Luglio 10th, 2023 Riccardo Fucile
NON SOLO OPERA CONTRARIA ALLA TUTELA DEL PAESAGGIO, MA PURE DUBBI SULLA SUA TENUTA, SUI LAVORI E SUI COSTI NECESSARI
C’è un ponte sospeso sullo Stretto di Messina. Noi non possiamo
vederlo, ma lui sì: il ministro Salvini allunga lo sguardo sullo specchio d’acqua dove un tempo navigava Ulisse, dove secondo la leggenda Colapesce regge l’isola dal fondo per evitare che un giorno s’inabissi, dove l’effetto di Fata Morgana riflette a mezz’aria l’immagine delle due città gemelle, e già vede Scilla e Cariddi coniugate dal mastodonte lungo più di 3 chilometri, retto da due piloni che salgono a 400 metri di quota.
Sarà l’ottava meraviglia, la sua piramide privata. Sarà inoltre l’eccezione che smentisce ogni principio conosciuto. Giacché i ponti uniscono, collegano due sponde contrapposte. Invece il ponte sullo Stretto divide, divarica, distanzia. Non solo la politica, con destra e sinistra a fronteggiarsi tra favorevoli e contrari. Benché – diciamolo – a suo tempo l’idea venne sposata pure da Prodi, D’Alema, Rutelli, Renzi, oltre che da Berlusconi. Ma questo ponte ci separa inoltre dalla logica, o almeno dal buon senso. E ci allontana, ahimè, dalla Costituzione, dai suoi valori.
Mettiamo da parte i dubbi tecnici, che pure in queste faccende dovrebbero essere importanti. Anche se molti studiosi di strutture in acciaio lo reputano di fatto irrealizzabile, anche se il ponte a campata unica più esteso del mondo (quello dei Dardanelli in Turchia) misura il 63 per cento in meno di quest’ultimo prodigio. Lasciamo altresì da parte il rischio eolico, in una zona battuta da venti formidabili, che impediranno il traffico per almeno 30 giorni l’anno. O il rischio sismico, dopo 36 terremoti catastrofici nell’arco di due millenni (l’ultimo, nel 1908, ha fatto 80 mila morti). E dimentichiamo che le due sponde dello Stretto poggiano su placche continentali che si divaricano d’un centimetro per anno. In due secoli fanno un paio di metri; e allora il ponte si romperà come una corda tesa.
Sì, possiamo trascurare questi leggeri inconvenienti, possiamo perfino disinteressarci della sorte cui vanno incontro le popolazioni locali. Il comitato “Invece del ponte” calcola che i lavori dureranno almeno 10 anni, in base al raffronto con il Terzo valico e con altre opere pubbliche perennemente incompiute. Nel frattempo Messina verrà traforata dalle cave (occorre scavare 8 milioni di metri cubi, secondo alcune stime). Subirà il passaggio di centinaia di camion al giorno. Respirerà nubi di polvere. Verrà assordata dal rumore. Per ottenerne in cambio un’astronave sospesa fra le mulattiere, giacché in Sicilia corre (si fa per dire) il treno più lento d’Italia: 13 ore da Trapani a Ragusa.
Ecco, qui comincia ad affacciarsi la regola costituzionale, ammesso che qualcuno voglia prenderla sul serio. In quella Carta non c’è forse scritto che “la sovranità appartiene al popolo”? E si può allora decidere tutto questo pandemonio senza l’assenso popolare? In Francia la legge Barnier del 1995 garantisce il giudizio della cittadinanza sui grandi progetti d’infrastrutture nazionali. Da parte nostra potremmo quantomeno celebrare un referendum consultivo, è il minimo. Magari allargandolo a tutti gli italiani, dato che le grandi opere hanno sempre un rilievo nazionale, dato che in ballo c’è una spesa di 11 miliardi.
Il governo, viceversa, ha in odio il dibattito, preferisce l’indottrinamento. Sicché assegna un milione l’anno alla società concessionaria per “sensibilizzare” le popolazioni di Messina e Villa San Giovanni, anche attraverso concorsi nelle scuole. Roba da Minculpop, altro che libertà d’informazione. Ma il governo ha in odio pure la concorrenza, benché a sua volta iscritta nelle tavole costituzionali. Difatti attribuisce l’opera al vecchio General Contractor (disdetto nel 2013) senza una nuova gara; e scaricando per giunta tutti i rischi sulla parte pubblica, come ha denunziato l’Autorità Anticorruzione.
Infine, la Costituzione subisce una ferita nella norma – celeberrima – che promette la tutela del paesaggio. Che ne sarà di quel tratto di mare, con una cicatrice nera a sfregiare l’orizzonte? Sennonché lo Stretto di Messina è parte del patrimonio culturale, oltre che di quello naturale. Ne scrisse Omero, e poi anche Tucidide, e Virgilio, e Lucrezio, e Ovidio, e Dante, e Goethe, e Pascoli, e D’Arrigo. Si può oscurare questo lascito in nome della viabilità? Sarebbe come costruire un ponte sospeso sopra il Colosseo, per migliorare il traffico di Roma. Ma lo Stato italiano ha appena riformato l’articolo 9 della Costituzione, per rafforzare la tutela del paesaggio; e con quest’impresa diventa il primo nemico del paesaggio.
(da La Repubblica)
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Luglio 10th, 2023 Riccardo Fucile
IL SINDACALISTA DIFENDE I GIUDICI DALL’ATTACCO DEL GOVERNO
Per il segretario della Cgil Maurizio Landini la proposta di legge sul salario minimo a 9 euro l’ora è soltanto l’inizio. E il suo sindacato si impegna a lottare contro la precarietà. Mentre il governo Meloni non può risolvere tutto con il taglio del cuneo. L’obiettivo finale del sindacato, sostiene in un’intervista a Repubblica, è cancellare tutti i contratti precari. E nel colloquio con Valentina Conte il sindacalista stigmatizza anche l’attacco ai giudici di Palazzo Chigi e del ministero della giustizia.
Un passo avanti
«Il salario minimo orario legale deve essere parte di un intervento legislativo che dà valore generale ai contratti nazionali per tutti, in tutti i settori e per tutti i lavoratori, autonomi inclusi», esordisce Landini. Con queste condizioni, dice, la proposta delle opposizioni è «uno strumento, un passo avanti». Mentre il governo, dice ancora, «non pensi di risolvere l’emergenza dei salari più bassi d’Europa solo con il taglio del cuneo o inventandosi gabbie salariali. È il momento di applicare la Costituzione. Con una legge che misuri la rappresentanza e assegni i diritti ai lavoratori di votare gli accordi che li riguardano ed estenda erga omnes i contratti nazionali. Nei contratti non c’è solo il trattamento economico minimo».
Tredicesima, maternità, ferie
Ma ci sono anche «Tredicesima, maternità, ferie, malattia, infortuni, welfare. Il salario minimo orario è utile. Ma l’obiettivo finale è più ampio. Ovvero cancellare i contratti pirata e i contratti di lavoro precari». Rispetto alla posizione di Meloni, invece, «se la premier crede nella contrattazione, perché non ha messo un euro per rinnovare i contratti pubblici? Perché contrappone i benefici fiscali al rinnovo dei contratti? Anziché applicare la Costituzione per migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini, continua ogni giorno a volerla cambiare: prima con le proposte per l’autonomia differenziata e il presidenzialismo. Ora con un attacco violento e inaccettabile alla magistratura di berlusconiana memoria. È una ragione in più per scendere in piazza il 30 settembre».
(da agenzie)
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Luglio 10th, 2023 Riccardo Fucile
PARLA A REPORT FEDERICA BUTTIGLIONE, IN CAUSA DI LAVORO… LA STORIA DEI COMPENSI PER KI GROUP E LE FRASI DELLA MINISTRA IN SENATO
Federica Bottiglione, ex dipendente di Visibilia, dice che mentre
era in cassa integrazione lavorava in Senato. Come assistente di Daniela Santanchè e di Ignazio La Russa. Con cui aveva un contratto di consulenza.
E aggiunge che nessuno le aveva comunicato di stare usufruendo della Cig Covid a zero ore.
Il racconto, che getta ulteriori ombre sui conflitti d’interesse del presidente del Senato, Bottiglione lo ha fatto alla trasmissione Report, che lo manderà in onda stasera su Raitre.
Ma in ballo ci sono anche soldi. La ministra del Turismo avrebbe infatti sottoscritto un patto parasociale con il compagno Canio Mazzaro. Che le permetteva di avere di fatto il controllo di Ki Group. E ha incassato, tra stipendi e indennità per le cariche sociali, 2,5 milioni di euro in 9 anni. Durante l’audizione in Senato Santanchè aveva detto di averne portati a casa molti di meno (27 mila) ma in tre anni.
Bancarotta fraudolenta e falso in bilancio
Le anticipazioni della nuova puntata di Report le raccontano oggi il Fatto Quotidiano e La Stampa. Santanchè è indagata dalla procura di Milano per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio. Insieme a lei il compagno Dimitri Kuntz D’Asburgo Lorena e la sorella Fiorella Garnero. Bottiglione decide di parlare “in chiaro”, ovvero senza censure sulla sua immagine. In Visibilia ricopriva la carica di responsabile degli affari societari.
Con questo incarico poteva interfacciarsi con Consob. Nell’intervista afferma di aver lavorato in Visibilia durante l’emergenza Covid mentre era in cassa integrazione a sua insaputa. Tra il 2020 e il 2021 percepiva circa mille euro al mese. Che nel periodo dell’emergenza le venivano corrisposti a titolo di rimborso spese. Nel frattempo lavorava in Senato per La Russa e Santanchè: le sue mansioni erano andare a prendere la posta nella casella e controllare quella elettronica.
La ministra
La ministra aveva dichiarato che l’ex dipendente «non ha mai messo piede in Visibilia dall’entrata della sua cassa integrazione». In effetti nelle carte della causa davanti al giudice del lavoro di Roma e precisamente nella memoria dell’8 giugno – gli avvocati ammettono che la dipendente per l’azienda «ha svolto determinate attività (senza mai mettere piede nei locali aziendali), ricevendo e inviando mail».
E nel frattempo lavorava in Senato (fino al 2021). Per quegli incarichi la lavoratrice «emetteva fatture mensili». Per questo, scrivono gli avvocati, «Visibilia Editrice, viste le contestazioni mosse nel ricorso, ha ritenuto opportuno definire la posizione sotto il profilo retributivo-contributivo». Versando i 37 mila euro nel marzo 2023. Ieri Santanchè è stata contestata in Versilia proprio sul caso.
Gli stipendi
La donna dice in trasmissione che non riceveva buste paga nei termini di legge. Quando se ne è lamentata le hanno risposto: «Come per gli altri, facciamo rimborsi chilometrici. A quel punto ho chiesto: ma c’è Covid, c’è il lockdown, nessuno girava, dove sono andata?».
Sugli emolumenti di Santanchè lei stessa in Senato ha detto: «Da Ki Group srl negli anni 2019, 2020 e 2021 ho incassato complessivamente 27 mila euro lordi, in tutti e tre gli anni. Per gli anni precedenti, 2014, 2015, 2016, 2017 e 2018 (…) ho percepito dalla capogruppo mediamente un valore lordo annuo di circa 100 mila euro in maniera fortemente decrescente negli ultimi 3 anni». Ovvero, conta il Fatto, in totale 527 mila euro in 8 esercizi. L’analisi dei bilanci effettuata da Report però mostra altri numeri.
2,5 milioni da Ki Group
Ovvero, tra il 2014 e il 2018, 1,7 milioni. Per poi arrivare a quota 2,5 milioni, secondo Report, nel 2021. Mentre l’ex compagno Mazzaro ha incassato 7 milioni. All’epoca la società perdeva 2,7 milioni di euro solo nel 2016. Nel 2021 l’azienda ha licenziato la quasi totalità dei suoi 77 dipendenti. Il personale è poi fuoriuscito definitivamente dall’azienda nel corso del 2023, «quando io già da tempo non avevo alcun ruolo», si è difesa la ministra in Senato».
(da Open)
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Luglio 10th, 2023 Riccardo Fucile
SONDAGGIO ANNUALE DEL SOLE 24 ORE: NELLA TOP TEN DEI SINDACI CENTROSINISTRA BATTE CENTRODESTRA 7 A 2
Beppe Sala e Stefano Bonaccini sono rispettivamente il sindaco e il presidente di regione più amati d’Italia. Entrambi di centrosinistra, guidano il Comune di Milano e la Regione Emilia Romagna.
Sala, con il 65% di gradimento, conquista la prima posizione nel Governance Poll 2023, il sondaggio sul consenso degli amministratori locali realizzato per il diciannovesimo anno consecutivo dall’Istituto demoscopico Noto Sondaggi per il Sole 24 Ore.
Dopo di lui ci sono Marco Fioravanti (Ascoli Piceno 64,5%) e Antonio Decaro (Bari 64%), entrambi sul podio, ma a parti invertite, anche l’anno scorso.
Sala, al secondo mandato, migliora il gradimento del 7,3% rispetto al giorno dell’elezione e con un miglioramento rispetto alla quarta posizione dell’anno scorso. Al quarto posto Michele Guerra (Parma, 63%), che si piazza ex aequo con Luigi Brugnaro, sindaco veneziano di centrodestra che nel Governance Poll 2022 occupava la prima posizione. Ultima posizione per Marco Guarente, sindaco di Potenza (42%).
Nella top ten dei sindaci il centrosinistra batte il centrodestra 7 a 2, con il 10° posto occupato dal Centro di Clemente Mastella (Benevento, 59%).
Tra i presidenti di Regione, spicca il risultato di Stefano Bonaccini (Emilia Romagna 69%, in aumento del 17,6% rispetto al momento dell’elezione e meglio della terza posizione dello scorso anno), che soffia a Luca Zaia (Veneto 68,5%) un primato detenuto per dodici anni.
Al terzo posto si attesta Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia 64%), già secondo un anno fa. In coda Christian Solinas (Sardegna) con il 35% e Michele Emiliano con il 43 per cento.
Nella top ten delle regioni, dopo Bonaccini, tutti esponenti del centrodestra tranne Vincenzo De Luca (Campania) al 9° posto con il 54,5% di consenso: piazzamento ex-aequo al 4° posto con il 59% di gradimento i due governatori di centrodestra non leghisti, Roberto Occhiuto (Calabria) e Giovanni Toti (Liguria).
(da Open)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
L’INVOLUZIONE DI UNA CHIMERA CHE NON SCALDA I CUORI PADAGNI
Che cosa è rimasto dell’indipendenza della Padania, del
federalismo anzi della secessione, dell’autodeterminazione dei popoli, dello staccarsi a Roma per guardare a Monaco di Baviera, addirittura del minacciato scisma dalla Chiesa cattolica per confluire nelle chiese protestanti del Nord? Tutto questo era, è stato, fu la Lega: questi erano gli ideali del suo popolo, e solo fino a un certo punto si trattò di folclore.
Bene: di tutto questo è rimasta una discussione (non so quanto seguita dagli stessi elettori leghisti) sull’“autonomia differenziata”, termine gelido e perfino orribile che richiama alla mente i sacchetti dell’umido e le campane per il vetro, e che certo non scalda il cuore di quello che fu il popolo di Pontida.
Cerco di spiegare la materia con poche e sintetiche parole, perché ci si muove in un terreno freddo, burocratico, complesso, pieno di norme codici codicilli e commi.
L’autonomia differenziata è il riconoscimento, da parte dello Stato, dell’attribuzione a una regione a statuto ordinario di autonomia legislativa sulle materie di competenza concorrente e, in tre casi, di materie di competenza esclusiva. In base all’attribuzione a sé di queste competenze, le regioni possono trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più distribuito su base nazionale a seconda delle necessità collettive. Cerchiamo di semplificare ancora di più: ogni Regione tiene per sé una buona parte delle tasse che prima mandava a Roma per essere ridistribuite fra tutte le Regioni, e se le spende a seconda delle proprie, interne, necessità.
Tutto questo sarebbe permesso per ventitré capitoli di spesa, fra cui il commercio con l’estero, la tutela e la sicurezza del lavoro, l’istruzione, le professioni, la ricerca scientifica e tecnologica, la tutela della salute, l’alimentazione, l’ordinamento sportivo, la protezione civile, il governo del territorio, i porti e gli aeroporti civili, le grandi reti di trasporto e navigazione, la comunicazione, l’energia, la previdenza complementare e integrativa, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, la cultura e l’ambiente, le casse di risparmio e gli enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.
Tutte queste “forme e condizioni particolari di autonomia” alle regioni sono previste dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione. Il quale, tuttavia, non è mai stato attuato perché si è tenuto conto del fatto che le regioni italiane non sono tutte ricche allo stesso modo, anzi: e concedere a quelle più ricche la possibilità di tenere per sé più entrate fiscali è considerato pericoloso. C’è il rischio di aumentare le diseguaglianze fra i cittadini.
Roberto Calderoli, che è un leghista della prima ora, ha presentato un disegno di legge per attuare questa autonomia differenziata. Disegno di legge contestato dalle opposizioni e da molti studiosi – che temono appunto che si possa spaccare il Paese – ma accolto con freddezza anche da ampie parti della maggioranza, Fratelli d’Italia per primi.
Uno dei punti cruciali sono i Lep, cioè i livelli essenziali di prestazione, che devono garantire “i diritti civili e sociali” in modo equo ai cittadini di tutto il Paese, e che con l’autonomia differenziata sarebbero a rischio. Tanto che proprio su questo tema c’è una commissione che deve garantire questi diritti civili e sociali in modo equo per tutti, e nei giorni scorsi quattro illustri membri della commissione medesima – Giuliano Amato, Franco Gallo, Alessandro Pajino e Franco Bassanini – si sono dimessi.
La legge sull’autonomia differenziata è dunque a rischio e Calderoli ha detto che, se non passa, lascia la politica, aggiungendo: “La lascio davvero, mica come Renzi”.
Sperando che il lettore abbia avuto la forza di giungere fino a qui, perché la materia è ostica, ecco, il punto è questo: sarà anche un’importantissima questione di competenze e soprattutto di soldi, questa autonomia differenziata: ma, ammesso che passi, era questo il sogno di Umberto Bossi? E del suo popolo?
La Lega nacque che si chiamava Lombarda, erano quattro gatti e all’inizio degli anni Ottanta spedivano nelle case dei cittadini con cognomi “dei nostri” (Brambilla, ad esempio) un giornaletto che si chiamava “Lumbard, tass”, lombardo taci. Il tema era il seguente: oggi i professori nelle nostre scuole sono in gran parte meridionali, non si parla più la nostra lingua, ci hanno silenziati.
Nasceva l’epopea e la retorica del Nord che la mattina presto tira su la saracinesca della bottega; che mantiene il Paese mentre i terroni vivono di sussidi, clientele, pensioni anticipate, false invalidità. Bollata dai giornali con troppa faciloneria come un fenomeno folcloristico, la Lega cresceva, il suo pensiero correva di bar in bar e di mercato in mercato (per mercato intendendo le bancarelle dei paesi, non la City), forte di quell’idem sentire di cui Bossi parlava.
E lo prendevano in giro, Bossi: con i suoi Rayban a goccia anni Settanta, le sue canottiere, il suo stuzzicadenti all’angolo della bocca, la sua “gabina elettorale”, il suo “laoro”, il suo “Nort”: ma Bossi aveva dietro a sé un popolo. E un progetto politico. Bello, brutto, giusto o sbagliato: ma un progetto politico forte, forse il più forte che circolasse in giro fra i partiti, tanto che il suo, di partito, che doveva sparire in un battibaleno secondo i giornalisti, è oggi il più longevo del Parlamento.
In principio fu, questo progetto politico, il federalismo del professor Gianfranco Miglio: la divisione del territorio italiano su base cantonale secondo il modello svizzero, con la costituzione di tre macroregioni (il Nord o Padania, il Centro o Etruria, il Sud o Mediterranea) più cinque regioni a statuto speciale.
Ci fu poi, dal 1995 al 1998, la svolta secessionista. Niente più federalismo: indipendenza. Bossi e suoi cominciarono con il rito dell’ampolla, prelevavano acqua dal Po a Pian del re di Crissolo e la portavano a Venezia. A Bagnolo San Vito, in provincia di Mantova, fu istituito il Parlamento del Nord, che legiferava per conto proprio. A Bagnolo, Bossi arrivava verso le due del pomeriggio perché la mattina ha sempre dormito: arrivava e disfaceva gli articoli della Costituzione messi insieme la mattina dai vari Calderoli, Speroni, Castelli, Borghezio, Boso detto Obelix. I soliti giornali prendevano in giro tutto questo, dicevano che sembrava di essere a Paperopoli, ma Bossi – ripeto – aveva un popolo. Una notte arrivò, verso le tre o le quattro, in un bar a Ponte di Legno per giocare a calcio balilla e ordinare la sua cena, cioè gli immancabili spaghetti in bianco con Coca Cola. C’era un gruppo di tifosi dell’Atalanta che lo vide e lo accolse come un dio vichingo al grido “Bergamo nazione / il resto è meridione”.
Bossi aveva un popolo, un’idea. A Pontida si celebrava, ogni anno, la solenne liturgia. Chiunque andasse sul palco a parlare prima del Capo intercalava ogni discorso con “la nostra gente”. Anche Rosi Mauro che era nata a San Pietro Vernotico in provincia di Brindisi (l’avevate rimossa Rosi Mauro, vero?) diceva sempre così: la nostra gente.
Una sera, mi pare a Porta a Porta, Bossi annunciò che oltre a uno Stato voleva farsi una Chiesa: “Via da Roma”, disse, come Lutero aveva detto (e fatto) “Los von Rom”. Pochi giorni dopo lo colse un accidenti, la famosa e maledetta notte dell’ictus nella neve fra Gemonio e Varese, e qualcuno ipotizzò una punizione del Padreterno, offendendo più quest’ultimo che Bossi.
Ecco, tutto questo era, è stato, fu la Lega. Molte cose sono cambiate, Salvini soprattutto. E questa storia dell’autonomia differenziata – che pure è certo, economicamente, rilevantissima – passa ormai nell’indifferenza degli elettori e tutto sommato anche in quella della Lega stessa, un partito che ormai da tempo ha perso il dna, e che probabilmente vive oggi nella speranza che Giorgia Meloni prenda la guida di un polo conservatore per poter ritagliarsi uno spazio ancora più a destra. Lontanissimo, comunque, da Pontida e dintorni.
(da Huffingtonpost)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
“I DIRITTI DEI CITTADINI CAMBIERANNO IN BASE ALLA RICCHEZZA DELLA REGIONE IN CUI VIVONO”
“Gli effetti a lungo termine dell’autonomia differenziata? Dai concorsi per i professori agli ospedali, i diritti dei cittadini, di fatto, saranno garantiti in modo diverso a seconda della ricchezza dei territori in cui abitano”,
Gianfranco Viesti è professore di Economia all’Università di Bari. Da mesi si spende contro la riforma disegnata da Roberto Calderoli, che porterà le regioni a poter gestire in autonomia materie importanti – dall’ambiente alla salute, dall’istruzione ai trasporti – sottraendone la potestà allo Stato.
“Sull’espressione ‘secessione dei ricchi’ ho il copyright io”, scherza con HuffPost che gli chiede di spiegare quali saranno gli effetti di una riforma così importante come quella dell’autonomia sulla vita delle persone.
Viesti non coglie l’occasione per picconare indistintamente un disegno che non condivide neanche in minima parte, ma analizza tutte le opzioni. E avverte: “Ci sono ancora tantissime incognite e anche per questo è difficile prevedere a tuttotondo gli effetti che la riforma avrà sulla vita dei cittadini. Ci sono, però, delle ipotesi che si possono già fare. Il fatto che ci siano tante incertezze non è buon segno: prima di questo passaggio così radicale sarebbe giusto che i cittadini sapessero esattamente cosa accadrà. Molti cambiamenti si avvertiranno solo nel lungo periodo, altri saranno più immediati”.
Ci sono degli indicatori che già aiutano a comprendere quali saranno i risvolti di quello che Viesti chiama “un processo lento ma inarrestabile, rispetto al quale non è stata prevista la possibilità di tornare indietro”. Come ha spiegato HuffPost, infatti, il progetto del ministro per gli Affari regionali prevede che le materie passino dalla competenza dello Stato alla Regione, su richiesta di quest’ultima, grazie a un’intesa – sulla quale il Parlamento deve dire solo “sì” o “no” – dalla quale non è previsto recesso.
“Due sono gli ambiti in cui l’effetto dell’autonomia differenziata si sentirà di più, e con tempi relativamente più brevi: scuola e sanità”. Argomenta Viesti: “Sull’istruzione – aggiunge – dipende molto da quali richieste faranno le regioni. Alcune saranno estreme: tra le materie che possono diventare materia regionale, infatti, ci sono le norme generali sull’istruzione e sull’assunzione di personale. Che significa? Significa che potrebbero essere fatti concorsi scolastici su base regionale”.
E le conseguenze sarebbero le più varie. Molte impatterebbero inevitabilmente sulla qualità dell’istruzione nelle aree più svantaggiate. O meglio, nelle regioni che non chiedono l’autonomia sulla scuola: “Se la selezione fosse fatta su base regionale, verrebbe meno il contratto nazionale, si porrebbe il tema della mobilità tra una sede di lavoro e un’altra ma, soprattutto, il tema delle retribuzioni”, argomenta Viesti.
Il problema della differenza di retribuzione – un medico che lavora in Puglia guadagnerebbe di meno di uno che lavora in Veneto, per intenderci – si pone con forza anche nel settore sanitario.
Con un’aggravante: “Se la sanità diventa appannaggio delle Regioni – spiega ancora il professore – dal giorno dopo finisce il servizio sanitario nazionale, perché le Regioni avranno piena potestà nella definizione delle norme e delle strutture. Quanto alla retribuzione, i compensi di medici e infermieri sarebbero anche molto diversi da Regione a Regione, con la conseguenza che ci sarebbe, col tempo, una migrazione di queste figure professionali, dettata dai compensi”.
Sollecitato da HuffPost sull’estressione “secessione dei ricchi” – non sarà un’esagerazione? – il professore, che a settembre pubblicherà un libro con Laterza intitolato proprio “Contro la secessione dei ricchi”, risponde senza esitare: “Sarà una parasecessione, una secessione di fatto, del pezzo più ricco del Paese. Nello specifico, delle tre Regioni più ricche: Emilia Romagna, Lombardia, Veneto”.
In tutto questo discorso, però, manca un elemento: come ha fatto notare spesso il ministro Roberto Calderoli, forme di autonomia sono previste dalla Costituzione. Questo movimento contrario all’autonomia si sta dunque scagliando contro la Carta stessa? A sentire il professore non è esattamente così: “Si, vero, la Costituzione dà la possibilità alle regioni di ottenere ulteriori competenze rispetto a quelle che già spettano loro, ma la potestà in merito spetta al Parlamento”. Nel disegno di legge attuale – che, però, sarà modificato, anche per volere di Fratelli d’Italia, come spiegato qui da HuffPost – invece, alle Camere spetta solo un parere finale, dopo che l’intesa Stato-Regione è già stata perfezionata. C’è poi il nodo dei livelli essenziali di prestazione – quel minimo servizi che, al di là dell’autonomia, devono obbligatoriamente essere garantiti su tutto il territorio nazionale – sul quale il professore non mostra ottimismo: “Al momento sono solo fumo. Ci vorrebbero anni per definirli e, forse, un periodo ancora più lungo per finanziarli.
(da Huffingtonpost)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
ALLA FESTA BOLOGNESE DEL SINDACATO ELLY SCATENATA: “QUANDO LA MELONI AVRA’ FINITO DI PREOCCUPARSI DEI GUAI GIUDIZIARI DEI SUOI AMICI, SPERO SI RICORDI ANCHE DEI TRE MILIONI DI LAVORATORI PRECARI SFRUTTATI CHE ATTENDONO RISPOSTE”
Elly Schlein e Maurizio Landini. Di nuovo insieme, sempre
insieme. La segretaria del Pd torna a casa della Cgil, sarà almeno la quarta volta da quando si è insediata al Nazareno. Di fatto, una volta al mese.
Dal congresso Cgil di Rimini, passando per un convegno alla Leopolda di Firenze e per la piazza romana in difesa del diritto alla salute, ora la festa bolognese del sindacato. Lei c’è, per rafforzare, una volta di più, l’alleanza in difesa dei lavoratori, contro la precarietà, per il rinnovo dei contratti e l’aumento dei salari.
La leader dem è combattiva, al suo arrivo al parco del Cavaticcio mette subito nel mirino Giorgia Meloni: «Quando uscirà dal suo imbarazzato e imbarazzante silenzio, la premier ci dica che cosa pensa della nostra proposta unitaria sul salario minimo», dice Schlein, riferendosi agli ultimi casi che hanno agitato la maggioranza, da Santanchè a Delmastro, fino a La Russa.
«Meloni si sta occupando unicamente delle beghe giudiziarie dei suoi ministri – attacca – ma ci sono più di 3 milioni di lavoratrici e lavoratori poveri in Italia che non possono aspettare ancora».
Di fronte alla quale la segretaria Pd torna a indicare una prospettiva, parallela a quella della Cgil: «Bisogna rafforzare la contrattazione collettiva, ma va estesa anche ai parasubordinati e autonomi – spiega –. Invece abbiamo un governo che ha messo mano ai contratti a cascata, che non vuol dire solo più precarietà, ma anche aprire le porte alla criminalità organizzata e abbassare l’attenzione sulla sicurezza sul lavoro».
Su questo terreno, come pure sulla difesa della sanità pubblica, «vorremmo intrecciare battaglie anche con la Cgil e gli altri sindacati – aggiunge Schlein – Perché la destra deve capire che il welfare non è un costo ma un investimento».
Landini è pronto a raccogliere, sottolineando che «serve il rinnovo dei contratti, pubblici e privati, e una legge che dia valore generale ai contratti nazionali, firmati da organizzazioni che siano rappresentative – spiega il segretario – e su questa base stabilire la quota oraria sotto la quale nessuno deve essere pagato. Il salario minimo è un punto, non la soluzione di tutto». Per tutte queste istanze e per «impedire che la Costituzione venga messa in discussione»,
Landini rilancia il prossimo appuntamento di piazza, dopo l’estate: il 30 settembre a Roma per proseguire il percorso avviato con il corteo dello scorso 24 giugno. Ma il leader Cgil va oltre e parla anche di «un nuovo diritto», quello «alla formazione e alla conoscenza», che nel concreto è la richiesta di aggiungere un monte ore settimanale retribuito, per l’educazione e l’istruzione degli operai.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
MA ‘GNAZIO È L’UNICO ISCRITTO AL SUO PARTITO DAVANTI AL QUALE LA PREMIER HA SOVRANITÀ LIMITATA… MA DENTRO IL PARTITO CRESCE IL MALUMORE
Lo consideravano autorevole, ma ora è soprattutto ingombrante. Eppure lo devono tenere al suo posto. Inamovibile, ma sicuramente scomodo. Ignazio La Russa ne fa tante, troppe.
Nel suo partito lo sanno e da tempo hanno organizzato una sorta di sistema d’emergenza che si attiva a ogni sparata del senatore. Per Giorgia Meloni, sin dai giorni della fondazione di Fratelli d’Italia, Ignazio è stato una guida utile e a tratti decisiva, apriva porte e all’occorrenza sapeva anche sbatterle, ma in questa fase la sua figura sta diventando, ad ascoltare il dibattito interno a FdI, più un problema che un sostegno.
La questione La Russa è seria, anche perché, a differenza di ministri e sottosegretari, il presidente del Senato resterà tale per tutta la durata della legislatura, a modo suo. E il timore di molti in via della Scrofa è che il vero obiettivo delle inchieste su Daniela Santanchè possa essere proprio lui, da sempre legato alla ministra del Turismo, per motivi politici, professionali e anche di amicizia. La riunione con i legali dell’imprenditrice, nella quale il presidente del Senato avrebbe dispensato consigli sulla strategia legale, ma di fatto anche quella politica, rende manifesto un conflitto se non di interessi, per lo meno di ambiti.
Meloni lo sa e ha provato ancora una volta ad appellarsi al buon senso, se non alla disciplina istituzionale: «Non parlare più».
Il riferimento è al caso giudiziario che coinvolge il figlio Leonardo Apache, quando La Russa ha, attraverso una nota, espresso dubbi sulla versione di una ragazza che ha denunciato lo stupro, avvenuto, secondo il racconto della giovane, nella casa del presidente del Senato. La premier si è alterata e ha preteso che si correggesse il tiro. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Ma La Russa è forse l’unico iscritto al suo partito davanti al quale la premier ha sovranità limitata.
A ogni gaffe, nel partito corrisponde un’alzata di spalle, «sappiamo com’è fatto…».
Ora, però, lo sguardo imbarazzato non basta più. Verso di lui il sentimento è sempre oscillato dall’affetto allo sconcerto. Con una prevalenza del secondo, man mano che le figuracce aumentano.
Nessuno osa attaccarlo in pubblico, ma la questione è ben presente negli sfoghi dei dirigenti. Meloni si è anche trovata costretta a censurarlo pubblicamente, quando lo scorso aprile, tra gli stand del Vinitaly, definì «sgrammaticatura istituzionale» le frasi in libertà sulla strage di via Rasella. Le posizioni su fascismo e Resistenza hanno costretto il partito e quindi di fatto anche Palazzo Chigi a giocare in difesa per varie settimane, fino al 25 aprile, causando un danno d’immagine notevole.
Il potere gli derivava poi dall’innegabile capacità nelle trattative, nelle quali La Russa sa alternare momenti di amabilità a un tratto aggressivo, quasi brutale, finalizzato a piegare la controparte. Quando le vicende si complicavano, gli alleati non si piegavano o un candidato non si voleva ritirare, c’era Ignazio.
Il problema, però, è che Ignazio c’è ancora sfidando apertamente l’etichetta istituzionale. Le cronache, ricche di testimoni, raccontano che il presidente del Senato è entrato in molte vicende locali, da Imperia alla Regione Lombardia, dove ha preteso un posto in giunta per il fratello Romano, creando forti malumori nel partito e nella coalizione. Insomma, non si è fatto ingabbiare, ma nella sua gabbia rischia di entrare tutto il partito.
(da La Stampa)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
“SARA’ UNA STORIA CHE NARRA DI UOMINI CIALTRONI CHE CONDANNANO A MORTE UN’ORSA”
Il regista Giovanni Veronesi farà un film sull’orsa Jj4 che ha
aggredito e ucciso Andrea Papi. «Sarà una storia che narra di uomini cialtroni che processano e condannano a morte un orso. Quello che è accaduto e sta accadendo in Trentino è una storia di cui parlare per dimostrare quanto sono stupidi e crudeli gli uomini», inizia a raccontare. Gli attori ancora non li ha in mente, ma sa bene quali saranno i personaggi. E soprattutto, chi saranno i buoni e i cattivi. Per quanto riguarda la seconda categoria, in prima linea ha intenzione di metterci il presidente del Trentino Alto Adige, Maurizio Fugatti, che descrive come una «persona inutile e incapace che andrebbe mandata via immediatamente».
In un’intervista al Corriere della Sera rivela che la storia si strutturerà sulla caccia all’ora vista da due punti di vista differenti e con due modalità diverse: «Da una parte la persona che cerca di salvare Jj4 e dimostrare che non è aggressiva, dall’altra chi vuole ucciderla e non sente ragioni. Una corsa contro il tempo, il bene e il male contrapposti».
«Cercheranno di impedirmelo…»
Qualche scena del film già la immagina: «Vorrei portare una folla di bambini a protestare sotto la sede della Regione Trentino-Alto Adige, centinaia di bambini con i cartelli e le bandiere a urlare per salvare gli orsi, anche i figli di quelli che hanno votato Fugatti. Nessun bambino condannerà mai a morte un orso», rivela a colloquio con la giornalista Francesca Visentin.
La decisione di iniziare a pensare queso girato nasce perché il regista vive l’arte come valore civile: «Chi fa il mio mestiere deve impegnarsi e indignarsi, dire le cose, denunciare senza paura delle conseguenze. Io non sto zitto su questa vicenda. Cosa possono farmi? Impedirmi di fare il film? Vietarmi di girare in Trentino? Se succederà, sarà peggio, mi arrabbierò molto, chiamerò tv e giornali, racconterò tutto».
Data di uscita? Probabilmente nel 2025. Per ora il regista vuole passare un anno in Trentino per documentarsi su quanto sta accadendo. Ma secondo Veronesi non sarà un’impresa così semplice la realizzazione di questa pellicola: «Immagino che Fugatti cercherà in ogni modo di impedirmi di girare in Trentino. Se sarò costretto, andrò anch’io in Romania come l’orsa, girerò lì il film».
(da agenzie)
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