Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
DAI TRATTORI AL TERZO MANDATO, FINO ALLA SARDEGNA: E’ INIZIATO IL REGOLMENTO DI CONTI NEL CLAN SOVRANISTA… PER FARSI METTERE SOTTO DALLA MELONI CI VUOLE GIUSTO SALVINI
Matteo Salvini annusa l’aria e con i suoi fedelissimi sembra cadere dal pero: “Perché tanta violenza da parte di Fratelli d’Italia?”. I leghisti mettono in fila i segnali e iniziano a percepire un clima strano. La premier d’altronde ha cambiato strategia sul come stare a tavola con il bizzoso alleato. Ora la linea è: nessuna concessione al Carroccio. Nessuna. Su niente. Al punto che fino all’altro giorno era pronta ad andare mercoledì prossimo a Cagliari anche da sola a sostenere il candidato governatore Paolo Truzzu (che come si sa ha scalzato quello di Salvini, Solinas).
Alla fine, per carità di coalizione, ieri pomeriggio la data è stata sbloccata. E con Meloni ci saranno gli altri due tenori del centrodestra, cioè Tajani e Salvini. Caso rientrato. Ma i malumori restano. Andrea Crippa, vicesegretario leghista ed esegeta del pensiero del capo, sottolinea come in “Sardegna Meloni verrà una volta sola, mentre Matteo sette. E la stessa attenzione, poca, è arrivata dai ministri di Fratelli d’Italia, al contrario dei nostri molto presenti sull’isola”. Pensieri storti figli di una situazione di scontro e sfida che inizia a essere così plateale e scontata nel finale da avere anche una colonna sonora vincitrice a Sanremo: “La noia”. Ma tant’è. Francesco Lollobrigida – alla Stampa – ha paragonato Salvini a Gianfranco Fini: “che pagò la divisione e la rottura del centrodestra”. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, persona mite, alla trasmissione Start su SkyTg24 è andato addosso all’emendamento leghista per il terzo mandato dei governatori. Emendamento presentato in Senato in commissione Affari costituzionali: una leva per l’eventuale tris di Luca Zaia in Veneto, arrivato ormai quasi a fine corsa. Leggete Ciriani: “Senza peccare di immodestia, noi di FdI possiamo giocare tutte le partite. Zaia è stato un ottimo governatore del Veneto”. Ma, e qui arriva la stoccata che non ti aspetti, “un’alternanza potrebbe essere possibile perché nessuno è eterno, nemmeno Zaia”. Sulla fine di questo emendamento che si voterà giovedì, cioè il giorno dopo l’evento di Cagliari, si accettano già scommesse. “Per ora non è stato ritirato”, dice Crippa. Per ora, certo. Dal governo sono convinti infatti del contrario e che farà la fine del famoso gatto in tangenziale. “Anche perché non era stata concordato”, raccontano da Via della Scrofa, quartier generale del partito della nazione o del “tutto mio, tutto mio”, come i leghisti fanno il verso ai meloniani, razza padrona del centrodestra. Per evitare l’ennesimo titolo di giornale, la millesima interpretazione sempre uguale a se stessa, Salvini fa trapelare di non fare sul terzo mandato una questione “di vita o di morte nel governo”. Certo, e allora perché la Lega lo ha presentato? Si confondono piani e strategie, si capisce che Zaia, che a sua volta dice di sentirsi come san Sebastiano, potrebbe essere un problema più per il segretario della Lega che per Meloni. E tutto va letto con questa chiave. Se il Carroccio storce il naso all’intesa che la premier ha avuto con Schlein sulla Palestina, Meloni tiene a farci sapere che rispetterà, appunto, le volontà del Parlamento. Da questa situazione sembra, almeno secondo i sondaggi, trarne vantaggio Forza Italia: il pensiero stupendo del sorpasso alla Lega scintilla nella testa di Tajani da qualche settimana. Salvini dice non crederci. Nel dubbio Meloni va dritta come un trattore, convinta di aver dalla sua anche un alleato leghista: il ministro Giancarlo Giorgetti.
(da ilfoglio.it)
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Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
LA LUNGA ATTESA DI UN TAXI PER LA MINISTRA SANTANCHE’… QUALCUNO NON HA CAPITO CHE I VOTI DEI CLIENTI INCAZZATI DEI TASSISTI SONO MAGGIORI DI QUELLI DEI TASSISTI LOBBISTI
Piuttosto divertente (e insolitamente civile nei toni) la polemica
social nella quale è incappata la ministra Santanchè. Si è lamentata (giustamente) dell’assurda attesa, di circa un’ora, per trovare un taxi alla stazione Termini; in parecchi le hanno fatto notare che è il governo di destra, del quale fa parte, a considerare con molta comprensione l’indole corporativa dei tassisti italiani.
Ne consegue l’esitazione a concedere nuove licenze: che sarebbero indispensabili per abbreviare le code.Si conosce, per sommi capi, la replica: non bisogna cedere alle multinazionali (vedi Uber e dintorni) che usano le liberalizzazioni per imporre la loro egemonia!
La Patria impone di proteggere le nostre eccellenze! Io sarei anche d’accordo: ma se la Patria costringe a un’ora di coda, significa che le nostre eccellenze non sono abbastanza eccellenti.
Vale per i taxi, vale per i trattori. Non si vince per protervia, tanto meno si vince per retorica o per protezionismo: si vince per merito e per abilità. La corporazione dei tassisti romani (e negli ultimi tempi, anche milanesi) si faccia questa dura, e però inevitabile domanda: se il servizio è di merda, come possiamo pretendere che rimangano inalterate le sue condizioni?
L’ho già scritto più volte: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che si riformi il servizio delle auto pubbliche a favore del cittadino-cliente.
La sola speranza è che non solo Santanchè, ma tutti i ministri, tutti i sottosegretari, tutti i deputati e di senatori, facendo un’ora di coda a Termini, vadano da Meloni e le dicano: ma a parte i voti dei tassisti, siamo sicuri di non voler puntare anche ai voti dei clienti dei tassisti, che sono molti di più?
(da repubblica.it)
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Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
PIU’ DI UN TERZO DELLA POPOLAZIONE E’ GIA’ A CARICO DELL’INPS
L’età media degli europei cresce, e nell’Europa che invecchia l’Italia è il centro del mondo. Nell’ultimo decennio l’andamento demografico è stato tale da far registrare un aumento di 2 anni e 4 mesi al cittadino medio dell’Unione europea, che in Italia diventano quattro tondi tondi. Il rapporto tra la somma delle età di tutti gli individui e il numero degli abitanti dice che l’Europa non cresce. Non cresce di popolazione, per calo delle nascite e chiusura delle frontiere agli immigrati. Il risultato è un invecchiamento lento e costante, che in Italia appare precoce. Se l’età media è di 44 anni e mezzo, in Italia è di 48 anni e 5 mesi. E’ il dato più alto di tutti, che pone quesiti di varia natura: economica, competitiva, sociale, previdenziale.
I dati Eurostat si limitano a fotografare la situazione demografica per quella che è. In sintesi, all’1 gennaio 2023, a livello di Stati membri l’età media variava tra i 38,4 anni a Cipro e i 48,4 anni in Italia. Il sistema Paese è all’estremo di questa classifica, e sconta un ritardo di 10 anni rispetto ai gradini più bassi della graduatoria. Ma la «sindrome di invecchiamento» non è qualcosa che colpisce solo gli italiani. Tra il 2013 e il 2023, mentre gli europei, in media, di invecchiavano di 2 anni e 4 mesi, a registrare un aumento di età media nazionale di quattro anni anche Grecia, Spagna e Slovacchia, a riprova di un problema tutto europeo e su cui ha accesso i riflettori la Banca centrale europea proprio in questi giorni. È stato il vicepresidente Luis de Guindos, partecipando alla conferenza annuale delle banche centrali del Mediterraneo, a mettere in guardia per l’immediato futuro. «Si prevede che la popolazione dell’area dell’euro diminuirà a causa dei bassi tassi di fertilità, assumendo che non venga fornito ulteriore sostegno dalla migrazione», la considerazione del numero due dell’Eurotower, preoccupato per la tenuta dell’eurozona.
Perché l’invecchiamento della popolazione porta con sé più costi di assistenza medico-sanitaria e previdenziale. L’Italia, a seguito di questo aumento rapido dell’età media, si ritrova al secondo posto (dopo il Portogallo) per over-65, vale a dire pensionati o pensionati a breve. Quello che l’istituto di statistica europeo definisce «indice di dipendenza degli anziani», vale a dire il rapporto di over 65 rispetto alla popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni, in Italia tocca quota 37,8% per cento. Più di un terzo della popolazione italiana è praticamente già a carico dell’Inps, con tutte ripercussioni del caso. L’indice era al 32,7% dieci anni, nel 2013. In questa decade l’Italia è invecchiata, trainando un’Unione europea sempre più ingrigita.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
SCAMBIO DI INSULTI CON LA MELONI: “VAI A LAVORARE”… “STRONZA, VACCI TU A LAVORARE”
Vincenzo De Luca da solo, fermo davanti al portone chiuso di
Palazzo Chigi. È questa l’immagine che resta della marcia dell’orgoglio meridionale organizzata a Roma dal presidente della Regione Campania. Il quale, si sa, un certo gusto per la teatralità, per i gesti e le battute a effetto lo ha sempre avuto. “Figuratevi se abbasso la testa davanti a ‘sto pinguino”, dice riferendosi al ministro Raffaele Fitto, colpevole di non aver ancora sbloccato i 6 miliardi di fondi per la coesione e lo sviluppo destinati alla Campania. “Usano i fondi pubblici come un bottino di famiglia – attacca De Luca – ci hanno fatto perdere tre anni. Non sono imbecilli?”, domanda alla platea di sindaci e assessori arrivati da ogni angolo della sua regione. È il massimo dell’offesa che si consente, dopo che Giorgia Meloni lo ha accusato di turpiloquio per alcune critiche più colorite formulate nelle scorse settimane. “Allora lei e Fitto possiamo definirli lavoratori socialmente inutili, va bene? Basta che prendono una bic e firmano l’accordo per darci questi soldi”, ironizza ‘o presidente.
La premier e il ministro, negli stessi minuti, sono in Calabria proprio per firmare l’accordo di coesione con il presidente (di Forza Italia) Roberto Occhiuto. Ma De Luca non demorde, “facciamoci sta passeggiata”, dice chiudendo la manifestazione, che di fatto è consistita solo nel suo lungo discorso, anche contro “la legge truffa” sull’autonomia differenziata.
L’obiettivo è arrivare in largo Chigi, di fronte alla sede del ministero del Sud, ma il corteo non autorizzato delle fasce tricolore campane viene subito stoppato dalla polizia, nonostante un appassionato tentativo di mediazione del rampollo Piero De Luca, deputato Pd che ha curato l’organizzazione dell’evento. A proposito di Pd, in piazza ci sono anche il responsabile Sud della segreteria, Marco Sarracino, e il responsabile Economia, Antonio Misiani, che è anche commissario dem in Campania. Poi la senatrice Susanna Camusso, commissaria Pd a Caserta, e Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e pronta a ricandidarsi in vista delle elezioni di giugno. Nessuno di loro, però, si infila nel corteo dei sindaci guidato dai De Luca, che optano per il giro largo, passando per via del Corso e arrivando comunque a destinazione. Ma al ministero, vista l’assenza di Fitto, non si capisce chi debba riceverli e allora De Luca si stufa e va verso palazzo Chigi, mettendosi a litigare con il dirigente di polizia che gli impedisce di passare: “Allora ci dovete caricare, ci dovete uccidere”, grida. Teatro puro. Fanno passare solo lui, mentre gli altri restano bloccati dietro le transenne, urlando “fascisti” e intonando “Bella Ciao”.
Sosta simbolica davanti al portone e poi il governatore prosegue verso Montecitorio. Arrivato davanti alla Camera, i giornalisti gli riferiscono le parole di Meloni, pronunciate poco prima a Gioia Tauro: “Se invece di fare le manifestazioni ci si mettesse a lavorare, forse si potrebbe ottenere qualche risultato in più”, la stoccata della premier riferita ai presunti ritardi nella spesa da parte della Regione Campania. È a quel punto che De Luca tradisce l’impegno preso con sé stesso a moderare i toni: “Lavora tu, stronza. A noi per lavorare ci servono i soldi”, sbotta con l’aria di chi si è liberato. Poi il corteo dei sindaci campani torna da dove era partito, si ferma davanti alla prefettura di Roma: De Luca e 10 primi cittadini vengono ricevuti dal prefetto, Lamberto Giannini, unico rappresentante delle istituzioni pronto ad accoglierli. Lungo via del Corso, benedice con una mano i passanti che lo riconoscono, forse appassionati della mitologica imitazione di Maurizio Crozza. Qualcuno grida “De Luca uno di noi!”, lui sorride e si gode il bagno di folla romano. In fondo, è venuto sotto casa di Meloni anche per questo.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
IL TESTO INTEGRALE DELL’ACCORATO DISCORSO … NON ESISTE SOLO UN SOVRANISMO DA FOGNA
Il parlamento greco a maggioranza conservatrice ha ieri approvato il matrimonio egualitario e l’adozione per le coppie dello stesso sesso, diventando così il primo Paese cristiano ortodosso nonché l’ultimo in ordine cronologico dell’Europa occidentale a sposare tale legge, ad eccezione dell’Italia, triste fanalino di coda.
La legge fortemente voluta dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis, uomo di destra, è passata grazie ai voti dell’opposizione, in particolare di Syriza-PS (progressisti). Al voto hanno partecipato 254 deputati, 176 hanno votato sì, 76 contrari, 2 astenuti. La Grecia è così diventata il 37° Paese del mondo, il 16° dell’Unione europea, ad approvare il matrimonio egualitario. “Un miraggio, purtroppo, per chi vive in Italia”, ha amaramente commentato Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay.
55enne leader del partito conservatore Nuova Democrazia e Primo ministro della Grecia dall’8 luglio 2019, Mitsotakis ha tenuto un lungo e accorato discorso prima del voto conclusivo in Parlamento, a voler rimarcare il momento storico vissuto ieri dall’intero Paese.
32 minuti più volte interrotti da scroscianti applausi.
Questo il discorso integrale di Kyriakos Mitsotakis, il cui partito si trova nel Gruppo del Partito Popolare Europeo al fianco di Forza Italia.
“Grazie. Stiamo sfidando con coraggio una grave disuguaglianza per la nostra democrazia. Siamo qui oggi per proteggere i diritti fondamentali dei bambini sotto la protezione dei loro genitori e, con una necessaria integrazione del diritto di famiglia, per rendere finalmente giustizia alla vita quotidiana dei nostri concittadini dello stesso sesso. Perché la riforma su cui legiferiamo oggi sulla parità di accesso al matrimonio civile migliorerà e di parecchio la vita di tanti nostri concittadini, senza, sottolineo, togliere nulla alla vita di molti.
È qualcosa che la nostra Costituzione prevede. È qualcosa che la nostra stessa Costituzione richiede.
In modo che finalmente persone finora invisibili possano diventare visibili intorno a noi. E con loro, molti bambini potranno finalmente trovare il posto che spetta loro. Accanto a tutto il resto. Questi, in fondo, sono il fulcro della proposta di legge, poiché entrambi i genitori di coppie omosessuali non hanno ancora legalmente le stesse opportunità di fornire ai propri figli ciò di cui hanno bisogno.
Di poterli far uscire da scuola.
Di poterli portare in vacanza.
Andare dal medico o in ospedale.
Ogni volta che ne hanno bisogno.
E se al nascituro viene a mancare l’unico genitore riconosciuto, i figli saranno necessariamente affidati a un parente lontano e sconosciuto, o peggio, a un istituto di accoglienza.
Tutto questo senza poter ereditare da chi li ha cresciuti, né ovviamente ricevere il mantenimento o gli alimenti in caso di separazione dei genitori.
È quindi questa lacuna che noi veniamo a colmare.
Permettendo a tutti, se lo desiderano, di suggellare istituzionalmente la loro relazione con una cerimonia in municipio, proprio come fanno le coppie eterosessuali. È un problema che sta mettendo alla prova, sì, la sensibilità della maggior parte delle persone. Proprio come vuole una società inclusiva, dove finalmente si sperimenta il potere della nostra democrazia di integrare ogni cittadino in modo paritario.
Ma è anche il momento in cui si giudica la capacità della nostra democrazia di modernizzarsi e perfezionarsi.
Con l’istituzione [del matrimonio egualitario] già collaudata in 36 Paesi d’Europa e del mondo.
È ormai noto che nel corso della storia la famiglia stessa si è evoluta, come fulcro della vita interpersonale e collettiva. E l’istituzione [matrimoniale], a sua volta, si è evoluta nel tempo. È possibile che la famiglia classica come la conosciamo sia nata migliaia di anni fa per rendere più forte la nostra democrazia.
La filiazione e le regole per attribuire la genitorialità come nucleo centrale di una relazione.
Le forme della famiglia, tuttavia, sono sempre cambiate in base ai cambiamenti della società, della morale, del progresso culturale.
E così arriviamo ai giorni nostri.
Il Ministro di Stato ha giustamente chiesto, nella prima frase del suo discorso, perché ci si sposa, che cos’è in fondo il matrimonio.
Bene.
Il matrimonio.
Il matrimonio non è altro che il culmine dell’amore di due persone che scelgono di stare insieme. Impegnate con se stesse, con lo Stato e con la società nel suo complesso. Per questo motivo i sistemi giuridici si stanno adattando a livello internazionale in risposta alle questioni pratiche contemporanee.
Cito, ad esempio, i diritti di proprietà e di successione, le questioni di cittadinanza, il trasferimento in un altro Paese, le questioni lavorative e fiscali, oltre a scelte più simboliche, naturalmente più evanescenti, che però diventano socialmente vantaggiose quando riconoscono relazioni oneste e autentiche.
Questa riforma è quindi utile e necessaria.
E tanto utile e necessaria quanto lo è ancora oggi, dopo un’ampia consultazione pubblica, spiegarne ancora una volta i suoi contenuti.
I cui contenuti sono purtroppo ancora oggi offuscati da miti ed esagerazioni, e non mi riferisco alle critiche benintenzionate che vengono mosse a questa iniziativa legislativa.
Ribadisco quindi che, prima di tutto, con questa proposta di legge estendiamo i diritti dei bambini a coloro che già vivono con coppie dello stesso sesso.
Non stiamo affatto cambiando l’attuale quadro della procreazione medicalmente assistita e non stiamo certo stabilendo il genitore 1 e il genitore 2. E in secondo luogo, la legge che presentiamo e proponiamo, equipara i cittadini di fronte al matrimonio civile.
Ripeto, di fronte al matrimonio civile.
Perché il matrimonio religioso è un sacramento religioso e un affare esclusivo della Chiesa. Posizione che lo Stato certamente rispetta.
Basandosi sempre sui distinti ruoli delle due istituzioni, lo Stato deve procedere con le proprie azioni avendo come bussola l’uguaglianza di fronte alla legge.
Abbiamo giurato sulla Costituzione di servire il bene comune del popolo greco. “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, o per dirla in modo più popolare, “o prete prete o contadino contadino” (modo di dire greco per esprimere il concetto che si fa o l’uno o l’altro), e anche in altre circostanze, del resto, in tempi recenti con la Chiesa abbiamo avuto visioni divergenti sulla scelta della cremazione.
Anche sull’istituzione stessa del matrimonio civile, in passato, abbiamo dissentito. Ma gli sviluppi e le scoperte importanti che si sono rivelate e che alla fine non hanno interrotto la coesione sociale sono ora relazioni funzionali accettabili della vita quotidiana e che alla fine non hanno turbato le nostre relazioni con la Chiesa.
Lo stesso accadrà ora.
Cari colleghi, ciò di cui stiamo discutendo oggi può aver causato titoli sproporzionati e la loro reale portata con gli eventi attuali ha spesso portato il dibattito intorno al matrimonio in una posizione sproporzionata con altre questioni. Ma a prescindere da tutto ciò, le circostanze hanno fornito l’opportunità di ascoltare molti punti di vista.
Ascoltare le opinioni di esperti ma soprattutto ascoltare i punti di vista che non erano stati ascoltati fino ad ora e soprattutto le storie, non le opinioni. Le esperienze personali delle persone stesse, dei bambini che crescono oggi in questo ambiente.
Sono opinioni, punti di vista ed esperienze che hanno fornito a tutti noi utili chiarimenti e che alla fine hanno generato molti incontri. E non è un caso che la maggioranza dei cittadini sia alla fine d’accordo con questo disegno di legge
Ed è vero che ci sono riserve che corrono orizzontalmente in tutti i partiti.
Ecco perché anche ora, mentre ci avviciniamo lentamente alla fine del dibattito, è bene spiegare ancora una volta le disposizioni del disegno di legge, per dare risposta a ragionevoli preoccupazioni, a legittime preoccupazioni E non parlo delle accuse irragionevoli e misticistiche che purtroppo si sono sentite anche in questa sala.
Una di queste preoccupazioni legittime sostiene che i cambiamenti di cui stiamo discutendo oggi potrebbero essere affrontati attraverso l’attuale accordo di convivenza.
Ma come ha spiegato credo in modo molto esaustivo il Ministro Skertsos, l’unica cosa che faremmo sarebbe creare essenzialmente due istituzioni parallele con nuove disuguaglianze per le quali dovremmo fornire nuove disposizioni specifiche, provocando una serie di contraddizioni giuridiche concatenate, contraddizioni giuridiche basate su una struttura che storicamente è stata data dal diritto di famiglia in Grecia.
C’è poi l’argomentazione legata alla tecnoscienza, che ha a sua volta fondamenta traballanti. In primo luogo, ripeto, il disegno di legge non menziona affatto la procreazione medicalmente assistita. In quel caso il regime rimane lo stesso, così come rimane invariato lo status dell’adozione. Con norme molto severe.
La cosa più importante è sapere esattamente cosa stiamo votando oggi. Un processo che culmina in un dialogo di ampio respiro, un lungo processo di riflessione, di dibattito pubblico, con più di 7.000 commenti e osservazioni.
È stato un dialogo, con le conclusioni di scienziati che hanno studiato a fondo l’evoluzione nel tempo del concetto di famiglia.
E questi studi se li si legge nel dettaglio rispondono ora a tutte le obiezioni benintenzionate qui proposte.
Capisco perfettamente coloro che hanno in mente il concetto tradizionale di famiglia, le loro preoccupazioni, la loro paura nei confronti dei bambini che crescono in famiglie omosessuali.
Ma questo non è il caso. Non è la realtà.
Dinanzi alle discriminazioni esistenti, agiamo oggi per cancellarle. Abbiamo indiscutibili dati empirici che vanno oltre le nostre convinzioni soggettive. Sappiamo che i bambini possono crescere felici con genitori dello stesso sesso. È la natura. Ciò che è stato dimostrato fare la differenza, è l’amore. L’affetto in una casa. E non la forma. Il modello non è uno. Disse la mia povera madre, e aveva ragione, che nessuno ha mai ottenuto niente dal troppo amore. Nessuno.
Ancora oggi ci sono famiglie dove c’è un solo genitore divorziato, 30 anni fa, quando noi eravamo piccoli, un figlio di divorziati aveva a che fare con il pregiudizio, mentre oggi il divorzio è una realtà.
Ci sono famiglie che allevano i figli con i nonni.
La soluzione non è quindi da ricercare nella cieca negazione di situazioni e realtà già esistenti, ma nella rimozione degli effetti negativi che le accompagnano.
Altrimenti non faremmo altro che dare forma a una realtà in cui ci sarebbero cittadini a velocità diverse.
Ecco perché le riforme volte alla segregazione ingiusta alla fine si oppongono sempre alla giusta modernizzazione.
Per quanto riguarda coloro che considerano il pensiero conservatore come una loro prerogativa esclusiva, dirò una cosa: non confondete l’essere conservatori con la regressione, perché la conservazione dei valori che devono essere preservati è in definitiva una componente dell’evoluzione, non un prodotto dell’ingegneria sociale o di sedimentazione.
È la trasformazione del mantenimento in uno slogan inamovibile che alla fine trasforma il mantenimento in dogma. Ed è questa differenza a rendere il nostro partito conservatore progressista.
Su questo argomento credo che la maggior parte dei greci, nonostante le difficoltà che dobbiamo affrontare, siano finalmente orgogliosi del proprio Paese e siano felici che ci stiamo muovendo su un percorso di progresso, perché è una forte corrente che finalmente accoglie l’essenza dei cambiamenti, dimostrando che la società ha una maggiore laicità. Sappiamo bene che questi temi non si prestano alla demagogia, e lo stesso vale per la questione che è stata a lungo discussa
Mi riferisco alla maternità surrogata che, ripeto, è una questione che non ha nulla a che fare con questo disegno di legge.
Ricordo ai colleghi di Nuova Democrazia che il nostro stesso partito ha votato a favore della riproduzione assistita nel 2002, con un quadro moderno che è stato adattato dai governi successivi, e nel 2005 e nel 2014 e nel 2014 e nel 2014 e nel 2022.
Quindi al giorno d’oggi non è consentito ignorare le contraddizioni che esistono e che si sono formate nella vita reale, come i bambini che sono oggi tra noi.
Mi riferisco ai super-patrioti che hanno prodotto discorsi infuocati contro questo particolare disegno di legge per quei bambini nati all’estero da genitori greci e che non sono registrati all’anagrafe e che non possono acquisire la cittadinanza greca.
Cosa avete da dire a questi bambini? Uno Stato inclusivo deve provvedere a loro.
In nome dell’uguaglianza dei cittadini forniamo ora a tutti il diritto al matrimonio civile, insieme agli obblighi che ne derivano, mentre in nome della protezione dei più piccoli preserviamo i loro diritti, perché la democrazia presuppone istituzioni che si evolvono e che rispondono costantemente alle esigenze.
I diritti sono questioni di principio, non dovrebbero essere coinvolti in un braccio di ferro tra i partiti.
E sarebbe ugualmente controproducente censurare il punto di vista opposto di entrambi.
Ho voluto fin dall’inizio che questo particolare dialogo non fosse politicamente carico di odio, in modo che le nuove disposizioni potessero servire l’obiettivo finale con moderazione e con equilibrio. Credo che la maggior parte dei cittadini in questo senso siano allineati, lontani dalle tensioni.
Credo sia molto incoraggiante per il livello del nostro progresso sociale che la grande maggioranza dei cittadini abbia condannato il misticismo, voltando le spalle alle esagerazioni che si sono sentite
Il clima attuale è finalmente una conquista dell’intera società, oltre che del governo che è interessato anche ad altro, ma questo non significa che non debbano essere abolite disuguaglianze costruite in passato con tagli di diritti che si manifestano nel presente. Per questo motivo stiamo procedendo all’odierna riforma, senza indugi, non solo come contributo istituzionale all’accettazione della diversità che in una società democratica è elemento di resilienza, ma anche come movimento che in definitiva rafforza la coesione interna della nostra società, perché in Grecia nessuno dovrebbe sentirsi cittadino di serie B.
Permetettemi di chiudere con una nota un po’ più personale.Ho ricevuto innumerevoli messaggi, dalla comunità LGBT.
Voglio dire loro che riconosco pienamente quello che hanno passato e quello che stanno passando da molte generazioni, quando la loro stessa natura era un reato penale, oppressa dalle famiglie, dall’ambiente sociale, assediati da commenti amari e stereotipi.
Non prendiamoci in giro erano i figli di un Dio minore negli anni ’80, decennio in cui io personalmente sono cresciuto, in cui sono diventato maggiorenne. Ricordo bene come il loro stigma divenne doppio a causa della maledizione dell’HIV.
Per tutti loro e per ogni cittadino democratico questo giorno è un giorno di gioia, perché da domani un’ulteriore barriera tra noi sarà rimossa, per diventare un ponte di convivenza in uno Stato libero con cittadini liberi.
Chiudo, signore e signori, chiedendo a chi è contrario a questa legge di ricordarsi cosa diceva il nostro stesso documento fondativo scritto 50 anni fa, nel considerare sempre tutti i cittadini non solo uguali nei confronti delle leggi ma con uguali diritti.
Possiamo incontrare tutte le forze della modernizzazione democratica e dell’orientamento europeo con questo voto finale, dando la misura della democrazia liberale, rappresentando tutte le donne greche e tutti i greci del mondo.
La posizione, l’atteggiamento di ognuno di noi acquisterà un peso storico, quindi vi invito a trasformarlo in un messaggio di verità e comprensione al posto dei miti e della disinformazione, dicendo sì alla giustizia, sì all’uguaglianza e no alla miopia, scegliendo l’armoniosa conciliazione piuttosto che la separazione angolare e l’unità creativa dalla tossicità.
Vi invito a compiere questo passo, tutto insieme, grazie”.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
LA MOGLIE JULIYA: “PUTIN SAPPIA CHE LA PAGHERA'”
“Lo abbiamo visto in carcere il 12 febbraio, in una riunione. Era
vivo, sano e felice. Non voglio condoglianze”. Lo scrive Ludmila Navalnaya, su Facebook. La madre di Aleksej Navalny, il dissidente morto oggi mentre era detenuto in una colonia penale russa, non articola oltre; ma alimenta i sospetti sulla reale causa della morte del figlio.
Vanno nella stessa direzione le immagini – diffuse dalla testata indipendente russa Sota vision – che si riferirebbero a un video collegamento dal carcere del 15 febbraio, il giorno prima del decesso. L’oppositore di Putin sorride e scambia battute con il giudice: “Vostro onore – dice – le manderò il mio numero di conto personale in modo che possa utilizzare il suo enorme stipendio da giudice federale per alimentare il mio conto personale, perché sto finendo i soldi che, grazie alle sue decisioni, finiranno ancora più velocemente”.
Che Navalny negli ultimi giorni fosse in discrete condizioni fisiche, d’altronde, sembra confermarlo – seppure in modo indiretto – il messaggio postato il 14 febbraio sul X (l’ex Twitter) dallo stesso dissidente russo. Destinataria del post, nel giorno di San Valentino, era la moglie Juliya, a cui Aleksej scriveva: “Tesoro, con te tutto è come in una canzone: tra noi ci sono città, luci di decollo di aeroporti, tempeste di neve blu e migliaia di chilometri. Ma sento che sei vicina ogni secondo e ti amo sempre di più”.
La stessa Juliya, oggi, è intervenuta a Monaco di Baviera dove è in corso la conferenza annuale sulla sicurezza. Per prima cosa, ha messo in dubbio la veridicità stessa delle informazioni che arrivano dalla Russia: “Non se dovremmo credere a questa terribile notizia che riceviamo solo da media ufficiali”, espressione di “Putin e del suo governo” che “mentono costantemente”, ha detto: “Ma se è la verità, vorrei che Putin e tutto il suo staff, tutti coloro che lo circondano, il suo governo, i suoi amici sappiano che saranno puniti per quello che hanno fatto al nostro Paese, alla mia famiglia e a mio marito”.
Julia Navalnaya ha aggiunto di volere che sappiano che “saranno portati davanti alla giustizia” e che “questo accadrà presto” Vorrei che tutta la comunità internazionale, tutte le persone nel mondo, si unissero e combattessero contro questo male” contro “questo orribile regime in Russia, oggi”.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI RAGGIUNGE IL MASSIMO DEL CORAGGIO: “AUSPICHIAMO SI FACCIA LUCE SULLA SUA MORTE”
Arriva come un fulmine a ciel sereno per i leader occidentali, nel giorno in cui convergono verso la Germania per la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, la notizia della morte di Alexei Navalny nella colonia penale russa dove era detenuto. Per molti in Occidente, al di là delle ricostruzioni sulla causa tecnica del decesso, la matrice politica di quanto accaduto è fin troppo chiara: Navalny è l’ennesima vittima eccellente del Cremlino. Punito col carcere prima, con la morte poi, per aver osato mettere a nudo la corruzione del regime di Vladimir Putin e averne sfidato il potere. Come accaduto solo pochi mesi fa, in circostanze mai chiarite, all’ex leader della milizia Wagner Yevgeny Prigozhin. A puntare il dito contro il Cremlino, seppur con toni diversi, sono tanto gli Usa, quanto l’Ue e l’Ucraina. «La Russia è responsabile della morte di Navalny», ha detto il segretario di Stato Usa Antony Blinken in una nota, sottolineando che la morte dell’oppositore è la dimostrazione che il «sistema di Putin è debole e marcio». Valutazione condivisa anche dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in visita oggi a Berlino per firmare un patto bilaterale sulla sicurezza: «È ovvio, Navalny è stato ucciso, così come altre migliaia di persone che sono state portate alla morte a causa di questa singola persona», ossia il presidente russo. «Putin dovrà rendere conto dei suoi crimini», conclude il leader di Kiev. Anche la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha diffuso un messaggio poco dopo la notizia della morte dell’oppositore russo: «La morte di Alexei Navalny, durante la sua detenzione, è un’altra triste pagina che ammonisce la comunità internazionale. Esprimiamo il nostro sentito cordoglio e ci auguriamo che su questo inquietante evento venga fatta piena chiarezza».
(da Open)
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Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
TUTTE LE SBERLE PRESE DA GIORGIA, FINO ALLO STOP ALLA RIELEZIONE DI ZAIA IN VENETO… E IN FDI VOLANO GLI INSULTI TRA DE CARLO E AMIDEI: “IMBECILLE” CON LA REPLICA “PALLONE GONFIATO”
Botte da orbi e siamo solo al principio. Dopo il controcanto a
Fratelli d’Italia su premierato e trattori, il terzo mandato per le Regioni, che spalancherebbe a Luca Zaia un altro giro di giostra, è diventato la nuova trincea della Lega.
Una scazzottata tra alleati, quella sui governatori, che si interseca con una guerriglia tutta interna ai meloniani, fin qui sotto traccia, e che ieri si è materializzata in chiaro al Senato.
Ma andiamo con ordine. Per Matteo Salvini, che teme il risultato delle elezioni europee e pure l’annesso rimpasto di governo, il Veneto è diventato la linea Maginot. Vorrebbe che Zaia, da molti evocato per succedergli, resti invece dov’è. Anche perché Zaia sta senza pensieri: “Io mi candido nella misura in cui ci fosse la possibilità, ma a oggi non c’è la possibilità, per cui è una partita chiusa”, ha detto ieri per non passare per chi è attaccato con il Bostik alla poltrona.
“Non ne ho bisogno. Ma va anche detto che questo Paese ha un’anomalia: ci sono solo due cariche in Italia che hanno il blocco dei mandati, il sindaco e il presidente di Regione; guarda caso le uniche due cariche che il cittadino elegge direttamente. Mi fa un po’ sorridere pensare che l’unico dibattito di questo Paese sia il sottoscritto. Mi sento un po’ come san Sebastiano per le frecce che mi arrivano”, ha detto replicando al ministro dei Rapporti con il Parlamento, il meloniano Luca Ciriani. Il quale l’aveva messa così: “Per Zaia, che è stato un ottimo governatore, sarebbe il quarto mandato. Nessuno è eterno, neanche lui”. Anche se poi alla fine la ciccia per Fratelli d’Italia resta un’altra: “Chiediamo di avere un peso proporzionale ai nostri voti, sarà il Veneto o il Piemonte, vedremo”, ha detto a proposito del braccio di ferro con la Lega, che si sta giocando a tutto campo: oggi sull’estensione del mandato ai presidenti di Regione (per ottenere il quale viene minacciato il boicottaggio del premierato sì caro all’amica Giorgia), ieri con il controcanto sull’Irpef agli agricoltori con una sfida tra FdI e Lega a vellicare la pancia al popolo dei trattori. Per non dimenticare, ancora prima, la convocazione dell’internazionale sovranista voluta da Salvini a Firenze per additare Meloni come amica dell’inciucio con cui la maggioranza Ursula governa l’Ue.
E poi ci sono i colpi sotto la cintura assestati anche sul caso di Ilaria Salis, con la premier Meloni a chiedere di abbassare i toni puntualmente tenuti altissimi dalla Lega, che adesso ha puntato una fiche sul tema del terzo mandato per “tutelare” Zaia in Veneto, che comunque vada rischia di diventare una corona di spine per FdI: la prospettiva di conquistare la Regione infatti sta paradossalmente facendo salire la temperatura nel partito di via della Scrofa. Un episodio ieri ha dato l’idea del sentore di tamburi di guerra.
Palazzo Madama, interno giorno: a darsele, ma soprattutto a promettersele sono due senatori fratelli (d’Italia). Uno dei due è Andrea De Carlo, carico a duemila da quando è diventato per tutti il cavaliere che farà l’impresa, la conquista della Terra Santa che si chiama Veneto. Ieri, per farla breve, ha preso di petto un suo vicino di banco, reo di avergli accidentalmente fracassato il tesserino, quello che consente ai senatori di votare in aula. “Imbecille” e altre alate parole (da quanto riferito al Fatto da chi era vicinissimo alla scena del delitto), sono uscite dalla bocca di De Carlo all’indirizzo di Bartolomeo Amidei, senatore rodigino a quanto pare di rito ursiano. Nel senso di Adolfo Urso, eletto pure lui in Veneto, che per il posto di Zaia lavora su altri nomi e non certo quello di De Carlo sì caro a Meloni e al ministro cognato Lollobrigida. Amidei, si diceva. Non ha digerito di essere chiamato imbecille ovviamente, ma adesso pretende soddisfazione dopo aver replicato a De Carlo in modo non proprio fraterno: “Sei un pallone gonfiato fuori controllo. Scriverò una lettera al partito”. S’ode a destra uno squillo di tromba, sempre a destra risponde uno squillo.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
LA SEGRETARIA DEL PD ALL’ATTACCO DEL GOVERNO: “NELLA LEGGE NON HANNO MESSO UN EURO”
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein dice che l’autonomia differenziata è una sciagura per il paese. E che c’è un paradosso: Giorgia Meloni si definisce patriota, ma sta varando una legge che spacca l’Italia. Schlein parla in un’intervista a Repubblica.
Nel colloquio con Giovanna Vitale Schlein dice che con il governo Meloni sul tema non c’è dialogo: «Quella di Calderoli, votata dal partito di Meloni, è una riforma destinata a lacerare un Paese che invece ha un disperato bisogno di essere ricucito nelle sue fratture e diseguaglianze. Certifica che ci sono cittadini di Serie A e cittadini di serie B. Pazienti di Serie A e pazienti di serie B. Perché l’Autonomia differenziata mina l’accesso a servizi fondamentali come salute, scuola, trasporto pubblico locale».
Non c’è un euro
La segretaria del Pd dice che per la legge non hanno messo un euro: «Ma come fai a ridurre i divari territoriali che già pesano enormemente sul nostro Meridione senza investire dei soldi? In questo modo le regioni ricche saranno sempre pi ricche e quelle in difficoltà arretreranno ancora. Persino Confindustria ha segnalato i pericoli di una riforma che permette di avere 20 diverse politiche energetiche, una per ogni regione. Se poi consideriamo la disastrosa condizione della Sanità al Sud, sempre pi persone saranno costrette a emigrare per curarsi. Per non parlare della scuola: si potranno prevedere programmi e corsi differenti, con salari differenti. Avremo insegnanti che a parità di mansione e di lavoro sarebbero pagati diversamente: è il ritorno delle gabbie salariali. Un gigantesco passo indietro. Tra Lega e Fratelli d’Italia è in corso un baratto contro cui ci opporremo con tutte le nostre forze».
Il baratto
Schelin dice che c’è un baratto con il premierato: «Entrambi sono il frutto di un patto scellerato fra i sedicenti patrioti del nuovo millennio e i leghisti che non hanno mai abbandonato l’aspirazione secessionista. Noi al contrario crediamo che non possa esserci riscatto del Paese senza riscatto del Sud. E non possa esserci riscatto del Sud senza il riscatto di giovani e donne che hanno pagato di più il costo di diseguaglianze e precarietà. Ma perché l’aspettativa di vita di un bimbo che nasce a Reggio Calabria deve essere più bassa di uno che nasce a Bologna? Se aggiungiamo che il fondo perequativo delle infrastrutture al Sud stato tagliato di 3,5 miliardi, si capisce qual il disegno: affamare il Meridione e abbandonarlo al suo destino».
(da agenzie)
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