Aprile 18th, 2024 Riccardo Fucile
FELICI DI NON ESSERE COME LUI
Per la serie “le parole inutili” mi unisco a Corrado Augias e ai tanti italiani che, considerando “deplorevole” la figura politica di Berlusconi, giudicano deplorevole dedicargli un francobollo (e vedrete le strade, le piazze, i luoghi pubblici: basta aspettare).
Ma ho piena coscienza del giubilo che quel francobollo suscita in almeno altrettanti italiani per i quali le stesse cose per noi deplorevoli sono invece un invidiabile esempio di simpatia, savoir-faire, seduttività, entusiasmo, qualità opposte al grigiore dell’etica pubblica e più in esteso del senso della misura, che fu la migliore qualità della borghesia e della classe operaia (mi permetto di dire, semplificando: le due sole potenziali classi dirigenti sulle quali l’Italia avrebbe potuto contare, non fossero state entrambe travolte dalla mutazione della politica in una branca del marketing, dei cittadini in consumatori, delle classi sociali in una nebulosa indistinta di clienti. Mutazione della quale Berlusconi fu il primo artefice).
Chi si oppose tenacemente e inutilmente al mondo di Berlusconi era ancora appeso, in un modo o nell’altro, a categorie etiche e stili messi in minoranza dall’evoluzione sociale. Resta da vedere, naturalmente, a cosa ci porterà, o ci ha già portato, questa mutazione.
Comunque vada a finire, Berlusconi rimarrà per sempre, per quelli come me, non tanto quello dei soldi facili e delle figuracce mondiali, quanto quello che disse ai suoi venditori: il pubblico ragiona come un bambino di otto anni.
Chi fatica a riconoscersi in quell’insieme puerile e docile costituisce, bel al di là delle idee politiche, l’Italia che si è battuta contro di lui.
E ha perso, ma è felice di non essere come lui.
(da repubblica.it)
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Aprile 18th, 2024 Riccardo Fucile
DA ALMENO VENTI ANNI I SEDICENTI “INTELLETTUALI DI DESTRA” NON SE LA PASSAVANO MALE, ERANO PERFETTAMENTE INTEGRATI NEL SISTEMA
Tempo di bilanci alla Rai, dove s’ è completata la grande fuga del
primo anno di gestione meloniana. In ordine alfabetico: Amadeus, Annunziata, Augias, Berlinguer, Gramellini, Fazio, Saviano.
L’ambizioso progetto della nuova “controegemonia culturale di destra” formulato in un apposito convegno di intellettuali presieduto dal ministro Sangiuliano, con tanto di omaggio tardivo a Gramsci, finora ci ha deliziato solo di una primizia: Bruno Vespa anticipato per cinque minuti all’ora di cena. Aggiungiamoci pure un Gian Marco Chiocci alla direzione del Tg1 in stile Minzolini, solo appiattito sulla Meloni anziché su Berlusconi. Ma la controegemonia culturale di destra sembrerebbe proprio finita lì, avvolta in una nebulosa tossica di censura e autocensura.
Com’è possibile? Non era cresciuta, nei duri anni dell’opposizione al regime di sinistra, un’intellighenzia giovane e anticonformista, scalpitante nella ribellione al pensiero unico dominante, che aspettava solo di essere liberata dal ghetto?
I vecchi dinosauri Rai hanno sgombrato il campo, non toccava forse a loro? Possibile che debba sempre darsi da fare solo l’immarcescibile Vespa?
In effetti avevo già notato che i magnifici tre indicati da Sangiuliano come intellettuali di punta della destra (Pietrangelo Buttafuoco, Alessandro Giuli, Marcello Veneziani) si erano tenuti alla larga dalla “nuova” Rai, memori forse di avervi conseguito in passato risultati poco lusinghieri. Ma dietro di loro premeva una folla di aspiranti. Possibile che nessuno di loro si sia fatto notare? Temo che la risposta sia una sola: l’Italia è un Paese di smaliziati vittimisti più che di esuli in patria. Già da almeno un ventennio codesti intellettuali di destra non se la passavano affatto male. E la pinguedine non aguzza l’ingegno.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Aprile 18th, 2024 Riccardo Fucile
L’AFFONDO SUL COINVOLGIMENTO DEI MOVIMENTI PRO-VITA PER PRESSARE LE DONNE A NON ABORTIRE
L’eco dell’emendamento di Fratelli d’Italia al decreto Pnrr per il coinvolgimento dei movimenti pro-vita nei consultori è arrivato fino a Madrid. Da dove la ministra spagnola dell’Uguaglianza ha commentato: «Permettere molestie organizzate contro le donne che vogliono interrompere la gravidanza significa indebolire un diritto riconosciuto dalla legge. È la strategia dell’estrema destra: intimidire per invertire i diritti, per fermare l’uguaglianza tra donne e uomini». Queste le parole usate da Ana Redondo sui social network, arrivate fino a Roma, che hanno fatto innervosire il governo italiano.
«Varie volte ho ascoltati ministri stranieri che parlano di questioni italiane senza conoscerne i fatti. Normalmente quando si è ignoranti su un tema si deve avere almeno la buona creanza di non dare lezioni», ha replicato glaciale la premier Giorgia Meloni da Bruxelles, dove è in corso il Consiglio europeo.
Roccella ribadisce in sostanza quanto sostenuto dalla maggioranza dopo aver presentato l’emendamento, sostenendo che non vuole snaturare la legge 194 che protegge il diritto all’aborto ma anzi implementarlo.
Una ricostruzione aspramente contestata dalle opposizioni, che oggi in aula hanno provato a modificare il testo con un emendamento del Movimento 5 Stelle respinto dalla Camera. La proposta pentastellata prevedeva di vietare l’intervento nei consultori a coloro che, «ideologicamente orientati», «tentano di negare le tutele sottese ai servizi che i consultori sono tenuti a garantire per avviare la procedura relativa all’interruzione di gravidanza».
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2024 Riccardo Fucile
CHIAMATO DA URSULA PER REALIZZARE UN DOSSIER SULLA COMPETITIVITÀ DELL’UNIONE EUROPEA, NON HA RESISTITO ALLE SIRENE DEI MEDIA ED È SALITO IN CATTEDRA… UN GRAVE ERRORE DI OPPORTUNITÀ POLITICA (LO STESSO MACRON NON L’HA PRESA BENE)
Anche Draghi, ogni tanto, commette un errore. In effetti, in questi
anni, qualche decisione l’ha toppata, come la cieca corsa al Colle nel 2022, quando, auto-candidandosi su spinta del suo staff di Palazzo Chigi, si era convinto di poter succedere a Sergio Mattarella.
Sbagliò all’epoca, e sbaglia oggi a dare fin troppo adito, con le uscite pubbliche, alle voci che lo danno in corsa per la presidenza della Commissione europea.
“Mariopio”, come confermato da Matteo Salvini nel libro “Controvento”, è abituato a comandare, come si dice? a sedere a capotavola, e non si trova a suo agio in quelle dinamiche ineludibili della politica, che sono il dialogo, la trattativa e il compromesso. Servirebbe, inoltre, un po’ di “scaltrezza” per comprendere come e quando muoversi all’interno di un agone pieno di insidie e di serpi come quello della politica.
Draghi, è bene ricordarlo, è stato riportato al centro dell’attenzione pubblica da Ursula von der Leyen, che l’ha scelto come “super-consulente” per realizzare un dossier sulla competitività dell’Unione europea. Un lavoro che l’allievo del liceo gesuita Massimo avrebbe dovuto consegnare brevi manu alla Presidente, lasciando a lei la responsabilità di illustrarlo pubblicamente.
“Mariopio” invece non ha resistito alle sirene dei media, che tanto lo incensano, ha dimenticato il committente del rapporto (Ursula) ed è salito in cattedra squadernando i difetti dell’Unione e le necessarie riforme, offrendosi come l’unico portatore della ricetta salva-Europa.
Più che un’autocandidatura, un “ghe pensi mi” da parte di chi l’Euro l’ha già salvato una volta con il famoso “Whatever it takes”.
Un comportamento simile l’ha avuto Enrico Letta, a cui era stato commissionato il report sul mercato unico. Anch’egli non ha tenuto a freno la lingua e ha lasciato al suo ego la possibilità di strabordare.
Per Draghi è stato un grave errore di comunicazione e di opportunità politica, al punto che lo stesso Macron, suo grande sponsor, non l’ha presa bene (Scholz invece risulta non pervenuto perché impegnato a baciare la pantofola di Xi Jinping a Pechino).
Macron sa che esistono delle procedure che non possono essere dribblate facilmente. Non a caso, oggi è intervenuto sul tema, dicendo: “Mario Draghi è “un amico formidabile, ma le nomine si fanno dopo il voto, bisogna prima convincere i cittadini sui programmi”.
Al momento sul tavolo c’è una candidatura, certificata dal Congresso del Ppe: quella di Ursula von Der Leyen. Nel momento in cui la triade che oggi governa l’Unione (Macron, Scholz, Tusk) dovesse cambiare cavallo, si aprirebbe un’altra partita.
Al momento però, verso Ursula non sono arrivati siluri definitivi, ma soltanto aspre critiche che, in politica, possono essere uno strumento per spingere l’interlocutore a scendere a patti e trattare nuovi accordi. D’altronde, Ursula, come già dimostrato nel rapporto con Giorgia Meloni, è disposta a tutto pur di essere riconfermata.
La presidente teme di essere scavalcata, per conto del Ppe, da Manfred Weber, in un ribaltamento di quanto avvenuto cinque anni fa (lo spitzenkandidaten allora era il presidente del Partito Popolare, poi uccellato proprio dalla cofana bionda per volere di Macron-Merkel).
La candidatura di Weber, per quanto credibile visto il suo solido animo europeista, porta con sé alcuni nodi politici tutti interni alla Germania: è esponente della Csu, il partito bavarese “junior partner” della coalizione con la Cdu (che è l’ala destra della Csu).
Sarebbe irrituale sostituire il cavallo di punta del partito più grande per sostituirlo con il frontrunner della formazione più debole. Senza considerare le posizioni più a destra di Weber, che in passato lo hanno spinto a dialogare apertamente con Giorgia Meloni e le euro-formazioni sovraniste, che potrebbero indispettire il socialista Olaf Scholz, che comunque al Consiglio europeo pesa.
A Bruxelles si cercano delle alternative che al momento scarseggiano. L’ipotesi Roberta Metsola è considerata un ripiego. Se Ursula accettasse un compromesso con Macron, Scholz e Tusk, dopo le elezioni europee, si ritroverebbe a guidare una Commissione “sotto tutela”, anche per la debolezza di fare patti con tutti dell’ex portaborsette della Merkel. L’opposto, cioè, di quello che servirebbe all’Unione in una fase di disordine mondiale, che da Gaza all’Ucraina sta attanagliando il Continente.
Se invece, dal risultato delle urne, dovesse consolidarsi una situazione di stallo, tra veti incrociati, maggioranze ballerine, indecisione dei leader, a quel punto potrebbe uscire dal cilindro il coniglio Mario Draghi. Il suo nome sarebbe garanzia di una Commissione forte e autorevole, persino troppo per molti leader abituati a comandare e restii a cedere fette di sovranità all’Unione
Il piano di “Mariopio”, d’altronde, è chiaro: difesa comune, stop alla concorrenza interna e maggiore integrazione finanziare, industriale, hi-tech. Di fatto un ceffone soprattutto per i sovranisti euroscettici perché gli Stati perderebbero potere.
E Giorgia Meloni? Se dopo il 9 giugno i risultati elettorali fossero meno lusinghieri del previsto e capisse di essere tagliata fuori dalla partita per la formazione della nuova Commissione, la Ducetta de’ noantri potrebbe rientrare in gioco proprio lanciando il nome di Draghi.
(da Dagoreport)
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Aprile 18th, 2024 Riccardo Fucile
I MOTIVI DEL RINVIO A GIUDIZIO DI POZZOLO PER LO SPARO DI CAPODANNO
«Perché mi hai sparato? Perché l’hai fatto? Perché non ti preoccupi e non fai nulla, pezzo di m…? Perché, figlio di p…?».
Erano passate da poco le due del mattino nella sede della pro loco di Rosazza, dove si stava svolgendo il veglione di Capodanno organizzato dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FdI). Venti minuti prima nel trambusto della festa era esploso un colpo dalla mini-pistola del deputato FdI Emanuele Pozzolo, passato di lì molto dopo la mezzanotte per fare un brindisi con l’amico sottosegretario.
Il colpo aveva ferito non gravemente alla coscia Luca Campana, genero dell’allora caposcorta di Delmastro, Pablito Morello, che aveva assistito alla scena. Campana aveva sentito una fitta alla gamba, corso in bagno si era tirato giù i pantaloni e aveva visto il buco nella gamba causato dal proiettile, terrorizzato: temeva di morire. È svenuto, quando è riuscito a riprendersi, lo hanno sistemato su un tavolo trasformato in barella per portarlo all’esterno venendo incontro all’ambulanza che era stata chiamata.
Lì, sulla lettiga di fortuna Campana uscendo ha incrociato lo sguardo assente di Pozzolo, sfogando la sua rabbia. Campana si sarebbe atteso almeno le scuse del deputato di FdI per quello sparo accidentale. Non sono mai arrivate. Invece la vittima si è scusata con lui per gli insulti di quella notte.
Le 156 pagine di testimonianze raccolte su quella notte
L’episodio è raccontato a carabinieri e magistrati inquirenti da quasi tutti i testimoni di quella drammatica serata ed è più volte ripetuto nelle 156 pagine di allegati depositati insieme alla chiusura delle indagini con cui si preannuncia di fatto il rinvio a giudizio di Pozzolo per quella notte della mini-pistola che ha terremotato a inizio anno il partito di maggioranza del governo di Giorgia Meloni. Il fascicolo oggi è pubblico e raccoglie le testimonianze di tutti i presenti a quel veglione di Capodanno raccolte quella notte dai carabinieri arrivati subito dopo lo sparo, il mattino dopo al pronto soccorso e in caserma e poi ripetute dagli stessi interrogati dalla procura della Repubblica di Biella nelle prime settimane di gennaio. Versioni che in gran parte coincidono con solo qualche particolare differente non essenziale, e non lasciano molti dubbi agli inquirenti.
Il vanto per quella pistola e il colpo partito per dimostrare che era vera
Secondo i testimoni Pozzolo quella sera era arrivato alla festa (cui era passato per un saluto insieme ai familiari prima del cenone) poco prima dell’una del mattino in stato piuttosto euforico. Tutti i testi meno uno ritengono che fosse piuttosto “brillo” per l’alcol bevuto. Salutato Delmastro e i pochi altri conosciuti, il deputato di FdI avrebbe aggiunto altri brindisi a quelli già fatti nella sua abitazione con i familiari. In un video girato da una ospite, i cui fotogrammi sono allegati al fascicolo, Pozzolo appare con un bicchiere in mano e un piatto nell’altra mano in un angolo del salone tutto solo.
Secondo il racconto quasi univoco dei testi a un certo punto, circondato da tre quattro persone, fra cui sicuramente la vittima, Campana, il caposcorta di Delmastro, Morello, e suo figlio Maverick, Pozzolo tira fuori dalla tasca destra del pantalone la famosa mini-pistola. La mette senza dire una parola sul palmo della mano, immaginando di suscitare l’ammirazione e la curiosità degli astanti. Per farla ammirare meglio la mette sul tavolo. Ma la reazione di chi ha davanti non è quella immaginata. «Cos’è? Un accendino?», chiede il caposcorta di Delmastro. Qualcun altro borbotta che è finta. Pozzolo la riprende in mano, tiene la canna con la destra e con la sinistra tenta di farla vedere meglio. Secondo la vittima, Campana, Pozzolo avrebbe alzato e abbassato il cane per dimostrarne l’autenticità. Ma Campana, si mostra ancora più scettico: «È finta». Allora – il racconto è della stessa vittima davanti ai pm – «mi è sembrato che lui volesse aprire il tamburo ma non riuscendoci, poggiava la pistola sul tavolo, come per far leva, e proprio in quell’istante ho sentito partire un colpo».
Il tempo perso per la testimonianza discordante della compagna della vittima
Se l’inchiesta è durata un pizzico più di quel che ci si sarebbe attesi di fronte a testimonianze così concordanti è perché quella drammatica notte una sola divergeva da tutte le altre. Ed era proprio quella di Valentina Morello, figlia del caposcorta di Delmastro, compagna della vittima e madre dei suoi due figli. L’interrogatorio si è svolto la notte fra il 31 dicembre e il primo gennaio alle 4 e 24 nel pronto soccorso dove era stato portato Luca Campana.
Ai carabinieri Valentina aveva raccontato: «Intorno alle ore 1 e 15 circa un uomo che non conosco, presente alla festa, di circa una trentina d’anni, vestito sportivo con dei jeans chiari e una felpa di colore blu, estraeva una pistola, inizialmente appoggiandola ad un tavolo, attirando l’attenzione di una decina di persone che si trovavano accanto a lui. Queste 10 persone hanno iniziato a maneggiare l’arma, sempre alla presenza del proprietario».
Era la sola teste a dire che l’arma era passata in altre mani, ed era la compagna della vittima. Una versione che combaciava con la sola data qualche ora più tardi dallo stesso Pozzolo, secondo cui la pistola era caduta dalla sua giacca e raccolta da altri che passandosela di mano in mano avevano fatto partire il colpo.
Nessun altro però confermava questo particolare e la stessa Valentina riascoltata il 4 gennaio in procura di Biella ritrattava la versione data: «Non posso confermare, non ricordo di averlo visto in modo diretto, credo di essermi suggestionata ascoltando le affermazioni di chi chiedeva se fosse vera o finta quella pistola» Questa incertezza ha però convinto i pm a chiedere alla scientifica una verifica sulle impronte digitali esistenti sulla pistola, che ha fatto allungare un po’ i tempi. Alla fine è stato accertato che le uniche impronte esistenti erano quelle di Pozzolo e del caposcorta
Il pianto disperato della mamma della bimba di 4 anni sulla traiettoria di quel proiettile
Quella notte però c’è stato un altro particolare drammatico che fino ad ora non era emerso. Nella stanza in cui è risuonato lo sparo, quasi sulla traiettoria del proiettile, c’era anche una bambina di 4 anni, Altea. È la figlia di Davide Eugenio Zappalà, assessore ai lavori pubblici del comune di Biella, e di sua moglie Rania Abdelsalam, ricercatrice della Sapienza nata in Arabia Saudita. Papà Davide vista Altea sfinita dall’ora tarda l’aveva portata in braccio nel salone principale a due passi dall’uscita della pro loco per farla dormire su alcune sedie messe lì, vicino a Pozzolo, non immaginando il pericolo che la bimba avrebbe corso.
È lo stesso Zappalà a raccontare ai magistrati il dramma sfiorato: «Specifico che poco dopo lo sparo mia moglie ha subito cercato mia figlia, poiché preoccupata. Inizialmente ho visto Altea immobile, motivo per il quale mia moglie temeva che ad essere stata colpita fosse lei. Mia moglie, infatti, ha pianto in quel frangente, avendo temuto il peggio».
Alla bimba per fortuna non è accaduto nulla. Ma anche la mamma Rania ha fornito una delle testimonianze fondamentali sul comportamento di Pozzolo dopo l’incidente. Prima immobile su una sedia in “stato catatonico”, poi pronto ad andarsene via per non incontrare i carabinieri che stavano arrivando sul posto, e fermato solo in extremis dal figlio del caposcorta di Delmastro: «Tu resti qua e racconti quel che è accaduto ai carabinieri».
(da Open)
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Aprile 18th, 2024 Riccardo Fucile
UNA DECISIONE CHE HA SCATENATO LE IRE DELLA BASE E DEI VERTICI DEL PARTITO, DA MOLINARI A ROMEO… DA 27 EURODEPUTATI, IL CARROCCIO È PASSERA’ A SEI O SETTE ELETTI. E VANNACCI SI PAPPERA’ UN SEGGIO SICURO, SCIPPANDOLO A CHI SI È FATTO IL CULO PER ANNI SUL TERRITORIO (CENTINAIO DIXIT)
Ad affossare definitivamente la leadership di Matteo Salvini nella
Lega, già minata da mesi di critiche, potrebbe non essere il travagliato e contestatissimo progetto sul ponte sullo Stretto di Messina, né le difficoltà per portare a casa l’annacquata riforma sull’autonomia.
Il Capitone potrebbe “cadere” sulla candidatura di Roberto Vannacci alle prossime europee. Una decisione, su cui Salvini sembra essersi incaponito, che ha scatenato le ire e le proteste di esponenti di spicco, anche di suoi fedelissimi, e di tanti attivisti.
Le prese di distanza pubbliche da parte dei vertici leghisti dalla scelta del generale (sospeso) ormai non si contano più.
Il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha lanciato un messaggio forte e chiaro al suo segretario: “L’altra volta abbiamo eletto tanti europarlamentari, visto anche il risultato che abbiamo ottenuto. Certamente c’è una precedenza per i militanti storici e i parlamentari uscenti, ci sta anche che nelle liste ci possa essere qualche esterno”.
Ancora più chiaro era stato l’ex ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio, che ha sfanculato la linea di Salvini: “Io non voterò Vannacci, sceglierò uno della lega che si è fatto il mazzo sul territorio”.
Tradotto: visti i sondaggi impietosi, alle prossime europee la Lega dovrebbe eleggere solo 7 eurodeputati. E piazzare Vannacci come capolista, come vorrebbe il Capitone, vorrebbe dire sfilare un seggio sicuro a chi nella Lega milita con fatica da anni.
Senza contare che una larga parte della base leghista si chiede cosa ci azzecchino le posizioni destrorse del generale con i valori della Lega nata con Bossi
(da Dagoreport)
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Aprile 18th, 2024 Riccardo Fucile
A GUIDARE “SPORT E SALUTE” E’ MARCO MEZZAROMA, BENEDETTO DALL’AMICA GIORGIA MELONI E DAL COGNATO FORZISTA CLAUDIO LOTITO
Sport e salute, certo, come recita il nome della società pubblica, cassaforte dello sport. Ma per la destra si tratta anche di poltrone e potere. Con la spartizione degli incarichi che sta smantellando pezzo per pezzo la precedente struttura. Facendo spesso rumore.
Chi è stato più vicino al vecchio vertice è finito piano piano ai margini. L’ultima frontiera di conquista è quella del marketing comunicazione, dove il prossimo uomo forte potrebbe essere Massimo Caputi, a lungo volto televisivo del giornalismo sportivo. Da più parti è dato in procinto di avviare un rapporto con la società.
Seppure solo in forma di consulenza esterna. «Al momento non c’è nulla», dice Caputi a Domani, puntualizzando anche che «non è previsto niente di organico». Una posizione che filtra anche dalla società, dove si ritiene prematuro il discorso. Qualcosa all’orizzonte, però, si intravede in assenza di smentite perentorie.
L’obiettivo sarebbe l’affidamento a Caputi, con modalità al vaglio, della comunicazione digitale, dal sito ai profili social. Ma vista la sua lunga esperienza nel campo potrebbe diventare molto di più. Un super consulente, insomma.
Non avrebbe da ridire, in virtù di una stima reciproca e una conoscenza consolidata, Diego Nepi Molineris, ad di Sport e salute, con un lungo cursus honorum al Coni, il direttore storico di Piazza di Siena, evento di equitazione di rilevanza internazionale organizzato a Roma. Un dirigente di esperienza, molto apprezzato dai ministri Giancarlo Giorgetti e Andrea Abodi.
Caputi può del resto contare su una precedente vicinanza con i settori della destra leghista, lato Giorgetti. Nel governo Draghi è stato consulente della sottosegretaria alla Sport, Valentina Vezzali, dopo il licenziamento al Messaggero. L’ex campionessa di scherma è stata consigliata a Draghi in quella casella proprio da Giancarlo Giorgetti, ideatore di Sport e salute durante il governo Conte I, quello gialloverde.
Non a caso Vezzali aveva nominato, facendo cosa gradita a Giorgetti, Michele Sciscioli come capo dipartimento, altra figura di fiducia del dirigente leghista. A pagare il prezzo della rivoluzione destrorsa in corso è stato Goffredo De Marchis, a lungo giornalista politico del quotidiano La Repubblica che aveva accettato, alla nascita di Sport e salute, il ruolo di capo ufficio stampa. Da marzo non è più nell’organigramma.
Oltre a Caputi, un altro caso significativo nella società è il potenziamento delle funzioni di Giuseppe De Mita, figlio dell’ex leader democristiano Ciriaco, che curerà alcuni progetti per Sport e salute. Sarà l’uomo-marketing. «Un incarico a tempo», si apprende dalla società. In passato il figlio d’arte aveva collaborato per eventi circoscritti, in testa gli Internazionali di tennis di Roma, ora la sfera di influenza si allarga.
Verso orizzonti ancora da definire. Il nuovo corso sta infatti seguendo una logica più orientata alla promozione di eventi, utili per sfruttarli a favore di telecamera. Spesso con il ministro dello Sport Andrea Abodi, che vigila sul conseguimento di risultati concreti sul piano degli impianti e delle strutture, che è la ragion d’essere della società. Che sul punto però fa sapere: «Puntiamo alla valorizzazione dei professionisti interni e al rispetto della mission fondativa».
(da editorialedomani.it)
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