Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
RACCONTERA’ LA SUA ESPERIENZA IN PRIMA LINEA NELL’AIUTO AI MIGRANTI CON LA ONG: “NON RINNEGO LA MIA STORIA DA ANTAGONISTA. OGGI MI SENTO CRISTIANO”
Luca Casarini, storico leader dei Centri sociali, dei No Global italiani e dei Disobbedienti del G8 a Genova, oggi in prima linea nell’aiuto ai migranti con la Ong «Mediterranea Saving Humans» (il cui cappellano don Mattia Ferrari è stato oggetto di minacce su cui indaga la Procura di Modena), sarà «invitato speciale» al prossimo Sinodo dei Vescovi che si terrà in ottobre. Il suo nome è stato pubblicato dalla Sala Stampa vaticana nell’elenco dei partecipanti alla prima sessione della XVI Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi sul tema: «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione» (dal 4 al 29 ottobre).
Luca Casarini, da ex leader dei centri sociali e delle rivolte del G8 di Genova a «invitato speciale» di papa Francesco al prossimo Sinodo dei Vescovi: soddisfatto di questo prestigioso ruolo?
«Assolutamente sì, è un grande onore e una grande opportunità per me come persona, ma anche un messaggio forte di sostegno per Mediterranea Saving Humans e per tutto il soccorso civile in mare. Non a caso questo invito deve molto a don Mattia Ferrari, nostro capo missione in quella che chiamerei la navigazione di Mediterranea dentro la Chiesa. Con Mediterranea saremo anche presenti a un incontro con i vescovi dal 18 al 24 settembre promosso dalla Diocesi di Marsiglia, preparatorio a un possibile Sinodo del Mediterraneo cui partecipino realtà laiche e cristiane».
Al Sinodo dei vescovi che contributo porterà? L’impegno del «nuovo Casarini» con la Chiesa in quali altre direzioni procede?
«Lavoro a stretto contato con la Caritas in Ucraina e anche con Migrantes. Al Sinodo vado per ascoltare, ma certamente mi piacerebbe condividere l’esperienza che sto facendo da 5 anni in mare coi migranti perché parla dello stesso Vangelo di papa Francesco, così come della sua enciclica Fratelli Tutti: ovvero l’importanza di sentire come fratelli sorelle le altre persone e in particolare i più deboli. Quelle che chiamiamo democrazie riservano ad alcune categorie di persone un trattamento diverso e ineguale: sono i più poveri che arrivano dal Sud del mondo, coloro che troviamo in Libia, nei campi profughi turchi finanziati dalla Ue, che muoiono nei naufragi di Cutro e Pylos. Se non affrontiamo seriamente questi temi le democrazie fondate nel dopoguerra sul concetto di diritti umani perdono senso».
A livello personale, i 5 anni con Saving Humans cosa le hanno insegnato?
«L’elemento dell’amore viscerale, un’espressione che torna spesso nel Vangelo ma anche nel Corano. Mi hanno insegnato poi la necessità dell’impegno personale: di fronte alla sofferenza bisogna agire, non accettare quella che papa Francesco chiama la globalizzazione dell’indifferenza, un mondo costruito su questo livello di diseguaglianze. Ho compreso che nessuno si salva da solo, l’azione deve essere mossa dall’amore, come arma potentissima».
Cosa rappresenta per lei Papa Francesco? È noto che avete un rapporto di amicizia…
«Papa Francesco rappresenta una Chiesa che sceglie di confrontarsi con il mondo. Che raffigura non un potere, ma un condannato a morte, Gesù Cristo, inchiodato a una Croce. Attraverso quello che facciamo con Mediterranea in mare, con il Papa e con molti Vescovi abbiamo costruito un rapporto solido basato sul fare, sulla concretezza, sulla pratica del soccorso civile in mare. È un rapporto fondato su grande stima, grande amicizia e soprattutto grande fratellanza. Incontrarsi facendo le cose».
Non teme, con questo invito, di diventare un «caso», un problema più che una risorsa?
«Col Papa, in questi anni, mi sono spesso rapportato. Ci conosciamo bene, il Papa ci ha sempre sostenuto e aiutato anche in questa cosa difficile. Io forse sarò visto un po’ come la “pietra dello scandalo”. Che ci fa uno come me in mezzo ai Vescovi? Ma penso sia invece lo spirito che vuole dare il Papa».
Ma un tempo era un antagonista nelle piazze: ora ha trovato la fede?
«In questi anni ho scoperto preti di strada, suore nei campi profughi che danno un prezioso aiuto nella gestione , parrocchie che sono luoghi di rifugio per chi è respinto. Gente come don Gallo, don Ciotti, don Vitaliano. Al Sinodo sarà un incontrarsi tra persone che fanno le stesse cose. Vivo ormai in Sicilia, ora con Mediterranea siamo fermi a Trapani in sosta tecnica, ma tra due settimane saremo in mare, intanto mi muovo in Ucraina con Caritas, Sant’Egidio, Salesiani. Non rinnego la mia storia da antagonista, quanto alla fede mi sento più cristiano che cattolico, vicino a coloro che vivono la fede in Gesù come colui che è stato il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. In fondo vengo da una famiglia cattolica di operai, fino a 12 anni frequentavo la Chiesa, poi mi sono allontanato. Bergoglio ha aperto un portone e mi ha avvicinato molto alla Chiesa degli ultimi e dei poveri. Il Papa sta provando a cambiare molte cose. Questo mondo va cambiato. E nella sfida che ci pongono le migrazioni è fondamentale riconoscersi tutti appartenenti alla famiglia umana».
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI ALESSANDRO SALLUSTI CHE STA SCRIVENDO UN LIBRO CON DONNA GIORGIA : “UN GIORNO LA MELONI MI FA VEDERE LA DICHIARAZIONE DI UN MINISTRO IMPORTANTE. E IO GLI DICO: ‘VABBÈ, C’È SEMPRE UNO PIÙ REALISTA DEL RE’. E LEI: ‘NO, ALESSANDRO: C’È SEMPRE QUALCUNO PIÙ COGLIONE DEL RE’”
Siamo quasi al traguardo di un anno di governo Meloni. Ed è
tempo dei primi bilanci. Alessandro Sallusti, che sta scrivendo un libro con il premier prossimo alle stampe, ha avuto accesso a Palazzi Chigi più di tanti altri giornalisti. E ha potuto analizzare da vicino aspettative e strategia del leader di Fratelli d’Italia.
Qualcosa il direttore si è lasciato sfuggire. Soprattutto per quanto riguarda la classe dirigente del partito di cui è a capo. L’accusa è la seguente: il premier si è fatto da solo, ha conquistato l’Italia, ma si circonda di persone non al suo livello.
“La Meloni è conscia di questo – dice Sallusti – Non crede che tutti quelli che sono siano degli scappati di casa, ma sa che ci sono. Un giorno ero con lei e Meloni si distrae con il cellulare. Le ho detto: ‘Cosa succede presidente?’. E lei mi fa vedere la dichiarazione di un ministro importante. Dichiarazioni che hanno fatto un casino. E io gli dico: ‘Vabbè, c’è sempre più realista del Re’. E lei: ‘No, Alessandro: c’è sempre qualcuno più coglione del Re’”.
(da nicolaporro.it)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
QUANDO ATTACCO’ BEPPE GRILLO CHE DIFENDEVA IL FIGLIO CIRO
È sempre la stessa storia, più o meno: garantisti e pacati con gli amici, forcaioli ed esagitati con tutti gli altri. Vale anche per Giorgia Meloni e il delicato tema della violenza sessuale. Quando in passato le notizie di cronaca – con indagini spesso ancora tutte da fare – riguardavano presunti molestatori stranieri e Fratelli d’Italia stava all’opposizione, era un tripudio di “vermi” (testuale: “branco di vermi magrebini”, agosto 2017), “bestie”, “animali” e altri epiteti; né ci si faceva troppi problemi a invocare la castrazione chimica oppure in alternativa una pena di 40 anni di carcere. Addirittura lo scorso anno, con la campagna elettorale per le Politiche in corso, Meloni condivise sui propri canali social il filmato di uno stupro in strada a Piacenza, ad opera di un uomo di colore. Tutto faceva brodo per alimentare la macchina del consenso centrata su un’aggressiva retorica anti-immigrazione e in chiave securitaria. “Adesso lo Stato indagherà?”, si domandava sempre nel 2017, con quel fare un po’ complottista, riguardo a un tentativo di stupro subìto da una ragazza romana (e presunto aggressore bengalese).
Invece sul caso che coinvolge il figlio di Ignazio La Russa, Leonardo Apache, la presidente del Consiglio sceglie un rispettoso e istituzionale silenzio. Non ripete ad esempio lo stesso giudizio rivolto a Beppe Grillo: il fondatore del M5S infatti ha vissuto e sta vivendo un’esperienza simile a quella del presidente del Senato e sempre come La Russa difese a spada tratta il figlio Ciro. “Mi ha colpito il modo in cui Grillo ha minimizzato su un tema pesante, come quello che è la vicenda della presunta violenza sessuale”, disse la leader di destra due anni fa. Al compagno di partito che ha messo in discussione la testimonianza della ragazza, tirando in ballo la non immediatezza nella denuncia e il suo utilizzo di cocaina, Meloni non ha ricordato ciò che aveva spiegato accorata lo scorso novembre al convegno ‘I risultati della Commissione Femminicidio’, cioè che “molte donne non hanno il coraggio di denunciare” le violenze che subiscono e che se lo trovano, anche a distanza di tempo, forse non sarebbe il caso di darle delle bugiarde.
E pensare che esattamente dieci anni fa (29 maggio 2013) sempre Meloni intervenne in aula alla Camera per annunciare il sì di Fratelli d’Italia alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Un sì poi smentito sei anni dopo in europarlamento dai suoi eletti, ma comunque quel giorno Meloni fece un intervento sul tema con La Russa accanto a lei ad ascoltarla: “La violenza sulle donne qui e oggi è ancora la violazione dei diritti umani più diffusa in assoluto. In Italia nella quasi totalità dei casi la donna sceglie di non denunciare, oltre il 90 per cento di quelle che subiscono violenza sessuale, ed è un tipo di violenza che a volte le perseguita per anni, per decenni”. Quando Meloni a fine discorso si rivolse all’allora presidente della Camera Laura Boldrini (“Mi consenta di far notare che anche in questo dibattito sono soprattutto le colleghe donne a intervenire, questo tradisce un problema culturale, la violenza sulle donne non è un problema delle donne ma della società”) il fino a quel momento imperturbabile La Russa ebbe qualche secondo di ilarità, con faccette e sorrisini: forse gli conveniva prendere sul serio l’argomento.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
L’ESPERIENZA DI UN CITTADINO-GIORNALISTA CHE HA CERCATO DI AIUTARE UN CLOCHARD A RECUPERARE LA SUA IDENTITA’ DIGITALE
C’è un luogo in Italia dove quando metti piede capisci che siamo
un Paese in via di sviluppo e non certo una potenza mondiale. Ovunque vai ti trovi in locali angusti rispetto al pubblico, senza sedie, d’estate al caldo, d’inverno al freddo, con personale scorbutico e incompetente che non riesci nemmeno ad ascoltare perché devi urlare da dietro il vetro che lo protegge. Questo luogo sono gli uffici postali.
Appena dici posta in Italia ti vengono in mente code, personale insolente, problemi irrisolti. E’ il mio caso.
Da oltre un mese sto cercando di aiutare un clochard a recuperare la sua identità digitale per poter accedere al portale di Regione Lombardia per il fascicolo sanitario.
Dopo aver conquistato la possibilità di andare oltre ad un jingle telefonico e avere la fortuna di parlare con un’operatrice (che mi chiama da Campobasso e che non posso richiamare) ho iniziato la mia via Crucis: impossibile avere una password provvisoria perché il numero telefonico registrato dalle Poste è vecchio (e vuoi che un senzatetto abbia sempre quel telefono?); invano convincerli a fornire la password a me; invano far capire loro che questa persona non vive con me ma che la vedo una volta la settimana; tempo perso pensare che possano registrare il nuovo numero del mio amico.
In una delle ultime conversazioni mi hanno chiesto – dopo aver compilato l’ennesimo modulo per annullare la vecchia identità digitale – di andare in un ufficio postale a “securizzare” il nuovo numero. Una richiesta fatta come se io lavorassi per la Spa di Poste Italiane e sapessi di cosa stavamo parlando. Poco importa. Sabato scorso io e il mio amico siamo andati alle poste di Sant’Angelo Lodigiano: folla, caldo, caos, quattro sportellisti per trenta persone rinchiuse come in una scatola di sardine. Quando ho formulato la mia richiesta apriti cielo! Nessuno sapeva di cosa si trattasse. Non solo. Uno degli operatori – definito direttore da altri – dandomi del “tu” come se fossi sua fratello, ha tentato di depistare il tutto fornendomi su un foglio il classico 06… Tentativo andato a male, perché mi sono opposto nonostante l’accrescere della presunzione e dell’arroganza dello sportellista.
Risultato? Ancora nulla. Da Campobasso mi hanno chiamato dopo qualche minuto chiedendomi se i colleghi avessero fatto la “securizzazione”. Gli operatori di Sant’Angelo mi hanno detto di aver proceduto ma non risultava. Da allora più notizie di Poste Italiane. Un bell’esempio di come in Italia la digitalizzazione sia una farsa che punisce soprattutto i più poveri e gli anziani soli. Brutto esempio di come chi fa quel lavoro non sia stato formato nemmeno al rispetto e all’educazione. “Povera patria”, cantava Franco Battiato.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
LA RAI SOVRANISTA GIUSTAMENTE AFFIDA A LUI UN PROGRAMMA: LI RAPPRESENTA DEGNAMENTE
A settembre approderà su Rai2 con la striscia quotidiana I facci vostri, ma nel frattempo è stato travolto da una polemica scoppiata dopo un suo articolo uscito ieri, 9 luglio, su Libero.
Si tratta di Filippo Facci. «Le sofisticate scienze forensi non impediscono che alla fine si scontri una parola contro l’altra, e che, nel caso, risulterà che una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa e che perciò ogni racconto di lei sarà reso equivoco dalla polvere presa prima di entrare in discoteca».
Sono queste le parole del giornalista che stanno accendendo i social, e non solo. Il riferimento è all’inchiesta in corso sul figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa, accusato da una 22enne di violenza sessuale. Su tutte le furie Sandro Ruotolo, giornalista e responsabile informazione e cultura del Partito Democratico, che si rivolge a Viale Mazzini e chiede: «Può la tv pubblica essere affidata a chi fa vittimizzazione secondaria?».
«Il servizio pubblico non può essere dei sessisti»
«Cosa dice il comitato etico della Rai? Il servizio pubblico può consentire una lettura del genere sulle donne? Pensateci bene dirigenti», aggiunge Ruotolo.
Gli fa da eco Selvaggia Lucarelli che è andata a scovare qualche dichiarazione passata del giornalista. Tra cui quando in un’intervista a MowMag dichiarò: «Ho picchiato uomini e pure donne», precisando però che con le donne l’ha fatto «perché a loro piaceva sessualmente».
Sono diverse le dichiarazioni che in passato hanno fatto discutere su Facci. Come riporta ancora Lucarelli, a novembre 2021 il giornalista prossimo alla Rai si scagliò contro l’ideazione di norme specifiche contro il femminicidio. Oppure sul caso di Greta Beccaglia disse: «Una pacca sul sedere non può essere considerata un episodio di violenza».
Dal canto suo, Facci non ha ancora replicato alle polemiche che si stanno accendendo. Ieri, però, ha condiviso un tweet ironico pubblicando un cartello dell’Ikea con su scritto: «Facci sapere la tua opinione» e rispondendo «Se proprio insistete». Forse un riferimento alla vicenda di La Russa Jr, o forse un semplice tweet innocuo. Quel che è certo è che il giornalista sta iniziando a essere travolto da una tempesta di critiche. E i social non sembrano risparmiarlo.
(da Open)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
OGGI IL SUO GOVERNO, NEL QUALE SIEDONO DUE MAGISTRATI (OLTRE AL MINISTRO NORDIO, IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO), SI SENTE ACCERCHIATO DALLE TOGHE SOSPETTATE DI FARE OPPOSIZIONE POLITICA
Ha detto di recente il ministro Carlo Nordio che il conflitto tra
politica e giustizia fu avviato dalla Procura di Milano con l’invito a presentarsi nelle vesti di indagato recapitato «a mezzo stampa» all’allora premier Silvio Berlusconi, nel novembre 1994.
In realtà, quello stesso anno, proprio il governo Berlusconi aveva già provato — in piena estate — a depotenziare le indagini e il potere dei magistrati con il decreto ribattezzato «salva-ladri», ritirato a seguito delle dimissioni in diretta tv dei pubblici ministeri di Mani Pulite. E l’anno precedente un altro governo, guidato da Giuliano Amato, fu stoppato dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro nel tentativo di depenalizzare il finanziamento illecito dei partiti, dopo le proteste del procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli.
Il pool
Quell’esecutivo era stato decimato dalle dimissioni a catena dei ministri colpiti dagli avvisi di garanzia e quello successivo, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi nacque azzoppato dopo che le Camere avevano respinto a scrutinio segreto le richieste di autorizzazione a procedere contro il segretario del Psi Bettino Craxi. Seguirono proteste di popolo, a cui la gioventù missina in cui già militava Giorgia Meloni diede il suo contributo stringendo in simbolico assedio il palazzo di Montecitorio sotto lo slogan «Arrendetevi, siete circondati», e la successiva abolizione dell’autorizzazione a procedere.
Poi nel ’94, al momento di formare il suo primo governo composto anche da eredi del Movimento sociale italiano, Berlusconi tentò di arruolare come ministri due pm simbolo di quella stagione giudiziaria, Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo, con la mediazione di Cesare Previti e Ignazio La Russa. I due declinarono l’invito, ma successivamente Di Pietro fu arruolato come ministro da Romano Prodi, entrò in Parlamento e fondò addirittura un suo partito.
Poi quando Berlusconi tornò al potere si aprì la stagione delle leggi ad personam per indirizzare i processi a favore del premier-imputato, con il conseguente compattamento delle toghe, di tutte le correnti e di tutti i colori, a difesa dell’autonomia e indipendenza della giurisdizione, messa sotto attacco da governo e Parlamento.
Un po’ quello che è successo (in piccolo) ad aprile, quando il ministro Nordio ha avviato l’azione disciplinare contro tre giudici di Milano «colpevoli» di aver messo agli arresti domiciliari il russo ricercato dagli Usa in attesa di estradizione e fuggito per tornare in patria; un’iniziativa politica per addossare al potere giudiziario la responsabilità di una crisi diplomatica.
Il conflitto continuo
Ma pure nell’ultimo decennio, con il fondatore di Forza Italia non più al centro della scena (anche per via della decadenza da senatore seguita alla condanna definitiva del 2013), il conflitto tra potere esecutivo e legislativo da un lato e giudiziario dall’altro, s’è riproposto a fasi alterne. Un po’ per l’uso strumentale delle vicende giudiziarie o para-giudiziarie da parte della politica, e un po’ per i ricorrenti tentativi di condizionare indagini e processi attraverso riforme che dovevano porre rimedio a iniziative della magistratura ritenute condizionanti della politica e del funzionamento della democrazia.
Perché l’uso e l’abuso politico e mediatico di certe inchieste e sentenze (indagini all’apparenza infondate o stravaganti, condanne destinate a ribaltarsi in assoluzioni e viceversa) non ha portato al più mite consiglio di evitare strumentalizzazioni e conclusioni affrettate (come le richieste di dimissioni per un avviso di garanzia o un verdetto non definitivo), bensì al ricorrente tentativo di imbrigliare la magistratura e i suoi rappresentanti.
Basti pensare a Matteo Renzi, che prima di diventare «garantista» e autodefinirsi vittima designata delle «toghe rosse» invocava defenestrazioni di questo o quel ministro proprio a partire dalle loro disavventure para-giudiziarie; e s’è ritrovato un paio di suoi deputati di fiducia nei conciliaboli paralleli e clandestini per decidere le nomine al di fuori del Consiglio superiore della magistratura.
Oggi il governo Meloni, con due magistrati seduti in altrettanti posti-chiave (oltre al ministro Nordio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, virtuoso esempio di «porte girevoli» tra potere politico e giudiziario, se quella pratica non fosse additata come perniciosa), si sente accerchiato dalle toghe sospettate di fare opposizione politica, anziché amministrare giustizia.
Immaginando chissà quali complotti e strategie comuni tra Procure e tribunali diversi. In questo clima sono state proposte riforme che, se pure avessero un fondamento, nascono inevitabilmente sotto la cattiva stella della vendetta o del «fallo di reazione».
Provocando ancora una volta le proteste della magistratura, alle quali la politica reagisce con il consueto richiamo alla separazione dei poteri (che nessuno mette in dubbio, ma non importa). Forse confidando che tra le toghe qualcuno cominci a stancarsi e cedere, dopo trent’anni e più di conflitti sempre uguali a se stessi. O quasi.
(da il Fatto Quotidiano)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
AD PERSONAM: NORDIO E MELONI PREPARANO NORME PER SALVARE I PROPRI FEDELISSIMI
Nel 2006, intervistata dal giornalista Claudio Sabelli Fioretti, la giovane Giorgia Meloni disse: “Le leggi ad personam bisogna contestualizzarle. Sono delle leggi che Berlusconi ha fatto per se stesso. Ma sono leggi perfettamente giuste”. Diciassette anni dopo, il suo governo ha deciso di intraprendere la stessa strada del leader di Forza Italia, scomparso il 12 giugno: andare all’attacco dei giudici e fare leggi sulla giustizia che servono a difendere i propri fedelissimi finiti sotto i colpi delle inchieste giudiziarie. Insomma, adesso, rispetto al berlusconismo, cambia solo il soggetto: non più il presidente del Consiglio, ma i suoi fedelissimi.
È il caso della ministra Daniela Santanchè, finita sotto indagine per bancarotta e falso in bilancio per la malagestione delle sue società. La notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati ha fatto andare su tutte le furie sia la presidente del Consiglio Meloni sia il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Quest’ultimo, venerdì, ha parlato di “sconcerto” e “disagio per l’ennesima comunicazione a mezzo stampa di un atto che dovrebbe rimanere riservato”.
Così il governo si vuole muovere in due direzioni nella riforma Nordio che sta per arrivare in Senato: rendere segreto il contenuto dell’avviso di garanzia (si potrà pubblicare solo un resoconto sommario) e tutti gli atti giudiziari fino alla fine delle indagini.
Pena, multe più alte per i giornalisti che li pubblicano – fino a 150mila euro, è l’ipotesi – e sanzioni disciplinari per i capi delle procure. L’altro fronte è quello delle intercettazioni: l’obiettivo sarà evitare la loro pubblicazione durante le indagini e limitarle per i reati contro la Pubblica amministrazione alzando il tetto dei 5 anni. Una modifica che si rivolgerebbe anche a possibili intercettazioni che potrebbero emergere dall’inchiesta Santanchè. Modifiche da approvare già in Senato. Tutto sull’onda del caso Santanchè.
L’altra questione riguarda il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, per cui è stata disposta l’imputazione coatta dal giudice di Roma nonostante il pm avesse chiesto l’archiviazione per rivelazione di segreto.
“Un’anomalia”, hanno spiegato da Palazzo Chigi. “Non è possibile che il giudice smentisca un pm”, dice Nordio. Per questo l’obiettivo sarà quello di modificare anche l’istituto dell’imputazione coatta, magari abolendolo. E peccato se questo sia in contrasto con il progetto di separazione delle carriere che piace tanto al governo. Per “tutelare” un fedelissimo, val bene una contraddizione.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DI THE GOOD LOBBY SPIEGA I PARADOSSI DEL NOSTRO PAESE: “LO SCANDALO DEL QATARGATE NON SAREBBE MAI STATO SCOPERTO IN ITALIA”
Se l’Italia vuole davvero combattere il traffico delle influenze
illecite, deve prima regolare quello di quelle lecite, approvando normative chiare e organiche sui conflitti di interessi e l’attività di lobby. In assenza di una legislazione in materia nel nostro Paese scandali come quello del Qatargate non potrebbero mai essere scoperti. “In Italia sulla trasparenza dei processi decisionali siamo veramente all’anno zero”, ci dice Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby Italia, associazione che si batte per rendere più responsabile il lobbismo aziendale e perché si dia più voce alle organizzazioni della società civile. In Italia il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, avrebbe voluto abolire del tutto il reato di traffico di influenze illecite, anche se alla fine dopo forti polemiche e pressioni ha deciso di mantenerlo seppur depotenziandolo, sostenendo che “non si capisce il reato che descrive”.
E per Anghelé è proprio questo il punto, ma a suo avviso la risposta non deve essere abolire il reato, ma definire meglio quali influenze sono lecite, in modo da poter poi scoprire e punire le illecite.
“È paradossale che con la riforma Nordio si pensi di riformare il traffico di influenze illecite (che definisce cosa è patologico nel rapporto tra stakeholder e decisori pubblici) senza aver mai definito cosa è invece legittimo. Per questo nei processi per traffico di influenze non si arriva a una sentenza definitiva di condanna, perché le corti ripetutamente, e questo lo ha ribadito anche quella Cassazione, hanno chiesto al legislatore di definire meglio cosa è lecito, quali sono i perimetri in cui chi vuole influenzare le decisioni politiche può muoversi”. Il lobbismo non gode di un’ottima reputazione, ed è considerato da molti un’attività tutt’altro che nobile.
Di fatto dovrebbe essere una maniera come un’altra per permettere a tutti, dai cittadini, alle imprese, alle associazioni e alle organizzazioni più disparate, di provare a influenzare la politica a prendere le decisioni più giuste. Il problema è che nei fatti sono soprattutto le grandi imprese ad avere un potere di lobby fortissimo, mentre le organizzazioni della società civile quasi nullo.
Per questo servirebbero leggi che regolino non solo la pratica, ma assicurino anche trasparenza.
Secondo Anghelé “uno dei problemi principali sono le asimmetrie nell’accesso. E così per esempio può succedere che una grande multinazionale dei combustibili fossili vengo ascoltata in maniera proattiva, mentre una piccola azienda di energie sostenibili non riesca a far sentire la propria voce, e nemmeno una Ong che prova a portare avanti gli interessi generali. Per questo serve una legge che regoli l’attività”.
A Bruxelles lo scandalo del Qatargate, che ha scoperchiato la corruzione che avveniva al Parlamento europeo per influenzare le decisioni dei deputati, è stato scoperto anche grazie al fatto che sia nell’Aula comunitaria che in Belgio esistono norme specifiche che definiscono cosa è lecito e cosa no nei tentativi di influenzare le decisioni politiche. “Il Qatargate è una cosa che da noi potrebbe accadere tranquillamente senza essere scoperto. Lì è stato smascherato grazie a regole assolutamente porose, ma che rispetto alle quelle italiane sono fenomenali. Certo lì si parla di corruzione, ma questa corruzione è emersa anche grazie alla scoperta di incongruenze nel registro della trasparenza”.
Uno degli strumenti chiave per mostrare quanto le attività di lobby hanno influenzato la politica sarebbe il ‘legislative footprint’, un registro pubblico completo dell’influenza che i lobbisti hanno avuto su un provvedimento legislativo, una cosa che esiste al momento, seppur in maniera volontaria, al Parlamento europeo. L’Italia è comunque lontana anni luce dall’arrivare a riforme come questa, e lo scorso anno una legge sulla regolamentazione delle attività di lobby si è bloccata al Senato dopo l’approvazione alla Camera. Ora il governo di Giorgia Meloni ha deciso di ricominciare da capo lanciando un’indagine conoscitiva alla Commissione Affari Costituzionali. “Cosa ancora c’è da conoscere ancora non è chiaro, comunque è già positivo che almeno sia stata lanciata una indagine conoscitiva, considerando che al governo c’è una maggioranza poco sensibile sul tema”, dice Anghelé provando a vedere il bicchiere mezzo pieno.
E un’altra cosa di cui ci sarebbe bisogno a suo avviso nel nostro Paese, per combattere le influenze illecite, sarebbe una maggiore trasparenza sui finanziamenti ai partiti. “I dati ci sono ma sono sparsi in siti diversi e in formati difficili da analizzare. Alcuni sono sul sito del Parlamento, altri su quelli dei partiti, altri ancora su quelli delle loro sezioni locali, è un ginepraio. Serve invece un ecosistema di trasparenza che sia chiaro e funzionante. Servirebbe una piattaforma come c’è anche in altri Paesi, in cui sia ben chiaro chi fa donazioni alla politica e questi dati si dovrebbero incrociare con quelli di chi ha svolto attività di lobby”.
(da today.it)
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Luglio 9th, 2023 Riccardo Fucile
“LE PAROLE DI LA RUSSA SONO UN ABUSO DI POTERE, LA SECONDA CARICA DELLO STATO NON PUO’ CERCARE DI CONDIZIONARE I GIUDICI”
“La riforma della Giustizia non interessa tanto Giorgia Meloni, però doveva dare contentini a destra e sinistra e sopratutto a Nordio che, inspiegabilmente, ha scelto come parlamentare di Fratelli d’Italia e come ministro pur essendo lui totalmente estraneo al modo di pensare che ha sempre avuto la destra. Nordio è perfetto per Forza Italia“.
E’ quanto afferma il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, nel corso della diretta con Peter Gomez e Antonio Padellaro sul caso Santanché e sulle ultime vicende che hanno interessato la politica italiana.
Non so se qualcuno abbia convinto Meloni che questa riforma spaventerà i giudici e quindi saranno più clementi nei confronti di tutti i furbastri. Suggerirei però a Meloni di non crederci, perché ai magistrati non gliene viene assolutamente niente in tasca: se aboliscono l’abuso d’ufficio eviteranno di aprire più fascicoli, se gli aboliscono pure altri reati lavoreranno di meno”, ha aggiunto Travaglio.
“Questi sono convinti – ha sottolineato il direttore del Fatto Quotidiano – che i magistrati vogliono lavorare 24 ore su 24 per incastrare non si sa bene chi. I magistrati sono esseri umani semplicemente dicono ‘guardate che poi se ci portano via i soldi del Pnrr perché non riusciamo più a beccare le tangenti, le ruberie e i favoritismi, non venite a prendervela con noi’”.
“Se pensano così di farla franca o farla far franca a qualcuno dei loro ladruncoli – conclude Travaglio – si sbagliano di grosso. Così come si sbaglierebbero di grosso se pensassero che c’è una centrale occulta dove i magistrati decidono chi colpire o chi non colpire”.
Travaglio: “La Russa difendendo il figlio con quelle dichiarazioni assurde si mette in una situazione difficile. E’ abuso di potere”
“Le situazioni dei figli non devono ricadere sui padri, dipende poi la gestione che farà di questo processo La Russa. Se pensa di farlo come ha fatto oggi credo che a un certo punto dovrà dimettersi”. E’ il commento del direttore del Fatto Quotidiano nel corso della diretta con Peter Gomez e Antonio Padellaro sul caso Santanché. “Non puoi dire l’ho interrogato e ho già assolto mio figlio, gli interrogatori non li fa il padre nemmeno se fa l’avvocato”, aggiunge Marco Travaglio: “Lui fa benissimo – prosegue – a parlare con il figlio per farsi l’idea della sua versione ma poi spetterà al magistrato verificare se è vera quella del figlio o quella della ragazza”.
Per Travaglio le frasi di Ignazio La Russa sono “un abuso di potere clamoroso perché lui è il politico più importante dopo Mattarella”. “Ha iniziato dal primo giorno a cercare di condizionare i giudici e il condizionamento che viene dalla seconda carica dello Stato non è minimamente paragonabile a quello che può fare chiunque altro. E’ lui che prendendo le difese di suo figlio, con quelle dichiarazioni assurde, si mette in una situazione difficile. Se dovesse emergere il contrario lui ha già messo la sua faccia di presidente del Senato sulla versione del figlio”, conclude.
(da I Fatto Quotidiano)
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