Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
IL TELEGIORNALE APPROFONDISCE I TEMI SUGGERITI DALLA MELONI
Ore 11 è il mattinale di Fratelli d’Italia. Una velina ad uso interno, che viene confezionata a Palazzo Chigi e inviata per colazione ai parlamentari del partito. È scritta in modo agile, intuitivo. Elenca le notizie e gli argomenti del giorno, li divide in categorie: Politica interna, Politica estera, Economia. In ognuna delle macro-aree c’è una freccetta colorata di blu che introduce un testo in corsivo, distinto dal resto del notiziario. Sono gli “spunti”, delle formulette semplificate che suggeriscono il modo corretto per interpretare e commentare la posizione del partito sui temi più caldi. Esempio: cosa deve dire un parlamentare di FdI sulle notizie di Esteri del 31 gennaio? Questo: “L’Italia affronta da protagonista temi importanti non solo per l’Europa: in primis l’Ucraina, ma anche la situazione del Mar Rosso con la volontà di contribuire a una posizione più concreta e meno burocratica, viviamo in tempi che richiedono velocità e pragmatismo”. Ore 11 però non è solo un bignamino per la comunicazione di Fratelli d’Italia, è anche un’anticipazione più che attendibile su come la stampa e i telegiornali amici presenteranno la propaganda di destra nel corso della giornata. In certi casi le coincidenze tra Ore 11 e il Tg1, per dire il più importante, sono clamorose. Come se tra le stanze di Palazzo Chigi e la redazione di Saxa Rubra ci fosse solo una parete sottile, male insonorizzata. Questi sono solo alcuni dei casi più recenti.
9 GENNAIO Tra gli “spunti” in blu di ore 11 si legge questo bollettino trionfale: “Continua il boom di occupati in Italia che, col governo Meloni raggiunge il record di 23,74 milioni. I dati oggi dell’Istat, inoltre, evidenziano come a novembre 2023 il numero di lavoratori è aumentato di 30mila unità, interessando soprattutto le donne dipendenti. Nell’arco di un anno gli occupati sono cresciuti di oltre mezzo milione di unità. Questi sono i risultati delle riforme volute dal governo Meloni (…) Ancora una volta le nefaste previsioni delle opposizioni vengono smentite”. Nel mattinale di FdI lo spunto è in pagina 4, ma per il Tg1 delle 13 e 30 è addirittura l’apertura della scaletta, il primo titolo: “Istat, a novembre record di occupati, oltre 23milioni di persone, in un anno sono 520mila in più e il tasso di disoccupazione scende al 7,5%”. Anche il lancio del servizio è un inno all’ottimismo: “Buongiorno dal Tg1, nuovi segnali positivi dal mondo del lavoro. L’Istat comunica che a novembre è stato toccato il record di occupati”.
24 GENNAIO È il giorno del question time di Meloni, segnato dal botta e risposta con Elly Schlein sulla sanità: una brutta figura per la premier, che in privato si sfogherà con i suoi collaboratori per non averla preparata a dovere. Ma il Tg1 delle ore 20 manda in onda solo la replica della premier (“Considero un’implicita attestazione di stima che oggi voi chiediate a noi di risolvere tutti i problemi che voi non avete risolto nei dieci anni in cui non siete stati al governo”). Il telegiornale di Gian Marco Chiocci invece dedica un intero servizio al “via libera al disegno di legge per la ratifica dell’accordo Italia-Albania”. Lo commenta il deputato meloniano Tommaso Foti: “Con questo accordo si traccia una rotta nuova per la lotta all’immigrazione clandestina, dopo quello con la Tunisia che ha avuto il plauso dei commissari europei anche ieri, indicato come modello da seguire”. Ecco, il tema Albania era ovviamente uno degli “spunti” di Ore 11: “L’Italia è protagonista in Europa e il cambiamento delle politiche migratorie ne è l’esempio: il memorandum con la Tunisia ha dimostrato che un nuovo approccio al tema è possibile e il trattato con l’Albania dimostrerà come è possibile combattere i trafficanti di morte dissuadendo i migranti a scegliere le vie illegali”. Distinguere la velina dal tg è per intenditori.
25 GENNAIO Su Ore 11 il “tema in evidenza” è segnalato in caratteri cubitali rossi: “Dal governo 1 miliardo a sostegno degli anziani, oggi in cdm la norma”. L’argomento è poi approfondito in uno degli “spunti” del mattinale: “Oggi il decreto legislativo attuativo del Patto per la Terza Età è un’ottima notizia per i cittadini. È un provvedimento estremamente innovativo che punta a costruire un nuovo modello di welfare e che permetterà di dare risposte concrete ai bisogni dei nostri oltre 14 milioni di anziani, di cui 3,8 non autosufficienti”. Indovinate con quale notizia si apre, quel giorno, il Tg1 delle 20? Ma certo: “Via libera dal consiglio dei ministri al Patto per la terza età. Meloni: riforma che l’Italia aspettava da 20 anni”. Ecco il lancio dallo studio (repetita iuvant): “Buonasera a tutti voi dal Tg1, via libera dal consiglio dei ministri al Patto per la terza età. Più di un miliardo in due anni per aiutare e sostenere gli anziani con reddito basso. Una riforma – dice la premier Meloni – che l’Italia aspettava da vent’anni”.
31 GENNAIO È tempo di festeggiare un altro successo dell’economia italiana: lo stesso del 9 gennaio. Ore 11 celebra ancora il record di occupati. Ecco lo “spunto” in blu nel matinale: “A chi parla di numeri bassi va detto che sarebbe il caso di uscire dalle opinioni e guardare ai dati reali. In un anno i lavoratori in questo Paese sono aumentati di mezzo milione. E questo anche perché il governo ha fatto sì che molti cittadini scendessero dal divano”. Il Tg1 delle 13 e 30 recepisce subito: ecco i dati reali. Dopo i primi due servizi dedicati al caso Salis, è la terza notizia in scaletta: “Doppio segnale positivo sull’occupazione in Italia. Le stime dell’Istat a dicembre 2023 segnano un record di occupati. Sono oltre 23,7 milioni, quindi 456mila lavoratori in più rispetto al 2022, la gran parte con contratti a tempo indeterminato. Il tasso di occupazione sfiora il 62% e sempre a dicembre, sul fronte disoccupazione, il tasso scende al 7,2%. Non accadeva dal 2008”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
LA PROTESTA SI TRASFORMA IN SCAZZO POLITICO: DA DESTRA ACCUSANO LA POLITICA AGRICOLA DELL’UE, DAL PD FANNO NOTARE CHE IL COMMISSARIO RESPONSABILE E’ WOJCIECHOWSKI, MEMBRO DEI CONSERVATORI EUROPEI (ECR) DI CUI MELONI È PRESIDENTE
«Marcia su Roma». E la protesta dei trattori potrebbe arrivare
anche a Sanremo. Riscatto agricolo, la firma di molte manifestazioni degli ultimi giorni, ha annunciato con Andra Papa, uno dei portavoce, che i circa 250 trattori che presidiano Foiano della Chiana, questa mattina alle 7 imboccheranno la Cassia in direzione Roma Nord. Sui manifesti e sui social, la protesta è definita proprio così: «Marcia su Roma».
Gli agricoltori potrebbero apparire anche all’Ariston, dove domani sera si apre il Festival. Si sono appellati ad Amadeus i manifestanti a Orte, ne ha parlato il cantante vignaiolo Al Bano: «Portare la protesta a Sanremo sarebbe un colpo mediatico formidabile. E se fossi uno con un grande pelo sullo stomaco ci andrei pure io con un trattore».
Insomma, pare che la prima mossa del governo (i fondi del Pnrr destinati all’agricoltura passeranno da 5 a 8 miliardi) per ora non abbia disinnescato le proteste. E la politica si accende. Per Elly Schlein, il governo «sta facendo il gioco delle tre carte». Secondo la segretaria Pd, se «rubi risorse ad altri progetti, sempre un furto rimane».
La linea del centrodestra, però, è che i manifestanti ce l’abbiano con l’Unione europea. Lo dice la ministra Daniela Santanché (FdI) — «Non stanno protestando contro il governo ma contro l’Europa» — e lo ribadisce il governatore lombardo Attilio Fontana: «Siamo sempre al loro fianco. Consapevoli che alcune norme Ue vanno contro di loro».
Per il capogruppo alla Camera di FdI Tommaso Foti, «proprio all’ambientalismo esasperato e cieco del commissario Timmermans si deve gran parte delle misure che gli agricoltori giustamente contestano». E dunque, «appaiono patetici e ridicoli i maldestri tentativi della sinistra anti italiana di voler fuggire dalle responsabilità di avere avallato di tutto e di più a livello europeo». Gli ribatte caustico, dal Pd, Stefano Vaccari: «La politica agricola europea è del commissario Wojciechowski che fa parte dei conservatori europei (Ecr) di cui Meloni è presidente».
Anche ieri, manifestazioni in tutta Italia. In piazza del Duomo, a Milano, è arrivata la mucca Ercolina 2, mentre a Pavia oltre 500 mezzi agricoli sono giunti a un passo dal Castello Visconteo. Slogan del giorno: «Siamo alla frutta». In Sicilia, Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord, ha annunciato una «manifestazione di San Valentino» a Palermo. E le proteste sono annunciate per tutta la settimana.
(da Il Corriere della Sera)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
MELONI HA DETTO CHE LE RISORSE SAREBBERO PASSATE DA 5 A 8 MILIARDI, MA NON SI TRATTA DI UN NUOVO STANZIAMENTO ERA GIA’ PREVISTO
“Le risorse del Pnrr dedicate al mondo degli agricoltori, che per noi è particolarmente importante, passano da 5 a 8 miliardi di euro“: l’annuncio della premier Meloni sabato a Catania, durante una visita a uno stabilimento Enel che produce pannelli solari, assomiglia molto a un altro, ancora sul sito del ministero dell’Agricoltura, datato 24 novembre. “Grazie al lavoro del governo Meloni e del dicastero che rappresento, raddoppiate le risorse del Pnrr destinate al settore agroalimentare”, affermava un Francesco Lollobrigida molto sorridente, spiegando che “la dotazione finanziaria passerà da 3,68 a 6,53 miliardi di euro. A questi vanno aggiunti i fondi del Piano nazionale complementare, pari a 1,2 miliardi, per un totale di circa 8 miliardi di euro: il più grande stanziamento economico mai registrato per l’asset primario della nostra Nazione”.
Ovviamente gli 8 miliardi sono gli stessi. L’annuncio infatti ieri non ha avuto alcuna eco nel mondo agricolo, ancora sulle barricate: i “trattori” si stanno organizzando per una manifestazione a Roma nei prossimi giorni. Le risorse sono dunque frutto della rinegoziazione del Pnrr, condotta nella seconda metà del 2023: il via libera annunciato oltre due mesi fa. E non vengono incontro alle rivendicazioni più forti degli agricoltori italiani, che come i loro colleghi europei contestano gli accordi di libero scambio che penalizzano i prodotti italiani, e i criteri di distribuzione delle risorse della Pac, che penalizza e a volte esclude i piccoli agricoltori, ma al governo italiano chiedono anche il ripristino delle agevolazioni Irpef.
Delle nuove risorse, invece, 2,3 miliardi sono destinati ai contratti di filiera e che saranno gestiti attraverso l’Ismea sotto forma di prestiti e sovvenzioni, mentre 850 milioni vanno a sostegno ai parchi agrisolari, la cui dotazione è passata da 1,5 miliardi a 2,3 miliardi, con l’obiettivo di arrivare a 1,3 gigawatt.
“Siamo di fronte all’ennesima presa in giro alimentata dalla propaganda del governo, che ha aumentato le tasse sugli agricoltori, ripristinando l’Irpef sui redditi agrari dominicali e abolendo la proroga del contributo per gli agricoltori under 40”, rileva il co-portavoce nazionale di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli. “Questa destra prosegue con le sue fake news inaccettabili, – aggiunge Bonelli – attaccando il Green Deal , che a oggi non ha trovato applicazione, mentre il partito di Meloni, insieme a Lega e Forza Italia, ha votato a favore della riforma agricola europea, la Pac, che avvantaggia le grandi multinazionali agricole”.
(da La Repubblica)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
DALL’ISTRUZIONE ALL’IDROGENO: LA MAPPA DELLE INIZIATIVE COINCIDE (TI PAREVA) CON QUELLA DEGLI INVESTIMENTI DELLE GRANDI PARTECIPATE
Una nuova attenzione, “strategica” addirittura, per l’Africa è di
certo un fatto positivo per la politica italiana e di questo va dato atto a Giorgia Meloni. I complimenti per la premier devono, purtroppo, fermarsi qui. Il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa, annunciato a ottobre 2022 e che ha visto la luce una settimana fa a Palazzo Madama con spreco di leader africani e vertici Ue, non ha nulla di strategico, se non forse la buona volontà della dilettantesca destra di governo: risorse esigue (5,5 miliardi in tutto), progetti vecchi, spesso già in essere, di corto respiro e con una evidente torsione verso i desiderata delle grandi partecipate, in particolare quelle dell’energia.
Curioso, a questo proposito, che la mappa dei “progetti pilota” in 9 Paesi africani annunciati dalla premier coincida largamente anche con quella del peso politico di Eni nel continente da cui ricava il 59% della sua produzione (dati 2021): Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto (la gallina dalle uova d’oro del “cane a sei zampe”), Costa d’Avorio, Kenya, Congo e Mozambico. La sola Etiopia, tra i Paesi citati da Meloni (e destinataria di un progetto ambientale), è stata finora marginale – ma non assente – nel portafogli dell’azienda fondata da Enrico Mattei, oggi arruolato a sua insaputa da Palazzo Chigi.
Che il Piano Mattei, ma forse più correttamente il Piano Meloni-Descalzi, sia questa povera cosa a livello di contenuti l’ha in sostanza detto la stessa premier nel suo discorso di presentazione, ammettendo che in 15 mesi il suo governo ha predisposto solo una listarella di interventi, molti dei quali già in essere, che hanno pochissime speranze di essere una svolta per l’Africa.
Se non serve a fare quel che si dice, però, la mossa diplomatica e di marketing di Palazzo Chigi può servire a fare altro: occupare parte del peso politico e finanziario che la Francia sta perdendo nel suo ex cortile di casa del Sahel (Eni è il secondo produttore non africano del continente dopo la francese Total). Difficile che questo “lato B” delle intenzioni italiane possa trasformare il Piano Mattei in un modello a cui vorranno aderire gli altri Paesi europei o la stessa Ue: una disfida politico-economica non è una buona base per la condivisione.
L’Africa, d’altra parte, è quel luogo in cui la cooperazione e gli affari vanno mano nella mano con una certa tendenza dei secondi – ammesse ma non concesse le buone intenzioni – a prevalere sulla prima: il Piano Meloni-Descalzi non fa eccezione. Come ha spiegato l’amministratore delegato del colosso energetico al Financial Times un mese fa: “Noi non abbiamo energia e loro ce l’hanno. Noi abbiamo una grande industria e loro devono svilupparla… C’è una grossa complementarietà”. Dirlo più chiaramente di così sarebbe difficile.
Non di sola Eni ha però vissuto la gestazione del Piano per l’Africa. Un “contributo tecnico e strategico” all’elaborazione della strategia italiana l’ha dato, così scrive in una sua brochure, la fondazione RES4Africa, nata nel 2012 e sostenuta da grandi aziende pubbliche e private tra cui Enel, Terna, Intesa Sanpaolo, Elettricità Futura, lo studio legale Bonelli Erede e molte altre. RES4Africa, per dire, si occupa in Marocco, tra le altre cose, di “preparare le professionalità necessarie alla transizione energetica per favorire la creazione di posti di lavoro dignitosi”: progetto che nelle lista di Meloni diventa “un grande centro di eccellenza per la formazione professionale sul tema delle energie rinnovabili”. Il Paese nordafricano sta puntando parecchio sull’energia: Enel ha partecipato a investimenti sia nella produzione da rinnovabili che da gas. Il metano oggi è un bel problema per il Marocco, tagliato fuori dalle forniture algerine: ora ha annunciato che intende costruire un grande metanodotto dalla Nigeria, Paese in cui opera Eni, destinato ad arrivare in Europa. Un progetto concorrente di quello analogo proposto proprio da Algeri.
I progetti “fossili” – visto che i soldi arrivano in larga parte del Fondo per il clima – sono estranei al Piano presentato da Meloni, ma le reti infrastrutturali ne sono invece il cuore industriale. Meloni, ad esempio, ha citato l’interconnessione elettrica tra la Sicilia e la Tunisia (Elmed), ovvero la costruzione di un cavo sottomarino di 220 chilometri a cui lavorano Terna, la società pubblica responsabile della trasmissione dell’energia elettrica, e l’omologa tunisina Steg. Per la sua realizzazione la Banca mondiale ha stanziato a giugno 2023 quasi 270 milioni di dollari in favore della Tunisia e un finanziamento da 307 milioni è in arrivo anche dalla Commissione Ue senza che nessuno abbia mai citato Mattei.
Un’altra infrastruttura citata dalla premier è il “Corridoio H2 Sud”, che prevede la realizzazione di condotte per portare l’idrogeno dal Nord Africa all’Europa via Italia. Il Paese guida è ancora il Marocco: ha dichiarato di voler investire in questo ambito con l’appoggio di molti Paesi europei – tra cui l’Italia – attratti dalla possibilità di avere idrogeno “verde” a prezzi fino al 14% inferiori rispetto a quello domestico. Coinvolte sono l’italiana Snam, l’austriaca Tag, la slovacca Eustream, la ceca Net4Gas e la tedesca Oge: entro il 2030 vogliono creare una rete di idrogenodotti lunga 3.400 km, costituita per l’85% da tubi finora usati per il gas.
In Kenya, poi, c’è il progetto, citato da Meloni, “dedicato allo sviluppo della filiera dei biocarburanti”. Eni in quel Paese ha già un agri-hub con relativi impianti di raccolta e spremitura dei semi: l’olio estratto viene destinato alle bioraffinerie dell’azienda. È Eni stessa a raccontare che a ottobre 2022 il primo cargo di olio vegetale prodotto in Kenya ha lasciato il porto di Mombasa alla volta della bioraffineria di Gela e che vorrebbe estendere queste coltivazioni ad altri sette Paesi (Angola, Congo, Costa d’Avorio, Mozambico e Ruanda). Problema: parliamo di un’area del mondo in cui la malnutrizione non è proprio residuale, forse avrebbe più senso produrre per mangiare.
Un po’ meno diretto il collegamento tra Leonardo e il “progetto di monitoraggio satellitare sull’agricoltura” per l’Algeria, con cui pure il colosso della difesa ha fatto affari e stretto accordi di cooperazione in ambito militare. Leonardo con Thales e due società controllate (Telespazio e E-Geos) hanno già predisposto proprio un sistema di controllo satellitare dell’agricoltura – per il quale la società italiana partecipa con i propri sensori- è che potrebbe servire alla bisogna.
Non si sa se sono questi “gli interventi strategici di medio e lungo periodo” citati da Meloni, si spera che non si riferisse a quelli già in corso, a volte persino su impulso dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) del ministero degli Esteri. Tipo il “centro agroalimentare che valorizzi le eccellenze e l’esportazione dei prodotti locali” in Mozambico, dove l’Aics sta già partecipando con 35 milioni di euro al “Centro Agro-Alimentare di Manica”, in una zona devastata da un ciclone nel 2019.
L’Agenzia si occupa anche di depurazione delle acque in mezzo mondo (in Etiopia, ad esempio, altro progetto in corso finito nel Piano), ma il programma citato da Meloni per la Tunisia somiglia assai a quello detto “Tresor” per il trattamento di fanghi e acque reflue già avviato da Eni nel 2020, come pure la “riqualificazione infrastrutturale delle scuole”, già messa in moto dall’azienda di Descalzi. E ancora: il rafforzamento del sistema sanitario in Costa d’Avorio (“accessibilità e qualità dei servizi primari materno-infantili”) segue il Cane a sei zampe, che nel Paese produce petrolio, gas e oli per la bioraffinazione e investe in “salute, con programmi di formazione ai medici e la distribuzione di dispositivi sanitari”. Tutto bene, per carità, ma per questa povera cosa c’era bisogno di perdere 15 mesi e poi andare in duecento a Palazzo Madama?
(da ilfattoquotidiano.it)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
ECCO LE AZIENDE ITALIANE CHE L’HANNO GIA’ INTRODOTTA
È la Germania l’ultimo paese europeo a testare la settimana lavorativa di quattro giorni. Nei giorni scorsi, il Paese guidato da Olaf Scholz ha annunciato l’avvio di una sperimentazione che consentirà ai dipendenti di 45 aziende di lavorare un giorno in meno alla settimana a parità di retribuzione. Quella del governo tedesco è in realtà soltanto l’ultima di una lunga serie di iniziative lanciate in Europa per sperimentare la cosiddetta «settimana corta». Negli anni scorsi hanno lanciato progetti simili anche Spagna, Islanda, Svezia, Finlandia e Regno Unito. E l’Italia? Nel nostro Paese non è mai stata approvata una modifica legislativa né una sperimentazione su larga scala nazionale. Ma il numero di aziende che scelgono di sperimentare la nuova organizzazione dell’orario di lavoro cresce di anno in anno.
Gli esperimenti in Italia
Una delle prime a introdurre la settimana corta è stata Intesa San Paolo. La sperimentazione è iniziata ormai più di un anno fa ed è stata proposta ai circa 28mila dipendenti del gruppo che lavorano nelle filiali. Di loro, circa il 70% ha scelto di abilitare la settimana lavorativa di quattro giorni. Nelle scorse settimane si sono aggiunte altre due aziende. Una è Lamborghini, che ha firmato un nuovo accordo sindacale che prevede l’alternarsi di una settimana da 5 giorni e una da 4. L’altra è EssilorLuxottica, che ha proposto ai propri dipendenti la possibilità di applicare la settimana lavorativa di quattro giorni per venti settimane all’anno. Per il gruppo della famiglia Del Vecchio, si tratta soltanto dell’inizio «di un percorso che porta finalmente nelle fabbriche quella valorizzazione di tempo e spazio personale che fino ad oggi è stata un’esclusiva del mondo degli uffici», spiega alla Stampa Piergiorgio Angeli, responsabile delle Risorse umane.
I vantaggi della settimana corta
Stando a quanto stima l’Istat nel suo rapporto «Misure di produttività, anni 1995-2022», una riduzione dell’orario potrebbe incidere positivamente sull’attività delle imprese. La produttività, infatti, diminuisce dello 0,7% per effetto dell’aumento delle ore lavorate. Secondo alcuni esperti, l’introduzione di una settimana lavorativa di quattro giorni potrebbe ovviare a questo problema, permettendo allo stesso tempo di migliorare la salute mentale dei dipendenti. «Non c’è niente di naturale nel lavorare cinque giorni – spiegava l’economista Pedro Gomes lo scorso anno in un’intervista a Open -. La settimana lavorativa è un costrutto sociale, politico ed economico che dovrebbe cambiare ed evolversi man mano che le società cambiano ed evolvono».
(da Open)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO ESTREMISTA DI DESTRA DA’ ALLA GENTE L’IDEA DI POTER INSULTARCI LIBERAMENTE”
«La missione cristiana è peggiore di quella di Hamas. Morte ai
missionari. Un missionario è un nazista».
Era il 27 dicembre quando sul muro del cimitero cristiano ortodosso sul Monte Sion, dinanzi all’abbazia benedettina della Dormizione, apparve questa scritta.
L’abbazia si trova in un luogo difficile. Fuori dalla porta di Sion, nei pressi del Cenacolo, dove secondo la tradizione si è celebrata l’Ultima Cena. Qui c’è anche il cenotafio del re Davide, con annessa sinagoga e diverse scuole religiose ebraiche, con presenza di molti haredim, ebrei ortodossi, che vedono come un affronto la presenza dei luoghi cristiani lì dove c’è la tomba del «fondatore» di Israele, di Gerusalemme come capitale ebraica. Sarà per questo che la Dormizione, i suoi monaci e il suo abate, sono spesso oggetto di episodi di violenza.
L’ultimo, sabato sera. Dom Nikodemus Schnabel stava tornando in abbazia accompagnato da una giornalista, quando due giovani ortodossi gli hanno sputato contro. Ha ripreso tutto, e i giovani sono stati identificati e arrestati dalla polizia. Il patriarcato Latino, ha condannato l’episodio.
Ma gli episodi di violenza da parte degli ebrei nei confronti dei cristiani, siano cattolici, ortodossi, armeni, siano religiosi o pellegrini, a Gerusalemme, non solo in città vecchia, sono numerosi. Hana Bendcowsky, è portavoce del Rossing Center for Education and Dialogue, che si occupa anche di monitorare questi episodi.
«Sono oltre venti anni che abbiamo a che fare con questo genere di cose e abbiamo notato un incremento dei casi. Sospettiamo che questo abbia a che fare con l’atmosfera generale del paese che tende a voler piano piano escludere o isolare chiunque non sia ebreo. C’è un generale sentimento di intolleranza verso gli altri e poi anche l’idea che questo genere di atti non siano puniti”. Per la Bendcowsky, «il fatto che ci sia un governo di destra con molti estremisti al suo interno, molti religiosi, ministri che per primi discriminano, dà alla gente l’idea di poter agire liberamente, dimostrando la propria intolleranza senza aver paura che gli possa accadere qualcosa».
Responsabili di questi episodi di intolleranza, dagli sputi alle scritte, dagli attacchi fisici a religiosi e pellegrini al danneggiamento di proprietà della chiesa, sono sia haredim che estremisti, coloni. «Gli ebrei – spiega Bendcowsky – ancora lavorano per combattere l’antisemitismo e la sfida è vivere tra i cristiani. Nel tempo molte cose sono cambiate ma tradizionalmente e dal punto di vista religioso non si vede un cambiamento di attitudine degli ebrei verso i cristiani. Ora il problema anche a livello teologico è quello di affrontare le differenze tra ebrei e cristiani e capire che bisogna rispettarle».
Spesso i francescani, che custodiscono i luoghi santi, sono oggetto di episodi di intolleranza, come quando un ebreo americano con problemi psichiatrici ruppe una statua nel santuario della Flagellazione, sulla via Dolorosa, uno dei luoghi più colpiti.
Oppure di mira sono presi conventi e chiese nei pressi di quartieri ortodossi. Chi reca segni religiosi è spesso oggetto di sputi, improperi o violenze peggiori, come lanci di pietre. Un giornalista, insieme ad un francescano, alcuni mesi fa percorse le strade della città vecchia vestito con un saio, facendosi filmare di nascosto da un operatore. Fu oggetto di sputi e altri episodi. Proprio nei pressi della Dormizione un giovane soldato gli sputò, lui si svestì e lo bloccò. Intervenne la polizia che arrestò il giovane.
Le Autorità israeliane da poco tempo cominciano a condannare gli episodi. “Pensiamo – spiega Bendcowski – che oltre al fatto che le autorità reagiscano e puniscano tali episodi, l’altra cosa importante è educare. Se la maggior parte della gente condanna pubblicamente, pian piano si potrà avere una atmosfera di delegittimazione di questi atti. E magari queste persone ci penseranno due volte prima di sputare o di dire cose offensive. Nel paese si deve diffondere il pensiero che queste sono cose inaccettabili e in tal modo anche le autorità seguiranno questa via, la polizia dovrà reagire in maniera più pronta e adeguata e bisogna anche capire che queste cose danneggiano l’intero stato di Israele e le sue relazioni con la comunità cristiana. Io immagino – conclude Hana – quello che succederebbe se all’inverso ci fosse un attacco del genere contro ebrei in un paese europeo: la polizia, i governi, le autorità reagirebbero sul momento. Qui è una situazione diversa e richiede più tempo e più sforzi”.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
NEL CPR ROMANO AGGHIACCIANTI STRATAGEMMI PER USCIRE DA UNA STRUTTURA VERGOGNOSA
Un ragazzo di neanche ventidue anni, Ousmane, si è tolto la vita ieri mattina, prima dell’alba, nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Roma, a Ponte Galeria. Era lì da cinque giorni, proveniente da Trapani, dove era stato rinchiuso sin dal mese di ottobre, in attesa – come si dice – di identificazione e di espulsione.
Con il suo lavoro in Italia avrebbe voluto mantenere i suoi fratelli più piccoli in Guinea, e invece è stato fermato e rinchiuso in un Cpr per tre mesi e poi, non essendo riusciti a rimpatriarlo, ancora per altri tre mesi. Lo ha raccontato a un’operatrice di Ponte Galeria, della sua frustrazione per non poter essere utile alla sua famiglia e per l’assurdità di una detenzione senza ragione e senza scopo, destinata solo a protrarsi fino al limite dei diciotto mesi voluti dal decreto Cutro.
Tre mesi, e poi altri tre, e poi fino a un anno e mezzo, in un ambiente ostile e inospitale, privo di qualsiasi attività, che i suoi compagni ci hanno ripetuto essere privo di acqua calda, con un solo telefono funzionante per decine di persone, con un vitto scadente e sempre uguale a se stesso, con lenzuola e biancheria fornite solo all’ingresso.
Ousmane a un certo punto non ce l’ha fatta più, e dopo averlo scritto su un muro, si è impiccato, e a nulla sono valsi il tentativo dei suoi compagni di salvarlo, tirandolo giù dalla grata a cui si era legato, e poi l’intervento dei sanitari e infine dell’ambulanza, che non ha potuto far altro che constatarne il decesso.
La Procura ci dirà che altro c’è da sapere su questa tragedia. Intanto sappiamo che nei Cpr non è previsto un piano di prevenzione per il rischio suicidario e che l’“idoneità alla vita ristretta” è valutata una volta per sempre, all’inizio del trattenimento, da un medico che potrebbe anche non aver mai visto com’è e come funziona un Cpr.
E a Ponte Galeria abbiamo scoperto che si è diffuso un nuovo agghiacciante stratagemma per uscirne: ci si rompe le gambe a forza, scalciando contro i muri o lanciandosi dal tetto del reparto detentivo o dalla sommità delle recinzioni che li chiudono. Se ti “va bene” e almeno una gamba si rompe, ti viene prescritto l’uso di una stampella, che è oggetto pericoloso in quelle gabbie di disumanità, e allora ti si aprono le porte del Centro per inidoneità sopravvenuta al trattenimento. Se non è questo il mondo al contrario, non so quale altro possa essere.
(da Huffingtonpost)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
IL (FORSE) EX SOTTOSEGRETARIO FA SUO IL MOTTO “MUOIA SANSONE CON TUTTI I FILISTEI”
Eccola la lettera a Giorgia Meloni, annunciata ieri sera da
Vittorio Sgarbi. E in effetti, come era stato anticipato dallo stesso critico d’arte, non si tratta di un passo indietro canonico.
Non scrive in modo esplicito “mi dimetto”, lo lascia tra le righe quando afferma di avere “rispetto delle istituzioni alle cui decisioni io mi sono rimesso”.
Nel testo, pubblicato dal Corriere della Sera, ribadisce di non essere d’accordo con la decisione dell’Antitrust, che stamattina è diventata pubblica, sulla sua incompatibilità con la carica di sottosegretario alla Cultura e ripete che farà ricorso al Tar. Ma soprattutto parte al contrattacco trascinando dentro anche la premier e ricordando tra l’altro che promuovere e vendere i propri libri “l’hai fatto anche tu”.
“Il governo – scrive – ha promosso una indagine sul conflitto di interessi all’interno del governo” e lo ha fatto “per mano di un suo ministro” cioè Gennaro Sangiuliano, al quale Sgarbi non perdona di aver inoltrato all’Agcm le lettere anonime che denunciavano l’incompatibilità. A questo punto, contesta il sottosegretario dimissionario, “è giusto che io chieda all’Antitrust che si estenda l’indagine a tutte le istituzioni, con gli stessi criteri. Non per ritorsione, ma per rispetto delle istituzioni alle cui decisioni io mi sono rimesso”. E alla presidente del Consiglio invece domanda che si faccia “garante della integrità del governo quanto a possibili incompatibilità”.
In sostanza: vediamo quanti nel governo sono nella mia situazione. E tutti siano chiamati a rispondere delle loro attività professionali extra istituzionali ed eventualmente a dimettersi, se proprio lo devo fare io. Che poi questo è ancora tutto da verificare, secondo Sgarbi. Il quale insiste: “Secondo le norme vigenti, occorre che l’attività ‘connessa’ a quella ministeriale sia svolta in modo ‘professionale’, e fa sorridere che uno possa, ‘per professione’, autografare e presentare libri o inaugurare mostre, e che ciò possa distorcere la funzione pubblica”. E rivolgendosi a Meloni aggiunge : “L’Antitrust non ha detto ‘Non va bene questo o quell’attività della vita di Sgarbi’, ma la sua ‘intera attività di scrittore, narratore curatore e storico d’arte’ (e con ciò anche promuovere e vendere i propri libri, come anche tu hai fatto): cioè è la mia vita. Si tratta, come si capisce subito leggendone la forzata motivazione, di una decisione tanto ‘politicamente corretta’, quanto giuridicamente scorretta”.
D’altra parte l’aveva anticipato, ieri sera: “Non sono ancora un ex sottosegretario”, le dimissioni “devo ancora negoziarle col governo” e “l’agonia” (politica) sarà lunga. Non solo per lui, evidentemente.
Tutto questo mentre Sgarbi finisce al centro di nuove accuse: ieri sera Report ha intervistato il suo ex assistente Dario Di Caterino secondo il quale il sottosegretario “ha ricevuto soldi anche in contanti” per le sue attività personali, mentre già faceva parte del governo. E nel corso della trasmissione si è fatto riferimento ad autisti utilizzati come prestanome: uno di loro sarebbe stato ricompensato con un assessorato antimafia in uno dei tanti Comuni guidati da Sgarbi in questi anni come sindaco. Nei giorni scorsi si erano registrate le intemperanze volgari del critico d’arte proprio contro un giornalista del team di Report. Poi erano arrivate le scuse.
(da La Repubblica)
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Febbraio 4th, 2024 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLE RIFORME ISTITUZIONALI ASSEDIA L’ORECCHIO DI SANGIULIANO DI TELEFONATE PER FAR TRASLOCARE NEL TEMPIO DELLA LIRICA FORTUNATO ORTOMBINA, OGGI SOPRINTENDENTE DEL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, DOVE SUO FIGLIO È ORMAI DI CASA… ALTRI MUSICANTI SI FANNO AVANTI. BEATRICE VENEZI, ALBERTO VERONESI, NAZARENO CARUSI
“Caro Merlo, sembra esserci un gran lavorio per portare Alvise Casellati sul podio della Scala”, ha scritto un lettore di “Repubblica” ieri alla rubrica della Posta. “Ho letto che la ministra delle Riforme, Maria Elisabetta Casellati starebbe facendo fuoco e fiamme pur di vedere l’erede brandire la bacchetta nel tempio della lirica tricolore”. Gli ha risposto Francesco Merlo: “Mi rifiuto, ohibò, di credere che questo familismo sia vero e che sia possibile alla Scala”.
Sgombriamo, anzitutto, il campo da questo secondo italico aspetto: il familismo alla Scala si può, eccome: basti dire che il regista dell’opera attualmente in scena è Daniele Abbado, figlio di Claudio, e della prossima sarà Chiara Muti, figlia di Riccardo. Ci fermiamo qui, ma dai direttori scendendo sino alle maschere la Scala è un fenomenale parterre familistico.
Per arrivarci a dirigere, però, ci vuol cosa e cosa… e, forse per questo, la mamma-ministra ha preso la via del Lombardo-Veneto: conquistare prima Venezia e poi, con opportuni traslochi, il sacro tempio della musica colta, la Scala di Milano.
Lo scorso primo gennaio, dopo il concerto di Capodanno alla Fenice, la mamma-ministra dichiarò: “La Fenice costituisce un punto di riferimento della cultura italiana. Oggi l’essere qui è anche un riconoscimento per un evento che viene seguito in tutto il mondo”. Bella forza, alla Fenice, soprintesa dal bravo Fortunato Ortombina, suo figlio è ormai di casa.
Ha esordito nel 2011 in un concerto per l’Unità d’Italia per dirigere poi diverse opere: “Il signor Bruschino” nel 2018, “La scala di seta” (per quella di pietra deve attendere) nel 2019 fino al “Matrimonio segreto” nel 2023 anno in cui lo troviamo impegnato anche il 6 febbraio presso le sale apollinee in un incontro tenuto insieme al regista Luca De Fusco, recentemente catapultato da Genny Sangiuliano alla direzione della Fondazione del Teatro di Roma, tra mille polemiche.
Un’altra accogliente arena dell’Alvise Casellati è sempre nel Veneto felix. E’ l’Arena di Verona, dove era amministratore Gianmarco Mazzi, ora sottosegretario e nume di Sangiuliano per le note. Qui, Alvise, nel 2022 ha diretto nel “Nabucco” uno dei maggiori baritoni italiani, Luca Salsi, ora alla Scala. Forse sembrava troppo fargli dirigere lo scorso concerto di Natale in Senato dove la mamma fu presidente e dove Mazzi, ovviamente, ha portato la “sua” Arena di Verona (ora si ripromette di fare un altro “Concerto di Natale” il 7 giugno).
Se felix è il Veneto e non Milano, ecco l’idea materna di portare Venezia sotto la Madonnina (tipo Napoleone, diciamo), ovvero l’idea di spedire alla Scala il tanto buono e tanto caro sovrintendente della Fenice, Fortunato Ortombina. Le telefonate a ‘’Sangennaro’’ e a Mazzi sono state così insistenti, si dice, che il ministro della Cultura ha telefonato a sua volta al sindaco Beppe Sala (che di diritto è il presidente della Scala) suggerendo il nome di Ortombina come successore di Meyer.
Ma i danée per mandare avanti la baracca, oltre allo Stato, non ce li mette Sala (che, anzi, toglierebbe volentieri quelli del Comune) bensì il suocero di Sala, sua santità Abramo Bazoli, nume tutelare e unico di Intesa Sanpaolo. Ovviamente Lady Maria Elisabetta Alberti, coniugata Casellati, ha chiesto di incontrare il Grande Vecchio della Scala. Purtroppo, verso Brescia, dove abita la dinastia Bazoli, la linea telefonica della Casellati non prende.
Il presidente emerito di Banca Intesa, un saggio novantunenne che ha sempre detestato quell’intreccio politico del pecoreccio romano che scambia la prima dell'”Ernani” con la prima di Armani, confonde il Parmigianino con il pecorino, e rifiuta l’Ultima Cena di Leonardo perché hanno già mangiato, incarna l’ultimo baluardo di quella Grande Borghesia lombarda che si celebrava occupando i palchi della Scala.
Sul fondo c’era Arnoldo Mondadori, ed aveva come custodi a destra Angelo Rizzoli e a sinistra Edilio Rusconi. Da quest’altra parte si poteva ammirare Giovambattista Falk e Giovanni Pirelli, là al centro Angelo ed Erminia Moratti, e accanto i Borghi e i Radice Fossati; davanti a tutti troneggiava Annibale Brivio Sforza nel suo ruolo di intercettatore dell’aristocrazia lombarda. Il palco, poi, diventava proscenio all’arrivo dei Crespi, proprietari del Corriere della Sera.
Tutto finito. Oggi, nella città più amata da Stendhal, troneggianti sul palco reale, ti ritrovi Ignazio La Russa e Gennarino Sangiuliano, Vittorio Sgarbi e Daniela Santaché, con l’agitatissima Lady Casellati che non molla il sogno di vedere il suo pupone, bacchetta in mano, alla guida dell’orchestra scaligera e racconta agli amici di avere nel cda della Scala già il consenso di Fedele Confalonieri.
Coma mai tanta agitazione dal momento che il sovrintendente Dominique Meyer e il Cda della Scala scadono esattamente tra un anno? Perché i giochi si fanno adesso (anzi, per il sovrintendente in affiancamento siamo pure in ritardo). Una decisione che è nelle manine del
Cda della Scala che oggi è così composto: il presidente di diritto, il sindaco Beppe Sala (“coniugato’’ Bazoli), più nove membri:
Francesco Micheli e Maitè Carpio Bulgari di nomina ministeriale (il ministero della Cultura sgancia circa 30 milioni all’anno alla Scala), il pianista-pubblicista Nazzareno Carusi di nomina della Regione Lombardia, Alberto Meomartini per la Camera di Commercio e poi i privati: Giovanni Bazoli (Banca Intesa), Giacomo Campora (Allianz), Claudio Descalzi (Eni), Aldo Poli (Banca del Monte di Lombardia), oltre al sovrintendente in carica.
La commissione che deve suggerire al sindaco il prossimo sovrintendente è composta da Bazoli, Micheli e Meomartini. Inoltre, come succede in tutti i teatri d’opera al di là delle Alpi, si vuole procedere con una “doppia” nomina: sovrintendente e direttore musicale. Dato per impossibile che Sangiuliano rinnovi i due consiglieri nominati dal predecessore Dario Franceschini, Micheli e Bulgari, la nuova egemonia culturale fazzolara se la dovrà vedere con la Milano calvinista del “Qui, non si usa” che ancora deve digerire l’ingresso di Geronimo La Russa nel cda del Piccolo Teatro, secondo sacro tempio della cultura meneghina.
Alvise Casellati non è l’unica casella che balla nel Minculpop musical-meloniano. Altri musicanti si fanno avanti. Della Venezi e del suo lato B(ioscalin) ormai tanto si è detto. Pare che, a microfoni spenti, anche i musicisti dei Pomeriggi musicali di Milano, dove la biondissima ha diretto la scorsa settimana, abbiano dichiarato che “sul palco lei non dirige, balla”. Cioè, non anticipa, segue.
Nel grande walzer del post-amichettismo dei compagni anche altri si sono lanciati o si stanno lanciando, sebbene per ora la Meloni si fidi solo dei camerati di lunga appartenenza (Giuli, Buttafuoco…): questo è il curriculum richiesto.
Alberto Veronesi è il direttore d’orchestra divenuto famoso per aver diretto bendato (a occhi chiusi) la scorsa inaugurazione del Festival pucciniano in segno di protesta contro la regia “non tradizionale”.
Nel settembre 2020 questo figlio del professor Umberto, soprannominato dai maligni “Tanto tumore per nulla”, era parte integrante dell’amichettismo di sinistra. “Caro Salvini – scriveva Veronesi nel 2020 – davvero vuoi farci credere che la Lombardia di Attilio Fontana si un modello preferibile alla Toscana di Enrico Rossi?”.
Ai tempi, Veronesi era candidato con il Pd in Toscana e prima aveva sostenuto Beppe Sala per la corsa a sindaco di Milano (se ne ricorderà?). Poi, oplà, con un primo walzer si candida a Lucca sostenuto dal Terzo polo. Quindi, doppio passo e alle scorse regionali in Lombardia si è candidato con Fratelli d’Italia per il rinnovo di Attilio Fontana. Trombato. “Non sono un politico di professione – dichiarò allora -. Sono un direttore di orchestra e mi ritengo libero: la libertà va tutelata”. Libertà va cercando, ma anche un posto dove sedersi a lui più adatto del podio. Lo prenderebbe anche bendato, a occhi chiusi.
L’abruzzese Nazareno Carusi, pianista di buon talento, divenne all’improvviso il ventriloquo dell’ex critico musicale di “Giornale” e “Corriere” Paolo Isotta, sino ad imitarne così bene lo stile dotto e artificioso tanto che i maligni sostenevano fosse l’Isotta stesso l’autore. Isotta, omosessuale di destra cacciato dalla Scala per i suoi comportamenti, era ancora l’aedo di Riccardo Muti (prima di rivoltarsi contro) e per specularità lo divenne anche Carusi.
Muti lo ricompensò e non si vergognò di definire Carusi “pianista di altissimo valore”, per non parlare di Isotta, che lo riteneva l’erede della scuola russa, praticamente Arthur Rubinstein. Lanciato nientedimeno che dal programma di Mediaset Mattino Cinque, nel 2018 Carusi – nonostante ‘si grandi apprezzamenti – pensò bene di ritirarsi dall’attività concertistica (nessuno se ne accorse).
Fu allora che il corregionale Gianni Letta lo lanciò nel management culturale. Carusi divenne membro del comitato artistico della Filarmonica e poi il grande balzo: la Scala. Non come pianista – questo ce lo siamo risparmiati –, ma come consigliere di amministrazione, sebbene non di nomina governativa perché al Governo c’era Franceschini. Fu chiesto alla fontaniana Regione Lombardia, che nomina un membro nel Cda del Piermarini. E lì si trova in speranza di un destro rinnovo o di una direzione artistica.
(da Dagoreport)
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