Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
OMICIDI, AVVELENAMENTI, INCIDENTI AEREI E STRANI “SUICIDI”: IL TRAGICO DETINO DI CHI SI OPPONE ALLO ZAR
La tragica scomparsa in carcere di Alexei Navalny, leader
dell’opposizione russa a Vladimir Putin, morto nella colonia penale numero 3 di Kharp, in Siberia, è solo l’ultima di una lunga serie.
Nella Russia di Putin, chi non è gradito al “capo” finisce spesso male. Prima di Navalny era stato il turno di Evgheny Prigozhin, ex fedelissimo dello Zar e poi tra i suoi più convinti oppositori, tanto da muovere i suoi mercenari del Gruppo Wagner verso Mosca, morto in un incidente aereo lo scorso agosto. Nel 2013, per un presunto suicidio, venne a mancare l’ex oligarca Boris Berezovsky, che dall’Inghilterra attaccava il regime.
Omicidi e avvelenamenti
La giornalista di Novaya Gazeta Anna Politkovskaya aveva seguito in prima linea gli abusi commessi dalle forze russe in Cecenia ed era stata testimone della tragica presa di ostaggi del teatro Dubrovka di Mosca e della scuola di Berlsan in Ossezia del Nord.
È stata trivellata di colpi nel 2006, nel giorno del compleanno di Putin, sul pianerottolo della sua casa a Mosca.
Nello stesso anno, in un ospedale di Londra, moriva l’ex agente del Kgb Aleksander Litvinenko, dopo aver bevuto una tazza di te avvelenata con il polonio in un albergo di Mosca con due inviati del Cremlino. Litvinenko si era rifugiato in Gran Bretagna dopo aver denunciato il regime russo.
Nel 2018 viene avvelenato anche Sergei Skripal, esponente del mondo dei siloviki, fuggito in Inghilterra dove collaborava con i servizi,
Skripal è sopravvissuto a un avvelenamento con il Novichok a Salisbury. Lo stesso Aleksei Navalny, così come Vladimir Kara-Murza, era sopravvissuto a un avvelenamento con il novichok.
Boris Nemtsov, esponente dell’opposizione in Russia e già vice Premier, è stato ucciso nel febbraio del 2015, in pieno centro a Mosca, colpito da quattro proiettili alle spalle. Aveva completato un dossier sul ruolo delle forze militari russe nel Donbass.
Zelimkhan Khangoshvili, un georgiano che aveva combattuto contro la Russia nella seconda guerra cecena, è stato ucciso nell’estate del 2019 in un parco di Berlino dal presunto agente dell’Fsb Vadim Krasikov, detenuto in Germania, dove è stato condannato all’ergastolo. Mosca lo vorrebbe scambiare per il giornalista americano Evan Gershkovich, arrestato per spionaggio.
Trovati morti a Londra anche l’oligarca georgiano Badri Patarkatsishvili, il suo socio, Nikolai Glushkov e il fondatore della Yukos, Yuri Golubev. Il fondatore dell’emittente del Cremlino Rt, Mikhail Lesin, era stato trovato morto in circostanze misteriose nella sua stanza di albergo a Washington nel 2015.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
COSI’ LA PIETRA SOLOVETSKY SI E’ TRASORMATA IN UN MEMORIALE IMPROVVISATO: “E’ STATO UN OMICIDIO DIMOSTRATIVO”
«Per i combattenti per la libertà». Sono le lettere scolpite sulla pietra Solovetsky, il monumento alle vittime delle repressioni politiche, trasformatosi in un memoriale improvvisato in onore di Alexey Navalny, il principale oppositore del Cremlino.
Poco dopo l’annuncio della morte di Navalny in una colonia penale nell’Artico russo, le persone hanno iniziato a portare fiori al monumento come ultimo omaggio al politico. Nonostante le cause ufficiali della sua morte siano ancora da accertare, la responsabilità del governo russo appare ovvia ai presenti. «È stato un omicidio dimostrativo», dice Olga, settantanove anni, mentre lascia un cerino sul memoriale. «Per mostrarci che nulla può fermare il governo, voglio che il mondo intero lo sappia, che non si pensi sia stato un incidente», dice la donna. Nella voce un misto di rabbia e disperazione.
Un’atmosfera di rassegnazione aleggia sulla piccola folla.
«Avrei voluto che Navalny fosse come Nelson Mandela in Sud Africa», dice Ivan, un ragazzo di ventotto anni. «Che uscisse di prigione e desse inizio alla democratizzazione in Russia, ma non tutte le storie finiscono bene».
Ivan è un attivista della campagna elettorale di Boris Nadezhdin, l’unico candidato anti-guerra a sfidare Putin nelle elezioni presidenziali che si terranno a marzo. Come Navalny nelle presidenziali del 2018, Nadezhdin è stato escluso dalla partecipazione alle elezioni, a detta di molti, per ordine diretto del Cremlino.
Ma mentre Navalny allora dichiarò proteste in tutto il Paese, pochi si aspettano lo stesso da Nadezhdin. «Nadezhdin non prenderà il posto di Navalny, non ha lo stesso carisma, né la stessa forza di spirito», ammette un altro attivista. «Navalny resterà sempre l’oppositore numero uno», dice un terzo. Verso sera, un centinaio di persone sono radunate di fronte al monumento. Poche se comparati alle migliaia che contemporaneamente escono in strada nelle città di tutto il mondo.
Ma molte considerando l’intensificarsi delle repressioni in Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina. «Non ci meritiamo un eroe così – dice Olga, la donna con il cerino . È colpa nostra, non protestiamo».
Piano piano, la pietra innevata si ricopre di garofani rossi. Le forze dell’ordine lasciano fare: solo un furgone della polizia è parcheggiato poco lontano e, alcuni dicono, agenti del centro anti-estremismo in abiti civili sorvegliano la situazione. Il memoriale intanto si è ricoperto di garofani e rose. In mezzo ai fiori, c’è anche una foto in bianco e nero di Navalny e, accanto, un foglio con un suo messaggio lasciato tempo fa al popolo russo nel caso venisse ucciso: «Non arrendetevi!».
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
SAPEVAMO TUTTI CHE SAREBBE FINITA COSI’… E ADESSO LA VIOLENZA E IL SOPRUSO HANNO PREVALSO DEFINITIVAMENTE SULLA SPERANZA… SISTEMI SPERIMENTATI ANCHE DI RECENTE CON PRIGOZHIN
Non sapremo mai cosa è successo veramente, ma la morte di
Aleksej Navalny a un mese dalle elezioni presidenziali russe non è casuale.
Sulla carta, come molti hanno scritto per anni, Navalny non era un oppositore realmente in grado di sconfiggere Vladimir Putin, e questo anche prima di essere rinchiuso in carcere dopo un processo farsa in stile staliniano nel 2021.
Al di là della repressione subìta – dal tentativo fallito di avvelenarlo nel 2020 all’esclusione arbitraria dalle ultime elezioni presidenziali del 2018 – è vero che i russi non erano affascinati dalla figura del politico come in Occidente.
Naval’nyi era carismatico, brillante, ma andava avanti da solo, con le sue battaglie e convinzioni, e non era molto popolare. Come altri (tutti?) i politici di vera opposizione in Russia negli ultimi trent’anni, ha dimostrato in più occasioni che non era fatto per guidare un partito tradizionale, né per crearlo.
Laureato in giurisprudenza a Mosca, Navalny aveva iniziato a fare politica nei primi anni 2000 nel partito socioliberale Yabloko, una delle più importanti formazioni d’opposizione (che comunque alle presidenziali non ha mai superato il 7% dei suffragi, nemmeno sotto Eltsin) nata nel 1993 e guidata, tra gli altri, da Grigory Yavlinsky.
Nel giro di tre anni, Navalny era fuori da Yabloko e fondava il suo partito, “Popolo”: un misto di idee confuse nazionalpopuliste promosse, come lui stesso si era definito, da “un ordinario nazionalista russo”.
È nel 2008, però, che Navalny apre il suo blog LiveJournal e inizia a fare quello che ha fatto meglio di chiunque altro: l’attivista. È tramite le sue investigazioni sulla corruzione nel paese e poi la sua Fondazione, creata nel 2017, che Navalny fa politica e attacca Putin.
È il leader carismatico delle proteste a Mosca del 2011 e 2012 – le più importanti degli ultimi venticinque anni – contro l’avvio del terzo mandato putiniano e si candida alle elezioni a sindaco della Capitale, ottenendo il 27% dei consensi e il suo maggiore successo politico.
A quel punto, però, la Russia era cambiata, o forse, semplicemente, tornava ad essere quello che era sempre stata, a parte una breve parentesi di transizione storica dopo il crollo dell’Urss: un paese autoritario, in cui nessuna forma di opposizione era più ammessa.
È da quell’anno, e ancora di più dopo il 2014 con l’annessione della Crimea, che rimarcare, limitandosi a guardare dei sondaggi d’opinione, che Navalny non aveva e non avrebbe mai avuto alcuna chance di vincere, non ha alcun senso.
La prima ragione è che in un regime autoritario l’opinione pubblica è estremamente volatile. Più il controllo (e quindi la pressione) sulla popolazione aumenta, più cresce la paranoia del centro politico, ma soprattutto diventa imprevedibile conoscere le reazioni che un minimo margine di autonomia o forme di protesta anche locali possono scatenare. Ancora pochi mesi prima dell’arrivo di Mikhail Gorbachev al governo del Partito Comunista, causa un misto di inerzia e repressione, nessun cittadino sovietico avrebbe detto che sosteneva l’indipendenza della sua repubblica, o che non era comunista.
Nel giro di due anni, si fondavano centinaia di nuovi giornali e le tessere del Partito venivano bruciate. Ciò non significa che la rivoluzione fosse alle porte, ma semplicemente che il dato statico sulla popolarità di Navalny da quando è entrato in politica non ci ha detto, né ci dirà mai, cosa sarebbe successo se avesse potuto partecipare liberamente a future elezioni mentre il regime invecchiava.
La seconda ragione per cui non serve considerare la performance politica di Navalny per escludere che il Cremlino avesse un interesse a eliminarlo è che Putin è diventato in maniera crescente un boss, sganciandosi da ogni logica della competizione elettorale tradizionale e ignorando in maniera crescente anche la popolazione, in cui nei primi anni aveva cercato una legittimazione dal basso.
Per capire perché Navalny è stato ucciso, ed è stato ucciso adesso, pubblicamente, a poche settimane dalle elezioni e senza nemmeno più la finzione che sia stato un caso, è nella logica mafiosa che bisogna entrare. La stessa che ci ha fatto assistere all’esecuzione di Yevgeny Prigozhin con l’esplosione del suo aereo quest’estate: elezioni o non elezioni, nessuno può osare sfidare il grande capo.
Tutti sapevamo che sarebbe andata a finire così; che Navalny, nel momento in cui tornava in Russia, non sarebbe sopravvissuto. Ma tutti abbiamo continuato a sperare – e quindi questa notizia ci colpisce, e ferisce – perché Navalny era l’ultima speranza, certo romantica, che la Russia potesse cambiare; che alla fine, forse, il coraggio avrebbe trionfato sulla violenza e il sopruso; che alla fine, forse, Navalny avrebbe avuto il tempo di vedere la fine di Putin e partecipare ad elezioni libere, e questo senza necessariamente sperare che sarebbe poi stato lui a vincerle. Con la morte di Navalny, si spegne e finisce l’Opposizione in Russia per gli anni a venire.
(da Huffingtonpost)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
I VECCHI NEMICI SI SONO RITROVATI: DOPO IL RIAVVICINAMENTO TRA IRAN E ARABIA SAUDITA, ORA ANCHE TURCHIA E EGITTO FANNO LA PACE. ERDOGAN E AL SISI SI SONO INCONTRATI MERCOLEDÌ, SEPPELLENDO LE VECCHIE TENSIONI CHE RISALGONO ALLA PRIMAVERA ARABA
Di fronte all’agonia di Rafah e Khan Younis tutto passa in secondo piano. Anche svolte epocali che si svolgono sotto i nostri occhi. Il 13 novembre il presidente iraniano Ebrahim Raisi era in Arabia Saudita, e abbracciava il principe ereditario Mohammed bin Salman, dopo che per un decennio Teheran e Riad avevano combattuto tre sanguinosissime guerre per procura in Siria, Iraq e Yemen
Mercoledì è toccato a Recep Tayyip Erdogan chiudere un altro scontro decennale, nell’incontro al Cairo con il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi, definito più volte “tiranno”. Un insulto ricambiato con epiteti come “assassino” e simili.
Il mondo islamico in rapida evoluzione, quello spazio iper-frammentato che va dal Marocco al Pakistan, mette da parte […] due fratture settarie: la prima fra sciiti e sunniti, la seconda all’interno dei sunniti, e cioè tra Fratellanza musulmana, che ispira ancora i leader di Turchia e Qatar, e gli altri regimi autoritari.
E’ il risultato di un processo cominciato ben prima del 7 ottobre. La gigantesca guerra civile musulmana innescata dalle primavere arabe, con i suoi ricaschi nelle rivolte iraniane, nell’instabilità turca, ha fiaccato tutte le potenze della regione, comprese le ricchissime monarchie del Golfo.
E tutte hanno sviluppato una profonda diffidenza nei confronti degli Stati Uniti, e dell’Occidente. Tanto da accogliere con entusiasmo i tentativi di Pechino di proporre una sua “pax cinese”
Più si prolunga il conflitto, aumentano le vittime civili, più le accuse di doppio standard nella difesa del diritto internazionale saranno incalzanti. Dietro la cortina di fumo delle esplosioni nella Striscia, Erdogan e Al-Sisi hanno firmato accordi commerciali per 15 miliardi […]. E ancora più clamoroso, il ministro della difesa iraniano Mohammad Reza Ashtiani, ha confermato i negoziati con la controparte saudita per la cooperazione nel campo militare. È un nuovo Medio Oriente, comunque finisca l’assedio a Gaza.
(da la Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
LA LUNA DI MIELE IN ARGENTINA E’ FINITA… INTERVISTA ALL’ECONOMISTA PABLO MANZANELLI
Il presidente argentino, Javier Milei, ha confermato nelle scorse
l’intenzione del suo governo di ‘dollarizzare’ l’economia, dopo la diffusione dei dati sull’inflazione – che a gennaio ha subito un aumento del 20,6%, arrivando al 254,2% – e le critiche dell’ex presidente, Cristina Kirchner. Ma cosa significa?
Pablo Manzanelli è un economista argentino, professore nel dipartimento di Economia della Universidad Nacional de Quilmes, ricercatore del CONICET e dell’area economica del FLACSO, direttore del CIFRA-CTA. Con Fanpage.it ha fatto il punto della situazione economica dell’Argentina e dei primi provvedimenti economici adottati dal governo Milei.
I due primi provvedimenti di Milei sono fermi: la Legge Omnibus non è passata alla Camera e torna in Commissione, il decreto economico (DNU) è all’esame della Corte Suprema per l’analisi dei ricorsi: che succede ora?
“La cosa più probabile è che la legge Omnibus cambi nella forma, il decreto è invece vigente perché non c’è stata alcuna sentenza definitiva. Ora si apre una incognita rispetto alla strategia che adotterà il governo, se cercherà il consenso o continuerà sulla via del fondamentalismo. Probabilmente si avvarrà di una combinazione di entrambe le cose, privilegiando la via della decretazione d’urgenza e appoggiandosi su questa manovra correttiva di tipo ortodosso. In una società che viene da vari anni di redditi reali in caduta libera, con un livello di povertà che riguarda la metà della popolazione, è complicato avere successo con una manovra correttiva che in Argentina non ha molti antecedenti”.
L’impressione è che a Milei non stia andando tutto come sperava: gli interventi della giustizia, l’opposizione alla Camera, le mobilitazioni dei sindacati e in prospettiva del femminismo, la popolarità in declino: perché?
“Milei è arrivato al governo con la proposta di una manovra correttiva molto pesante sull’economia e in particolare sui redditi dei settori popolari, con una svalutazione di quasi il 120% e un taglio della spesa pubblica molto ampio. Tutto questo in un’economia che aveva già un’inflazione molto elevata che si abbatteva sulle tasche delle persone e perciò con una ripercussione, almeno nel breve periodo, sull’immagine del governo. Milei ha anche accompagnato questa manovra correttiva con il tentativo di realizzare riforme strutturali, privatizzando le imprese pubbliche e deregolamentando l’economia.
Con la privatizzazione delle imprese si vuole generare un accordo all’interno del potere economico per abilitare una serie di affari per alcune imprese argentine. Nel governo di Milei, infatti, c’è un forte peso della componente legata a Macri, che è notoriamente sostenuto dal capitale finanziario internazionale. A questo Milei aggiunge una strategia di business per i gruppi economici locali argentini, garantendosi una certa sostenibilità nei confronti dell’establishment economico locale. Da una parte questi affari ruotano attorno alle fonti energetiche come il petrolio, dall’altra alle privatizzazioni. Queste privatizzazioni avevano nella Legge Omnibus che Milei ha appena perso nel parlamento una leva fondamentale per la loro abilitazione. Perciò c’è una parte del business che Milei voleva avviare che resta zoppo, perché non ci sono più le privatizzazioni. Quindi non c’è solo la grande maggioranza della popolazione che vede tagliati i propri redditi, c’è anche una parte del potere economico che continua ad appoggiarla ma comincia a guardarlo con maggiore attenzione dopo questi primi scivoloni”.
Che sta succedendo nel blocco che lo ha sostenuto nel secondo turno?
“Nel primo turno, che è quando si elegge il parlamento, Milei ha preso meno del 30% dei voti e poi ha vinto il secondo turno con l’appoggio di Macri. Il settore macrista vuole avanzare nel progetto di Milei e perciò ha giocato le sue carte in parlamento. Ma Milei non solo è più autoritario di Macri, ma è anche molto più drastico nelle riforme strutturali e queste richiedono un consenso che lui non ha ancora realizzato nella società”.
Ha fatto male i suoi conti?
“Milei aveva un programma di massima, ma non ha generato la legittimazione sociale per portarlo avanti e questo è molto diverso da quanto avvenne con Carlos Menem negli anni Novanta. Allora c’era una crisi molto grave, Menem ridusse l’inflazione col piano di convertibilità e lanciò il programma di privatizzazioni delle imprese pubbliche per combatterne l’inefficienza. C’era una legittimazione sociale diversa, che in questo momento Milei dovrebbe costruire prima di tradurre in pratica il suo piano. E invece ha fatto il percorso inverso: ha cercato di metterlo in pratica prima di legittimarlo socialmente. Questo gioca sulla sua immagine e poi la sua debolezza politica in parlamento gli procura uno scivolone nel momento di fare approvare le sue leggi”.
Un tubetto di dentifricio in Argentina costa circa 10 dollari, si registrano tassi d’inflazione del 25% ogni mese: come può reggere la popolazione?
“Certo, questo è il tallone di Achille del governo, perché la crescita dell’inflazione peggiora le condizioni delle classi popolari ed è probabile che la società non riesca a tollerare questa situazione, specie quando l’aumento dei prezzi e la caduta dei salari reali si accompagnano a una spesa minore per sostenere i settori più vulnerabili. È probabile che la resistenza sociale a questi provvedimenti vada crescendo. Oggi c’è però una scarsa rappresentanza politica a sostenerla, la nuova leadership si costruirà durante questa resistenza per poterla rappresentare e capitalizzare, costruendo un’alternativa democratica”.
La svalutazione del peso argentino è continua, al cambio non ufficiale il dollaro è superiore ai 1.000 pesos: è la dollarizzazione strisciante dell’economia?
“Il governo Milei eredita una crisi di indebitamento molto forte, perché l’Argentina, non solo nei confronti dell’FMI ma anche di creditori privati, ha accumulato un debito esterno molto elevato con scadenze in dollari insostenibili. Il problema è ancora attuale e lo sarà soprattutto a partire dal prossimo anno, quando ci saranno scadenze debitorie in dollari difficili da saldare. È probabile che con le esportazioni energetiche si riesca ad avanzare in questo obiettivo, ma è una questione che non si può sottovalutare. A questo, si sommano le aspettative di una forte svalutazione, per il fatto che non solo questa crisi di indebitamento genera un problema, ma anche perché il governo precedente ha perso l’opportunità di accumulare riserve.
Vi era stato infatti un attivo commerciale molto alto, ossia più esportazioni che importazioni soprattutto nel periodo 2020-2022, ma questi dollari sono finiti nel portafoglio delle grandi imprese per cancellare i loro debiti privati: circa 25 miliardi di dollari che avrebbero permesso una politica di governo basata sull’economia reale. In più, c’era un debito importante sulle importazioni e tutto questo configurava una situazione di mancanza di dollari, accentuando quella tendenza alla dollarizzazione dell’economia argentina che non si determina per generazione spontanea, ma è il frutto di bolle finanziarie che scoppiando generano fughe di capitali molto grandi. Queste crisi sono state ricorrenti nella storia argentina e hanno fatto sì che l’insieme della società abbia una tendenza a dollarizzare i propri risparmi per non rimetterci in situazione di forte inflazione”.
E cosa propone allora Milei?
“Milei cerca di risolvere la situazione con una manovra correttiva molto forte e una politica di svalutazione che riduce le importazioni. La manovra sulle importazioni effettivamente ha generato nei primi mesi di Milei una crescita delle riserve internazionali del banco centrale. Ma l’alta inflazione si sta mangiando la maggiore competitività esterna che viene da questa svalutazione e questo sta producendo l’aspettativa di un’ulteriore svalutazione. In Argentina, il periodo critico è quello in cui si cominciano a liquidare le esportazioni di grano, soia, mais e la raccolta comincia a esportarsi tra marzo e aprile. È probabile che questi settori che non hanno avuto una forte svalutazione stiano aspettando una nuova svalutazione per marzo o aprile e questo è quello che può diventare intollerabile socialmente”.
Cosa intende fare Milei rispetto al debito con l’FMI?
“Il problema continua a essere attuale e per il momento Milei si propone solo di rispettare gli accordi precedenti. Non c’è ancora una soluzione, ma a partire dal prossimo anno si deve cominciare a pagare. Questa mancanza di dollari si sostiene solo sulla manovra correttiva ortodossa e sulla necessità che le esportazioni rendano meglio dell’anno scorso, il che accadrà perché l’anno scorso ci fu una siccità molto forte che interessò le esportazioni agricole. Manovra correttiva più esportazioni è l’obiettivo del governo Milei per sostenere il debito. Ma la svalutazione rapidamente intaccata dall’aumento dei prezzi può generare un grave problema a livello sociale”.
Milei è diverso da Trump, diverso da Vox, diverso da Meloni: che cosa li accomuna?
“Vedo una similitudine in termini del metodo politico, mettendo in questione la democrazia vigente, lo Stato come regolatore delle asimmetrie sociali. Ci sono punti in comune ma non necessariamente in termini di modello economico. Al momento Javier Milei è una grande incognita, perché non è chiaro quale sia il suo progetto una volta fatta la manovra correttiva, ossia non è chiaro quale sarà il programma di crescita e stabilizzazione posteriore. Milei è un personaggio senza storia politica, senza esperienza, una marionetta espressione del potere economico tanto del capitale finanziario come dei gruppi economici. Da quello che sorgerà da questa alleanza tra capitale finanziario e gruppi economici locali più produttivi verrà fuori il suo modello economico. Tutto sembra indicare che la dollarizzazione è il punto di stabilizzazione dell’economia se ci riesce, e da lì verrà il programma economico”.
La manovra economica che lei ha fin qui spiegato è ultraliberista, non è questo un progetto che si sta sperimentando a livello globale?
“Milei ha molto più a che vedere con il mondo degli anni Ottanta e Novanta che con l’attualità. Nell’attualità, al di là se siano governi progressisti o di destra, anche laddove si mantengono politiche neoliberiste, queste sono accompagnate da politiche protezioniste, vedo un mondo in questo senso molto competitivo e più complesso. Se l’Argentina entra in questo mondo con una riforma neoliberista, a parte risultare anacronistica, finirà col distruggere il proprio apparato produttivo, determinando una situazione molto difficile da invertire”.
Alla fine, però, quello che vogliono realizzare i poteri economici e finanziari è una società con una popolazione crescente ai margini e la ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi.
“Tutto sembra indicare che nella fase attuale si voglia approfondire la regressione nella distribuzione dei redditi che si ereditò dal periodo di egemonia della finanza iniziata negli anni Ottanta a livello mondiale e che sembrò sconvolgersi con la crisi del 2008 negli Stati Uniti. È probabile che tutte queste politiche siano accomunate dal peggioramento della partecipazione dei salari al reddito globale. Bisogna vedere che forma adotterà il processo in termini di modello economico”.
Milei punta molto sulla sua appartenenza all’anarco capitalismo per attaccare la casta: non si tratta piuttosto di una variante del neoliberismo?
“Effettivamente Milei ha una visione libertaria assolutamente neoliberista estrema che non ha niente di nuovo e che applica la correzione sull’insieme dei settori popolari, e questa è una delle cose che fa cadere la sua immagine. E’ l’espressione di una destra estrema in cui non c’è niente di nuovo: è il pasto rancido della sconfitta del neoliberismo in Argentina e nel mondo. Perciò è anacronistico, non solo per le privatizzazioni che in Argentina fallirono, ma perché tornare a proporre le privatizzazioni e la deregolamentazione non significa altro che dare maggiori profitti ai settori oligopolistici argentini, mentre invece ci vorrebbero politiche di sviluppo industriale. È probabile che sia sconfitto, come fallì prima il neoliberismo in Argentina e che questo permetta una nuova alternativa popolare, sempre e quando torni a esserci una guida politica dei settori popolari credibile”.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
IL LEADER DEL “LABOUR PARTY” SOSPENDE UN ALTRO CANDIDATO CHE AVEVA DETTO CHE I MILITARI ISRAELIANI CON PASSAPORTO ANCHE DEL REGNO UNITO, CHE PARTECIPANO ALL’AZIONE MILITARE A GAZA, ANDREBBERO “RINCHIUSI IN GALERA” PER CRIMINI DI GUERRA
Il Labour britannico di Keir Starmer ha annunciato oggi la sospensione di un suo candidato elettorale, Graham Jones, accusato sulla base di audio filtrati sui media d’aver criticato Israele per l’azione militare sulla Striscia di Gaza ricorrendo a parolacce; e di aver detto che i militari israeliani con passaporto anche del Regno Unito che vi partecipano andrebbero “rinchiusi in galera” per crimini di guerra.
Si tratta del secondo caso analogo in due giorni, a conferma del pugno di ferro adottato dal neo-moderato Starmer “contro ogni traccia di antisemitismo”, ma pure dell’insofferenza di settori del partito – oltre che di larghi strati dell’elettorato musulmano britannico, storicamente in prevalenza filo laburista – nei confronti della linea di “sir Keir” sul conflitto in Medio Oriente, sostanzialmente indistinguibile da quella del governo conservatore di Rishi Sunak.
Jones, un ex deputato, era stato pre-selezionato per riconquistare il suo ex collegio nel Lancashire inglese (perduto nel 2019) alle prossime elezioni politiche in calendario, salvo anticipi, nella seconda metà del 2024: elezioni a cui i laburisti si presentano da super favoriti, sondaggi alla mano, a causa più che altro dell’apparente sfaldamento dei consensi Tory, logorati da scandali, crisi, divisioni interne e da 14 anni di ciclo di potere.
La sua sospensione è stata immediatamente lodata dal Jewish Labour Movement.
Se, come pressoché certo, non verrà riammesso (al momento è sotto indagine), ci sarà comunque il tempo di sostituirlo. Diverso, invece, lo scenario per Azhar Ali, candidato nell’elezione suppletiva del 29 febbraio per il seggio di Rochdale, roccaforte laburista nell’area della Grande Manchester, finito sotto tiro per dichiarazioni denunciate dal tabloid conservatore Daily Mail come antisemite in cui era giunto a rinfacciare al governo israeliano d’aver di fatto permesso deliberatamente gli attacchi del 7 ottobre.
Inizialmente difeso da Starmer in quanto allineato alla sua leadership centrista, il neo blairiano Ali è stato alla fine privato del sostegno del Labour a due settimane da voto. Ma non avrà modo di essere rimpiazzato, essendo scaduti i termini: potrà quindi risultare comunque eletto da indipendente; o in alternativa dovrà cedere il passo per la prima volta in quel collegio a un candidato di altro partito.
Come per esempio il veterano George Galloway, controverso ex deputato d’estrema sinistra messo fuori a suo tempo dal Labour e divenuto poi leader di un partitino movimentista: figura che resta assai popolare nella comunità britannica di fede musulmana (il 20% della popolazione a Rochdale) fin dall’epoca della sua opposizione irriducibile alla guerra in Iraq voluta da George W. Bush e Tony Blair nel 2003.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
HA FATTO PIÙ VOLTE GLI AUGURI A “ZIO BENNY” MUSSOLINI E NEL 2011, NELL’ANNIVERSARIO DELLA MARCIA SU ROMA, SCRIVEVA “MI FAREI UNA PASSEGGIATINA OGGI”… È AL TERZO MANDATO DA SINDACO DI CALALZO: “IL QUARTO? HO ESAURITO GLI STIMOLI”
Luca De Carlo, il destino nel nome? Sul dopo (Luca) Zaia, il
senatore bellunese di FdI e coordinatore del partito in Veneto, scansa le perifrasi: «La Regione spetta a noi» in nome di quel 32% alle ultime Politiche nell’ex roccaforte leghista. E la poltrona da governatore potrebbe spettare a lui che, però, si schermisce «abbiamo molti nomi di persone preparate, non c’è necessariamente solo il mio».§Classe 1972, papà missino di Rizzios («ci tengo, è una frazione di Calalzo di Cadore di cui sono sindaco dal 2009»), mamma feltrina («d’animo socialista ma, se non ce l’ha con me, credo mi voti»), De Carlo ha l’agricoltura nel cuore.
Sono rimasti agli annali i video con una gallina per le amministrative e, più recentemente, gli inusuali auguri di buon anno con una carriola di letame: «Buon anno di semine e raccolti».
De Carlo ha iniziato a far politica a 16 anni come vice responsabile provinciale del Fronte della Gioventù, mai un tentennamento. Con lui c’era Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera che ha traslocato a Milano.
De Carlo no, è rimasto a Calalzo, micro enclave di destra, che amministra da sindaco al terzo mandato. Voglia di fare il quarto? «Sento, dopo tre mandati, di aver esaurito gli stimoli. Credo valga un po’ per tutti».
La stilettata è naturalmente per Zaia. «Con lui c’è stima reciproca, ho sempre avuto l’impressione di non stargli antipatico. Del resto, sono stato sindaco quasi esattamente negli stessi anni in cui lui ha fatto il presidente».
Anni in cui De Carlo si è guadagnato qualche titolo con post come quello del 28 ottobre 2011: «Se avessi tempo mi farei una passeggiatina su Roma oggi». Lo riscriverebbe? Lui sorride: «Chi mi conosce sa qual è il mio livello di ironia. A scorrere i miei social potrebbero prendermi non tanto per un pericoloso fascista ma piuttosto per uno un po’ confuso. Di me si ritrovano post con in mano il Manifesto, la tshirt di Che Guevara e una frase di Lenin “La verità è quella che fa comodo al partito”».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO BANCA D’ITALIA, IL FABBISOGNO DEL PAESE HA INFLUITO SUL RISULTATO: CIRCA 89 MILIARDI SONO A CARICO DI UNA MAGGIORE RICHIESTA DEGLI ENTI CENTRALI
Il debito pubblico italiano è cresciuto di 105,3 miliardi di euro nel 2023. Fino a toccare quota 2.862,8 miliardi, il massimo storico. La fotografia immortalata dalla Banca d’Italia mette in evidenza quanto il fabbisogno del Paese abbia influito su tale risultato. Circa 89 miliardi sono a carico di una maggiore richiesta degli enti centrali. Nell’anno in cui si sono trasmessi in pieno i rialzi dei tassi d’interesse della Banca centrale europea (Bce), l’Italia ha registrato un marcato incremento, in valori assoluti, dell’indebitamento.
A fine 2021 era a quota 2.678 miliardi di euro, l’anno dopo si è sfondata la soglia dei 2.700 per 57 miliardi. Nell’anno appena chiuso l’ulteriore salita, sempre più a ridosso dei 3.000 miliardi. L’incremento di oltre 100 miliardi rappresenta un rischio, e un costo, per il Paese. Primo, perché appesantisce i conti pubblici nazionali riducendo i margini operativi del governo. Secondo, perché complica la gestione del debito nei confronti degli investitori istituzionali e delle controparti europee. in mano ai piccoli risparmiatori c’è circa il 13% dell’intero ammontare.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 16th, 2024 Riccardo Fucile
LA MAGRA CONSOLAZIONE PER IL GOVERNO “DUCIONI” È CHE DA BRUXELLES NON ARRIVERÀ LA RICHIESTA DI MANOVRA CORRETTIVA SUBITO. MA PRIMA O POI, UN AGGIUSTAMENTO DI BILANCIO SARÀ INEVITABILE. GIORGETTI ACCELERA IL PERCORSO PER PRIVATIZZARE L’ARGENTERIA DI STATO (POSTE, ENI, FERROVIE), MA L’INTRECCIO CON LE EUROPEE RENDE TUTTO COMPLICATO
La cattiva notizia è che mezzo punto di crescita in meno significa
un buco nei conti pubblici di dieci miliardi di euro. La buona è che difficilmente questo scenario si tradurrà entro l’estate in una richiesta di manovra correttiva. Pur essendo in uscita, il commissario italiano all’Economia Paolo Gentiloni resterà al suo posto per gran parte di quest’anno.
Il fatto che sin d’ora getti acqua sul fuoco dell’ipotesi è significativo. A primavera l’Italia entrerà formalmente in procedura per deficit eccessivo, ma la Commissione uscente non ha più la forza politica per imporre un aggiustamento dei conti in corso d’anno. E però la conferma del dimezzamento delle stime di crescita per il 2024 ora apre un problema serissimo per la maggioranza in campagna elettorale.
«La situazione è sotto controllo», si limitano a spiegare dal Tesoro. A via XX settembre sono sempre più prudenti: prova ne è lo stallo che va avanti da settimane sul decreto per rifinanziare le spese tagliate ai Comuni dopo la revisione del Recovery Plan: ci sono ancora da trovare 1,9 miliardi.
Il calo delle stime di crescita e l’aumento del deficit avranno conseguenze sul piano di privatizzazioni, che ora deve procedere senza ripensamenti. A primavera ci sarà la cessione di una quota di Poste, poi si passerà ad Eni e – realisticamente in autunno – sarà il turno di Ferrovie, l’operazione più complessa.
Di Poste – già quotata in Borsa – sarà venduta una quota superiore al dieci per cento fin qui pronosticata: sulla carta il trenta per cento, l’intero pacchetto detenuto direttamente dal Tesoro. Di Eni sarà ceduto il quattro per cento, non più di quanto necessario a mantenere il controllo pubblico del colosso energetico. Per Ferrovie si ipotizza la cessione del trenta per cento di Trenitalia dopo la separazione dalla rete, che controlla anche le strade di Anas.
La faccenda è complicata dal fatto che prima delle elezioni il governo deve procedere al rinnovo delle nomine nella stessa Ferrovie e a Cassa depositi e prestiti, controllata dal Tesoro e azionista di Poste ed Eni. Non è un caso che Giorgia Meloni stia accarezzando l’ipotesi di confermare sia il numero uno di Fs Luigi Ferraris sia quello di Cdp Dario Scannapieco, entrambi scelti da Mario Draghi.
Né Meloni sembra lasciarsi condizionare dalle battute che nei momenti di sconforto fanno dire a Giorgetti che andrebbe volentieri a occupare un posto nella nuova Commissione di Bruxelles. La debolezza politica di Matteo Salvini e della Lega complica la vita di Meloni e del ministro leghista del Tesoro, i cui rapporti con il leader sono sempre alterni.
Complici i tassi alti in tutta Europa, lo spread fra Btp italiani e Bund tedeschi per ora non preoccupa il governo. Ieri ha chiuso a 149 punti, in lieve rialzo rispetto ai giorni precedenti. Il rendimento dei titoli resta però alto, al 3,85 per cento, e tiene alto il costo degli interessi sul debito.
La speranza a cui può attaccarsi il governo è quello di un taglio dei tassi da parte della Banca centrale europea – ai massimi dal 2007 – dove il dibattito sul quanto e il come è aperto.
La pressione dei governi su Christine Lagarde perché Francoforte faccia un passo è sempre più forte. L’ipotesi più probabile è quello di un taglio nella riunione del 6 giugno, il primo giorno in cui i cittadini europei andranno alle urne, ma – a meno di un ulteriore aggravamento del quadro – c’è chi non esclude una decisione l’11 aprile. Nulla può essere dato per scontato: più sale la pressione della politica, maggiori sono le probabilità che i venti banchieri della zona euro rispondano sottolineando le ragioni della loro indipendenza.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »