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GIORGIA MELONI SI CONFERMA SEMPRE PIÙ “REGINA DI COATTONIA”: A CAIVANO LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SALUTA IL GOVERNATORE VINCENZO DE LUCA DICENDO, CON FARE DI SFIDA: “PIACERE. SONO QUELLA STRONZA DELLA MELONI. COME STA?”

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

DAVANTI ALLA COATTATA DELLA MELONI, DE LUCA MANTIENE IL RUOLO ISTITUZIONALE E RISPONDE “BENVENUTA”… POI AGGIUNGE “NOI SIAMO PERSONE EDUCATE, OSPITALI E ABBIAMO IL SENSO DELL’OPPORTUNITA’ IN GIORNATE DI VALORE COMUNITARIO”

«Presidente De Luca, sono quella stronza di Meloni. Come sta?». Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è presentata al governatore della Campania Vincenzo De Luca durante i saluti istituzionali a Caivano.
Una replica a quando, tre mesi fa, il presidente campano fu catturato dai microfoni della stampa alla Camera dicendo «Lavora tu, stronza!». Il riferimento era diretto alla premier che dalla Calabria gli aveva detto: «Se si lavorasse invece di fare le manifestazioni si potrebbe ottenere qualche risultato in più».
Il faccia a faccia tra i due politici è, infatti, avvenuto all’inaugurazione del nuovo centro sportivo a Caivano (Napoli) dove la presidente del Consiglio ha fatto visita assieme al sottosegretario Alfredo Mantovano.
Dopo il gelo calato durante i primi saluti, De Luca ha cercato di mantenere la calma replicando con un innocuo «Benvenuta»
“Certo che ci siamo salutati”. Così il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, intervistato al termine dell’inaugurazione del centro sportivo ‘Pino Daniele’ a Caivano, rispondendo alle domande dei giornalisti dopo il “saluto” polemico della premier. “Noi siamo persone educate, garbate, ospitali e abbiamo il senso dell’opportunità quando vi sono giornate come questa di valore comunitario”, ha aggiunto De Luca.

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SCHLEIN A REGGIO CALABRIA: “LO STATO DEVE ARRIVARE PRIMA DELLE MAFIE, IL GOVERNO HA FATTO L’OPPOSTO CANCELLANDO IL REDDITO. UN ITALIANO SU DIECI E’ IN POVERTA’, NON PUO’ PAGARSI VISITE PRIVATE E MELONI L’UNICA COSA A CUI PENSA E’ FAR ENTRARE GLI ANTIABORTISTI NEI CONSULTORI”

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

“PER LA MELONI LA POVERTA’ E’ UNA COLPA INDIVIDUALE, INCONTRO PERSONE A CUI HANNO TOLTO IL REDDITO DI CITTADINANZA CHE MI DICONO “CHIEDI ALLA MELONI DOV’E’ IL LAVORO CHE TANTO SBANDIERA? DOV’E’?”

“Non si è mai vista una sedicente patriota spaccare in due il Paese con una riforma sbagliata come l’autonomia differenziata. Non hanno neanche provato a celare il loro intento. È ancora l’intento secessionista della Lega, a cui Giorgia Meloni si è piegata per ottenere il premierato. È un cinico baratto sulla pelle del Sud, quando noi sappiamo che non c’è riscatto per l’Italia senza il riscatto per il Sud”.
È una Elly Schlein tutta contro Giorgia Meloni sul palco a Reggio Calabria per il comizio elettorale in sostegno dei candidati del Partito democratico.
Dalla sanità al lavoro passando per i trasporti, il reddito di cittadinanza e l’immigrazione: l’intervento della segretaria del Pd è stato incentrato sulla presidente del consiglio: “C’è una bella differenza – dice Schlein – tra una leadership femminile e una leadership femminista perché non ce ne facciamo niente di una premier donna che non si batta per migliorare la vita di tutte le altre donne di questo Paese”.
Sul lavoro? “Lo Stato deve arrivare prima della criminalità e deve arrivare prima anche delle mafie, che è il contrario di quello che sta facendo questo governo, che ha avuto la bella idea, in un Paese che oggi ha un italiano su 10 in povertà assoluta, di cancellare l’unico strumento di contrasto alla povertà. Potevamo cambiarlo insieme, ma non smantellarlo. Sto incontrando le persone che hanno perso quel sussidio e mi dicono di chiedere a Giorgia Meloni dove è il lavoro di cui parla. Dov’è? Che tu sia povero o non povero, checché ne dica Giorgia Meloni, non dipende da come è composta la tua famiglia o da quanti anni hai: la povertà è una cosa molto più complessa, ma non siamo stupiti di una destra che in fondo pensa che la povertà sia una colpa individuale. Noi abbiamo bisogno di un’Europa più solidale. Diciamoglielo un po’ a quei pazzi che dicono meno Europa e non capiscono che in questo modo riducono le possibilità del Sud e del nostro Paese, che noi vogliamo un’Europa solidale”.
Critiche anche sul tema dell’immigrazione e al cosiddetto decreto Cutro: “Serve più rispetto per i morti di quell’ennesima strage, ma è un decreto che ha solo due obiettivi: smantellare l’accoglienza diffusa che è l’unica buona accoglienza e rendere più difficile salvare le vite in mare. È per questo che il Pd si batte in Europa per una missione europea di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, perché non è un mare solo nostro, è una responsabilità condivisa. Perché dobbiamo fare noi ciò che Giorgia Meloni non ha avuto il coraggio di fare con i suoi alleati nazionalisti come Orban. Siamo noi a dovergli ricordare che i trattati chiedono una condivisione equa delle responsabilità sull’accoglienza. Chi entra in Italia entra in Europa”.
Schlein, infine, bacchetta Meloni anche sul tema famiglia: “Non c’è soltanto una famiglia tradizionale di cui la destra tanto parla ma che poi nessuno di loro ha. Le famiglie sono tante, sono plurali e tutte vanno difese nei loro diritti, soprattutto quelli dei loro figli e delle loro figlie. Non ci facciamo dire dalla destra chi possiamo amare o chi possiamo sposare. I diritti di tutte e tutti sono anche i diritti delle donne, perché noi vogliamo un’Europa femminista e fa male doverlo dire alla prima presidente del consiglio Donna di questo Paese. Ma l’unica cosa concreta che ha fatto sulla sanità Giorgia Meloni è fare entrare gli antiabortisti nei consultori per fare pressioni violente sulle donne e le ragazze che vogliono accedere all’interruzione volontaria di gravidanza. Noi difenderemo invece quel diritto e ricorderemo alla presidente del consiglio che lei guida un governo che ogni giorno sta facendo scelte proprio contro le donne. La Costituzione va attuata fino in fondo prima di modificarla con una pessima riforma del premierato che vuol dire accentrare un potere nelle mani di un capo. L’Italia ha già dato, mi pare, e non è andata bene”.
(da il Fatto Quotidiano)

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EUROPEE, VERIFICHE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA: SETTE I CANDIDATI “IMPRESENTABILI” NELLE LISTE, IN VIOLAZIONE DEL CODICE DI AUTOREGOLAMENTAZIONE

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

3 DI FORZA ITALIA, 2 DI FRATELLI D’ITALIA, 1 DI STATI UNITI D’EUROPA E 1 DEL PD

Sarebbero sette i candidati alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno che sono in una situazione di violazione del codice di autoregolamentazione. Lo ha reso noto la presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo nell’audizione in corso della stessa commissione da lei presieduta, dopo le verifiche fatte. Gli elenchi dei candidati sono stati trasmessi il 7 maggio scorso alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo: la rilevazione ha interessato 817 nominativi.
Dalle verifiche della Commissione, ha detto Colosimo, risultano “in violazione del codice di autoregolamentazione sette candidature”.
I candidati alle europee per i quali la Commissione antimafia ha constatato la violazione del codice di autoregolamentazione, per lo più per via di procedimenti giudiziari in corso, sono – in base a quanto reso noto dalla presidente Colosimo – Angelo Antonio D’Agostino (FI), Marco Falcone (FI), Alberico Gambino (FdI), Filomena Greco (Stati Uniti d’Europa), Luigi Grillo (FI), Antonio Mazzeo (Pd), Giuseppe Milazzo (FdI). In tutto si tratta di venti candidati alle europee di giugno.
Angelo D’Agostino, candidato Fi-Noi moderati-Ppe nella circoscrizione Italia Meridionale, è imputato per corruzione per atto contrari ai doveri d’ufficio. Marco Falcone (FI-Noi Moderati) è imputato per induzione indebita a dare e promettere utilità e tentata concussione. Alberico Gambino, candidato Fdi nella circoscrizione Italia Meridionale, è decaduto come sindaco del comune di Pagani, “essendo divenuta definitiva la sentenza con la quale era stata dichiarata la temporanea incandidabilità di Gambino, quale amministratore che ha dato causa allo scioglimento del consiglio comunale di Pagani, disposto con dpr del 26 luglio 2011, ex articolo 143 comma 1, Tuel”, ha spiegato Colosimo, risultando “in violazione dell’articolo 1, comma 2, lettera c) del codice di autoregolamentazione”.
Filomena Greco candidata per Stati Uniti d’Europa nella circoscrizione Italia meridionale, è imputata per turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. Luigi Grillo, candidato per Fi-Noi moderati-Ppe nella circoscrizione Italia Nord occidentale, è condannato a due anni e otto mesi per associazione a delinquere, turbata libertà degli incanti e del procedimento di scelta del contraente, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, utilizzazione di segreti d’ufficio. Antonio Mazzeo candidato Pd nella circoscrizione Italia centrale, è imputato per bancarotta fraudolenta, Giuseppe Milazzo, candidato FdI nella circoscrizione Italia insulare, è imputato per tentata concussione.
(da agenzie)

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L’ACCORDO CON L’ALBANIA SUI MIGRANTI È UNA PATACCA PAZZESCA: UNO DEI DUE HOTSPOT SULLE COSTE ALBANESI, CHE DOVEVA ESSERE PRONTO PER IL 20 MAGGIO, È ANCORA UN CANTIERE A CIELO APERTO

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

NEL FRATTEMPO L’ITALIA PAGHERA’ 20 POLIZIOTTI PER VIGILARE SULLA STRUTTURA IN COSTRUZIONE. COSTO? 100 EURO AL GIORNO D’INDENNITÀ PER OGNI AGENTE, PIÙ VITTO E ALLOGGIO IN HOTEL… IN ARRIVO UNA NUOVA INCHIESTA DI “REPORT”: CHI COSTRUISCE L’HOTSPORT E CHI GESTISCE IL CENTRO SONO STATI GIA’ COINVOLTI IN VICENDE GIUDIZIARIE

I responsabili del cantiere del Genio dell’Aeronautica militare provano a sbarrare il passo: «Ci dispiace, senza autorizzazione qui non si può entrare». Alle loro spalle alte palizzate proteggono da occhi indiscreti l’hotspot che diventerà primo approdo dei migranti soccorsi in acque internazionali da navi militari italiane, portati qui per essere sottoposti a procedure accelerate di frontiera e rimpatrio.
Il deputato di Avs Angelo Bonelli insiste: «Sono un parlamentare, intendo esercitare le mie prerogative ispettive in territorio dove c’è giurisdizione italiana». «Ma qui occorre il nullaosta del ministero della difesa albanese, non c’è ancora la giurisdizione italiana», replicano i militari.
Già, è scritto chiaramente nel protocollo Italia-Albania, ratificato con legge pubblicata sulla Gazzetta ufficiale in aprile e dunque in vigore, che nelle due aree “cedute” da Edi Rama a Giorgia Meloni per il suo progetto apripista in Europa di esternalizzazione delle richieste di asilo la giurisdizione è italiana.
Ma visto che il progetto che doveva partire il 20 maggio è ancora all’anno zero, meglio provare a inventarle tutte per tenere lontano parlamentari e giornalisti.
Alla fine, un paio d’ore e due telefonate dopo, toccherà all’ambasciatore italiano a Tirana Fabrizio Bucci arrampicarsi sugli specchi per sostenere che «la giurisdizione italiana comincerà solo a lavori consegnati» per poi accompagnare con estrema disponibilità Angelo Bonelli nella visita dei due centri.
Se al porto di Schëngjin l’hotspot è quasi pronto, trenta chilometri più all’interno, nell’area militare di Gjader, ruspe e camion sono ancora alle prese con complicatissime e impreviste operazioni di sbancamento del terreno che ha presentato grossi problemi di natura geotecnica. «Non siamo in grado di dire quanto tempo ci vorrà», spiegano i tecnici. Novembre, come sembra suggerire la scadenza per la consegna dei lavori? «Dobbiamo fare le cose per bene, la sicurezza innanzitutto, ma spero prima», sottolinea l’ambasciatore Bucci.
Certo è che fino a quando a Gjader non saranno montati i prefabbricati che daranno forma al centro di trattenimento per richiedenti asilo, al Cpr e al piccolo carcere da 24 posti, l’hotspot di Schëngjin rimarrà chiuso. E il progetto dunque di certo non partirà prima di diversi mesi.
E dal 2 giugno verranno mandati 20 agenti di polizia italiani per vigilare sulle strutture vuote: riceveranno un’indennità di 100 euro al giorno più vitto e alloggio in hotel. Telecamere ovunque, chiuso da recinzioni in lamiera alte tre metri, moduli a un piano per ospitare infermeria, ufficio per le identificazioni, stanzetta per l’attesa, l’hotspot di Schëngjin attende solo gli arredi interni.
Niente posti letto, qui i migranti (solo uomini maggiorenni) rimarranno solo poche ore prima di essere trasportati in bus nel centro di reclusione di Gjader: 70.000 metri quadri in area militare, divisi per blocchi nelle strutture prefabbricate che il ministero della Difesa, con un appalto di cui non c’è alcuna evidenza pubblica, ha affidato — per una cifra di poco superiore ai 6 milioni di euro — alla Rigroup, società leccese dell’imprenditore Salvatore Tafuro già finita al centro di un’inchiesta giudiziaria così come la Medihospes, il colosso dell’accoglienza a cui è stata affidata la gestione dei servizi ai migranti.
Come ha scoperto Report, che tornerà sui centri in Albania nella puntata del 2 giugno, la Rigroup è finita a giudizio per turbativa d’asta in un’indagine del 2018 per la realizzazione del Cie di Foggia in cui alti ufficiali dell’aeronautica furono accusati di corruzione.
La vicenda finì con un patteggiamento e Tafuro si liberò dalle accuse grazie all’intervento della prescrizione.
(da La Repubblica)

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SIGNORINI CONFESSA A META’, HA AMMESSO DI AVERE ACCETTATO RICCHI FAVORI E REGALI DA ALDO SPINELLI: 22 FINE SETTIMANE A MONTECARLO, COMPRESE PUNTATE AL CASINÒ, UNA BORSA CHANEL E UN BRACCIALETTO CARTIER

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

“MA È TUTTO FRUTTO DELL’AMICIZIA TRA ME E SPINELLI. HO AVUTO UN COMPORTAMENTO NON APPROPRIATO MA NON SONO UN CORROTTO”…LA VERSIONE BALBETTANTE DI SIGNORINI NON HA CONVINTO PER NIENTE LA PROCURA

Dopo poco più di due ore di interrogatorio, l’avvocato difensore dichiara che Paolo Signorini «ha riconosciuto la sostanziale inappropriatezza di una frequentazione con quello che ha sempre ritenuto un amico. Col senno di poi, ha capito che il suo non era un comportamento adeguato».
Signorini è l’ex presidente dell’Autorità portuale di Genova, il suo «amico» è Aldo Spinelli, il re della logistica locale. Sono loro gli indagati intorno ai quali ruota l’inchiesta per corruzione che il 7 maggio ha stravolto la Liguria con l’arresto del governatore Giovanni Toti.
Il tempo relativamente breve in cui Signorini (l’unico in carcere) ha risposto a una lista di una dozzina di domande dei magistrati, a fronte di accuse molto pesanti e complesse, è indice che l’interrogatorio è rimasto in superficie, con l’indagato a negare di essersi fatto corrompere da Spinelli affermando, come ha detto il suo avvocato Enrico Scopesi, di non averlo mai favorito su pressione del potente governatore. Non ha convinto la Procura.
Due anni fa Signorini aveva avuto chiaro il dubbio che non fosse proprio corretto che un pubblico ufficiale andasse il fine settimana a Montecarlo a spese di un ricco imprenditore ben 22 volte, e 42 notti, nel lussuoso Hotel de Paris, compresi puntate al casinò, una borsa Chanel e un braccialetto Cartier da 7.200 euro alle sue amiche, o che accettasse la promessa di un lavoro da 300 mila euro l’anno una volta uscito dall’Authority.
«Noi c’abbiamo un bellissimo rapporto, sei sicuro che qualcuno non ci tira un attacco ché noi ci vediamo?», chiedeva a Spinelli due anni fa. «Ma Paolo per quale motivo? Tu non fai niente…belin (…) se mi dicono che fai qualcosa per me io il denuncio», rispondeva con sicurezza l’armatore. Signorini: «Ma a Montecarlo se controllano il tuo conto, perché sai…».
Spinelli: «Ma non controllano, a Montecarlo stai tranquillo ché lì non esce niente (…) tu non risulti, hai capito?». Li hanno arrestati entrambi. Dopo aver ottenuto la proroga della concessione del terminal Rinfuse il 2 dicembre 2021, secondo l’accusa grazie alle pressioni esercitate da Toti sul «proprio» uomo Signorini in cambio di finanziamenti (74 mila euro) di Spinelli ai suoi comitati elettorali, l’imprenditore ha costruito un rapporto personale con Signorini per ottenere altre aree del porto per le sue attività.
«L’iter delle pratiche è stato regolare, non ho svenduto la mia funzione, ho operato solo nell’interesse del porto e degli operatori portuali», ha dichiarato ai magistrati rispondendo anche al gip che, facendolo rinchiudere nel carcere di Marassi, ha scritto che «ha una personalità del tutto incurante dell’interesse pubblico» con totale «asservimento» ai privati.
Signorini partecipa all’incontro con Toti e Spinelli nello yacht dell’imprenditore il primo dicembre 2021, vigilia dell’approvazione della proroga per 30 anni della concessione Rinfuse che, diceva Toti, «se vengono festeggiamo le Rinfuse a Montecarlo!». Il giorno dopo Spinelli non è ancora soddisfatto, vuole anche l’area Carbonile ma Signorini, invece di stopparlo, ironizza: «Sei ingordo».
Una delle tangenti che l’ex presidente dell’Autorità avrebbe incassato sono 15 mila euro che Spinelli ha confermato di avergli «prestato» per il matrimonio della figlia. «Non è vero, li ho ricevuti in prestito da un’amica alla quale li ho restituiti dopo una vincita di 40 mila euro al casinò», ha dichiarato Signorini ai pm.
Viaggi, cene, i soggiorni all’Hotel de Paris di Montecarlo, il bracciale d’oro di Cartier e l’Apple Watch per la sua fidanzata. Perfino le fiches al casinò: «Tutto frutto dell’amicizia tra me e Aldo Spinelli», racconta ai magistrati Paolo Emilio Signorini. Nessuna pretesa di ricevere a tutti i costi regali, tantomeno nessuna corruzione.
«Nulla per avere un ritorno, i miei atti non erano volti a favorire Spinelli e Vianello ma orientati all’interesse generale del porto», ripete l’ex presidente dell’Autorità Portuale coinvolto nella Tangentopoli ligure, l’unico finito in carcere. D’altra parte «non era nelle mie possibilità accelerare o ritardare la proroga della concessione del Terminal Rinfuse», la pratica più cara a Spinelli fra quelle finite nel mirino della Guardia di Finanza insieme all’assegnazione delle aree ex Carbonile e al tombamento di Calata Concenter. Insomma, tutte le «pratiche amministrative sono state fatte correttamente e per mantenere un equilibrio tra gli operatori portuali».
Per la Procura quello di ieri è stato un interrogatorio senza grande interesse investigativo, quasi una perdita di tempo. Poco meno di tre ore di domande e risposte, dalle 13.30 alle 16.10, nell’ottica dell’accusa non hanno spostato di una virgola quanto contestato dai pm Luca Monteverde e Federico Manotti. Lo si intuisce anche dalle espressioni del procuratore capo Nicola Piacente e dell’aggiunto Vittorio Ranieri Miniati, presente pure lui all’interrogatorio.
Signorini ha risposto a una decina di domande (pochissime rispetto alle 167 rivolte al presidente della Regione Giovanni Toti), ma il suo avvitamento interpretativo avrebbe spinto i magistrati a smettere di porgli ulteriori quesiti e a lasciargli la possibilità di rilasciare spontanee dichiarazioni.
I pm hanno rinunciato anche a chiedere conto della consulenza da 200mila euro affidata da Signorini all’altro imprenditore del porto coinvolto, Mauro Vianello, non appena l’ex manager è diventato amministratore delegato della multiutility Iren.
(da Corrire della Sera)

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SALVINI E’ UN LEADER COL TAPPO: GLI RESTA SOLO QUALCHE GAFFE

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

POLITICAMENTE E’ UN MORTO CHE CAMMINA… RITIENE I SUOI ELETTORI COSI’ COGLIONI DA NON ESSERE CAPACI A GIRARE UN TAPPO VERSO IL BASSO

Matteo Salvini è (politicamente) morto. Gli auguriamo ovviamente ogni fortuna – e ogni gioia privata – per i prossimi cent’anni almeno, ma come “leader politico” è oltremodo defunto.
Postumo in vita, né più né meno, dal Papeete 2019. Se è ancora segretario della Lega, è solo per mancanza di alternative. E se per attutire l’inesorabile crollo alle prossime Europee è stato costretto a candidare Vannacci, vuol dire che è oltre ogni canna del gas.
C’è stato un tempo in cui Salvini era così performante (mediaticamente di sicuro) da trasformare tutte le sue belinate (che ha sempre elargito con generosità bulimica) in oscuro e spietato propellente elettorale. Più sbagliava e più faceva notizia. Più le sparava grosse e più aumentava consensi.
Una bolla tracotante quanto efficace, che ha raggiunto l’apice nella stagione 2018/19, ovvero durante il Conte-1, e che lui stesso ha poi fatto scoppiare (e finire) con il suicidio dell’estate 2019 (e la figuraccia in Parlamento con Conte). Da allora, un disastro dopo l’altro. Persino più del solito, e senza stavolta effetti benefici elettorali (anzi).
Salvini non solo non fa più notizia, ma nessuno se lo fila di pezza. La Lega crolla. Mezzo partito non lo sopporta. La Meloni lo prosciuga. E lui annaspa goffamente nella sua smisurata evanescenza. L’unica cosa che è rimasta, del vecchio Salvini, è l’unica cosa che non doveva rimanere: l’incapacità politica. La propensione alla gaffe. La predisposizione alla figuraccia.
L’ultima sua trovata è la guerra santa ai tappi di plastica delle bottiglie: una vera e propria urgenza nazionale. La sua Lega ha partorito un meme in cui si vede un uomo che fatica a bere da una bottiglia perché il tappo, che resta ancorato al collo (?), gli schiaccia il naso (??). Poi la scritta: “Eco-norme surreali volute da Bruxelles? No, grazie”. Il tutto accompagnato dallo slogan “più Italia e meno Europa”.
Evidentemente, secondo Salvini, i suoi elettori non sono neanche in grado di girare il tappo verso il basso. Praticamente li considera degli emeriti citrulli, e se lo dice lui vien quasi di credergli.
A tale sopraffina trovata elettorale ha risposto con agio Domenico Aiello, avvocato e responsabile tutela giuridica della natura per il Wwf, che ha mostrato al fu Salvini come sia possibile bere dalla bottiglia – senza con ciò decapitarsi – con poche e non proprio impossibili mosse. “La vera ecofollia è continuare a seguire chi semina ignoranza – ha scritto Aiello – La tutela dell’ambiente non è uno scherzo e passa anche dalle piccole cose”. Parole tanto giuste quanto incomprensibili per Salvini, che spesso non ci arriva oppure non vuole arrivarci.
In un altro meme targato Lega, creato con l’intelligenza artificiale, si vede un uomo barbuto “incinto” che viene orrendamente contrapposto alla famiglia tradizionale. La solita menata della sessualità normale e no, propagandata peraltro da un uomo (e da un partito) che tutto hanno fuorché famiglie “tradizionali”. Salvini è un leader disperato che urla e inciampa, ma i sondaggi continuano a languire. Non scandalizza neanche più: non esiste, che è molto peggio.
Ogni suo gesto è un’ostentazione di se stesso, un disperato tentativo di ricordare al mondo di essere ancora politicamente vivo. Le adunate con la destra peggiore. La boiata del Ponte sullo Stretto. Il mito delle grandi opere. Il ritorno della leva obbligatoria. Persino la legge atta a punire fino a 25 anni (!) chi ferma i cantieri e si oppone alle grandi opere, praticamente una legge ad personam contro gli umarell e Mario Tozzi.
Una poraccitudine tanto malinconica quanto incurabile, per un leader che voleva i pieni poteri e che ha finito con l’ottenere una sorta di oblio tragicomico perenne. Un altro “Matteo cazzaro” che, dopo aver fatto il pieno alle Europee, non ne ha più indovinata mezza fino a farsi superare financo da Tajani. Che triste destino! Gli sia lieve il mojito.
(da Il Fatto Quotidiano)

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ALDO CAZZULLO: “GIORGIA MELONI COMINCIA A PERDERE IL POLSO DELLA SITUAZIONE, SE NON ADDIRITTURA DI QUEL POPOLO DI CUI SI SENTE CAMPIONE”

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

“NON HA CAPITO DUE COSE. LA PRIMA: DEVE GOVERNARE IN NOME DI TUTTO IL POPOLO ITALIANO, NON SOLO DEI SUOI FAN. LA SECONDA: UN PAESE CHE PERDE ABITANTI E REDDITO, E HA UN DEBITO PUBBLICO AVVIATO A SUPERARE I TREMILA MILIARDI DI EURO, HA BISOGNO DI ANDARE D’ACCORDO CON CHI COMANDA IN EUROPA, CIOÈ TEDESCHI E FRANCESI”

Siamo in campagna elettorale, e vale tutto. Anche rinfacciare il lockdown, visto che fu deciso quando Fratelli d’Italia era all’opposizione, e non sapremo mai cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stato. Sono comunque rimasto colpito dal messaggio che Giorgia Meloni ha inviato ai telespettatori de La7. Palesemente, non stava parlando con loro, che considera perduti alla causa, ma con i suoi elettori, come a dire: guardate come maltratto, o come irrido, i nostri nemici.
Ma, a parte il fatto che tra i milioni di spettatori de La7 ci sono senz’altro anche simpatizzanti della Meloni, o comunque donne e uomini che non si riconoscono a priori in uno schieramento politico (ad esempio c’è il 20% dei laureati italiani, categoria notoriamente antipatica alla premier, ma che qualcosa in termini di potere d’acquisto e influenza politica conta), Giorgia Meloni comincia forse a perdere il polso della situazione, se non addirittura di quel popolo di cui si sente campione.
Perché le cose in Italia non vanno bene. L’economia non va bene. La demografia non va bene. Non è certo colpa di Giorgia Meloni, che a Palazzo Chigi ha confermato le sue doti personali di calore umano e di empatia, e non ha commesso grossi errori (tranne forse la gestione del Pnrr), anzi ha riparato a qualche errore altrui, tipo Reddito di cittadinanza o Superbonus. Infatti le elezioni europee saranno per lei un successo. Dopo però verrà il difficile. Perché Giorgia Meloni non ha capito due cose fondamentali.
La prima: deve governare in nome e nell’interesse di tutto il popolo italiano, non soltanto dei suoi fan, che oggi ci sono e magari domani non ci sono più (chiedere a Renzi e a Salvini).
La seconda: un Paese che perde abitanti e reddito, e ha un debito pubblico avviato a superare i tremila miliardi di euro, ha bisogno come dell’aria di andare d’accordo con chi comanda in Europa, cioè i tedeschi e i francesi. Non di sottomettersi, per carità; ma andare d’accordo.
Se invece tu dici al liberale Macron che è molto meglio Marine Le Pen e che sei contenta per il golpe antifrancese in Niger (questo l’ha detto ai comici russi), e al socialista Scholz che non farai mai accordi con i socialisti, e magari al socialista Sánchez che ha ragione Abascal che vorrebbe appenderlo a testa in giù, delle due l’una: o nel giro di poco tempo, meglio ancora di pochissimo tempo, a Parigi, Berlino, Madrid e ovviamente Bruxelles vanno al potere gli amici tuoi; oppure, appena possono, quegli altri fanno valere il loro peso politico ed economico e ti possono creare problemi.
Tanto più che il capo del Partito popolare europeo Manfred Weber ha chiarito che lui vuole continuare a governare l’Europa con i socialisti e i liberali. Senza la Banca centrale europea che compra i titoli di Stato e garantisce il nostro debito pubblico, l’Italia farebbe la fine dell’Argentina di Milei. Ora, o noi decidiamo che Milei con la motosega è il nostro modello politico, morale e umano; oppure dobbiamo tenerci ben stretta l’Europa, non capovolgendola, ma migliorandola.
(da Corriere della Sera)

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OVAZIONE PER IL GRANDE DISCORSO EUROPEISTA DI MACRON, SALE SUL PALCO E IN UN TEDESCO FLUENTE VOLA ALTISSIMO DAVANTI AI GIOVANI DI DRESDA: “LA PACE E LA DEMOCRAZIA IN EUROPA SONO IN GIOCO. IN UCRAINA SI TRATTA DELLA NOSTRA PACE E SICUREZZA”

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

“L’UNIONE EUROPEA RADDOPPI IL BILANCIO, ANCHE CON DEBITI COMUNI. SULLA DIFESA SERVE UNA RIVOLUZIONE COPERNICANA” … “LA RUSSIA HA ATTACCATO L’UCRAINA E POTREBBE ESSERE TEORICAMENTE QUI DOMANI O DOPODOMANI”

“La nostra pace, il nostro benessere e la nostra democrazia sono in gioco”. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron Emmanuel parlando a Dresda, davanti alla Frauenkirche. “L’Europa vive un momento decisivo. L’Europa può morire, come ho detto alla Sorbona”, ha ricordato.
“Se in Ucraina vige la legge del più forte, se la Carta delle Nazioni Unite viene calpestata a poche centinaia di chilometri da qui, allora non abbiamo pace. Per questo motivo dico che sì, in Ucraina si tratta davvero della nostra pace e della nostra sicurezza”
“La Russia ha attaccato l’Ucraina e potrebbe essere teoricamente qui domani o dopodomani”. E dunque l’Europa deve confrontarsi con “quale debba essere la sicurezza europea”, la sfida dei prossimi anni, secondo Macron.
“Già nei prossimi mesi ci serve definire quali siano i rischi e quali i pericoli. E da dove arrivano: dalla Russia, dall’Iran, dalla Cina?” “Non si cada nella trappola di diventare nazionalisti o di guardare soltanto agli Usa”, ha detto Macron, ribadendo a Dresda la necessità che l’Europa pensi alla sua difesa anche da sola.
“La pace non sarà la capitolazione dell’Ucraina, ma quello che l’Ucraina decide per sé”. “Difenderemo l’Ucraina quanto a lungo sarà necessario e con l’intensità che sarà necessaria”, ha aggiunto.
“Noi dobbiamo raddoppiare il nostro bilancio europeo, l’Ue “ha bisogno del doppio degli investimenti”. Il presidente francese ha anche citato “l’opzione di debiti comuni”. Serve un nuovo paradigma per la crescita, secondo il presidente francese, “non dobbiamo avere paura del futuro”.
“È davvero una rivoluzione degna di Copernico costruire questo nuovo quadro di sicurezza e difesa, e farlo come europei. Questa nuova epoca di cui lei ha parlato, Signor Presidente, lo richiede da parte nostra”: rivolgendosi al collega tedesco Frank-Walter Steinmeier
“Questa non è solo una tendenza, è una realtà in Ungheria. E fino a poco tempo fa era anche la realtà in Polonia, fino alle ultime elezioni. Queste idee si diffondono ovunque. Vengono alimentate dagli estremisti, in particolare dall’estrema destra. E questo vento di autoritarismo tira ovunque in Europa. Per questo motivo dobbiamo svegliarci”
“I nostri Paesi sono davanti a un grande numero di sfide: il cambiamento del clima, la guerra di nuovo in Europa, l’estrema destra, gli attacchi alla nostra democrazia e ai nostri valori, i cambiamenti sociali, nulla sembra essere come prima. Noi francesi ci poniamo le stesse domande dei tedeschi. Ma c’è una costante: l’amicizia franco-tedesca. Solo insieme possiamo affrontare queste sfide”.
“La Germania può contare sulla Francia, e la Franci può contare sulla Germania. L’Europa può contare su di noi”, ha aggiunto. Macron ha anche affermato che “mai prima di oggi una generazione si è trovata ad affrontare tante sfide tutte assieme”. E alla fine del discorso, alternando di nuovo francese e tedesco, e rivolgendosi innanzitutto ai giovani, cui la giornata è dedicata a Dresda, ha anche gridato “libertè, egalitè, fraternitè”, come valori fondanti. Il discorso è stato salutato da una grande ovazione dei presenti, davanti alla Frauenkirche di Dresda.
“Conto su di voi perché l’umanesimo continui a essere la nostra misura facendo del nostro continente un continente della pace”. Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron rivolgendosi ai giovani a Dresda, davanti alla Frauenkirche. “Conto su di voi, e sul fatto che non cederete alla tentazione della divisione, ma che sceglierete ancora l’amicizia e la via della collaborazione”, ha aggiunto.
“Abbiamo creato il Green Deal in Europa. È uno strumento valido. Ma in realtà non abbiamo bisogno di più regolamentazioni. Al contrario, dovremmo semplificare. Perché ci confrontiamo con americani e cinesi che non sottostanno a nessuna regola. Per questo motivo dobbiamo investire di più, adesso”: lo ha detto a Dresda il presidente Emmanuel Macron parlando di “Fondi pubblici e fondi privati”.
“Dobbiamo investire nella decarbonizzazione della nostra economia, investire in energie pulite. Energie rinnovabili, ma anche energia nucleare. Perché si tratta di rendere l’energia anche efficiente”, ha aggiunto. “L’efficienza energetica è la nostra parola d’ordine”, ha scandito Macron sottolineando la necessità della “decarbonizzazione del nostro sistema di trasporto, decarbonizzazione delle nostre città.
E per questo sono necessari investimenti, affinché possiamo crescere”. Oltre a quello delle “tecnologie verdi”, il capo di stato francese ha parlato di un “secondo pilastro” che “è l’Europa dell’innovazione, dell’intelligenza artificiale. Dobbiamo investire molto di più nella nostra ricerca, nella nostra innovazione. Siamo ancora lontani dal raggiungere il tre percento previsto dall’Agenda di Lisbona”.
“Siamo qui a Dresda, città gemellata con la capitale europea di Strasburgo” e che “la guerra aveva distrutto” assieme alla “Frauenkirche bombardata nel ’45 e ricostruita nel 2005. E questa chiesa si erge come un messaggio di speranza verso il cielo”: lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron nel suo discorso tenuto nel capoluogo sassone e trasmesso in diretta dalla tv Phoenix. Dresda è “una sorta di Fenice che risorge dalle ceneri. Una città storica che è riuscita a rivolgersi al futuro, a stare al passo con i tempi”, ha detto ancora Macron parlando da un palco allestito accanto alla “chiesa di Nostra Signora”, un edificio di culto luterano che è soprattutto il simbolo della città-martire tedesca della Seconda guerra mondiale.
L’Europa deve “uscire dalla propria ingenuità” e “proteggersi meglio” sul piano commerciale costruendo una “preferenza europea” in alcuni settori, ha dichiarato Emmanuel Macron a Dresda, dove ha anche chiesto di “raddoppiare” il bilancio dell’Ue. “L’Europa è l’ultimo posto dove si è aperti al resto del mondo senza preferenza europea e senza regole”, ha deplorato il capo di Stato francese durante un discorso in Germania, un paese ostile alle regole protezionistiche. “Raddoppiamo il nostro bilancio europeo, sia aumentando le dimensioni del bilancio, sia attraverso strategie di prestiti comuni, sia con strumenti che già esistono”, ha esortato ancora il capo di Stato.
(da agenzie)

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LA MELONI E’ NERVOSA PER I SONDAGGI: RIECCO IL POPULISMO E I NEMICI IMMAGINARI

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

RETORICA NO PASS E SOLITA ARROGANZA

Per Giorgia Meloni deve essere una vera fatica la vita da presidente del Consiglio e allo stesso tempo candidata capolista di Fratelli d’Italia alle europee. Da un lato la necessità di presenziare agli eventi pubblici e rappresentare l’Italia. Dall’altro il bisogno di attaccare gli avversari.
Così ha riesumato i vecchi cavalli di battaglia della sua comunicazione: la critica all’Europa, le carezze al popolo dei no-pass, e qualche new entry, come l’attacco diretto degli «spettatori di La7», colpevoli di seguire programmi che non srotolano tappeti rossi al governo. Un salto di qualità: non più le liste di giornalisti sgraditi, ma viene direttamente bacchettato il pubblico di una rete televisiva.
POPULISMO E COMIZI
Meloni, nelle ultime ore, ha però fatto una scelta precisa: un passo in avanti verso la postura più populista, quella prediletta che ha favorito l’ascesa dal 2 per cento alla guida del paese. Ed è un ritorno al passato che la riporta nella comfort zone, preparando la lunga volata verso l’appuntamento di sabato, quello di chiusura della campagna elettorale a piazza del Popolo, a Roma.
Meloni è pronta all’unico vero comizio prima delle prossime elezioni. L’appuntamento, spiegano fonti a lei vicine, «lascerà il segno nell’ultima settimana di campagna elettorale». Parole da tifo organizzato, necessarie a galvanizzare la curva di accoliti. Le anticipazioni sul discorso scarseggiano, ma con i suoi strateghi la premier sta mettendo a punto l’elenco dei nemici che, nello storytelling della destra meloniana, ostacolano l’esecutivo. Il solito mix di poteri forti, quanto occulti, usati negli interventi quando serve far crescere il clamore. Con la leader di partito che prende definitivamente il sopravvento sulla presidente del Consiglio.
Del resto, le urne stanno diventando un pensiero ricorrente, quasi un’ossessione, a palazzo Chigi e a via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia. Sarà stata solo una coincidenza, ma appena sono stati divulgati sondaggi meno lusinghieri per il partito, la premier ha cambiato lo stile di comunicazione. Il Pd è in avvicinamento, almeno stando alle ultime rilevazioni pubblicate prima dello stop previsto per legge (due settimane dal voto).
Il timore di non bissare il risultato delle politiche del 2022 sta crescendo. E ha spinto a fare più rumore per essere “più Giorgia”, donna del popolo, e meno (aspirante) Angela Merkel, guida razionale per l’Europa.
Certo, dentro FdI non è scattato l’allarme, ma gli umori sono cambiati, virando sul nervosismo che la leader non ha fatto nulla per nascondere nelle ultime uscite. Così prima si accarezzava il sogno del 30 per cento per raggiungere soglie impensabili in passato per il partito erede della fiamma missina. Da qualche giorno prevale una maggiore cautela. L’asticella è stata abbassata al 28 per cento.
Lo scopo? Crescere in termini numerici rispetto a quasi due anni fa e mantenere comunque un significativo vantaggio sul Partito democratico, che nel frattempo ha cambiato la leadership con Elly Schlein. Il target è insomma fissato e in questo clima è stato confezionato lo spot elettorale “voto Giorgia perché è una del popolo” o “voto Giorgia perché si è fatta strada partendo dal basso”. Il core business della propaganda per le europee, quello della premier della porta accanto.
Intanto tra un «o la va o la spacca» sul premierato ma «chissene» se alla fine la riforma della Costituzione non dovesse essere approvata, l’aumento della carica di aggressività è tangibile. Meloni sta dando maggior ascolto ai suggerimenti del sottosegretario e ascoltatissimo consigliere, Giovanbattista Fazzolari, mente e braccio di ogni mossa propagandistica. Uno che preferisce la strategia d’attacco. Il video su TeleMeloni ha in particolare segnato lo spartiacque di una campagna elettorale finora trascinata stancamente tra un “ravvedimento operoso” sul redditometro (introdotto e sospeso in poche ore) e la difficoltà a mettere in campo una proposta dirompente, che possa spostare centinaia di migliaia di consensi.
Nel filmato diffuso sui social, gli “Appunti di Giorgia”, il monologo social riesumato ogni qualvolta occorre fare un po’ di propaganda, sono stati un attacco a testa bassa contro la sinistra. Il Pd è stato accusato di occupare la televisione pubblica, «non come noi, che siamo orgogliosamente diversi» ha ribadito Meloni, con attacchi diretti alla segretaria Schlein («dica quali libertà abbiamo limitato») e una rispolverata delle pulsioni No vax, no-pass: «Loro (la sinistra, ndr) hanno votato provvedimenti per chiudere la gente in casa».
Fino a una spruzzata di antieuropeismo d’antan con l’affondo sulla procedura di infrazione aperta sul funzionamento dell’assegno unico. La presidente del Consiglio promette battaglia.
PASSERELLA SICILIANA
Certo, poi il ruolo istituzionale dà palcoscenici preziosi anche in ottica elettorale. Meloni ha fatto la passerella a Palermo dopo la firma dell’accordo per lo sviluppo e la coesione tra il governo e la regione Sicilia. «Arrivano 6,8 miliardi di euro», ha gongolato la presidente del Consiglio, «di cui 1,3 miliardi per il Ponte sullo Stretto».
Uno spot elettorale perfetto, dunque, insieme al governatore dell’isola, Renato Schifani, seguendo la rotta tracciata in passato.
Un esempio? A pochi giorni dalle regionali in Abruzzo è stato siglato l’accordo per la tratta ferroviaria Roma-Pescara, precedentemente definanziato dal Pnrr. Ecco allora un bis in salsa palermitana: «Non solo il Ponte, finanziamo oltre 150 progetti. Un miliardo complessivamente di questo accordo è destinato alle infrastrutture di trasporti». Insomma, più strade per tutti. Perché da capolista in tutte le circoscrizioni, Meloni è ben consapevole che ha bisogno anche del voto dei siciliani.
(da La Repubblica)

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