Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
PUTIN VUOLE RIDICOLIZZARE LA SUA FIGURA DI CAPO ANTI-ÉLITE, CHE FUSTIGA LA CORRUZIONE DEL SUO ENTOURAGE, DA SHOIGU IN GIÙ, PUR AVENDO UNO STILE DI VITA SIMILE A QUELLO DELLA CRICCA DI MOSCA CHE CRITICA COSTANTEMENTE…IL MISTERO DEI “PACCHETTI SOSPETTI DI POLVERE BIANCA”
Prigozhin con le teste mozzate. Prigozhin con l’oro. Prigozhin con i rubli (peccato che siano erogati di fresco dalla Banca centrale russa…). Prigozhin in travestimenti e parrucche ridicole.
Nell’operazione che il Cremlino ha fatto partire ufficialmente per distruggere Evgheny Prigozhin, Izvestia ha pubblicato un servizio e una serie di foto scattate durante la perquisizione nella mansion principale e negli uffici di Prigozhin a San Pietroburgo, e un video. Al netto della propaganda del Cremlino – che in realtà ha creato Prigozhin, e ora tenta tardivamente di distruggerlo – vi compaiono alcuni reperti straordinari per catalogare follia, soldi, potere e violenza del “prigozhinismo”, e dei suoi mentori, ovviamente: Putin e il Gru, i servizi militari russi. Prigozhin ha già promesso di vendicarsi, contro gli agenti he hanno leakato le foto. Come, lo vedremo.
Il Cremlino, più che ridicolizzarlo, vuole attaccare la sua figura di leader di una sorta di “populismo della guerra”, la sua figura di capo anti-élite, che fustiga la corruzione dell’entourage di Putin e della cricca di Mosca, da Shoigu in giù. E dunque queste immagini servono particolarmente alla bisogna, mostrano che lo stile di vita del “signore della guerra” Prigozhin differisce in nulla dallo stile di vita dell’élite che critica costantemente. Rossiya 1 ha fatto anche vedere che sul terreno della villa c’è una casa, una piscina, un parcheggio coperto con auto extralusso, un campo da basket e un eliporto. Il gruppo Wagner, sul Telegram di Greyzone, smentisce che sia casa dell’ex “cuoco di Putin”.
Nelle foto possiamo vedere un arsenale di armi, passaporti con nomi diversi, lingotti doro, denaro in varie valute (le banconote russe recano ancora il sigillo della Banca centrale, come se gli venissero recapitate fresche fresche di zecca), un’enorme mazza con la scritta “In caso di trattative importanti”, un intero studio medico, più innumerevoli cafonate e kitsch a tutto spiano.
Sono visibili cose curiose, come una serie di parrucche per travestimenti, e cose spaventose e inquietanti, come una fotografia con teste mozzate: la foto era incorniciata, nella villa e non negli uffici, e viene qui riprodotta ovviamente schermata.
In una foto c’è una giacca su cui sono appuntate le decine di medaglie al valore ricevute da Prigozhin dalla Russia, e culminate con il conferimento da parte di Vladimir Putin della medaglia più importante in assoluto, quella di “Eroe della Russia”. Abbiamo qui conferma che Prigozhin l’ha effettivamente ricevuta: il 20 giugno del 2022.
Un “eroe della Russia” che, nonostante il tentato golpe, continua a muoversi del tutto indisturbato in Russia, facendo la spola tra Pietroburgo e Mosca, come ci informa Alexandr Lukashenko (un po’ difficile immaginarsi Prigozhin in una tendopoli allestita per Wagner in Bielorussia).
Le altre medaglie visibili nelle foto sono la Stella di Eroe della Repubblica di Donetsk, di Eroe della Repubblica di Lugansk, l’Ordine al merito della Patria, 4a classe, l’Ordine di Alexander Nevsky, due Ordini del Coraggio, l’Ordine dell’Amicizia, l’Ordine al merito della Patria, prima e seconda classe, l’Ordine al merito militare, la Medaglia d’oro per la riconquista della Crimea (2014).
Colpiscono anche i tanti rubli impilati (oltre a dollari e altre valute). Come osserva la giornalista indipendente russa Farida Rustamova, «banconote appena stampate in ordinate confezioni di fabbrica. Con l’impronta del dipartimento principale della Banca Centrale per il Distretto Federale Centrale. È interessante, ovviamente, in quale banca è stato servito il ribelle fallito (osiamo supporre in “Russia”) e come questa banca abbia giustificato la richiesta alla Banca Centrale per una tale somma di denaro». Rossiya-1 è voluta andare oltre rispetto al servizio di Izvestia, e ha aggiunto che nella casa sono stati trovati anche «pacchetti sospetti di polvere bianca».
Unica circostanza che Prigozhin ha fatto smentire dal suo canale Telegram: «Siamo riusciti a visitare i locali in cui questi pacchetti sono stati effettivamente sequestrati. Ovviamente non stiamo parlando della casa del proprietario di Wagner. E allo stesso tempo, per scoprire che tipo di sostanza fosse, hanno deciso di chiamarla droga sul canale televisivo federale, ma per qualche motivo gli ufficiali dell’FSB l’hanno restituita ai proprietari senza problemi». Insomma, segno che non era droga, dice Prigozhin. Dove sia però, mistero.
(da la Stampa)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
SECONDO QUALCUNO GLI EBREI FURONO DEPORTATI NEI CAMPI “DI CONCENTRAZIONE” E C’È CHI NON HA SAPUTO RISPONDERE ALLA DOMANDA “CHI È SERGIO MATTARELLA?”… PIRANDELLO? AVREBBE SCRITTO “UNO, NESSUNO E DUECENTOMILA”
Pascoli? Dipingeva quadri. Al contrario di Dalì che, invece, viene
scambiato per un letterato. E chi ha scritto la Divina Commedia? Su questo punto è davvero consigliabile tapparsi le orecchie. Si è sentito davvero di tutto, quest’anno, dai ragazzi interrogati alla maturità. A raccogliere la galleria degli orrori è stato il portale skuola.net, che ha chiesto la testimonianza direttamente ai maturandi.
Sarà stata colpa del caldo ma qualcuno si è mostrato decisamente confuso visto che ha assicurato alla commissione che Giovanni Pascoli era un pittore. E non si è trattato di un lapsus o di un momento di distrazione visto che lo studente è entrato nei dettagli collocando il poeta addirittura nel movimento avanguardista tedesco Die Brücke, Il Ponte.
Non è stato l’unico, un altro maturando ha invece assegnato il dipinto di Salvador Dalì “La persistenza della memoria” all’autore letterario Marcel Proust. Difficile capire come si sia arrivati a un tale scambio di persone.
Ma non serve infatti andare a scomodare artisti stranieri, ci sono errori grossolani anche tra gli autori principali dei volumi di letteratura italiana della scuola superiore. Un esempio? L’autore della “Divina Commedia” è niente di meno che Giuseppe Garibaldi. In un colpo solo si buttano a terra due personaggi protagonisti della storia e della cultura italiana. Ma non se la prenda Dante: non va certo meglio al più recente Pirandello, visto che è stato ricordato in sede di esame per aver scritto “Uno, Nessuno e Duecentocinquantamila”.
È rimasto invece raccolto in un preoccupante silenzio lo studente a cui è stato chiesto: «Chi è Sergio Mattarella?». Incredibile ma vero, non ha saputo rispondere. Mentre c’è stato anche chi, parlando della deportazione degli ebrei, ha spiegato che venivano rinchiusi nei «campi di concentrazione».
Un’altra gaffe memorabile è quella che ha stravolto il nome dello psicanalista de “La Coscienza di Zeno” di Italo Svevo: si chiama Dottor S ma viene ricordato dal maturando con un Signor S, il “cattivo” delle storie dei “Me contro Te”, la celebre coppia di youtubers evidentemente nota al maturando. Di sicuro più della letteratura.
(da Leggo)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
LA PEGGIORE PERCENTUALE IN EUROPA DOPO LA ROMANIA
Vivere (o rimanere) in Italia, per chi è giovane, continua ad essere difficile. Gli indicatori del benessere per questa categoria, secondo dati Istat, sono ai livelli più bassi in Europa. Ancora una volta, le statistiche restituiscono un quadro sconfortante: nel 2022, quasi un ragazzo su due tra 18 e 34 anni ha almeno un segnale di deprivazione. Si parla di 4 milioni e 870 mila persone. A pesare, soprattutto, è la dimensione dell’istruzione e del lavoro: circa un quinto della popolazione tra i 15 e i 29 anni (1.7 milioni di giovani) rientra sotto la definizione di Neet, cioè di chi non studia, non lavora e non è inserito in percorsi di formazione.
Soprattutto donne, meridionali e stranieri
Nonostante la quota abbia subìto un calo per gli standard italiani, arrivando a toccare un livello prossimo al minimo del 2007, resta sopra la media Ue di oltre 7 punti e più bassa solo a quella della Romania. E se, in quanto a integrazione nel mercato del lavoro dei giovani, l’Italia rimane fanalino di coda, all’interno della sua popolazione ci sono categorie più penalizzate più di altre. Il fenomeno dei Neet, infatti, interessa in misura maggiore le ragazze (20,5%) e, soprattutto, i residenti nelle regioni del Mezzogiorno (27,9%) e gli stranieri (28,8%).
In Sicilia, per esempio, quasi un terzo dei giovani tra i 15 e i 29 anni rientra nella categoria. La percentuale precipita al 9.9% nella Provincia autonoma di Bolzano. Il dato risulta inversamente proporzionale al titolo di studio detenuto: l’incidenza dei Neet è di circa il 20% tra i giovani diplomati o con al più la licenza media, mentre si ferma al 14% tra i laureati. I numeri non sorridono alle nuove generazioni italiane neanche per quanto riguarda la disoccupazione: la quota di giovani in cerca di lavoro da almeno 12 mesi risulta il triplo (8,8%) della media europea (2,8%), con un tasso di disoccupazione giovanile che si attesta al 18% (quasi 7 punti sopra quello medio in Ue).
Le cause
I Neet possono essere disoccupati, ma non necessariamente. Se un terzo della categoria (559mila) risulta etichettabile come tale (nella metà dei casi da almeno 12 mesi), quasi il 38% dei Neet non cerca lavoro né è disponibile a lavorare immediatamente. Ma, nella stragrande maggioranza dei casi, non sembra essere una scelta. Nel 47,5% dei casi, ciò dipende dal fatto che i ragazzi attendono di intraprendere un percorso formativo.
Il 46,2% tra le ragazze dichiara invece di aspettare per motivi di cura dei figli o di altri familiari non autosufficienti. C’è infine chi indica problemi di salute. Solo il 3,3% dichiara di non avere interesse o bisogno di lavorare. Oltre tre quarti dei Neet vivono da figli ancora nella famiglia di origine e solo un terzo ha avuto precedenti esperienze lavorative, un valore che varia tra il 6,8% per chi ha meno di 20 anni, il 46,7% per chi ha 25-29 anni.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
“INACCETTABILE DA CHI HA INCARICHI ISTITUZIONALI LA LEGITTIMAZIONE DEL PREGIUDIZIO SESSISTA”
“Disgutoso”. Elly Schlein interviene dopo le parole pronunciate da
Ignazio La Russa in difesa del figlio Leonardo Apache, accusato di violenza sessuale. La segretaria dem ha parlato da Enna, dove ha partecipato a un incontro sul tema dell’autonomia. “Trovo disgustoso che il Presidente del Senato colpevolizzi una donna che denuncia una violenza”, ha affermato Schlein.
La Russa ha contestato i tempi della denuncia da parte della ragazza: “Presentata dopo quaranta giorni dall’avvocato estensore che, cito testualmente il giornale che ne dà notizia, occupa questo tempo per rimettere insieme i fatti”, ha evidenziato il presidente del Senato. E sulla ragazza che ha dichiarato di aver subito violenza La Russa ha sollevato dubbi: “Per sua stessa ammissione, aveva consumato cocaina prima di incontrare mio figlio. Un episodio di cui Leonardo non era a conoscenza. Una sostanza che lo stesso Leonardo sono certo non ha mai consumato in vita sua”.
Affermazioni rispetto alle quali Schlein rileva che “al di là delle responsabilità del figlio, che sta alla magistratura chiarire, è disgustoso sentire dalla seconda carica dello Stato parole che ancora una volta vogliono minare la credibilità delle donne che denunciano una violenza sessuale a seconda di quanto tempo ci mettono, o sull’eventuale assunzione di alcol o droghe, come se questo facesse presumere automaticamente il loro consenso. Il presidente del Senato non può fare vittimizzazione secondaria. È per questo tipo di parole che tante donne non denunciano per paura di non essere credute. Inaccettabile da chi ha incarichi istituzionali la legittimazione del pregiudizio sessista”
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
“LA STAMPA” RIVELA: “MELONI NON È CONTENTA PER COME SANTANCHÈ HA CONDOTTO LA SUA DIFESA IN SENATO. TROPPE OMISSIONI E FRASI FUORI CONTESTO. MELONI È PRONTA A CHIEDERE LE DIMISSIONI, SE LO SCENARIO PEGGIORASSE ANCORA”
Giorgia Meloni ha scagliato l’attacco più duro contro i giudici nei corridoi della presidenza del Consiglio dicono sia opera dell’irriducibile sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Sia come sia, per il ruolo che ricopre, la nota è da intestare a Meloni accusa i magistrati di avere «un ruolo attivo di opposizione», addirittura di «inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le Europee».
Prima il caso che investe la ministra del Turismo Daniela Santanchè, poi la richiesta del gip di imputazione coatta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. La tesi di una persecuzione calcolata dei magistrati, nei giorni in cui si attende che il Tesoro dia il via libera alla riforma di Carlo Nordio, pesantemente criticata dalle toghe, diventa un teorema di realtà per la destra al governo.
Eppure, c’è una differenza, notevole secondo le fonti più vicine a Meloni, tra i due casi.
Per la premier, Delmastro non si deve muovere da dov’è. E il comunicato, dicono da FdI, serviva a blindare lui, non Santanchè. Il discorso sull’imprenditrice si è complicato a furia di nuove rivelazioni. Dentro Fratelli d’Italia non escludono che il passo indietro possa arrivare anche prima di un’eventuale richiesta di rinvio a giudizio, attesa per settembre, troppo in là per i tempi della politica.
Meloni per il momento resiste, anche per indole, un passo indietro della ministra adesso potrebbe sembrare un cedimento alle opposizioni. In ogni caso, l’imbarazzo sta lievitando all’interno della coalizione di maggioranza. La freddezza degli alleati dice più di ogni altra cosa. Ma anche Meloni non è contenta per come Santanchè ha condotto la sua difesa in Senato. Troppe omissioni, troppe allusioni, troppe frasi fuori contesto. La presidente del Consiglio ha ascoltato la versione di Santanchè, arrivando alla conclusione che la vicenda non si sarebbe affatto chiusa con quella arringa. Mediaticamente è stato tutt’altro che un successo.
Meloni ha fatto preparare un piccolo resoconto. Dalla ministra delle Pari opportunità del governo Letta, Josefa Idem, alla titolare dello Sviluppo economico del governo Renzi, Federica Guidi, fino a Maria Elena Boschi e a Lucia Azzolina, che guidava l’Istruzione con il governo Conte, l’attuale premier ha chiesto un passo indietro per questione di opportunità politica e di conflitti di interesse, e non per la rilevanza penale delle accuse.
Per questo motivo tra i suoi fedelissimi si fa largo la convinzione che al di là delle difese d’ufficio Meloni è pronta a chiedere le dimissioni, se lo scenario peggiorasse ancora. In via della Scrofa sanno però che quel momento, se davvero dovesse arrivare, non sarà di semplice gestione. Anche perché Santanchè è un personaggio ingombrante, anche per il partito. Ha molti nemici, ma un amico che conta: Ignazio La Russa. È al presidente del Senato, dicono da FdI, che Meloni intende lasciare l’incombenza: «È stato Ignazio a volerla a tutti i costi nel governo e sa come la pensavo», si è sfogata la premier con i suoi collaboratori.
Quello tra la ministra del Turismo e La Russa è un legame molto stretto, che ha scatenato una guerra dentro il partito in Lombardia. Per pudore, i colleghi di FdI le chiamano le «mezze verità di Daniela» ma in tanti credono che siano molto peggio. Santanchè ha continuato a negare, ma i due accessi agli atti per conoscere l’esistenza di un’inchiesta sono stati richiesti dai suoi legali il 4 novembre e poi di nuovo a dicembre. La risposta è stata negativa perché l’indagine, a quei tempi, era secretata. Sarebbe bastato riformulare le richieste in tempi più recenti, da febbraio in poi, per dimostrare che la linea tenuta al Senato era basata su una premessa falsa: la ministra era indagata.
Una concordanza di tempi semplice che però sfugge a chi ha scritto la nota di palazzo Chigi , dove la difesa è quasi dovuta. In realtà, la situazione di Santanchè è sempre più precaria. […] la scarsa fiducia in Santanchè non è certo questione di oggi. Già nei mesi scorsi, quando i giornali avevano pubblicato la notizia dell’indagine, i dirigenti di FdI avevano cercato, in maniera del tutto informale, di capire dalla procura di Milano se nel registro degli indagati comparisse il suo nome. Segno che la parola della ministra non è mai stata sufficiente per via della Scrofa. I magistrati, davanti alle domande del partito, non hanno fatto trapelare nulla, nemmeno in forma ufficiosa.
(da “la Stampa”)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
AMMESSO CHE NON SIA UNA BALLA, PIOVONO LE SMENTITE…IL DEM FRANCESCO BOCCIA: “NON SONO MAI STATO LI’. DA PUGLIESE, POSSO GODERMI UN MARE PIÙ BELLO”… ANCHE CALENDA SMENTISCE: “MI RIPUGNA SPENDERE 300 EURO PER UN LETTINO”… NON E’ CHE DANIELONA ALLUDEVA A QUALCUNO DI DESTRA?
Ovviamente nel piccolo mondo romano tutti parlano di quelli che
telefonavano a Daniela Santanchè per chiederle di prenotare un posto al Twiga di Forte dei Marmi, e ora invece sono in prima fila nell’attaccarla. «Non faccio i nomi per carità di patria», ha detto la ministra, con un colpo di teatro, mercoledì in Senato.
Vero o falso? Non importa. Le chat ribollono. Le indagini interne impazzano. «Anche noi ne abbiamo fatto una», ammette un importante dirigente del Partito democratico. Telefoniamo al capogruppo del Pd, Francesco Boccia. «Lei frequenta il Twiga?» «Non scherziamo. Mai stato. Querelo chi l’ha scritto». Boccia è sposato con Nunzia De Girolamo, ex Pdl, ora star della televisione meloniana. Perciò ha attirato su di sé i sospetti. «Se permette, da pugliese, posso godermi un mare più bello. Però non è nel nostro campo che deve cercare: escludo che uno di noi ci sia mai andato».
Tra i banchi del Senato, lato democratico, girava il nome di Carlo Calenda. Lo chiamiamo subito. «Mai messo piede lì. Per pura taccagneria. Mi ripugna spendere 300 euro per un lettino», dice il segretario di Azione. Una tenda araba con dentro sofà, due letti king size, due lettini standard, una sedia regista e un tavolino, cabina doccia, costa 600 euro al giorno. Il tutto in uno spazio quattro metri per quattro.
Per fortuna «il servizio d’acqua è gratuito ». L’intera stagione in prima fila viene 16 mila euro, 12 mila le seconde file. Calenda è di buon umore: «Ho madre valdese, figuriamoci se vado al Twiga. Le mie vacanze le trascorro a casa mia, a Capalbio. Santanchè era chiaramente girata verso il Pd».
Ci viene voglia di telefonare al direttore del Twiga, Raffaele Boischio. Lui sicuramente può aiutarci a capire chi sono questi di sinistra che scroccano l’ingresso. «Non ho titolo io» risponde. Viriamo allora sull’ad, Mario Cambiaggio: «Non ho autorità io».
Alba Parietti è la persona giusta. È di sinistra, lei al Twiga ci va. «Veramente ci sono andata tre volte. Invitata da Briatore, due volte per lavorare, una volta con gli amici. Conosco Daniela da 40 anni. Se ho incontrato bagnanti di sinistra? Immagino di sì, ma chi può dirlo? È un posto dove la gente si diverte».
Umberto Smaila vi ha tenuto molte serate. «Eh, appunto, solo lavoro, mai in spiaggia», fa sapere. Che sia Paolo Cirino Pomicino la persona a cui si riferiva Santanchè? Proprio a Repubblica “O’ ministro” ha rilasciato un’intervista al vetriolo sull’ex allieva. «Non ho rapporti con lei dal 2004, e se consente io vado dove il mare è più bello», dice. Pomicino tiene casa a Capri.
I veleni corrono. C’è una corrente di pensiero che ritiene che la ministra si riferisse in realtà a qualche penna del giornalismo. «Daniela » è sempre stata di vasta e trasversali relazioni.
Comunque un piatto di spaghetti alle vongole costa 30 euro. L’insalata granchio e avocado 35. La pizza Margherita 18. Sul sito la prima scritta che incontrate è: «Sei pronto per un’ experience indimenticabile? ». Potrebbe averla scritta Briatore. Un genio, comunque.
Fattura 4 milioni all’anno, ne paga 17 mila di concessione. Rende 227 volte l’affitto. Ah, la questione balneare. Si mangia e si danza, palestre, centro estetico, piscina, functional training, pilates, acquagym. «Cento per cento pet friendly , anche perché i nostri piccoli amici si meritano un’estate da sogno ».
Twiga, la terza Camera. Si possono incontrare La Russa e Salvini. C’è stato Renzi. Giorgia Meloni è stata ospite l’anno scorso. Più assiduo, pare, il suo compagno, «il dottor Giambruno».
Secondo una scuola di pensiero più sofisticata Santanchè alludeva in realtà al campo suo, alla destra. La maggioranza è stata freddina con lei. Appena due applausi. Una volta Gasparri l’attaccò: «Morire per Berlusconi sì, ma per il Twiga no». E Santanchè: «Una cosa è certa, Gasparri non morirà mai di troppo lavoro ». Affare di Stato, ’sto Twiga. Per non sbagliare ieri in Transatlantico i parlamentari giuravano tutti di fare vacanze discrete, familiari, francescane.
(da La Repubblica)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
“IN ITALIA IL 49% DI CHI CONSEGUE UNA LAUREA DOPO TRE ANNI E’ ANCORA DISOCCUPATO”
Da un Report di Openpolis, che rielabora i dati Eurostat sulla disoccupazione, emerge che in Europa il 38,5% dei disoccupati è tale da più di un anno. Relativamente al totale dei disoccupati il dato più elevato è quello della Slovacchia, dove due terzi dei disoccupati lo sono da oltre 12 mesi. Seguono la Grecia (61,9%) e l’Italia (57,3%).
Ultime invece sono Danimarca e Paesi Bassi con cifre inferiori al 20%. Eurostat ricostruisce poi anche quante sono le persone che risultano disoccupate da oltre due anni (disoccupazione di durata molto lunga).
È interessante osservare che anche in questo caso i paesi caratterizzati dalle percentuali maggiori sono sempre gli stessi. La Slovacchia risulta al primo posto con il 46,1% di disoccupati che non trovano lavoro da più di 24 mesi, la Grecia al secondo con il 40,7% e l’Italia di nuovo al terzo con il 39,9%.
Alla luce di questi dati, professore Domenico De Masi, sociologo del Lavoro, lo smantellamento del Reddito di cittadinanza per i cosiddetti occupabili, destinati a perdere il sussidio dopo un breve periodo di tempo, che senso ha?
“Non c’è solo questo. Noi sappiamo anche che dopo tre anni dalla laurea in Germania il 92% ha trovato lavoro, quindi solo 8 sono disoccupati. Da noi il 51% ha trovato lavoro dunque il 49% dopo tre anni sono disoccupati. La disoccupazione di lunga durata non dipende dalla pigrizia dei disoccupati, ma dall’assenza di un lavoro congruo che consente cioè di guadagnare più di quanto si spende. Perché se mi devo trasferire a Milano e lì, tra casa e trasporti, spendo di più mi conviene restare nella casa d’origine. Questa è la situazione italiana che è molto lontana da quella che strombazza Giorgia Meloni come grande conquista di questo governo”.
Il fatto che sia alta la percentuale di chi non trova lavoro oltre i 12 mesi significa che manca personale qualificato? E questo non aumenta la difficoltà per i percettori del Reddito di cittadinanza, la maggior parte dei quali hanno un basso grado di istruzione, a trovare impiego?
“Significa due cose. La prima è che non c’è un rapporto tra domanda e offerta. Per esempio c’è un panettiere o un barbiere a Palermo e serve un panettiere o un barbiere a Udine e magari quelli di Palermo neppure lo sanno perché i Centri per l’impiego hanno solo i dati regionali e non quelli multiregionali. Seconda cosa è che anche dopo che l’hanno saputo il guadagno che farebbero lì è molto inferiore alla perdita che avrebbero spostandosi da casa. Quindi o aumentano i salari o le persone non si spostano. La Meloni ha promesso che troverà ai percettori del Reddito di cittadinanza il posto, aspettiamo di vedere come farà. Ha detto anche che li riqualifica ma non è ancora pronto nessun centro di riqualificazione che avrebbe dovuto iniziare già molto prima la sua attività per poterli riqualificare. Come potrebbe peraltro riciclare un barbone, sarebbe bello capirlo”.
Si dice che le persone non trovino lavoro per colpa dei Centri per l’Impiego. Ma la maggior parte delle offerte di lavoro non passano attraverso questi ma attraverso canali informali. I Centri per l’impiego, destinati più a rendere una persona occupabile che occupata, non rischiano di diventare un alibi per un governo che non è in grado di fare politiche per l’occupazione?
“Le aziende utilizzano anche le agenzie private perché siccome i centri per l’impiego non funzionano c’è lo spazio per queste. Anzi io sospetto che i Centri per l’impiego non siano mai stati messi nelle condizioni di funzionare proprio per dare spazio alle agenzie private, è una forma di neoliberismo. I nostri Centri per l’impiego fanno letteralmente schifo, in Germania hanno 111mila persone addette noi ne abbiamo 12 mila, appena un decimo. Loro spendono 12 miliardi all’anno per mantenerli noi 870mila euro. Noi abbiamo fatto di tutto perché i Centri per l’impiego non funzionino. Sia i governi di destra sia di sinistra non hanno mosso un dito per renderli efficienti. L’unica azione in favore dei Centri per l’impiego fu l’assunzione dei navigator che avrebbero dovuto rimpolparli da 11mila a 14mila, ancora lontanissimi dai numeri della Germania, ma era già qualcosa in più. Ciò nonostante sono stati licenziati. Anche questo governo ha avuto sette mesi di tempo per riformarli e non l’ha fatto. Io non credo sia così difficile fare politiche per l’occupazione. Se uno le vuole fare le fa. In passato sono state molto saltuarie e frammentarie. L’unico atto di una certa corposità non per le politiche dell’occupazione ma per le politiche per mantenere i disoccupati è stato il Reddito di cittadinanza che questo governo ha smantellato”.
A maggio i numeri sull’occupazione sono leggermente migliorati, come si spiega?
“Io credo che l’occupazione sia cresciuta perché ci sono stati soprattutto tra i giovani molti che hanno rifiutato offerte di lavoro non congrue e allora i datori di lavoro hanno aumentato un po’ le offerte di salario e migliorato le condizioni. Ma rimaniamo pur sempre a un tasso attorno all’8% di disoccupazione, comunque sempre tra gli ultimi in Europa. Il punto è che partivamo da una situazione talmente disastrosa che, anche essendo migliorata un po’, fa sempre schifo”.
Salario minimo. La Confindustria dice di non voler porre veti a una legge che lo introduca. Col governo rimane solo la Cisl a opporsi?
“In tutte le contrattazioni storicamente la Cisl ha assunto un atteggiamento diverso. Solo Cgil e Uil votarono contro il Jobs act. La verità è che la Cisl è stata sempre fiancheggiatrice delle politiche padronali”.
La Cisl dice che un buon contratto è sempre meglio di una cifra fissata dalla legge.
“Certo che è così. Ma il punto è che tre milioni di persone non ce l’hanno. Per queste il contratto non l’hanno mai fatto”.
Contratti a termine. Il governo li ha resi più facili. Il mercato del lavoro oggi aveva bisogno di ulteriore flessibilità?
“Il mercato del lavoro è diverso se visto dal punto di vista neoliberista o socialdemocratico. Dal primo punto di vista più il mercato è libero e fa i suoi comodi meglio è. Dal secondo punto di vista più è libero peggio è. Io sono socialdemocratico dunque la mia opinione è che questa scelta di rendere più facili i contratti a termine peggiorerà il mercato del lavoro, secondo la Meloni lo migliorerà”.
(da La Notizia)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
IL SENATO RIPRISTINA I MEGA ASSEGNI ANCHE PER CHI HA FATTO MENO DI UNA LEGISLATURA
Può un dipendente all’ultimo giorno di lavoro decidere di
aumentarsi la pensione e di aumentarla anche per tutti i suoi ex colleghi che in pensione ci sono già? Nel Paese reale la risposta è scontata: no, chiaramente.
Ma nel dorato mondo di Palazzo Madama è accaduto questo e proprio nelle stesse ore nelle quali la ministra Daniela Santanchè in Aula chiedeva aiuto ai senatori contro i poteri esterni, a partire da quello della magistratura.
Lo stesso giorno si è riunito il Consiglio di garanzia di Palazzo Madama: organo di secondo grado e inappellabile per tutte le questioni che riguardano i senatori, compresa quella del vitalizio. E cosa ha deciso lo scorso 5 luglio questo organismo? Si legge nel verbale: “La cessazione degli effetti della delibera 6 del 2018 a far data dal 13 ottobre 2022”.
Tradotto: stop al taglio dei vitalizi deciso cinque anni fa sulla spinta del Movimento 5 stelle. Taglio che prevedeva il ricalcolo dell’assegno in base ai contributi realmente versati e non allo stipendio da senatore percepito. Un passo verso il mondo reale, allora. Un passo verso il ritorno ai mega assegni quello deciso ieri dall’organismo di garanzia presieduto dall’ex senatore Luigi Vitali, dal vice Ugo Grassi, anche lui ex senatore, e composto a maggioranza da ex senatori. Quella del 5 luglio era l’ultima seduta utile del vecchio organismo prima dell’insediamento dei nuovi componenti del Consiglio di garanzia eletti in questa legislatura.
Nel 2018 gli assegni erano stati ridotti in alcuni casi anche del 50 per cento con il ricalcolo contributivo, portando a un risparmio di 60 milioni di euro per Palazzo Madama. Nel 2020 il taglio era stato ridotto, prevedendo il ricalcolo dal 2018 soltanto, ma il Senato ha comunque continuato a risparmiare 40 milioni di euro all’anno. Adesso il taglio è stato eliminato del tutto e torneranno i vecchi mega assegni per tutti gli ex senatori che ricevono il vitalizio anche se hanno fatto meno di una legislatura. Di questo regalo, per la precisione, beneficeranno 851 ex senatori ed ex senatrici e 444 familiari di senatori scomparsi per il principio della reversibilità al coniuge.
Dice l’ex senatore Luigi Vitali, sentito da Repubblica: “Abbiamo rimesso le cose in regola secondo quanto ci ha suggerito il Consiglio di Stato e secondo la strada tracciata dalla Corte costituzionale per i tagli alle pensioni d’oro che devono prevedere un tempo limitato di riduzione – dice Vitali –. Anzi, secondo questi criteri il taglio non potrebbe superare tre anni. Noi siamo arrivati a cinque anni e da ottobre 2022 diciamo basta. La delibera del 2018 era stata fatta male e andava approvata una legge, come ha ribadito anche il Consiglio di Stato. Se questo Parlamento vuole tagliare i vitalizi occorre fare una legge, non una semplice delibera del Consiglio di presidenza del Senato o della Camera. Comunque la nostra decisione farà giurisprudenza e sono certo si adeguerà anche la Camera”.
(da La Repubblica)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
VISTO CHE ERA IN GIURIA, IN BASE A QUALE CRITERIO HA VOTATO, ALLORA?
La cerimonia di assegnazione del Premio Strega, tenutasi il 6 luglio, ha visto trionfare Come d’aria, il romanzo della scrittrice Ada D’Adamo, morta a Roma lo scorso aprile.
Ma il libro non è stato l’unico protagonista della serata: ha dovuto competere con uno scambio di battute tra la conduttrice della cerimonia, Geppi Cucciari, e il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, che ha portato molti a gridare alla gaffe.
A causa dell’incarico che ricopre, infatti, Sangiuliano faceva parte della giuria chiamata a votare i libri in concorso. Presupposto del compito è ovviamente leggerli. Ma non sembra che sia stato altrettanto scontato per il ministro: dopo aver elogiato le presentazioni dei libri infatti Sangiuliano ha detto: «Proverò a leggerli».
Quando Cucciari ha chiesto, con sorpresa, se dunque non lo avesse già fatto, Sangiuliano ha ribattuto: «Sì, li ho letti perché ho votato però voglio, come dire, approfondire questi volumi». Lo scambio si è concluso con una battuta da parte della conduttrice: «Cioè oltre la copertina… Dentro. Un bell’applauso al nostro ministro».
Ma c’è anche chi approfitta dell’incidente diplomatico per lanciare un messaggio politico, come Matteo Renzi: «Ho capito perché il Ministro Sangiuliano ha scelto di cancellare la #18App: lui i libri non li legge – ha scritto su Twitter -. Li scrive, li giudica ma non li legge. Ieri al Premio Strega è accaduta questa scena. Ministro, fatti perdonare: restituisci ai diciottenni la Card per i consumi culturali. Leggere serve!»
(da agenzie)
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