Agosto 8th, 2023 Riccardo Fucile
LA FORMAZIONE GUIDATA DA SANTI ABASCAL È IN DIFFICOLTÀ, DOPO LA BATOSTA ELETTORALE: SPERAVANO DI RIUSCIRE A STRAPPARE UN ACCORDO CON I POPOLARI DI FEIJOO PER ANDARE AL GOVERNO INSIEME, E INVECE, ADIOS
Iván Espinosa de los Monteros, capogruppo al Congresso dei deputati spagnolo della formazione ultraconservatrice Vox e uno dei fondatori del partito, ha deciso di farsi da parte: è quanto scrive nella sua versione online El Mundo e confermano altri media iberici.
Stando ad alcune testate, Espinosa de los Monteros potrebbe lasciare del tutto Vox, mentre altre sostengono che rimarrà iscritto al partito, rinunciando però ad incarichi politici di primo piano nella formazione. Il diretto interessato ha annunciato una conferenza stampa .
Contattate dall’ANSA, fonti vicine alla leadership del partito non hanno sinora confermato la notizia riguardante Espinosa de los Monteros. “Iván è la storia di Vox, il presente di Vox e con ogni probabilità anche il futuro di Vox”, si è limitato a dire il vicepresidente per l’azione politica di Vox, Jorge Buxadé, in un’intervista radiofonica.
“Mi dispiace molto per le tue dimissioni, e soprattutto per le ragioni che le provocano”, ha invece commentato in un tweet Javier Ortega Smith, anch’e lui vicepresidente di Vox. Espinosa de los Monteros è considerato esponente di una corrente più filo-liberale di Vox, mentre Buxadé, europarlamentare nuovo nome forte del partito, è considerato di orientamento ideologico più radicale.
Ortega Smith, attualmente consigliere comunale a Madrid, negli ultimi mesi ha invece perso progressivamente protagonismo all’interno della leadership di Vox. Alle ultime elezioni generali, la formazione ha perso 19 dei 52 seggi che deteneva nel Congresso.
“Oggi rinuncerò al mio incarico come deputato, per motivi personali e familiari”: ha annunciato, confermando le anticipazioni dei media, Iván Espinosa de los Monteros, ultimo capogruppo di Vox presso il Congresso dei deputati spagnolo e uno dei fondatori del partito ultraconservatore.
“Rimarrò in Vox, come iscritto base, e sempre a disposizione dei suoi dirigenti”, ha aggiunto il politico, sino a tempi recenti considerato una delle figure più influenti della formazione, in una dichiarazione alla stampa. “Me ne vado con enorme ottimismo e ammirazione nei confronti della nostra nazione, e con la massima fiducia nella capacità degli spagnoli di costruire un miglior futuro”, ha aggiunto.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2023 Riccardo Fucile
“LIBERARE NAVALNY” DOVREBBE ESSERE UNA CAMPAGNA INTERNAZIONALE VISIBILE E RUMOROSA, MA NON SJUCCEDE NULLA
La condanna a 19 anni per Alexei Navalny, oltre al resto delle
altre condanne e della detenzione dura, è una mezza notizia. C’è e non c’è. Qualche protesta istituzionale, qualche alzata di spalle, basta così. Basta? Non basta. Il condannato ha evitato di morire avvelenato, è stato curato in Germania, è tornato nella Russia di Putin per continuare a testimoniare il dissenso in forme che possono o no piacere ma che in un paese ordinario, non dico liberaldemocratico ma passabilmente tollerante, è consentito senza il rischio di morte o di incarcerazione praticamente a vita nel solito universo concentrazionario.
“Liberare Navalny” dovrebbe essere una campagna internazionale visibile e rumorosa. Ci vorrebbero fior d’appelli di intellettuali, di imprenditori, di figure pubbliche dello star system, di gente comune, di politici di ogni schieramento, di ogni paese, di lavoratori, insegnanti, militanti politici, chissà, perfino giornalisti.
Il volto di Navalny dovrebbe essere riconosciuto a prima vista, stampato su migliaia di manifesti stradali, dovrebbe diventare una bandiera di mobilitazione la sua storia, la crudeltà indecorosa del suo trattamento dopo il ritorno in patria, la freddezza con cui viene sottoposto al boia di stato che lo processa per “estremismo”, senza addebitargli alcunché in termini di fatto e bollandolo come un nemico del regime. Insieme a lui dissidenti di altro genere e natura, come Vladimir Kara-Murza, condannato a 25 anni in carcere di massima sicurezza, Ilya Yashin, un altro che non è espatriato, ha parlato pubblicamente, ha pagato e paga. Alcuni erano collaboratori di Boris Nemtsov, assassinato come un cane su un ponte non distante dal Cremlino.
E’ almeno dal 2014, dall’invasione e annessione della Crimea, e dal momento in cui cominciò a destabilizzare il Donbas per poi cercare di prendersi l’Ucraina, che Putin, incurante del passato, dell’affaire della Politkovskaja, con un senso acuto di impunità a fronte dell’opinione pubblica internazionale distratta, tampina, bastona e mette in carcere chi dissente. La carota, si fa per dire, per Khodorkovsky, liberato dopo dieci anni di carcere duro, e poi bastone per tutti. Bisognerebbe dare ope legis a questi dissidenti la cittadinanza europea, italiana francese tedesca spagnola britannica, bisognerebbe che il Papa di Roma tirasse fuori artigli poco ecologici ma molto graffianti e puliti per rivendicare la libertà per i combattenti della libertà. Ma non succede alcunché. C’è stata l’eccezione di un Nobel per alcuni dissidenti, ma nessun cordone sanitario, nessuna misura umanitaria o simbolica, è efficace al fine di penetrare nello spazio psicologico russo, dominato dagli psicotici che affollano le televisioni di regime. Navalny e gli altri sono sfrontati, coraggiosi, dicono che ce la faranno, che sopravviveranno, che alla fine prevarranno, ma sono tragicamente soli. I loro nomi non sono oggetto di convegni, di una nuova Biennale del dissenso antiputiniano, la loro vicenda non penetra nelle scuole, nelle università, il sistema dei poteri deboli e forti dell’occidente fa molto per aiutare l’Ucraina, niente o quasi per fermare la mano dei carcerieri.
(da La Stampa)
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