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A SURGUT, IN SIBERIA, QUALCUNO HA HACKERATO LA SCRITTA ELETTRONICA SU UN PALAZZO DI UFFICI: “PUTIN È UNA TESTA DI CAZZO E UN LADRO. 100 RUBLI PER UN DOLLARO”

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

A TASSO SPEDITO VERSO IL BURRONE: DOPO IL CROLLO DEL RUBLO, LA BANCA CENTRALE RUSSA ALZA IL TASSO AL 12% PER “LIMITARE I RISCHI PER LA STABILITÀ DEI PREZZI”

La Banca centrale russa alza il suo tasso di riferimento al 12%, all’indomani dalla caduta a picco del rublo. Banca centrale russa alza tasso al 12%
La decisione di aumentare il suo tasso di interesse chiave al 12% dall’8,5% precedente “è stata presa per limitare i rischi per la stabilità dei prezzi”, ha dichiarato la banca centrale russa in un comunicato diffuso dopo aver convocato una riunione straordinaria questa mattina.
“Putin è una testa di c… e un ladro. 100 rubli x $ – ti sei fottuto quella tua testa di c…”. Un pensiero che è impossibile stimare quanto sia diffuso in Russia, ma comunque esiste. A Surgut, in Siberia, hanno hackerato la scritta elettronica su questo palazzo di uffici
Sono stati presentati, dai vari organi della propaganda di stato, come “hacker burloni”, ma forse hanno intercettato un sentimento non così raro, e soprattutto un problema di enorme portata nella Russia di Putin [.
(da agenzie)

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IL GOVERNO MELONI CHIEDE AIUTO ALLE ONG (CHE VOLEVA LIMITARE) PER SALVARE I MIGRATI IN MARE

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

LA OCEAN VIKING HA FATTO 15 OPERAZIONI DI SALVATAGGIO SU INDICAZIONE DELLA GUARDIA COSTIERA

I numeri degli sbarchi continuano a crescere a un ritmo più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2022, così anche il governo Meloni viene meno alle proprie dichiarazioni d’intenti e torna ad affidarsi anche al lavoro svolto dalle ong che operano nelle acque del Mediterraneo.
La nave Ocean Viking della SOS Méditerranée ha infatti effettuato ben 15 operazioni di salvataggio consecutive, portando in salvo 623 naufraghi.
Un’operazione sulla carta vietata dal codice di condotta per le ong contenuto nel decreto Cutro approvato solo a febbraio e voluto dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Un’operazione che, scrive l’organizzazione sul suo profilo Twitter, è però avvenuta dall’inizio alla fine con il coordinamento delle autorità italiane.
Così Roma coordina i salvataggi multipli che voleva vietare
Il riassunto del cambio di rotta del governo sulle operazioni in mare, mentre quotidianamente si assiste a tragedie al largo del Mediterraneo, è tutto nel breve thread Twitter di SOS Méditerranée: “La più grande operazione di soccorso di sempre della Ocean Viking – esultano la sera dell’11 agosto – Dopo 48 ore di operazioni in mare, il nostro team ha completato il 15esimo e ultimo salvataggio. 14 dei salvataggi sono stati effettuati sulla rotta tra Sfax e Lampedusa, nella regione di ricerca e salvataggio maltese, coordinati dalle autorità italiane. In totale sono state salvate 623 persone da piccole imbarcazioni non adatte alla navigazione. Tra i sopravvissuti ci sono 15 bambini, 146 minori non accompagnati e 462 adulti, tutti ora al sicuro e accuditi a bordo della Ocean Viking. Le principali nazionalità sono Sudan, Guinea Conakry, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Benin e Bangladesh. La Ocean Viking si sta dirigendo a Lampedusa, su indicazione delle autorità italiane, per procedere a uno sbarco parziale, e poi si dirigerà a Civitavecchia, assegnata come POS per lo sbarco dei restanti superstiti”.
Un messaggio breve che evidenzia un punto fondamentale nella strategia dell’esecutivo in tema d’immigrazione: in situazioni considerate emergenziali come quella attuale il governo può avvalersi (e ha deciso di farlo) del supporto delle ong in mare. Una linea che sorprende, dato che con l’ultimo decreto il ministero dell’Interno, contenente il cosiddetto codice di condotta per le ong, aveva messo in campo evidenti restrizioni nei confronti di chi presta soccorso in mare. C’era, appunto, il divieto implicito di effettuare salvataggi multipli, costringendo in molti casi navi dalla grande portata a dirigersi verso i porti assegnati dopo il primo soccorso. C’era poi la prassi di assegnare porti di sbarco anche molto distanti dal luogo di salvataggio, formalmente per non sovraccaricare le strutture più sottoposte alla pressione migratoria, allungando però i tempi di soccorso e impedendo alle navi di tornare velocemente in mare aperto. Erano poi previsti pesanti provvedimenti nei confronti dei trasgressori, con multe da 10mila a 50mila euro, fino alla confisca della nave.
Cosa è cambiato, quindi, dall’approvazione del decreto Cutro a oggi? In realtà niente, dal punto di vista formale, ma il governo ha semplicemente giocato con il testo stesso della norma che non vieta esplicitamente i salvataggi multipli, ma obbliga la nave a richiedere subito l’assegnazione di un porto di sbarco. Il Viminale ha però precisato che le navi possono svolgere altre operazioni di salvataggio “lungo la traiettoria del percorso che gli viene assegnato”. Inoltre, se nel corso delle comunicazioni con le autorità viene dato l’ok ad altri salvataggi, come successo in questo weekend, le ong possono dirigersi sul luogo del successivo naufragio. Una decisione presa arbitrariamente dalle autorità nazionali.
I numeri: sbarchi aumentati del 115% rispetto al 2022
Per spiegare il motivo di queste ‘concessioni’ da parte del governo è sufficiente guardare i numeri. Secondo l’ultimo rapporto Frontex, gli sbarchi di migranti sulle coste italiane sono aumentati del 115% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, arrivando a superare, come confermano anche i dati più recenti del Viminale, i 100mila dall’inizio dell’anno. Nella sola giornata di venerdì sono approdati a Lampedusa ben 36 barchini con 1.600 persone a bordo. Altre 250 sono arrivate a Pantelleria, mentre la nave di Emergency Life Support ha salvato 75 naufraghi partiti dalla Libia.
Non è infatti la prima volta che Roma deve chiedere aiuto alle ong per svolgere operazioni di soccorso: il 6 luglio scorso, secondo quanto riporta Vita, la Guardia Costiera ha chiesto l’intervento di Open Arms, proprio la ong che ha denunciato il ministro Salvini, per effettuare sei operazioni di salvataggio in coordinamento con il Comando generale delle capitanerie di porto di Roma.
A questo si aggiunge che altre 700 persone sono state recuperate grazie a più operazioni in serie compiute da altre ong: quattro soccorsi di fila per la Geo Barents e cinque per Humanity. Proprio in quell’occasione, Veronica Alfonsi, portavoce della ong spagnola, in un colloquio con il Foglio disse: “È paradossale il fatto che Salvini sia in un governo che ci chiede aiuto per fare salvataggi“.
(da Il Fatto Quotidiano)

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I MEDIA STRANIERI CONTRO LA PROPAGANDA DELLA MELONI: “COSI’ LA STAMPA ITALIANA NORMALIZZA L’ESTREMA DESTRA”

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

NEW YORK TIMES: “IN ITALIA LA STAMPA TENDE A RACCONTARE LA PREMIER COME LEI VUOLE ESSERE RACCONTATA”… “DEFINIRE MELONI ‘MODERATA’ E’ UN ERRORE”

Giorgia Meloni vuole «cambiare la narrazione» – per usare un’espressione cara al suo governo – e raccontare l’estrema destra come pragmatica, moderata, digeribile. La presa della «narrazione» è funzionale alla presa del potere. L’operazione è lampante: l’assalto alla Rai, gli attacchi alla libera informazione, i fastidi per le conferenze stampa. Ciò che non era scontato era la sindrome di Stoccolma.
«Il fatto è che, anche tra i principali media italiani, c’è la tendenza a raccontare Giorgia Meloni proprio nel modo in cui lei vuole essere raccontata». Si arriva persino a «riprodurre prodotti preconfezionati»: li chiama così, David Broder, colloquiando con Domani; e parla con cognizione di causa, visto che su Giorgia Meloni ha scritto un libro – Mussolini’s Grandchildren – oltre che un urticante editoriale sul New York Times (What’s Happening in Italy Is Scary, and It’s Spreading; Quel che accade in Italia è spaventoso, e dilaga).
Nelle stesse ore in cui Joe Biden si prestava alle foto e alle strette di mano con la premier italiana, Broder metteva in guardia dalla prima pagina: attenzione a non normalizzare l’estrema destra. Attenzione perché «se si racconta che Giorgia Meloni si è convertita da populista a pragmatica si tralascia quel che sta davvero facendo in Italia».
Peccato che proprio in Italia si racconti quella versione della storia. Daniel Verdú, che è il corrispondente di El País in Italia, non se ne capacita. Nei giorni delle elezioni spagnole lo ha anche denunciato pubblicamente: «Certo che è curioso, il Corriere chiama ultradestra Vox, ma non Meloni. L’ultradestra è sempre quella degli altri!». E a voce spiega che per lui «far finta che Meloni non condivida un’agenda con Vox è assurdo, definirla centrodestra per me è ridicolo».
Se è vero che in Europa il centrodestra dei popolari – con il grande “normalizzatore” Manfred Weber – ha sfondato il cordone sanitario verso l’estrema destra, non era scontato né inevitabile che oltre alla politica anche una fetta autorevole del mondo dell’informazione assecondasse l’operazione. Il cordone si è rotto anche sui giornali, invece, e gli osservatori esterni se ne accorgono.
Mentre Verdú di El País evidenzia le scelte di campo semantiche – l’estrema destra che in Italia viene presentata come moderata, conservatrice o «centrista» – Jacopo Barigazzi di Politico Europe lancia l’allerta sulla mancanza di dialogo.
I MONOLOGHI DI GIORGIA
Il 12 agosto Barigazzi da Bruxelles è arrivato a rivolgersi direttamente – su Twitter – al Corriere: «Caro Corriere, potresti per favore smetterla di pubblicare lettere di Meloni, che molto raramente accetta interviste? Lasciare che il potere tratti i giornali come una casella di posta non aiuta la democrazia (e il buon giornalismo)».
Che le interviste siano «rare» lo conferma ad esempio Verdú, che attende invano. Che Meloni spedisca lettere, lo si vede anche in frangenti delicati: è con un monologo che ha gestito questioni per lei complesse come l’anniversario della liberazione dal nazifascismo.
Broder osserva che «in generale Giorgia Meloni cerca di rilasciare prodotti preconfezionati; lo ha fatto in campagna elettorale e non solo; quando ha parlato ai media internazionali per smentire i rapporti tra il suo partito e il neofascismo, ha rilasciato il video senza possibilità di fare domande; quando è andata in Tunisia, ancora niente domande. Evidentemente fa parte della strategia di comunicazione di Fratelli».
Se sulla stampa finiscono le lettere-monologo, sulla tv pubblica dell’èra Meloni capita che vada in onda mezz’ora di video preconfezionato. La messa in onda – senza intermediazione giornalistica – di 27 minuti di “Appunti di Giorgia” (il monologo della premier) ha scatenato la protesta del comitato di redazione di RaiNews24.
«Mi sono rivolto al Corriere che è considerato il giornale più autorevole in Italia quando ho visto che l’abbondanza di lettere non corrisponde alle possibilità di dialogo», ricostruisce Barigazzi. Un paio di giorni dopo il suo appello, è comparsa una breve intervista “a media unificati” su Corriere, Repubblica e Stampa. «Rispetto al grande interesse che c’è in Europa nei confronti di Meloni, colpisce che la premier abbia un atteggiamento spesso riluttante a sedersi a un tavolo per confrontarsi a tutto campo. Abituarsi alle lettere vuol dire abituarsi ai monologhi», dice il reporter di Politico Europe. Che nota: «Meloni non è alle prime armi, è una politica navigata: preferire i monologhi stride…».
Secondo Broder, dietro questa attitudine c’è una strategia precisa: «Serve a farla apparire seria. La premier si atteggia da statista e non si getta nel campo del confronto, del dibattito; sono gli altri – magari i ministri – a farlo per lei».
Il corrispondente di El País, Verdú, constata «il rapporto problematico della premier coi giornalisti: è un segno chiarissimo di autoritarismo». Ma anche se il resto del mondo chiama tutto questo «far right, destra estrema», non è detto che lo si legga in Italia. Il controllo di Meloni sul messaggio si combina con l’operazione di normalizzazione del postfascismo.
(da agenzie)

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“BLOCCO NAVALE SUBITO”, “AFFONDARE LE BARCHE DELLE ONG”: COSI’ PARLAVA GIORGIA MELONI

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

OGGI GLI ARRIVI SFONDANO QUOTA 100.000, SONO RADDOPPIATI E IL GOVERNO CHIEDE AIUTO ALLE ONG

“In Europa sono preoccupati. Che succederà? Che è finita la pacchia”. Così diceva Giorgia Meloni parlando di immigrazione solo due settimane prima del voto.
Oggi, dopo dieci mesi di governo, gli arrivi dell’anno sfondano quota 100mila (leggi) e l’esecutivo ormai chiede ripetutamente aiuto alle organizzazioni non governative. Cosa direbbe la premier se fosse ancora all’opposizione? Ilfattoquotidiano.it ha raccolto alcune delle numerose soluzioni proposte dal 2015 a oggi.
L’ultima volta che, navigando tra i flutti di Twitter, si registra l’hashtag meloniano #blocconavalesubito è il 7 settembre 2020, quando in uno degli innumerevoli attacchi all’ex ministra dell’Interno Luciana Lamorgese (quella apprezzata “dagli scafisti e dai fattoni” dei rave party), Giorgia Meloni sentenziò: “Diamo il buongiorno al Governo che si è (forse) svegliato e comincia a capire la proposta di @FratellidItalia sul #BloccoNavale in accordo con le autorità libiche e tunisine per impedire la partenza dei barconi e fermare le morti in mare. Piano piano ci arriveranno pure il PD e il M5S“.
La ripetizione della litania martellante che ha caratterizzato la comunicazione di Giorgia Meloni quasi dieci anni orsono, allo stato attuale, è stata sostituita da un poco convincente intervento della premier il 22 marzo 2023 alla Camera, dove all’indomani della tragedia di Cutro e del Consiglio europeo ha rilanciato molto tiepidamente il vessillo del blocco navale “in accordo con la Ue e i paesi del Nordafrica”. Per il resto, la vecchia clava di Fratelli d’Italia è stata rimpiazzata dal silenzio, squarciato timidamente da qualche incursione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (“Il blocco navale lo stiamo facendo con l’accordo la Tunisia e la Libia. Domenica la premier Meloni andrà in Tunisia per la firma del memorandum insieme a von der Leyen, un grande successo dell’Italia”, ha annunciato trionfante un mese fa a un evento pubblico di Fratelli d’Italia).
Oggi la situazione per Giorgia Meloni, che in campagna elettorale prometteva di “gestire dignitosamente” il fenomeno migratorio e che a marzo del 2023 da Cutro lanciava la fatwa contro gli scafisti da stanare “lungo tutto il globo terraqueo”, è molto complessa: i migranti sbarcati in Italia nel 2023, stando ai dati del 14 agosto, sono 99.771, il triplo di quelli sbarcati nello stesso periodo nel 2021 e il doppio di quelli del 2022.
In un video-blob abbiamo tracciato un excursus della propaganda meloniana sui migranti, una narrazione che ogni anno è stata scandita da refrain pittoreschi: dalla “tratta degli schiavi del terzo millennio” (i cui “complici” sono Minniti e Gentiloni, come l’attuale premier ha accusato nel 2017) al niet “all’immigrazione clandestina e musulmana” (a cui nel 2015 si aggiunse l’ambizioso proposito di combattere l’Isis) fino al “razzismo istituzionale di Stato” che spende per i migranti “37 euro e mezzo” al giorno (e “900 euro al mese”, anzi “1200”), mentre tanti “anziani mangiano alla Caritas”, “i pensionati sociali” campano con 480 euro al mese e ci sono italiani lasciati “crepare sotto i ponti”. Eravamo nel 2015, diversi anni prima la crociata della destra contro il “metadone di Stato” e i percettori del reddito di cittadinanza.
Se nel governo Conte Uno, Meloni si limitava a qualche buffetto al futuro alleato Matteo Salvini e a critiche un po’ più taglienti a Giuseppe Conte (“Forse per inesperienza si è fatto raggirare al Consiglio Europeo, perché rimangono le sanzioni contro la Russia“, disse il 29 giugno 2019), ben più severa è stata con la ministra della Difesa Elisabetta Trenta, rea di aver definito il blocco navale al largo delle coste libiche “un atto di guerra”.
Alla posizione dell’ex ministra, Meloni oppose l’invito a studiare e la spiegazione secondo cui si trattava di un’azione diplomatica in concerto con la Ue e in accordo con la Libia, tanto che la perseguì il governo Prodi nel 1997 per arginare l’esodo albanese. Le norme dicono in realtà che il blocco navale è un atto ostile disciplinato dal diritto di guerra, sempre esercitato contro un paese e mai in accordo con lo stesso. E quella scelta dell’esecutivo guidato da Prodi rappresentò una pagina nera delle nostre politiche migratorie. A oggi, in ogni caso, dopo quasi un anno di governo Meloni, nessun blocco navale, nessun “muro” eretto, nessuna “difesa dei confini nazionali”, ma un tragico boom di sbarchi sulle coste siciliane.
(da Il Fatto Quotidiano)

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GIORGIA DECISIONISTA A CACCIA DI MIRACOLI

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

A QUANDO LA FOTO CON GLI STIVALONI DI CRAXIANA MEMORIA?

Magari toccherà anche a lei, prima o poi, essere ritratta con gli stivaloni di craxiana memoria, e probabilmente lo prenderà come un omaggio: il decisionismo è il nuovo mood di Giorgia Meloni, una modalità ben visibile e addirittura ostentata che sta cancellando la fase “comunitaria” del suo rodaggio politico, quando ci teneva a presentare ogni decisione come frutto delle scelte di una squadra o addirittura di una comunità di intenti.
«Mi fido dei miei alleati» aveva debuttato dopo il giuramento, nella sua prima conferenza stampa in grande stile. In nove mesi la fiducia, se davvero c’era, si è diluita al punto che nell’intervista di Ferragosto la premier ha raccontato senza imbarazzi di non aver informato il suo vice Antonio Tajani dell’intervento sugli extraprofitti bancari: «È più facile fare una misura del genere se la notizia non gira troppo». Amen.
Segue lo stesso copione il confronto aperto sul salario minimo, convocato a dispetto di Matteo Salvini che avrebbe preferito attestarsi sul solito muro contro muro, così come la vicenda di Carlo Nordio lasciato solo nei suoi controversi giudizi su mafia, suicidi in carcere, giustizia.
E pure il viaggio a sorpresa di ieri nell’Albania di Edi Rama, appena bollata dal ministro Francesco Lollobrigida come meta cheap di vacanze senza qualità, racconta una Meloni che in rapida virata verso il fai-da-te: se gli altri non aiutano, intralciano, straparlano, ci si arrangerà tagliandoli fuori dalle decisioni o passandogli sopra con la forza del ruolo.
Nella svolta decisionista di Meloni c’è senza dubbio un vantaggio: lei appare assai meglio dei suoi amici e alleati e la maggioranza dell’elettorato di centrodestra alle prossime Europee non avrà neppure bisogno di vedere il suo nome sulla scheda: ogni buona cosa attribuita al governo risulterà “made in Giorgia” e si potrà votare FdI senza turarsi il naso.
Gli scarsi successi sul fronte dell’immigrazione, i tempi duri che annuncia il Pil, il possibile insuccesso sul fronte del lavoro povero e delle buste paga sotto-soglia, i dati poco esaltanti dell’estate turistica e ogni altro inciampo della ripresa autunnale, Pnrr compreso, saranno invece attribuiti agli altri, a chi non sa navigare o ha navigato male. Decisionismo è anche questo: decidere che ognuno se la cavi da solo, e peggio per lui se fatica a farlo.
Ma al vantaggio si associa un evidente rischio perché l’aura di onnipotenza che l’Italia ha sempre associato ai capi decisionisti può attivare meccanismi difficili da controllare. Non a caso l’altro leader massimo della destra di governo, Silvio Berlusconi, non ha mai usato questo tipo di racconto e ha sempre preferito raffigurarsi come prigioniero di alleati ignavi, capaci solo di produrre veti alle meravigliose cose che avrebbe potuto fare per l’Italia se avesse governato da solo. È stato per un ventennio il suo grande alibi e anche il ritornello di ogni campagna elettorale, quando chiedeva (e otteneva) voti indicando come meta il fatidico 51 per cento che gli avrebbe consentito di gestire il Paese senza vincoli e impicci. La modalità scelta da Meloni è il contrario, e il vero pericolo non è nei mugugni o nei possibili atti ritorsivi di Forza Italia, della Lega o di aree del suo stesso partito, ma nelle altissime aspettative che può suscitare l’idea – piuttosto infondata in un Paese democratico e complesso come l’Italia – di una leader con la bacchetta magica, che può aggiustare tutto a dispetto di tutti, e nelle conseguenti, inevitabili, delusioni.
(da La Stampa)

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ECCO QUI IL “SERVIZIO PUBBLICO” GARANTITO DAI TASSISTI: A ROMA, NONOSTANTE IL PIENO DI TURISTI E I MUSEI APERTI, OGGI È IMPOSSIBILE TROVARE UN’AUTO BIANCA

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

SE SI PROVA A PRENOTARE UNA CORSA ESCE LA SCHERMATA: “LE PRENOTAZIONI SONO STATE BLOCCATE PER LA SEGUENTE RAGIONE: FERRAGOSTO”… UNICA ECCEZIONE AMMESSA È IL TRAGITTO PER L’AEROPORTO, PIÙ REMUNERATIVO PER I TASSISTI

A Ferragosto turisti e residenti che vorranno spostarsi in taxi a Roma faranno bene a intercettarne uno, perché le prenotazioni sono praticamente impossibili. Con musei e monumenti aperti per il 15 agosto e la capitale affollata di visitatori, i taxi che fanno riferimento alla Cooperativa Radiotaxi 3570, la più grande della capitale, non accetteranno corse prenotate, ma solo in tempo reale.
La batosta appare chiara sulla app ItTaxi, dove provando a prenotate un’auto bianca per il 15 agosto appare un messaggio forte e chiaro: «Non è possibile prenotare il taxi. Le prenotazioni sono state bloccate nel luogo e nell’orario richiesti per la seguente ragione: FERRAGOSTO».
E il maiuscolo sulla motivazione è già tutto un programma. Unica eccezione sarebbe il tragitto verso l’aeroporto di Fiumicino, ben più remunerativo per i tassisti rispetto alle altre corse. Continueranno invece ad accettare prenotazioni le app InTaxi e Samarcanda plus.
Le file interminabili di turisti in attesa di un taxi sotto il sole fuori dalla stazione Termini o a largo Chigi sono destinate a ripetersi quindi anche a Ferragosto.
Al Corriere della Sera, il presidente della cooperativa, Loreno Bittarelli, prova a spiegare il motivo della loro decisione: «Le centrali non prendono prenotazioni a Ferragosto perché non abbiamo la certezza di soddisfare la richiesta». Tutta colpa di «metro e bus a regime così ridotto», che impongono ai tassisti di accettare solo le chiamate che arrivano di volta in volta.
(da agenzie)

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A “COCCIA DI MORTO” TRA BAR AZUR, MELONIANI E COTTON FIOC A MOLLO

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

SULLA COSTA DEL CETO MEDIO MELONIANO, DOVE UNA VOLTA ANDAVA AL MARE LA MELONI

Non è facile scovare la spiaggia più diffamata della penisola. Sulla costa del ceto medio meloniano. Quelli che hanno vinto le elezioni e controllano sobriamente il potere sbirciando dai villini disegnati dal geometra unico dell’architettura bifamiliare fronte mare, da Sabaudia a Capalbio.
Sì, uffa, la “piccola Atene della Maremma” che, caro ceto riflessivo chic, fattene una ragione, sopravvive ormai solo nelle stazzonate pagine estive (tipo questa). Dei quotidiani impigriti (non questo) dalla millesima molestia, sotto forma d’intervista, alla dolce e paziente Dacia Maraini, quando lei con Alberto, Pierpaolo, Enzo e, chissà, i Vianella si tiravano i gavettoni e la sabbia negli occhi perché a furia di trascorrere le vacanze intelligenti tutti insieme alla fine puoi starti sulle palle.
Per non sbagliare si percorra l’autostrada Roma-Fiumicino fino alla rotonda per poi girare a sinistra verso Ostia perché a destra c’è l’aeroporto, e qui una sosta è d’obbligo.
Poiché intendiamo rispettosamente dissentire dalla critica dei cosiddetti non luoghi sfoderata dall’antropologia della surmodernità e dal sommo Marc Augé (purtroppo da poco venuto a mancare) al quale avremmo tanto voluto dire che l’aerostazione Leonardo da Vinci è un non luogo meraviglioso, colmo di ogni comodità, modernità e prelibatezza.
A tal punto che candideremmo con entusiasmo i vertici di tale prodigio contemporaneo al posto dell’attuale giunta capitolina, che possiede il luogo ma non il logos (buona questa).
Si proceda lungo la fettuccia che costeggia le piste (con i jet che morbidamente decollano nel cielo sempre più blu) in attesa di svoltare verso il mare. Se girate troppo presto potreste ritrovarvi a Fiumaretta che, sentenziò un tellinaro stanziale a quelli della Rai alla ricerca delle Maldive dietro l’angolo, “ci sono posti come Ostia che ce l’hanno fatta, questo nun iela farà mai”.
Così ci ritroviamo a Focene, una Fregene che non ce l’ha fatta, però allo Youth bar della Baia servono un gustoso Frozen e un’indicazione in merito a quel chissà dove, impronunciabile, verso cui saremmo diretti. Un gesto vago eppure risoluto agitato nell’aria nell’evocare orizzonti sconosciuti, in forma non proprio dissuasiva ma perplessa questo sì. Un “vada dritto di là” che ci costringe al termine di questo vile preambolo a pronunciarla per forza ’sta Coccia di Morto (de morto) per confutare il generico ritrovamento antico sul litorale di ossa e teschi di imprecisata origine. Quando invece va riconosciuta l’esattezza etimologica del termine “coccia” che, duole dirlo, è il ventre rigonfio di acque fetide dei poveretti finiti nel Tevere, in genere suicidi (er barcarolo va), trascinati dalle correnti fino al delta del fiume e che a quel punto trapassati sicuramente saranno. “Prenda la terza a destra e poi di nuovo a destra troverà uno stabilimento”, ci viene indicato.
Facciamola breve. Non troverete mai il cartello Coccia di Morto, quello per capirci con il limite di velocità e il divieto di clacson (però il vialone si chiama così ma è fuori contesto). Entriamo infatti in un non luogo che si è fatto luogo per esigenze cinematografiche.
Toponomastica di aggraziato contesto marino: via del Pesce Luna che sbocca sui via dei Saraghi e da qui, finalmente, in una piccola baia con ai lati i massi frangiflutti. Sabbia meno sabbia di quella di Ostia, acqua non più sporca di quella di Ladispoli. Uno stabilimento sul mare, Azur, come si deve, ombrelloni, lettini e cocktail bar, molto apprezzato su Tripadvisor. Riguardo al litorale recensioni che vanno da “che schifo” a “che posto incantevole”. Dove Legambiente segnala di avere raccolto, in una sola battuta di caccia, ben 3.761 cotton fioc. Con l’idea di un museo dei reperti nel quale sistemare il modernariato ripescato dal fiume tra cui un dispenser di Felce Azzurra Paglieri e l’intera collezione di lattine Coca Cola degli anni 70.
Non c’inventeremo certo giudizi anonimi sulla premier (che ai tempi della sezione Garbatella sarebbe stata vista con mamma e sorella). Autentica la frase udita in conversazioni saltuarie su Giorgia: è tanto caruccia. Ora non occorrono certo Pagnoncelli o la Ghisleri per assodare che l’espressione “tanto caruccia” sulle labbra delle signore del ceto medio estivo fotografa una popolarità in solida e costante ascesa.
I mariti o quello che sono non parlano e neppure annuiscono, tanto non serve. Del resto, nessuno sa o finge di sapere cosa abbia detto il negazionista De Angelis o quali casini abbia combinato la Santanchè. Se percepita da qui la sinistra è un asteroide che trasmette segnali che provengono dal secolo scorso. Come sentenziò il generale De Gaulle “l’intendance suivrà”, per dire che le ragioni dell’economia seguono quelle della politica che poi, in ogni nucleo che si rispetti, è il pensiero femminile dominante.
Potrò dunque rientrare, sconfitto ma più consapevole (e lieto per non avere mai citato la nota pellicola che su Google è avvinta alla Coccia come l’edera al muro). Torniamo dunque nella Maremma dei casali dei pietra, protesa nell’Argentario delle ville imbiancate. Alla nostra conclamata minorità e irrilevanza. A sfogliare Proust (mentre qui spopolano le corna sabaude sputtanate in diretta video). Sì, caro Alain, ha vinto Coccia de Morto.
(da Il Fatto Quotidiano)

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UN FERRAGOSTO AL TWIGA, TRA FERRARI, GIRAFFE E PARVENU: “QUI CE FAMO SPENNA'”

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

“MA ALMENO LI VEDEMO, ‘STI VIP? ABBELLI, IO NUN POSSO MICA ACCENDE UN MUTUO PE’ BRIATORE”

Volevano un racconto per il giorno di Ferragosto. Bisognava andare sul sicuro. Capito: allora, Twiga.
Ma intanto: preparativi con partenza dalla Maremma, Capalbio e dintorni, stabilimento Ultima Spiaggia, un ventaccio ruvido e le foto in bianco e nero di Umberto Eco e Carlo Caracciolo, Alberto Asor Rosa e Furio Colombo, il ricordo di Andrea Purgatori che qui fu principe, una certa gauche dei tempi andati, memorie in dissolvenza tra figli e nipoti, adesso anche qualche tatuaggio, qualche perizoma, ma ancora scosse sinistrorse («Quando vedi la Santanchè, chiedile se a settembre si dimette») e graffi radical chic («Fai foto, eh»), come alla vigilia di un safari antropologico — e in effetti al Twiga, all’ingresso del bagno più famoso d’Italia, ci sono due giraffe di cartapesta a grandezza naturale; però, raccontano, in certe serate speciali Flavio Briatore sguinzaglia proprio quelle vere, un lampo di Kenya in Versilia, a Marina di Pietrasanta, dove arriveremo tra un paio d’ore.
La via Aurelia è per lunghi tratti sempre stretta e tortuosa e c’è un sole bollente, a picco. Suggestioni cinematografiche inevitabili. Guidi pensando a quel capolavoro di Dino Risi, Il Sorpasso, con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant, con la bellezza definitiva di una giovanissima Catherine Spaak, niente a che vedere con le ragazzine piene di piercing che bevono shottini nei bar, le orribili Barbie-Birkenstock ai piedi: e poi, a Castiglioncello, per caso, o solo per grandiosa magia, alla radio dopo Tiziano Ferro passano pure «Don’T Play That Song» cantata da Peppino di Capri.
Ora seguitemi.
Il parcheggio del Twiga è piccolo, ordinato. Una Ferrari gialla, un paio di Porsche, molte biciclette colorate. Reception: biondina gentile, ma gelida, mi squadra con distacco (poi scoprirò che il personale è addestrato a capire chi è veramente ricco, e chi finge di esserlo). «Ha prenotato?». Si capisce che le piacerebbe dirmi che no, guardi, siamo overbooking. Invece ho prenotato. «Effettivamente… sì, ecco qui il suo cognome. La carta di credito, prego». Ci sono solo tende. Cinque file da nove. Ogni tenda: 600 euro al giorno (nota per l’amministrazione di via Solferino: ho la ricevuta).
Due conti
Entro facendo calcoli meschini. Con l’incasso relativo a un solo cliente, che per l’intero mese di agosto ammonta a 18.600 euro, il Twiga paga il canone d’affitto che deve allo Stato per la concessione annuale della spiaggia: 17.619 euro. Il resto è un fatturato che oscilla tra gli 8 e i 9 milioni. Più che uno stabilimento balneare, uno stabilimento per fare soldi, soldi e ancora soldi.
Fu aperto nel 2001 (genialata assoluta) da Flavio Briatore, Daniela Santanchè, Paolo Brosio e Davide Lippi, figlio di Marcello, l’ex ct della nazionale campione del mondo. Poi Lippi s’è sfilato e Brosio ha incontrato la fede: così tutto è rimasto nelle mani di Flavione, come lo chiamano gli habitué, e della ministra del Turismo. Finché al governo — i soliti sensibiloni — sono stati sfiorati dal sospetto di un possibile (possibile, eh) conflitto di interessi e allora lei ha ceduto le sue quote al compagno Dimitri Kunz d’Asburgo, noto per avere anche altri undici cognomi e un titolo nobiliare su cui penderebbe una diffida.
La tipa bionda fa strada verso la tenda. Atmosfera etnica, arredamenti Africa style, tipo Malindi. Camminiamo tra palme e vetrine di bambù (Valentino, Givenchy, Ferragamo, Bulgari), c’è un centro estetico, sulla destra una piscina, più avanti un bar con il tetto di paglia. Breve sentiero, poi la spiaggia. Il primo colpo d’occhio che scorre sulla tendopoli scatena una botta di stupore: tutto qua?
A Rimini, tra un ombrellone e l’altro, c’è più spazio. La ragazza indica la mia tenda: «Ora una mia collega le porterà due bottiglie d’acqua. Sono un omaggio». Perché Flavione sa essere generoso con i clienti. Comunque: volete sapere in cosa consiste questa tenda pagata come fosse un villino? Ci sono un divano, 2 letti, 2 lettini, un tavolo e una sedia da regista.
Esame sommario dei vicini. A sinistra, una famiglia di bergamaschi carichi d’oro, ma oro massiccio. Collane, anelli, orecchini. Madre e figlia si assomigliano, sembrano sorelle. La madre ha un viso da quarantenne montato su un corpo da settantenne. Aspettano un certo Dado. Se ho ben capito — siamo vicinissimi, è inevitabile impicciarsi — Dado dovrebbe arrivare da Montecarlo insieme alla Susy, dove hanno fatto serata nell’altro Twiga, sotto la supervisione di Flavione in persona. Qui non si capisce se comparirà la ministra. Sperano molto di incontrarla quelli accampati qualche tenda più avanti. Due sorelle romane con i rispettivi mariti. Sono in vacanza a Marina di San Nicola, sul litorale laziale, poco più a nord della leggendaria Coccia di Morto: però si sono voluti regalare una giornata da riccastri, alloggiano in un tre stelle di Viareggio, toccata e fuga, anche se il marito della più giovane, Sergio detto Sergione, suppongo per la pinguedine incipiente, non è d’accordo. «Dico io: ma che c’entramo noi qua?». È un’esperienza. «No: è una follia. Lei, scusi, è abbonato?». Come voi: solo oggi e poi vado via. «Dimose la verità: se semo venuti a fa’ spennà. Ma almeno li vedremo ’sti vip?».
Vip e politici
Può capitare, certo. Buffon e la Seredova si conobbero qui. Ancelotti e Galliani vennero a festeggiare la Champions vinta nel 2007. Chiara Ferragni e Barbara D’Urso prendono l’aperitivo, cenano e si fermano a ballare (pare che la piscina, con copertura automatica, si trasformi poi in pista). Passano in tanti: Kate Moss e la Marcuzzi, Bobo Vieri e Pippo Inzaghi. Il dogma è: esserci, farsi vedere, status, edonismo social, stories su Instagram, caccia ai like. Avvistati perciò, negli anni, anche molti politici. Compresi Matteo Salvini e Matteo Renzi. A fine luglio s’è riunito lo stato maggiore di Italia Viva: Bonifazi/Boschi/Nobili, più Andrea Ruggeri, il direttore del Riformista (Carlo Calenda furibondo: «Visita inopportuna, vista la situazione giudiziaria della ministra. Io poi sono taccagno: ho una madre valdese e quel posto, letteralmente, mi ripugna»). Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, invece lo adora. Anche perché sa che, da queste parti, si fanno affari notevoli: sua moglie Laura De Cicco e Dimitri Kunz d’Asburgo, nel giro di un’ora, hanno comprato e rivenduto la villa del sociologo Francesco Alberoni guadagnandoci sopra un milione d’euro netti.
Rolex (e patacche)
Passa un ambulante nigeriano e cerca di vendermi un Rolex Daytona tarocco. La faccenda un po’ insospettisce, perché qui tutti hanno orologi pazzeschi ai polsi. C’è anche un efferato sfoggio di borse Gucci e sandali Hermès. Mi ritrovo un altro ambulante seduto accanto: «Tu, amico, volere coperta di cachemire?». «No, grazie». «Tu poverello, vero?». Spunta un paparazzo: «M’hanno detto che dovrebbe presentarsi Belén con un gruppo di amiche». Intanto si presenta una cinese che offre un massaggio. La signora anziana della tenda accanto si stende chiedendo che non le venga però sfiorato il viso, tirato da una ragnatela di fili sottocutanei.
All’una, poi, succede quello che succede anche nel vostro stabilimento: si mangia.
Camerieri in divisa e svelti, cortesi, concentrati, tutti collegati con l’auricolare. Portano il menu, su cui si è molto favoleggiato. I prezzi del ristorante sono sul serio alti. Per capirci: spaghetti alle vongole, 30 euro. Linguine all’astice: 38. M’incuriosiscono gli «Spaghetti Flavio»: 20 euro. Cosa avranno inventato di così economico in omaggio al padrone?
Clientela: tedeschi, americani, una famiglia araba. Tre tavoli di italiani (si sente la voce di Sergione: “Mortacci… er tonno co’ i capperi 42 euro!”). Il cameriere va e viene come un farfalla e mi spiffera che mancano molto i russi, il Dom Perignon lo usavano pure per farsi la doccia. Chiedo di poter andare in bagno.
Mi indirizzano in due cessetti imbarazzanti (non ho capito se per i veri ricchi ce ne siano di migliori, può darsi). Questi sono stretti come quelli di un Frecciarossa. Uno ha pure la serratura sfondata, sono molto sporchi. Scatto qualche foto. Flavione, ma da quant’è che non vieni a controllare?
Al tavolo trovo i suoi spaghetti fumanti. In pratica: uno spago aglio e olio, senza peperoncino, e con due pomodorini due, tagliati a metà, che decorano il piatto. La cottura, però, è perfetta. Poi, un espresso Illy. Conto: 38 euro. Faccio il micragnoso: no, scusate, come ci siamo arrivati? Ah, beh, si, certo: una bottiglia di acqua la mettono 10 euro.
Tutti, lentamente, torniamo sotto le tende.
Molti già dormono. La vecchia qui accanto ronfa a bocca aperta. Siamo talmente attaccati che bisogna parlare a bassa voce. Tolgo la suoneria al cellulare. Un tipo con la pancia gelatinosa legge la Guida Michelin. Non vedo altri libri. Qualche iPad. Noto cani rarissimi. Una signora racconta che il suo norsk lundehund, uno spitz norvegese, ha le zampe con sei dita. I bambini sono pochi e tristi. Non corrono, non gridano, non costruiscono castelli, non giocano a pallone e osservano, con occhiate d’invidia, i coetanei felici degli stabilimenti accanto. Una bambina è vestita come fosse appena uscita da una sfilata di Pitti.
Il Burraco
Sono le cinque del pomeriggio e il mare è calmo, le Alpi Apuane si stagliano su un cielo celeste e c’è una leggera brezza che trascina l’odore dolciastro di creme solari. Lei, la Santanchè, compare di colpo: sfavillante e con un cappello bianco e gli occhiali da sole, preceduta da Dimitri Kunz, gran fisicaccio. Prendono posto nella tenda reale. La ministra è subito come sempre molto accogliente — «Il Corriere al Twiga! Ma che bello!» — è di ottimo umore e sorridente: mi presenta sua sorella Fiorella, silenziosa, sguardo distratto, arriva suo figlio Lorenzo, poi spunta Rita, la sorella di Flavione, e insomma il clima è familiare e spontaneo, rilassato, tra un po’ è prevista una partita a Burraco.
Sto per chiederle se in autunno, a causa delle accuse di «bancarotta» e «falso in bilancio», tema che possano farla dimettere. Ma lei ha una scossa di telepatia, e mi anticipa: «Sembro preoccupata? Guardi: un giorno qualcuno dovrà chiedermi scusa, altroché. E comunque: al Senato, il giorno della sfiducia chiesta da quei poverini dei 5 Stelle, visto come mi è stato sempre accanto Salvini? E quelli di Forza Italia? Dai, deliziosi». Alla buvette però facevano facce brutte. E comunque sono soprattutto quelli del suo partito, i Fratelli d’Italia, che non la sopportano tanto. «Scherza? Mi adorano. Sono state scritte un mucchio di falsità, mi creda». Prima di andare in vacanza il governo ha comunque combinato un bel pasticcio con le banche. «Cosaaa? Siamo stati coraggiosi e giusti, l’abbiamo fatto per gli italiani. Giorgia è una che vede lungo». A proposito: verrà? «No. Quest’anno è premier e qui è tutto troppo aperto: la sua scorta impazzirebbe. Meglio una masseria in Puglia» (Giorgia Meloni è venuta al Twiga tre anni di seguito, sempre accompagnata dalla figlia Ginevra e dal compagno, l’ormai — quasi — mitico Andrea Giambruno. Mai paparazzati, sempre molto low profile, c’è solo un ritaglio di Diva e Donna in cui si racconta che, nel luglio del 2020, una notte, alle 2, Giorgia incontrò il celebre sensitivo Solange e lui, dopo averle letto la mano, le predisse un periodo di grande successo).
La ministra Santanchè dice che domani c’è la serata Karaoke e che sarebbe da matti perdersela. Mi mostra la sua Birkin rosa («La prima me la regalò, a 18 anni, mio padre»), ci salutiamo, e lei inizia a giocare a carte. Vado alla tenda, raccolgo le mie cose. I camerieri cominciano a volteggiare sulla sabbia servendo mojito e spritz. Sergione, saggiamente, avverte i familiari: «A bbbelli, io nun posso mica accende un mutuo pe’ Briatore… l’aperitivo se lo annamo a prende fori».
Passo davanti a una signora vestita di nero, simil-direttrice, palestrata, un po’ canotto, che mi osserva disgustata, mentre parla al cellulare. «Sì, ce l’ho davanti… questo con i calzoncini a quadretti e la camicia blu… L’avevo notato, pessimo soggetto. Certo, tranquilla: lo seguo finché non esce».
Arrivo alla macchina, mi guardo intorno. Dove si pagherà? Torno dalla biondina alla reception: dovrei pagare il parcheggio. «È gratuito». In che senso, scusi. «Nel senso che è gratis».
Flavione, sei un grande.
(da Il Corriere della Sera)

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LA CURA CHE MERITA IL TURISMO NON PREVEDE RINCARI E FURBIZIE

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

SI PERDE SOLO L’OCCASIONE DI UN RILANCIO

«L’Italia è un dono degli Dei. Da amare, da rispettare, da onorare», ha scritto in un tweet (in corretto italiano) Russell Crowe, che diventò immensamente famoso col film Il Gladiatore . Parole d’oro. Perché il nostro Paese è stato davvero baciato dalla buona sorte sotto il profilo paesaggistico, artistico, monumentale e, fino a qualche tempo fa, anche climatico. Ma noi italiani l’abbiamo amato, rispettato, onorato come meritava? Diciamolo: non sempre. Anzi, troppe volte la sciatteria, il pressappochismo, gli egoismi più gretti hanno fatto disastri tali da spingere già Indro Montanelli a perdere la pazienza: «L’Italia sarà, come dicono, la “culla dell’arte”. Ma in questa culla sgambettano i più biechi assassini del paesaggio. Sempre per quella smania di star tutti attruppati, il cemento travolge l’erba e sommerge le più belle valli e i più pittoreschi litorali». Cosa sia successo, sessant’anni dopo, è sotto gli occhi di tutti. Eppure, nel mondo, continuano a essere pazzi di noi. E non ce lo dicono solo le cronache estive che sventolano foto di Jennifer Lopez e Robert De Niro, Jeff Bezos e Bill Gates e video con Magic Johnson, Michael Jordan e Samuel Jackson che cantano Volare, ma anche tabelle come quella di Bloom Consulting Country Brand Ranking 2022/23 sul valore del nostro «marchio». Che ci vede secondi dopo la Spagna (ma a pari punti) davanti a Usa, Germania, Regno Unito, e gli altri (Francia compresa), dopo aver recuperato 5 posizioni sull’anno precedente .
Merito di Mario Draghi o prima ancora di Giuseppe Conte, visto che i dati si riferiscono al 2021? Sia come sia, una cosa è certa. In un momento di netta ripresa del turismo mondiale con 963 milioni di viaggiatori dopo il tracollo dovuto al Covid (-34,3% a livello globale) l’Italia è in prima fila. E primissima, secondo il World economic forum 2022, per il patrimonio culturale.
E sarebbe davvero un peccato perdere l’occasione di tornare agli antichi fasti del 1970, quando eravamo il Paese più visitato al mondo dagli stranieri. Possibile? Non è facile: è cambiato tutto. Ma la ricchezza del nostro patrimonio paesaggistico, culturale, gastronomico è tale da consentirci di fare di tutto per cogliere l’occasione.
Purché la si smetta di fare sempre gli stessi errori. Primo fra tutti, fatale, quello di pensare di essere gli unici al mondo a possedere dei tesori. Un’idea sballata («Se vonno vede ‘a civiltà de qua devono passà…» per dirla alla romana) montata nei decenni al punto da spingere Silvio Berlusconi a dire in uno spot poi soppresso che l’Italia ha «il 50% dei beni artistici tutelati dall’Unesco» o l’attuale assessore alla Cultura siciliano Francesco Paolo Scarpinato ad andare ancora oltre: «Il 25% dei beni culturali al mondo è nella nostra regione…». Non è così. Ovvio. La coscienza della Grande Bellezza italiana non ha bisogno di sparate: ha bisogno di cura. Manutenzione. Investimenti.
Così come la stragrande maggioranza di operatori seri impiegati nell’industria del turismo, che nonostante la perdita traumatica di oltre 200 mila posti dovuti alla pandemia dà lavoro secondo il World Economic Forum a 2.641.000 addetti diretti (poi c’è l’indotto), non meritano di finire in prima pagina, come è successo, per piccole furbizie d’ingordigia come i 2 euro di supplemento per un «piattino per la condivisione» in Liguria o gli altri 2 euro per il toast tagliato a metà sul Lago di Como. Men che meno per certi rincari in stabilimenti balneari più o meno famosi che, dopo l’aumento del canone demaniale minimo da 2.698,75 a 3.377,50 euro l’anno (fonte: mondoBalneare.com) si sono sentiti in diritto di rifarsi sui clienti sparando per l’affitto di un ombrellone e due sdrai cifre mai viste prima. Per non dire dei «500 euro al giorno per una tenda con due lettini, teli mare di Louis Vuitton» all’«Alpemare» di Forte dei Marmi o delle famose «capanne, in prima fila centrale, al Lido di Venezia» schizzate nel prezzo fino a 515 euro al giorno.
Certo, parliamo di bagni elitari dove, per dirla con una vecchia battuta di Sophia Loren, «se chiedi il prezzo vuol dire che non te lo puoi permettere». Ma i rincari di questa estate riguardano un po’ tutti i luoghi della tradizionale villeggiatura italiana, dal mare alla montagna, dai laghi alle città d’arte. E hanno spinto gli italiani ad accorciare le ferie su misura delle proprie entrate e il rapporto qualità prezzo. E se fino a poche settimane fa c’era un diffuso ottimismo (una cronaca fra le tante: «Questo 2023 potrebbe essere l’anno migliore di sempre per il turismo siciliano. I dati parlano infatti di un incremento dell’1,5% delle presenze rispetto al 2019 che era considerato l’anno dei record, oltre a essere l’ultimo pre-Covid. Un successo strepitoso che fa del comparto turistico…») i dati di agosto, compreso il post ironico ed esultante del premier albanese Edi Rama con le vecchie navi stracariche («1991 -Albanesi partono per l’Italia / 2023 – Italiani partono in ferie per l’Albania») han fatto capire che no, neanche quest’anno probabilmente si tornerà alle vacche grasse precedenti il Coronavirus…
Certo, sospirano un po’ tutti gli operatori, sono tempi complicati: prima il Covid, poi l’invasione e la guerra in Ucraina che ha spazzato via quelli che erano diventati i clienti migliori o almeno i più spendaccioni come i russi, poi ancora l’alluvione in Romagna su quel litorale dove la stessa demolizione della storica discoteca Paradiso di Rimini segna la fine dell’epoca dei «divertimentifici»… Di più: l’alluvione romagnola è stata solo la tragedia più grande e vistosa di una estate marcata come mai prima da una svolta climatica, le bombe d’acqua, le frane, i gommoni dei pompieri nelle piazze allagate, i raccolti agricoli al macero e insieme il caldo infernale, gli anziani uccisi dall’afa, le foreste in fiamme, le fontane di Roma prese d’assalto da turisti stremati, che minacciano un futuro pieno di incognite. Contro le quali non serve polemizzare come il compagno di Giorgia Meloni stizzito in tivù col ministro tedesco («Se non ti sta bene stai a casa tua. Stai nella Foresta Nera, no?») ma urgono scelte politiche assai diverse dal taglio di 16 miliardi del Pnrr per i progetti di contro i rischi idrogeologici.
Ultimo appunto. Viva gli stranieri che affollano i nostri alberghi, i nostri campeggi, le nostre trattorie, i nostri musei… Ossigeno, per la nostra economia. Ma ce li meritiamo? Certo non se li merita chi in questi anni, dal primo all’ultimo ministro del turismo, ha esposto l’Italia a essere svillaneggiata per le ricette suggerite ai turisti tedeschi in siciliano stretto del «cunigghiu a’ stimpirata» senza sottotitoli e le traduzioni automatiche sballate. Un errore di catastrofica ridicolaggine rifatto uguale identico pochi mesi fa. Dice tutto un confronto: per attirare i turisti di tutto il mondo sapete quante lingue usa il portale turistico spagnolo? Nove. Quello norvegese? Undici. Quello francese? Diciotto. Il nostro Italia.it? Tre: italiano, inglese, spagnolo. Fine. In compenso la Venere del Botticelli ammicca in bicicletta accanto al Colosseo in un giardino coi cipressi.
(da Il Corriere della Sera)

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