Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
ERANO PREVISTE PER LA GUARDIA COSTIERA ITALIANA… INVECE CHE PER SALVARE I MIGRANTI LI UTILIZZERANNO O TRAFFICANTI
Sergio Scandura ci ha abituati ad anticipazioni e scoop sul fronte
migranti, Mediterraneo, Libia. Il giornalista Sergio ha il vizio virtuoso di monitorare praticamente h24 ciò che avviene nelle perigliose acque del Mediterraneo. L’inviato di Radio Radicale è un testimone scomodo per coloro che di testimoni non ne vorrebbero per poter continuare con i loro intrallazzi e le “verità” di palazzo amplificato dal coro di quella comunicazione mainstream che Sergio ha sempre schifato.
L’ultimo scoop in ordine di tempo è sintetizzato in questo tweet: “Altre tre vedette made in Italy- pure nuove di zecca – arrivate in questi giorni a Tripoli: erano previste per la Guarda Costiera italiana sono finite alla c.d. guardia costiera Libica”
Così stanno le cose. Una vergogna che si perpetua. E che è resa ancora più insopportabile, per chi si sente ancora umano, dalle testimonianze dei sopravvissuti all’inferno libico e alle traversate – in mare o nel deserto – della morte.
Racconti dall’inferno
Per sei volte ha provato ad attraversare il Mediterraneo “ma sono sempre stato respinto e riportato in Libia”. Questa volta, la settima, il giovane naufrago 17enne siriano tratto in salvo insieme ad altre 75 persone lo scorso 11 agosto dall’equipaggio della Life Support c’è l’ha fatta. “Le milizie libiche fanno accordi con i trafficanti per riportarci a terra una volta partiti, quindi sanno quando una barca sta partendo e dove si trova”, ha raccontato ai soccorritori di Emergency.
Lui in Libia è rimasto per cinque mesi. “Quattro li ho passati nei centri di detenzione – dice -. La mia famiglia voleva che tornassi in Siria, sapevano che la Libia è un Paese molto pericoloso e non volevano che mi facessero del male”.
L’orrore dei centri di detenzione lo ricorda bene. “Ci picchiavano, a volte con dei bastoni o dei fili di ferro, per poter chiedere più soldi alle nostre famiglie”, racconta adesso che è in salvo in Italia. Dal suo Paese è partito da solo. “È stato molto difficile resistere alla tentazione di tornare, mi mancava tantissimo la mia casa, ma sapevo che non c’era futuro per me in Siria. Adesso non sanno nemmeno che sono vivo, mi hanno preso il telefono in Libia e non ho potuto contattare mia madre per dirle che questa volta, la settima che provavo ad attraversare il Mediterraneo, ce l’ho fatta”.§
La barca su cui viaggiava il diciassettenne era stata segnalat ada Seabird 2 di Sea Watch, poi da Mrcc (Maritime Rescue Coordination Centre) italiano e infine è stata individuata. A bordo anche 7 donne e 24 minori, di cui 12 non accompagnati. C’era anche una neonata di solo 7 mesi.
“Abbiamo iniziato le operazioni dopo aver comunicato con l’Mrcc italiano, che ha coordinato il salvataggio – afferma Carlo Maisano, capo missione della Life Support di Emergency -. Quando abbiamo effettuato il soccorso, la barca di legno era ferma e sovraccarica, e abbiamo scoperto che la stiva era vuota e questo rischiava di sbilanciarla. A operazioni concluse abbiamo ricevuto un’altra segnalazione da Alarm Phone di un’imbarcazione in difficoltà con caratteristiche analoghe, ma dopo un’ora e mezzo di pattugliamento non siamo riusciti a individuarla e ci siamo confrontati con l’Mrcc che riteneva la segnalazione corrispondesse con l’imbarcazione già soccorsa”.
I racconti: “Nei centri in Libia violenze di ogni tipo”
“I naufraghi, partiti dalle coste libiche il 10 sera ci hanno raccontato di gravi violazioni dei diritti umani che avvengono quotidianamente nei centri di detenzione libici – racconta Mohamed Hamdi, mediatore culturale a bordo della Life Support -. Queste sono storie che, seppur nella loro individualità, contengono degli elementi comuni alle testimonianze raccolte durante altri soccorsi di naufraghi partiti dalla Libia. Da quello che ci viene raccontato, violenze di ogni tipo, estorsioni, rapimenti ed esecuzioni sommarie sono all’ordine del giorno in Libia e restano impunite”.
“Ci trattavano come animali”
“Sono partito dall’Egitto perché la vita lì è diventata insostenibile, non si trova lavoro, è tutto troppo costoso, diventa complicato anche permettersi da mangiare – racconta un ragazzo egiziano di 26 anni -. A volte non riuscivo nemmeno a comprare del pane. È vivere questo? Sono il primogenito e i miei fratelli e sorelle più piccoli non hanno modo di procurarsi da vivere in Egitto, quindi ho deciso di partire per cercare lavoro e poter mandare dei soldi a casa. Era la mia responsabilità verso la mia famiglia. Sono stato in Libia per soli tre mesi prima di riuscire a partire, ma sono bastati a farmi vedere cose orribili. Sono stato imprigionato insieme ad altre persone egiziane, ci tenevano in una casa piccolissima tutti insieme e ci trattavano come animali. Ci picchiavano quotidianamente, senza motivo, a volte per il gusto di farlo oppure per farsi mandare più soldi dai nostri familiari. È stato terribile. Quando ho visto la vostra nave, pensavo che foste libici e stavo per buttarmi in mare. Avrei preferito morire annegato che tornare in carcere in Libia. Ancora non riesco a credere di essere stato portato in salvo”.
(da Globalist)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
IL MELONIANO IVAN BOCCALI E’ IL NUOVO COMMISSARIO DELL’ENTE DEI CASTELLI ROMANI
“Ancora un incendio al campo rom La Barbuta di Ciampino, ancora roghi tossici. Roma Sud e Castelli Romani ostaggio di questi selvaggi, primitivi, balordi. La politica buonista dell’integrazione ha fallito. Per qual campo nomadi l’unica soluzione è il napalm”.
Era il 2017 quando Ivan Boccali, intervenendo sui problemi del campo rom La Barbuta, si esprimeva così in un post-shock sui social.
Trascorsi sei anni e passato dalla Lega a Fratelli d’Italia, l’ex vice sindaco di Ciampino è stato ritenuto dal governatore Francesco Rocca l’uomo giusto per occuparsi di ambiente.
Si interesserà così sempre di campi dei Castelli Romani, ma di quelli gestiti dall’Ente Parco, di cui è stato nominato commissario straordinario su proposta dell’assessore Giancarlo Righini, Mister Preferenze di Fratelli d’Italia
Il governatore ha inoltre nominato alla guida del Parco dell’Appia Antica il medico e giornalista Roberto Iadicicco, che prende il posto del geologo Mario Tozzi. Come commissario dell’Ente Roma Natura è stato invece scelto Marco Visconti, ex assessore all’ambiente della giunta capitolina di Gianni Alemanno. Per il Parco dei Monti Lucretili è stato infine nominato un esponente di Fratelli d’Italia di Mentana, Marco Piergotti, e per il Parco dei Monti Simbruini, l’ex dirigente Alberto Foppoli.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
IL GIUDICE GLI CONTESTA IL REATO DI COSPIRAZIONE… INCREDIBILE CHE UN CRIMINALE SIA ANCORA A PIEDE LIBERO
L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato incriminato
per la quarta volta. Stavolta nell’indagine sulle sue pressioni per ribaltare il risultato delle elezioni del 2020 in Georgia. Lo ha deciso il Gran Giurì della contea di Fulton ad Atlanta. L’atto di accusa lo vede in compagnia di altre 18 persone. I capi d’imputazione sono in tutto 13. Tra questi la la legge anti racket, l’aver sollecitato un pubblico ufficiale a violare il suo giuramento di fedeltà, la cospirazione per impersonare un pubblico ufficio (la vicenda dei falsi elettori) e commettere una serie di falsi. Nel comunicato pubblicato dai responsabili della sua campagna su Truth Trump risponde accusando la procuratrice Fani Willis di essere «rabbiosa e schierata». E di aver rallentato l’inchiesta per interferire sulle elezioni 2024.
Cospirazione e falso
Tra gli incriminati anche gli avvocati Kenneth Chesebro e John Eastman, considerati gli architetti del piano per usare elettori pro Trump falsi in Georgia e in altri stati vinti da Joe Biden. La vicenda parte il 2 gennaio 2021 con una telefonata. Trump esorta il massimo funzionario elettorale della Georgia Brad Raffensperger a «trovare» i voti sufficienti per invertire la sconfitta nello stato. Raffensperger si rifiuta. Quattro giorni dopo, il 6 gennaio 2021, arriva l’assalto a Capitol Hill. La procuratrice Willis indaga anche su un presunto trucco messo in atto da Trump per sovvertire il processo elettorale presentando false liste di elettori. Trump si è già dichiarato non colpevole in tre procedimenti penali. Quello nello stato di New York inizierà il 25 marzo 2024. E lo accusa di aver pagato in segreto la pornostar Stormy Daniels.
Le altre accuse
Poi c’è il procedimento in Florida che comincia il 20 maggio e riguarda i documenti segreti federali di Mar-a-Lago. Un terzo atto d’accusa, presso la corte federale di Washington, dice che ha cercato illegalmente di ribaltare la sconfitta elettorale del 2020. Anche in questo caso Trump nega di aver commesso un reato e la data del processo deve ancora essere fissata. Gli esperti hanno affermato che le accuse potrebbero rafforzare il sostegno repubblicano a Trump, Ma potrebbero penalizzarlo nelle elezioni politiche del prossimo anno, quando dovrà conquistare più elettori indipendenti. Intanto il suo vantaggio sui rivali presidenziali repubblicani si è ampliato da quando le accuse di New York sono state depositate ad aprile, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos. Ma proprio il campione di elettori indipendenti al 37% è orma meno propenso a votare per lui, rispetto all’8% che invece si è detto più propenso.
L’indagine
L’indagine di Willis si è basata sulla testimonianza dei consiglieri di Trump, tra cui proprio Giuliani. Che nel dicembre 2020 ha esortato i legislatori statali a non certificare l’elezione. Ma anche di alleati come il senatore repubblicano degli Stati Uniti Lindsey Graham, che ha chiesto ai funzionari statali di esaminare le schede degli assenti dopo la sconfitto di Trump. Hanno testimoniato anche i repubblicani che si sono allontanati da Trump, tra cui Raffensperger e il governatore Brian Kemp. Mentre molti funzionari repubblicani hanno fatto eco alle false affermazioni elettorali di Trump, Kemp e Raffensperger si sono rifiutati di farlo. Raffensperger ha affermato che non c’erano basi fattuali per le obiezioni di Trump. Mentre Kemp ha certificato i risultati elettorali nonostante le pressioni all’interno del suo partito.
Gli altri problemi legali
Trump ha altri problemi legali. Una giuria di New York a maggio lo ha ritenuto responsabile per aver abusato sessualmente e diffamato la scrittrice E. Jean Carroll e le ha assegnato 5 milioni di dollari di risarcimento in una causa civile. Un processo è previsto per il 15 gennaio su una seconda causa per diffamazione dove sono in ballo 10 milioni di dollari di danni. Infine, c’è il processo a ottobre in una causa civile a New York che accusa lui e la sua azienda di famiglia di frode per ottenere condizioni migliori da istituti di credito e assicuratori. La società di Trump è stata multata di 1,6 milioni di dollari dopo essere stata condannata per frode fiscale in un tribunale di New York a dicembre.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2023 Riccardo Fucile
A SOVERATO, IN CALABRIA, LA SALVEZZA HA I NOMI DI CLOE, RAY, LOLA, BIRBA E ZOE
Due cugini di 8 e 9 anni sono stati soccorsi dai cani bagnino della Scuola Italiana Cani Salvataggio a Soverato, in provincia di Catanzaro, in Calabria. A salvare i due minori, 4 labrador e un golden retriver di 9, 2, 4 e 6 anni. I bimbi sono stati salvati nel giorno di ferragosto sulla spiaggia libera dell’Ipoccampo dove le Unità Cinofile della SICS operano da sette anni.
Intorno alle 15.30, i due bambini giocavano a palla sulla riva. A un tratto, il vento ha spinto il pallone in acqua e uno dei due bimbi si è tuffato per recuperarlo. Dopo un breve tratto, il bimbo ha chiesto aiuto verso la spiaggia.
Anche il secondo bambino si era allontanato in mare per raggiungere la palla, ma impaurito dalle grida del cuginetto si è arreso. I cani si erano già tuffati per recuperarli e sono riusciti a recuperare i due piccoli per riportarli a riva. I due minori sono stati tranquillizzati poi dallo staff della Guardia Costiera con la quale le Unità Cinofile SIC operano in stretta e costante collaborazione.
I due bambini sono stati poi riconsegnati ai genitori, che hanno potuto riabbracciarli e tornare al loro pomeriggio di vacanza. La famiglia dei due bimbi ha ringraziato più volte gli uomini della Guardia Costiera e quelli delle Unità Cinofile che hanno fornito il pronto soccorso.
I cagnoloni Cloe, Ray, Lola, Birba e Zoe, si sono poi riposati sulla spiaggia, tra le coccole di genitori e bambini che in quel momento si trovavano sotto gli ombrelloni per la giornata di ferragosto. In poche ore, quando si sono tranquillizzati, i bimbi si sono poi avvicinati ai cani per ringraziarli con carezze e coccole.
(da Fanpage)
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Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile
“UNA MISURA POPULISTA, SE METTI UNA TASSA SUGLI EXTRAPROFITTI DEVI ESTENDERLA A TUTTI I SETTORI”… “EPPURE MELONI HA A DISPOSIZIONE 16 MILIARDI DI CUI SI PARLA POCO”
Professore, partiamo dal duello Musk-Zuckerberg. Cosa ne pensa?
Come cittadino sono allibito che il governo possa anche solo prendere in considerazione l’idea di permettere uno spettacolo del genere. Ci sono cose che non si vendono. Non puoi vendere le nostre memorie storiche per due cretini che vogliono fare il duello di arti marziali. Ma che se ne vadano a Las Vegas. È incredibile come il governo italiano stia lì a scodinzolare di fronte a questi due. L’atteggiamento del ministro Sangiuliano nei confronti di Elon Musk è umiliante per lo Stato italiano di fronte a chi ha miliardi e miliardi da buttare via e niente di meglio da fare a quanto pare.
A questo punto ha ragione il senatore forzista Maurizio Gasparri? “Paghino le tasse” ha sbottato…
Le tasse le devono pagare comunque. Non c’è dubbio che vadano fatte pagare. Ma ci sono comunque cose che non si possono vendere. Pensi se uno di questi miliardari offrisse all’Italia dieci miliardi di euro per mettere il loro brand sul tricolore italiano, a mo’ di sponsor. Che facciamo? Accettiamo perché sono dieci miliardi?
Ne approfitto, dato che ha iniziato a parlare di miliardi, per cambiare argomento. Siamo sulla via della Nadef, la Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, che dovrà essere presentata entro la fine di settembre. Lo scorso dicembre la maggioranza garantiva: “La nostra prima vera manovra è quella per il 2024”. Si erano appena insediati, il ragionamento ci stava. Ecco, come sarà la prima vera manovra di Giorgia Meloni?
Stretta. Nonostante il governo abbia avuto un colpo di fortuna inaspettato che ha liberato 16 miliardi di euro per il 2024 e di cui si parla poco. Spazi di bilancio disponibili che sono conseguenza della decisione di Eurostat di riclassificare i crediti d’imposta dei bonus edilizi, in primis il Superbonus, all’interno dei deficit di 2021 e 2022. Mentre i deficit di 2023 e 2024 sono stati sgonfiati. Per il 2024 sono 16 miliardi. Senza questi, nel 2024, invece del tesoretto di 4 miliardi indicati nel Def di aprile ci troveremmo già ora un buco di 12 miliardi.
La Lega vuole abolire la riforma Fornero, Forza Italia aumentare le pensioni minime e Fratelli d’Italia ridurre l’Irpef… Ci sarà spazio per piazzare le bandierine elettorali dei partiti di maggioranza o sarà una carneficina?
Fare tutto non è possibile. A livello di entrate la situazione è complicata. Servono dieci miliardi solo per confermare i tagli delle tasse in busta paga già in vigore adesso. Altri tre-quattro miliardi servono a rifinanziare le politiche invariate, per confermare interventi che vengono rinnovati di anno in anno e che sono difficili da tagliare, come le missioni internazionali. Ci sono anche i miliardi richiesti per l’adeguamento all’inflazione degli stipendi pubblici. La strada è molto stretta. E non è un caso che abbiano introdotto, la scorsa settimana, la tassazione straordinaria sulle banche. Perché si sono resi conto di non avere spazi in vista della manovra. Normalmente sa cosa succede ad agosto? La Ragioneria Generale dello Stato tira fuori un po’ di denari. È come se dicesse: “Guardate, abbiamo rilevato spese inferiori impreviste in alcuni capitoli del bilancio” oppure “entrate maggiori non previste”. Alla Ragioneria sono bravissimi a scovare queste riserve e a metterle a disposizione dell’esecutivo di turno. La scelta di Meloni e Salvini di andare a raschiare qualche miliardo dalle parti delle banche mi suggerisce che quest’anno le riserve siano assottigliate all’osso.
L’anno prossimo entrerà in vigore il nuovo patto di Stabilità. In primavera la Commissione europea aveva pubblicato alcune simulazioni. All’Italia, in base alle regole della proposta di nuovo Patto della Commissione, servirebbero manovre correttive da 14-15 miliardi l’anno per stare in carreggiata. Mi corregga subito se ho capito male: questo significa che questa prima vera manovra del governo Meloni, in realtà, sarà paradossalmente anche l’ultima dove la maggioranza potrà permettersi qualche libertà in più?
Il vincolo principale viene dal fatto che l’anno prossimo, dovrebbe tornare operativo il tetto del 3% da rapporto deficit/Pil. Nel Def abbiamo messo il 3,7%. Il che vuol dire 14 miliardi in più. Il calcolo del governo è però ragionevole: è probabile che la Commissione chiuda un occhio, in un modo o nell’altro. Un pregio/difetto della bozza del nuovo Patto di Stabilità è che ci sarà maggiore flessibilità sulle regole e meno puntualità rispetto al Patto pre-pandemia. Teniamo inoltre conto del fatto che il prossimo è l’anno delle elezioni europee: la Commissione deve essere rinnovata. Mi sembra improbabile che puntino i piedi con un Paese come l’Italia in questo frangente.
Torniamo alle banche. La tassa sugli extra profitti è stata annunciata una sera di agosto non dal ministro dell’Economia ma dal ministro delle Infrastrutture. Le borse il giorno dopo hanno bruciato quasi 10 miliardi. Il ministro dell’Economia ha corretto il tiro limitandone il perimetro. E poi dalla maggioranza si sono levate voci di forte dissenso a partire da Forza Italia, nel silenzio generale delle banche… Che figura ci fa l’Italia?
Siamo di fronte a una misura molto populista. Quello che dovrebbe fare questo governo – di cui fanno parte partiti che si dicono liberali – è prendere misure che non siano distorsive dell’attività economica. Che non siano punitive nei confronti di uno specifico settore. Se si è convinti che nell’economia si siano sviluppate situazioni dove, per cause macroeconomiche, i profitti sono particolarmente alti, allora il governo doveva casomai mettere una tassa straordinaria sugli extra profitti. Ecco, a parte la difficoltà di definire cosa sia un extra profitto, se lo fai lo devi fare per tutti i settori. Non c’è alcun motivo economico per dire che lo fai solo per le banche. Mettiamoci inoltre il fatto che le banche, per anni, hanno avuto profitti ridotti dall’attività di intermediazione proprio perché i tassi di interesse erano zero. O quasi zero. I tassi sui Bot, sui quali le banche dovevano investire per avere una certa liquidità, avevano rendimenti negativi. Insomma, non è che ora, tutto ad un tratto, puoi annunciare una misura che, tra l’altro, a giugno era stata accantonata dal ministro dell’Economia in persona. E lo dico io che, per storia personale, non sono mai stato tenero con le banche. Quando ero al Fondo Monetario Internazionale avevamo raccomandato l’introduzione, a livello globale, di una tassa sulle banche per compensare il fatto che sui servizi bancari non è prevista l’Iva. Ma quella sarebbe stata una misura strutturale e razionale. Non improvvisata come quella del governo Meloni.
È vero quello che hanno detto alcuni media e osservatori, soprattutto internazionali, sul fatto che, nell’ultimo anno Meloni ha lavorato duro su conti in ordine e credibilità internazionale, ma che tra ritardi sul Pnrr, attacchi continui alla Bce e tasse “bolsceviche” alle banche si è giocata quel “tesoretto” di credibilità?
Che si sia ridotta, in parte, la credibilità del governo non c’è dubbio. Ma Meloni ha un merito: quello di intrattenere ottime relazioni internazionali con Stati Uniti e Unione Europea, che sono i due punti di riferimento fondamentali per la nostra economia e credibilità.
Salario minimo. Che idea si è fatto non delle proposte in campo, che ormai conosciamo bene, ma di come si sta sviluppando il dibattito tra governo e opposizioni? Saranno capaci di trovare una soluzione condivisa da qui a qualche mese?
Condivisa non credo proprio. Credo però che il governo debba trovare comunque qualcosa da mettere sul piatto, perché il tema del salario minimo mi sembra abbastanza sentito da buona parte della popolazione. Averlo posticipato di due mesi tramite la mossa del Cnel, permette al governo di arrivare in dirittura di arrivo con la legge di bilancio per capire che spazi hanno in termini di risorse da mettere in campo.
Professore lei è noto per aver evitato sensazionalismi di ogni genere sul Pnrr. Ad oggi, in piena fase di rimodulazione, lei è ottimista o pessimista sugli obiettivi che si pone il governo?
Per quanto riguarda la rimodulazione della spesa va detta una cosa che in pochi hanno fatto notare. Si tratta di un intervento abbastanza parziale. Circa l’8% del totale. Quindi il 92% del Pnrr resterà tale e quale a quello fissato dal governo Draghi. Ora però c’è un fatto politico nuovo: da qui in avanti il governo non ha più scuse e il Pnrr diventa a tutti gli effetti “suo”. La parte che mi preoccupa di più sono le riforme: la condizionalità per cui io ti do i soldi se tu fai qualcosa funziona bene se tu fai cose facilmente misurabili in termini quantitativi (ad esempio il numero di posti per asili nido o alloggi universitari). Tutt’altra storia è la qualità delle riforme. Se fai una riforma della giustizia, per capire se questa è valida bisognerà aspettare anni, magari rischiamo di perdere solo l’ultima rata nel 2026 se non centriamo l’obiettivo della riduzione del 40% della durata dei processi civili. Ma così non va bene: è interesse dell’Italia assicurarsi fin da subito che la riforma cambi il volto della nostra giustizia civile. Ed è qui che non sono molto ottimista. Lo dimostra il rinvio a fine anno dei decreti attuativi previsti dalla riforma Cartabia. E adesso hanno anche richiesto di eliminare l’obiettivo di riduzione del 15% dell’evasione fiscale entro il 2024, in pratica gettando la spugna. Mosse che mi preoccupano.
(da Huffpost)
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Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile
IN ATTESA DEL GOVERNO, AL SALARIO MINIMO CI PENSANO I GIUDICI
Salari più alti del 20% dal primo settembre. E “un percorso progressivo che porterà a un aumento del 38%” nei prossimi anni. Dopo la stangata dei magistrati, Mondialpol si adegua.
Il colosso dei servizi di vigilanza nelle scorse settimane era finito sotto controllo giudiziario per via di un provvedimento emesso dalla Procura di Milano, con il pm Paolo Storari, che aveva coordinato un’inchiesta della Guardia di Finanza per caporalato e sfruttamento dei lavoratori. Dalle indagini erano emersi stipendi da fame, “al di sotto della soglia di povertà”, per centinaia di guardie, che riuscivano a metter su una paga accettabile solo grazie a decine di ore di straordinario. Gli investigatori avevano accertato retribuzioni orarie in media di 5 euro lordi.
Adesso la Procura revoca il provvedimento, come fa sapere la stessa Mondialpol, che punta a riconoscere “salari più equi” e ammette: “Abbiamo individuato nella posizione della magistratura la via per sostenere i lavoratori al fine di superare un momento economicamente difficile e, da qui, la decisione di aderire a queste indicazioni è stata immediata”.
La situazione all’interno del colosso della vigilanza privata era una di quelle definite “tossiche” nel mondo del lavoro. Un migliaio di dipendenti, secondo le stime, doveva accettare paghe molto basse e quelli che “osavano lamentarsi delle condizioni contrattuali” venivano minacciati con la prospettiva di un cambio di impiego ancora meno remunerativo. Per questo era stato nominato anche un amministratore, Giovanni Falconieri, per “affrancare l’impresa da relazioni patologiche” e riportarla nei binari della legalità.
Agli atti dell’inchiesta sono finte le testimonianze dei lavoratori. Oltre quaranta quelli sentiti nei mesi scorsi. “Ho un contratto a tempo indeterminato impostato su 40 ore settimanali (…) a 4,39 euro all’ora – ha raccontato uno – in sede di firma (…) mi hanno ripetuto più e più volte se fossi disposto ad accettare la somma di 950 euro lordi, come compenso mensile”, una sorta di offerta “prendere o lasciare”. Un collega ha spiegato di avere “un contratto a tempo determinato impostato su 40 ore settimanali (…) a 5 euro all’ora, senza nemmeno 10 minuti per la pausa pranzo” e una dipendente ha messo a verbale che, quando doveva firmare l’assunzione, “hanno provato a diminuire il compenso orario da 5 euro l’ora a 3 euro l’ora, ma assieme ad altri colleghi abbiamo richiesto l’intervento dei sindacati e la situazione è rimasta invariata”.
Per avere in busta paga tra i 1.200 e i 1.300 euro al mese, c’era chi doveva fare 70/80 ore di straordinario, altrimenti si sarebbe dovuto accontentare di 800 euro netti. Senza contare i “turni di 12 ore, soprattutto in giornate festive come Natale/Pasqua” o di notte.
(da agenzie)
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Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile
ACCORDI BURLA CON LA TUNISIA, FINANZIAMENTI AI CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA, RIMPRATRIATO SOLO IL 3% DI CHI ARRIVA: UN FALLIMENTO TOTALE… E CHI ARRIVA NON VIENE INTEGRATO MA LASCIATO IN MEZZO A UNA STRADA
Superata la soglia delle 100mila persone arrivate in Italia
navigando il Mediterraneo. Proprio il 15 agosto 2023 (fino a ieri il Viminale segnalava 99.771 persone) è arrivata la cifra tonda negli sbarchi.
Un anno fa nello stesso periodo erano stati 48mila, l’anno prima ancora 33mila.
E il numero di 105mila migranti (cioè quanti ne sono arrivati in Italia in tutto il 2022) verrà raggiunto nelle prossime ore.
I morti nel tentativo di completare la traversata, invece, sono già stati più di 2mila dall’inizio dell’anno.
In un’intervista al Messaggero, il ministro dell’Interno Piantedosi ha detto che il record di sbarchi è dovuto alla situazione eccezionale in Tunisia, e che se non fosse per quella i numeri sarebbero in calo.
Peccato che da tempo è noto a tutti che è dalla Tunisia che avvengono gli imbarchi della massa di disperati che cercano di raggiungere l’Europa.
Ma il governo non aveva pubblicizzato un mese fa i nuovi accordi con la Tunisia per contenere il flusso, in cambio di milionate di finanziamento?
E come mai allora gli arrivi sono aumentati, invece di diminuire?
Piantedosi retromarcia sulle Ong
Il ministro parlando Ong ha fatto retromarcia sulla teoria fasulla del ‘pull factor‘, secondo cui la presenza delle navi aumenterebbe le partenze.
Il governo “non ha mai avuto pregiudizi” nei confronti delle navi di Ong, ha detto il ministro, nonostante in passato gli attacchi a queste organizzazioni siano arrivati più volte e da diversi esponenti del governo, incluso Piantedosi. Con il decreto Ong di febbraio, però, il governo “ha voluto solo affermare che, in uno scenario così complesso, non ci fossero soggetti privati che si muovessero autonomamente, sottraendosi al doveroso coordinamento delle autorità nazionali stabilito dall’ordinamento internazionale”.
Il ministro ha poi ribadito che “se guardiamo comunque ai numeri dei salvataggi in mare, non c’è nessuna opera particolare di supplenza da parte delle Ong. Il soccorso in mare è assicurato dallo Stato: su 72.046 salvataggi in zona Sar, quasi tutti sono stati fatti dallo Stato mentre le Ong ne hanno effettuati 4.113″. Un dato spesso citato proprio da chi contestava il governo Meloni, che ha più volte sostenuto che la presenza delle Ong fosse un elemento di attrazione, o un “pull factor”, che aumentava le partenze.
Il ministro ha anche ribadito di aver già “ottenuto nell’ultimo anno un incremento delle espulsioni del 30%”, un dato corretto sulla carta ma che in realtà è molto meno positivo di quanto sembri, considerando che gli sbarchi sono aumentati del 150% circa.
I dati ufficiali che abbiamo disposizione da Eurostat mostrano che, nei primi tre mesi di quest’anno, ci sono stati effettivamente 190 rimpatri in più rispetto allo stesso periodo del 2022: 885 contro 675.
Basta guardare i numeri in percentuale. Nel primo trimestre del 2022, il numero di rimpatri fu pari al 9,9% delle persone sbarcate in Italia dal Mediterraneo. Nel primo trimestre del 2023, la percentuale è scesa al 3,2%.
Questo non significa esattamente che il 3,2% dei migranti arrivati dal mare sono stati rimpatriati perché, come detto, il numero di rimpatri non riguarda solo le persone che arrivano dal Mediterraneo. Ma rende l’idea delle proporzioni del fenomeno.
La stima di Piantedosi: anche restando larghi, la percentuale di rimpatri è calata
Il periodo da aprile a giugno del 2023 non ha ancora un dato ufficiale sul numero di ordini di rimpatrio, né sui rimpatri effettivi effettuati dall’Italia. Ci si può solo basare sulla cifra citata dallo stesso ministro Piantedosi: “Circa seicento persone in più rimpatriate”, nel primo semestre dell’anno.
Facendo i dovuti calcoli, si può quindi stimare che mentre da aprile a giugno 2022 furono rimpatriati circa 670 migranti, la cifra per il secondo trimestre del 2023 superi di poco le mille persone.
Tuttavia, facendo un’ipotesi generosa e per eccesso, si può ipotizzare che i rimpatri siano stati 2mila, complessivamente, nei primi sei mesi del 2023. Esattamente 655 in più dei 1345 avvenuti nel 2022.
Ma anche in questo caso, le percentuali saltano all’occhio. Nel 2022, il numero di rimpatri nei primi sei mesi dell’anno fu pari al 4,9% degli arrivi via mare. Nel 2023, anche con la stima più ‘benevola’ basata sulle parole di Piantedosi, si parla di un 3%. Insomma, il miglioramento vantato dal ministro non torna, se si guardano i numeri per bene.
(da agenzie)
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Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile
SOPRANNOMINATO “EL PELUCA” (“IL PARRUCCA”) PER LA CAPIGLIATURA FOLTA E DISORDINATA, HA OTTENUTO IL 30% DELLE PREFERENZE DEGLI ELETTORI… MILEI È CONTRO LA POLITICA, LA BANCA CENTRALE, I GAY E L’ABORTO, ED È FAVOREVOLE ALLA VENDITA DEGLI ORGANI, ALL’USO DELLE ARMI E ALLA PRIVATIZZAZIONE DELLA SANITA’
«È la fine della casta parassitaria, ladra e inutile di questo Paese». Per capire perché Javier Milei sia etichettato come la versione argentina di Donald Trump basterebbe forse questa frase. O, forse, i suoi detrattori potrebbero dire che basta il soprannome “El Peluca”, “il parrucca”, per via della capigliatura folta e diciamo poco ordinaria che lo accomuna colore a parte al tycoon americano.
Ma, comunque la si voglia vedere, resta che l’esponente populista e ultraliberista di «La libertad avanza» – partito del quale è fondatore, leader e unico candidato – ha dominato le primarie in vista delle presidenziali del 22 ottobre.
Un appuntamento cui partecipano tutti i partiti e che dà sempre indicazioni di massima importanti su quello che poi è l’esito delle presidenziali vere e proprie. Milei è stato scelto dal 30% degli elettori, risultando il candidato più votato anche tra quelli delle altre formazioni, più “di massa”.
Milei ha spesso ammesso pubblicamente di essere un ammiratore dell’ex presidente americano. Al punto da contemplare un programma politico che abbia al suo interno punti forti della società americana, dalla liberalizzazione del possesso di armi all’uso del dollaro come moneta a corso legale del Paese.
Ma, se vogliamo, Milei va anche oltre alcune posizioni estreme di The Donald. È nemico di ogni casta politica, negazionista sul cambiamento climatico, contrario all’aborto e all’educazione sessuale, vista come una specie di complotto contro la famiglia tradizionale. E ancora: insegue la privatizzazione di sanità e istruzione, i tagli drastici nella pubblica amministrazione e l’eliminazione della Banca Centrale.
È persino favorevole alla vendita di organi per risolvere il problema delle liste d’attesa per i trapianti. «Siamo di fronte alla fine di quel modello la cui massima espressione è l’aberrazione chiamata giustizia sociale che solo produce deficit fiscale. Abbiamo fatto il primo passo per la rinascita dell’Argentina», ha esultato dopo l’esito delle urne.
Milei è nato a Buenos Aires nel 1970, il 22 ottobre (sì, lo stesso giorno in cui correrà per la presidenza…), da una famiglia modesta con avi italiani: padre autista di autobus, madre casalinga.
È stato prima docente universitario di macroeconomia, poi, dal 2014, è diventato un volto noto con un’impennata di ospitate in programmi di radio e tv. Nelle sue apparizioni ha attaccato tutti: prima il presidente conservatore Mauricio Macrì, poi il suo successore peronista Alberto Fernandez. Fino al 2021 quando è entrato in Parlamento e ha mantenuto subito una delle sue promesse elettorali: regalare il suo stipendio attraverso un sorteggio.
(da il Messaggero)
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Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile
SORA GIORGIA PROVA A SCARICARE SU DI LUI LE IRE DEI SINDACI: “PARLATENE CON FIGLIUOLO”. LUI REPLICA: “IO HO FUNZIONI OPERATIVE, NON DI SPESA”
Gli amici, per sdrammatizzare un po’, gli hanno mostrato anche i
meme che lo vorrebbero altrimenti “commissario”: “Al posto di Mancini, come ct della Nazionale, il generale Figliuolo”. E lui ne ha riso. Sobriamente
E sempre sobriamente, però, ha condiviso un certo malessere per ritrovarsi esattamente dove temeva di finire: preso nel mezzo, in una baruffa tutta politica tra Giorgia Meloni e Stefano Bonaccini. E’ un po’ come l’eroe triste della canzone di Aznavour. Io, l’alpino con la penna sul cappello, tra di voi.
Certo è che, come spiega Massimo Isola, sindaco di quella Faenza travagliata dall’alluvione di maggio, “a questo gioco di Meloni per cui tutte le complicazioni vanno scaricate su di lui, su Figliuolo, non ci stiamo”.
Non ci sta neppure Bonaccini, evidentemente. Che tra le molte “strambe” ragioni addotte dalla premier per giustificare quelle che il presidente del Pd ritiene “inadempienze del governo”, ha trovato “strambissima” quella per cui la capa di FdI confuta la tesi dei mancati contributi agli amministratori e alle comunità locali dicendo che “abbiamo già stanziato 4,5 miliardi”, per cui, insomma, di che lamentarsi?
“Come se stanziare, di per sé, equivalga a spendere”, sorride amaro Bonaccini. “Da quando con gli stanziamenti si riparano i canali e si ricostruiscono le case?”.
Né può tranquillizzare il governatore, e qui si arriva agli imbarazzi di Figliuolo, il fatto che proprio all’alpino di Potenza Meloni abbia rimbalzato le lagnanze dei sindaci romagnoli. Come a dire: “Vedetevela con lui”.
Se non fosse che con lui Bonaccini aveva già sollevato quei problemi, ed era fine luglio, per sentirsi rispondere che “in quanto commissario, io ho funzioni operative, non di spesa”. Insomma, non dipende da Figliuolo
Da lui dipende, invece, il trovare ora una soluzione, un equilibrio su cui, per quanto precario, la complicata opera di ricostruzione possa camminare. E certo l’aver convocato una riunione operativa per il 24 agosto, a vacanze smaltite, non è stata una mossa apprezzata dai sindaci.
Quando Meloni lo scelse, i malumori dalle parti delle alte gerarchie della Difesa – condivise in parte anche dal ministro Guido Crosetto – furono dissimulate a stento. E forse anche perché dietro quel suo atto di abnegazione assoluta – “Sissignora, obbedisco!” – ci fu chi vide la mossa ambiziosa di un generale che, dopo la campagna vaccinale con Draghi, puntava a dare un’ennesima dimostrazione di affidabilità che gli possa valere, al prossimo giro di nomine, l’apoteosi verso il vertice dell’Esercito o, perché no, la promozione a Capo di stato maggiore della Difesa.
Prima, però, c’è l’Emilia: un campo di battaglia da cui difficilmente, in tempo brevi, Figliuolo potrà tornare col dispaccio di “missione compiuta”. E questo in una situazione normale. Figurarsi con la zuffa politica che si preannuncia.
(da agenzie)
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