Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
ALTRO CHE CANDIDATI UNITARI AI CONGRESSI, DA NORD A SUD NEI TERRITORI E’ IN CORSO UNA GUERRA INTERNA E FRATRICIDA
Fratelli d’Italia veleggia sempre altissimo nei sondaggi, occhieggiando il 30 per cento alle europee spinto dal carisma della leader Giorgia Meloni. Se la punta dell’iceberg si gode l’indiscussa leadership anche rispetto agli alleati di centrodestra, sotto il pelo dell’acqua si agitano scontri fratricidi e faide locali.
Da molte sezioni periferiche sta emergendo il malcontento rispetto alla gestione della struttura partito, oggi in mano alla sorella della premier, Arianna, che è capo della segreteria politica e responsabile del tesseramento, e al deputato Giovanni Donzelli, che è responsabile dell’organizzazione.
Le bocche dei dirigenti, soprattutto a livello nazionale, rimangono cucite e nessuno è disposto a riconoscere in chiaro che effettivamente qualcosa non stia girando per il verso giusto. Eppure, dai territori emergono fatti che raccontano di un partito che forse è cresciuto troppo in fretta dal 4 per cento all’exploit delle politiche del 2022. E sta creando piccoli ras locali in contrapposizione l’uno con l’altro e a caccia di tessere, difesi o spalleggiati da altrettanti big nazionali in cerca di espandere la loro influenza in bacini elettorali.
Il primo sintomo oggettivo di questo malessere interno sempre più forte sono i congressi locali, dove sono scoppiati problemi con il tesseramento che hanno prodotto rinvii in molti territori.
La linea ufficiale fatta veicolare da via della Scrofa è stata quella di «congressi possibilmente con un solo candidato, per dare segno di unità», spiega un esponente locale in rotta con la linea ufficiale.
L’obiettivo è quello di mostrare un partito granitico, tanto che il più contestato tra gli articoli del codice etico di FdI, per le cui violazioni si finisce davanti ai probiviri, è il 4: vietato esprimere pubblicamente una linea diversa rispetto a quella dei vertici, il dissenso si può esprimere solo dentro gli organi di partito. Dietro questo velo, però, si stanno consumando vendette e formando leadership contrapposte sulla pelle degli iscritti locali.
IL TRIVENETO
Domani ha raccontato in questi giorni lo scontro che si sta consumando per la leadership in Trentino, dove la deputata Alessia Ambrosi (l’unica donna in tutta Italia candidata a un congresso locale) è stata esclusa nella corsa alla presidenza di FdI Trentino dai probiviri, che l’hanno sospesa per 15 giorni.
Gli iscritti – che la sostenevano in maggioranza rispetto al candidato espressione del commissario e deputato Alessandro Urzì – hanno tentato di far slittare il congresso per permetterle di correre, ma sono stati redarguiti direttamente da Donzelli.
Risultato: il congresso sarà plebiscitario, ma a costo di un partito lacerato e nel caos. Il Trentino come il Veneto sono i territori in cui si sta misurando la contrapposizione nazionale tra i ministri Adolfo Urso (che appoggiava Ambrosi) e Francesco Lollobrigida.
Se Urso ha metaforicamente perso il Trentino, ha conquistato il congresso in Veneto con la vittoria di Elena Donazzan, storica consigliera regionale di FdI che a lui fa riferimento. Lei sta scaldando i motori in vista di una potenziale successione a Luca Zaia, forte del suo grande radicamento.
A reclamare pubblicamente la candidatura, però, è anche il deputato Marco De Carlo, che sui quotidiani parla già da presidente in pectore forte del sostegno di Lollobrigida.
Tra i due Donazzan è convinta di vincere sui numeri, ma la scelta del candidato, soprattutto in una regione così importante, sarà certamente appannaggio dei vertici romani e il caso Trentino insegna che la volontà dei territori non è determinante.
L’EMILIA-ROMAGNA
Anche nella terra guidata da Stefano Bonaccini, la contrapposizione interna è forte: il vero regista è il fidatissimo capogruppo alla Camera Tommaso Foti, espressione istituzionale del partito e molto sostenuto dall’area emiliana.
Si sta però sempre più facendo largo la figura del sottosegretario Galeazzo Bignami, ancora perseguitato dalla foto in uniforme da nazista: viene dalla destra estrema ma è passato da Forza Italia e lo zoccolo duro locale del partito non gli riconosce l’autorità per esercitare – come sta facendo – il ruolo di plenipotenziario in regione.
Tanto che il suo pugno duro sulla scelta del candidato alle comunali di Molinella, piccolo comune alle porte di Bologna, ha provocato la fuoriuscita del segretario locale Giuseppe Pastore e in blocco di tutti i 50 militanti, che costituiranno una loro lista civica.
«Sono profondamente deluso e offeso dalle scelte effettuate da una classe dirigente provinciale e regionale, distratta e poco conoscitrice del territorio e delle sue problematiche, ma attenta alle consultazioni europee e regionali, la quale impone scelte non condivise dalla base», ha detto Pastore.
LA CAMPANIA
Come già successo ad Avellino e per la provincia di Napoli, anche nel capoluogo il clima è burrascoso, tanto che il congresso cittadino sarà una battaglia all’ultimo voto. I due competitor in gara sono Marco Nonno, potente ex consigliere regionale entrato a gamba tesa nella competizione e considerato un ras delle preferenze, e Diego Militerni, che fa riferimento al gruppo del deputato Edmondo Cirielli.
La probabile vittoria di Nonno porterebbe il partito su posizioni decisamente estreme rispetto all’approccio più moderato degli ultimi mesi e non c’è aria di pacificazione interna. Anzi, lo scontro si sta trascinando già da mesi e ha portato a rimandare di settimana in settimana il congresso, fino a questo fine settimana.
Sullo sfondo, intanto, rimane anche il congresso forse più importante: quello della città di Roma, dove si scontrano le due anime storiche, i Gabbiani di Fabio Rampelli da una parte e il cerchio magico di Meloni con Lollobrigida dall’altro.
Anche qui la data è stata rinviata più volte fino alla prossima settimana, con guai sul tesseramento e dubbi sul regolamento. Il segno di un partito diventato troppo grande troppo in fretta, con molte ambizioni che cozzano dall’unanimismo gradito alla leader.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
LA LEGA: “LO QUERELIAMO”… CALENDA REPLICA: “PERO’ QUERELAMI SUL SERIO, COSI’ PARLIAMO DEI LEGAMI TRA LEGA E RUSSIA, TI ASPETTO”
Carlo Calenda attacca la Lega sul caso di Aleksej Navalny,
morto ieri in prigione. “Matteo Salvini non ha ritenuto di dire una parola sull’assassinio di Navalny. Il legame con Putin e il suo partito rimane forte”, ha accusato sui social il leader di Azione.
Calenda, ai microfoni di Radio 24, ha anche sottolineato che “non capiamo che se Mosca non verrà contenuta arriveremo al conflitto diretto con la Russia. La storia russa è di un’aggressiva penetrazione in Europa. La storia è tornata”.
E ha attaccato ancora il Carroccio: “I putiniani d’Italia sono coloro che fanno finta di non vedere che abbiamo un confronto con la Russia putiniana. Dopo l’omicidio di Navalny – perché di omicidio si tratta, perché una passeggiata a meno 50 gradi è omicidio – ieri tale Crippa della Lega ha detto: non sappiamo ancora nulla. Ma chi può essere stato, Gamba di Legno? Questo è anche disdicevole, c’è l’idea di solleticare una parte del Paese che dice: ma chi se ne frega se la Russia è così”.
Non si è fatta attendere la replica della Lega: “Carlo Calenda mente o non sa di cosa parla: il comunicato con il cordoglio di Matteo Salvini e della Lega per la morte di Navalny è di ieri pomeriggio e si parla di scomparsa ‘sconcertante’ su cui fare ‘piena luce’. Questa volta, oltre alla smentita, Calenda riceverà anche una querela”, si legge in una nota del partito.
Alla quale è seguita subito una contro-replica del leader di Azione: “Sì, però Matteo Salvini querelami sul serio. Così facciamo un bel confronto sui legami tra Lega e Putin. Ti aspetto”.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
CROLLANO MISERAMENTI ANNI DI RESPINGIMENTI E LA FILOSOFIA DEGLI ACCORDI CON I CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA… QUANTI POLITICI DOVREBBERO FINIRE SUL BANCO DEGLI IMPUTATI
Consegnare migranti ai libici è reato, agevolare le intercettazioni dei guardiacoste di Tripoli configura il reato di “abbandono in stato di pericolo di persone minori o incapaci e di sbarco e abbandono arbitrario di persone”.
Questo perché la Libia “non è porto sicuro” e il Codice della navigazione prevede che le persone soccorse in mare debbano subito essere portate in un luogo sicuro.
Adesso c’è una sentenza della Corte di Cassazione a fare giurisprudenza e a mettere in discussione tutta la politica dell’immigrazione italiana fondata sugli accordi che prevedono aiuti, sostegno e formazione alla Guardia costiera libica per frenare i flussi migratori.
È la sentenza con cui è diventata definitiva la condanna del comandante del rimorchiatore Asso 28 che, a luglio del 2018, prese a bordo 101 migranti arrivati su un gommone nei pressi di una piattaforma petrolifera e li riportò in Libia consegnandoli alla Guardia costiera di Tripoli.
I giudici hanno sancito che si è trattato di un respingimento collettivo verso un Paese non ritenuto sicuro vietato dalla Convenzione europea per i diritti umani. Ai migranti è stato infatti impedito l’accesso alla protezione internazionale e sono stati riportati in un Paese dove notoriamente sono sottoposti a violenze e torture.
Una prassi quasi quotidiana nel Mediterraneo che il governo italiano avalla con accordi e memorandum con la Libia. Tanto da multare e sequestrare le navi umanitarie che si sarebbero rifiutate di obbedire alle indicazioni della Guardia costiera libica sottraendo loro migranti su imbarcazioni in difficoltà.
Ora la sentenza della Cassazione che sancisce un principio che dovrà fare da guida a tutti i tribunali apre la strada ad una serie di ricorsi che potrebbero anche mettere in discussione la validità degli accordi Italia-Libia.
(da La Repubblica)
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Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
TRE MORTI AL GIORNO SUL LAVORO TRA SUBAPPALTI, SFRUTTAMENTO E IRREGOLARI
Centoquarantacinque morti sul lavoro da inizio anno, oltre 3 al
giorno. Una vera e propria epidemia che non si può derubricare a fatalità e sfortuna. Si muore di lavoro perché chi ne ha la responsabilità, per fretta, voglia i tagliare i costi, semplice insipienza, non osserva e non fa osservare le norme più elementari di sicurezza e non si preoccupa se i lavoratori hanno ricevuto la formazione necessaria.
Che il lavoro manuale, e in particolare quello edile, sia più a rischio di infortuni e di morte non è l’inevitabile conseguenza delle caratteristiche del lavoro.
Piuttosto è l’esito di un disprezzo per i diritti e la sicurezza di chi lo fa: materiale umano “a spendere”, forse meno prezioso di quello non umano. Lavoratori che, nell’immaginario collettivo, ma anche troppo spesso nella pratica quotidiana, non vengono ritenuti bisognosi di formazione specifica, ma solo di forza fisica e un po’ di esperienza pratica.
Non a caso l’edilizia è sempre stata il grande bacino di occupazione di chi non riusciva a trovare altro o non sapeva fare altro, ed oggi dei migranti. Eppure, come sanno bene i più esperti tra loro, non richiede solo destrezza manuale, ma conoscenza dei materiali, delle procedure, oltre che dei rischi e di come proteggersene al meglio. Conoscenza che non sempre viene fornita e tantomeno accertata e controllata nella sua attuazione pratica, da parte dei singoli lavoratori ma anche e soprattutto dei responsabili di cantiere. Non si comprende altrimenti come possa succedere che un solaio di un edificio in costruzione crolli all’improvviso.
Non è fatalità né errore umano individuale. Così come non è fatalità né errore umano che qualcuno venga falciato da un treno in corsa mentre sta lavorando sui binari quando non dovrebbe essere lì, è la conseguenza di mancati controlli lungo la catena delle azioni, che alla fine scarica tutto, anche la responsabilità della propria morte, sull’ultimo anello della catena: sul lavoratore che non sa che cosa può succedere, che è ben contento di essere stato preso a lavorare anche se non ha la formazione adeguata, che si fida di chi sta sopra di lui, o che si sente ricattato o minacciato nella sicurezza del lavoro se resiste, fa domande, rifiuta. Una situazione tanto più diffusa quanto più non solo il bisogno di trovare un lavoro purchessia è forte, ma anche ci si inoltra nella giungla degli appalti e dei subappalti. Una situazione di cui il settore edilizio è per molti versi esemplare, anche se non unico e che non è colpa solo dell’attuale governo, anche se questo ci ha messo di suo nell’allentare i vincoli ai subappalti.
Invece di indignarsi delle parole di Landini, Salvini farebbe bene a interrogarsi su un sistema che rende opaca la catena di responsabilità e incoraggia la corsa al ribasso di salari e sicurezze.
Anche questa volta, i proprietari del supermercato in costruzione in cui è avvenuto il mortale incidente che ha ucciso, per ora, tre operai e ne ha feriti gravemente altri, si sono subito chiamati fuori da ogni responsabilità in quanto avrebbero subappaltato i lavori a un’altra azienda.
Ma bisognerà bene intervenire su questo micidiale sistema di scatole cinesi in cui alla fine nessuno, salvo i morti e forse qualcuno poco più in su nella lunga catena, è responsabile di nulla ed anche arrivare alla affermazione chiara di una responsabilità (anche) di chi appalta (e subappalta) nella verifica della serietà professionale dell’appaltatore e del rigore con cui applica le norme di sicurezza e i contratti di lavoro. Altrimenti i lavoratori dell’ultimo anello della catena continueranno a rischiare non solo di essere sfruttati, ma di essere uccisi non dal lavoro che fanno, ma dalle condizioni in cui si trovano costretti a farlo. E i lutti cittadini, gli scioperi di protesta, le dichiarazioni di rammarico e solidarietà delle autorità locali e nazionali continueranno ad essere nulla più che gesti rituali.
(da lastampa.it)
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Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
I REATI IPOTIZZATI: OMICIDIO COLPOSO PLURIMO E CROLLO COLPOSO
L’indagine sulla strage degli operai nell’ex panificio militare destinato a diventare un supermercato Esselunga a Firenze parte da tre ipotesi. Il crollo della trave in cemento armato potrebbe essere stato provocato da un errore di progettazione, da uno nell’installazione o da un difetto di fabbrica. Indagano i pubblici ministeri Francesco Sottosanti e Alessandra Falcone. I reati ipotizzati sono omicidio colposo plurimo e crollo colposo. E sulla dinamica dell’incidente c’è ancora molto da chiarire. Così come sulla catena di appalti e subappalti che ha portato al cantiere. Secondo la prima ricostruzione all’appalto hanno lavorato 63 aziende. Quattro quelle impegnate ieri nel momento del disastro.
La dinamica
Secondo la prima ricostruzione al momento del crollo gli operai erano impegnati a sistemare la trave nella mensola. Si trovavano nel quarto piano della struttura. All’improvviso la trave ha ceduto. Provocando così i crolli a cascata del pilone e dei solai degli altri piani. La trave è un prodotto industriale arrivato in cantiere già finito. Ci sarà un’analisi del materiale utilizzato. E si effettuerà una comparazione con quelle già montate. La prima vittima accertata del cantiere è Luigi Coclite, 60 anni. Lascia due figli, di 18 e 22 anni, impegnati nello sport e nel volontariato. Era originario di Montorio al Vomano (Teramo). Aveva mantenuto i legami col paese dove vivono la madre Italia e i fratelli, e dove tornava spesso. Era emigrato anche per amore, non solo per lavoro: Luigi Coclite aveva conosciuto la moglie livornese durante una gita nella costa toscana e si erano sposati nel 1999.
Appalti e subappalti
Insieme avevano messo su una ditta per un periodo. Poi lui aveva trovato lavoro come autotrasportatore. Sotto la lente degli inquirenti finirà anche la catena di appalti e subappalti. E bisognerà anche capire se gli operai avevano un inquadramento professionale equiparato alle loro mansioni nel cantiere. Molte ditte inquadrano gli operai con contratti metalmeccanici e non edili. «Questo significa che non hanno avuto quella formazione specifica che serve per lavorare in un cantiere edile», dice Luca Vomero della Feneal Uil. La società committente dei lavori è La Villata Spa. Si tratta di un’immobiliare di investimento controllata da Esselunga e con sede a Milano.
Il committente e l’esecutore
Da un anno ne è presidente l’ex ministro Angelino Alfano. L’esecutrice dei lavori è l’Aep, Attività Edilizie Pavesi. Ha sede a Pieve del Cairo in provincia di Pavia. La costruzione del supermercato impegna 30 aziende in subappalto. L’ultima comunicazione telematica risale all’8 febbraio. Tra i 62 appaltanti ci sono aziende come la Vangi (movimento terra), la Rdb di Pescara (prefabbricati) e tante piccole ditte individuali. La maggior parte ha titolari stranieri. L’architetto Federico Gurrieri, dello studio Gurrieri Associati di Firenze, ha la direzione dei lavori. Il panel di architetti, ingegneri, tecnici, progettisti che segue l’opera riporta nomi qualificati. In prevalenza sono tecnici dell’area fiorentina. Invece la progettazione architettonica è dell’architetto Fabio Nonis di Milano.
L’edificio
L’edificio in cui si è verificato il crollo è quello di via Mariti a Firenze. Si trova nel quartiere di Novoli. Nel 1936 fino agli anni Settanta è stato un panificio militare. L’area destinata al supermercato è grande 10 mila metri quadrati. I comitati cittadini hanno chiesto la riduzione della volumetria. Negli anni è stato utilizzato come deposito e magazzino. Tra le ipotesi anche la costruzione di appartamenti.
(da Open)
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Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
IL CORSIVO DEL “CORRIERE DELLA SERA”
Continuo a domandarmi chi abbia ucciso Navalny. La risposta
più logica è che sia stata la Cia, con l’avallo della Nato e di Giuliano Ferrara, per mettere in cattiva luce Putin, ma prima di formularla preferisco attendere conferme da una fonte indipendente come la dottoressa Basile o il professor Orsini.
Non escludo che lo stesso Navalny ci abbia messo lo zampino: da uno che già una volta si era scolato una tazza di veleno a stomaco vuoto c’è da aspettarsi di tutto.
I medici russi parlano di cause naturali, il classico malore che può capitare a chiunque commetta l’imprudenza di passeggiare in una colonia penale dell’Artico senza maglietta della salute, dopo avere trascorso trecento giorni in cella di isolamento per seri problemi a relazionarsi con gli altri.
È comprensibile lo sconforto del Cremlino nei confronti della reazione «rabbiosa e inaccettabile» dell’Occidente, reo di avere tratto «conclusioni già pronte».
Adesso sta a vedere che l’oppositore di Putin fatto incarcerare da Putin è morto per ordine di Putin o a causa delle condizioni estreme in cui era costretto a vivere da Putin. Ma in che modo ragiona certa gente? Non sanno che Navalny, semisconosciuto in patria, non era un pericolo per il presidente russo, come si affannano a ricordarci gli esperti veramente esperti e veramente liberi?
Certe maldicenze vanno fermate sul nascere, altrimenti di questo passo si finirà con l’attribuire a Putin persino l’invasione dell’Ucraina.
(da corriere.it)
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Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
LE DICHIARAZIONI DI CHRISTO GROZEV ALLA CNN: “TUTTE LE PRIGIONI RUSSE HANNO VIDEOCAMERE, SE FOSSE CROLLATO DURANTE L’ORA D’ARIA CI SAREBBE LA RIPRESA VIDEO”
«Sfortunatamente, l’ipotesi più probabile è che sia stato avvelenato una seconda volta». Sono queste le parole pronunciate con tono duro alla Cnn dal reporter bulgaro Christo Grozev, capo giornalista del gruppo investigativo Bellingcat e amico di Alexei Navalny.
L’oppositore di Putin è morto ieri, ufficialmente a causa di una embolia dopo una passeggiata nei pressi della prigione nell’Artico russo dov’era stato trasferito poche settimane fa. Navalny era già stato avvelenato con il Novichok – un agente nervino – nel 2020, sentendosi male su un volo tra Mosca e la città siberiana di Omsk. Il dissidente rimase in coma per un mese.
«Non abbaiamo ancora le prove» – ha spiegato Grozev, che investigò l’avvelenamento di Navalny quattro anni fa. Ora, Grozev fa notare che, nonostante il gran numero di telecamere nei centri penitenziari della Russia, al momento non sono stati pubblicati video del presunto incidente di Navalny.
Dove sono i video dello svenimento?
«Abbiamo prove circostanziali in quella direzione, una delle quali è: se fosse vero che, come ha dichiarato il governo (russo), è collassato a terra a causa di un coagulo sanguigno durante la sua passeggiata nel cortile del carcere, dov’è la prova? Dov’è la prova visiva? Tutte le carceri in Russia sono munite di telecamere di sorveglianza e finora non abbiamo visto niente», dichiara Grozev alla giornalista della Cnn Erin Burnett.
A questo punto – aggiunge ancora il reporter bulgaro – tutto fa pensare che sia stato ucciso di proposito. Grozev secondo l’agenzia stampa russa Tass, è nella lista dei «ricercati» del ministero dell’Interno di Mosca. «Sono sicuro che scopriremo cosa gli è successo. L’onere della prova che è morto da solo è ora nelle mani del Cremlino perché quattro anni fa abbiamo dimostrato che hanno cercato di ucciderlo con armi chimiche», conclude.
La repressione delle manifestazioni in Russia
Intanto, a Mosca e San Pietroburgo sono almeno 100 gli arresti effettuati nei confronti di coloro che hanno espresso la loro solidarietà a Navalny manifestando nelle piazze e davanti ai monumenti. A renderlo noto è l’organizzazione non governativa per i diritti umani OVD-Info. A decine si sono radunati per celebrare la memoria del dissidente, con cartelli, candele e fiori, creando veri e propri memoriali improvvisati. Sono stati pattugliati dalle forze dell’ordine russe e repressi fin da subito, anche per chi deponeva solamente un fiore. Il Cremlino aveva annunciato che non sarebbero state autorizzate «manifestazioni di massa». I manifestanti sono stati afferrati per braccia e gambe e trasportati di peso verso l’arresto. «Sono furiosa, alla fine sono riusciti a ucciderlo», ha dichiarato una manifestante a Sky News. «Tutto ciò che sta accadendo al mio Paese è una disgrazia», ha detto la donna.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
RIMOSSI GLI OMAGGIO FLOREALI DEI CITTADINI CHE HANNO SFIDATO LE AUTORITA’ DEL REGIME
Un centinaio di persone sono state arrestate durante diverse
manifestazioni in Russia in memoria dell’oppositore Aleksej Navalny, morto ieri in prigione.
Lo ha annunciato oggi l’ong OVD-Info. Secondo il conteggio pubblicato sul suo sito, “più di 101 persone sono state arrestate in dieci città”, soprattutto grandi centri urbani. Una sessantina sono state arrestate e detenute a San Pietroburgo, una quindicina a Niznij Novgorod e una decina a Mosca.
Già da ieri pomeriggio le autorità della capitale avevano messo in guardia i residenti da eventuali manifestazioni “non autorizzate” dopo l’annuncio della morte del principale oppositore del Cremlino. Ma in serata, in diverse città russe, la gente si è messa in fila per deporre fiori sui monumenti ai dissidenti politici, e già si parlava di arresti. Tra le persone portate via, anche giornalisti.
Gli stessi omaggi floreali a Navalny sono stati rimossi durante la notte da gruppi di persone non identificate mentre la polizia li osservava, come si vede nei video pubblicati sui social media russi. Una delle clip mostra delle persone che nella città siberiana di Novosibirsk infilano fiori rossi nella neve sotto l’occhio vigile della polizia che bloccava l’accesso a un monumento commemorativo con del nastro adesivo. A Mosca, durante la notte un gruppo di persone ha rimosso i fiori da un monumento commemorativo vicino alla sede del Servizio di Sicurezza Federale russo, mentre la polizia guardava. Ma al mattino erano comparsi altri fiori.
n Russia, qualsiasi critica pubblica al potere è punibile con il carcere. Aleksej Navalny, 47 anni, stava scontando una pena detentiva di 19 anni per “estremismo” in una remota colonia artica, in condizioni molto difficili. La sua scomparsa dopo tre anni di detenzione e un avvelenamento di cui ha accusato il Cremlino priva della sua figura di punta un’opposizione praticamente scomparsa, un mese prima delle elezioni presidenziali che dovrebbero cementare ancora una volta il potere di Vladimir Putin.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2024 Riccardo Fucile
PERSEGUITATO ANCHE NEL CARCERE-GULAG DAGLI AGUZZINI DEL CREMLINO
Non usa mezze parole Dmitry Muratov. Per il giornalista Premio Nobel per la Pace, la morte in carcere di Alexey Navalny è “un omicidio”. “Alexei Navalny è stato sottoposto a tormenti e torture per tre anni. Come mi ha detto il medico di Navalny, il corpo non può sopportarlo. Alla condanna di Alexei Navalny è stato aggiunto l’omicidio”, denuncia Muratov sul sito di Novaya Gazeta, il giornale che ha guidato per anni denunciando la deriva autoritaria del governo di Putin.
E Muratov non è certo l’unico a vedere in Navalny un’altra vittima della dittatura di Vladimir Putin.
Da tempo Navalny denunciava continui soprusi in carcere. E il suo arresto, tre anni fa, è avvenuto al suo ritorno a Mosca dopo un avvelenamento per il quale si sospettano i servizi segreti russi. Parole di disperazione arrivano intanto dalla madre dell’oppositore. “Non voglio sentire alcuna condoglianza. Avevamo visto mio figlio nella colonia penale il giorno 12, avevamo una visita. Era vivo, sano, allegro”, ha dichiarato Lyudmila Ivanovna Navalnaya.
In carcere Navalny ha denunciato continui soprusi e di essere stato ripetutamente chiuso in un’angusta cella di isolamento con i pretesti più assurdi, come quello di un bottone slacciato. Due giorni fa la sua portavoce aveva denunciato che il dissidente era stato rinchiuso in una cella di punizione per la ventisettesima volta in un anno e mezzo e che nello stesso lasso di tempo aveva trascorso in isolamento oltre 308 giorni.
E secondo il Nobel Dmitry Muratov anche questo può aver contribuito alla morte. “Sono sicuro che la trombosi (se di questo si è trattato) è una diretta conseguenza della sua ventesima condanna a essere rinchiuso in cella di punizione. Cos’è una cella di punizione: immobilità, cibo ipocalorico, mancanza d’aria, freddo costante”, ha denunciato Muratov.
Questa situazione era già stata condannata da Amnesty International, che in passato aveva accusato la direzione del carcere di Melekhovo – dove l’oppositore era prima recluso – di voler “spezzare lo spirito di Navalny rendendo la sua esistenza nella colonia penale insopportabile, umiliante e disumanizzante”.
Per quasi tutto il mese di dicembre, non si è saputo dove fosse il dissidente. Il 6 dicembre il suo staff aveva denunciato di aver perso i contatti con lui e la settimana dopo la sua portavoce aveva fatto sapere che, secondo il centro detentivo di Melekhovo,non era più lì. Solo a fine mese, il regime di Putin ha annunciato che Navalny era stato trasferito in una remota colonia penale a regime speciale: la “Lupo Polare”, oltre il circolo polare artico. Stando a quanto riportano i media russi, sarebbe morto proprio in questo carcere.
(da La Stampa)
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