pec inviate dall’ex sindaco alle autorità competenti sono state pubblicate sull’edizione di oggi del Giornale e delle pagine locali di Napoli de la Repubblica. Nel documento, visti gli alvei ostruiti della zona del vallone della Rita, Conte chiedeva lo stato di grave crisi per la calamità naturale imminente. Oltre che lo sgombero delle case a rischio. Già da ieri, tra fango e macerie, c’erano i carabinieri della forestale che con il supporto di droni hanno provato a repertare quante più prove possibili. Adesso si passeranno al vaglio tutti i documenti degli ultimi dodici anni.
I documenti di Ispra e Autorità del Bacino
Il Corriere della Sera riporta invece i documenti dell’Autorità di Bacino e di Ispra su Lacco Ameno e Casamicciola. Quello sulla gestione del rischio nei due comuni si legge che sul versante dell’Epomeo rivolto verso i due comuni si riscontrano «fenomenologie franose». Che sono «in grado di trasportare verso il fondovalle grandi quantità di massi e tronchi. Nonché, laddove presenti lungo il percorso di propagazione, autovetture e materiale antropico in generale. La grande energia messa in gioco da tali flussi è in grado di danneggiare i fabbricati e le strutture con essi interagenti. Provocandone, occasionalmente, la completa demolizione». E quindi sulla base di questi elementi si conclude che elevate porzioni del territorio dei due comuni «sono classificate a rischio molto elevato (R4) ed elevato (R3), — in quanto suscettibili all’innesco, transito e invasione di fenomeni di colata rapida di fango, flussi iperconcentrati (miscela acque e sedimento) e crolli». Ovvero esattamente quello che è successo. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale invece ha prodotto una cartina in cui compare proprio via Celario, una delle zone devastate dalla frana. È indicata come un’area ad elevato rischio smottamenti e alluvioni. Nella zona «gli impluvi presentano numerosissime interferenze con opere antropiche dell’urbanizzato, quali tombamenti, edificazioni e strade alveo, che generano numerose criticità e singolarità idrauliche».
12 milioni di euro
Ammonta invece a 12 milioni di euro il piano stanziato per edificare opere di contenimento del dissesto idrogeologico nell’area. Tutto risale al 2010, quando il governo dice che bisogna pulire i canali di scolo. I soldi ci sono ma il primo commissario se ne va due anni dopo. Ne viene nominato un altro che conclude un progetto. Ma nel 2016 la Conferenza dei servizi sospende tutto. Perché serve un parere della Regione che arriva un anno e mezzo dopo. Ad agosto 2017 viene individuato come soggetto attuatore dei lavori il comune di Casamicciola. Il 21 agosto un terremoto colpisce la zona. E tutto finisce nel dimenticatoio.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2022 Riccardo Fucile
ORA INDAGA LA PROCURA MENTRE SI CONTINUA A SCAVARE
Dopo un’altra notte di ricerche le macerie avevano restituito il corpo dell’ottava vittima del disastro di Casamicciola: è il quindicenne Michele Monti. Mentre si continua a scavare per trovare gli altri due dispersi, la situazione nel cuore del comune ischitano rimane complessa: il sopralluogo effettuato ieri dai tecnici dell’autorità di bacino ha messo in evidenza ” rilevanti condizioni di pericolo di distacco di ulteriori volumi di terreno”. Se dovesse ricominciare a piovere, dunque, la montagna potrebbe cedere ancora.
Muove i primi passi intanto l’inchiesta della Procura. Il pool coordinato dalla procuratrice aggiunta Simona Di Monte ha aperto un fascicolo contro ignoti per frana colposa. Gli inquirenti indagano anche sul caso, raccontato ieri da “Repubblica”, degli allarmi inviati a mezzo posta elettronica certificata alle amministrazioni competenti da un ex sindaco di Casamicciola, l’ingegnere Peppino Conte.
L’ultimo è di martedì 22 novembre, quattro giorni prima della frana. Conte fa riferimento all’allerta meteo diramata dalla Protezione civile e invita “in ottemperanza al senso civico che anima il sottoscritto, ad adottare tutte le iniziative necessarie per la sicurezza e la salute delle persone che operano a valle dell’alveo La Rita”. Si tratta della zona colpita dal terremoto del 2017, a circa un chilometro da via Celario e località Rarone, vale a dire le zone maggiormente investite dalla frana.
In altre segnalazioni, Conte aveva messo in guardia sul pericolo di nuove alluvioni, dopo quella del 2009, e sulla necessità di intervenire per proteggere la popolazione, denunciando una “inerzia della pubblica amministrazione”. Una presa di posizione netta che adesso gli inquirenti sono pronti ad approfondire. Ma non è l’unico filone dell’indagine. I magistrati vogliono capire in che misura la mano dell’uomo abbia influito su quanto accaduto.
” L’area interessata dalla frana è classificata a rischio idrogeologico da colate e da alluvioni ” , sottolinea Vera Corbelli, segretario generale dell’autorità di bacino distrettuale dell’Appennino meridionale. I magistrati acquisiranno la documentazione sulle licenze edilizie e le eventuali richieste di condono delle case costruite nella zona. Il piano stralcio per l’assetto idrogeologico è del 2002, poi aggiornato nel 2015. Per le abitazioni costruite prima del 2002 non sussiste il ” vincolo del rischio”. Ma altri limiti sono imposti dal piano territoriale paesistico del ministero dell’Ambiente e tutti questi aspetti dovranno ora essere valutati dagli investigatori.
“Il vero problema – argomenta la segretaria generale Corbelli è la gestione del rischio. Non si può abbattere tutto, ma si devono mettere in atto azioni per salvare le vite umane e i beni esposti al pericolo “. In questa fase i magistrati hanno deciso, doverosamente, di dare la precedenza alle operazioni di soccorso, ricerca dei dispersi e messa in sicurezza del territorio. Solo quando le condizioni lo consentiranno, sarà valutata la possibilità di disporre un primo sopralluogo soprattutto in via Celario e in località Rarone, dove la frana ha avuto le conseguenze più devastanti
Ma c’è preoccupazione anche per le condizioni del tempo: già da stasera potrebbe ricominciare a piovere e questo potrebbe rendere ancora più complesse le ricerche dei dispersi: con i fratellini Maria Teresa e Francesco, trovati ieri, Michele Monti faceva parte di una delle due famiglie cancellate dalla tragedia si cercano papà Gianluca Monti, tassista, e mamma Valentina Castagna.
Con loro presumibilmente, si apprende dalla prefettura, anche il compagno di Eleonora Sirabella, la 31enne ritrovata senza vita domenica sera, e un’altra giovane donna. Gli sfollati sono 230, ma i numeri potrebbero aumentare.
(da La Repubblica)
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