Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
LA PROSSIMA SETTIMANA L’INTERROGATORIO DI GARANZIA SARA’ IL MOMENTO CHIAVE
Il futuro politico della Liguria è appeso all’interrogatorio di garanzia di Giovanni Toti, ai domiciliari dal 7 maggio nell’ambito dell’inchiesta per corruzione elettorale. I pm volevano ascoltarlo venerdì scorso, ma il presidente della regione si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Stiamo leggendo le carte», aveva commentato il suo legale, Stefano Savi, che in questi giorni è anche diventato il veicolo delle scelte politiche del suo assistito.
La settimana scorsa aveva detto che le eventuali dimissioni sarebbero state discusse con la maggioranza, ora ha fatto sapere di aver chiesto alla procura la fissazione di un nuovo interrogatorio.
«A questo punto non prima della prossima settimana», ha commentato l’avvocato Savi, visto che per ora i pm non hanno comunicato una nuova data. Ma «siamo pronti», ha aggiunto, dicendo che il presidente «ha l’esigenza di farsi sentire».
La sensazione è che Toti ritenga di avere in mano elementi per chiarire i fatti, in maniera sufficiente almeno a escludere che continuino a sussistere gli estremi per la misura cautelare.
Il politico dovrà convincere il gip che non esiste alcun pericolo attuale e concreto che lui possa commettere di nuovo il reato che gli viene contestato, dunque la corruzione elettorale.
«In particolare, che possa reiterare, in occasione delle prossime elezioni, analoghe condotte corruttive, mettendo la propria funzione al servizio di interessi privati in cambio di utilità per sé o per altri», si legge nell’atto che ha disposto i domiciliari.
Solo dopo l’interrogatorio il suo legale sarebbe intenzionato a chiedere la revoca della misura, senza presentare prima l’istanza di riesame.
A questi tempi si è adeguato anche il centrodestra. «La revoca dei domiciliari è la condizione determinante perché Toti rimanga al suo posto», chiarisce una fonte di Fratelli d’Italia. Altrimenti? «Sarà game over», conferma un deputato di Forza Italia.
Del resto lo ha detto anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, convintamente garantista tanto da esporsi in prima persona in difesa del presidente: «Toti non può governare stando ai domiciliari, è una condizione che assieme alla pressione psicologica lo costringerà a dimettersi».
Anche il vicepremier di Forza Italia, Antonio Tajani, ha confermato questo intendimento: «Aspettiamo che cosa accade e di vedere il tribunale del riesame». E pure la Lega ha abbassato gli scudi.
Questa, dunque, è la linea del governo: prudente distanza dal presidente ligure, con l’indicazione precisa che, se i domiciliari verranno confermati, le dimissioni saranno sostanzialmente obbligate anche se a ridosso delle elezioni europee. Nessuno da destra le chiederà formalmente, anche perché sarebbe complicato. Soprattutto dopo i molti interventi, anche da parte dei ministri, nel corso della settimana per ribadire il principio della presunzione di innocenza.
Tuttavia «ce le aspetteremo tutti», è la spiegazione che dà chi segue da vicino la vicenda. In altre parole, per conservare un legame con il centrodestra, Toti dovrà intestarsi la scelta delle dimissioni in caso di conferma dei domiciliari.
Di qui l’importanza nevralgica dell’interrogatorio di garanzia. Anche ambienti di procura hanno confermato che verrà fissato «al più presto». Nel mentre, gli inquirenti stanno continuando la loro attività istruttoria, con l’ascolto degli altri indagati ma anche dei testimoni.
Dai ranghi della maggioranza trapela la volontà di gestire nel modo più ordinato possibile la vicenda: avere un presidente ai domiciliari rimane un problema politico, anche se giuridicamente tutti hanno ribadito che vale la presunzione di innocenza.
Di conseguenza, meglio chiudere in anticipo di un anno il secondo mandato di Toti e prendere in mano le redini della situazione, invece che rimanere nel limbo di un processo necessariamente lungo. Anche perché l’attenzione deve rimanere sui molti progetti avviati anche grazie al Pnrr, che sarà più complicato gestire con una giunta regionale azzoppata di cui non è ancora stata testata la stabilità.
Ma andare a elezioni anticipate non sarà semplice. Per ora non ci sono candidati naturali alla successione, e ogni valutazione su a quale partito spetterà indicare il prossimo presidente sarà comunque rinviata a dopo le europee, che potrebbero far cambiare gli equilibri interni alla coalizione di centrodestra. Tuttavia è molto probabile che sia un esponente del partito di Meloni a rivendicare Palazzo della Navigazione.
Questi sono i discorsi che stanno tenendo banco dentro la maggioranza, da cui emerge tutto il fastidio per un’inchiesta che in molti continuano a considerare «a orologeria». Ma l’ordine arrivato dall’alto è quello di abbassare i toni nei confronti dei magistrati e di lasciar decantare la situazione. Anche perché la convinzione, dentro tutti i partiti che compongono l’esecutivo, è che l’inchiesta non inciderà sul voto alle europee. Toti era comunque un battitore libero, quasi un civico – è il ragionamento interno al centrodestra – e l’indagine per ora rimane circoscritta. Inoltre la levata di scudi contro il tempismo dei pm negli arresti ha funzionato nel sollevare dubbi sull’iniziativa della procura.
Per ora, dunque, Toti ha un’altra settimana per calcolare le sue mosse in vista del futuro, sia giudiziario sia politico.
(da editorialedomani.it)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
IL VERBALE DI SPINELLI: IL RINNOVO DI 30 ANNI PER LA CONCESSIONE A CUI SEGUONO 4 BONIFICI… LE CENE DI TOTI A MONTECARLO
Altro che erogazioni “liberali”. A fare un collegamento diretto
fra i finanziamenti elettorali a Giovanni Toti e i favori ricevuti è proprio il terminalista Aldo Spinelli, in un passaggio del suo interrogatorio davanti ai magistrati: “I 40 mila euro glieli abbiamo dati perché si era interessato, ma era tutto regolare, li abbiamo divisi tra tutte le società”.
Il riferimento è al rinnovo trentennale della concessione del terminal Rinfuse (il 2 dicembre 2021), a cui sono seguiti, appena 5 giorni dopo, 4 bonifici diretti da differenti aziende del gruppo Spinelli al Comitato Giovanni Toti presidente. Sebbene Spinelli ritenga sia “tutto regolare”, per la Procura di Genova quello che sta descrivendo è un vero e proprio do ut des, la prova del rapporto corruttivo con Toti. Un’ipotesi suffragata per gli inquirenti dalle intercettazioni registrate a bordo dello yacht “Leila 2”.
Non è la sola novità che emerge dal verbale: per la prima volta Spinelli, assistito dagli avvocati Alessandro Vaccaro e Andrea Vernazza, racconta di cene a Montecarlo, insieme all’ex presidente dell’Autorità portuale Paolo Emilio Signorini (in carcere, accusato di corruzione), a cui avrebbe partecipato anche Toti, che in alcuni casi si sarebbe accompagnato a Flavio Briatore (non indagato).
Ieri il Fatto ha chiesto un commento ai legali di Spinelli: “Al momento non abbiamo niente da dire – replica Vaccaro – stiamo analizzando le carte e ci riserviamo di farlo nei prossimi giorni”.
“Richieste per le elezioni”
Spinelli si presenta davanti al gip Paola Faggioni e al pm Luca Monteverde alle 12:43 di lunedì, accompagnato dall’avvocato Vernazza. Originario di Palmi, 84 anni, Spinelli è un affermato imprenditore della logistica, un self made man in possesso della quinta elementare. Il suo yacht “Leila 2” era un crocevia di politici, e uno dei luoghi chiave in cui si svolge l’indagine: “In barca avevo invitato tanti miei amici”. È a bordo del panfilo che la Finanza l’1 settembre 2021 intercetta Toti mentre chiama Signorini, interessandosi del Rinfuse: “Sono qui buttato in barca da Aldo, quando gliela portiamo sta proroga in Comitato?”. Solo 59 minuti dopo, Toti chiama la segretaria Marcella Mirafiori (non indagata) e le annuncia una donazione in arrivo: “Mandi alla segreteria di Spinelli i documenti dove vogliamo che faccia un versamento (…) ti fai dire chi è (…) così lo fai e poi dopo il resto ti dico a voce”.
Nell’interrogatorio, Spinelli rievoca questi primi abboccamenti: “Per la pratica trentennale, le dico di sì, lui ha detto sui giornali che l’aveva risolta, ma non è vero. Avevo chiesto di andare velocemente perché avevamo presentato il piano di impresa, salvando il posto a 200 persone. Toti non ha fatto niente. In quell’occasione non gli ho promesso il finanziamento. Lui mi aveva chiesto di dargli una mano quando ci sarebbero state le elezioni”.
Spinelli sembra provare a descrivere il governatore come un politico che tende a esagerare: “Toti è un giornalista, ha continuato a parlare di cene. Finanziamenti niente. In quella circostanza non abbiamo parlato del finanziamento. Parla a vanvera, le cose elettorali le ho sempre date a lui. La mano gli ho detto che gliela avrei data in campagna, sono i 4.500 euro, soldi tutti documentati (…) Se me lo autorizzavano il finanziamento ai partiti si può fare, ho mandato soldi anche a Pannella e Bonino, che non li conosco, mi hanno mandato una lettera chiedendo aiuto”.
“Aponte telefonò”
La proroga del Rinfuse trova l’opposizione dei membri del Comitato portuale – Giorgio Carozzi, Andrea La Mattina e Rino Canavese – convocati come testimoni in questi giorni. Il solo a votare contro sarà Canavese, al quale Spinelli riserva un passaggio velenoso, ricordando i suoi incarichi per la concorrenza: “Nel Comitato c’era un (ex) amministratore delegato di Gavio, numero uno del terminal di Savona. Canavese ha investito soldi pubblici, ha comprato i locomotori con i soldi dello Stato. La pratica della proroga era già passata in Comitato, doveva solo essere ratificata, Paolo (Signorini, ndr) non ci riusciva, ho chiamato Toti”.
A questo punto Spinelli cita anche il suo socio nel terminal Rinfuse, l’armatore Gianluigi Aponte, una sorta di amico-nemico: “Toti non ha fatto nulla, io ho detto che sarei andato in Procura. Allora Aponte ha chiamato non so chi, mi hanno dato 30 anni, ma io ne volevo 50. Ho accettato. Toti non ha fatto niente, si è interessato, telefonava (…) Si era mosso, ma non ha fatto niente, ha telefonato, così come mi rivolgevo a Burlando quando avevo problemi”.
Dal verbale – il cui testo è raccolto in modo riassuntivo – sembra di capire che Spinelli arrivi al collegamento tra soldi e rinnovo solo dopo che gli vengono mosse alcune obiezioni.
Di Toti vengono infatti intercettate “continue sollecitazioni” a Spinelli: “Sto aspettando ancora una mano, eh”, dice il 17 settembre. Il primo dicembre: “Ci dobbiamo vedere (…) se no qua finiscono le elezioni”. Il primo dicembre: “Ora finiamo st’operazione, poi ci vediamo per parlare di un po’ di robe… Festeggiamo le Rinfuse a Montecarlo!”.
Il 2 dicembre il Comitato portuale concede a Spinelli l’agognata proroga. Il 7 dicembre da Spinelli parte l’ordine per i bonifici (erogati al Comitato Giovanni Toti attraverso le società Centro servizi Derna srl, Spinelli srl, Saimare Spa). Il 9 dicembre il governatore ringrazia: “Grazie di tutto, eh, Aldino”. Il denaro, ammette per la prima volta Spinelli nell’interrogatorio, era legato all’“interessamento” per la pratica.
L’imprenditore nega invece che altri soldi dati a Toti siano connessi al riempimento di Calata Concenter (avvenuta nel 2022, anticipato e seguita da due donazioni da 15 mila euro) e per la privatizzazione della spiaggia di Punta dell’Olmo, a Celle Ligure, di cui Toti si interessa nel corso di un’altra telefonata a bordo dello yacht: “Mi sono rivolto al governatore (…) abbiamo i Bagni Marini, davanti c’è la spiaggia, abbiamo chiesto se si poteva usufruire facendo le cose regolarmente, ma non si poteva (…) Io spendo 2 milioni e mezzo e non mi dai un pezzo di spiaggia? Toti non ha fatto niente”.
“Toti a cena a Montecarlo”
A sorpresa, dal colloquio coi magistrati emergono dettagli sulla presenza a Montecarlo di Toti in vari ristoranti di lusso: “Toti è venuto al Grill a mangiare, ultimamente con la moglie, si trovava lì per lavoro con Briatore e anche lì non ha pagato nessuno. Al Grill credo sia venuto questa volta e poi basta, Al Beach mai. Poi un’altra volta eravamo stati invitati da un amico a Montecarlo e c’era anche Toti, ma eravamo una trentina di persone. All’Hotel de Paris è venuto solo a mangiare, poi è andato per conto suo con Briatore, ma non so se in un hotel che costava meno. Alla cena c’erano tante ragazze, la Monica, la sorella della Monica, Tamara, Signorini con sua moglie, è stato di recente perché è andato per lavoro con Briatore”.
Spinelli ammette di aver pagato cash il matrimonio della figlia di Signorini: “Gli ho dato 15 mila euro, non ricordo come, credo in contanti. Glieli ho dati con la promessa che lui me li restituirà entro luglio di quest’anno (…) Non volevamo fare risultare il pagamento perché lui è un uomo pubblico (…) mi sono meravigliato che non avesse i soldi per il matrimonio”. Quanto alla vita dorata di Signorini a Montecarlo, Spinelli dice di avergli messo a disposizione benefit e carta di credito, mentre il presidente dell’Autorità portuale ligure avrebbe pagato le proprie giocate: “Lui beneficiava della mia carta vip”.
(da il Fatto Quotidiano)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
IL SINDACO PARLAVA CON IL MEMBRO DEL BOARD PORTUALE CAROZZI: “LA COSA DEVE ANDARE LISCIA”… MA IL TAR HA BOCCIATO L’OPERAZIONE POCHI GIORNI FA
Il 20 novembre del 2021, il sindaco Marco Bucci telefona a Giorgio Carozzi, giornalista in pensione e rappresentante del Comune di Genova (non del sindaco) nel Comitato di gestione, o board, dell’Autorità Portuale: «Allora, stammi a sentire, ci sono alcune cose che devono andare assolutamente bene e ti dico quali sono…in comitato. La prima è il discorso dei depositi costieri, abbiamo finalmente avuto… la valutazione ambientale…. quindi la cosa deve andare liscia in…in comitato».
Carozzi cade dalle nuvole: «Si ma dove?». Il sindaco: «Somalia, Somalia».
Le carte dell’inchiesta per corruzione sul sistema di potere del presidente della Liguria Giovanni Toti svelano l’ennesimo, pesante intervento del sindaco sulla vicende portuali e su una delle operazioni, il trasferimento dei depositi chimi di Multedo, che al momento si sono rivelati un colossale flop amministrativo per il sindaco.
Bucci è convinto dell’operazione: «perchè questi qui (Superba e Carmagnani, le società interessate, ndr) hanno tutte le tecnologie massime, voglio dire, insomma, proteggono l’ambiente di più, poi oltre tutto da un punto di vista della città leviamo il deposito da dentro la città quindi c’è un grande contributo dal punto di vista ambientale».
Carozzi sul trasferimento dei depositi si dice totalmente d’accordo con Bucci mentre avrà enorme i dubbi su un’altra concessione sostenuta da Bucci, quella del Terminal Rinfuse.
Il 2 dicembre, Carozzi la voterà, dopo essere stato in dubbio fino alla fine, concedendo l’area per 30 anni alla società di Aldo Spinelli e Gianluigi Aponte. Il girono dopo, parlando ocn un amico dirà:«l’ho buttata giù ma era una delibera da bocciare».
Ma che l’operazione depositi chimici a ponte Somalia sia foriera di problemi il sindaco lo sa benissimo: «ci sarà una parte della città estremamente contenta che ci fa un monumento e la parte di Sampierdarena, abbiam fatto il dibattito pubblico dove hanno espresso le loro cose, noi abbiamo espresso le nostre…un professore dell’università ha fatto il dibattito pubblico, il lavoro l’abbiamo fatto e quindi…sai che Sampierdarena si arrabbierà un po’, però ragazzi, da una parte bisogna, metterla, quindi e quella è quella che ha meno, meno impatto».
Oltre alla sollevazione dei residenti di Sampierdarena, la scelta di Ponte Somalia ha generato altri guai per l’amministrazione di Palazzo Tursi.
Intanto un’inchiesta per indebite pressioni che dirigenti della Regione Liguria potrebbero aver esercitato su esponenti di Asl e Arpal membri del Comitato Tecnico Regionale, ossi all’organismo che dopo aver espresso perplessità su Ponte Somalia nell’estate del 2023 ad ottobre diede il via libera. Ma i pm indagano per quelle che potrebbero essere state indebite pressioni per ottenere il loro parere favorevole.
E poi, due giorni dopo la retata del 7 maggio, la mazzata finale: i giudici del Tar Liguria accogliendo tre ricorsi hanno annullato l’intera operazione rilevando «l’insussistenza dei requisiti richiesti» sia in tema di sicurezza sia per l’assenza di valide motivazioni per far ricadere il progetto di dislocamento all’interno del piano, e dei fondi – 30 milioni di euro -, del Commissario straordinario per la ricostruzione del viadotto Polcevera. Come a dire che i fondi del dopo Morandi non hanno niente a che spartire con lo spostamento dei depositi.
(da La Repubblica)
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Maggio 16th, 2024 Riccardo Fucile
“THE ECONOMIST” ELENCA TUTTI I NODI AL PETTINE DELLA “DEGLOBALIZZAZIONE”: IL COMMERCIO GLOBALE DI BENI E SERVIZI È STAGNANTE, GLI INVESTIMENTI TRANSFRONTALIERI STANNO DIMINUENDO E LE IMPRESE SI STANNO CONTRAENDO, SOPRATTUTTO PER EVITARE LE FRATTURE GEOPOLITICHE. PER NON PARLARE DEI PREZZI
-I detrattori sentiranno la mancanza della globalizzazione
quando sarà scomparsa – scrive The Economist. Alla fine di aprile, per la settantacinquesima volta consecutiva, l’America ha bloccato una banale mozione dell’Organizzazione mondiale del commercio per coprire i posti vacanti nella commissione che è l’arbitro finale delle controversie tra i membri del gruppo.
Gli implacabili veti, per quanto oscuri possano sembrare, hanno di fatto completamente disinnescato la Wto per quasi cinque anni. I membri che si trovano a violare le sue regole possono semplicemente appellarsi contro la decisione, a una commissione che non funziona per mancanza di personale.
Mentre i ricorsi ammuffiscono, le trasgressioni restano impunite. Due anni fa, in occasione di uno dei vertici biennali dell’OMC, i membri hanno deciso di rimettere in funzione il meccanismo di risoluzione delle controversie entro quest’anno. All’ultimo vertice, all’inizio di quest’anno, non essendo riusciti a farlo, hanno invece deciso, senza nemmeno un pizzico di ironia, di “accelerare le discussioni”.
La disfunzione dell’Omc è emblematica di un mondo in cui le istituzioni e le regole destinate a promuovere il commercio e gli investimenti internazionali stanno cadendo in disuso. Ogni giorno ci sono nuovi titoli allarmanti. L’Unione Europea, che si suppone sia più favorevole al libero scambio e più determinata a ridurre le emissioni di gas serra rispetto ad altre potenze economiche, è sul punto di imporre dazi sui veicoli elettrici cinesi.
Il mese scorso i funzionari dell’UE hanno fatto irruzione in un fabbrica di un grande produttore cinese di apparecchiature di sicurezza nell’ambito di un’indagine sui sussidi. L’America ha recentemente imposto sanzioni a più di 300 entità, tra cui alcune in Cina e Turchia, per aver fornito supporto alle forze armate russe.
La proliferazione di sussidi e sanzioni è uno dei segni più evidenti del disfacimento dell’“ordine internazionale basato sulle regole”, come amano definirlo i politologi. Istituzioni come l’Organizzazione mondiale del commercio sono state create per rimuovere le barriere alla circolazione di beni e capitali e favorire così il commercio e gli investimenti. Questo processo si è invertito, e gli ostacoli si moltiplicano mentre le regole si sfilacciano.
Questa infelice regressione – chiamiamola deglobalizzazione, in mancanza di un termine migliore – sta cominciando a diventare visibile nei dati economici, mentre gli investitori riprendono in considerazione le attività e riorientano i capitali in un mondo meno integrato. Sebbene questi spostamenti non abbiano ancora avuto un grande impatto sul tenore di vita globale, costituiscono una gigantesca e allarmante scommessa: quella che le enormi riduzioni della povertà portate dalla globalizzazione possano continuare senza di essa.
All’indomani della seconda guerra mondiale, l’economia globale era un Far West. Molti Paesi imposero forti dazi sulle merci per sviluppare l’industria nazionale. I controlli sui capitali erano severi. I governi espropriavano regolarmente i beni dei proprietari stranieri: è successo almeno 260 volte agli investitori americani all’estero tra il 1961 e il 1975, secondo un rapporto ufficiale.
Negli ultimi anni il commercio e gli investimenti transfrontalieri hanno smesso di crescere. Tre grandi flagelli stanno minando la globalizzazione: la proliferazione di misure economiche punitive di vario tipo, l’improvvisa moda della politica industriale e il decadimento delle istituzioni globali.
E i governi del mondo stanno imponendo sanzioni commerciali con una frequenza più che quadruplicata rispetto agli anni Novanta. I governi occidentali hanno imposto centinaia di sanzioni alla Russia come rappresaglia per l’invasione dell’Ucraina. L’America sta imponendo sempre più restrizioni alla Cina per ostacolare le sue ambizioni tecnologiche, soprattutto nel settore dei semiconduttori.
I governi stanno inoltre vagliando con maggiore attenzione gli investimenti esteri e spesso impediscono quelli in aziende “strategiche”.
Il secondo grande cambiamento è l’ascesa della politica industriale. I politici fanno a gara per costruire catene di approvvigionamento nazionali e industrie locali, non nel settore del carbone e dell’acciaio, come nel dopoguerra, ma in quello dell’energia pulita, dei veicoli elettrici e dei chip per computer.
Secondo un calcolo, i governi di tutto il mondo hanno adottato oltre 1.500 politiche per promuovere industrie specifiche sia nel 2021 che nel 2022, rispetto a quasi nessuna nei primi anni 2010.
Il terzo cambiamento riguarda le istituzioni globali, che sono l’ombra di se stesse. Un tempo l’IMF aveva il potere quasi esclusivo di risolvere i problemi di debito dei Paesi poveri. Ma con l’ascesa di creditori alternativi come la Cina e l’India, questo compito è diventato più difficile. Ogni parte della ristrutturazione del debito, comprese le fasi che una volta erano formalità, sono spesso soggette a lunghe negoziazioni. Un numero crescente di Paesi, soprattutto nell’Africa subsahariana, è quasi o già incapace di onorare il proprio debito. Eppure risolvere queste crisi si sta rivelando quasi impossibile.
L’istituzione multilaterale più moribonda, tuttavia, è la Wto. Dal fallimento di un negoziato durato 14 anni nel 2015, tutti i discorsi sull’espansione del libero scambio o sull’approfondimento delle sue protezioni sono caduti nel dimenticatoio. Il vertice di quest’anno è riuscito appena a prorogare una moratoria che, se fosse scaduta, avrebbe potuto vedere i Paesi imporre tariffe sui trasferimenti transfrontalieri di dati, compresi software e musica.
Gli effetti di questi tre flagelli sono prevedibilmente negativi. Un indice che tiene conto dei riferimenti all’incertezza economica è doppio rispetto al suo livello medio dal 1997 al 2015. Non solo il commercio globale di beni è ristagnante, ma lo stesso problema affligge ora anche i servizi. Anche gli investimenti transfrontalieri sono in ritirata, come quota del PIL globale. Sia i flussi a lungo termine (diretti) che quelli a breve termine (di portafoglio) sono ben al di sotto dei loro picchi. Le imprese si stanno contraendo, soprattutto per evitare le fratture geopolitiche. La quota degli utili societari americani provenienti dall’estero è in rapida diminuzione. Gli studi legali e le banche occidentali stanno abbandonando la Cina.
Un altro segnale di deglobalizzazione proviene dai prezzi relativi, ovvero da quanto sono simili i prezzi degli stessi beni e servizi in luoghi diversi. In un mercato privo di interruzioni, le variazioni dovrebbero essere minime, poiché le imprese e i consumatori cercano le offerte migliori e i redditi delle aree più povere si avvicinano a quelli delle aree più ricche.
Per anni la variazione dei prezzi relativi nel mondo è diminuita, segnalando una convergenza. Ma negli ultimi anni i progressi si sono fermati o addirittura invertiti. Certo, il sogno degli economisti di un unico mercato globale è sempre stato una prospettiva lontana. Alcuni servizi sono difficili da scambiare – un avvocato o un barbiere di Roma farà fatica ad attirare clienti da Auckland – e quindi è improbabile che i prezzi convergano completamente. Ma la crescente variazione globale suggerisce che l’economia mondiale si sta atomizzando piuttosto che integrando.
La minore efficienza che ciò comporta non sembra preoccupare i molti politici che abbracciano la deglobalizzazione. Finora i danni economici sono stati limitati. L’anno scorso il PIL mondiale è cresciuto di un rispettabile 3%. Alcuni dei Paesi che hanno abbracciato con maggiore entusiasmo l’isolazionismo, tra cui l’America e l’India, stanno crescendo in modo particolarmente rapido. Ciò ha spinto alcuni a sostenere che la deglobalizzazione in realtà favorirà la crescita.
Sembra improbabile. L’età dell’oro della globalizzazione ha causato un calo senza precedenti della povertà globale. L’allontanamento dall’integrazione globale rappresenta un rischio enorme soprattutto per i poveri del mondo. Ciononostante, i politici sembrano essere convinti della deglobalizzazione, che considerano un mezzo per assicurarsi una fetta delle “industrie del futuro”.
(da The Economist)
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