Destra di Popolo.net

ANTONIO SCURATI DA FAZIO: “TRASCINATO IN UNA LOTTA NEL FANGO, DA MELONI PAROLE SGRADEVOLI”

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DELLA CENSURA ALLO SCRITTORE

Antonio Scurati torna per la prima volta in Tv a Che tempo che fa, dopo il caso scoppiato in Rai sul suo monologo sul 25 aprile non andato più in onda a «Che sarà» da Serena Bortone. Accolto in studio da un lunghissimo applauso del pubblico, lo scrittore ha raccontato come tutto è iniziato. «Sono stato chiamato da un programma della tv che pensavo fosse di tutti, in prossimità del 25 aprile perché ho scritto almeno cinque libri che hanno affrontato quel periodo, mi sono sentito in dovere di ricordare l’anniversario e dicevo le mie idee e muovevo le critiche a chi ci governa e per questo sono stato trascinato per i capelli in una lotta nel fango». Scurati dice di aver saputo che il suo monologo era stato annullato mentre si stava facendo la barba: «È arrivata la telefonata della conduttrice che non conoscevo, era affranta e ha detto “la sua partecipazione è stata annullata”. Non ho risposto a chi mi chiamava, ho cercato di non replicare anche se ero dispiaciuto. La cosa più grave è che ad un certo punto della giornata il capo del governo dicendo che, non sa bene come sono andate le cose, e questo mi pare un buon motivo per tacere direbbe mio padre, usa delle parole sgradevoli, mi descrive come un avido. Non deve succedere che un capo di governo attacchi con frasi denigratorie un cittadino che è anche uno scrittore e dovrebbe poter esprimere il suo punto di vista».
Scurati ha ammesso che in situazioni come quelle che ha vissuto «c’è enfasi anche nei tuoi sostenitori… Mi dispiace di essere trascinato in una polemica così volgare e così bassa». E poi commenta le dichiarazioni di Ignazio La Russa nei suoi confronti: «La seconda carica dello stato è lo Stato, non può buttarsi contro un singolo individuo. Immaginate Mattarella che si sveglia e dice “Fazio è un conduttore pessimo”». Fazio scherza: «Lui è l’unico che non lo ha detto». Scurati poi aggiunge: «È come dire che un medico fa soldi con la malattia, io non faccio soldi con Mussolini ma con il talento, con il lavoro. Non ho fatto nulla di originale con il mio monologo, sono idee e valori che mi sembravano ovvi e scontati».
Fazio ironizza promettendo a Scurati di pagargli il biglietto e «un contratto di una sola pagina» se accetterà di essere ospite della prossima stagione di Che tempo che fa. Scurati non si nega. E prova un bilancio della sua vicenda: «Se vuoi viver tranquillo in questo momento in questo paese non devi criticare il governo, credevo di sapere avendo studiato e raccontato gli anni bui del fascismo, ho capito un pochino sulla mia pelle che la democrazia è sempre lotta per la democrazia e ci viviamo oggi grazie alla lotta dei nostri nonni e delle nostre nonne. La democrazia non è un albero ad alto fusto ma è come la vite, la devi curare ogni giorno e solo alla fine ti da il magnifico vino della democrazia».
(da agenzie)

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BEBE VIO RISPONDE AL GENERALE ACCUSATO DI CORRUZIONE E TRUFFA SUI DISABILI IN CLASSE: “UN PASSO INDIETRO CULTURALE”

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

L’ATLETA RISPONDE A VANNACCI: “NON SI TORNA INDIETRO”

A Bebe Vio non è piaciuta l’idea del generale Roberto Vannacci delle classi separate tra alunni disabili e non. «A me sembra paradossale che si possa anche solo pensare una cosa del genere. Abbiamo iniziato l’inclusione a scuola, ora qualcuno propone di dividerci ancora e fare passi indietro anche culturalmente», dice oggi al Corriere della Sera.
L’atleta spiega che «siamo stati il primo Paese al mondo a eliminare le classi separate fra chi ha una condizione di disabilità e chi non la ha, perché tornare indietro? Mi sembra una cosa senza senso». Mentre gli insegnanti di sostegno sono utili anche a chi non ha disabilità: «Penso ai tanti minori stranieri. Anche nelle mie classi ce n’erano. O a quel mio compagno che non capiva l’italiano, perché a casa parlava solo in dialetto veneto, e gli è stata affiancata una persona. Dividiamo anche loro? Giusto che si venga aiutati».
Infine, Vannacci ha anche detto che mai farebbe correre i 100 metri a un disabile insieme a chi fa il record: «Non conosce Markus Rehm», replica Bebe Vio. «È un saltatore in lungo tedesco. È amputato a una gamba e da anni è il migliore del mondo, non solo fra i paralimpici, anche fra gli olimpici. A Wembrace Sport, l’evento organizzato da art4sport, la mia associazione, partecipano insieme persone con e senza disabilità».
(da agenzie)

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PEDRO SANCHEZ NON SI DIMETTE: “NON CI FACCIAMO FERMARE DAL FANGO”

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

IL TRIBUNALE HA CHIESTO L’ARCHIVIAZIONE SULLE DENUNCE DI UN SEDICENTE SINDACATO SOVRANISTA CONTRO LA MOGLIE DEL PREMIER SPAGNOLO

Il premier spagnolo Pedro Sánchez continuerà a ricoprire l’incarico di capo del governo. Al termine di un periodo di riflessione durato cinque giorni, il primo ministro socialista ha comunicato la sua decisione in una conferenza stampa al Palazzo della Moncloa, a Madrid. Il 24 aprile scorso, Sánchez ha colto tutti di sorpresa quando ha annunciato di star valutando le dimissioni. A scatenare il terremoto politico è stata la decisione del tribunale di Madrid di aprire un’inchiesta preliminare su Begona Gomez, moglie del premier, per presunta corruzione. L’indagine – per cui la Procura ha chiesto l’archiviazione – è scattata su denuncia di Mano Limpias, un autoproclamato sindacato con simpatie di destra. Si tratta, scrive El Pais, di un’organizzazione che in passato ha presentato diversi esposti che non hanno «portato a nulla» contro rappresentanti di sinistra, e che è stata a sua volta indagata per false accuse.
L’annuncio di Sánchez
«Assumo la decisione di continuare, se possibile con più forza», ha detto oggi Sánchez sciogliendo le riserve sul suo futuro. «Non si tratta del destino di un particolare leader. Si tratta di decidere che tipo di società vogliamo essere. Il nostro Paese ha bisogno di questa riflessione. Abbiamo lasciato che il fango contaminasse la nostra vita pubblica per troppo tempo», ha insistito il premier spagnolo. E poi ancora: «Chiedo alla società spagnola di dare ancora una volta l’esempio. I mali che ci affliggono fanno parte di un movimento globale. Mostriamo al mondo come si difende la democrazia». Infine, un ringraziamento a chi gli ha chiesto di andare avanti: «Vogliamo ringraziarvi per le manifestazioni di solidarietà ricevute da tutti i settori. Grazie alla mobilitazione sociale, che ha influito».
La lettera ai cittadini
Nella lettera della scorsa settimana, Sánchez aveva denunciato l’esistenza di una «operazione di demolizione» continua nei confronti suoi e della sua consorte, con «attacchi orchestrati dalla destra e dall’estrema destra» e la complicità «di settori mediatici e giudiziari» ultraconservatori, che non hanno mai riconosciuto come legittimo la coalizione progressista del suo governo. Nel fine settimana, migliaia di cittadini sono scesi in strada davanti alla sede del Partito socialista spagnolo e davanti al Congresso dei deputati per chiedergli di «resistere» e non rinunciare al suo incarico di capo del governo.
L’«incertezza totale»
Fino all’annuncio di questa mattina, nessuno in Spagna aveva idea di cosa avrebbe fatto Sánchez. El País, il quotidiano più letto del Paese, parlava di «incertezza totale». Da mercoledì scorso, il premier è rimasto rinchiuso alla Moncloa nel più stretto riserbo, circondato dalla sua famiglia. Sánchez ha risposto soltanto alle telefonate di solidarietà di altri leader internazionali e alle consultazioni dei ministri.
(da agenzie)

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MELONI: “SCRIVETE SOLO GIORGIA SULLA SCHEDA PER LE EUROPEE”. MA PER I GIURISTI C’E’ IL RISCHIO RICORSI

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

PELLEGRINO: “GIORGIA NON E’ UN SOPRANNOME”… AZZARITI: “FORZATURA POPULISTA”… SCOCA: “POSSIBILI CONTESTAZIONI”

Non c’è norma che la vieti, ma la mossa di Meloni per diventare “solo” Giorgia nel seggio elettorale si espone a una bocciatura senza sconti da parte dei giuristi. E al rischio di contestazioni.
Anche sul filo dell’ironia, come fa il costituzionalista della Sapienza Gaetano Azzariti: «Solo Giorgia? E se c’è un’altra Giorgia che fanno? Saranno costretta a eliminarla? Vietate tutte le Giorgia dentro FdI? Già questa è una discriminazione e una lesione di un diritto fondamentale…».
Ma la decisione della premier è possibile o siamo di fronte all’ennesimo svarione istituzionale?
Un professore emerito di diritto amministrativo come Franco Gaetano Scoca la definisce «una scelta molto discutibile e che può far sorgere contestazioni». Poteva farlo? «Non c’è una norma che lo vieta, ma quel nome, Giorgia, in sé non dice che è una donna del popolo e comunque non è affatto detto che una donna del popolo debba essere chiamata per nome. In ogni caso stiamo sempre parlando della presidente del Consiglio».
Per Azzariti «siamo di fronte a un’evidente forzatura della legge elettorale che parla chiaro, solo il cognome, nome e cognome, se due cognomi anche uno solo dei due, e se c’è confusione tra omonimi ecco la data di nascita. Ormai gli esponenti di questo governo si ritengono legibus soluti, come dimostra il voto annullato e ripetuto sull’autonomia». Azzariti porta l’esempio di Marco Pannella, in cui vero nome era Giacinto, e quindi si candidava come Giacinto detto Marco Pannella. Qui nulla quaestio. Ma se il nome è già Giorgia Meloni, quel “detta Giorgia” è «solo una forzatura». Peggio: «Per demagogia viene piegata la legge elettorale e la lettera stessa della legge per uno scopo populista».
L’avvocato amministrativista Gian Luigi Pellegrino la definisce «una gran furbata, che però non si può fare, perché il soprannome non può essere lo stesso nome».
Ed è convinto che «non si possa usare un sistema fatto per salvaguardare il voto per fare campagna elettorale perfino dentro la cabina». Ma quel “detta Giorgia” può essere bloccato? Secondo Pellegrino «gli uffici elettorali potrebbero non accettare quello che non è un soprannome, ma con questo clima non è probabile che lo facciano».
E parla di “frode elettorale” il costituzionalista di Perugia Mauro Volpi. «È vero che a legge legittima l’uso di uno pseudonimo o di un diminutivo o al limite del solo nome se il cognome è complicato o di difficile scrittura. Ma questo non è il caso di Giorgia Meloni. Nella sostanza c’è una frode agli elettori che deriva dal dire che lei è “una di loro”, il che corrisponde a una concezione populista e plebiscitaria che punta ad anticipare gli effetti del premierato».
(da La Repubblica)

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ALLA FACCIA DEI PRESUNTI MIRACOLI DI CUI PARLA GIORGIA MELONI, GLI ITALIANI STANNO SEMPRE PEGGIO

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO CHOC DEL CENTRO STUDI DI UNIMPRESA: 8 MILIONI E MEZZO DI PERSONE (IL 15% DELLA POPOLAZIONE) SONO A RISCHIO POVERTÀ… 6,6 MILIONI DI PERSONE SONO “WORKING POOR”, OVVERO LAVORATORI PRECARI E SOTTOPAGATI

Una fetta della popolazione vicina al 15% è a rischio povertà: sono, infatti, oltre 8 milioni e mezzo gli italiani che rientrano nell’area di disagio sociale e quindi vivono in una condizione economica fortemente precaria.
L’aumento del dato relativo al mercato del lavoro negli ultimi mesi non cancella le zone ad altissimo rischio, con quasi 2 milioni di disoccupati a cui vanno sommati 6,6 milioni di cosiddetti “working poor”. Senza dimenticare gli oltre 5 milioni di soggetti in povertà assoluta che portano il totale degli italiani in difficoltà parziale o estrema a quasi 14 milioni.
Emerge da un rapporto del Centro studi di UNIMPRESA, secondo il quale è comunque leggermente calata, l’anno scorso, la fetta di persone a rischio povertà, pari a 8 milioni e 440 mila in discesa di circa 28mila unità rispetto al 2022. «Ci concentriamo su questo fenomeno da quasi 10 anni.
La vera sfida del governo, che comunque sta operando in maniera positiva, ancorché non pienamente soddisfacente, sta nell’arrivare a fine anno con questo numero, quello dell’area di disagio sociale, più contenuto rispetto all’attuale 8,5 milioni: serve una traiettoria nuova, un cambio di passo verso un orizzonte diverso.
È un obiettivo ambizioso, ma a nostro avviso raggiungibile. Si tratta di creare le condizioni affinché le imprese possano crescere, investire e creare nuova occupazione. La ricetta è semplice: meno burocrazia e meno tasse, con una quota consistente di incentivi per chi crea nuova, stabile occupazione. Il consiglio dei ministri in programma martedì è una occasione formidabile anche da questo punto di vista» commenta il presidente onorario di UNIMPRESA, Paolo Longobardi
Secondo il rapporto del Centro studi di UNIMPRESA, che ha elaborato dati Istat, l’area di disagio sociale corrisponde al 14,4% della popolazione: si tratta di 8,5 milioni di persone sul totale di 59,1 milioni di cittadini italiani. Il fenomeno osservato da UNIMPRESA riguarda principalmente i disoccupati e i working poor ovvero lavoratori precari o sottopagati: in particolare, questo bacino, negli ultimi anni, ha alimentato la fetta di poveri assoluti: infatti, se i poveri, a partire dal 2005, sono più che raddoppiati, salendo da 2,4 milioni a 5,6 milioni, i “working poor” sono passati, negli ultimi anni, da 10,4 milioni a 8,5 milioni: un “saldo” negativo di 2,2 milioni che va letto come un passaggio da un’area a rischio alla povertà assoluta.
«Mentre vanno definiti sostegni, misure emergenziali e misure per il reinserimento a livello occupazionale per i poveri, è dunque indispensabile evitare che la situazione degli occupati in difficoltà peggiori ancora di più» spiega Longobardi. I lavoratori a rischio povertà, a fine 2023, erano 8,5 milioni, in leggero calo 28mila unità rispetto all’anno precedente (-0,3%). I disoccupati, tra il 2022 e il 2023, sono rimasti sostanzialmente stabili, con una lieve variazione negativa: sono passati da 2 milioni e 27 mila a 1 milione e 947mila, in diminuzione di circa 80mila unità (-3,9%).
Tra i disoccupati, gli ex occupati sono passati da 1 milione e 129mila a 1milione e 55mila, in calo di circa 74mila unità (-6,6%); gli ex inattivi sono arrivati a quota 390mila in discesa di circa 3mila unità (-0,8%); coloro che sono senza esperienza di lavoro, infine, sono calati di 3mila unità (-0,6%), passando da 505mila a 502mila. Quanto ai “working poor” (precari e sottopagati), questa categoria è passata da 6 milioni e 551mila soggetti a 6 milioni e 603mila soggetti, con una crescita di 52mila unità (+0,8%).
Tra gli occupati instabili o a basso reddito, i lavoratori con contratto a termine part time sono passati da 867mila a 920mila, in aumento di 53mila unità (+6,1%); gli addetti con contratto a termine e a tempo pieno sono calati, invece di 93mila (-4,4%) da 2 milioni e 114mila a 2 milioni e 21mila; i lavoratori con contratto a tempo indeterminato part time involontario rappresentano un’altra fascia cresciuta, con un aumento di 17mila unità (+0,6%) da 2 milioni e 638mila a 2 milioni e 655mila; i lavoratori con contratti di collaborazione sono aumentati di circa 2mila unità (+0,8%) da 248mila a 250mila; gli autonomi part time, infine, sono cresciuti di 73mila unità (+10,7%) da 684mila a 757mila.
«Quello dei poveri è un vero e proprio dramma e chi, come me, ogni giorno trascorre del tempo tra le persone, nei negozi e nei mercati si rende conto delle difficoltà delle persone. Chi ha impresa e dà lavoro: crea dignità ed è proprio questo aspetto che sta venendo a mancare. La perdita di lavoro o una retribuzione da fame rappresentano un elemento di vergogna per molti, in tanti hanno timore di chiedere un aiuto economico. Dobbiamo combattere proprio questo e il governo, se davvero vuole mantenere le promesse fatte fin qui, deve creare le condizioni per far lavorare al meglio le imprese. Noi non crediamo nei sussidi a tempo indeterminato e siamo convinti che i posti di lavoro possano nascere solo dalle imprese, adeguatamente sostenute in termini normativi e in termini fiscali» aggiunge il presidente onorario di Unimpresa.
(da Il Sole 24 Ore)

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LA CASSA È VUOTA MA UN MODO PER VARARE UNA MANCETTA ELETTORALE SI TROVA SEMPRE

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI È STATA CATEGORICA: PRIMA DELLE EUROPEE DEVE ARRIVARE IL BONUS TREDICISIME. ANCHE UNA TANTUM, ANCHE A UNA PICCOLA PLATEA DI BENEFICIARI. E COSÌ ARRIVA L’IDEONA: ANNUNCIARLO SUBITO E FARLO ARRIVARE IL PROSSIMO ANNO CON UN AZZARDO CONTABILE

Giorgia Meloni ha fatto arrivare al Tesoro un messaggio indiscutibile: provateci, fino all’ultimo minuto utile. Anche a costo di dover intervenire in extremis, durante il Consiglio dei ministri che presiederà martedì mattina a Palazzo Chigi, dopo l’incontro di domani con i sindacati.
Alla premier come arrivare al risultato importa poco. Quello che conta è trovare la copertura per finanziare il “bonus tredicesima”, l’obolo elettorale che può assicurarle voti preziosi tra poco più di un mese, quando dovrà misurarsi con le urne. Ci conta, la premier. Spera e preme. Perché, secondo il ragionamento all’interno di Fratelli d’Italia, “i voti non si prendono con il Pnrr, arrivano se dai qualcosa a chi ci ha portato al governo”.
Quel qualcosa è il bonus. Anche una tantum. Anche a una platea ridotta di beneficiari. Qualcosa che dia il senso di una politica in movimento
L’alibi del Superbonus che prosciuga i conti pubblici non basta per giustificare il passo che si è fatto troppo lento dopo appena un anno e mezzo alla guida del Paese. Ma soldi non ce ne sono, anzi da qui a ottobre vanno trovati 20 miliardi per presentare una manovra risicata a “politiche invariate”, dal taglio del cuneo fiscale al “ritocco” all’Irpef, in scadenza a fine anno.
Guardando all’estate, periodo in cui bisognerà iniziare a impostare una correzione dei conti che potrebbe arrivare a costare fino a 13 miliardi ogni anno per i prossimi sette. Un dato di realtà che al ministero dell’Economia è ben impresso nelle convinzioni del titolare Giancarlo Giorgetti. L’andamento della “caccia” ai soldi per “il bonus tredicesima” conferma che la salita è appena iniziata: a ieri sera le risorse per il regalo di Natale non erano state trovate. E non è detto che si troveranno entro martedì, quando sul tavolo del Cdm arriverà l’ennesimo decreto legislativo per l’attuazione della riforma fiscale, il contenitore del bonus.
Ecco perché nelle ultime ore a Palazzo Chigi è stato messo in conto un “piano B”: trasformare il bonus di dicembre in un segnale da far scattare il prossimo anno. Una promessa da annunciare subito. Per non cestinare l’effetto “acchiappa-voti”. E per non sconfessare le convinzioni di qualche giorno fa, quando il decreto è stato cancellato all’ultimo minuto dall’ordine del giorno del Cdm.
Fonti di governo si erano affrettate a gettare acqua sul fuoco, parlando di uno slittamento alla riunione del 30 aprile. Ma “il regalo” per il 2025 sarebbe un azzardo contabile: l’impegno potrebbe contare solo sulla promessa di caricare il bonus o un’altra misura sul bilancio dell’anno prossimo.
I conti, però, li fa il Mef. La decisione sul bonus sarà presa nelle prossime ore. Tanto che ieri mattina la premier ha mandato avanti il fedelissimo viceministro all’Economia Maurizio Leo a dire che l’inserimento o meno del bonus nel decreto dipende dalle coperture. A specificare che il provvedimento, che contiene anche altre norme in materia di Irpef e Ires, arriverà comunque al Cdm, ma lasciando in stand-by il nodo tredicesime.
Ai tecnici del ministero dell’Economia è stato chiesto di recuperare 100 milioni, anche qualcosa meno se alla fine dovesse prevalere l’obiettivo della convenienza. E cioè che è comunque meglio dare un piccolo segnale piuttosto che niente.
Per questo al Tesoro si lavora anche a un bonus più “povero” rispetto a quello pensato la settimana scorsa per i lavoratori dipendenti con redditi fino a 28 mila euro, sposati e con almeno un figlio.
Tra le versioni della norma all’esame della Ragioneria c’è anche una che non contiene il requisito del matrimonio. Il pilastro è il figlio a carico. Quello sì inderogabile per la premier. A meno che alla fine non si scelga di rinviare tutto all’anno prossimo, puntando solo sull’annuncio. Ecco l’affanno. Il passo è lento. Una retromarcia o quasi.
(da La Repubblica)

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L’EX PARA’ PAGLIA, EROE DI GUERRA, INVALIDO: “SPERO CHE VANNACCI SIA ELETTO, COSI’ NON TORNERA’ A INDOSSARE UNA DIVISA DI CUI NON E’ DEGNO”

Aprile 28th, 2024 Riccardo Fucile

NELLA LEGA SONO IN TANTI A “SOSPETTARE” CHE IL GENERALE AL CONTRARIO, UNA VOLTA ELETTO IN EUROPA, SIA PRONTO A VOLTARE LE SPALLE A SALVINI PER LANCIARE UN SUO PARTITO

Giorgetti è il primo a prendere le distanze dalle parole di Vannacci, perché intercettato a un appuntamento elettorale dai cronisti. Molti suoi colleghi di partito aspettavano invece che Salvini dica qualcosa, qualcosa di leghista, ma il segretario tace. E così, in serata, iniziano a tirare fuori la testa.
Persino il senatore Massimo Garavaglia, solitamente attento a parlare solo di temi economici, sbotta: «Sono in totale disaccordo su diverse posizioni di Vannacci, in particolare sulla disabilità. E già che ci sono – sottolinea – visto che il 25 aprile è passato, e per chi non mi conosce, sono antifascista».
Interviene anche la senatrice leghista Erika Stefani, ex ministra della Disabilità ai tempi del governo Draghi, per ricordare che «chi ha disabilità ha diritto di frequentare la scuola, ha diritto di crescere insieme con gli altri in un meccanismo dove l’inclusione è un principio, non un obiettivo».
Il partito ribolle. In tanti sospettano che Vannacci li stia solo usando per essere eletto in Europa e che sia pronto a voltargli le spalle, alla prima occasione, per lanciare un suo movimento politico. Vedono il generale fare «a pezzi» l’immagine della Lega e «non può essere questo il prezzo da pagare per recuperare qualche voto», ragiona un senatore inviperito. «Gli ultimi sondaggi ci danno in calo al 7, 7%. Se tra una settimana saremo scesi ancora, qualcuno dovrà prendersi la responsabilità di certe scelte».
Dentro la Lega le chat dei parlamentari sono bollenti. «C’è un grandissimo imbarazzo — confida un esponente di primo piano —. Sapevamo, e avevamo messo in guardia Matteo, che Vannacci avrebbe potuto metterci in difficoltà. Nessuno, però, pensava che l’incidente arrivasse ancor prima di depositare le liste».
Il Veneto è in fibrillazione. Ma anche nelle valli lombarde è forte la preoccupazione che le uscite di Vannacci finiscano per appiccicare alla Lega un’immagine di partito di destra, con qualche venatura razzista, che non corrisponde, almeno in parte, alla sua storia (c’è chi non smette di ricordare il sempre proclamato antifascismo di Umberto Bossi).
Non sono teneri gli alleati, per Maurizio Lupi «la parole del generale Vannacci, in particolare quelle sulla scuola e i disabili, sono incompatibili, anzi, contrarie ai nostri valori di inclusione, comuni a tutto il centrodestra. Un uomo delle istituzioni qual è un alto ufficiale dell’esercito, dovrebbe sempre esprimersi in piena consonanza con i valori costituzionali».
Il ministro dello Sport Andrea Abodi afferma: «Mi auguro che si sia espresso male, ma al di là del rispetto che porto per la posizione di tutti, siamo agli antipodi. Ogni altro commento è superfluo».
Daniela Santanché, titolare del Turismo, preferisce «non giudicare i candidati di un altro partito», ma sottolinea la distanza dal generale: «Tantissime cose mi vedono lontana da Vannacci».
Il capogruppo di Fi alla Camera Antonio Barelli, invece non entra nemmeno nel merito della questione: «Per attrarre una forzata attenzione con sparate ad effetto si può ottenere il risultato di enunciare vere e proprie frescacce. Elucubrazioni poco da intellettuale e più da capitan Fracassa di cui non si sentiva proprio il bisogno».
Critica anche la Cei, con il vice-presidente monsignor Francesco Savino: « Queste affermazioni ci riportano ai periodi più bui della nostra storia. Le classi separate riproducono i ghetti. La separazione in classi diverse per i fratelli disabili significa che sono da emarginare o guardare con sospetto».
Chi si arrabbia proprio è Gianfranco Paglia, parà, ex parlamentare del centrodestra, rimasto invalido durante uno scontro a fuoco mentre era in missione in Somalia: «Sono contento che si sia candidato, con la speranza che possa non tornare più ad indossare la divisa perché non se la merita».
(da agenzie)

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“SIAMO SICURI CHE VANNACCI PORTI PIÙ VOTI DI QUANTI NE PUÒ FAR PERDERE?”

Aprile 28th, 2024 Riccardo Fucile

MARCELLO SORGI: “IL SEGGIO IN PIÙ SAREBBE QUELLO DI VANNACCI, SENZA ALCUN VANTAGGIO PER GLI ALTRI LEGHISTI”… “LA CAMPAGNA ELETTORALE DEL CENTRODESTRA SARÀ INTERNA. E SARÀ SALVINI IL BERSAGLIO DELLA PREMIER E DI TAJANI, CHE SANNO QUANTI ELETTORI POSSANO ESSERE SCONCERTATI PER LE DICHIARAZIONI DI VANNACCI”

Ma siamo sicuri che Vannacci, appunto, porti più voti di quanti ne può far perdere? È una domanda che ieri devono essersi fatti i numerosi esponenti di Fratelli d’Italia e di Forza Italia, che hanno “beccato” il generale sulle sue singolari proposte per i disabili.
Vannacci era stato oggetto di una levata di scudi di parlamentari e dirigenti leghisti, soprattutto del Nord, venerdì all’oggetto della comunicazione della sua candidatura. Né vale il concetto usato in sua difesa dal vicesegretario del Carroccio Crippa: «Ci farà guadagnare un seggio in più». Perché ammesso che sia così il seggio in più sarebbe quello di Vannacci, senza alcun vantaggio per gli altri leghisti.
La rivolta interna della Lega, mai vista in un partito che scherzosamente si definisce “leninista”, anticipava di sole ventiquattr’ore quelle del resto del centrodestra. Ma se la Lega è “leninista”, Fratelli d’Italia è per definizione il partito in cui non si muove foglia che Meloni non voglia.
La serie di attacchi ad alto livello inanellati uno dopo l’altro, e accompagnati da quelli di Forza Italia, vogliono dunque dire una sola cosa: la campagna elettorale del centrodestra sarà, come è già da tempo, interna. E sarà Salvini il bersaglio della premier e di Tajani, che sanno bene quanti elettori della coalizione di governo possano essere sconcertati per le dichiarazioni di Vannacci.
Forse il Capitano leghista, preoccupato dal calo di consensi che tutte le previsioni gli assegnano, avrebbe dovuto riflettere un po’ più a lungo prima di mettersi in casa un personaggio come il generale: spregiudicato, sì, e antipolitico fino al punto da far male al partito per cui è sceso in campo.
Marcello Sorgi
per “La Stampa”

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IL QUOTIDIANO DEI VESCOVI INFILZA IL CENTRODESTRA: “LA PROTERVIA CON CUI ALLA CAMERA HA FATTO RIPETERE IL VOTO SULL’AUTONOMIA, VIOLANDO IL PRINCIPIO DEL ‘NE BIS IN IDEM’, HA MOSTRATO IL VOLTO PIÙ SFRONTATO DI UNA MAGGIORANZA CHE VUOLE FARSI BEFFE DI OGNI REGOLA”

Aprile 28th, 2024 Riccardo Fucile

“È LO STESSO MANCATO SENSO ISTITUZIONALE CHE LO ACCOMUNA ALLA FOTO DI PESCARA, IN CUI MANAGER PUBBLICI SI MOSTRANO INSENSIBILI ALL’ETICA MINIMALE CHE VORREBBE TALI RUOLI LONTANI DA STRUMENTALIZZAZIONI PARTITICHE”

Immersi nei dibattiti sulle “grandi questioni” della politica, tipo quella su fascismo e antifascismo a 79 anni dalla Liberazione o […] quella sulle ultime sortite del generale Vannacci, corriamo il rischio di farci sfuggire episodi vitali della vita democratica del Paese.
Solo negli ultimi giorni ne abbiamo vissuti due, decisamente eclatanti: la decisione di far ripetere nella commissione Affari costituzionali della Camera un voto sull’autonomia differenziata violando il principio del “ne bis in idem”, in base a cui non si può votare due volte la stessa materia; ieri, poi, alla conferenza pescarese di Fdi con gran nonchalance sono saliti sul palco, con tanto di maglietta della kermesse partitica due manager di Stato come il presidente di Leonardo, Pontecorvo, e il capo dell’Agenzia Cybersicurezza, Frattasi.
Due episodi distinti ma uniti da un comun denominatore: la rimozione di ogni più semplice rispetto delle regole-base di una comunità. Da sempre la politica si basa su un meccanismo semplice: chi ha un voto in più vince e decide. Senza ricercare sotterfugi o scorciatoie.
La protervia con cui il centrodestra ha deciso di passare sopra un voto che l’aveva visto soccombere ha mostrato il volto più sfrontato di una maggioranza che vuol farsi beffe di ogni regola. Se in Parlamento un voto negativo non è rispettato, niente più vale, al di là della volontà della maggioranza di turno.
Una prassi che svilisce ancor più il ruolo del Parlamento, già ridotto spesso da troppi anni a un ruolo da passacarte. Ed è lo stesso mancato senso istituzionale che lo accomuna alla foto di Pescara, in cui manager che ricoprono incarichi pubblici si mostrano insensibili all’etica minimale che vorrebbe tali ruoli lontani da strumentalizzazioni partitiche e da interpretazioni servili. Certi episodi valgono più di tante parole. E se nella società italiana nemmeno certi meccanismi sono più avvertiti come elementari, c’è davvero di che cominciare a preoccuparsi.
(da Avvenire)

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