Destra di Popolo.net

ABUSO D’UFFICIO, UE CONTRO MELONI: “NO ALL’ABOLIZIONE”

Luglio 21st, 2023 Riccardo Fucile

LA PROPAGANDA DI GOVERNO SI INFRANGE DAVANTI AL MURO DELLA COMMISSIONE EUROPEA

La propaganda del governo – andiamo avanti sull’abolizione dell’abuso d’ufficio – a metà pomeriggio si infrange di fronte al muro della commissione Europea, che proprio ieri ha dato il via libera alla terza rata del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Un portavoce della commissione, parlando con l’Ansa, spiega la contrarietà di Bruxelles sul disegno di legge Nordio appena arrivato in Parlamento: “Siamo a conoscenza del disegno di legge italiano che propone alcune modifiche alle disposizioni che regolano i reati contro la pubblica amministrazione – dice il portavoce –. Come spiegato nel Rapporto sullo Stato di diritto 2023, queste modifiche proposte depenalizzerebbero importanti forme di corruzione e potrebbero avere un impatto sull’efficace individuazione e lotta alla corruzione”. Risposta che arriva dopo la bocciatura da parte della destra in commissione Politiche Europee proprio della proposta di direttiva anti-corruzione che chiede agli Stati membri di rinforzare le fattispecie penali, a partire proprio dall’abuso d’ufficio e dal traffico di influenze.
Un intervento che segue quello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, nonostante l’autorizzazione del disegno di legge alle Camere, giovedì scorso ha chiesto alla premier Meloni di rivedere l’abolizione dell’abuso d’ufficio rimodulandolo proprio per non andare in contrasto con la direttiva europea. Negli ultimi giorni c’è stata una trattativa tra il sottosegretario Alfredo Mantovano e il consigliere per gli Affari Giuridici del Quirinale Daniele Cabras in cui il primo ha dato la disponibilità a possibili modifiche parlamentari. Il Colle quindi vigila e non si fida. Anche perché dal governo dicono che la linea è quella dell’abolizione perché è “una scelta politica”.
Ma, dietro le dichiarazioni, è probabile che la maggioranza in autunno deciderà di fare un passo indietro modificando il reato e non abolendolo del tutto. Questo non viene detto esplicitamente sia perché significherebbe fare un clamoroso dietrofront mediatico sia perché, spiegano fonti di governo, questo significherebbe tornare in Consiglio dei ministri per modificare la norma. Così non sarà e deve essere avviato l’iter parlamentare in Senato. Ma sarà proprio in quella sede che la presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongiorno, da sempre contraria all’abolizione, chiederà di modificare il reato facendo asse con Fratelli d’Italia che non ha alcuna intenzione di andare allo scontro con Quirinale e Commissione Europea. “La posizione del governo è quella del testo con l’abolizione dell’abuso d’ufficio – spiega il sottosegretario alla Giustizia della Lega, Andrea Ostellari – poi però la commissione e il Parlamento sono sovrani e quindi decideranno loro”. Anche il capogruppo del Carroccio in Senato, Massimiliano Romeo, non esclude l’ipotesi di una modifica del reato: “Vedremo…”. L’ipotesi sarebbe quella di una modifica del reato per colpire l’abuso d’ufficio solo nei casi in cui questo avvenga in maniera “consapevole” e “diretta”.
Dall’altra parte, però, la maggioranza rischia di spaccarsi in due tronconi: da una parte Lega e Fratelli d’Italia (Bongiorno e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro), dall’altra Forza Italia, Nordio e Italia Viva/Azione che non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro. “Sulla riforma terremo la barra dritta, le nostre idee sono quelle di Nordio”, dice il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto. Anche il deputato di Azione Enrico Costa, che farà asse con Matteo Renzi al Senato, dice che l’abuso d’ufficio può essere solo abolito. Anche il ministro della Giustizia Nordio sta facendo resistenza. Nelle ultime ore ha ripetuto un concetto preciso alle persone con cui ha parlato: “Io vado avanti sull’abolizione dell’abuso d’ufficio, me lo chiedono anche i sindaci del Pd”.
(da il Fatto Quotidiano)

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PREZZI ALTI, LUOGHI AFFOLLATI E POCHI POSTI

Luglio 21st, 2023 Riccardo Fucile

IL SOCIOLOGO DE MASI: “COSI’ LE VACANZE NON SONO PIU’ UN GODIMENTO MA UNA BATTAGLIA”

Si spengono i computer, si svuotano gli uffici. Entra nel vivo la prima estate dopo la fine delle restrizioni per il Covid, che vedrà in partenza 30 milioni di italiani, secondo i dati di Confcommercio. Ma ci sono anche nove milioni di nostri connazionali che rimarranno a casa, perché non si possono permettere economicamente di viaggiare, come sottolinea una ricerca di Emg. A caratterizzare ancor più del solito quest’estate sono infatti i rincari, a cominciare dai trasporti. E così un volo Linate-Olbia può arrivare a costare più di uno da Milano a New York. Ammirare le bellezze del nostro Paese rischia quindi di diventare sempre più un lusso da ricchi. Temi che abbiamo affrontato con il professor Domenico De Masi, noto sociologo e professore ordinario alla Sapienza di Roma.
Professore, come sono cambiate negli anni le abitudini degli italiani che partono per le vacanze?
“Con l’avvento industriale si sono introdotte le ferie, e così il concetto del riposo estivo si è esteso a tutte le classi sociali, per quello che prima era un beneficio riservato all’alta borghesia. Gli operai andavano in vacanza nello stesso periodo, secondo le caratteristiche della catena di montaggio. Si è creato così questo rito, per cui tutti partivano il primo agosto e rientravano alla fine del mese. Più di recente, l’aumento dei lavori di tipo intellettuale ha fatto venir meno questa esigenza, e le ferie si sono spalmate nel corso dell’estate”.
Quali sono state le mutazioni più significative nel settore turistico?
“Innanzitutto è aumentato il numero di coloro che si spostano per vacanza. Le cause sono molteplici: la crescita della popolazione mondiale, l’aumento della ricchezza, l’allungamento della vita media, lo sviluppo del turismo legato alla salute o allo studio, l’incremento della scolarizzazione e della conoscenza dell’inglese. E ancora lo sviluppo dei mezzi di trasporto e il massiccio ricorso allo smart working, che spinge molte persone nel tempo libero a spostarsi lontano da casa. Ci sono poi cambiamenti che riguardano la qualità e il metodo nel fare turismo. Oggi i turisti nel mondo sono 1 miliardo e 600 milioni: un business che cresce di quasi il 7% all’anno. Così le zone più altamente turistiche sono piene di visitatori durante tutto l’anno, per cui molte strutture ricettive rimangono aperte anche al di là dei mesi estivi”.
L’Italia, naturalmente e storicamente votata al turismo, ha saputo adeguarsi a questi cambiamenti?
“Nel 1970 l’Italia era il Paese più visitato al mondo. Oggi al primo posto c’è la Francia, mentre noi siamo scesi al quinto posto, dietro la Cina. Nonostante ciò, le grandi città italiane o le mete più note come la Costiera Amalfitana sono letteralmente prese d’assalto. Ci sono per esempio zone di Roma in cui non si riesce a camminare, o musei e luoghi di svago completamente saturi, per i quali è necessario prenotare con largo anticipo. Il rapporto tra numero di turisti e strutture ricettive è totalmente sbilanciato. D’altronde il turismo rappresenta il 15% del nostro Pil”.
Questo boom di presenze, concentrate in un ristretto periodo di tempo, fa sì che specie nelle zone più in voga ci siano pochi posti e un forte aumento dei prezzi.
“Abbiamo ampiamente superato il livello di guardia. In questo modo aumenta sempre più il divario tra i turisti miliardari e quelli comuni. Oggi, per esempio, una suite in un noto albergo di Ravello arriva a costare 15mila euro a notte. C’è quindi un gap enorme tra chi può godere di questo turismo esclusivo e chi invece 15mila euro non arriva a guadagnarli in un anno”.
Le vacanze, insomma, non sono alla portata di tutti.
“Aumenta però per paradosso il numero di chi se lo può permettere, pur essendo diminuiti i visitatori locali. Ci sono magari meno italiani, ma sono cresciuti i turisti provenienti da realtà in forte crescita economica come la Cina. Possiamo considerarlo un privilegio di massa, se visto su scala globale”.
Una soluzione può essere quella di cercare di destagionalizzare il turismo.
“Si scontrano in tal senso due proposte. Una possibilità è quella di porre una barriera di tipo economico nelle località più inflazionate, e cioè far pagare per poterci entrare. Non sono sicuro però che questa sia la soluzione giusta per ridurre l’affollamento, visto che si tratterebbe comunque di una cifra irrisoria e alla portata di molti. Per entrare al Pantheon, per esempio, adesso si pagano cinque euro, una somma che di certo non scoraggia le masse. Per rendere praticabile questa soluzione bisognerebbe alzare talmente tanto i prezzi da permettere solo a pochi l’accesso alle città, ma questo cozzerebbe con il carattere pubblico di tante opere d’arte che si possono visitare. L’altra teoria prevede che non si possano mettere vincoli economici, perché tutti devono poter ammirare le bellezze di Capri o Cortina. Insomma, il problema sta diventando di difficile risoluzione”.
Esistono poi vari tipi di turismo, da quello religioso a quello sanitario, da quello enogastronomico a quello esperienziale.
“Possiamo individuare tre grandi categorie: il turismo di massa, che è quello mordi e fuggi; il turismo familiare, di chi richiede comodità e tranquillità; e infine il turismo di élite, di chi è disposto a pagare tanto ma in cambio vuole qualità e servizi di alto livello. Questi tre turismi sono molto diversi tra loro e uno esclude l’altro”.
Quali pensa saranno quindi gli scenari futuri?
“In biologia si parla di omeostasi. Per fare un esempio, in un bel prato le cavallette aumenteranno sempre più, finché non finisce l’erba e le cavallette muoiono. Fuor di metafora, se si aumentano i prezzi – quindi si riduce l’erba del prato – i turisti prima o poi caleranno. E riparte il ciclo. Ma sono mutamenti che richiedono moltissimo tempo”.
Non sembrano esserci dunque soluzioni all’orizzonte per riportare il tutto a una maggiore normalità.
“Siamo entrati in un cul-de-sac. È quello che in sociologia si chiama iper-oggetto, cioè un fenomeno che esce dalla governabilità. D’altronde non si può ipotizzare di indicare quante persone si possono spostare o bloccare gli ingressi. Al massimo, come dicevamo, si può far pagare, ma ormai la gente ricca è molta e quindi per loro non sarebbe un freno. E poi bisogna considerare un altro aspetto”.
Vale a dire?
“Così il turismo non è più un godimento, ma una battaglia. Abbiamo avuto due anni di vuoto assoluto per il Covid, ma ora, con il ritorno alla normalità, ci siamo fatti trovare impreparati. Nel complesso, quindi, è calata la qualità della vita dei paesi che ospitano e dei turisti stessi. Ne risente anche la popolazione locale, che spesso fa difficoltà a spostarsi da una parte all’altra della città”.
Come sono cambiate le nostre località turistiche per adattarsi a questo boom di presenze?
“I due fenomeni fondamentali sono l’irruzione della tecnologia e la miniaturizzazione dell’accoglienza. Sono esplosi da ormai diversi anni i b&b, che costano relativamente poco, si possono visitare e prenotare comodamente da internet, sono in numero sempre crescente e fanno una concorrenza agguerrita ai classici hotel. C’è però una differenza sostanziale tra questo turismo mordi e fuggi e quello stanziale di un tempo, quando le persone andavano in villeggiatura per uno o due mesi. Prima si creava un interscambio culturale con le persone del posto. Nella logica del b&b invece c’è solo un rapporto d’uso, non si crea un legame con la città”.
(da TPI)

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“IL SALARIO MINIMO E’ ASSISTENZIALISMO”: IL DELIRIO DI MUSUMECI

Luglio 21st, 2023 Riccardo Fucile

SCHLEIN: “IL GOVERNO E’ PASSATO DA “PRIMA GLI ITALIANI” A PRIMA GLI SFRUTTATORI”

Diventano un caso le parole di Nello Musumeci sul salario minimo. “Secondo Schlein è anche una risposta alla mafia? Credo che la risposta sia il lavoro. Basta con questo assistenzialismo”, ha detto il ministro parlando da Palermo a margine di un’iniziativa sulla mafia organizzata da Fratelli d’Italia.
Insorgono le opposizioni: Pd e M5S su tutti. Elly Schlein – chiamata in causa direttamente dall’esponente di governo – replica così: “Io non so in che paese viva Musumeci, nel nostro ci sono tre milioni e mezzo di lavoratrici e lavoratori poveri. Sono passati da ‘prima gli italiani’ a ‘prima gli sfruttatori’ evidentemente”.
La leader dem parla dal Nazareno: “Vorrei che rileggessero la Costituzione e l’articolo 36 perché non si può tenere insieme lavoro e povero nella stessa frase. Questo è quello che evidentemente vuole fare una destra che pensa che il lavoro sia un favore mentre noi siamo convinti che il lavoro sia un diritto in una repubblica fondata sul lavoro”. Per Schlein “la destra quando fa queste dichiarazioni dimostra di essere in difficoltà e di arrampicarsi sui vetri senza avere argomenti”. Seguono a ruota le dichiarazioni di altri esponenti dem di primo piano. Secondo il capogruppo al Senato Francesco Boccia “considerare assistenzialismo il salario minimo vuol dire non voler garantire ai lavoratori un diritto sancito dalla Costituzione”. Alessandro Zan parla di “insulti” rivolti a “milioni di lavoratori poveri”, mentre Marco Furfaro esorta il centrodestra ad approvare il delle opposizioni: “Se volete bene all’Italia approviamo il salario minimo”.
Anche in casa 5 stelle si registra una certa irritazione. “Parole a vanvera”, attacca Giuseppe Conte. “I ministri di Giorgia Meloni non sanno nemmeno che chi chiede il salario minimo lavora da mattina a sera: non chiede di essere assistito, ma semplicemente pretende di essere pagato il giusto, non 3 o 4 euro l’ora”.
E ancora: “Le forze di questa maggioranza hanno altre idee su diritti ed emergenze del Paese: i vitalizi per gli ex senatori, andare in giro con 5mila euro in contanti in tasca”. Di vitalizi parla anche anche il capogruppo alla Camera Francesco Silvestri, secondo il quale le parole di Musumeci “non denotano solo un una scarsa conoscenza del tema e quindi un uso del vocabolario del tutto improprio, ma sono a dir poco ridicole tenendo conto che grazie al centrodestra sono stati reintrodotti i vitalizi per chi ha lavorato anche un solo anno in Parlamento”.
(da La Repubblica)

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SONDAGGIO GHISLERI: DUE ITALIANI SU TRE SONO A FAVORE DEL SALARIO MINIMO

Luglio 21st, 2023 Riccardo Fucile

BEN IL 44,2% DEGLI INTERVISTATI NON È A CONOSCENZA CHE QUANDO SI PARLA DEI 9 EURO COME SOGLIA PER UN SALARIO MINIMO SI INTENDE UNA PAGA ORARIA LORDA… ALLE PROSSIME ELEZIONI EUROPEE DEL 2024, IL SALARIO MINIMO POTREBBE RAPPRESENTARE UNA SPINTA PER L’INDICAZIONE DEL VOTO PER IL 6-7% DEI PARTECIPANTI AL VOTO E IL 3-4% DEGLI AVENTI DIRITTO”

Il 57% dei cittadini italiani maggiorenni si dichiara oggi pessimista rispetto alla situazione economica propria e della sua famiglia. Un dato che rimane stabile rispetto alla rilevazione dello scorso mese. Del resto nel ranking delle priorità rilevate da Euromedia Research nel mese di luglio sul podio spicca, sempre in crescita, l’inflazione e il caro prezzi (55,0%, +0,9 rispetto al mese di giugno).
Dai dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps nei primi quattro mesi del 2023 sono stati attivati 2.650.621 nuovi contratti di lavoro e le attivazioni a tempo indeterminato risultano in lieve calo (-3,7%). Da questo bilancio […] si argomenta l’esigenza di offrire delle risposte alla popolazione in tema di adeguamento delle retribuzioni. Su questa linea le opposizioni si sono coalizzate presentando una proposta di legge sul cosiddetto “salario minimo” che risulta condivisa dal 71,5% degli italiani.
L’analisi del sondaggio evidenzia alcune sfumature in cui, tra coloro che approvano senza riserva l’intenzione, si distingue un 25,6% che sicuramente trova corretta la proposta solo se unita a incentivi alle imprese; in questa screziatura si ritrovano la maggior parte dei sostenitori dei partiti della maggioranza di governo.
Gli elettori del Partito Democratico e Movimento 5 Stelle si ancorano principalmente ad una scelta obbligata in cui la proposta del salario minimo deve essere accettata in qualsiasi caso con apici che superano il 70,0% nell’approvazione del progetto. Più freddi risultano i sostenitori di Azione rilevati insieme a quelli di Italia Viva (54.7%),
La richiesta presentata dai principali partiti delle opposizioni immagina che al lavoratore di ogni settore economico potrà essere riconosciuto un trattamento economico complessivo non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali e che in generale sembrerebbe coinvolgere, secondo il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, il benessere di più di 3 milioni di cittadini.
È bene sottolineare che, pur esprimendosi nel merito, ben il 44,2% degli intervistati non è a conoscenza che quando si parla dei 9 euro come soglia per un salario minimo si intende una paga oraria lorda. E, dato ancora più clamoroso, tra coloro che si sono dichiarati a favore del progetto, 7 su 10 sono convinti che si parli di una cifra netta sul peso della tassazione. Dai dati Inps pubblicati lo scorso 10 luglio risulta che, se non si conteggiano il Trattamento di fine rapporto (Tfr) e la tredicesima, i lavoratori interessati sarebbero 4,6 milioni, mentre calcolando tutti i vantaggi dell’assunzione coloro che ne godrebbero sarebbero 1,9 milioni.
Protagonisti di questo dibattito oggi potrebbero essere proprio quelle generazioni che si sentono escluse dalla discussione politica e che comprendono anche le categorie più giovani della società. Facendo un semplice conto e calcolando una possibile affluenza tra il 55% e il 60% alle prossime elezioni europee del 2024 – alle scorse elezioni del 2019 aveva votato il 56% degli aventi diritto – il salario minimo potrebbe rappresentare una spinta per l’indicazione del voto per il 6% – 7% dei partecipanti al voto e il 3% – 4% degli aventi diritto. In questo ultimo periodo abbondante è il tempo riservato a questo tema, un po’ come accadde per il Reddito di cittadinanza nella campagna elettorale che portò alle elezioni politiche del 2018.
In questo momento il tema dell’inflazione e del caro vita è sempre in cima alla graduatoria delle priorità della gente, ed è particolarmente sentito dai più giovani (59%, +4% rispetto al dato del totale campione). Il tema vero è che il cittadino non vuole essere lasciato solo di fronte alla possibilità di sentirsi rispettato nei suoi diritti.
Alessandra Ghisleri
(da “la Stampa”)

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ANZIO, LA DENUNCIA DELL’ALLIEVA 15ENNE DEL CIRCOLO TEVERE REMO: “SONO STATA VIOLENTATA”

Luglio 21st, 2023 Riccardo Fucile

E IL CLUB CHIEDE A TUTTI “RISERVATEZZA” DATO CHE L’ACCUSATO E’ FIGLIO DI UN SOCIO IMPORTANTE

Una ragazza di 15 anni alleiva di uno scuola del Circolo Tevere Remo ad Anzio ha accusato un istruttore di vela di averla stuprata. L’accusato è figlio di un tesserato di peso del circolo.
La polizia ha acquisito i video della notte del 13 luglio scorso, quando si sarebbe consumata la violenza sessuale. Ma intanto il consiglio direttivo del circolo ha inviato una lettera ai soci. In cui chiede riservatezza. E di «evitare di scrivere sulle varie chat riflessioni e conclusioni fuorvianti». La sede del circolo si trova in Riviera Zanardella 101. A indagare è la procura di Velletri guidata da Giancarlo Amato.
L’accusato
La persona accusata di stupro, fa sapere Repubblica, si chiama Giulio D’Amico e ha 23 anni. Il padre, Giuseppe, è socio del Tevere Remo e numero due della Federazione Italiana Vela. L’abuso, secondo l’accusa, è avvenuto fuori dalla sede marittima del circolo nella notte tra venerdì e sabato scorsi, nella casa al mare di D’Amico a Lavinio. Dove avrebbe portato la 15enne e un altro minorenne, violando le regole del club che impediscono agli insegnanti di far uscire di notte gli allievi minorenni che dormono nella foresteria. Per questo il 23enne è già stato sollevato dall’incarico. Nella denuncia presentata ai carabinieri del Nuovo Salario la 15enne racconta che i tre sono andati nell’appartamento dell’istruttore a bere. Poi il minorenne si è addormentato. A quel punto arriva il rapporto sessuale, che per la vittima è uno stupro. La giovane aspetta che l’amico si svegli per dare l’allarme.
Gli sussurra all’orecchio: «Sono stata violentata». A quel punto i due se ne vanno e tornano nella sede del circolo. Dove la ragazza scrive sulla lavagna quello che le è successo. Il mattino seguente va al pronto soccorso. «C’è una indagine in corso. Offriamo tutta la collaborazione alla magistratura. Ma precisiamo che nulla è avvenuto all’interno del Circolo. Abbiamo 40 istruttori per le più svariate discipline e non è mai successo nulla in un secolo e mezzo di storia», spiega il professore Daniele Masala, ex olimpionico e 35esimo presidente del Tevere Remo. «Difenderemo il buon nome del Circolo», aggiunge al quotidiano Flavio Nicolai, socio del Tevere Remo e penalista a Roma.
(da Open)

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SEI GIOVANI ITALIANI PICCHIANO A SANGUE IL CAPOTRENO E POI PARTONO INDISTURBATI PER LE CANARIE

Luglio 21st, 2023 Riccardo Fucile

INCREDIBILE: IL BRANCO IDENTIFICATO E DENUNCIATO E’ STATO POI LASCIATO LIBERO DI PRENDERE L’AEREO (IL CONTROLLORE IN OSPEDALE)

Hanno malmenato un capotreno con calci e pugni, spedendolo in ospedale. Poi sono subito partiti per Tenerife, come se nulla fosse accaduto. L’ennesima aggressione al personale ferroviario ha il sapore della beffa, perché i protagonisti della violenza, 6 ragazzi italiani, una volta identificati e denunciati dalla Polaria, sono stati lasciati volare via per le vacanze estive da sogno. Adesso sono in corso indagini che, attraverso la visione delle telecamere di videosorveglianza interne al treno, cercheranno di ricostruire con più chiarezza la vicenda.
L’episodio, denunciato dal sindacato Fit Cisl, è avvenuto ieri pomeriggio intorno alle 18 a bordo del treno Leonardo che collega la stazione Termini con l’aeroporto di Fiumicino. Alla richiesta del titolo di viaggio, due dei sei ragazzi, tutti sprovvisti del biglietto, hanno iniziato a discutere con il capotreno. La lite è presto degenerata. Il capotreno è stato colpito con calci e pugni dai due, prima di essere salvato dal macchinista, che lo ha portato all’interno della sua cabina.
La Polfer è stata avvisata immediatamente dell’accaduto. Ma i 6 ragazzi, una volta arrivati a Fiumicino, hanno fatto perdere le loro tracce. Ad individuarli, mentre si stavano imbarcando per Tenerife, sono stati gli agenti della Polaria. Che dopo l’identificazione, però, li hanno lasciati partire per l’isola. Nel frattempo, il capotreno, un 46enne con 15 anni di esperienza, è stato costretto a recarsi al pronto soccorso, dove è stato dimesso con una prognosi di 7 giorni per le ferite riportate sullo zigomo e sul volto. L’uomo ha potuto identificare i suoi due aggressori, che però si trovavano già beati sotto il sole delle Canarie.
Solo lo scorso 13 luglio, nel giorno dello sciopero, una giovane capotreno di 20 anni era stata aggredita alla stazione Termini, riportando 30 giorni di prognosi. L’aggressore non è ancora stato identificato. Per questo la rabbia dei sindacati di categoria è tanta. «In meno di una settimana assistiamo a due gesti inconcepibili, tutto questo deve finire», denuncia Fabio Bonavigo, responsabile del dipartimento Attività Ferroviarie e Servizi della Fit-Cisl del Lazio. “Il lavoratore, che si è difeso, aveva semplicemente sollecitato i passeggeri a regolarizzare il titolo di viaggio, ed è dovuto invece andare in ospedale. Va fatto tutto il possibile per evitare derive indegne e per fare in modo che le persone non debbano andare a lavorare temendo per la propria incolumità. Il 31 luglio avremo un incontro con la direzione regionale Lazio di Trenitalia, faremo in modo che nulla resti intentato”.
(da agenzie)

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ALTRO CHE MELONI E TAJANI, SE L’AMERICA CHIAMA, AL SISI RISPONDE: IL TWEET DEL SEGRETARIO DI STATO BLINKEN A FAVORE DEL RILASCIO DI PATRICK ZAKI E’ STATO DETERMINANTE NELLA DECISIONE DELL’EGITTO

Luglio 21st, 2023 Riccardo Fucile

IL GENERALE AL SISI, CHE RICEVE UN MILIARDO DI DOLLARI L’ANNO IN ARMAMENTI DA PARTE DI WASHINGTON, E’ SENSIBILE AL PRESSING AMERICANO – ANCHE PERCHE’ IL DIPARTIMENTO DI STATO LEGA IL MANTENIMENTO DEGLI AIUTI MILITARI AI PROGRESSI NEI DIRITTI UMANI

C’è la mano americana dietro la grazia che ha riportato in libertà Patrick Zaki, 32 anni, e Mohammed El Baqer, cinquantasettenne avvocato per i diritti umani fra i cui clienti figura anche Alaa Abdel Fattah per la cui scarcerazione si era speso direttamente Joe Biden lo scorso novembre.
Il tweet con cui martedì il Dipartimento di Stato ha chiesto il rilascio, immediato, dello studente copto dell’ateneo di Bologna andava oltre l’auspicio ed era un messaggio che Washington ha voluto indirizzare al leader egiziano Abdel Fatah Al Sisi.
Il 29 gennaio il segretario di Stato Antony Blinken in missione proprio al Cairo, aveva detto che «tutti gli egiziani devono potersi esprimere liberamente senza il timore di rappresaglie». Allora il capo della diplomazia statunitense aveva approfittato della visita in Egitto per tenere un discorso all’American University del Cairo per spronare «l’emergente classe dirigente egiziana».
È all’interno di questa cornice che Washington ha deciso di inviare il tweet pro-Zaki, non casuale e non estemporanee ma figlio di una strategia che, se colloca Al Sisi al centro dello scacchiere africano e mediorientale elevandolo ad alleato prezioso e fondamentale sui temi economici e di sicurezza (un miliardo di dollari l’anno è il valore degli armamenti Usa destinati al Cairo), dall’altra non lo esenta da subire le pressioni Usa sul fronte dei diritti umani.
Nel comunicato diffuso dal Dipartimento di Stato dopo un bilaterale dello scorso dicembre Blinken metteva l’accento su un aspetto: ovvero che le relazioni bilaterali fra Usa ed Egitto «sono rafforzate dai tangibili progressi sui diritti umani in Egitto». In un report dello scorso febbraio Human Rights Watch aveva denunciato la mancanza di trasparenza, abusi continui, torture e detenzioni immotivate in Egitto.
Fra settembre del 2020 e febbraio del 2021 sono stati ad esempio arrestate 4500 senza una formale accusa; e sono decine di migliaia – alcune Ong stimano sino a 60mila – i prigionieri politici nelle carceri egiziani.
Tuttavia, Washington ha voluto sottolineare che il rilascio di alcuni attivisti e giornalisti, avvenuto in novembre, e il miglioramento delle libertà fondamentali e dei diritti umani rappresentavano un fatto importante. Ieri in una nota inviata a La Stampa, un portavoce del Dipartimento di Stato ha ribadito che Washington continuerà a fare pressioni sull’Egitto affinché rilasci tutti i prigionieri politici.
(da La Stampa)

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IL RIENTRO IN ITALIA DI PATRICK ZAKI E LA POLEMICA SUL VOLO DI LINEA: “NON VUOLE INCONTRARE LA MELONI?”

Luglio 21st, 2023 Riccardo Fucile

FA BENE A EVITARE UN VOLO DI STATO, DI PASSERELLE DI GOVERNO NE ABBIAMO FIN SOPRA I CAPELLI

Patrick Zaki, uscito ieri dal carcere, è atteso in Italia dopo la grazia di al Sisi. Il suo volo atterrerà a Milano, probabilmente sabato mattina. Poi lui partirà per Bologna. Ci rimarrà però solo per un paio di settimane. Poi tornerà in Egitto per sposarsi con la fidanzata Reny Iskander, come ha annunciato lui stesso.
L’agenzia di stampa Ansa ha scritto ieri che Zaki prenderà un volo di linea. E secondo Libero dietro questa decisione ci sono motivi di opportunità politica. Secondo quanto appreso dal quotidiano, Zaki vorrebbe evitare il rientro con volo di Stato, preferendone uno di linea, per aggirare la passerella con esponenti del governo Meloni. Pur avendoli ringraziati su Facebook. E «per via delle sue inclinazioni politiche». Zaki avrebbe preso la decisione dopo un confronto con i suoi legali.
L’ambasciata italiana al Cairo
L’ha comunicata all’ambasciata italiana del Cairo. Che ora dovrà garantire la sua incolumità, visto che nonostante la grazia in patria non può dirsi al sicuro. Ieri sera il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri si è chiesto polemicamente se Zaki «troverà il tempo di ringraziare il governo italiano al quale deve questo risultato». Zaki però su Facebook ha pubblicato già ieri uno status in cui, dopo aver parlato delle associazioni che lo hanno sostenuto, dice grazie all’intero esecutivo. «Ringrazio anche il governo italiano, il parlamento italiano, il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri che mi hanno sostenuto durante tutto il periodo di reclusione e il processo solo per essere laureato in un’università italiana, pur non essendo cittadino italiano», ha scritto. Citando quindi esplicitamente Giorgia Meloni e Antonio Tajani.
La conferma
Proprio Zaki in mattinata ha confermato ai giornalisti che partirà sabato mattina. Arriverà a Milano e da lì si sposterà a Bologna. Zaki ha parlato uscendo dall’ambasciata italiana al Cairo. «Ero qui per consegnare il mio passaporto», ha aggiunto senza precisare quale volo di linea intenda usare per rientrare in Italia. «L’ambasciatore è venuto a salutarmi», ha sottolineato riferendosi a Michele Quaroni.
(da agenzie)

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LA NUOVA ACCUSA A DANIELA SANTANCHE’ SU KI GROUP: “NON HA PAGATO I CONTRIBUTI”

Luglio 21st, 2023 Riccardo Fucile

SECONDO I DIPENDENTI CI SONO 450.000 EURO DI BUCO

Un’altra società di Daniela Santanchè finisce sulla graticola. Una trentina di ex dipendenti di Ki Group hanno bussato alla porta dell’Ispettorato del Lavoro e dell’Enasarco. Allo scopo di verificare se siano stati versati i contributi. Oltre a compensi e Tfr. Ki Group doveva versarli dal 2020. L’ultima a presentarsi a Torino, dove ha sede l’azienda, è stata Raffaella Caputo. Il Fatto Quotidiano fa sapere che era un’impiegata amministrativa dal 2022. Ha ricevuto una lettera di licenziamento nel 2022. E aspetta 35 mila euro di Tfr. «Abbiamo chiesto alla Guardia di Finanza di verificare se hanno versato almeno la quota dipendente che trattenevano in busta paga. Altrimenti sarebbe appropriazione indebita».
Le storie dei dipendenti
Non è l’unica. Marco Scotto, agente di vendita, ha accumulato crediti per 111.318 euro. « Enasarco vede il versato e non ciò che è da versare, ma dai miei conteggi mancano anche 2.088 euro di contributi per il 2021-22», racconta. Claudia Micucci, agente per il Lazio, deve avere 3 mila euro: « Mi costava più un avvocato che venirne a capo. Ricordo le riunioni in cui la Santanchè rampognava gli agenti con quei paragoni azzardati. Ma il problema era che non li pagava, se non dietro sollecito, come i fornitori. La merce non arrivava in magazzino e i clienti non compravano più articoli». Altri lamentano cifre più alte. E non possono versarli da sé subito: devono passare due anni dalla dichiarazione di fallimento.
Il rischio
Il rischio è che alla fine rimangano a bocca asciutta. Tutti i crediti, compresi quelli esecutivi in forza di decreti ingiuntivi, sono congelati dal 29 luglio 2022. Per dipendenti e creditori si era aperta la strada dell’istanza di liquidazione giudiziale. In 12, 7 agenti e 5 impiegati, la depositano al tribunale chiedendo 450mila euro di spettanze. Ma pochi giorni prima i legali di Ki avevano inviato alla seconda sezione civile una proposta di concordato semplificato liquidatorio che congela per la seconda volta le spettanze creditizie. «All’Inps ci hanno spiegato che Ki ha ottenuto la moratoria di un anno con pagamento a rate dei debiti previdenziali, per cui eventuali irregolarità non risultano, ma pare che neppure la prima rata sia stata pagata», dice Monica Lasagna, 52 anni, ufficio vendite.
(da Open)

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