Febbraio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
A BIELLA LA CONSIGLIERA E CANDIDATA SINDACO DEL PD LASCIA QUALCHE MINUTO LA SEDUTA PER ALLATTARE E IL LEGHISTA ACCUSA: “NON PUO’ FARE IL PRIMO CITTADINO SE NON HA TEMPO”
Due giorni fa Marta Bruschi, la candidata sindaco del Pd a Biella,
si è assentata per alcuni minuti dall’aula del consiglio comunale per allattare la sua bambina.
Il gesto però è stato strumentalizzato dal capogruppo della Lega a Palazzo Oropa Alessio Ercoli che in seduta ha dichiarato: «Mi stupisce il fatto che il capogruppo del Pd e candidato sindaco Marta Bruschi alle 21.30 non sia più in aula a discutere le ultime due delibere. Mi chiedo come farà a fare il sindaco».
Una frase che ha scatenato la polemica politica, con il Pd che si è schierato dalla parte della neomamma. «Ecco chi sono – sottolineano i dem alla Camera dei Deputati postando le immagini su Instagram – parlano tanto di famiglia e attaccano violentemente una donna perché si prende cura della propria figlia. E arrivano a dirle che, per questo, “non può fare il sindaco“. Una scena ripugnante. Forza Marta».
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
E LA MAGGIOR PARTE È STATA “MESSA A TERRA” DAL GOVERNO DRAGHI – EPPURE LA DUCETTA SI VANTA DEI RISULTATI OTTENUTI: “RICORDATE I CATASTROFISTI DELLA SINISTRA? ‘IL GOVERNO MELONI CI FARÀ PERDERE I SOLDI DEL PNRR, SPERIAMO’. È ANDATA DIVERSAMENTE…”
A metà percorso in vista della scadenza del 2026, la spesa rendicontata del Piano nazionale di ripresa e resilienza ha raggiunto quota 46,5 miliardi di euro su 191,49 totali da investire entro i prossimi due anni e mezzo. Di questi, 24,48 miliardi sono stati spesi nel 2021 e 2022, in gran parte dal governo di Mario Draghi.
Nel 2023 invece sono stati spesi 21,17 miliardi di euro. È questa la principale novità contenuta nella Relazione sull’attuazione che il ministro degli Affari europei Raffaele Fitto sta per presentare oggi alla Cabina di Regia prevista a Palazzo Chigi.
Il traino dei ministeri Ambiente e Imprese
Una parte importante della spesa effettuata fino ad ora sembra attribuibile agli incentivi automatici, tramite i crediti d’imposta previsti con il Superbonus 110% (ristrutturazioni immobiliari) e Transizione 5.0 (investimenti delle imprese nell’autoproduzione di energia, in gran parte). Lo si desume dal fatto che i ministeri ai quali fanno capo i due progetti, Ambiente e Imprese, sono fra i più avanti nell’esecuzione delle proprie parti di Pnrr. L’Ambiente ha già speso 14 miliardi sui 34 (il 41% del totale), in gran parte a titolo di crediti d’imposta sul Superbonus. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha già speso 13,6 miliardi su 19,6
Gli altri ministeri
Fuori da queste somme (cioè fuori da una gran parte dei quasi 28 miliardi spesi tramite i crediti d’imposta a famiglie e imprese) c’è il resto della spesa del Pnrr realizzata fin qui. In particolare la Relazione oggi in Cabina di Regia indica che nel 2023 il ministero dell’Ambiente ha assorbito 5,2 miliardi di spesa (in gran parte da Superbonus) e il ministero delle Imprese altri 7,2 miliardi (in gran parte da Transizione 5.0).
Il resto dei ministeri, quelli che devono presiedere alla realizzazione di bandi, aggiudicazioni, appalti e realizzazioni delle opere, hanno speso in totale altri nove miliardi circa sempre nel 2023. E dovrebbero spendere ben più di altri cento miliardi nei due anni e mezzo che mancano fino alla fine del piano.
I ritardi da colmare
Di certo l’attuazione concreta del Pnrr nei ministeri e nei dipartimenti che non possono affidarsi a incentivi automatici, ma devono far funzionare le amministrazioni sulla realizzazione degli appalti, presenta ancora dei ritardi. In alcuni casi, drammatici.
Il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, a fine 2023, ha appena lo 0,81% di spesa rendicontata sul proprio portafoglio del Recovery da 7,2 miliardi di euro. Anche il dipartimento Affari regionali e Autonomie è appena allo 0,81% sul proprio portafoglio, pur piccolo, da 135 milioni.
Fortissimi ritardi si registrano anche nel ministero del Turismo – in teoria una delle grandi risorse per sostenere la ripresa – con un assorbimento di appena il 2,8% del budget e appena 24 milioni spesi l’anno scorso su progetti totali per 2.400 milioni
Il caso del ministero dei Trasporti
Il ministero dell’Interno è al 23,4% di spesa rendicontata, mentre un discorso a parte merita uno dei fronti più delicati: il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti guidato da Matteo Salvini. Si tratta di un portafoglio di particolare importanza, anche perché include tutte le opere ferroviarie e portuali, con un budget complessivo di 39,7 miliardi di euro. Qui la realizzazione rendicontata appare piuttosto bassa, al 15,3%, ma è possibile che alcune opere di Rete ferroviaria italiana siano già in fase più avanzate ma senza ancora la piena rendicontazione della Ragioneria dello Stato.
In ritardo anche il dipartimento della Trasformazione digitale (situato a Palazzo Chigi) che con 12,8 miliardi sovrintende alla posa della banda larga, alla digitalizzazione delle amministrazioni e all’installazione della capacità di cloud. Qui a fine 2023 la spesa ha raggiunto appena il 9,6% del totale.
Nel complesso dunque la strada per la realizzazione del Pnrr è ancora lunga e il ritmo per percorrerla tutta – al netto dei crediti d’imposta – non è ancora quello giusto
(da La Repubblica)
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Febbraio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
LA GENERAZIONE Z, CHE NON USA IL CONTANTE, FA DUE PAGAMENTI SU TRE, ANCHE NEI NEGOZI FISICI, CON IL CELLULARE MENTRE SONO RADDOPPIATI IN UN SOLO ANNO LE TRANSAZIONI FATTE CON DISPOSITIVI INDOSSABILI
In cinque anni i pagamenti digitali in Italia sono quasi
raddoppiati e dietro l’impennata c’è la «generazione cashless», sotto i 25 anni. Nel 2018 i digital payment valevano 244 miliardi, l’anno scorso tra i 424 e i 440 miliardi, stima l’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano che presenterà i dati definitivi 2023 il 13 marzo. L’uso del denaro digitale copre ormai circa il 40% dei consumi contro il 44% dei contanti.
«Ci avviciniamo al pareggio fra digitale e cash, probabilmente entro un paio d’anni — dice Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio —. Tra le componenti che stanno trainando ci sono gli smartphone e i dispositivi indossabili».
Proprio i cellulari sono l’indicatore del momento.
In un anno, tra il primo semestre 2022 e il gennaio-giugno 2023, il transato con i dispositivi indossabili all’interno dei punti vendita è raddoppiato (+97% a 12,2 miliardi, dato Polimi) e all’aprile 2023 i soli smartphone coprivano quasi la metà (il 45,7%) dei pagamenti digitali. Sono usati soprattutto dai giovanissimi. Tra i ragazzi sotto i 25 anni oltre due acquisti su tre (il 66,5%) avvengono con lo smartphone, dice la ricerca Netcomm. È la GenZ che sta trasformando il mercato.
L’identikit Sono giovani che non hanno un conto in banca, rifiutano la carta di credito fisica e non hanno un euro in contanti in tasca. Pagano con le app, usano le neobank come Revolut, Hype e il buy now pay later , il metodo «acquista ora paghi dopo» (a rate).
Convincono i genitori a fare lo stesso, difatti sale l’età media di chi paga online
Non significa che gli acquisti dei ragazzi siano soltanto digitali, al contrario. «Sono tornati ampiamente anche ai negozi fisici e non fanno più differenza tra ambiente fisico e virtuale: semplicemente, pagano con lo smartphone», dice Liscia.
Un effetto a sorpresa è che con i pagamenti digitali i giovani sono diventati la fascia maggiore di lettori forti di libri. […] l’acquisto più frequente con lo smartphone […] è il Food delivery (72,8% degli acquisti online): la pizza a domicilio. I giovani sono alla base dell’impennata anche di un altro fenomeno del momento, il peer-to-peer : lo scambio di denaro tra privati che ha determinato il successo di Satispay.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
LA RICERCA “IPSOS”: GLI INVESTIMENTI NEL SETTORE SONO CONSIDERATI PIÙ IMPORTANTI DEL LAVORO E DELLE BOLLETTE
Rafforzare il sistema salute è per il 69% degli italiani la priorità sulla quale dovrebbe investire il Governo. Più importante anche del lavoro e del contenimento dei costi dell’energia. I pronto soccorso, l’assistenza ospedaliera e la prevenzione le aree su cui intervenire con maggiore urgenza. A poco meno di un anno dalla fine della pandemia è questo uno dei lasciti dell’esperienza del Covid, secondo i dati di una ricerca Ipsos (“Priorità e aspettative degli italiani per un nuovo Ssn”) presentata in occasione della sesta edizione dell'”Inventing for Life Health Summit”, dedicato al tema: “Investing for Life: la Salute conta!”, organizzato da MSD Italia.
“Nelle attese dell’opinione pubblica italiana, salute e sanità restano la prima priorità per il Governo”, ha commentato il presidente Ipsos Nando Pagnoncelli. “Le razionalizzazioni che investono la Sanità pubblica, amplificate dalle notizie di cronaca sulla pressione cui sono sottoposti gli operatori sanitari, rinforzano l’urgenza di azione attesa sui servizi e l’assistenza ospedaliera, soprattutto di primo soccorso”. Secondo l’indagine, l’88% degli italiani ritiene che la sanità pubblica rappresenti una priorità strategica per il Paese e che sia necessario un aumento del suo finanziamento. Alto anche il riconoscimento dello sforzo di Ricerca&Sviluppo messo in campo dalle aziende farmaceutiche.
Quasi 7 italiani su 10 ritengono che il settore farmaceutico possa rappresentare uno stimolo per la ripresa dell’economia italiana e il 73% della popolazione ritiene che lo Stato debba investire di più nell’assistenza farmaceutica pubblica. “Investire nella sanità produce, per definizione, un impatto positivo sulla salute di cittadini e pazienti; ma tante sono le esternalità positive generate, sia in termini di effetti sugli obiettivi dello sviluppo sostenibile che di crescita economica e sociale del Paese”, ha affermato Nicoletta Luppi, presidente e amministratrice delegata di MSD Italia.
“La salute ha bisogno di investimenti e di innovazione; ma l’innovazione ha bisogno di un ecosistema attrattivo. Riconosciamo al nuovo Governo di aver previsto, con l’ultima Legge di Bilancio, un significativo aumento delle risorse destinate alla Sanità pubblica e un ulteriore ribilanciamento dei tetti di spesa farmaceutica pubblica, ma i problemi non sono stati risolti”, ha aggiunto Luppi.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
GLI ARTICOLI SONO SCRITTI CON UN LESSICO INCERTO E NON CI SONO FIRME. L’UNICA TRACCIA ONLINE PORTA A UN 24ENNE TORINESE EX FRATELLI D’ITALIA (È STATO ESPULSO DAL PARTITO), AMEDEO AVONDET, CHE SI SMARCA (“PER LORO HO SCRITTO ARTICOLI TECNICI”), MA NON RINNEGA IL PUTINISMO SENZA LIMITISMO
Un vero scoop, che ha fatto il giro del mondo ma nessuno ha
voluto firmare. È stato un giornale online italiano a rivelare che lo straniero ucciso il 13 febbraio alle porte di Alicante era in realtà Maxim Kuzminov, il pilota russo che aveva disertato in Ucraina con il suo elicottero. Un colpo straordinario de Il Corrispondente, testata ignota ai più che però ha battuto tutti i quotidiani spagnoli pubblicando il vero nome della vittima alle nove di lunedì mattina. Sei ore più tardi proprio la Tass lo ha citato e rilanciato la notizia in ogni continente.
In apparenza può sorprendere il titolo con cui il giornale digitale ha presentato l’esclusiva: “I traditori non vivono a lungo”. Come se fosse l’annuncio di una giusta sentenza nei confronti di un criminale e non l’assassinio di un uomo che aveva pubblicamente denunciato la guerra putiniana. Ma la linea del Il Corrispondente ricalca la visione dei propagandisti del Cremlino.
E’ fin troppo chiaro come la pensano mentre il lessico ogni tanto traballa e fa ipotizzare traduzioni automatiche da altre lingue. I cattivi pensieri sulla possibilità che dietro a Il Corrispondente si nasconda la macchina della disinformazione russa crescono quando si appura che l’indirizzo indicato è quello di una boutique di Piazza di Spagna e il codice fiscale risulta inesistente. Siamo davanti a un’operazione di influenza di Mosca contro il governo italiano, condotta in rete dal 23 marzo dello scorso anno senza incontrare ostacoli?
Il fatto che primi al mondo abbiano saputo che l’uomo ucciso in Spagna era Kuzminov, il disertore che i servizi segreti russi avevano promesso di «rintracciare ed eliminare », aumenta i sospetti. Lo scoop citava «fonti della Guardia Civil». Impossibile saperne di più: il giornale è interamente anonimo. Nell’editoriale però si sottolinea: «Tutto ciò che leggete su questo sito è stato scritto da cittadini italiani come voi».
L’unica traccia per capire chi sono è stata individuata dall’esperto web Alex Orlowski e porta ad Amedeo Avondet. Il ventiquattrenne torinese mostra una forte passione politica: a 19 anni è stato tra i fondatori di Giovani Patrioti, legato al coordinamento piemontese di Fratelli d’Italia. Ha collaborato con l’europarlamentare Pietro Fiocchi e ha contribuito ad aprire in Piemonte «una specie di ambasciate di Donetsk e Lugansk », assieme al dirigente Fabrizio Comba e all’assessore regionale Maurizio Marrone. Poi è stato espulso da FdI, «perché non ho appoggiato un candidato di Guido Crosetto».
Dopo avere organizzato una manifestazione di piazza in sostegno dell’invasione dell’Ucraina, Avondet nel maggio 2022 è stato ospite di diversi talk show. Lì ha sostenuto che all’Italia «servirebbe un uomo come Putin» e anticipato il desiderio di creare un partito sul modello di Russia Unita. Deluso «dall’atlantismo e dall’incoerenza di Meloni», eccolo varare Italia Unita, che resta in contatto – come evidenzia spesso – con i «fratelli maggiori » di Mosca e «propugna una rivoluzione tricolore contro il colonialismo americano».
Tra i riferimenti social, Alessandro Orsini, Diego Fusaro, Francesca Totolo e il generale Vannacci. [Sabato dal palco di un comizio in piazza Cordusio di Milano ha dichiarato che «Navalny non era un eroe ma un bastardo».
Contattato da Repubblica, Avondet spiega: «Non sono né il direttore né l’autore del sito né ho una posizione ufficiale all’interno della redazione de Il Corrispondente. Purtroppo non è vero che è stato creato ad hoc per promuovermi: non hanno mai parlato di me o di Italia Unita. Per loro ho solo scritto articoli tecnici».
Si tratta di analisi sul conflitto ucraino «dato che l’ho seguito come corrispondente dal fronte della brigata Lupo delle forze speciali russe». Precisa che «Italia Unita non ha mai ricevuto alcun sostegno materiale o finanziario da istituzioni o cittadini russi».
E conclude: «Quanto a Kuzminov: ha ucciso due commilitoni, pure dalla legge italiana un tempo sarebbe stato condannato a morte. È un traditore, merita la fine che ha fatto».
Nei discorsi di Avondet come negli articoli de Il Corrispondente c’è una rappresentazione capovolta della realtà: in Russia esiste la libertà mentre in Europa «siamo rinchiusi in una gabbia di menzogne »: «Il nostro lavoro – proclama la testata del mistero – è spezzare queste sbarre, lasciandovi liberi di pensare, il tutto grazie alla nostra arma più forte: l’Anonimato». E conclude con una frase latina: in tenebris lucem servimus. È una maldestra traduzione del motto che ha ispirato il popolare videogame Assassin’s Creed: « Nulla è reale, tutto è lecito. Agiamo nell’ombra per servire la luce. Siamo Assassini».
(da La Repubblica)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
VANNACCI SI È MOSSO CON DISINVOLTURA CON ALCUNI THINK TANK VICINI A “MAD VLAD”… IN RUSSIA MOLTI SPERANO IN UNA SUA ELEZIONE CON LA LEGA, PER AVERE UN “AMICO” A BRUXELLES
Nella storia tra la Lega e la Russia di Vladimir Putin ci sono diversi punti che guardano al passato (l’affaire Metropol, le fotografie di Matteo Salvini sulla piazza Rossa, le dichiarazioni sue e di molti altri parlamentari sul governo di Mosca, eccetera eccetera), ma ce n’è uno che guarda al futuro. E si chiama Roberto Vannacci.
Non è un mistero che il generale sia uno dei possibili candidati della Lega alle prossime elezioni europee: il partito lo vuole, lui chiede garanzie in caso di mancata elezione, si sta discutendo, ma dalle parti di Salvini sono ottimisti che la partita si chiuda. A Mosca in molti lo sperano. Perché, se così fosse, avrebbero un amico a Bruxelles.
Nella carriera di Vannacci ci sono circa 18 mesi di vita e di lavoro in Russia, da novembre 2020 quando arrivò come addetto militare in ambasciata e maggio del 2022 quando fu espulso insieme con gli altri funzionari di ambasciata: fu la risposta russa all’espulsione dell’omologo di Vannacci a Roma.
Arrivato in Russia con una chiara connotazione – quella di militare con posizioni molto critiche nei confronti della Nato – si era mosso con grande disinvoltura con i suoi omologhi e con alcuni think tank vicini a Putin.
Frequentazioni, condivisioni, mossi anche da un comune punto di vista sull’alleanza atlantica. Da quello che risulta, il generale aveva ottime relazioni sia con alcuni vertici militari sia con il giro italiano vicino al Cremlino: «Si è sempre offerto ai suoi interlocutori russi come assolutamente dialogante» racconta oggi una fonte a Repubblica.
I report di Vannacci – finiti poi nell’indagine interna che il ministero della Difesa ha aperto dopo la pubblicazione del suo libro – erano sempre teneri nei confronti della Russia: non solo non aveva lanciato alcun alert su un possibile attacco all’Ucraina, ma al contrario aveva sminuito gli allarmi lanciati da alcuni servizi stranieri. Un errore, sicuramente. E forse niente più.
«Io da Putin sono stato cacciato», ha risposto Vannacci in questi mesi a chi gli contestava una sua vicinanza a Putin. Ma, certo, non ha potuto smentire quello che aveva scritto su “madre Russia” nel suo libro- scandalo, “Il mondo al contrario”. Parole di elogio per un modello che, per il generale, andava preso ad esempio.
Per dire: tema immigrazione. «In Russia – scrive Vannacci – nonostante l’incredibile estensione del territorio e l’impossibilità di gestirne e controllarne le frontiere, l’immigrazione clandestina non esiste. Il clandestino in Russia non lo vai a fare perché sai che non avrai vita facile. Per immigrare le candidature dei potenziali lavoratori sono vagliate nel paese di origine e, a chi viene accettato, è garantito il contratto di lavoro ed il contratto per la casa prima ancora dell’ingresso nella terra degli Zar».
E ancora sulla sicurezza: «In Russia, e in particolare a Mosca, incontravo, ben dopo l’imbrunire nei grandissimi e bellissimi parchi cittadini, donne sole e mamme con bambini che assaporavano il fresco delle sere estive senza il benché minimo timore di essere molestate da qualcuno».
Vannacci ama la Russia, poi, perché non cede alle politiche ambientaliste. Che, per il generale, sono cavolate. Mosse da altri interessi.
(da la Repubblica)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
IN GITA PREMIO A MOSCA, TUTTO PAGATO E SOTTO CONTROLLO DI CHI DOVREBBERO CONTROLLARE
Compare anche Gianluca Savoini, già portavoce di Matteo
Salvini e protagonista della trattativa al Metropol sui fondi russi alla Lega, tra i venti italiani invitati a fare da osservatori alle presidenziali russe di marzo.
Figura ponte del Carroccio con Mosca, Savoini non ha voluto confermare al Corriere la sua presenza nella delegazione guidata anche questa volta da Vito Grittani, sedicente ambasciatore dell’Abkhazia, carica informale visto che riguarda un territorio separatista, in Georgia, non riconosciuto a livello internazionale.
Grittani era già stato il coordinatore di 13 italiani invitati da Mosca per legittimare nelle regioni ucraine — Donbass, Kherson e Zaporizhzhia — il referendum nel 2022, e le amministrative nel 2023. Tra gli invitati c’è un’altra personalità della scena politica italiana: Pino Cabras, ex parlamentare no vax del M5S, vice presidente della commissione Esteri della Camera nella scorsa legislatura
Tra le new entry di questa delegazione c’è Pino Adone Oddone, tesserato di Fratelli d’Italia a Lamezia Terme, erroneamente «promosso» a responsabile locale del partito nell’invito inviato dalla Camera Civica, organo di supporto alla Duma.
«Al di là delle indicazioni del mio partito, preferisco fare le mie valutazioni e vedere di persona quel che accade. La Russia non è un regime libertario ma neanche la Nord Corea».
Poco importa che chi deve controllare sia un ospite «scortato» da chi deve essere controllato, con spese di viaggio e hotel pagate da Mosca.
In serata il colpo di scena: dopo essere stati contattati dal Corriere , la missione è stata annullata, per «motivi di sicurezza»: doveva restare segreta. Andrà a Mosca da indipendente Gianfranco Vestuto, leghista della prima ora, direttore del portale Russia News e di Italeurasia, ponte tra imprese del Mezzogiorno e mondo russo.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
DIVERSI SITI AL SERVIZIO DI MOSCA L’ HANNO ACCUSATA DI ESSERE UNA “ESCORT POLITICA” E DI AVERE UNA RELAZIONE CON UN “AGENTE STRANIERO”: LA SOLITA STRATEGIA DELL’EX KGB
Yulia Navalnaya è il nuovo nemico da abbattere. Sui social l’opera di demolizione è già iniziata. Circolano documenti taroccati, commenti fake, vecchie foto decontestualizzate e gossip infondati.
Tutto pur di screditarla ora che ha annunciato di voler raccogliere il testimone del marito, Aleksej Navalny, morto in un carcere russo il 16 febbraio.
Mentre le autorità continuano a negare il corpo alla madre Lyudmila che dovrà aspettare il 4 marzo per un’udienza sulla mancata riconsegna, media e social filogovernativi hanno già affibbiato a Yulia un soprannome denigratorio: “rasveselaja vdova”, “vedova allegra”, come l’operetta di Franz Lehar.
Tutto parte da un video al rallentatore del suo intervento non programmato alla Conferenza di Sicurezza di Monaco, quando la notizia della morte di Navalny era stata appena diffusa dal Servizio Penitenziario Federale Russo e lei stentava ancora a crederci. Agli applausi dei presenti aveva risposto con un sorriso appena accennato.
Una spia della sua «sete di attenzione e potere» a dispetto della «maschera di dolore», secondo vari utenti social. Anzi, «la reazione di una donna che non riesce a trattenere la gioia e il sollievo», secondo un commento attribuito allo psicologo statunitense Paul Ekman, massimo esperto di espressioni facciali.
Peccato che, contattato da Tv Dozhd, lo studio di Ekman abbia smentito spiegando di «non fornire consulenza su questioni politiche», tanto meno di «commentare il comportamento non verbale degli altri».
Ma non è finita qui. Diversi profili social, anche in inglese e tedesco, hanno iniziato a far circolare una foto di Navalnaya sorridente, in pantaloncini, in spiaggia, accanto a un altro uomo, accompagnata da commenti scandalizzati: «Il giorno della morte di Navalny Yulia si divertiva in spiaggia!».
La foto scattata a Jurmala, in Lettonia, risale però all’agosto del 2021. A pubblicarla su Instagram era stato il miliardario russo Evgenij Chichvarkin con la seguente didascalia: «Con la first lady della bellissima Russia del futuro Yulia Navalnaya. Libertà per Navalny».
Fondatore del primo operatore russo di telefonia mobile Evroset, Chichvarkin è fuggito in Gran Bretagna nel 2008 ed è stato indagato e sottoposto a mandato di cattura internazionale e a una richiesta di estradizione per estorsione e rapimento fino al 2011 quando Mosca ha ritirato le accuse.
Secondo indiscrezioni, avrebbe aiutato Navalny a finanziare la sua lotta alla corruzione e coperto parte delle spese mediche in seguito al suo avvelenamento da Novichok nel 2020.
Chichvarkin non è l’unico flirt extraconiugale che viene attribuito a Navalnaya. Diversi siti che fanno capo alla macchina della propaganda russa in Europa e negli Stati Uniti la hanno accusata di essere una «escort politica» e di avere una relazione con un «agente straniero», Christo Grozev, il giornalista investigativo di Bellingat che aiutò Navalny a smascherare i suoi avvelenatori.
Stavolta è toccato a Elliot Higgins, fondatore del media investigativo Bellingcat, dimostrare che le presunte fatture di prenotazioni alberghiere diffuse per sostenere le accuse erano state falsificate.
Come commenta la politologa Tatiana Stanovaja, «per il pubblico russo essere filo-occidentali significa tradire, lavorare per il nemico ». La sfida più grande per Navalnaya ora sarà «liberarsi da questo stigma».
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2024 Riccardo Fucile
SETTE DOVRANNO RISPONDERE ANCHE DI MINACCE AGGRAVATE
C’è anche l’ex vicepremier Luigi Di Maio tra i 48 indagati per
diffamazione aggravata in un filone parallelo all’inchiesta madre “Angeli e Demoni”, inchiesta che ha fatto luce su un presunto sistema di affidi illeciti di minori in Val d’Enza e in cui è coinvolto il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, arrestato nel giugno del 2019.
Il nome dell’ex leader del Movimento 5Stelle e ministro degli Esteri fino ad ottobre del 2022 compare, insieme ad alcuni salentini e a diverse altre persone, in un avviso di conclusione delle indagini preliminari (atto che prelude a una richiesta di rinvio a giudizio) a firma della pm di Reggio Emilia, Valentina Salvi.
E proprio negli uffici della procura della città emiliana, il sindaco Pd Carletti depositò, un mese dopo il suo arresto, una circostanziata querela segnalando 147 fra post e mail ritenuti offensivi e minatori nei suoi confronti. Nel lungo elenco di denunciati aveva così inserito anche il nominativo del vicepremier Di Maio.
Il 27 giugno 2019 (il giorno dell’arresto del sindaco), prima della crisi del Governo Conte, l’ex ministro pentastellato aveva pubblicato sui social una foto di Carletti corredata da un’intestazione “Arrestato” e a piè di pagina da un secondo titolo “Affari con i bimbi tolti ai genitori”.
Nel lungo post Di Maio scriveva: “Un altro business orribile sui minori. Una galleria di atrocità assolute che grida vendetta a Reggio Emilia e per cui oggi – oltre ad una ventina di indagati – è stato arrestato anche il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti. Quello che viene spacciato per un modello nazionale a cui ispirarsi sul tema della tutela dei minori abusati, il modello “Emilia” proposto dal Pd, si rivela oggi come un sistema da incubo”.
Proseguiva il post: “Bambini, “selezionati” e sottratti illegittimamente alle famiglie, per poi venire consegnati in una sorta di “affido horror” a personaggi discutibili, tra i quali i titolari di sexy shop, pedofili, gente con problemi mentali. E tra la sottrazione e l’affido una trafila di psicoterapia falsate, medici travestiti da mostri, persino impulsi elettrici per modificare la memoria dei bambini e convincere i giudici della necessità dell’affido. Roba da film dell’orrore, a cui si stenta a credere. Ma due sono i dettagli davvero sconvolgenti. Il primo – concludeva l’allora vicepremier nel suo commento sull’inchiesta affidato ai social – è che tutta l’operazione, un vero e proprio “sistema” non era gestita da delinquenti o malavita comune, ma da autorevoli rappresentanti delle istituzioni. Medici, psicoterapeuti, servizi sociali, onlus autorizzate, e politici a coprire tutto”.
E sotto il post, un profluvio di commenti di altri utenti che non furono per nulla teneri con il sindaco bollato come “un verme”, “un demone”, “un uomo dalla doppia vita” e persino come “un pelato sfigato”.
Nel lungo elenco di indagati (l’inchiesta ha lambito anche il Salento dove sono state denunciate un paio di persona) compaiono anche sette manifestanti che, a luglio del 2019, parteciparono ad un corteo esponendo cartelli con su scritto: “In galera, bastardi” e “Wanted”.
In sette, invece, rispondono oltre che di diffamazione aggravata anche di minaccia aggravata perché qualcuno sui social si augurava di incontrare Carletti “per strada così – scriveva un indagato – la farei io giustizia a te”. Commenti che il sindaco, autosospesosi dal partito subito dopo il suo arresto, ritenne potessero mettere a rischio la propria incolumità e quella della sua famiglia.
E anche per questo non ha mai deciso di ritirare la querela che, dopo quasi quattro anni, è sfociata in un avviso di chiusura delle indagini. Per l’inchiesta madre, Carletti è finito sul banco degli imputati ma potrebbe a breve uscire dal processo se dovesse essere abrogato il reato di abuso d’ufficio che rappresenta, in realtà, l’unico capo d’imputazione che viene contestato al sindaco.
(da agenzie)
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