Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
PER OGNI EURO SPESO PER LE INTERCETTAZIONI LO STATO NE INCASSA ALMENO 10 CON I SEQUESTRI DEI BENI DI MAFIOSI E CRIMINALI…I PROCURATORI ANTIMAFIA COMPATTI CONTRO IL TETTO DI SPESA VOLUTO DAL GUARDASIGILLI: “È UN’INGERENZA POLITICA”
C’è grande confusione sotto il cielo di Roma su uno dei temi più
dibattuti del mondo della giustizia: le intercettazioni. Più della trascrizione o meno dei nomi di terze persone che parlano al telefono con gli indagati che – parola del ministro Carlo Nordio – «rovinano vite intere senza razionalità giuridica», più dell’abolizione dell’abuso d’ufficio, contestazione penale “nemica” dei sindaci e dei pubblici amministratori rientrante – sempre copyright Nordio – in un sistema di reati contro la pubblica amministrazione «ormai obsoleto» non foss’altro perché le intercettazioni incidono sulla maggioranza delle inchieste non su una singola condotta di reato.
In questo quadro di progressiva distanza tra esecutivo e toghe una cosa è certa: alla ventilata ipotesi del ministro di razionalizzare le spese per questo strumento di indagine («il suo utilizzo è eccessivo, sproporzionato, nel numero e nei costi rispetto ai risultati. E la sua spesa sfugge a ogni controllo perché le procure non hanno un budget e anche su questo interverremo») c’è il muro dei dirigenti delle principali procure italiane, investigatori di prim’ordine e dell’associazione nazionale magistrati.
E a poco sono servite, perlomeno nell’ottica di rasserenare i capi degli uffici giudiziari – le supposte garanzie che nulla sarebbe cambiato «sui reati di mafia e terrorismo e per altre condotte di certa gravità». Perché qui la partita è molto più ampia.
«Queste due categorie sono abbastanza vaghe – ragiona il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia – perché investigativamente radicano da reati fine per i quali non si comprende la casistica del ventilato taglio». Nicola Gratteri, procuratore di Napoli rincara la dose: «Sappiamo ogni giorno, perché emerge nelle indagini che portiamo avanti, che ascoltando i mafiosi finiamo per sentire anche pubblici amministratori, professionisti e anche politici. Se si esclude la possibilità, ad esempio, di utilizzare il Trojan (un virus informatico inoculato nello smartphone che permette di ascoltare) per reati come corruzione, concussione e peculato è ovvio che si configura una limitazione rilevante. Molte volte partendo da queste condotte si arriva alla mafia e viceversa».
Sui costi lamentati dal ministro: «Un anno e mezzo fa a Catanzaro abbiamo fatto un listino prezzi con il quale abbiamo abbassato la spesa per le intercettazioni del 50%. A questo listino si sono prima adeguate le procure di Napoli e Milano e il 15 dicembre scorso il ministero della giustizia ha fatto entrare in vigore un listino delle intercettazioni con gli stessi standard di costi. Ogni anno in Italia si spendono 200 milioni e il ministro dice che sono troppi ma basta guardare a quanto torna nelle casse dello Stato con sequestri e confische».
Ed effettivamente i numeri sono il primo solco che scava il fossato tra le parti. Il tema del tetto alla spesa, di un ipotetico e fumoso budget da imporre alle procure è percepito dai capi degli uffici giudiziari come confine ideale (ma anche pratico) invalicabile. Dice Santalucia a La Stampa che «con quest’idea del budget il potere esecutivo interferisce con l’azione giudiziaria. È a ben vedere una forma surrettizia per introdurre una dipendenza della magistratura dalle scelte dell’esecutivo. Le inchieste realizzate grazie – anche – alle intercettazioni generano un beneficio all’erario in generale ma anche ai ministeri della Giustizia e dell’Interno. Il processo è dunque anche un fattore di ricchezza, ma il ministro sembra quasi legato a un’idea da superare e cioè quella che la giustizia sia solamente un fattore di spesa».
A Napoli, ad esempio, la spesa complessiva nel 2023 per effettuare intercettazioni è di 5,89 milioni ma il valore di beni mobili e immobili sequestrati è di 197,9 milioni. A Reggio Calabria, nella procura guidata dal magistrato Giovanni Bombardieri spesi 7,9 milioni, sequestrati (e confiscati) beni e contanti per 825 milioni. A Milano (spesa circa 10 milioni, sono stati una trentina negli ultimi 3 anni) e Torino (3,5) si contano sequestri per centinaia di milioni.
E poi ci sarebbe da discutere su quante tonnellate di droga vengono intercettate e distrutte (decine all’anno) con conseguente mancato ingresso nella società e relativo valore di attenuazione del danno. Un parametro incalcolabile.
A Palermo dove insistono indagini complesse e articolate (per esempio quella, tra le tante, sulla latitanza – che segue all’arresto – di Matteo Messina Denaro) le captazioni informatiche sono costate 30,47 milioni ma alla voce “sequestri” il jackpot segna 322,1 milioni.
Il procuratore Maurizio De Lucia (come già detto all’inaugurazione dell’anno giudiziario una settimana fa) parte proprio dalla cattura dell’ultimo degli stragisti dei Corleonesi avvenuta a Palermo poco più di un anno fa, per raccontare come a fronte «di un apparente grande massa di denaro, solo nel corso delle perquisizioni effettuate (a casa del boss ndr) nel gennaio 2023 sono stati sequestrati 500 mila euro in gioielli e 300 mila in contanti: somme subito confluite nel fondo unico della giustizia (Fug)».
A chiudere la questione “costi” ci pensa Giuseppe Cascini procuratore aggiunto di Roma. «Escludo possa esserci un problema di eccesso di spesa. C’è stato un periodo, anni fa, in cui ogni procura aveva le sue regole e le sue prassi; furono creati dei listini prezzi fatti dai singoli uffici giudiziari che trattavano direttamente con le ditte. Oggi si è arrivati a una drastica riduzione con prezzi prestabiliti e costi definiti».
(da La Stampa)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
STUDI SCIENTIFICI DIMOSTRANO CHE LA MORTALITÀ IN UN IMPATTO FRONTALE PASSA DAL 90% A 50 KM/H ALLO 0-5% A 30 KM/H… SALVINI PREFERISCE AIZZARE LA POPOLAZIONE CONTRO I SINDACI CHE HANNO AVUTO IL CORAGGIO DI PRENDERE UNA DECISIONE IMPOPOLARE IN NOME DELLA SICUREZZA
Bologna è la prima grande città italiana a introdurre il limite dei 30 chilometri orari su una vasta zona della città, esclusi i viali e le strade a grande scorrimento. Il limite in realtà c’è da 6 mesi, però dal 16 gennaio il sindaco ha deciso di farlo rispettare. I vigili dotati di telelaser hanno fatto le prime multe e il caso è diventato politico.
Entriamo nel merito con gli ultimi dati Istat sul 2022: in Italia gli incidenti stradali hanno causato 223.475 feriti e 3.159 morti. I numeri riferiti agli anni precedenti dicono che i feriti gravi sono sempre oltre i 15 mila.
Il 73% degli incidenti avviene sulle strade urbane. Tanti, non solo da noi, ma ovunque nel mondo il maggior numero di incidenti e vittime avviene proprio nei centri urbani. Per ridurli in Europa i sindaci hanno cominciato a introdurre i limiti a 30 km orari già dagli anni Novanta. La prima è stata Londra in alcune zone del centro nel 1991; oggi si va a 20 miglia (32 km orari) su 140 chilometri di strade.
Negli ultimi cinque anni si sono aggiunte altre 34 grandi città europee, su aree molto vaste: da Barcellona, a Madrid, Parigi, Bruxelles, Berlino, Monaco, ecc.. Con quali risultati?
Di quanto calano le vittime
Lo studio pubblicato degli esperti della London School of Hygiene and Tropical Medicine – pubblicato sul British Medical Journal – ha valutato le conseguenze dell’introduzione delle zone 20 miglia, comparando i risultati su un arco temporale di vent’anni (dal 1986 al 2006) tra le vie con il limite di velocità e quelle adiacenti a 30 miglia (48 km orari).
L’introduzione delle 20 miglia orarie viene associata a una riduzione del 41,9% delle vittime della strada. La riduzione percentuale, scrivono gli autori, «è stata maggiore nei bambini più piccoli e per le vittime o feriti gravi rispetto ai feriti lievi». Sotto i 15 anni c’è un dimezzamento netto di morti e feriti gravi.
Gli stessi esperti hanno confrontato anche le categorie: tra i pedoni, i morti e i feriti gravi sono calati del 34,8% nelle zone 20 miglia, mentre nelle vie adiacenti sono saliti del 2,1%. Tra i ciclisti il calo delle vittime è del 37,6% nelle strade 20 miglia, mentre in quelle a 30 miglia salgono di oltre il 2%. Altri 9 studi analizzando i dati fino al 2019 indicano tutti una diminuzione degli incidenti, dei feriti gravi e morti.
Il costo sociale
Ogni incidente ha un impatto significativo. Il costo sociale degli incidenti stradali lo stima anche l’Istat: nel 2022 su tutto il Paese, e inclusi quelli che si sono verificati nelle aree extraurbane, è stato di 17,9 miliardi di euro, pari allo 0,94% del Prodotto interno lordo di quell’anno. Una cifra enorme.
Impatto veicolo-pedone
Un’analisi molto dettagliata sull’impatto veicolo-pedone è stata realizzata dall’ing. Salvatore Golfo dell’Università di Palermo, che ha studiato le conseguenze dopo lo scontro con un veicolo che procede a velocità differenti – 20, 30, 40 e 50 chilometri orari – e con un punto di impatto frontale o laterale. Alla fine ne ha calcolato – tra le altre cose – anche l’«Hic» ( Head injury criterion ), cioè l’indicatore che misura la probabilità di trauma cranico derivante da un impatto. Tradotto: rischio trauma cranico grave del 9% nell’impatto frontale a 30 km orari in frenata. Rischio che sale al 30,5% se l’impatto avviene a 50 orari. A velocità costante si passa dal 9,5% al 36%.
Se si va a vedere il tasso di letalità, nei diversi test di laboratorio condotti dall’ing. Golfo si arriva al 50% di mortalità se l’auto colpisce il pedone lateralmente a 50 chilometri orari, ma va dallo zero al 5% se il veicolo procede a 30 chilometri orari. Probabilità che non cambia in caso di impatto frontale a velocità costante, mentre sale al 90% di mortalità se lo stesso mezzo viaggia a 50 chilometri orari.
Impatto ambientale
Le auto che vanno più piano inquinano di più o di meno? La letteratura scientifica non è ancora molto vasta sul tema, ma al momento sembra che l’introduzione delle zone 30 abbia effetti positivi. Uno studio ha effettuato delle simulazioni al computer e dei test reali su strada — a Berlino — e l’esito è che la riduzione della velocità da 50 a 30 chilometri orari taglia del 40% le emissioni di NOx (ossidi di azoto) e del 10% di PMx (polveri sottili).
Il Journal of Transport & Health nel 2022 scrive che una guida a 20 miglia orari comporta una riduzione del 33% di accelerazione e frenata e quindi una riduzione delle emissioni di ossidi di azoto. Più in generale porta un beneficio ambientale perché c’è un minor consumo di carburante del 12%.
La direttiva Salvini
I dati sulla sicurezza dovrebbero essere noti al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, visto che il ministro Salvini aveva promosso l’iniziativa di abbassare il limite di velocità finanziando con 13 milioni una legge entrata in vigore a febbraio 2023. Il 24 gennaio 2024 cambia idea ed emette una direttiva di 7 pagine la cui sostanza è: mettere un limite sotto i 50 km orari generalizzato può risultare anche pericoloso. Il limite, come mostra la mappa della città, non è generalizzato, ma la questione diventa politica, e i sindaci si dividono fra favorevoli e contrari.
Il Comune di Padova ha annunciato che seguirà l’esempio di Bologna; Milano doveva partire il 1° gennaio 2024, ma il sindaco temporeggia. Intanto contro l’ordinanza «Bologna città 30» è partita una petizione, mentre FdI ha aperto un banchetto di raccolta firme in piazza.
Nella sua direttiva Salvini – tra le altre cose — scrive che «l’imposizione di limiti di velocità eccessivamente ridotti potrebbe risultare pregiudizievole sotto il profilo ambientale, nonché dell’ordinata regolazione del traffico, creando ingorghi e code stradali». Cioè l’esatto contrario di quello che si sta registrando a Londra, Bruxelles, Madrid, Monaco, Berlino, ecc.: tutte grandi città dove hanno pensato che andare più piano è solo una questione di abitudine.
E anche i più refrattari hanno ormai capito che perdere un semaforo in cambio di maggior sicurezza conviene a tutti. Per il nostro ministro è più conveniente preparare un decreto con cui impedire i limiti smontandone i controlli. E contemporaneamente aizzare la popolazione contro i sindaci che hanno avuto il coraggio di prendere una decisione impopolare per evitare il più possibile ai loro cittadini che un vigile, a un’ora del giorno e della notte, vada a suonare il campanello di casa.
Leonard Berberi e Milena Gabanelli
per il “Corriere della Sera”
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
“FU L’INVENTORE DEI BENI CULTURALI, LA SUA OPERA È LA FUCINA DELLA NOSTRA MODERNITÀ CULTURALE E POLITICA” …EDONISTA, COCAINOMANE E EROTOMANE, DISSE NO ALL’ALLEANZA DI MUSSOLINI CON HITLER: “IL MARRANO DALL’IGNOBILE FACCIA, PAGLIACCIO FEROCE”
Mussolini e d’Annunzio? Hanno assai poco in comune. La
figura di Gabriele d’Annunzio è ancora oggi oscurata da una marea di pregiudizi». No, il Vate, che venne definito il Giovanni Battista del fascismo, non fu per nulla al fianco del Duce nell’edificazione e nel consolidamento del regime. Andando controcorrente e contestando tanta produzione storiografica, Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale degli Italiani, tra i massimi esperti della storia e delle opere del poeta-soldato, da anni è impegnato a restituirci, priva di preconcetti, la figura del giornalista, politico, lirico, drammaturgo e romanziere, nonché uno degli scrittori italiani più ammirati all’estero.
In questi giorni, Guerri è al lavoro per allestire un’insolita mostra (curata da Andrea Baldinotti) che si terrà al Vittoriale, la storica dimora del poeta. Arriverà al lago di Garda, proveniente dagli Uffizi di Firenze, una raccolta di capolavori artistici (circa una trentina). Sono le tele a cui si è ispirato d’Annunzio nei suoi soggiorni fiorentini e che per la prima volta – a partire dal 9 marzo – verranno esposte insieme ai manoscritti di poesie, drammi e narrativa dello scrittore per il quale sono state fonte di illuminazioni.
Nell’opera del Vate la relazione tra immagini e parola scritta è molto stretta: Guerri è pronto alla sfida per farci comprendere quanto sia moderna e anticipatrice la sensibilità estetica dell’autore di Pescara. Altro che romanità e gagliardetti: D’Annunzio è la fucina della nostra modernità, questa è la linea interpretativa che guida da anni la ricerca del suo biografo.
Qual è l’attualità del “rivoluzionario”, come il poeta veniva definito da uno che di rivoluzioni se ne intendeva, Vladimir Ilic Lenin?
«Con la sintesi di letteratura e vita, di comportamento provocatorio e produzione di testi apprezzati dai maggiori autori a livello internazionale, da Proust a Hemingway, d’Annunzio ha rivoluzionato il modo di sentire e di essere della società italiana e l’ha influenzata arrivando fino ai nostri giorni. Nel 1904 confidava a Eleonora Duse il bisogno “imperioso della vita violenta, della vita carnale, del piacere, del pericolo fisico, dell’allegrezza”. Edonista, cocainomane ed erotomane, non sublimava l’eccesso ma lo praticava.
Trasformando la sensibilità collettiva, anticipava, per esempio, una delle nostre maggiori conquiste, la libertà di scelta nell’amore e nell’eros. Per secoli non è mai stato così. Ma oggi per la prima volta nella storia, anche grazie all’esempio anticonformista di d’Annunzio, siamo privi d’insensate barriere morali e possiamo individuare i nostri partner senza pregiudizi o limiti di nessun tipo. È stato inoltre un apripista anche sulla strada del consumismo.
Il gusto della lussuria si accompagnava nel dandy a quello del lusso. Spendaccione e maestro di eleganza, provava un’attrazione fatale per i beni materiali. Aveva creato una nuova marca di profumo, Aqua Nuntia, convinto che si sarebbe venduta in quanto associata al suo nome. Era un mago del marketing, un influencer che però non condizionava le masse bensì la classe dirigente, le élite».
Era un genio della politica e della comunicazione?
«Ipnotizzatore delle folle, ebbe tanti punti di contatto con i futuristi ma fu anche un precursore della politica attuale. In Parlamento, nel 1900, facendo molto clamore transitò dalla destra storica alla sinistra per protestare contro la sanguinosa repressione dei moti popolari da parte del generale Bava Beccaris. Rivendicò la libertà per i deputati di mutare opinione: “Di là i morti, vado verso la vita”, disse. Analogamente, almeno la metà dei nostri politici in quest’ultima legislatura ha praticato il cambio di casacca. Lanciò volantini su Vienna e altre città: da allora le aviazioni di tutto il mondo hanno cominciato a fare propaganda allo stesso modo e, da ultimi, gli americani in Afghanistan».
Torniamo allo stretto rapporto con il fascismo e Mussolini. Pregiudizio o verità?
«Pregiudizio originato dal fatto che il futuro Duce, che pativa molto il carisma del Vate, si appropriò di riti e miti creati dal poeta-guerriero. Quando nel 1919 i legionari guidati da d’Annunzio presero possesso di Fiume, contesa tra l’Italia e la Jugoslavia, lo scrittore impresse grande vitalità a quell’occupazione.
All’attuale governo di destra cosa può insegnare il letterato-politico?
«Non solo per questo governo ma per tante istituzioni d’Annunzio deve essere un punto di riferimento. È un maestro di audacia. Al momento di essere eletto deputato, nel 1897, si presentò come “il candidato della Bellezza”, spiegando che la ‘fortuna d’Italia è inseparabile dalle sorti della Bellezza, cui ella è madre nei secoli’. Fu l’inventore dei Beni culturali, non è poco».
Nazionalismo dannunziano e sovranismo attuale: c’è un rapporto?
«Il tratto in comune con il Duce fu l’ideologia nazionalista. D’Annunzio condivise la mussoliniana campagna di Etiopia, desideroso di ampliare i possedimenti della nazione, ma fu contrario all’intervento in Spagna e all’alleanza con Hitler, “il marrano dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce… pagliaccio feroce”, come lo definì. D’Annunzio voleva recuperare all’Italia Trento, Trieste e la Dalmazia, il sovranismo è altra cosa, è nato come reazione all’unità europea».
Il Vate si può considerare un esempio di libertarismo per i giovani del 68?
«I giovanissimi legionari di Fiume e i ragazzi delle barricate di Roma e Parigi volevano cambiare il mondo. In entrambi i casi si è trattato di un empito rivoluzionario senza un orizzonte preciso, tipico anche dell’avanguardista coraggioso. Per questa e tante altre eredità e condizionamenti oggi non possiamo non dirci dannunziani».
(da “la Stampa”)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
SOFFRI’ PER ALDO MORO (“L’HO UCCISO IO”), FRANCESCA MAMBRO E GIUSVA FIORAVANTI “PER LA STRAGE DI BOLOGNA LI CONSIDERAVA INNOCENTI”… “UNA VOLTA TROVAI IN CASA LA BRIGATISTA FARANDA: “MI DISSE LO STATO DEVE FARE PACE CON I TERRORISTI SCONFITTI”
Anna Maria Cossiga, qual è il primo ricordo di suo padre Francesco?«Siamo bambini a Sassari, io e mio fratello Giuseppe, di due anni più piccolo, e babbo per divertirci ci fa la casette di carta. Lo rivedo chino a ritagliare il cartone, aprire le finestrelle, mettere il cellophane al posto dei vetri…».
Il suo mentore era stato Giovanni Battista Montini.
«Sì. Ma poi aveva legato molto con Ratzinger, prima ancora che diventasse Papa. Quando fu eletto Wojtyla ci invitò a colazione, con tutta la famiglia. Lo ricordo gioviale, aperto, divertente. Mi chiese: “Quanti anni hai?”. Diciassette, Santità. “Ecco, adesso cominciano i guai”».
Lei quindi non ha mai votato Dc?
«No, sono sempre stata di sinistra, senza rimorsi; anche perché la prima volta votai solo per la Camera e babbo stava in Senato. Avevamo discussioni molto accese, molto libere. Una volta in un ristorante di Londra ci guardavano preoccupati, pensavano che stessimo bisticciando… Ma lui rispettava le mie idee. Anni dopo con un amico gallerista facemmo una mostra con le foto di tutte le scritte sui muri contro di lui: Kossiga con la kappa, Cossiga babbeo beccate ’sto corteo…».
Come reagì?
«Si divertì molto. Era severo su altre cose».
Quali?§«Mio fratello poteva andare in discoteca, io no: “Figlia mia, una brava ragazza in discoteca non ci va”. Quando feci il primo buco nelle orecchie si arrabbiò molto: “Figlia mia, cosa ti è venuto in mente, sembri una selvaggia!”. Quando feci il secondo ero già sposata, e lui disse a mio marito: “Adesso è un problema tuo”».
Era geloso dei suoi fidanzati?
«Sì. Difficilmente gli piacevano».
Con Andreotti com’era il rapporto?
«Un po’ freddo. Però quando mi stavo laureando, con una tesi sugli ebrei romani, babbo mi mandò da lui, dicendo che mi avrebbe indicato fonti e testimoni. Andreotti fu gentilissimo. Ogni tanto andavo a prendere il caffè con lui al Senato. Quando poi finì sotto processo, babbo lo difese a viso aperto. Era certo che le accuse fossero del tutto infondate».
A casa si parlava di politica?§«Molto. Anche di teologia. Di storia. E del conflitto israelo-palestinese».§
Suo padre come la pensava?
§«Babbo era sionista. Con Israele sino alla morte. Anch’io ero abbastanza filoisraeliana. Mio fratello invece era filopalestinese».
E del fascismo cosa diceva?
«Lo considerava il male assoluto. Veniva da una famiglia fortemente antifascista».
È vero che era massone?§«Suo nonno Francesco era massone: trentatré di rito scozzese. Lui no: troppo cattolico. Però andava orgoglioso del nonno».
Chi era Moro per Cossiga?
«Il maestro di politica. Aveva per lui grande ammirazione e grande affetto».
Con suo padre ho fatto molte interviste. L’unica che volle rileggere fu quella sul rapimento Moro. Mi disse che a un certo punto il governo l’aveva dato per perduto.
«È così. Proprio per questo babbo era umanamente disperato. Si decise di anteporre lo Stato. Lui era d’accordo, ma fu un colpo terribile. Subito gli venne questo ciuffo di capelli bianchi…».
Lei come apprese la notizia del sequestro?
«Avevo 17 anni, ero a scuola dalle suore irlandesi. La professoressa di latino e greco mi vide e disse: ma come, non sono ancora venuti a prenderti? Avevo la scorta, cambiavamo sempre strada per andare a scuola».
Come ricorda quei giorni?
«Babbo non c’era quasi mai. Ne parlammo poco. Quando giunse la notizia dell’assassinio ne soffrì enormemente. Ogni tanto ripeteva: “L’ho ucciso io”. E non nel sonno, com’è stato scritto. Da sveglio».
Si dimise da ministro dell’Interno, ma un anno dopo era presidente del Consiglio. Non aveva mai pensato a lasciare davvero la politica?
«No. La passione politica lo possedeva».
Aveva anche una grande passione per lo spionaggio.
«Sì, perché gli piaceva spiare. Lui stesso era un gran ficcanaso. Amava scoprire cose che altri non potevano sapere. Quando scoppiò la prima guerra del Golfo, babbo era già al Quirinale, io in America. Pensai di rientrare. All’aeroporto di New York notai quattro tizi che mi tenevano d’occhio, avevano le borse di un negozio dove gli italiani andavano a comprare gadget elettronici: erano palesemente uomini dei servizi segreti. Anni dopo ho scoperto che papà l’aveva battezzata “operazione Biancaneve”. La fanciulla tornava a casa».
Aveva continuato a seguire i suoi studi?
«Sono antropologa, ma iniziai l’università studiando storia delle religioni. Con un compagno stavamo ripetendo la parte sui popoli primitivi, in particolare gli zulu, che credono in un essere superiore chiamato Nkulu Nkulu. Babbo entrò in stanza: “Figlia mia, cosa sono queste porcherie?”. Era convinto della supremazia dell’Occidente. Io no».
Si parlò di un’infatuazione platonica per Federica Sciarelli, allora giornalista di punta del Tg3.
«Gliel’abbiamo chiesto pure noi figli! (Anna Maria ride). Ha negato nel modo più assoluto!».
Ci sarà stata qualche donna che lo affascinava.
«Margaret Thatcher. Con lei era galante, le mandava fiori, si scrivevano. Rimasero in contatto anche quando lei lasciò il governo. Certo, era una fascinazione politica: la lady di ferro.
Stimava molto anche Kohl. Meno Mitterrand.
Babbo non era filofrancese, preferiva gli anglosassoni. Era un amerikano con la kappa».
Al Quirinale all’inizio appariva silente. Poi cominciò a picconare.
«All’epoca abitavo a Londra. Lo chiamai: ba’, che succede? E lui: “Ho deciso di dire tutto quello che penso. E finalmente mi diverto”. A volte nella sua scrittura cuneiforme buttava giù note durissime; il prefetto Mosino e io tentavamo di ammorbidirle, ma lui le pubblicava tali e quali. Ogni tanto penso a cosa avrebbe combinato se avesse avuto i social…».
Scalfari, che era stato suo amico, schierò Repubblica contro di lui.
«Ci rimase malissimo perché Scalfari scriveva che prendeva il litio, lo faceva passare per matto».
Cosa prendeva, per davvero?
«Curava la depressione. Era bipolare. Lui stesso parlava dell’omino bianco — gioioso, allegro — e dell’omino nero, che vedeva tutto negativo. È una delle tante cose che ha passato anche a me, anche se in forma più leggera. Ma mi ha insegnato anche a non vergognarmi di avere un disagio psicologico».
Dopo il Quirinale tornò protagonista creando un partito e portando D’Alema al governo.
«Babbo si era innamorato di D’Alema. Considerava il suo capolavoro politico aver portato il primo ex comunista a Palazzo Chigi e avergli fatto combattere una guerra della Nato».
Com’era il rapporto tra loro?
«Affettuoso. Una volta lo incontrammo per strada e babbo mi presentò così: “Mia figlia vota Rifondazione”. E D’Alema: “Sia più moderata, voti per noi…”. A casa spesso venivano Minniti e Latorre. Quando Berlusconi disse che i comunisti mangiavano i bambini, babbo mandò a D’Alema un bambino di marzapane».
E Berlusconi?
«Babbo lo trovava irresistibilmente simpatico, ma non era il suo tipo di politico. Non l’ha mai votato. Mio fratello invece andò in Parlamento con Forza Italia».
Craxi?
«Quand’era potente non avevano un gran rapporto. Ma quando finì ad Hammamet babbo andò a trovarlo, e lo difese sempre».
Incontrava le persone più disparate.
«Aveva sempre la casa piena di gente. Una volta trovai in salotto Francesca Mambro e Giusva Fioravanti che prendevano il tè. Rimasi basita. Ma lui mi disse: “Figlia mia, per la strage di Bologna sono innocenti”. Un’altra volta trovai Adriana Faranda, la brigatista. Quella volta spiegò: “Figlia mia, lo Stato deve fare pace con i terroristi sconfitti”».
Aldo Cazzullo
per il Corriere della Sera
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
“NON SI HA RAGIONE PERCHÉ SI OCCUPA UN CERTO RUOLO, MA PERCHÉ SI ESIBISCONO FATTI CHE PROVANO LA TUA TESI. HA SBAGLIATO PERSINO EINSTEIN”
Il fisico e docente universitario Piero Martin, autore di un
saggio sul tema, ci spiega perché – nella scienza come nel calcio o nella vita – sbagliare ci fa bene
Eppure, errare non solo è umano, può essere anche utile per imparare qualcosa di nuovo, su se stessi e sul mondo. La scienza è costellata di errori che, lungi da rappresentare un fallimento, hanno in realtà fatto fare grandi progressi alla conoscenza. E una rassegna di sbagli (e abbagli) scientifici, forieri di nuove scoperte, è quella contenuta in Storie di errori memorabili (Laterza), ora in libreria e firmato da Piero Martin, professore ordinario di Fisica sperimentale all’Università di Padova.
Rievocare le “cantonate” degli scienziati (anche di grandissimi come Einstein e Fermi) permette a Martin di raccontare in modo originale vicende già note: dalla scoperta della doppia elica del Dna alla nascita del mito dei marziani. Ma l’elogio dell’errore scientifico, nelle intenzioni di Piero Martin, ci aiuta anche a essere più indulgenti con noi stessi
Professor Martin in che senso l’errore può avere un ruolo positivo, nella scienza come nella vita, o su un campo di calcio?
«Preferisco far rispondere Karl Popper, secondo cui “evitare errori è un ideale meschino: se non osiamo affrontare problemi che siano così difficili da rendere l’errore quasi inevitabile, non vi sarà alcuno sviluppo della conoscenza”. Inoltre la scienza ci insegna che se si vogliono fare progressi, in qualsiasi campo, bisogna essere lasciati liberi di sbagliare. E poi non vale il principio di autorità: non si ha ragione perché si occupa un certo ruolo, ma perché si esibiscono fatti che provano la tua tesi».
Perfino Albert Einstein, il genio per antonomasia, ha sbagliato?
«Ha sbagliato anche lui. E in un certo senso ha sbagliato due volte sullo stesso argomento. Scrive la teoria della Relatività generale, in un contesto in cui l’universo è considerato statico. Ma dalla sua teoria emerge un universo in movimento, che si espande. E allora Einstein introduce una “correzione” alla teoria, la costante cosmologica. Ma di lì a poco si dimostra che l’universo è in espansione: il padre della Relatività ammette l’errore e toglie la correzione. Alla fine degli anni Novanta però si comprende che il cosmo non solo si espande, ma lo fa a velocità crescente: per descrivere questo fenomeno c’è bisogno di reintrodurre nella teoria di Einstein una costante cosmologica».
Ci sono errori dovuti al fatto che gli scienziati si “affezionano” a una teoria e finiscono per non “vedere” i fatti e i dati che la confutano?
«Cito il caso di Giovanni Battista Riccioli, gesuita-scienziato che nasce una trentina d’anni dopo Galileo e fa esperimenti cruciali per provare le teorie galileiane. A un certo punto teorizza quello che poi sarebbe stato l’effetto Coriolis, una dimostrazione plastica che la Terra ruota intorno al Sole. Riccioli è però così legato alla sua visione geocentrica da non riuscire a fare l’ultimo passo».
Gli errori della scienza che lei racconta possono essere alla base della crescente sfiducia nella ricerca da parte di un pezzo della società?
«Temo che questo non dipenda dagli errori della scienza, ma dall’essersi disabituati alla fatica dell’apprendimento. Manca sempre più la consapevolezza che il sapere, quello dello scienziato, come quello dell’artigiano, richiede fatica».
(da la Repubblica)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE EMERITO DELLA CONSULTA DOVEVA PRESENTARE IL LIBRO: “STORIE DI DIRITTI E DI DEMOCRAZIA”… NON CI SEMBRA IL PROFILO DI UN EVERSORE: LA CENSURA E’ ARRIVATA ANCHE IN CARCERE?
Il Dap blocca Giuliano Amato e cancella la presentazione del suo libro nel carcere di San Vittore, a Milano. L’ex presidente del consiglio e presidente emerito della corte costituzionale doveva presentare presso la Casa circondariale, alle 11 di domani mattina in piazza Gaetano Filangieri 2, il suo libro sulla Costituzione, “Storie di diritti e di democrazia. La corte costituzionale nella società” scritto a quattro mani con Donatella Stasio.
Un evento improvvisamente cancellato dal Dipartimento amministrazione penitenziario (il Dap). Ancora oscure la motivazioni ufficiali che hanno spinto gli uffici del ministero della Giustizia a negare l’ingresso in carcere per un’iniziativa culturale.
La notizia è stata confermata a Repubblica da più fonti.
Il Comunicato del Garante dei diritti dei detenuti
“Stamattina alle 11.30 abbiamo appreso con meraviglia e imbarazzo che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non ha autorizzato la presentazione del libro organizzata dal Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Milano e dalla Direzione dell’istituto. – si legge in un comunicato del Garante dei diritti dei detenuti Francesco Maisto – Non conosciamo le motivazioni ufficiali di questa inopinata decisione giunta a 24 ore dall’evento, né possiamo ritenere – in mancanza di chiarimenti pur richiesti ripetutamente – che dipenda da fattori organizzativi (come i tempi della richiesta di autorizzazione o la natura del libro visto che parla di Costituzione), tanto più che il libro rappresenta la continuazione ideale del “Viaggio della Corte nelle carceri” a seguito del quale è nato a San Vittore il progetto formativo per i detenuti denominato “Costituzione Viva”, con il quale gli autori del libro hanno mantenuto un legame e con il quale avrebbero dialogato anche in questa occasione”.
“Restiamo sconcertati per il rifiuto del Dap di revocare il diniego – si legge ancora nel comunicato – anche per rispetto del Presidente emerito della Corte costituzionale, dei capi degli uffici giudiziari milanesi, delle autorità, dei cittadini, dei media, in procinto di partecipare e, soprattutto, dei detenuti e degli autori del libro che hanno lavorato alla preparazione dell’incontro e che anche logisticamente si erano organizzati. Ci scusiamo con il pubblico e continueremo a chiedere conto al Dap di questa improvvida decisione”.
(da La Repubblica)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
GLI UFFICI DEL MINISTERO HANNO PREDISPOSTO UN DOCUMENTO DA SOTTOPORRE AI MAGISTRATI UNGHERESI MA SPETTA ORA AL MINISTRO DECIDERE SE CONSEGNARLO AGLI AVVOCATI, CON IL TIMBRO DEL SUO DICASTERO, PERCHÉ POSSANO ALLEGARLO ALLA NUOVA ISTANZA
Quella di oggi non sarà una giornata decisiva per capire se Ilaria
Salis potrà tornare in Italia in tempi relativamente brevi, ma potrebbe esserlo per comprendere l’atteggiamento del governo italiano. Se cioè il ministero della Giustizia ha intenzione di assecondare la richiesta dei suoi avvocati di ottenere gli arresti domiciliari nella sua casa di Monza (dopo quasi un anno di carcerazione preventiva scontato nel carcere di Budapest, e per lungo tempo in condizioni a dir poco critiche) o se invece preferirà sfilarsi dalla loro strategia, rimanendo fuori dalla disputa giudiziaria.
La decisione che il Guardasigilli Carlo Nordio dovrà prendere e spiegare nell’incontro di oggi al padre di Ilaria, Roberto Salis, e ai suoi difensori, riguarda questioni di diritto interno ed europeo, molto tecniche e anche molto complesse; ma avrà un significato implicitamente e inevitabilmente politico.
Tutto ruota intorno all’ormai nota possibilità di sottoporre ai giudici magiari un quadro preciso e dettagliato delle misure di sicurezza e di disponibilità all’assistenza giudiziaria per proseguire il processo in Ungheria con la partecipazione dell’imputata (in presenza o in videoconferenza) anche nel caso in cui le venissero concessi gli arresti domiciliari nel proprio Paese. Una sorta di rassicurazione dal pericolo di fuga, che finora ha impedito l’accoglimento delle istanze già presentate dai legali della donna.
Gli uffici della Giustizia hanno predisposto questo documento ma spetta ora al ministro decidere se consegnarlo agli avvocati, con il timbro del suo dicastero, perché possano allegarlo alla nuova istanza. Farlo significherebbe fare un passo ulteriore rispetto all’assistenza offerta o proclamata finora; non farlo, vorrebbe dire che un conto sono le mosse dei difensori della cittadina italiana imputata, e un altro la posizione del suo governo.
Le ragioni che potrebbero spingere Nordio a non schierarsi (di fatto) al fianco della difesa potrebbero essere in primo luogo di opportunità, soprattutto politica: non dare nemmeno l’impressione di voler interferire sulla magistratura di un altro Paese europeo; e c’è chi paventa il timore di creare un precedente poco gestibile in futuro in Italia. Ma vi sarebbero pure considerazioni di tipo giuridico.
Sul fatto che la decisione quadro del Consiglio d’Europa, sottoscritta del 2009, comprenda anche gli arresti domiciliari tra le misure che un cittadino straniero può scontare nel proprio Paese, c’è divergenza di opinioni tra gli stessi magistrati. La giurisprudenza prevalente sostiene di sì, ma da ultimo, con una sentenza a gennaio, una sezione della Corte di cassazione ha invece sposato la tesi contraria: essendo gli arresti domiciliari una misura comunque detentiva, è equiparata alla reclusione in carcere e dunque non può essere ricompresa tra le misure alternative (come l’obbligo di dimora o il divieto di allontanamento).
Questione che appassiona i giuristi, dalle quali passa però la possibilità per Ilaria Salis di poter giocare o meno una nuova carta davanti ai giudici di Budapest. Anche se il ministro aderisse alla richiesta degli avvocati difensori, infatti, la decisione se accogliere o meno la nuova richiesta spetterebbe comunque a loro. E non arriverà prima di un altro mese, secondo le previsioni del legale ungherese Gyorgy Magyar.
Tutte le altre ipotesi di cui s’è parlato in questi giorni — dalla domanda dei domiciliari da scontare in Ungheria per poi tentare la via del trasferimento in Italia all’improbabile idea degli arresti in ambasciata, fino all’accelerazione del processo sperando in una rapida espulsione dopo la sentenza — richiedono tempi più lunghi. E sono tutte dall’esito ugualmente incerto. Nel frattempo Ilaria Salis resta nel carcere di Budapest, e suo padre Roberto non può che confidare negli incontri che avrà oggi in via Arenula con il ministro Nordio
(da Il Corriere della Sera)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
“IL SUO COINVOLGIMENTO NELLA MISSIONE NEL MAR ROSSO SARÀ CONSIDERATO UN’ESCALATION E UNA MILITARIZZAZIONE. IL NOSTRO CONSIGLIO ALL’ITALIA È ESERCITARE PRESSIONE SU ISRAELE E RIMANERE NEUTRALE, CHE È IL MINIMO CHE PUÒ FARE. NON C’È GIUSTIFICAZIONE PER QUALSIASI AVVENTURA AL DI FUORI DEI SUOI CONFINI”
Mohamed Ali al-Houti, classe 1979, è un politico yemenita. È attualmente uno dei leader di spicco del movimento Ansar Allah, i partigiani di Dio meglio conosciuti come Houti, nonché cugino dell’attuale leader Abdul-Malik Al-Houti. È stato capo del Comitato rivoluzionario supremo tra il 2015 e il 2016 quando gli Houti hanno preso il potere. È attualmente membro del Comitato politico supremo della parte di Paese controllata dal movimento di ispirazione sciita.
In un’intervista con Repubblica si è rivolto al nostro Paese che sta per prendere parte alla missione Ue nel Mar Rosso: «L’Italia sarà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen ».
La notte tra sabato e domenica ci sono stati raid massicci. Che danni vi hanno causato fino ad ora queste operazioni? Risponderete?
«Sono aggressioni illegali e di un terrorismo deliberato e ingiustificato. Questi bombardamenti non influenzeranno le nostre capacità. Anzi ci rafforzano. Gli americani e i britannici devono capire che in questa fase siamo pronti a rispondere, e il nostro popolo non conosce la resa. Le nostre acque e i nostri mari non sono un parco giochi dell’America».
Il blocco nel Mar Rosso minaccia la libertà di navigazione, ha un impatto duro sull’economia globale e in ultima istanza provoca inflazione colpendo indirettamente i civili delle fasce più deboli. È necessario?
«In primo luogo, non c’è alcun blocco nel Mar Rosso. Prendiamo di mira solo le navi associate a Israele. Qualsiasi nave non legata a Israele non subirà danni. Non abbiamo intenzione di chiudere lo stretto di Bab el Mandeb o il Mar Rosso».
«È essenziale che gli americani comprendano che chi attacca affronterà una ritorsione, come espresso nel proverbio arabo: “Chi bussa alla porta troverà risposta”».
Un’ulteriore escalation potrebbe portare a un intervento di terra in Yemen. Non temete questo scenario?
«La guerra terrestre è ciò che desidera il popolo yemenita, poiché si troverà finalmente di fronte a coloro che sono responsabili delle sue sofferenze da oltre nove anni. Se gli Stati Uniti inviano truppe nello Yemen, dovranno affrontare sfide più difficili di quelle in Afghanistan e Vietnam. Il nostro popolo è resiliente, pronto e ha varie opzioni per sconfiggere strategicamente gli americani nella regione».
Qual è la sua posizione sulla decisione dell’amministrazione Biden di classificarvi come “terroristi”?
«Essere classificati come terroristi per sostenere Gaza è un onore».
Che rapporti avete con Iran e Cina?
«Abbiamo il controllo delle nostre decisioni, e gli americani e gli israeliani ne sono consapevoli».
L’Unione Europea ha annunciato una nuova missione militare difensiva nel Mar Rosso….
«Consigliamo agli europei di aumentare la pressione sui responsabili degli orrori a Gaza. Le nostre operazioni mirano a fermare l’aggressione e a sollevare l’assedio. Qualsiasi altra giustificazione per l’escalation da parte degli europei è inaccettabile».
L’Italia ne prenderà parte. I beni italiani saranno dunque bersagli senza eccezione?
«L’Italia diventerà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen. Il suo coinvolgimento sarà considerato un’escalation e una militarizzazione del mare, e non sarà efficace. Il passaggio delle navi italiane e di altri durante le operazioni yemenite a sostegno di Gaza è una prova che l’obiettivo è noto».
Qual è il vostro messaggio per il nostro Paese?
«Il nostro consiglio all’Italia è di esercitare pressione su Israele per fermare i massacri quotidiani a Gaza. Questo è ciò che porterà alla pace. Consigliamo all’Italia di rimanere neutrale, che è il minimo che può fare. Non c’è giustificazione per qualsiasi avventura al di fuori dei suoi confini».
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile
DA OLTRE UN MILIONE, LE FAMIGLIE COL SUSSIDIO SONO DIVENTATE 288 MILA. E SOLO 29 MILA OVER 80 RICEVONO UN AIUTO, IL 2% DEL TOTALE… ABOLITI GLI SGRAVI SULLE BARRIERE ARCHITETTONICHE E PER LE ASSUNZIONI DI GIOVANI E DONNE
La premier Meloni non perde occasione per dire che al suo
governo importa la sorte di chi non ce la fa. Dal povero “vero” all’anziano, «collante della famiglia, ammortizzatore in tempo di crisi». Alla Camera pochi giorni fa ripeteva che «ci sta molto a cuore». E che «la cultura dello scarto rischia di prevalere», citando Papa Francesco. Eppure, conti alla mano, il suo esecutivo quando non taglia e fa cassa sul sociale, lo sacrifica con interventi che anche la Caritas ha definito «spot», come quello sull’abolito Reddito di cittadinanza. Una destra sociale nelle parole. Asociale nei fatti. Eccoli.
Povertà come colpa
«Se non sei disponibile a lavorare, non puoi pretendere di essere mantenuto con i soldi di chi lavora ogni giorno». Secondo Meloni è quanto successo con il Reddito di cittadinanza, tolto via sms la scorsa estate a 400 mila famiglie. Nella visione del suo governo se di questi solo 27 mila sono rientrati nel rimborso spese da 350 euro chiamato Supporto per la formazione e il lavoro, è solo perché gli altri o non hanno voglia di formarsi oppure lavoravano in nero. E dunque via. Non recuperabili.
La decisione di dividere a tavolino le platee tra “occupabili” e non è del tutto arbitraria. Lo hanno detto e scritto Bankitalia, Caritas, frotte di economisti, financo l’Ocse. Da una parte chi ha tra 18 e 59 anni senza figli minori, disabili, over 60. Di là gli altri a chiedere l’Assegno di inclusione, simile al Reddito ma con più paletti. Risultato: da oltre un milione le famiglie col sussidio sono diventate 288 mila, ultimo e unico dato Inps disponibile. Le previsioni di dimezzamento della platea si fanno concrete. Così i risparmi di cassa, verso i 4 miliardi.
Mentre però con la mano destra si tagliava il Reddito e si calava l’Isee a 6.000 e una serie di altre barriere all’ingresso, con la mano sinistra si istituiva un’altra carta, quella alimentare “Dedicata a te” per 1,3 milioni di persone, una tantum da 382,5 euro all’anno. Vincolo Isee: 15 mila euro. Destinatari scelti a monte solo tra chi ha figli e in base a bizzarri criteri territoriali. Si cancella l’aiuto ai poverissimi. Si dà una piccolissima somma a chi poverissimo non è. Costo: mezzo miliardo.
Disabili e anziani
La destra che pensa a non scartare nessuno ha tolto 80 milioni ai disabili: 30 milioni dai fondi non ripristinati del 2023 e altri 50 milioni dal fondo per l’inclusione. Non contenta, ha poi fatto saltare anche il bonus barriere architettoniche al 75%, limitandolo a «scale, rampe, ascensori, servo-scale, piattaforme elevatrici» e negandolo a infissi, bagni, porte automatiche, tapparelle automatizzate.
Gli anziani, a cui «garantire una vita serena, attiva e dignitosa» diventano oggetto di esaltazione per il governo. Dice Meloni: «Stanziato oltre un miliardo, aumentiamo del 200% l’indennità di accompagnamento». Il miliardo fa parte però di fondi esistenti, dal governo Prodi del 2006 per lo più, per 200 milioni dai fondi di coesione europei. Ma poi l’aumento di 850 euro al mese, da spendere solo in servizi come la badante, spetterà a una cerchia ristretta di anziani non autosufficienti gravissimi, over 80 e con Isee sotto i 6.000 euro: in pratica 29 mila nel 2025 e 19.600 nel 2026. Il 2% del totale e un quinto dei gravissimi.
Donne, famiglia e casa
Le donne sono aiutate solo se madri. E non sempre. La decontribuzione da 3 mila euro lordi all’anno vale tre anni solo per le madri di tre figli, purché siano lavoratrici dipendenti a tempo indeterminato. Fuori le autonome, le precarie e le collaboratrici domestiche. Sconto solo per un anno a chi ha due figli. In ogni caso non compatibile con il taglio del cuneo: o l’uno o l’altro. Con un solo figlio: zero.
Stessa storia per gli asili nido. Dovevano essere «gratis per tutti», diceva Meloni. Invece aumenta il contributo pubblico solo se in famiglia ci sono almeno due figli, uno nato quest’anno e l’altro sotto i 10 anni. L’Iva sui pannolini e il latte raddoppia dal 5 al 10%, come quella sui tamponi delle madri. L’Iva sui seggiolini torna al 22% dal 5.
Pensioni massacrate
È il capitolo preferito dal governo per fare cassa. Anche sui più fragili. Al fondo per i precoci, che serve a mandare in pensione con 41 anni di contributi chi ha iniziato a lavorare da minorenne, sono stati tolti 335 milioni nel triennio 2023-2025. Opzione donna è stata depotenziata e di fatto cancellata. Parliamo di pensioni sotto i mille euro lordi nel 52% dei casi. Sotto i 1.500 euro nell’87% dei casi.
Sanità
Solo 3 miliardi stanziati sul fondo sanitario nazionale per quest’anno, di cui però 2,5 usati per rinnovare i contratti al personale. Tutto il resto per smaltire le liste d’attesa, pagare gli straordinari ai medici, costruire una medicina del territorio. Una goccia nel mare. L’11% degli italiani ha già rinunciato a curarsi perché non ha i soldi per rivolgersi al privato.
Politiche sociali
Poi ci sono i grandi assenti nella politica meloniana: la casa, la precarietà, il disagio sociale. Sono state rifinanziate le garanzie per i mutui alle giovani coppie. Ma stanziati appena 50 milioni per il disagio abitativo, con il caro mutui e il caro affitti alle stelle. La precarietà non viene contrastata, ma avallata. Nulla per la sicurezza sul lavoro. Tagliato il fondo per i disturbi alimentari da 25 milioni. Dopo le polemiche, forse ne tornano 10.
Cancellato il bonus assunzioni giovani e donne. C’è la maxi deduzione Ires, ma non è un incentivo mirato ai segmenti più deboli del mercato del lavoro. Ed è pieno di paletti. La spending imposta agli enti locali taglia a Regioni, Comuni e Province 3 miliardi in 5 anni. Difficile non credere che non sia toccato il sociale. Forse salveranno sanità e famiglia. Ma ci sono le mense, gli scuolabus. E le tasse locali che si impenneranno. Eccola, la destra asociale.
(da la Repubblica)
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