Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
ACCUSA IL GOVERNO MELONI DI “INDICARE COME NEMICI GLI INTELLETTUALI, GLI SCRITTORI E GLI ARTISTI”
Antonio Scurati torna all’attacco dell’esecutivo Meloni e dei
vertici di viale Mazzini. L’accusa è sempre la stessa: aver bloccato la messa in onda del monologo che lo scrittore aveva preparato in occasione del 25 aprile. «È in atto una svolta illiberale. È un dato di fatto che gli intellettuali liberi, scrittori, artisti e studiosi, vengono indicati dall’attuale governo come nemici. A prescindere dal mio caso personale, un monologo che celebrava la Resistenza antifascista è stato cancellato». Per quella vicenda, la conduttrice Serena Bortone è stata sottoposta a un procedimento disciplinare interno alla Rai. Oggi, 12 maggio, lo scrittore è intervento al Salone internazionale del libro di Torino. Nel suo discorso, riportato dal Corriere, Scurati ha affermato: «La democrazia è sempre lotta per la democrazia che troppo spesso, io per primo, insieme alla generazione degli ultimi ragazzi del secolo scorso, non abbiamo ascoltato. Noi, figli privilegiati di un Occidente decadente, che vivevamo in un eterno presente, rompendo la storia dell’impegno civile dei nostri genitori e dei nostri nonni».
E ha proseguito: «Una mattina uggiosa, poi, ci siamo risvegliati dagli anni Ottanta e abbiamo cominciato a prendere coscienza che la democrazia è una conquista storica recente, fragile, minacciata, circoscritta a un pezzo di mondo che si va sempre più restringendo. Sebbene le ultime settimane mi abbiano costretto in questo ruolo di simbolo e portabandiera, io sono uno scrittore. Ed è proprio per questo, mio malgrado, che mi sono trovato in questa situazione: proprio per i libri che ho scritto, come Fascimo e populismo: Mussolini oggi e La trilogia di M.». Scurati, in un passaggio, ha anche criticato tutti i totalitarismi, dal comunismo al fascismo, sottolineando che «l’attuale crisi della democrazia che stiamo attraversando ha delle analogie con la crisi di cento anni fa, che colpì il nostro Paese».
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
IL GRANDE CORRUTTORE DEL SISTEMA TOTI E’ ARRIVATO A BRUCIARE OLTRE 1,5 MILIONI DI EURO AL CASINÒ DI MONTECARLO IN POCO PIU’ DI 2 SETTIMANE… ANCHE SPINELLI JR, NELLO STESSO PERIODO, HA SPESO PIU’ DI 250MILA EURO TRA VESTITI E GIOIELLI
Aldo Spinelli nel marzo 2022 ha bruciato oltre 1,5 milioni di euro in poco più di due settimane al Casinò di Montecarlo. Suo figlio Roberto, d’altro canto, nello stesso periodo è riuscito a spendere più di 250mila euro in soli quindici giorni nei negozi genovesi, di cui 124.500 euro “investiti” in acquisti eseguiti presso le principali gioiellerie del capoluogo ligure.
È una mole impressionante di denaro quello che il Nucleo di polizia economico-finanziaria di Genova ha visto uscire dalle carte di credito dei due imprenditori tra il 7 marzo e il 25 marzo 2022, nei giorni in cui, si legge nelle informative redatte ad aprile 2023, “venivano altresì captate conversazioni riguardanti l’interessamento per le aree portuali del cosiddetto Carbonile, tuttora in concessione ad Enel Spa”.
PARTIAMO DA ALDO
Il 30 marzo 2022 arriva in Finanza una sos (segnalazione di operazione sospetta) che riguarda le due carte di credito individuali dell ’imprenditore classe 1940. Secondo l’Uif di Banca d’Italia ha effettuato ben 132 operazioni dal 7 marzo al 25 marzo per complessivi 1.584.064,57 euro.
Non solo. Le operazioni, effettuate più volte al mese e, in sporadici casi, anche più volte nella medesima giornata, a breve distanza l’una dall’altra, sono consistite in importi fino ad un massimo di 200.000 euro per singola transazione. Notano quindi i finanzieri: “Rispetto ai motivi del sospetto si segnala che dagli accertamenti attualmente in corso Aldo Spinelli risulta abituale frequentatore del Casinò di Monte Carlo e persona dedita al gioco”.
L’UIF si è interessata anche a Roberto Spinelli, figlio di Aldo e suo “erede” nelle aziende di famiglia. Quattro le carte di credito “sorvegliate” da Banca d’Italia, in questo caso: “nel periodo compreso tra il 04 marzo 2020 e il 19 marzo 2022”, Spinelli junior ha effettuat ben “439 operazioni di pagamento per un ammontare complessivo pari ad euro 255.691,25”.
Eccola la motivazione, secondo gli investigatori: “le operazioni finanziarie effettuate da Roberto Spinelli e dal padre Aldo, appaiono coerenti con il tenore di vita dei due imprenditori nonché con la loro passione, più volte manifestata nel corso delle attività tecniche di captazione telefonica, per il collezionismo di orologi svizzeri di lusso (Rolex, Audemar Piguet, ecc). Dunque, per questi acquisti, secondo la Guardia di Finanza non sono stati commessi reati: solo “vizi” e collezionismo estremo. E se va bene a loro, buoni orologi (e buone scommesse) a tutti.
(da il Fatto Quotidiano)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
D’ORA IN POI LE OPERE “MUSICALI, VOCALI E COREOGRAFICHE” DOVRANNO AVERE UN TEMPO COMPRESO TRA 80 E 116 BATTITI AL MINUTO (BPM). QUINDI SCORDATEVI I 117 BPM DI “SMELLS LIKE TEEN SPIRIT”
C’è un paese dove potrebbe diventare impossibile ascoltare
Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. È la Cecenia. La settimana scorsa il governo ha vietato la musica troppo veloce o troppo lenta. D’ora in poi la le opere «musicali, vocali e coreografiche» dovranno avere un tempo compreso tra 80 e 116 battiti al minuto (bpm). Quindi scordatevi i 117 bpm di Smells Like Teen Spirit.
Lo scopo è «conformarsi alla mentalità cecena», ha detto Musa Dadayev, il ministro della Cultura. Prendere in prestito la cultura musicale da altri popoli «è inammissibile», continua nella nota pubblicata sul sito del ministero. «Questa norma è un modo per difendere e tutelare l’eredità culturale cecena» e difendersi dall’influenza dell’Occidente.
I media russi riferiscono che gli artisti avranno tempo fino al 1° giugno per riscrivere qualsiasi musica che non sia conforme alla nuova regola, anche se non è molto chiaro come verrà applicata. Se le nuove direttive saranno rivolte non soltanto alla musica prodotta in Cecenia, ma anche a quella prodotta all’estero e questo significherebbe eliminare una parte importante di rock, pop, house, techno, dubstep.
NPR elenca alcuni pezzi troppo lenti o troppo veloci per la legge, da I Will Always Love You di Whitney Houston (68 bpm), Rehab di Amy Winehouse (72) e Imagine di John Lennon (76) a Here Comes the Sun dei Beatles (129), Hotel California degli Eagles (147) e Cruel Summer di Taylor Swift (170).
La Repubblica Cecena fa parte della Federazione Russa. Il leader Ramzan Kadyrov, salito al potere nel 2007, è noto tra le altre cose per la brutale persecuzione della comunità LGBTQIA+: sparizioni forzate, rapimenti, incarcerazione, tortura, omicidi.
Nel 2017 e nel 2019 le autorità cecene hanno orchestrato quelle che sono state definite come purghe di omosessuali.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
A OTTOBRE 2022 DOPO UN DIALOGO DURISSIMO, GLI ARMATORI RIVALI SIGLANO L’ACCORDO PER LA SPARTIZIONE DEI TRAFFICI… SIGNORINI AGIVA DI FATTO PER CONTO DI SPINELLI, INVECE DI AVERE UN RUOLO SUPER PARTES
“Ma noi, insomma, comunque dobbiamo avere… abbiamo bisogno di spazio anche noi, signor Spinelli”. “Ma la soluzione c’è la divisione! Lei (Aponte, ndr) si prende tutto Rubattino, non dietro alle vasche, anche davanti! Lei si prende tutto così come è e io mi prendo tutto, da San Giorgio in poi, così com’è. Si legga l’accordo che vi abbiamo mandato”.
È il 5 ottobre 2022 e al telefono ci sono i due padroni del porto di Genova, Gianluigi Aponte e Aldo Spinelli.
È il momento in cui i due soci-rivali capiscono che è venuto il momento di cessare le ostilità e trovare un’intesa sulla spartizione dei loro regni. Uniti nella sorte del rinnovo trentennale del Terminal Rinfuse, divisi dall’indignazione del patron di Msc quando questi si accorge che Spinelli ha iniziato a fare il bello e il cattivo tempo da solo.
Fino alla telefonata esplosiva del 28 agosto 2022, anticipata nei giorni scorsi da Il Fatto quotidiano, quando Aponte si sfoga con il presidente dell’Autorità Portuale, Paolo Emilio Signorini: “Basta ingiustizie e di questi intrallazzi diciamo genovesi che tendono a dare tutto a Spinelli e niente a noi (…) questo è ladrocinio… è veramente mafia”.
Per qualche mese Spinelli e Aponte vanno in freddo. Ed attraverso i loro referenti sul territorio lasciano trapelare rancori reciproci. Di mezzo, c’è l’assegnazione dell’ex area Enel-Carbonile. Che Spinelli di fatto considera come cosa sua, e come tale la gestisce, prima ancora che venga deliberata ufficialmente. Circostanza che irrita Aponte, che se ne lamenta con Signorini e si mette di traverso all’operazione.
Il momento in cui scoppia la pace è fotografato nelle carte dell’inchiesta di Genova sul sistema Toti, con la trascrizione dell’intercettazione del 5 ottobre 2022.
Una conversazione che inizia con pessimi auspici, con Spinelli che minaccia di andare in Procura, e finisce con un’intesa sulla divisione delle aree del porto di Genova che l’Autorithy genovese dovrà soltanto ratificare – cosa che avverrà il 19 dicembre successivo – rinunciando al proprio potere di indirizzo e di controllo nella direzione dell’interesse pubblico.
“Andiamo male guardi – quasi urla Spinelli – che qua va a finire tutto alla Procura della Repubblica… però si ricordi che qui veramente scoppia una di quelle cose che … perché il signor Merlo… quello che ha fatto verso le Rinfuse… viene fuori uno di quei casini che lei non ha idea …”.
È una allusione nemmeno tanto velata ai presunti favori che il precedente presidente dell’Autorità Portuale, Luigi Merlo, avrebbe concesso ad Aponte, che negli anni successivi lo ha assunto come direttore dei rapporti istituzionali Msc in Italia.
“Io vi dico… vuole che gli mandi la lettera che hanno preparato gli avvocati penalisti?”. Aponte non batte ciglio: “Io… non è che mi preoccupi più di tanto”. Spinelli è una furia e torna sull’oggetto del contendere, l’area ex Carbonile: “Tolga quel veto perché veramente stavolta succede il finimondo per quello che ha fatto il Signor Merlo”. Da qui il colloquio cambia tono e traccia il percorso verso la reciproca soddisfazione. A condizione che l’ex area Enel-Carbonile vada nel carniere di Spinelli. “Dottore, dia il via libera all’Enel. Non le dico più niente io!… Chiami l’autorità portuale e sblocchi la situazione dell’Enel. E poi vedrà che la soluzione c’è per… pacifica. Ecco!”.
A mettere nero su bianco i documenti dell’accordo ci penseranno l’avvocato di Msc Alfonso Lavarello e il presidente dell’Autorithy Paolo Emilio Signorini. Quest’ultimo, di fatto, agisce in nome e per conto di Spinelli. Il controllore che lavora per gli interessi del controllato.
L’istanza congiunta verrà fatta firmare a un avvocato terzo per dipingerla di imparzialità. “Nessuno deve sapere che parte da Palazzo San Giacomo”. Il 6 dicembre l’istanza è pronta e depositata. Il 19 dicembre arriva il via libera dell’Autorithy secondo i desiderata di Spinelli e Aponte. Al primo vanno i 14.000 mq dell’area ex Carbonile-lato levante, al secondo l’autorizzazione temporanea per 10.000 mq di Ponte Rubattino.
Ma Spinelli già da prima aveva quell’area nella sua disponibilità. Se ne accorge un ingegnere di Enel Produzioni il 30 giugno 2022, incaricato dei lavori di dismissione dell’ex centrale termoelettrica. L’impresa non riesce ad effettuare dei campionamenti in un pozzetto perché ostruito dai container stoccati da Spinelli. Un altro pozzetto risulta danneggiato. “Faccia i rilevamenti un altro giorno”. “No, vanno spostati subito”. “Va bé, va bé, adesso guardi, vediamo, chiamo un mio collaboratore e gli dico di liberarla…”. L’Autorithy viene informata che Spinelli sta dove non potrebbe stare, ma si guarda bene dal muovere un dito contro l’imprenditore genovese. A leggere le carte dell’inchiesta su Toti e company, questa era la prassi.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
VANNA TROVA “NAUSEANTE” LA VITTORIA DI NEMO… VISTO CHE MIGLIAIA DI EUROPEI HANNO VOTATO PER LUI, FORSE CHE “L’ANORMALE” SIA QUALCUN ALTRO?
Il generale, candidato dalla Lega alle prossime europee, non
condivide la scelta delle giurie dei Paesi partecipanti alla kermesse
Dalle giurie dei Paesi partecipanti all’Eurovision Song Contest, il giudizio è stato quasi unanime: Nemo – nome d’arte di Nemo Mettle – ha portato la migliore canzone all’edizione 2024 della kermesse.
Il cantante ha riconsegnato alla Svizzera una vittoria che mancava dal 1988. All’indomani della finale, però, c’è qualcuno a cui la performance dell’artista elvetico non è piaciuta.
Questione di gusto musicale, o questione di identità di genere che, nel caso di Nemo, è non-binary?
Le parole di Roberto Vannacci non sembrano lasciare spazio a molti dubbi: «Il mondo al contrario è sempre più nauseante», ha scritto su Facebook, a commento della pagina del Corriere della Sera che mostra la foto di Nemo e racconta la finale dell’Eurovision.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
L’MSI VOLEVA PENE ESEMPLARI PER I REATI POLITICI, ANCORA FINI NEL 1992 STAVA CON DI PIETRO… QUANDO ERA ALL’OPPOSIZIONE FDI CHIEDEVA LE DIMISSIONI DEI MINISTRI, OGGI PRETENDE IL TERZO GRADO DI GIUDIZIO
L’Msi voleva pene esemplari per i reati comuni e politici, nel 1992 Fini stava con Di Pietro. Dall’opposizione FdI chiedeva le dimissioni di ministri, oggi aspetta il terzo grado di giudizio
Ne ha fatta di strada, la destra italiana. Chissà cosa avrebbe pensato il segretario del Movimento sociale italiano Giorgio Almirante, se avesse visto l’erede Giorgia Meloni nominare ministro della Giustizia un liberale come Carlo Nordio, dando il via libera alla separazione delle carriere, spacchettamento del Csm.
E anche se avesse sentito tutti i ministri di Fratelli d’Italia definirsi «garantisti» davanti all’inchiesta per corruzione che ha colpito il governatore della Liguria, Giovanni Toti.
Il partito della premier così ha completato il mutamento genetico rispetto al proprio antenato politico, di cui però orgogliosamente continua a mantenere la fiamma nel simbolo.
IL GIUSTIZIALISMO DI ALMIRANTE
La dottrina politica dell’Msi, infatti, era profondamente giustizialista e la linea del segretario estrema e coerente con la sua storia personale. Almirante, infatti, era favorevole alla pena di morte su cui scrisse un libello, durante gli anni di piombo: «Centomila volte la pena di morte», diceva da deputato, chiedendone la reintroduzione.
Votare per l’Msi, diceva Almirante in un comizio dell’11 giugno 1978, significa ottenere «una legislazione severa, repressiva, preventiva contro la delinquenza comune e politica. E’ un voto per l’ordine nella libertà».
Accantonata la posizione sulla pena di morte, è comunque su queste radici che si innerva la cultura giuridica della destra, fino alla svolta di Fiuggi in cui Gianfranco Fini chiude l’esperienza dell’Msi per aprire quella di Alleanza Nazionale.
LE MANETTE DI FINI
Nella seconda repubblica sono anche le posizioni in materia di giustizia che dividono la Forza Italia di Silvio Berlusconi, che sin dalla sua nascita porta avanti una battaglia contro quelle che il leader chiama «toghe rosse», dalla destra estrema.
Il delfino di Almirante, infatti, aveva imparato la lezione del maestro: secondo la scuola missina, pene esemplari vanno chieste per due categorie di reati: quelli reati comuni che però creano allarme sociale e quindi vanno puniti più duramente, e quelli commessi dai politici, che sono chiamati a dare il buon esempio. E Fini applicò questo insegnamento, da segretario missino, durante gli anni di Mani Pulite.
Durante Tangentopoli, infatti, l’Msi cavalcò l’inchiesta conducendo una energica campagna contro Dc e socialisti, definendoli «ladri di regime» e dichiarando apertamente il suo appoggio al pool di Milano, presentandosi alla campagna elettorale del 1992 con lo slogan «ogni voto una picconata».
Addirittura, i consiglieri missini in regione Lombardia presentarono una mozione in favore del giudice Antonio di Pietro.
In quegli anni in cui ogni giorno arrivava la notizia di un nuovo avviso di garanzia, Fini amava sventolare manette e invocare dimissioni. Quando, nel 1992, il repubblicano Antonio Del Pennino venne indagato, Fini disse che «Deve finire questa moda dell’autocensura di chi è accusato. Troppo spesso diventa un alibi per sfuggire all’autocritica. È molto meglio l’auto-arresto».
Chiedere le dimissioni agli indagati rimase uno dei tic di Fini anche durante il decennio berlusconiano: chiese le dimissioni di Denis Verdini quando era solo indagato e di Nicola Cosentino quando militavano insieme nel Popolo delle libertà. Fino a quando non è finito anche lui in un’inchiesta giudiziaria per la vendita al cognato della famosa casa di Montecarlo lasciata in eredità al partito ed è stato condannato in primo grado per riciclaggio.
FINO A MELONI
Anche Meloni è cresciuta con gli insegnamenti missini in materia di giustizia. Lei stessa ha raccontato di aver iniziato a fare politica dopo le stragi del 1992 in Sicilia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E, almeno fino a quando è stata all’opposizione, FdI è rimasta fieramente fedele alla scuola Almirante: pene severe per reati comuni ed esemplari per i politici indagati. Eppure, se è vero che il potere non l’ha cambiata, palazzo Chigi ha certamente ammansito la vena giustizialista imparata a Colle Oppio.
Di più, le ha anche fatto dimenticare di averla avuta, visto che in conferenza stampa di inizio anno ha sostenuto di di non aver mai chiesto le dimissioni per questioni di opportunità politica dopo inchieste giudiziarie.
In realtà, quando era all’opposizione chiese le dimissioni della ministra Federica Guidi, il cui marito era indagato in un’inchiesta sul petrolio, e le spese dei suoi appassionati interventi d’aula le fecero anche l’allora ministra Maria Elena Boschi per il caso Etruria in cui era coinvolto il padre e il premier Matteo Renzi. La lista sarebbe lunga e conta anche ministre Josefa Idem e Annamaria Cancellieri.
Da quando è al governo, invece, le regole sono cambiate, almeno per chi fa parte della sua coalizione come la ministra Daniela Santanchè, il sottosegretario Andrea Delmastro, di cui ha detto che «si aspetti una eventuale condanna passata in giudicato», o il governatore ligure Giovanni Toti. Eppure, uno dei due insegnamenti almirantiani è rimasto.
cordata la questione morale legata alla politica (è in dirittura d’arrivo l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio), è rimasto il principio dell’inasprimento delle pene per i reati comuni: da quello di rave party a quelli commessi da minori con il decreto Caivano, fino alle occupazioni di immobili, la minaccia a pubblico ufficiale o l’imbrattamento di beni mobili o immobili.
(da editorialedomani.it)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
I GRANDI CONFLITTI SOCIALI RIDOTTI A INDIVIDUALISMI
Sul clima intollerante ed episodicamente poliziesco che si fa
largo, una cosa molto giusta la dice Zerocalcare, intervistato a Torino da Fabio Tonacci: “La povertà di conflitto genera società barbariche e chiuse dove ogni espressione di critica diventa qualcosa da reprimere con la galera”. Ovvero: ci siamo progressivamente disabituati al conflitto sociale e politico organizzato (così come alla politica organizzata nel suo insieme) ed è come se si fossero perdute le regole di ingaggio, e con esse il senso delle proporzioni.
Le autorità di governo strillano alla censura per la rabbiosa contestazione di una quindicina di ragazzi contro una ministra: che avrebbero detto di fronte alle fiumane di studenti e operai che nel secolo scorso, per anni, hanno invaso piazze e strade urlando slogan non propriamente amichevoli? Avrebbero schierato l’esercito? Sarebbe intervenuta l’aviazione?
Il conflitto politico si è come polverizzato, ed è finito sui social dove ci si odia individualmente o per piccole tribù o per branchi aizzati da capetti ringhiosi.
Un odio-nebbia che non assume mai i connotati nitidi, pubblici, del grande conflitto sociale o ideale. È la morte dei movimenti di massa e la sua sostituzione con una caricatura da cameretta. Questa vera e propria privatizzazione dei conflitti — tutti contro tutti e ognuno per sé — non solo non compensa in altra forma il ruolo della politica, ma la svuota. E nelle stanze del potere (quello politico e quello economico), ormai abituati a battersi contro nessuno, si resta di stucco al primo segno di antagonismo o di forte opposizione. Il ritorno della politica alla politica — dunque alle idee in conflitto tra loro, ai modelli sociali non conformi, alle differenze che cambiano la scena — non è in vista. Ogni strillo, invece di essere assorbito in una vicenda più ampia, risuona nel silenzio, e pare uno scandalo essendo solamente uno strillo.
(da La Repubblica)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
ABUSO D’UFFICIO, L’USO DEI TROJAN NELLE INTERCETTAZIONI E IL TRAFFICO DI INFLUENZE: TUTTI I RITOCCHI AL CODICE PENALE PER INDEBOLIRE IL LAVORO DEI GIUDICI
Se in questi giorni di inchieste e grandi scandali qualcuno vi racconterà che in Italia è tornata la corruzione, voi non credetegli. Perché in Italia la corruzione – dai tempi di Mani Pulite in poi – non se n’è mai andata. Genova oggi. Bari, Torino, Palermo ieri. E prima ancora Roma, Milano. Nel Paese che si prepara all’autonomia differenziata, se c’è qualcosa che non cambia a nessuna latitudine, ecco quel qualcosa è proprio la corruzione.
Secondo stime del centro di ricerca Rand, ogni anno all’Italia la corruzione costa 237 miliardi, circa il 13 per cento del Pil. Si indaga a Nord come a Sud, sono travolte giunte di destra e di sinistra. Si paga con le vecchie e care mazzette in denaro contante o con le “altre regalie” (viaggi, regali di lusso, escort), ci sono i facilitatori e i prestanome, corrompono i mafiosi e i piccoli artigiani, si ruba sui grandi appalti e sulle sagre di paese.
Quello che è cambiato, però, è l’approccio dei governi che si sono succeduti. Il governo Meloni, in particolare, sta mettendo a punto tutta una serie di norme e provvedimenti che più che provare a contrastare un fenomeno endemico sembrano voler spuntare le armi a chi quel fenomeno cerca di combatterlo.
L’abolizione dell’abuso di ufficio, la nuova formulazione dei reati sul traffico di influenze. E ancora: la limitazione di strumenti di indagine come i trojan per i reati contro la pubblica amministrazione e le norme “di semplificazione” sugli appalti pubblici, sempre auspicate e in parte già realizzate dal ministro Salvini, sono tutti tasselli di un grande mosaico che rende ogni giorno più difficile la vita delle guardie. Più facile quelle di corrotti e corruttori.
Il report
Su questi argomenti è difficile avere dei numeri affidabili che rendano l’idea della situazione. Spesso si racconta la favola secondo cui nessuna inchiesta finisca con condanne definitive. In realtà basta restare a quello che è accaduto negli ultimi mesi: l’ex parlamentare della Lega, Gianluca Pini, ha patteggiato un anno e 11 mesi per corruzione nell’inchiesta sulla fornitura di mascherine alle Asl dell’Emilia Romagna. E per corruzione hanno patteggiato (a un anno e 4 mesi) l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Carlo Fidanza, e il deputato Giangiacomo Calovini. Per corruzione è indagato (e ha chiesto di patteggiare a 2 anni e dieci mesi) anche il cognato del ministro Salvini, Tommaso Verdini, figlio di Denis. Insomma, la cronaca documenta come i processi spesso finiscono con condanne.
Tornando alle statistiche, da tempo viene considerato come autorevole il Corruption perception index, un indice realizzato da Transparency International che segnala appunto il grado di corruzione percepita in ogni singolo paese. L’indice è il risultato di una sintesi fra gli indicatori di 13 diverse fonti fra cui Banca Mondiale, World Economic Forum, società private di consulenza e gestione del rischio, ed è mirato alla grande corruzione pubblica. Quando si parla di percezione, quindi, si fa riferimento a quella della comunità internazionale e finanziaria. Bene. L’Italia è in 42esima posizione su 180, nove punti sotto la media europea. Va molto meglio di Paesi come l’Ungheria, che è ultima in classifica (14 punti in più). Ma molto peggio di Paesi come Finlandia, Norvegia e Svezia che sono ai primi posti nella classifica. Negli ultimi dieci anni il nostro Paese ha fatto importanti passi in avanti, registrando poi una frenata proprio con l’arrivo del governo Meloni: un posto in meno in graduatoria e nessun punto in più. Troppo poco, chiaramente, per emettere un giudizio definitivo (anche perché tra i parametri che vengono valutati ci sono problemi enormi, come la durata dei processi, che non possono essere risolti in pochi mesi) ma chiaramente un’indicazione importante.
Le nuove misure
Ancor più se viene letta nella chiave delle misure in tema di giustizia e appalti pubblici che il governo Meloni sta prendendo nonostante le proteste di magistrati e addetti ai lavori. Nelle prossime ore verrà pubblicato il nuovo dossier dell’Anac, l’Autorità anticorruzione, che seppur svuotata di capacità di incidere, rappresenta uno dei baluardi del nostro Paese: da tempo il presidente Giuseppe Busia denuncia – come è accaduto nel caso di Genova – il fatto che le nuove regole sugli appalti pubblici aprano strade ai predoni. E questo è ancora più vero oggi, con i grandi cantieri del Pnrr, per non parlare del Ponte sullo Stretto.
A preoccupare, poi, è il pacchetto di norme in parte già approvato e in parte prossimo al via libera che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha preparato. L’abolizione dell’abuso di ufficio è stata raccontata come l’eliminazione di un inutile orpello per gli amministratori. Ma in realtà, documentano le ultime sentenze di condanna in Cassazione (3.600 dal 1997 a oggi), rappresentava un argine importante: per dire, quei sindaci e assessori che erano stati condannati per aver annullato delle cartelle esattoriali a loro elettori, alla vigilia di una campagna elettorale, oggi non lo sarebbero più. Per non parlare dell’abolizione del traffico di influenze, misura nell’agenda del governo: dal caso Palamara a quello Alemanno, sarebbero tutti salvi senza quel reato. Così come l’inchiesta di Genova, e decine di altre, non sarebbe esistita se fosse stato in vigore l’emendamento Costa adottato dalla maggioranza di centrodestra: niente trojan, cioè microspie dentro i telefoni, per i reati contro la pubblica amministrazione. Perché la maniera migliore per non trovarla, la corruzione, alla fine è non cercarla.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2024 Riccardo Fucile
LE INTERCETTAZIONI DI TOTI E BUCCI SUL RISIKO DELLE BANCHINE
Per ora non ci sono ipotesi di reato né iscritti nel registro degli
indagati ma la procura di Genova ha aperto un fascicolo sulla discussa partita del dislocamento dei depositi chimici di Superba e Carmagnani da Multedo, nel ponente cittadino, a ponte Somalia, nel porto di Sampierdarena.
Il progetto, su cui mercoledì è arrivato un sostanziale stop del Tar (che ha contestato sia l’iter autorizzativo sia i fondi del decreto Genova stanziati da Bucci, in qualità di commissario straordinario, per l’operazione), è stato da sempre osteggiato dagli abitanti di Sampierdarena, ma anche da diversi operatori portuali – per ragioni di concorrenza sulle banchine – e da gran parte dell’opposizione.
I pm genovesi pensano che il via libera alla decisione sia arrivati dopo pressioni indebite. A insospettire è stata la giravolta del Ctr, comitato tecnico regionale, che inizialmente si era espresso definitivamente sul dislocamento per motivi di sicurezza. Poi, però, in 9 giorni, la posizione era cambiata. Dal no si era passati a un sì condizionato. Nel frattempo, però, erano accaduti fatti poco chiari. Una riunione del Ctr si era interrotta per un malore del presidente, il comandante dei vigili del fuoco Claudio Manzella. Nei giorni successivi il documento di via libera era arrivato, benché condizionato, e con due mesi di ritardo rispetto alle scadenze stabilite per legge.
Il procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati, che coordina il pool che si occupa di reati contro la pubblica amministrazione, vuole capire cosa sia successo in quella settimana. Gli stessi dubbi, d’altronde, erano stati sollevati dalle Officine Sampierdarenesi che con la presidente Barbara Barroero avevano presentato un esposto proprio sulla procedura del rilascio del rapporto preliminare di sicurezza. Ed è confermato che gli inquirenti abbiano raccolto negli ultimi mesi diversi riscontri alle proprie ipotesi.
Adesso, dalle carte della maxi inchiesta per corruzione si trovano diversi dialoghi che portano a collegare vari personaggi e partite. Dialoghi tra Giovanni Toti e Aldo Spinelli e telefonate tra Toti e il sindaco di Genova Marco Bucci, che non è indagato. Perché, questa l’ipotesi, i depositi chimici a Ponte Somalia sarebbero stata una soluzione gradita anche al terminalista ora agli arresti domiciliari e che, proprio stamani, sarà sentito nell’interrogatorio di garanzia.
Ponte Somalia, come si legge in una delle intercettazioni in cui Toti parla a Spinelli, era la soluzione per “fare contenti tutti”. Spostando lì i depositi chimici si sarebbe tenuta libera un’altra alternativa – indicata a lungo dagli studi come percorribile – ovvero quella calata Concenter, sotto la Lanterna, su cui però Spinelli (che occupa anche la vicina banchina ex carbonile) aveva altre mire e di cui ha chiesto, infatti, il tombamento.
In un dialogo intercettato tra Toti e Bucci riportato nell’ordinanza di custodia cautelare, parlando dello sviluppo portuale, presidente della Regione e sindaco parlano dei molti “desiderata” da parte degli operatori. Bucci paragona gli imprenditori portuali “ai maiali a cui dava da mangiare da piccolo”. Toti conta di ottenere dagli stessi nuovi finanziamenti, in particolare Spinelli, in quanto prossimo a ottenere dall’allora presidente del porto Signorini quanto caldeggiato con la concessione trentennale del terminal Rinfuse.
Toti parla di “assalto alla diligenza” da parte degli operatori: “Aponte si prende il suo, quell’altro si prende il suo, Spinelli si prende il suo e noi? (ridendo) Non ci danno un cazzo?”.. Bucci usa la metafora dei maiali e poi Toti: “va beh con l’anno nuovo bisogna fare il giro di tutti i grandi del porto…”, Bucci concorda: “Eh beh certo, bisogna farlo…”. Toti: “Aponte…Spinelli ora è abbastanza tranquillo se Signorini gli da quel…” e Bucci: “Sì, Spinelli è a posto”.
Qui emerge il collegamento con la partita “depositi”. Toti: “Spinelli vuole che gli tombiamo quel cazzo di Concenter…” e Bucci: “Certo! Infatti noi lo tombiamo, appena ci risolvono il problema dei depositi, tombiamo. Glielo dico chiaro e tondo io… hai capito?”. Toti: “Sì, ma sui depositi Spinelli è neutrale eh… non gliene fotte neanche…”. E Bucci: “No ma lui anzi, dice che va bene…da quel punto di vista lì, ci ci supporta”.
(da Genova24)
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