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“SIAMO SCONCERTATI”: IL GARANTE DEI DETENUTI DI MILANO, NON SA COME SPIEGARSI LO STOP ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI GIULIANO AMATO A SAN VITTORE

Febbraio 6th, 2024 Riccardo Fucile

IL DIVIETO NON SAREBBE PARTITO DAL DAP, MA DIRETTAMENTE DAI SOVRANISTI DI PALAZZO CHIGI: PERSONA NON GRADITA DAL GOVERNO

Meraviglia e sconcerto. Ma anche imbarazzo per la promessa tradita di un incontro in carcere a cui i detenuti, da un lato, e il presidente emerito della Corte Costituzionale, dall’altro, tenevano molto.
Quando il Garante dei detenuti di Milano, ieri mattina poco dopo le 11, a meno di ventiquattrore dalla presentazione del libro di Giuliano Amato e Donatella Stasio a San Vittore, ha saputo della cancellazione dell’iniziativa, ha deciso subito di rendere pubblica la sua amarezza.
«Mettiamoci nei panni di un presidente emerito della Corte Costituzionale che si vede sbattuta la porta in faccia – dice Maisto – Di Amato che a 86 anni deve mettersi in viaggio per Milano, così come del Comune che ha investito risorse in un evento che viene annullato poche ore prima di essere celebrato. Ma a fare più male è soprattutto l’interruzione di un dialogo portato avanti nel tempo con i detenuti».
Il Garante tiene a sottolineare come l’inziativa sia parte di un percorso «che va avanti da anni ». «Fa parte – spiega – del progetto “Costituzione viva” a cui partecipa un gruppo di detenuti di San Vittore, con i quali gli autori del libro hanno mantenuto un legame, e con il quale avrebbero dialogato anche in questa occasione. Era questo l’aspetto più significativo. In carcere l’incontro era molto atteso, i detenuti si sono preparati e si sono organizzati anche da un punto di vista logistico».
Quello di cui Maisto si fa portavoce è anche il disorientamento di chi, come il direttore del carcere di San Vittore, Giacinto Siciliano, su questa iniziativa – come su altre simili – ha basato il suo mandato. Ieri i vertici dell’istituto penitenziario non hanno voluto commentare quanto accaduto, preoccupandosi invece di spiegare all’interno dei padiglioni qualcosa di difficilmente comprensibile: lo stop a un’iniziativa che nella presenza di Amato vedeva il compimento di un lungo percorso di recupero dei reclusi.
Ora quel che resta è una presentazione del libro a Milano, già programmata. non in carcere, ma nella saletta dell’Associazione nazionale magistrati al Palazzo di giustizia.
(da la Repubblica)

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TROPPO BELLO PER ESSERE VERO

Febbraio 6th, 2024 Riccardo Fucile

PERUGIA, QUANDO IL “CAMPO LARGO” TROVA UNA CANDIDATA DI ALTO PROFILO

Perugia, per le comunali, si candida una giovane donna, Vittoria Ferdinandi, sostenuta da Pd, Cinquestelle, rosso- verdi, Psi e un paio di liste civiche. È laureata in psicologia, impegnata da diversi anni nel sociale, cavaliere al merito della Repubblica (ha aperto un ristorante per dare lavoro e dignità a persone con problemi psichici), cita Aldo Capitini, è molto radicata nel territorio che andrà al voto. Per giunta, cosa che me la rende molto simpatica, se la ride della nomea di radical-chic: “considero le mie origini borghesi un valore aggiunto”.
Leggo la notizia, un paio di sue belle interviste (su Repubblica e Manifesto) e penso: dev’esserci un errore. Non è possibile che per costruire il fantomatico “campo largo” bastino candidati di alto profilo e un progetto politico che non si limiti ad arrabattarsi sulla difensiva, ma opponga alla destra un’altra idea di città e di società.
È troppo bello per essere vero. Difatti, l’errore c’è. Pare che un pezzo del Pd umbro (solo un pezzo, per fortuna) si senta tagliato fuori e non accetti una candidatura che giudica “affrettata”. E si sia messo di traverso.
Sulla litigiosità a sinistra sono stati scritti, oramai, ponderosi trattati. È una sindrome composita, che si manifesta con sintomi multipli (narcisismo, settarismo, verticismo, pelonelluovismo, ecc.). Difficile dunque azzardare una diagnosi, tra l’altro destinata poi a suscitare ulteriori litigi tra i pazienti in sala d’attesa.
Però, lasciando alla sinistra umbra la propria autodiagnosi, ci sia consentito un sospetto: la paura di una vittoria sulla quale non si può mettere il cappello, è più forte della paura di perdere, però asserragliati, pochi ma buoni, nella propria vecchia bottega.
(da La Repubblica)

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SI RISCHIA UNA FIGURACCIA OLIMPICA: A DUE ANNI DAL VIA, MILANO-CORTINA E’ UN REBUS TRA RITARDI E COSTI LIEVITATI

Febbraio 6th, 2024 Riccardo Fucile

LA PREVISIONE DI SPESA È SALITA DA 2,8 A 3,6 MILIARDI. IL GOVERNO PROMETTE ALTRI FONDI. IN VALTELLINA I RITARDI MAGGIORI, GIORGETTI: “SONO QUASI PENTITO DI AVER PROMOSSO LE OLIMPIADI INVERNALI”

Scoccano domani i due anni esatti alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. E si accelera il conto alla rovescia che un preoccupatissimo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti vorrebbe fosse ben presente a tutti. Lui stesso ha proposto un tabellone elettronico all’ingresso della Valtellina per battere il tempo agli interessati e consentire di arrivare pronti con impianti e infrastrutture.
Possibilmente senza (altre) figuracce. Uno slalom specialissimo fra preventivi dei costi polverizzati dall’aumento dei prezzi delle materie prime, difficoltà burocratiche e ricorsi che hanno ritardato l’apertura di cantieri. Più cambi di programma e improvvise marce indietro.
Come quella, clamorosa, della pista di bob a Cortina. Sono passati quasi cinque anni dal giugno 2019 quando fu assegnata all’Italia l’organizzazione dei Giochi 2026. Quattro governi (due Conte, Draghi e Meloni). Due decreti della Presidenza del Consiglio, uno nel 2020 e l’altro nel 2023. Due amministratori delegati della fondazione Milano Cortina 2026 (Vincenzo Novari e Andrea Varnier).
E la società che si occupa di realizzare le infrastrutture, guidata da Luigi Valerio Sant’Andrea, che il governo ha nominato commissario per sette opere, costituita solo a giugno 2021. Nel frattempo, i costi dei 111 interventi previsti (46 sportivi, 54 infrastrutturali e 11 di altro genere) sono saliti a 3,6 miliardi rispetto ai 2,8 del primo decreto. Di questi, 3,2 sono già finanziati e il governo si è impegnato a coprire i 400 milioni che mancano.
Pur di accelerare, pochi giorni fa il governo ha affidato ad Anas il ruolo di commissario per cinque infrastrutture in Lombardia: quattro stradali e una ferroviaria. A Bormio, in Valtellina, c’è sollievo dopo la conferma del bob a Cortina: «Significa che resteranno qui lo sci alpino, sulla pista Stelvio, e lo scialpinismo, disciplina al debutto olimpico, di cui in questi giorni ospitiamo i Mondiali Juniores», sorride Samanta Antonioli, assessore con delega ai Giochi, ex azzurra di sci, specialità discesa libera.
Ma anche sulla pista resta molto da lavorare: «Va allargata nella parte finale per migliorare l’area arrivi. E demoliremo le tribune attuali perché in quella zona, usando anche un vecchio stabile delle funivie ora abbandonato, nascerà Ski Stadium». Sul quando, Antonioli fa professione di fiducia: «Inizieremo a primavera, ce la faremo ». Stesso calendario per ristrutturare il polifunzionale Pentagono e per il rifacimento degli impianti sparaneve. Anche a Livigno bisognerà sbrigarsi: sempre in primavera partirà l’allestimento della pista per le prove di snowboard nella zona del Mottolino, mentre sul versante Carosello bisognerà migliorare il rush finale per il freestyle.
A Milano, costi in salita e tempi corti non vanno d’accordo. Così, dopo che la Fiera di Rho-Pero ha già previsto un cambio di architettura e allestimenti per ospitare le gare di pattinaggio di velocità sul ghiaccio, adesso dovrebbe aprire i suoi cancelli anche all’hockey femminile. Causa effettivi costi di ristrutturazione, infatti, è appena naufraga ta l’ipotesi di destinare a questo sport l’ex Palasharp.
Su altri fronti ci sono impegni che andranno rispettati: l’Arena di Santa Giulia, che con i suoi 16 mila posti sarà il teatro dell’hockey su ghiaccio maschile, assicura che accenderà i refrigeratori sotto la pista entro la fine del 2025. A che prezzo, però? In linea con la tendenza generale anche qui si è passati da un costo preventivato di 180 milioni a uno di 250. In soccorso dovrebbero arrivare fondi pubblici.
(da la Repubblica”)

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ROBERTO SALIS: “‘NEGATI DAL GOVERNO POSSIBILITA’ RICHIESTA DOMICILIARI IN AMBASCIATA PER ILARIA, AI MARÒ VENNERO CONCESSI”

Febbraio 6th, 2024 Riccardo Fucile

“MI HANNO RISPOSTO CHE I MARO’ SONO FUNZIONARI DELLO STATO E COME TALI UNA SOLUZIONE SI TROVA, I CITTADINI SI DEVONO ARRANGIARE”

“Cosa immagino per Ilaria? Di dover continuare a fare da solo quello che riesco, non avendo il supporto che ci vorrebbe. Abbiamo chiesto anche la possibilità di trovare una soluzione di domiciliari in ambasciata, ci è stato detto che non si può fare. Gli ho risposto: ‘Per i marò?’. Mi hanno detto che quelli non sono cittadini ma funzionari dello Stato. Per i funzionari una soluzione si trova, i cittadini si devono arrangiare”.
Lo ha detto Roberto Salis, padre di Ilaria, ospite a ‘Prima di domani’ su Rete 4.
Ilaria “resterà in cella ad oltranza” in Ungheria, forse fino alla fine del processo. Dopo giorni di moderato ottimismo, per Roberto Salis, il padre della 39enne antifascista, gli incontri a Roma con i ministri Tajani e Nordio si chiudono con un carico di delusione che non aveva immaginato.
“Non possiamo interferire nel procedimento e nello status di libertà dell’indagato”, sono le considerazioni dei ministri di Esteri e Giustizia, dunque nessuna esplicita richiesta sarà avanzata da parte del governo per i domiciliari – come invocato dagli avvocati dell’insegnante milanese – né in Italia, né in ambasciata a Budapest.
Così come non sarà prodotta alcuna nota che fornisca garanzie sull’applicazione delle misure cautelari nel nostro Paese: “un’interlocuzione epistolare tra un dicastero italiano e l’organo giurisdizionale straniero sarebbe irrituale e irricevibile”, spiega Nordio. Tre ‘no’ che però si aggiungono al pressing dei rappresentanti di governo sull’avvocato ungherese di Salis, affinché chieda i domiciliari in Ungheria, “condizione indispensabile per attivare la decisione quadro Ue del 2009” e quindi l’eventuale esecuzione degli arresti domiciliari in Italia.
“È andata molto peggio di quanto ci aspettassimo, non vediamo nessuna azione che possa migliorare la situazione di mia figlia. Siamo stati lasciati soli. Quanto che abbiamo chiesto ci è stato negato. Credo che mia figlia resterà ancora per molto tempo in carcere e la vedremo ancora in catene ai processi”, ha sbottato amaro Roberto Salis assieme all’avvocato davanti all’uscio del ministero della Giustizia in via Arenula, subito dopo l’incontro con il Guardasigilli.
Poco prima il papà di Ilaria con il legale Eugenio Losco aveva già incontrato “in maniera riservata” il titolare della Farnesina: un colloquio definito “privato e cordiale” da Tajani, il quale in seguito aveva aggiunto con i giornalisti: “Quello che fa l’Italia sulla vicenda “è noto e non c’è nulla da aggiungere, continuiamo a impegnarci affinché possa essere rispettata la normativa comunitaria in materia di diritti dei detenuti”.
Nel frattempo lo stesso dibattito sul caso si stava discutendo in plenaria al Parlamento europeo con esiti che lasciavano intendere ancora spiragli, almeno nelle parole della commissaria Ue per i Servizi finanziari, per la quale “la misura di una detenzione alternativa, compresa quella dei domiciliari, sarebbe in linea con le conclusioni del Consiglio Ue”, ha detto Mairead McGuinness, sottolineando che “la Commissione è a disposizione per aiutare a trovare una soluzione sostenibile”.
Ma alla fine dei due incontri Roberto Salis ha tirato le fila di una giornata per lui sconfortante: “Lo Stato italiano non intende fare nulla, dipenderà tutto dal giudice ungherese, e ritiene di non voler fornire dei documenti che avevamo chiesto per agevolare il lavoro dei nostri avvocati, perché dicono che sarebbe irrituale e che possa creare dei precedenti.
Sulla nota che avrebbe fornito garanzie sull’applicazione delle misure per i domiciliari in Italia, ritengono che dallo Stato italiano sarebbe mostrata come una excusatio non petita. Mi dicono che ci sono 2.500 italiani in queste situazioni e che – ha proseguito – non si può fare un’azione preferenziale nei confronti di nessuno.
Ma se lasciamo tutti lì siamo uno Stato che difende i cittadini? Ricordiamoci che mia figlia è stata torturata senza carta igienica e senza sapone, e non è uscita neanche una nota di protesta dal nostro ministero degli Esteri. Mi sembra che ci sia un totale scollamento nel funzionamento dello Stato, non vedo fluidità delle informazioni e questo a scapito di persone come mia figlia”.
Restano due alternative, con tempi più lunghi, di fronte ai legali di Ilaria: ripartire con una richiesta dei domiciliari a Budapest per la loro assistita, in vista delle applicazioni delle norme europee in seguito – come prospettato in primis da Nordio all’incontro – oppure valutare il ricorso alla corte di Strasburgo, come avevano già annunciato. “Dovremo cercare noi di fare qualcosa – ha spiegato il papà – Ora ci sarà carcere a oltranza fino a quando il giudice ungherese avrà finito il processo o ci sarà un’altra situazione. Ma in quel carcere lì si può anche morire”.
(da agenzie)

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COLDIRETTI ORDINA, LA POLITICA ESEGUE: DALLA GUERRA ALLA CARNE SINTETICA FINO AL SOVRANISMO AGROALIMENTARE: L’ORGANIZZAZIONE GUIDATA DA ETTORE PRANDINI (IN PREDICATO DI CANDIDARSI CON FDI ALLE EUROPEE) DETTA LA LINEA A “LOLLO” E AL SUO MINISTERO DELL’AGRICOLTURA

Febbraio 6th, 2024 Riccardo Fucile

“IL FOGLIO”: “IL POTERE DEL COLDIRETTISMO È UN’IDEOLOGIA REAZIONARIA CON UN’ORGANIZZAZIONE MODERNA. I MINISTRI PASSANO, COLDIRETTI RESTA”

Nella serie distopica Black Mirror c’è un episodio in cui, per ottenere la liberazione della principessa del Regno Unito, il primo ministro britannico è costretto dai rapitori ad avere un rapporto sessuale con un maiale in diretta televisiva. È il potere del ricatto. Nella realtà politica italiana, nel 2013, è accaduto che la ministra dell’Agricoltura del governo Letta, Nunzia De Girolamo, si sia presentata in divisa gialla al Brennero per fermare i camion e controllare i prosciutti. È il potere della Coldiretti.
Se qualcuno, senza usare ricatti né violenza, riesce a far controllare i prosciutti su un tir a un ministro della Repubblica, allora vuol dire che può fargli fare quasi tutto. L’immagine della De Girolamo che, a differenza del pubblico nella serie britannica, all’epoca in Italia non scioccò nessuno, è una buona approssimazione di cosa rappresenti il dominio della Coldiretti sul ministero dell’Agricoltura.
Una relazione che non ha pari: la Confindustria può solo sognare di avere la stessa influenza sul ministero delle Imprese, analogamente la Cgil sul ministero del Lavoro o Leonardo-Finmeccanica sul ministero della Difesa. Soprattutto perché prescinde dal singolo ministro e dallo schieramento politico a cui appartiene. Destra, sinistra o M5s non cambia.
Arriviamo ai giorni nostri, alle manifestazioni degli agricoltori europei contro i governi e l’Unione europea contro i tagli dei sussidi e le politiche green. In Italia ci sono state proteste selvagge, con blocchi stradali e autostradali (in un caso, a Catanzaro, una persona è morta dopo un malore nel traffico paralizzato) e, nei vari di agricoltori autoconvocati ci sono state frange più estremiste che hanno bruciato in piazza la bandiera dell’Unione europea, per le sue politiche green, e anche quella della Coldiretti accusata di aver appoggiato la Pac (Politica agricola comune) della Commissione europea.
Di fronte ai blocchi illegali, alle manifestazioni violente, ai roghi e all’abbattimento di una statua a Bruxelles nella piazza davanti al Parlamento europeo dove c’era anche un gruppo della Coldiretti, il governo italiano – solitamente duro contro i metodi degli “ecovandali” – non ha espresso alcuna condanna. L’unico comunicato di censura è stato quello del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, contro la bandiera bruciata. Quella della Coldiretti, però, non quella dell’Unione europea.
“Considero sbagliato e ingiustificato ogni atto di violenza, compreso bruciare le bandiere delle associazioni agricole – ha dichiarato –. A Coldiretti si deve la battaglia contro il cibo sintetico che l’Italia sta guidando anche in Europa con risultati eccezionali”.
Tra il ministro e la Coldiretti c’è una simbiosi. Hanno lanciato insieme una culture war contro la “carne sintetica” approvando una legge che vieta una cosa già vietata e che diventerà inapplicabile non appena la “carne coltivata” verrà autorizzata dall’Efsa (l’Autorità alimentare per la sicurezza alimentare). Lo ha spiegato chiaramente la Commissione europea, che ha bocciato la norma italiana per aver violato la procedura di notifica.
Ma Lollobrigida ha dichiarato che non conta, perché la sua legge è stata approvata per “scuotere le coscienze”. È, cioè, un manifesto ideologico: la legge-simbolo della destra e della sua concezione di “sovranità alimentare”. Ed è tutta farina del sacco della Coldiretti: è l’esito di una sua campagna politico-comunicativa che ha ottenuto il sostegno di tutte le forze politiche: a luglio 2022, in campagna elettorale, tutte le proposte della Coldiretti – tra cui il “no al cibo sintetico” – sono state sottoscritte da tutti i leader politici, da Letta a Meloni, passando per Conte e Calenda.
È questo il potere del coldirettismo, un’ideologia reazionaria con un’organizzazione moderna che detta la linea dei governi. La politica vive nell’illusione di poter prosperare sul consenso e sui voti dei milioni di iscritti alla più grande organizzazione di imprenditori agricoli d’Europa. Ma i ministri passano, la Coldiretti resta.
E soprattutto esiste un legame, quasi patologico, e comunque senza pari in altri ministeri, garantito dalle porte girevoli che fanno passare i funzionari dal ministero alla Coldiretti e viceversa (il caso più recente è quello del capo di gabinetto di Lollobrigida, Raffaele Borriello, che prima era capo delle relazioni istituzionali della Coldiretti – ma gli esempi sono sterminati).
Il governo Renzi, con Maurizio Martina ministro, pensò addirittura di poter vincere il referendum costituzionale grazie alla Coldiretti, che garantì la mobilitazione per la raccolta delle firme in tutta Italia e si schierò per il Sì, in cambio di diverse agevolazioni fiscali (come lo sgravio Irpef ora non prorogato dal governo Meloni).
Poi è arrivato Gian Marco Centinaio della Lega, con cui il rapporto è stato più complicato. Con Stefano Patuanelli il rapporto è stato ottimo, ovviamente, tanto che l’esponente del M5s – in dissenso dal suo gruppo – non ha votato contro il divieto sulla “carne sintetica”.
Come ha scritto il Post, dopo le elezioni del 2022, mentre infuriava il totonomi del nuovo governo Meloni, venne chiesto a Centinaio della Lega se sarebbe tornato a fare il ministro dell’Agricoltura. “Avete sentito il discorso di Prandini (il presidente dell’associazione, ndr) alla manifestazione di Milano? Ha citato quattro o cinque volte Lollobrigida. E quindi se Coldiretti ha deciso, chi siamo noi per giudicare?”. Quella di Centinaio fu un facile profezia.
Ma su cosa si fonda l’influenza della Coldiretti sulla politica? Ci sono vari aspetti. Uno è sicuramente la capacità di mobilitazione, come si è visto in due recenti occasioni. La prima è stata la manifestazione a favore del governo, sotto Palazzo Chigi, per l’approvazione del divieto alla “carne sintetica”, dove il presidente delle tute gialle Prandini è arrivato ad aggredire fisicamente il segretario di +Europa Benedetto Della Vedova.
L’altra è la manifestazione a Bruxelles, dove Coldiretti ha portato centinaia di giubbe gialle, riuscendo a ribaltare una protesta nata dal basso dagli agricoltori contro alcune decisioni del governo (vedi l’abolizione dello sgravio Irpef) e contro la stessa Coldiretti, in una manifestazione a sostegno del governo Meloni ed esclusivamente contro l’Unione europea.
La mobilitazione è una leva più potente del voto. Perché in realtà ora nessuno, neppure la Coldiretti, riesce a spostare pacchetti di voti, come dimostra la volatilità delle scelte elettorali. Ma con i partiti così fragili, la capacità di mobilitare è una leva formidabile, visto che la politica è terrorizzata dall’ipotesi di avere i trattori in piazza.
Anche perché, a fianco all’organizzazione, la Coldiretti ha un forte capacità comunicativa. Diffonde, cioè, un messaggio e una visione del mondo. La difesa del piccolo contadino, la tutela del cibo italiano, la salvaguardia del made in Italy, la lotta contro le multinazionali e l’invasione di prodotti esteri.
A differenza delle altre associazioni di categoria, che si interfacciano prevalentemente con le controparti e le istituzioni, la Coldiretti parla direttamente alle persone comuni. Lancia continui allarmi contro le importazioni, contro la chimica, contro gli Ogm, contro le farine d’insetto e la “carne in laboratorio” che attentano alla “dieta mediterranea”.
Ma a questa narrazione bucolica e a una cultura un po’ reazionaria, Coldiretti unisce uno spirito pragmatico ed elementi di forte modernità. Sulla comunicazione abbiamo detto. L’associazione, ad esempio, pur attaccando costantemente le multinazionali, non si è fatta alcun problema a stringere un accordo commerciale con McDonald’s: “McDonald’s rappresenta l’italianità, le nostre eccellenze, la nostra biodiversità…”, ha detto il presidente Prandini.
La Coldiretti, in sostanza, svolge un ruolo che va al di là della rappresentanza classica. Fa nomine, comunicazione, advocay, mobilitazione, lobbying, politica, business. Negli ultimi anni ha, probabilmente, assunto un ruolo persino più importante della “Bonomiana”, ovvero della Coldiretti della Prima Repubblica fondata e gestita per decenni da Paolo Bonomi
La Coldiretti ha avuto una rinascita con il suo secondo padre-padrone, Vincenzo Gesmundo, segretario generale dal 1998, che di volta in volta – in base alle stagioni politiche – cambia il frontman: ora il presidente è Ettore Prandini, figlio del politico democristiano Giovanni, più volte ministro negli anni Ottanta.
La Coldiretti di Gesmundo, però, nonostante l’inevitabile declino del settore agricolo rispetto al pil italiano, ha un ruolo più centrale della Bonomiana. Mentre quest’ultima era strettamente legata, e in una certa misura subordinata e controllata dalla politica (ovvero la Dc), la nuova Coldiretti è sopra la politica. Tutta la politica.
Perché ai movimenti politici e ai partiti liquidi, la Coldiretti offre un’infrastruttura fatta di: comunicazione, mobilitazione, proposte legislative e una narrazione trasversale che piace alla sinistra slow-food no-global e chilometro-zero come alla destra sovranista no-Ogm e protezionista. Tutto in cambio di una co-gestione del settore. Un pacchetto all inclusive che per partiti e politici che non hanno idee e non vogliono avere problemi è molto allettante.
Ma qual è allora il problema di questo modello, moderno e reazionario, a suo modo efficiente? È che molto spesso intraprende battaglie anti-moderne, dannose per il paese e per l’agricoltura stessa. Pensiamo solo agli Ogm. Quella legge reazionaria, che da decenni limita la libera impresa e la ricerca scientifica, è stata fortemente sostenuta dalla Coldiretti, che ora chiama la carne coltivata “cibo di “Frankenstein” esattamente come faceva con gli Ogm, seguendo la stessa logica reazionaria e la medesima comunicazione terroristica.
E così oggi l’Italia importa ogni giorno 10 mila tonnellate di soia ogm, venduta peraltro nei consorzi Coldiretti. Queste posizioni sono dannose per gli stessi agricoltori. Non a caso, ora, dopo aver perso venti anni, la Coldiretti è favorevole alle nuove tecniche di miglioramento genetico (Tea – Tecniche di evoluzione assistita). E la politica, al solito, segue: le stesse forze sempre contrarie agli Ogm, sono oggi favorevoli alle Tea usando gli argomenti opposti. Cos’è cambiato? La posizione della Coldiretti.
Coldiretti ora protesta contro le “politiche green” dell’Europa che vuole ridurre l’uso di agrofarmaci. Ma per anni, la Gesmundiana si è battuta ferocemente – e con argomenti spesso falsi – per mettere al bando il glifosato, il più efficace ed economico erbicida che l’Europa ha continuato ad autorizzare. Per fortuna degli agricoltori, la Coldiretti non l’ha spuntata.
Quando in Puglia fu trovata la Xylella, ovvero la più grande catastrofe per l’olivicoltura italiana, Coldiretti diede credito alle peggiori teorie del complotto. Anzi le alimentò. Fu proprio a causa di un rapporto Agromafie, pubblicato da Coldiretti, che venne diffusa un’assurda tesi cospirazionista secondo cui il batterio era innocuo e che diede corpo all’inchiesta della procura di Lecce che bloccò il piano di contenimento dell’Unione europea.
In Italia si parla molto spesso del potere delle “lobby”, dai tassisti ai balneari, e poco del potere della Coldiretti. Che è molto di più di una lobby. Perché oltre alla difesa degli interessi corporativi produce una ideologia e mantiene un forte controllo sulla politica, con effetti molto più dannosi per il paese. L’agricoltura, la sostenibilità ambientale, la ricerca scientifica, l’innovazione industriale e il commercio internazionale sono, in fondo, sfide più importanti per il futuro del paese rispetto a taxi e ombrelloni.
(da il Foglio)

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LA STAMPA VICINA AD ORBAN HA LA FACCIA COME IL CULO

Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile

“SE MELONI VOLEVA RASSICURAZIONI, AVREBBE DOVUTO INIZIARE CON TRE COSE. 1) SCUSARSI PER L’ATTO TERRORISTICO COMMESSO 2) INFORMARSI SU COME STANNO LE VITTIME 3) DIRCI COSA HANNO FATTO LE AUTORITÀ ITALIANE PER IMPEDIRE CHE TORNINO DI NUOVO IN UNGHERIA

Budapest quasi ignora la storia di Ilaria, e non sa che da qui alla prossima udienza del processo mancano ancora tre mesi. La politica, invece, ne dibatte. E nel sottobosco di quella destra che sostiene il governo, si alza la voce degli anti Salis. Attacchi dritti alla premier italiana Giorgia Meloni che ha incontrato Viktor Orban con il quale ha discusso del caso della “terrorista” – come la chiamano qui – l’insegnate di Monza.
Per dire: ieri il sito Kuruc.info, portale di estrema destra molto “vicino” al politico Elod Novàk, ex parlamentare di Jobbik, attacca a muso duro il governo italiano e pubblica un lungo articolo nel quale non risparmia la nostra premier.
Eccolo: «Se Meloni voleva (ottenere) rassicurazioni, avrebbe dovuto iniziare con tre cose. La prima è scusarsi per l’atto terroristico commesso, o almeno dire che è molto dispiaciuta per quanto accaduto. La seconda è informarsi su come stanno adesso le vittime ed esprimere la speranza che ora si siano riprese. La terza è dirci – ma, in caso contrario, Orban dovrà chiederlo – cosa hanno fatto le autorità italiane per impedire che tornino di nuovo in Ungheria quei terroristi che avrebbero potuto uccidere gruppi di ungheresi».
Tradotto: l’atteggiamento della rappresentante del governo italiano è stato arrogante e non ci è piaciuto proprio per nulla. E Orban non deve assolutamente cedere alle pressioni che sono arrivate da Giorgia Meloni.
La parola terrorismo è un mantra (qui come su altri organi di propaganda e informazione). Ilaria, le catene con le quali è stata portata in aula, le condizioni disumane in cui è stata costretta a vivere per mesi dentro quella galera, sono un dettaglio che non interessa e non scalda gli animi di chi si prepara al raduno della destra estrema europea durante il fine settimana che verrà. Basta? Proprio no.
A leggere fino in fondo c’è anche una punzecchiatura al primo ministro Orban, «avrebbe potuto assicurare che il sistema giudiziario in Ungheria è completamente indipendente» e un graffio per l’Europa: «Poiché Bruxelles tiene d’occhio questo settore, la terrorista antifascista di sinistra non deve certo temere un verdetto di parte». Ecco, se fosse per questo e altri blog e siti schierati sulla sponda destra la 39enne potrebbe anche finire ai lavori forzati. È un’esagerazione, ovvio, ma dimostra quanto siano lontane le richieste italiane da quelle della politica fuori da palazzi e ministeri.
Il nostro commento alle tre richieste del portale dei neonazisti ungheresi
1) Non è il governo italiano che deve scusarsi per il caso Salis, è il governo ungherese che dovrebbe sprofondare dalla vergogna per permettere che un raduno neonazista si svolga ogni anno in un Paese Ue.
2) Non è necessario informarsi su come stanno le vittime presunte visto che il referto medico parla di 5 e 8 giorni di prognosi. Tradotto: non si sono fatte un cazzo. Normali scontri che avvenivano anche 40 anni fa senza che nessuno andasse in Questura a fare il piagnino.
3) Invece che preoccuparsi su cosa hanno fatto le autorità italiane per impedire che Salis e compagni tornino in Ungheria, il governo di Orban si preoccupi di cosa fanno loro per impedire che truppe cammellate neonaziste si rechino in Ungheria. Verrebbe meno anche la ragione di scontri con l’estrema sinistra.
Ultima considerazione: il governo italiano ha gli strumenti legali e procedurali per insegnare al governo ungherese come stare al mondo. Il diritto di veto a ogni finanziamento che riguardi l’Ungheria, bloccare i lavori del Parlamento Ue: non deve passare un euro per un governo che viola sistematicamente i valori ispiratori europei. Senza i miliardi Ue sarebbero ancora con le pezze al culo e lì devono tornare. Sperando che Putin getti loro dal balcone un tozzo di pane raffermo.

(da agenzie)

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IL PADRE DI ILARIA SALIS DOPO L’INCONTRO CON TAJANI E NORDIO: “DAL GOVERNO SOLO NO, LO STATO NON MUOVE UN DITO PER ILARIA, RESTERA’ IN CARCERE A OLTRANZA”

Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile

IL GOVERNO SI E’ RIFIUTATO DI FORNIRE DEI DOCUMENTI DA ALLEGARE ALLA RICHIESTA PER I DOMICILIARI IN ITALIA O IN AMBASCIATA”… COME AVEVAMO PREVISTO: GOVERNO COLLUSO CON ORBAN E LA SUA FECCIA

È sfiduciato e sconsolato Roberto Salis, padre di Ilaria, la 39enne italiana indagata e detenuta da quasi un anno in Ungheria, al termine dell’incontro avuto al ministero della Giustizia con i ministri degli Esteri e della Giustizia Antonio Tajani e Carlo Nordio. «È andata molto peggio di quanto ci aspettassimo, non vediamo nessuna azione che possa alleviare la situazione di mia figlia», fa sapere l’uomo, che punta il dito contro il governo: «Siamo stati lasciati soli. Abbiamo chiesto due cose, i domiciliari in Italia o in alternativa in ambasciata in Ungheria e entrambe ci sono state negate. Credo che mia figlia resterà ancora per molto tempo in carcere e la vedremo ancora in catene ai processi».
Salis dice insomma di non aver trovato alcuna sponda nelle istituzioni. «Lo Stato italiano non intende fare nulla e ritiene di non voler fornire dei documenti che avevamo chiesto per agevolare il lavoro dei nostri avvocati, perché dicono che sarebbe irrituale e che possa creare dei precedenti», ha ricostruito il padre della militante antifascista.
A questo punto, conclude Salis, «dovremo cercare noi di fare qualcosa. Ora ci sarà carcere a oltranza fino a quando il giudice ungherese avrà finito il processo o ci sarà un’altra situazione. Ma in quel carcere lì si può anche morire».
Nel frattempo il caso di Ilaria Salis è anche al centro del dibattito in plenaria al Parlamento europeo. Intervenendo a nome della Commissione in merito alle condizioni detentive della 39enne, la commissaria Ue ai Servizi Finanziari, Mairead McGuinness, ha precisato che, nonostante le questioni relative alla detenzione siano “di competenza e responsabilità degli Stati membri”, le condizioni di trattamento dei detenuti “non devono violare i diritti fondamentali”
La soluzione degli arresti domiciliari viene caldeggiata anche in Parlamento europeo: “Sarebbe in linea con le conclusioni del Consiglio sulle misure alternative alla detenzione adottate durante la presidenza finlandese nel 2019” ha detto la commissaria McGuinness.
La commissaria ha poi ricordato l’impegno preso da tutti gli Stati membri dell’Ue nel rispettare gli standard stabiliti dal Consiglio d’Europa, in mancanza dei quali verranno “avviate procedure di infrazione”.
Gli standard minimi per garantire il diritto all’equo processo, per cui l’Ue ha adottato sei direttive, includono il diritto all’interpretazione e alla traduzione, il diritto alla informazione e agli atti del caso e la presunzione di innocenza, “da cui deriva il divieto di presentare indagati e accusare persone in tribunale o in pubblico mediante l’uso di misure di costrizione fisica”, ha precisato la commissaria, facendo riferimento alle immagini di Salis in catene nel tribunale ungherese.
(da agenzie)

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“NON È UN CASO CHE L’ITALIA SIA TRA I PAESI CON PIÙ MORTI PER COVID”: SIGFRIDO RANUCCI, NEL LIBRO “LA SCELTA”, RACCONTA GLI SCOOP DI “REPORT” DURANTE LA PANDEMIA

Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile

“QUELLO CHE SCOPRIMMO FU CHE L’ITALIA NON AVEVA UN PIANO AGGIORNATO PER AFFRONTARE LE PANDEMIE. L’ULTIMO RISALIVA AL 2006, NEGLI ANNI ERA STATO TAROCCATO: NE CORREGGEVANO SOLO IL FRONTESPIZIO CAMBIANDO LA DATA, NON I CONTENUTI. SE FOSSE STATO AGGIORNATO, AVREBBE POTUTO EVITARE MIGLIAIA DI VITTIME”

Pubblichiamo, per concessione dell’editore Bompiani, un estratto del libro di Sigfrido Ranucci, in uscita il 7 febbraio sigfrido ranucci Sigfrido Ranucci La Scelta Bompiani (324 pp, 20 euro).
Il 22 febbraio 2020 ero a Semiana, in provincia di Pavia, a ritirare il Premio Antimafia 2020 «per le attività istituzionali e professionali in materia di contrasto alle devianze e al malaffare a tutela della collettività». Il riconoscimento arrivava dalla Fondazione Antonino Caponnetto. Due giorni prima a Codogno era scoppiato il caso di Mattia Maestri, il “paziente uno” affetto dal virus del Covid. Mi trovavo a pochi chilometri da quella che era stata appena dichiarata zona rossa.
Grazie a quel premio mi ero trovato a poter raccogliere delle testimonianze sul posto: mi parlarono di ospedali e pronto soccorso affollati, di casi di polmoniti anomale, di pazienti anziani che morivano uno dopo l’altro, di camere mortuarie stracolme. Rientrando in autostrada ero rimasto folgorato da un pensiero: se il virus era arrivato in quel piccolo paese sperduto della Lombardia, l’Italia intera doveva essere già infetta senza averne la consapevolezza.
In pochi minuti, fissando il guardrail che correva senza fermarsi mai, capii che dovevo compiere una scelta. Non sempre la vita procede dritta come pensiamo o come vorremmo, a volte ci pone davanti a bivi ineludibili. Chiamai la redazione per convocare una riunione urgente.
La messa in onda di Report era programmata per la fine di marzo, gli inviati avevano già quasi chiuso le inchieste preparate nei due mesi precedenti. Bisognava buttare il lavoro fatto fino a quel momento, ma d’improvviso sentivo che il Paese che ci saremmo trovati a raccontare non sarebbe stato più quello di prima (…) La prima puntata per rispettare i tempi della messa in onda aveva mobilitato i dieci inviati, ognuno con il compito di fare una decina di minuti a testa su argomenti che avevo scritto solo su carta e che non sapevamo a cosa avrebbero portato.
Ne scaturirono inchieste di grandissima profondità, capaci di mettere in discussione le indicazioni dell’OMS (evidenziando le relazioni tra il segretario generale Tedros Adhanom Ghebreyesus e il partito comunista cinese), il ministero della sanità, le decisioni del Comitato tecnico scientifico, la sanità privata.
Quello che Report scoprì e che fece il giro del mondo fu che l’Italia non aveva un piano aggiornato per affrontare le pandemie. L’ultimo risaliva al 2006, negli anni era stato taroccato: ne correggevano solo il frontespizio cambiando la data, non i contenuti. E invece, se fosse stato aggiornato, avrebbe potuto evitare migliaia di vittime. Non è un caso che alla fine della pandemia l’Italia sia stata tra i paesi che in rapporto alla popolazione hanno contato più morti.
Quella del racconto della pandemia con gli italiani chiusi in casa ad aspettare il lunedì sera per conoscere la verità su quello che stava accadendo è stata una stagione cruciale nella storia di Report. È stata la stagione dei record di ascolti, ma anche una stagione faticosissima per la delicatezza dei temi affrontati e per via degli attacchi infidi e violenti di cui fummo oggetto, che mirarono addirittura a sostituirmi alla conduzione del programma e togliermi la nomina di vicedirettore.
(da “La Stampa”)

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IL MATRIMONIO DI UN MILITANTE NEONAZISTA CELEBRATO AL MUNICIPIO DI VARESE: LO SPOSO SI È AFFACCIATO DAL BALCONE PER FARE IL SALUTO ROMANO, GLI OSPITI HANNO RISPOSTO CON IL BRACCIO TESO

Febbraio 5th, 2024 Riccardo Fucile

L’UNIONE È STATA OFFICIATA DA ALESSANDRO LIMIDO, CAPO DEI NEONAZISTI DELLA “COMUNITÀ MILITANTE DEI DODICI RAGGI” AL CENTRO DI SVARIATI PROCEDIMENTI PENALI PER DIFFAMAZIONE AGGRAVATA E APOLOGIA DI FASCISMO

Il matrimonio è stato officiato in municipio a Varese dal capo dei neonazisti della «Comunità Militante dei Dodici Raggi», Alessandro Limido, al centro di svariati procedimenti penali. Lo sposo, militante Do.Ra., ha fatto il saluto romano dal balcone di fronte ai giardini Estensi, e gli invitati in cortile hanno risposto allo stesso modo, a braccio teso.
È quanto è successo a Palazzo Estense, sede del Comune di Varese, sabato 3 febbraio, alle nozze di un militante «Do.Ra», noto gruppo dichiaratamente neonazista con base ad Azzate, vicino al capoluogo prealpino, gruppo che nel 2017 fu al centro di un’inchiesta della Procura di Busto Arsizio per «ricostituzione del partito fascista».
In città il fatto non è passato inosservato, e il video ha cominciato a girare sui social.
A celebrare il matrimonio Alessandro Limido, riconosciuto come capo dei Do.Ra., 44enne al centro di svariati procedimenti penali per diffamazione aggravata e apologia di fascismo. Il fatto ha suscitato indignazione. Ester De Tomasi, presidente provinciale di Anpi Varese, ha chiesto di verificare come sia stato possibile l’«accreditamento» del gruppo.
Sul fatto è intervenuto il sindaco di Varese Davide Galimberti (Pd): «Quanto accaduto al termine della celebrazione a Palazzo Estense è inaccettabile e invito le forze dell’ordine a fare piena chiarezza su quanto avvenuto, individuando al più presto i responsabili e avviando le necessarie azioni penali».
(da agenzie)

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